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	<title>Scrivolo &#187; viaggio</title>
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		<title>Aurora 457 &#8211; 3</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Nov 2010 07:20:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gialli]]></category>
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		<description><![CDATA[Terza e ultima parte Qui la Seconda parte La misteriosa viaggiatrice tacque. Attendeva la mia replica, ma io [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/11/aurora-457-3/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton2160" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FU5BcZ&amp;via=scrivolo&amp;text=Aurora%20457%20%26%238211%3B%203&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F11%2Faurora-457-3%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/10/tunnel-ferrovia.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2099" title="Tunnel ferrovia" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/10/tunnel-ferrovia.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><span style="color: #ff6600;"><em>Terza e ultima parte</em></span></p>
<p><a href="http://www.scrivolo.it/2010/10/aurora-457-2/"><em>Qui la Seconda parte</em></a></p>
<p>La misteriosa viaggiatrice tacque. Attendeva la mia replica, ma io rimasi in silenzio: cominciavo a sentire la stanchezza accumulata durante la settimana, ero irritata per il contrattempo che mi impediva di riposare nel mio letto e quella conversazione, in fondo così squallida, mi stava annoiando. Avrei preferito mettermi di nuovo a leggere il mio giallo e, soprattutto essere davvero in viaggio per arrivare a casa e non bloccata dentro un tunnel in compagnia di una svitata. Diedi un’occhiata al  quadrante fosforescente  del mio orologio e rimasi allibita: eravamo fermi da due ore!</p>
<p>“Chi sa se verranno mai a tirarci fuori da qui &#8211; dissi con tono preoccupato &#8211; sento che sto per perdere la pazienza! aspettiamo soccorsi da due ore e a casa i miei saranno in pensiero…non c’è campo per telefonare. E poi comincia a fare freddo.”</p>
<p>Quasi tutti nel vagone sonnecchiavano avvolti nei loro cappotti e anch’io avevo indossato giaccone e guanti. La mia vicina, già all’inizio del viaggio, si era avvolta nel suo mantello come in un bozzolo.</p>
<p>“Si guardi intorno &#8211; dissi sfregandomi le mani con rabbia &#8211;  sembriamo i sopravvissuti della Tenda Rossa! là fuori  si sono dimenticati di noi!”</p>
<p>“Non parlerà sul serio! &#8211; rispose Margherita &#8211; lei guarda le cose da un punto di vista irrazionale, pensa di avere bisogno degli altri, si aspetta che il prossimo l’aiuti per senso di umanità. Se fosse davvero così che gira il mondo potremmo rimanere qui fino alla prossima glaciazione! Le spiego io perché presto verranno a prenderci: se non ci levano di mezzo non possono riattivare la linea, neanche per le locomotive a carbone e, nelle città attraversate dalla ferrovia, la gente tra poco comincerà ad agitarsi e protestare perché noi quattro disgraziati fermi qui dentro impediamo il transito degli altri treni. Se potessero ci farebbero saltare con il tritolo, pur di liberare i binari, ma alla fine decideranno che la cosa più semplice è trascinare in qualche modo il nostro miserabile accelerato fuori dal tunnel…magari stanno già riparando il guasto elettrico però, mi creda, non è per noi che si danno tanto da fare, ma per la folla di viaggiatori che domani mattina deve andare al lavoro, a scuola, o da un parente malato. Abbia fede in quello che le dico, non sono la prima a sostenere che l’egoismo e la convenienza, non l’amore, tengono insieme la società.”</p>
<p>“Peccato che lei non abbia figli! allevati con i suoi principi si sarebbero trovati bene in una società senza scrupoli come la nostra” risposi in tono scherzoso.</p>
<p>“Perché pensa che non abbia figli?” chiese la mia compagna di viaggio mostrandosi quasi offesa.</p>
<p><span id="more-2160"></span></p>
<p>“Beh, il modo in cui ha affrontato la vita, almeno per quello che posso dedurre dalle sue confidenze, dimostra che l’egoismo è per lei un valore essenziale e dalla maternità non si trae alcun vantaggio: l’amore verso i figli è altruismo istintivo, si deve dare, dare, dare senza ricevere nulla in cambio…e glielo dico da donna a donna. Neanche io, quando ero giovane, volevo bambini: mi piaceva vivere senza obblighi o legami affettivi, ma ora mio figlio è per me come la luce degli occhi. Tutta la settimana lavoro in città e aspetto il venerdì sera per vederlo: due giorni con lui mi danno la forza per tornare nella metropoli e lavorare, nonostante i problemi economici e la stanchezza degli anni che passano.”</p>
<p>“Scusi la sincerità, ma anche al buio lei non mi sembra esattamente una ragazza…</p>
<p>quanti anni ha il suo bambino?”</p>
<p>“Perché le interessa? Guardi che io non sono affatto in vena di confessioni &#8211; risposi bruscamente. Non intendevo affrontare l’argomento e, soprattutto, non mi andava di raccontare i fatti miei a quel lemure che da due ore mi riversava addosso il suo veleno. Magari si sarebbe compiaciuta di sapere che avevo un figlio… malato, affetto da trisomia…ma sì, pane al pane, mongoloide. Mia madre lo teneva con sé da vent’anni, da quando mio marito, per vie legali, mi aveva comunicato che non se la sentiva di accettare una disgrazia del genere e poiché l’avevo voluto mettere al mondo pur sapendo dall’amniocentesi del suo deficit, quel figlio dovevo considerarlo solo mio. E tanti saluti.</p>
<p>Magari il vigliacco aveva pure ragione, forse mi ero comportata da egoista, avevo fatto la mia scelta pensando al dolore che avrei provato per la perdita di quella creatura che portavo in me da quasi cinque mesi, senza considerare l’infelicità dei suoi successivi trenta o quaranta anni di vita. Tutti siamo esposti al rischio di rimanere soli. I genitori invecchiano e muoiono, i fratelli spesso diventano estranei… restano gli amici, però non possiamo sempre contare sulla loro generosità, dopo tutto hanno già una famiglia a cui pensare: così, con l’avanzare dell’età, mettiamo in conto di dover vivere affidandoci alle nostre poche forze, ma una persona che ha continuamente bisogno di aiuto, per mangiare, vestirsi, uscire di casa, è fragile come un cristallo e non può stare da solo. Chi si prenderebbe cura di Tonino se non ci fosse mia madre, se non ci fossi io? chi perderebbe tempo a raccontare una fiaba ad un ragazzone di vent’anni che ha i pensieri di un bambino di seconda elementare, chi laverebbe tutte le settimane il suo coniglietto di pezza coperto di saliva, chi lo difenderebbe dal mondo? Quando morirò lo porteranno in un istituto e sarà accudito da sconosciuti che non lo amano e lo sopportano, come dice la mia vicina, solo perché non possono farlo saltare in aria con il tritolo…E’ un destino terribile quello che ho offerto al mio bambino, lo so, però a volte lo guardo e mi sembra così felice, di una felicità più che umana: in certi momenti sembra contento come una lucertola che prende il sole o un gattino che succhia il latte della mamma o un uccellino che vola nell’aria azzurra. Non è dalla coscienza o dall’intelligenza che viene quel tipo di letizia, ma dalla semplice esistenza: essere senza ieri e senza domani, qui, ora al caldo e protetto, oppure volare libero da ogni peso corporeo, un angelo che sale verso il cielo senza portare alcun messaggio. Spensierato, ovvero senza pensieri, non significa forse gioioso?</p>
<p>La viaggiatrice misteriosa però non sembrava intenzionata a cambiare discorso:</p>
<p>“Mi incuriosisce &#8211; disse &#8211; la faccenda di suo figlio …”</p>
<p>Io la interruppi bruscamente.</p>
<p>“Senta &#8211; esclamai con tono alterato ma tenendo bassa la voce per non farmi sentire dagli altri viaggiatori &#8211; all’inizio del viaggio lei ha preteso di occupare una parte del mio spazio… e sia, era un suo diritto. Ora le piacerebbe anche impadronirsi di una parte della mia vita e questo mi pare veramente troppo! sappia  che non le darò mai una soddisfazione del genere, mai!”</p>
<p>Ero  davvero furiosa e sentivo un gran desiderio di tirare a quel serpente in loden un bel pugno in faccia. Lei si accorse della mia ira e, con tono tranquillo, replicò:</p>
<p>“Non se la prenda! Non occorre essere indovini per capire che suo figlio ha qualcosa che non va, dalla nascita o forse a causa di un incidente. Guardi, per dimostrare che la sua disgrazia non mi diverte affatto non le chiederò altro, anzi le parlerò della mia maternità…è una vicenda che non amo ricordare ma, visto che lei ha avuto la pazienza di ascoltarmi fino ad ora e possiede un quadro, per così dire ‘compendiato’ della mia vita,  aggiungerò al mosaico anche questo tassello…in verità poco lodevole.</p>
<p>Prima però le voglio raccontare  come mio fratello divenne adulto.  Qualche giorno dopo il tredicesimo compleanno di Camilla mio padre, ormai ottantenne, si ammalò di polmonite e, nel giro di una settimana, morì. Per Marco fu un colpo terribile. Ormai era un uomo di quaranta anni, da un decennio guidava l’azienda di famiglia e  di certo non aveva più bisogno dei consigli del padre. Il babbo poi era già avanti con gli anni e la scomparsa di un vecchio rientra nell’ordine naturale delle cose, in certo senso è un evento scontato. Marco  però pianse ugualmente come un bambino per due giorni: mia madre a confronto sembrava una lontana parente del defunto. Anche Camilla e Gina piangevano e persino io versai molte lacrime, ma nessuno si lamentò quanto Marco. Lo spettacolo di tanta sofferenza era imbarazzante per parenti e amici in visita al morto e così decidemmo di allontanarlo dalla camera ardente, allestita nel salone della villa. Presi mio fratello per un braccio e lo trascinai all’altro capo della casa, nel suo studio, ma gridava così forte di voler rimanere accanto al babbo che fui costretta lasciarlo andare. Tornò nel salone e poggiò la testa sul petto del defunto, come se aspettasse un abbraccio che non poteva più venire.</p>
<p>In quel momento compresi il problema: Marco era disperato perché non aveva mai smesso di essere un figlio. Allora mi avvicinai e gli sussurrai in un orecchio ‘papà non c’è più, se n’e andato per sempre e anche se piangerai tutta la vita non tornerà mai, mai. In questa casa ora c’è un solo padre e sei tu.’</p>
<p>Mio fratello in quel momento sembrò ricevere la notizia della morte del babbo per la prima volta: il bambino disperato che piangeva dentro di lui si fece indietro e svanì. L’uomo Marco si asciugò gli occhi, si voltò, abbracciò la mamma, baciò tutte le donne di casa, comprese le fedeli domestiche Gigetta e Carlina, e da quel momento, accolse gli ospiti nella veste di capo famiglia, stringendo mani e accettando condoglianze, come se eseguisse un difficile esercizio ginnico. Alla fine della serata, mentre i dipendenti delle Pompe Funebri saldavano la bara, mi gettò un’occhiata strana, quasi d’odio, però non disse nulla. Anche in seguito non parlammo mai di quanto era accaduto di fronte al cadavere di nostro padre. Dopo la disgrazia  Marco divenne più taciturno, quasi triste, ma non rinunciò alla sua doppia vita di marito esemplare e cacciatore di segretarie e baby-sitter.</p>
<p>Tanto per vivacizzare la vita in famiglia creai un po’ di scompiglio al momento della successione: prima volevo la casa in montagna, poi quella al mare, poi quella in città, poi una parte della ditta, poi il denaro liquido in banca e ripetevo di continuo che tanto, qualunque cosa avessi ottenuto, alla fine sarebbe toccata a Camilla perché io ero il fico sterile che la famiglia aveva maledetto. Dopo settimane di tira e molla Marco, stremato, decise di rinunciare alla divisione. “Rimarrete comunisti”  disse il notaio, “meglio comunisti che matti” commentò mia madre, guardandomi con aria di rimprovero. Per me fu una vittoria: grazie al legame economico occupavo un posto permanente nella vita dei miei e potevo continuare a tormentarli con i miei giochetti oppure fingere di essere, come dice lei, la ‘buona Marga’.</p>
<p>Nei tre anni successivi nulla mutò nel <em>menage</em> familiare: ogni tanto mi fidanzavo ma poi abbandonavo il pretendente di turno affermando di non poter rinunciare all’affetto dei miei cari; poi naturalmente, a tavola, accusavo i parenti di avermi istigata a rompere il fidanzamento per motivi d’interesse. In entrambi i casi erano solo menzogne, ma fare la vittima, come lei ha notato, mi piace. Camilla mi chiamava la Regina Elisabetta perché anche lei pare prendesse in giro i suoi spasimanti, più o meno sinceri o interessati, dopo averne tratto vantaggi di natura, per così dire, ‘molto’ privata.</p>
<p>Marco, forse per dimenticare la perdita del babbo, si mise a lavorare come un mulo. Francamente tanto impegno non mi sembrava  necessario: la ditta andava già bene senza bisogno di allargarsi, invece lui decise di aprire nuovi cantieri. Viaggiava di continuo, era sempre al telefono, mangiava in fretta leggendo documenti e contratti, dormiva pochissimo. E poi si concedeva le solite scappatelle. Insomma viveva al di sopra delle sue forze. Un giorno ci telefonò da Bologna un geometra della ditta dicendo che il padrone si era sentito male mentre ispezionava le impalcature ed era finito all’ospedale. Gina, la mamma ed io corremmo al capezzale dell’infermo.</p>
<p>Marco stava davvero male e non si trattava di semplice stress. Un rene non funzionava più, l’altro era malconcio. Una nefrite asintomatica lo stava uccidendo.</p>
<p>Avevo di nuovo la possibilità di saggiare la vera natura del mio avversario e non persi tempo:  appena mi trovai per un attimo sola nella stanza, con le lacrime agli occhi, dissi a mio fratello:</p>
<p>“Marco, tu non puoi permetterti di lasciarci, noi siamo quattro donne deboli e incapaci, come potremmo mandare avanti la ditta! e poi Camilla è ancora così giovane. Cerca di non morire. Non subito almeno. Fallo per noi, sei sempre stato un uomo generoso e pieno di coraggio!”.</p>
<p>Marco rimase di sasso. Ovviamente non aveva idea di essere così grave, Gina e la mamma avevano fatto i salti mortali per nascondergli la verità e ancora una volta ero io a comunicargli una notizia che sconvolgeva la sua vita: forse in quel momento intuì le mie vere intenzioni, ma non disse nulla.</p>
<p>Io intanto avevo già messo in atto le opportune contromisure: non prendevo più la pillola e mi incontravo frequentemente con alcuni spasimanti. Fu un vero ‘tour de force’ amoroso, a trentasei anni rimanere incinta non è semplice, ma alla fine riuscii nell’impresa, arrivando per un pelo prima sul filo del traguardo.</p>
<p>Quando la mamma e Gina vennero a trovami nell’appartamento che il babbo mi aveva regalato in occasione del mio ventunesimo compleanno, avevo in mano solo da due giorni il mio bel certificato.</p>
<p>Feci accomodare Gina sul divano, accanto a me, e la mamma sulla poltrona.  Poi, prevenendo le loro parole, dissi che da tempo avevo deciso di donare un rene a Marco. Non esistevano alternative: la mamma era malata di cuore, gli zii anziani, Camilla troppo giovane e mancavano altri consanguinei papabili. Ero così decisa a sacrificarmi, raccontai, che già  mi stavo sottoponendo ad alcuni esami medici in vista dell’espianto ma, purtroppo, il test di gravidanza che avevo appena effettuato risultava positivo. Insomma ero incinta però, naturalmente, avrei abortito perché la vita di mio fratello era più importante del bambino. Le due donne rimasero a bocca aperta, io mostrai il referto con aria addolorata. Poi pretesi di parlare di persona con Marco, per rassicurarlo riguardo alle mie intenzioni.</p>
<p>Nella camera del malato, ormai quasi incapace di reggere la dialisi, mi dichiarai nuovamente pronta a sacrificare il mio bambino. Ricordo che dissi a mio fratello queste precise parole:</p>
<p>“Per anni ti ho invidiato perché eri il figlio preferito dei nostri genitori. Tu avevi mille pregi, io solo difetti: ero ribelle, incostante, irrispettosa, gelosa, svogliata a scuola. Ma ora che sono adulta comprendo che davvero tra noi due tu sei il migliore: lascia che mi riscatti concedendoti una chance di vita.”</p>
<p>Marco si commosse, mi prese una mano e mormorò: “Lo so che in fondo mi vuoi bene: di fronte alla malattia i piccoli screzi e le rivalità scompaiono, resta la voce del sangue. A volte ho avuto l’impressione che tu mi odiassi, ora comprendo che si trattava solo di gelosia infantile. E, a dire il vero, non eri in torto ad avercela con me…sono stato  un fratello maggiore poco affettuoso, troppo severo: avrei dovuto parlarti più spesso, aiutarti con la mia esperienza…perché da adolescenti ci sentiamo tutti infelici e soli. Ti chiedo di perdonare le mie omissioni  e comprenderai che non posso accettare il tuo rene, non al prezzo di danneggiare una vita che nasce.”</p>
<p>Tra me pensai che aveva elencato in modo esauriente  le sue manchevolezze, si era però dimenticato di aggiungere la sofferenza causata dal continuo confronto tra la mia pochezza e le sue grandi doti.</p>
<p>Marco, ancora commosso, disse all’infermiera di farmi uscire e di chiamare la moglie. Allontanandomi vidi che Gina, ascoltando il marito, piangeva.</p>
<p>Per giorni continuai a strombazzare la mia disponibilità all’espianto con parenti e medici, sembravo sull’orlo della beatificazione e i telegiornali già chiedevano di intervistarmi. Per fortuna gli avvocati fermarono le ruote del carrozzone mediatico prima che si mettessero in moto. Ovviamente la mia era solo una recita. Eroico, caso mai, era il rifiuto di Marco: ancora una volta mio fratello mi aveva sconfitto. Come ultima spiaggia i dottori presero in considerazione la figlia del moribondo: stava bene in salute, aveva diciotto anni e poteva decidere. Così, <em>dulcis in fundo</em>, si scoprì che Camilla e Marco non erano compatibili: tra loro non esisteva alcun legame di sangue. Marco spirò dopo tre settimane di atroci sofferenze.  Il dispiacere per la sua morte mi turbò talmente da provocare un aborto spontaneo, fatto non infrequente nei primi mesi di gravidanza, soprattutto se stimolato da una puntura di ormoni, un metodo vecchio quanto il Cucco da me utilizzato già in altre occasioni. Ora, cara signora, sa cosa si prova a viaggiare seduti accanto ad un’ assassina! Sono io che ho ucciso Marco.”</p>
<p>Le ultime parole pronunciate dalla signora mi risuonarono nella testa come una fucilata. Mi stavo appena riprendendo dallo stupore quando si udì un violento rumore metallico provenire dal fondo del vagone. La luce all’improvviso tornò e tutti i viaggiatori  si rimisero in moto. Qualcuno, infreddolito,  cominciò a saltellare su e giù per il corridoio, altri guardavano nel buio, fuori dai finestrini. Fuori si sentivano voci concitate, di certo erano i soccorritori. Il capotreno arrivò quasi di corsa, finalmente qualcosa si muoveva!</p>
<p>Un uomo vestito da ferroviere si arrampicò ad un finestrino e fece cenno di abbassare il vetro: “Come va lì dentro &#8211;  chiese &#8211;  siete tutti vivi?”</p>
<p>“Meno spirito giovanotto! &#8211; disse un signore in completo grigio e cappotto blu &#8211; Farò causa alle ferrovie per sequestro di persona! ci avete lasciati qui dentro quattro ore, al freddo, al buio, senza acqua né cibo! È un trattamento disumano, dovevate chiamare la  Protezione Civile.”<br />
“Quelli hanno ben altro a cui pensare &#8211; replicò il ferroviere &#8211; il nubifragio ha causato frane e allagamenti lungo tutta la costa, almeno voi siete rimasti al coperto. Purtroppo il capostazione non ha trasmesso per tempo la richiesta di una locomotiva di soccorso. Dormiva. Io sono il suo vice, stavo a casa ma ho ripreso subito servizio quando mi hanno avvertito dell’emergenza.”</p>
<p>“Vecchio ubriacone maledetto &#8211; disse il controllore inferocito &#8211; dovrebbero licenziarlo!”</p>
<p>“Uh! Che esagerato!- replicò il ferroviere &#8211; Piuttosto, quanti siete in tutto?”</p>
<p>“Ventitre viaggiatori, io e il macchinista, però in questo vagone  ne mancano due…”. rispose il capotreno preoccupato: forse il signore claustrofobico era sceso dal treno, bisognava trovarlo. Corse alla toilette: la porta era aperta, dentro il giovanotto e il viaggiatore insofferente degli spazi ristretti dormivano tranquillamente avvolti da una nube dolciastra.</p>
<p>Il capotreno tirò un sospiro di sollievo e gridò“Sì, ci siamo tutti, più o meno, iniziate pure a trainarci.”</p>
<p>In pochi minuti si ritrovarono all’aperto. Non pioveva più, ma qua e là si vedevano piccole frane scese dai fianchi della collina fino alla massicciata della ferrovia: le rotaie però erano libere.</p>
<p>Il treno si fermò alla vicina stazioncina e la viaggiatrice misteriosa, avvolta dalla testa ai piedi nel suo mantello, si diresse verso l’uscita senza voltarsi a salutare. Dal predellino  scese nel fango, incurante di rovinare le sue preziose scarpe. Qualcuno l’aspettava in una macchina fuori dalla stazione. Nella confusione di quei momenti mi ero dimenticata di lei e quando era tornata la luce non l’avevo neppure  guardata in faccia: rivedendola non potrei riconoscerla, non dal volto almeno, forse dal fisico allampanato e dalle scarpe di lusso.</p>
<p>“Se l’autista dei Pontirelli non ci avesse avvertito che aspettava la signorina Marga sareste ancora lì dentro” disse un uomo che indossava la divisa da carabiniere.</p>
<p>“Chi vuole fermarsi qui può farlo &#8211; gridò il controllore, sceso a terra per farsi sentire da tutti &#8211; ma vi informo che questo convoglio arriverà fino all’ultima stazione: ve lo posso garantire perché io e il macchinista abitiamo al capolinea.”</p>
<p>Nessuno lasciò il treno: viaggiavamo con un ritardo di quasi cinque ore e, a quel punto, a nessuno interessava rifocillarsi o dormire in un albergo, tutti volevamo solo arrivare a destinazione e dimenticare la brutta serata. Telefonai subito a casa per rassicurare la mamma. Tonino prese la cornetta e gridò con voce allegra:</p>
<p>“La televisione ha fatto vedere che la ferrovia era tutta rotta ma la nonna ha detto che nessuno aveva la bua e allora io non mi sono messo a piangere.”</p>
<p>“Sì, va tutto bene Tonino, ora puoi dormire tranquillo. Domani mamma ti racconta la sua avventura, vedrai come ti diverti” dissi fingendomi anch’io contenta.</p>
<p>Per cinque ore ero rimasta seduta su una poltroncina imbottita, ma mi sentivo stremata come se avessi scalato una montagna. Sapevo che quella sensazione opprimente non era dovuta alla stanchezza del fine settimana o al contrattempo, sul mio cuore pesava come un macigno la lunga confessione della mia vicina. Eppure nemmeno sapevo chi fossero quelle persone, i Pontirelli,  estranei, gente ricca che si era guastata la vita da sola, una famiglia in apparenza serena e unita ma con una serpe in seno. Peggio per loro! Cos’erano le disgrazie di Marco a confronto dell’abbandono che avevo subito da parte di un marito vigliacco proprio nel momento del bisogno. Eppure quel dolore non mio continuava a diffondersi per le vene come un veleno, mi soffocava. Pur di non pensare più a Marco, a Gina, a Camilla e alla loro persecutrice ero disposta persino ad ammettere che la mia misera esistenza era stata migliore della loro.</p>
<p>Poi il treno finalmente ripartì e, allontanandomi da quella piccola stazione, mi sembrò di sfuggire ad una malia. Il controllore di tanto in tanto percorreva da cima a fondo il convoglio per rassicurare i viaggiatori; forse sapeva qualcosa riguardo alla misteriosa signorina Marga e così, alla prima occasione, decisi di fargli qualche domanda.</p>
<p>“Mi scusi, ma lei per caso conosce la persona che era seduta accanto a me?” chiesi con l’aria di volermi togliere una semplice curiosità.</p>
<p>“Chi, Margherita Pontirelli? Certo che so chi è. Ha avuto qualche problema con lei? Di solito non infastidisce gli altri viaggiatori: si mette sempre in quel sedile, lì, accanto al suo, nell’ultimo vagone, e non apre bocca fino alla stazione dopo le gallerie. I Pontirelli hanno una villa da quelle parti, gente ricca ma sfortunata! Si sa, i quattrini non comprano la felicità e nemmeno la salute.”<br />
“La signorina  Pontirelli francamente mi è sembrata… non del tutto normale…”<br />
“Che vuole, con la disgrazia che ha avuto…”</p>
<p>“Intende la morte del fratello?”</p>
<p>“No, che c’entra l’ingegnere?! lui è morto per una malattia di reni, parlo dell’altra disgrazia…”</p>
<p>“Senta &#8211; dissi un po’ spazientita &#8211; mi può dire tranquillamente tutto quello che sa, tanto la prossima volta non mi metto di certo seduta in questo posto e se rivedo quella mezza matta mi terrò alla larga!”</p>
<p>“Sarebbero faccende private, ma sono cose che in paese tutti conoscono…A me piace il mare di scoglio, d’estate passo sempre almeno una settimana di vacanza da quelle parti, e i ferrovieri, si sa, sono chiacchieroni. Sui giornali non si parlò del fatto, i soldi almeno sono serviti a salvare le apparenze…Insomma, la povera signorina Marga, qualche mese dopo la scomparsa dell’ingegnere mise al mondo un bel maschietto e gli diede il nome del fratello morto, Marco…beh …non era più una ragazzina e dopo il parto entrò in depressione, sono cose che capitano spesso, secondo i dottori… però tutti rimasero stupiti quando il bambino fu trovato morto, affogato in una caletta proprio sotto la galleria dove eravamo bloccati.  La signorina Marga ha passato quindici anni nel manicomio criminale, ma neppure si ricorda di avere avuto un figlio. Ora è in libertà vigilata e ogni tanto deve andare in città a fare un controllo, poi torna a casa con questo treno, di solito il primo mercoledì del mese. È strano che abbia cambiato giorno, forse non ci stava con la testa.”</p>
<p>“Mercoledì il personale ospedaliero era in sciopero &#8211; replicai &#8211; ne sono certa perché una mia collega ha dovuto rimandare una visita, lo stesso sarà successo alla signorina Marga.  E quando è a casa chi si occupa di lei?”</p>
<p>“L’autista e due vecchie cameriere, Gigetta e …”</p>
<p>“Carolina” aggiunsi automaticamente.</p>
<p>“Appunto…Gigetta e Carolina. La nipote e la cognata si sono trasferite all’estero anni fa, credo in Canada. La signora Gina si è pure risposata, con una vecchia fiamma, dicono.”</p>
<p>“Già, tutto è bene quel che finisce bene” esclamai quasi compiaciuta.</p>
<p>Il controllore sembrò non comprendere il senso della mia osservazione,evidentemente la questione della paternità di Camilla era rimasta un segreto di famiglia. Per qualche attimo tacque soprappensiero, poi aggiunse:</p>
<p>“Non si è mai saputo il perché di un gesto così terribile. Certo la signorina Pontirelli era sempre stata un po’strana, ma nessuno si aspettava che impazzisse del tutto”.</p>
<p>Pensai con tristezza che solo ai miei occhi il delitto di Margherita, giudicato da tutti un atto di follia, aveva un senso: era l’autopunizione inflitta per un omicidio di cui nessuno poteva accusarla.</p>
<p>“Davvero &#8211; dissi sorridendo- non c’è giudice più severo della nostra coscienza.”</p>
<p>Il controllore mi guardò stupito. Potevo leggergli nel pensiero:</p>
<p>“Ecco un’altra viaggiatrice a cui manca qualche venerdì… speriamo che se ne stia tranquilla fino a destinazione. Che giornata, che giornata!”</p>
<p>-</p>
<p><em>A taluni accade come ai disseppellitori di tesori: casualmente scoprono le cose che se ne stanno celate in un&#8217;altra anima, e il sapere di cui sono entrati in possesso è spesso troppo pesante da portare.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>F. Nietsche, <em>Aurora</em>, 457</p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
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		<title>Aurora 457 &#8211; 2</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Oct 2010 06:23:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gialli]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[continua]]></category>
		<category><![CDATA[Sconosciuti]]></category>
		<category><![CDATA[treno]]></category>
		<category><![CDATA[viaggio]]></category>

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		<description><![CDATA[Seconda Parte Qui la Prima parte Il ritardo stava diventando davvero preoccupante e, in quel frangente, non avevo [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/10/aurora-457-2/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton2124" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FhZXvI&amp;via=scrivolo&amp;text=Aurora%20457%20%26%238211%3B%202&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F10%2Faurora-457-2%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/10/tunnel-ferrovia.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2099" title="Tunnel ferrovia" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/10/tunnel-ferrovia.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><span style="color: #ff6600;"><em>Seconda Parte</em></span></p>
<p><a href="http://www.scrivolo.it/2010/10/aurora-457-1/"><em>Qui la Prima parte</em></a></p>
<p>Il ritardo stava diventando davvero preoccupante e, in quel frangente, non avevo davvero voglia di ascoltare sciocchezze: quindi, per evitare che la mia compagna di sventura mi propinasse la sua barzelletta  stantia, risposi subito:</p>
<p>“Sì, certo che la conosco &#8211; e in effetti non mentivo ma, sul momento, stranamente ricordavo solo il finale della storia &#8211; non è quella che si conclude con l’uomo che dice tra sé ‘erano quarant’anni che volevo dare uno schiaffo a un prete’?” aggiunsi.</p>
<p>“Sì, proprio quella &#8211; disse la sconosciuta &#8211; la prima volta che mio fratello me la raccontò mi fece tanto ridere, ma ora non riesco a rammentare la parte centrale della barzelletta.”</p>
<p>“Neppure io &#8211; aggiunsi stupita &#8211; eppure sono certa di conoscerla…forse è un’amnesia causata dallo stress per il guasto.”</p>
<p>“Ammetterà che è un fatto strano” disse la vicina. Mi voltai verso di lei e la osservai nella penombra: era una donna di mezza età, di certo più vecchia di me. Non riuscivo a sbirciare cosa indossasse perché era completamente avvolta nel bel mantello verde scuro però, grazie alle luci di sicurezza del corridoio centrale, potevo vedere distintamente le sue scarpe. Erano molto eleganti…probabilmente di Ferragamo. Io non posso permettermi certe spese, però ogni tanto mi fermo a sognare davanti alle vetrine delle grandi firme e un po’ me ne intendo. Anche il profumo, amaro ma con una base di fiori d’arancio, mi sembrò di lusso. Stavo per chiedermi perché una signora così in tiro non viaggiasse in prima quando mi ricordai che il nostro treno era una “littorina”, aveva solo vagoni di seconda classe.</p>
<p>“Sì, è un caso, una banale coincidenza, la memoria a volte si prende gioco di noi” risposi.</p>
<p>“Lei mi delude, cara signora: legge libri gialli e crede alle banali coincidenze!” esclamò con tono ironico la sconosciuta.</p>
<p>“Non saprei che altra espressione usare…’fortuita combinazione’ le sembra più appropriata?” replicai un po’ infastidita dall’osservazione della mia interlocutrice .</p>
<p>“Per me è un messaggio dall’aldilà” fu la sibillina risposta della misteriosa signora.</p>
<p>“Ecco &#8211; mi dissi &#8211; gratta via l’ironia snob e trovi qualche turba mentale. Speriamo almeno che non sia una pazza pericolosa. Non bastavano il claustrofobico e il cannaiolo con la sua erba dolciastra, ora abbiamo anche la <em>medium</em>.”</p>
<p>“L’ho turbata?” chiese la vicina con tono più gentile. Aveva compreso al volo il significato del mio silenzio.</p>
<p>Proprio in quel momento passò sull’altro binario a gran velocità un treno pieno di luci, vagon-lit, con ristorante… di certo era diretto a Parigi. Sobbalzai per lo spavento prodotto da quel rumore improvviso, amplificato dal rimbombo del tunnel. La signora trovò comica la mia reazione: non potevo vedere la sua bocca ma percepivo che stava trattenendo a fatica una risata.</p>
<p>“Altro che amante del thriller! Lei, mia cara, si spaventa se cade una foglia! &#8211; disse la mia compagna di viaggio con voce divertita &#8211; Chi sa cosa farebbe se ora  scoprisse di essere seduta accanto ad un’assassina!?”</p>
<p>“Non sono affatto paurosa però non sopporto i rumori improvvisi &#8211; dissi per giustificare il mio atteggiamento &#8211; è un intolleranza comune a molte persone!  Quanto agli assassini non mi spaventano: nei libri gialli dei miei autori preferiti i colpevoli sono sempre persone in apparenza normali e, se questi racconti rispecchiano la realtà, chi sa quante volte mi sarà gia capitato di stare sul tram, al cinema o dal dottore, seduta accanto ad un killer. E poi chiunque potenzialmente è un omicida, dipende dalla situazione.”</p>
<p>La signora parve all’improvviso disinteressarsi dell’argomento assassini e tornò alla questione della barzelletta.</p>
<p><span id="more-2124"></span></p>
<p>“Cosa le stavo dicendo poco fa…ah sì,  le ho raccontato che Marco, mio fratello, conosceva quella storiella del vagone. Eravamo un gruppo di amici, adolescenti tra i dodici ed i diciotto anni, figli di persone che villeggiavano nei dintorni. Passavamo gran parte della giornata nel nostro “campo base”, una spiaggia di ghiaia qui vicino, tra le ultime due gallerie, ascoltando musica, Beatles, Rolling Stones, i primi cantautori, e giocando a carte o a dama… facevamo lunghe nuotate, mi ricordo che portavo un bikini mozza fiato e avevo dovuto discutere a lungo con mio padre per ottenere il permesso di metterlo. La mamma invece, quando ero con Marco, non si preoccupava di nulla. Mio fratello era il più grande del gruppo e ci teneva tutti a bada: credo che ricevesse da mio padre una paghetta extra per questo servizio di custodia, ma lo avrebbe fatto anche gratis, non gli piacevano le esagerazioni o i comportamenti incoscienti e aveva il carisma del capo. Insomma Marco raccontò la barzelletta del vagone e tutti risero. Dopo pochi minuti un treno si fermò in cima alla piccola scarpata che sovrastava la nostra spiaggetta di rocce e ghiaia. Era stato parcheggiato su un binario morto per dare la precedenza ad un rapido. Neanche a farlo a posta un prete, tutto sudato, si affacciò al finestrino asciugandosi la faccia con un fazzoletto. A quel tempo i sacerdoti portavano ancora la tonaca e il poveretto doveva davvero soffrire un gran caldo. Naturalmente la sua comparsa suscitò un uragano di risate, ma per via della coincidenza con la barzelletta, non per mancanza di rispetto.  Il prete parve stupito, Marco cercò di zittirci mollando anche qualche scappellotto, poi prese una conchiglia e una delle bottigliette di gazzosa che tenevamo in fresco in una piccola ghiacciaia sotto l’ombrellone e risalì la scarpata. Si avvicinò al finestrino del prete e disse qualcosa, probabilmente si scusava per il nostro comportamento. Il prete sorrise, prese la gazzosa e la conchiglia, poi cercò qualcosa  nello scompartimento e lo diede a mio fratello. Quando scese Marco non volle mostrarci cos’era. Intanto il treno aveva ripreso il suo viaggio.</p>
<p>‘Se sono soldi dividiamo’ disse quello stupido di Franzi, solo a uno sciocco come lui poteva venire in mente che mio fratello prendesse denaro da un sacerdote in cambio di una miserabile gazzosa. Marco si arrabbiò di brutto con Franzi e ci costrinse a tornare tutti a casa senza fare il bagno. La barca era sua e da quella spiaggia allontanarsi via terra era un’impresa. Pensare che Franzi ora è CEO di una delle più quotate banche brasiliane!.”</p>
<p>“E cosa gli aveva dato il prete?” chiesi, incuriosita.</p>
<p>“Ma cosa vuole che diano i preti! Santini con preghiere, ovvio. Uno  con l’immagine di San Marco e uno con la Madonna di Fatima, bagnato nella vasca della grotta, da portare alla mamma che l’aveva così ben educato, aveva detto il ‘don’. Mia madre andò in un brodo di giuggiole quando sentì tutta la storia e conservò quel santino come fosse una preziosa reliquia, fino alla morte.”</p>
<p>“In effetti suo fratello aveva fatto un bel gesto &#8211; osservai &#8211; non era certo il genere di giovanotto strafottente e presuntuoso che andava di moda ai tempi della <em>dolce vita</em>”</p>
<p>“Sì, un ragazzo d’oro, sensibile, intelligente, serio…e chi lo nega! Io però venni messa in punizione due giorni perché avevo riso del tonacone. Mi creda, è la maledizione di quel prete che ci ha fatto dimenticare la barzelletta!”  disse la mia vicina con aria convinta. Di nuovo mi sembrò molto strana.</p>
<p>“Venivate spesso in vacanza da queste parti” chiesi, tanto per cambiare discorso. La domanda comunque non era fatta a caso: quella località balneare negli anni Sessanta, era di gran moda, ospitava celebri attori, cantanti, milionari, e spesso mi ero chiesta, guardando dai finestrini del treno, come si viveva lì ai tempi d’oro.</p>
<p>“Tutti gli anni da giugno ai primi di settembre  - rispose la misteriosa viaggiatrice &#8211; mio padre, quando ancora pochi frequentavano questa zona della costa, aveva comprato molti appezzamenti di terreno e riadattato a casa di villeggiatura una vecchia caserma della dogana a strapiombo sul mare. Il posto gli piaceva perché era un’oasi di pace, lontana dalla volgarità del turismo di massa…poi decise di trasformare il suo piccolo paradiso terrestre in un centro turistico esclusivo e, nel giro di pochi anni, tra le pinete e gli scogli spuntarono come funghi ville, alberghi, piscine, locali notturni… nel frattempo la piccola ditta di costruzioni che il babbo aveva ereditato era diventata un’impresa con trecento dipendenti. Devo ammettere che il mio vecchio era bravo a scovare nuove località turistiche da ‘cementificare’: negli anni Settanta spostò la sua attività in Sardegna, aveva compreso che quello era il nuovo Eden da distruggere. A parte tutto un grande lavoratore e una persona di principi, insomma un uomo all’antica, non un ‘palazzinaro’.”</p>
<p>“La sua deve essere stata una bella giovinezza.”</p>
<p>“Perché avevo i ‘dané’?! Com’è banale, banale e ingenua mia cara signora!”</p>
<p>“Beh, non aveva solo i soldi, ma anche una bella famiglia, un padre con solidi principi, una madre devota e un fratello ammirevole!”</p>
<p>“Ammirevole è un aggettivo limitato se riferito a Marco: intelligente, studioso, ubbidiente, educato, allegro, un fratello così non l’augurerei al mio peggior nemico! Ed era pure bello come un attore americano”</p>
<p>Mi venne da ridere…</p>
<p>“Ma che dice! &#8211; esclamai &#8211; se avesse conosciuto il mio…non parlerebbe così. Egoista inveterato, il primo ad essere servito a tavola, patente e machina a diciotto anni…per lui i miei stravedevano però il loro beniamino, diversamente da suo fratello, era duro come le pigne, insensibile e ingenuo come un pollo: a vent’anni si è fatto mettere di mezzo dalla prima che ha incontrato e non ha neppure concluso gli studi.”</p>
<p>“Con un fratello come il suo almeno avrei avuto qualche possibilità di farmi apprezzare… scommetto che poi, in famiglia, lei è stata rivalutata!”</p>
<p>“In effetti è andata così, ma solo da vecchi i miei genitori si sono resi conto di non avere agito nel modo più giusto con me.”</p>
<p>“Io, per non sentirmi invisibile, facevo cose davvero stupide: con Franzi e altri due o tre ragazzini senza sale in zucca giocavamo a chi resisteva di più sulle rotaie prima dell’arrivo del treno, oppure facevamo i falsi affogati. E se qualche treno rimaneva fermo all’aperto fingevamo di essere volontari della Crocerossa: risalivamo le scarpate e portavamo bibite, conchiglie e sassi colorati raccolti sulla spiaggia ai viaggiatori che si sporgevano dai finestrini: in cambio però dovevano gridare “acqua, acqua” come fossero prigionieri dei nazisti.</p>
<p>Mio padre, passando per la stazione di Bologna poco dopo l’8 settembre aveva davvero incrociato i primi treni merci carichi di militari diretti verso i campi di prigionia e quel grido “acqua”, “acqua” lo aveva perseguitato per anni. Era un episodio che a volte ricordava e, dopo tanti anni, ancora con gli occhi lucidi.</p>
<p>Quando Marco scoprì per caso che giocavamo ai ‘deportati’ andò su tutte le furie, ci ricoprì d’insulti e poi riferì ogni cosa al babbo. Rimasi chiusa nella mia camera, in punizione, per una settimana ‘perché il gioco era irrispettoso nei confronti delle vittime del nazismo’, disse mio padre, ma anche perché non si doveva ostentare il proprio benessere regalando gazzosa come fosse acqua di rubinetto.”</p>
<p>“Però suo fratello aveva ragione, era davvero un divertimento stupido &#8211; osservai &#8211; e quanto ai timori di suo padre il dopoguerra era ancora nell’aria e la ricchezza si associava ancora, nella mentalità comune, all’idea di ingiustizia sociale e di sfruttamento. Oggi invece chi è al volante  di una Ferrari suscita solo desiderio di emulazione, tifiamo per lui perché ha raggiunto il successo e non ci domandiamo come. Milioni di persone tutte le settimane giocano alla lotteria sperando che dal cielo piova sulla loro testa una fortuna, senza alcun merito o sforzo. Non il denaro che si guadagna lavorando, ma il denaro ‘facile’ è diventato il metro di tutte le cose, ha soppiantato ideologie e religione.”</p>
<p>“Anche mio fratello la pensava come lei: disapprovava il modello di vita ‘americano’ basato sul successo, diceva sempre che il valore di un individuo non dipende dal conto in banca, ma forse parlava così perché anche senza una famiglia ricca alle spalle, avrebbe sfondato ugualmente nella vita grazie alla sua intelligenza. Io invece a scuola andavo malissimo. Non mi mancavano le capacità e credo che impegnandomi un po’ avrei potuto raggiungere buoni risultati, ma con le mie pessime pagelle, le assenze ingiustificate, le rispostacce ai professori pensavo di attirare su di me l’attenzione dei miei genitori: se non altro il babbo tutti i mesi doveva andare dal preside a sentire una ramanzina su quella figlia così scriteriata, tanto diversa dal fratello. Sì, mio fratello era davvero troppo per me: ovunque andavamo era lui il preferito, la star, il primo della classe.  Dai nonni, dagli zii, dalle cugine, dagli amici di famiglia, a scuola, in palestra o in discoteca.  Persino le compagne di classe cercavano di fare amicizia con me solo per poter avvicinare Marco. Una volta, avevo più o meno quindici anni, sono scappata di casa per ‘diventare un’artista’ come Brigit Bardot, Veruska o Patty Pravo: cantante, modella o un’attrice, per me una carriera valeva l’altra, tanto non avevo doti particolari per emergere in nessun campo. La polizia mi ripresero alla stazione centrale il giorno stesso. Mio padre, quella volta, non mi punì. Forse temeva gesti ancora più inconsulti e fu molto conciliante, mi promise che, dopo il liceo, mi avrebbe aiutata ad entrare nel mondo dello spettacolo, visto che desideravo tanto essere sempre al centro dell’attenzione. Io però volevo diventare qualcuno subito, partecipare a Miss Italia, fare cinema senza frequentare l’Accademia, presentarmi a Castrocaro. I miei provarono a farmi studiare canto, ma ero negata. E quanto alla bellezza è un dono di natura che i soldi non possono comprare.”</p>
<p>“E suo fratello ? che faceva intanto l’essere perfettissimo”</p>
<p>“Vedo che ha compreso il nocciolo del mio problema: mentre io mi dimostravo inetta a percorrere tutte le strade che intraprendevo lui ovviamente mieteva continui successi. Dopo il liceo avrebbe voluto frequentare Architettura ma si iscrisse a ingegneria civile come sperava papà: ovviamente si laureò nei cinque anni previsti dal corso di studi ed entrò subito nell’impresa di famiglia”.</p>
<p>“Immagino che i suoi fallimenti fossero ancora più amari da digerire all’ombra del Palmares fraterno”</p>
<p>“Beh, crescendo avevo capito qual’era il punto debole di ‘Sua Eccellenza’: come quasi tutti gli uomini quando era innamorato diveniva meno perspicace e se giocavo in attacco, senza scoprirmi, potevo anche togliermi la soddisfazione di batterlo. Il primo anno d’Università, dopo qualche insignificante flirt, Marco s’invaghì di Fiorella. Fiorella era la mia compagna di banco e amica del cuore fin dalle elementari, non sopportavo l’idea che si accaparrasse anche lei! Così quando Marco accompagnò nostro padre a visitare una fiera di materiali edili in Germania, rovistai a fondo nella sua stanza e alla fine spuntò fuori un pacchetto di lettere della fidanzatina. La corrispondenza, come d’obbligo in questi casi, era noiosa e sdolcinata ma, leggendo tra le righe, si comprendeva che la relazione si trovava ancora ad uno stadio semiplatonico. Fiorella del resto aveva solo sedici anni, come me, e mio fratello era un ragazzo con la testa sulle spalle. Il giorno dopo, con le lacrime agli occhi, dissi alla mia amica che dovevo confidarle un terribile segreto: ‘Mio fratello &#8211; mormorai piangendo &#8211; non potrà mai renderti felice, ho scoperto che è omosessuale.’ Lei non voleva credermi e allora le raccontai di averlo sorpreso, alla fine di agosto, in una cabina con un altro ragazzo mentre facevano ‘non so bene cosa’ senza costume da bagno e, per rafforzare la mia storia, le mostrai una foto in cui Marco era ritratto nella piscina del CUS con un compagno d’Università, ovviamente un semplice amico. “Vedi, è lui, quello della cabina. L’ho trovata sotto il materasso del letto di Marco, la tiene lì. Se fosse una foto innocente perché nasconderla?”. La mia logica schiacciante colpì l’ingenua Fiorella e tanto bastò per farla cadere in trappola. Aggiunsi che Marco mi aveva fatto giurare di non svelare mai il suo segreto, minacciando in caso contrario di suicidarsi. Poi mi abbandonai a qualche infiorettatura che mi veniva così, sul momento: Fiorella si bevve tutte le mie bugie, persino che quando la baciava lui pensava all’altro, e dopo una settimana scrisse a Marco che era troppo giovane  per impegnarsi in una relazione seria e perciò preferiva troncare subito la loro relazione.</p>
<p>Poi chiese ai genitori di iscriverla per un semestre in un <em>college</em> in Inghilterra, al ritorno tentò senza successo di recuperare l’anno come privatista, rimase in seconda mentre io, nonostante le quattro materie a settembre, passai in terza. Non eravamo più nella stessa classe, ci vedevamo di rado e lei sembrava desiderosa di evitare la mia compagnia: in fondo la capivo, io sapevo come era stata ingannata da Marco. Così persi la mia migliore amica, ma anche Marco era stato sconfitto.”</p>
<p>“Se però riflette sui fatti accaduti mi sembra che il male maggiore sia stato inflitto alla ragazza, dopo tutto suo fratello riteneva di essere stato lasciato per motivi comprensibili.”</p>
<p>“Già, Fiorella ha di certo sofferto più di Marco, però se lo meritava, anche lei aveva preferito mio fratello.”</p>
<p>“Certo starle vicino non deve essere facile: teme sempre il tradimento, neanche fosse alla corte del Valentino!”</p>
<p>“Lei parla come se in vita sua non avese mai desiderato vendicarsi, ribellarsi, punire qualcuno. Magari non è il tipo che poi passa all’azione, ma il pensiero è difficile da reprimere…”</p>
<p>“Non pretendo di essere un angelo, in gioventù anch’io mi sono fatta del male, mi atteggiavo a hippy, ero una rivoluzionaria. Che sciocchezze! se li ricorderà anche lei i figli dei fiori, libero amore, abbasso la guerra, un maggiolone per girare l’Europa, e magari anche francobolli di LSD per farsi spedire in cielo a vedere i diamanti… La generazione che è stata giovane negli anni Sessanta e Settanta ha fatto un gran fumo, ma l’arrosto se lo sono mangiati gli altri.”</p>
<p>“Francamente non riesco a immaginarla ad un concerto rock in topless  a farsi una canna.”</p>
<p>“Si vede che ha poca fantasia, anch’io sono stata giovane. E’ una specie di follia transitoria e a volte mi chiedo se davvero ho fatto o detto o pensato certe cose. Però non ero cattiva, se ho sbagliato è stato per inesperienza, lei invece aveva delle strategie malvagie, forse in casa sua sono stati troppo tolleranti, se fosse stata mia figlia l’avrei portata da uno psichiatra fin dai tempi del gioco dei deportati”</p>
<p>“I miei genitori, poverini, non erano tolleranti, semplicemente non conoscevano la loro figlia: pensavano ‘Marga ha un carattere ribelle, lasciamola sfogare, quando si stuferà di fare follie tornerà normale, si innamorerà, metterà su famiglia e chili, sfornerà nipotini per allietare la nostra vecchiaia’. Non pretendevano altro da me, non dovevo fare nulla di eccezionale per renderli felici, solo essere come tutte le altre ragazze. Così io mi sentivo sempre più una stellina invisibile, oscurata dal sole Marco. Ma lo sa che quando le stelle si spengono dalla terra continuiamo a vederle brillare? Noi le guardiamo e loro intanto sono già morte. Che crudele inganno della natura!”</p>
<p>“Per sentirsi meno insignificante di certo avrà escogitato qualche altro inganno ai danni del povero Marco; la vendetta, mi pare di capire, era lo strumento con cui la stellina si opponeva alla forza annientatrice del sole.”</p>
<p>“Proprio così! L’occasione per riequilibrare la situazione si presentò un anno dopo la vicenda di Fiorella. Marco si fidanzò con Flora, una collega d’Università studentessa di archeologia. Erano coetanei e già avevano superato tutti gli stadi platonici. Addirittura progettavano di sposarsi appena finiti gli studi.</p>
<p>Con Flora c’era poco da scherzare, era una donna fatta, però anche lei aveva un punto debole: la gelosia. Da ragazzina, al tempo delle maggiorate, gli amici mi prendevano in giro con soprannomi come “tavola” o “Surf” ma quando, alla fine degli anni sessanta, i canoni della bellezza femminile si capovolsero il mio fisico longilineo e senza curve divenne di moda, così appena diplomata, invece di iscrivermi all’università, iniziai a posare per servizi di moda. Con un abile trucco anche il mio viso spigoloso appariva interessante. Grazie a quel lavoro entrai in contatto con il bizzarro ambiente dei fotografi e ben presto strinsi un’affettuosa amicizia con un certo Ed Collier. Eddy era abile nel ritocco e nel fotomontaggio: per lui non fu difficile trasformare una foto di Marco abbracciato a nostra cugina Martina da innocente scatto familiare in prova di tradimento. Misi la foto come segnalibro in un romanzo che tutti all’epoca leggevano, “Il giovane Holden”, e posai il volume sul comodino di Marco. Avevo notato che Flora non sapeva resistere alla curiosità di sfogliare un libro fuori posto. Così, mentre Marco in bagno si preparava per andare in discoteca, la gelosissima fidanzata scoprì di essere cornuta. Incassò il colpo in silenzio ed uscì con mio fratello come se nulla fosse accaduto. Io feci sparire la foto e rimisi il libro al suo posto nello scaffale di Marco. Nei giorni successivi la tensione tra i due innamorati giunse alle stelle e alla fine Flora scoppiò, prese dalla libreria il volume galeotto, certa di poter mostrare al fedifrago la prova innegabile della sua colpa, ma non trovò nulla. Marco si irritò molto per quella scena di gelosia paranoica.</p>
<p>La domenica successiva la mamma aveva organizzato un pranzo in famiglia per presentare Flora ai parenti. Ovviamente vennero anche gli zii con Martina e quando i due cugini, cresciuti quasi come fratelli si scambiarono un affettuoso abbraccio Flora esplose avventandosi contro Martina al grido, tutto siculo perché appunto dalla Trinacria proveniva, di “Bottana!”. Marco rimase di stucco, i parenti si offesero e il fidanzamento venne rotto. Ancora dopo anni la mamma, laureata in lettere, riferendosi a Flora, la definiva “l’Erinni”.</p>
<p>“Comincio a pensare che suo fratello sia rimasto celibe!” dissi stupita dalla sottile ferocia  della mia vicina di posto.</p>
<p>“No, si sbaglia: alla fine si presentò a casa con una ragazza incinta e, allora non ci fu nulla da fare. Però non era davvero innamorato di lei, l’aveva conosciuta in discoteca, un flirt superficiale e poi subito il patatrac, dopo appena tre mesi.</p>
<p>Gina lavorava come commessa alla Rinascente e indubbiamente aveva molte doti: era una bella ragazza, simpatica, vivace e molto generosa con gli uomini. Marco stava nel gruppo dei tanti che la frequentavano, ma lei sapeva che, a parte i quattrini di famiglia, era l’unico che non l’avrebbe abbandonata al suo destino. Così mio fratello venne eletto padre e, dopo sei mesi, nacque la piccola Camilla, consolazione dei nonni e un po’ anche della zia, che aveva raccolto le confidenze della cognata riguardo all’incerta paternità. All’epoca il test del DNA non esisteva. I miei avrebbero voluto liquidare Gina con una grossa somma e tenersi la piccola, ma Marco volle sposare ad ogni costo la madre di sua figlia. Io ovviamente lo appoggiai e alla fine i nostri genitori furono costretti a cedere”</p>
<p>“Magari è stato un matrimonio felice…a volte si parte da un grande amore e si finisce a schiaffi in faccia…e corna in testa” dissi pensando a certe vicende della mia vita.</p>
<p>“Si, Gina è stata una sposa impeccabile e Camilla una figlia stranamente simile al padre, generosa, buona, intelligente. A volte mia madre le diceva ‘Magari fosse stata come te quel serpente di tua zia Marga!’. In effetti era una brava bambina, non mi somigliava affatto.”</p>
<p>“Mi pare che serpente sia proprio una definizione che le sta a pennello”</p>
<p>“Si, mia madre però lo diceva scherzando” aggiunse la misteriosa vicina. Sentii di nuovo che tratteneva il riso.</p>
<p>“Deve raccontarmi qualcosa di divertente &#8211; chiesi incuriosita &#8211; magari una vendetta realizzata …perché, a ben guardare, mi pare che il suo piano per rovinare la  vita di Marco sia miseramente  fallito. Direi addirittura che la vera vittima di tutte queste  macchinazioni sia proprio lei, rimasta sola e scornata .”</p>
<p>“Si sbaglia, in famiglia mi trattavano tutti con affetto: Gina si era affezionata a me perché sentiva che anch’io, come lei, ero una ‘seconda scelta’, mio fratello mi confidava i suoi problemi sentimentali perché, dopo essersi assunto tutta la responsabilità dei suoi atti  come padre verso Camilla e come uomo nei confronti di Gina, aveva ancora un cuore pieno d’amore e lo riversava a caso su giovani segretarie, amicizie occasionali, baby-sitter. Si vergognava di non essere più il Marco di un tempo ma non sapeva resistere al richiamo di Eros. In conclusione ero diventata la buona Marga, la spalla su cui piangere, la zia un po’ bizzarra, la figlia nubile che riversa le sue attenzioni sui parenti non avendo una famiglia propria.”</p>
<p>“Immagino si divertisse a recitare la parte ma non doveva essere facile mostrare sentimenti così diversi da quelli che realmente provava. Quanto a Marco può capitare a chiunque di avere le idee confuse, soprattutto se c’è qualcuno che ti incoraggia a proseguire sulla strada sbagliata!”</p>
<p>“Perché sbagliata? Anch’io ho avuto molte relazioni! dare poco a tanti o tutto a uno è la stessa cosa, in definitiva.”</p>
<p>“Forse per chi dà…-  replicai &#8211; ma suo fratello non era certo tagliato per fare il dongiovanni.”</p>
<p>“Però nei guai si è messo da solo! E poi avrebbe dovuto seguire i consigli dei nostri genitori, come aveva fatto in tante altre occasioni: aiutare Gina economicamente ma senza rovinarsi la vita sposandola. Ha esagerato in generosità e si sa che il meglio è nemico del bene.”</p>
<p><strong><span style="color: #ff9900;"><em><a href="http://www.scrivolo.it/2010/11/aurora-457-3/">Continua&#8230;</a></em></span></strong></p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
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		<title>Aurora 457 &#8211; 1</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Oct 2010 06:37:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gialli]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Sconosciuti]]></category>
		<category><![CDATA[treno]]></category>
		<category><![CDATA[viaggio]]></category>

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		<description><![CDATA[Prima Parte Questa storia non mi riguarda. Parla di esistenze casualmente inciampate nel mio presente e di vicende [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/10/aurora-457-1/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton2098" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FKO0pi&amp;via=scrivolo&amp;text=Aurora%20457%20%26%238211%3B%201&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F10%2Faurora-457-1%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/10/tunnel-ferrovia.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2099" title="Tunnel ferrovia" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/10/tunnel-ferrovia.jpg" alt="" width="600" height="400" /></a><br />
<span style="color: #ff6600;"><em>Prima Parte</em></span></p>
<p>Questa storia non mi riguarda. Parla di esistenze casualmente inciampate nel mio presente e di vicende accadute ad estranei senza volto, nomi e destini terreni che ignorerei se il tram che venerdì scorso doveva portarmi alla stazione fosse arrivato con un minuto di ritardo e avessi perso, come altri venerdì, l’interregionale delle 18,30.</p>
<p>-</p>
<p>Se ora conosco fin troppo bene la vita  di Marco e Margherita Pontirelli è perché quel giorno, per l’appunto, tutto filò stranamente liscio.</p>
<p>Quando varcai l’ingresso della stazione vidi il mio treno ancora fermo al binario sette. Aveva le porte aperte, come se la partenza non fosse imminente:</p>
<p>“Almeno questa volta non mi tocca correre a perdifiato” pensai rincuorata.</p>
<p>Con calma raggiunsi l’ultimo vagone del convoglio e salii proprio un attimo prima che le porte automatiche si chiudessero.</p>
<p>Ormai ho una certa età e più di un acciacco, ma il pensiero di perdere un mezzo di trasporto, quale che sia, mi fa correre come un leprotto. Il fatto è che odio aspettare la prossima corsa del tram o il treno successivo, non sopporto di sprecare il mio tempo sgomitando tra la folla raccolta alle fermate dell’autobus e trovo deprimente  passare ore sulle funeree panchine di marmo che fiancheggiano i binari, tra barboni olezzanti e ragazzini chiassosi. Mi pare di essere già al camposanto.</p>
<p>Senza contare che spesso questi moderni mezzi pubblici si fanno attendere e desiderare come belle dame, ma poi ci trasportano ad una velocità media che non supera il passo del bue, la passeggiata di quattro o cinque chilometri  che si fa senza sforzo in un’ora: sono convinta che in città converrebbe spostarsi a piedi, però dopo una giornata di lavoro trascorsa lottando contro computer capricciosi e colleghi bizzosi, non ho abbastanza lucidità per agire razionalmente e così mi ammasso come tutti alla fermata, sperando che il mio bus prima o poi si materializzi.</p>
<p>Sembriamo un gregge di pecore in mezzo ad un campo d’estate, con la differenza che, il più delle volte, dobbiamo proteggerci non dal sole ma dalla pioggia.</p>
<p>Qualcuno, esasperato, ogni tanto osa protestare per il disservizio…</p>
<p>“E’ il traffico” replicano autorevoli come Pitonesse autisti e controllori, quasi si trattasse di una maledizione divina o di un terremoto. Eppure noi vagabondi delle linee urbane non ci spostiamo a caso in città: accompagnati da un corteggio di auto mono passeggero, andiamo o torniamo da scuole, uffici, negozi seguendo orari e direzioni prevedibili: per le autorità gestire questi flussi  in modo razionale dovrebbe essere semplice, ma forse chi ci governa, vedendo con quale stoica rassegnazione subiamo il nostro fato, non  intende turbare l’equilibrio cosmico.</p>
<p>Dal punto di vista dei trasporti il venerdì è per me il giorno più critico: non vado a dormire nella cameretta che ho affittato anni fa da un’anziana signora, la vedova Cavallari, ma torno a casa per trascorrere il week-end in famiglia. Quindi, uscita dall’Ufficio aspetto con particolare impazienza il bus che dovrebbe portami alla stazione in tempo per prendere il treno che, dopo quattro ore, mi sbarcherà nella mia città natale.</p>
<p>La coincidenza mi angoscia e, mentre cammino su e giù per sfogare l’ansia, a volte mi capita di vedere un’ombra che dondola, appeso al pennone, anzi al lampione, più alto…immagino sia il colpevole delle mie sofferenze di viaggiatore, il responsabile dei ritardi, delle lunghe attese, dei vagoni sporchi però so bene che si tratta solo di un innocuo bandone pubblicitario agitato dal vento…</p>
<p>Ma torniamo al treno in partenza dal binario sette lo scorso venerdì.</p>
<p><span id="more-2098"></span></p>
<p>Il vagone in cui ero entrata sembrava abbastanza affollato, ma i posti a sedere non mancavano: ne scelsi uno adatto ai miei gusti. Non mi interessa stare accanto al finestrino o sedermi orientato nel senso di marcia, per me l’importante è che il sedile accanto sia vuoto, in modo che possa tenere vicino borsa, giaccone, e portatile senza infastidire nessuno.</p>
<p>Anche quel venerdì riuscii a sistemarmi al meglio ma, all’ultima fermata urbana, non lontano dall’Ospedale, salì sul vagone una signora di mezza età che si fermò nel corridoio proprio accanto a me. Immobile, silenziosa, chiaramente aspirava a impossessarsi del mio “secondo” posto.</p>
<p>“E’ libero, scusi?” chiese dopo qualche secondo. Sbuffando posai il libro sul bracciolo e, senza parlare ma mostrandomi palesemente infastidita, misi il mio bagaglio nella retina, tenendo con me solo la borsa. Non guardai neppure in faccia l’importuna viaggiatrice, una donna alta e magra, con un mantello di loden orlato di volpe, e ripresi a leggere il mio giallo.</p>
<p>Non alzai la testa per almeno un’ora: ignorare la mia vicina era un modo per  protestare contro  la sua importuna invasione. Dopo tutto c’erano altri posti vuoti! Ma non spettava a me spostarmi, significava dargliela vinta!</p>
<p>La noia di vedere sempre gli stessi paesaggi, le stesse case, gli stessi campi, la necessità di non addormentarsi per non mancare la fermata giusta e, soprattutto, il desiderio di evitare conversazioni banali. spesso fanno del così detto pendolare un lettore coatto. Certo oggi esistono anche comode cuffiette per gli mp3 player ma, a meno di non limitarsi a brani di musica da camera, si finisce inevitabilmente per canticchiare o agitarsi seguendo il ritmo, specie se si è  nati alla metà del secolo passato e si ascoltano rock, disco e pop. Un comportamento del genere in pubblico non mi pare decoroso per una donna della mia età e poi, a dirla tutta, quelle “redini” da ciuco penzolanti ai lati della testa non sono affatto eleganti. Così, per evitare il ridicolo, mi limito a leggere, di solito gialli  di autori consacrati, Ellery Queen, Agatha Christie  o Georges Simenon.</p>
<p>Alla quarta fermata già il vagone cominciò a svuotarsi e al capoluogo successivo i viaggiatori scesero in massa. Il convoglio fece una sosta più lunga del previsto e ripartì con in forte ritardo. Problemi tecnici, spiegò il controllore.</p>
<p>Fuori dal finestrino era già buio pesto e si dovevano ancora superare le gallerie a strapiombo sul mare, una tratta tanto bella d’estate al tramonto quanto deprimente con il buio nelle serate autunnali.</p>
<p>Mentre il treno si trovava a metà del tunnel più lungo all’improvviso si fermò e, dopo qualche secondo, le luci si spensero. Il buio, il timore di uno scontro con un altro treno o di un incendio a bordo e la consapevolezza di essere bloccati dentro un tubo di cemento lungo centinaia di metri misero in subbuglio i pochi viaggiatori rimasti. I dormienti si svegliarono, i più impauriti cominciarono a spostarsi alla cieca. La signora accanto a me rimase immobile e tranquilla, ma dal respiro sentivo che era sveglia.   Per fortuna entrarono subito in funzione le luci di sicurezza e il controllore attraversò velocemente tutti i vagoni informando i viaggiatori che si trattava solo di un banale guasto alla linea elettrica, niente di preoccupante. Fuori intanto si era scatenato un temporale coi fiocchi  e il vento trascinava aria fredda e umida nel tunnel.</p>
<p>“Possiamo scendere?- chiese un signore che sedeva accanto alla porta di uscita &#8211; negli spazi chiusi mi sento soffocare e preferirei aspettare all’aperto la fine dell’emergenza.”</p>
<p>“Mi dispiace, signore &#8211; rispose il controllore &#8211; è vietato scendere. Comunque, a parte il pericolo di essere risucchiato dai treni dell’altro binario, non interessato dal guasto, dovrebbe fare parecchie centinaia di metri prima di uscire dalla galleria e poi si troverebbe in una zona scoscesa, a picco sul mare, al buio in mezzo a una bufera.”</p>
<p>“Beh, allora per un po’ cercherò di resistere” rispose il passeggero claustrofobico “Vuole le mie cuffiette, per distrarsi &#8211; disse un ragazzo che non sembrava preoccupato dal contrattempo &#8211; la sintonizzo su un radiogiornale così ascolta un po’ di vere disgrazie e magari dopo ci racconta le previsioni del tempo.”</p>
<p>“Sì grazie &#8211; rispose l’uomo -  davvero gentile, così almeno penso ad altro.”</p>
<p>“A parte tutto, Capo &#8211; disse il giovanotto, dopo che ebbe aiutato il signore ad indossare le cuffiette &#8211; non ci sarà mica il rischio, per così dire, di essere inculati da qualche locale a gasolio?”</p>
<p>“Ma che vai a pensare!- replicò il controllore allontanandosi &#8211; non siamo mica nell’Ottocento! ci sono sistemi di sicurezza che mantengono rosso il semaforo all’imboccatura del tunnel fino a quando non siamo passati dalla prossima stazione.”</p>
<p>Neanche lui però sembrava convinto di quello che diceva: qualche volta, d’estate, aveva preso servizio montando alla stazioncina  al termine delle gallerie e conosceva bene il Capo Laiola. Quello, all’ora di cena, aveva il televisore al massimo e il fiasco del vino al minimo. Controllava i binari con la coda dell’occhio e poteva benissimo scambiare un carro soccorso o un camion sulla statale per un treno, magari aveva pure disattivato i segnalatori automatici per non essere disturbato durante il quizzone. Un altro ferroviere, al suo posto, sarebbe già entrato in galleria per rendersi conto di persona della situazione o, almeno, avrebbe chiesto un mezzo per ispezionare il tunnel e portare il convoglio fino alla stazione. Ma sul capostazione Laiola non si poteva contare.</p>
<p>Il giovanotto notò che il controllore era scuro in volto ma, a forza di brucare erba, era diventato un fatalista: se il destino voleva che crepasse dentro quel tunnel era inutile agitarsi. Si alzò per andare alla toilette: alla seconda canna già si sentiva in armonia con il mondo intero e pronto ad accettare il suo karma a gasolio!</p>
<p>Per risparmiare corrente il macchinista lasciò in funzione solo le luci di sicurezza più basse, così i viaggiatori non sarebbero inciampati se volevano spostarsi o andare alla toilette.</p>
<p>“Conosce la storiella del prete, della bella ragazza, del giovanotto e dell’uomo rimasti al buio nello scompartimento di un treno?” mi chiese all’improvviso la viaggiatrice importuna che, fino a quel momento, non aveva aperto bocca, neanche per chiedere notizie sul guasto.</p>
<p><a href="http://www.scrivolo.it/2010/10/aurora-457-2/"><strong><span style="color: #ff9900;"><em>Continua&#8230;</em></span></strong></a></p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
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		<title>Il portafortuna</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Apr 2010 06:03:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>contributi</dc:creator>
				<category><![CDATA[GioVediamoci]]></category>
		<category><![CDATA[autobus]]></category>
		<category><![CDATA[viaggio]]></category>

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		<description><![CDATA[Un racconto di Bruno Magnolfi Non era affatto difficile addormentarsi su una corriera. Era sufficiente avere una giornata [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/04/il-portafortuna/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton1478" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2Fp2hbs&amp;via=scrivolo&amp;text=Il%20portafortuna&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F04%2Fil-portafortuna%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/04/corriera.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1479" title="corriera" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/04/corriera-300x185.jpg" alt="" width="300" height="185" /></a></p>
<p style="text-align: right; font-style: italic;">Un racconto di <span style="color: #3366ff;"><em><a href="http://www.scrivolo.it/gli-ospiti/bruno-magnolfi">Bruno Magnolfi</a></em></span></p>
<p>Non era affatto difficile addormentarsi su una corriera. Era sufficiente avere una giornata di duro lavoro alle spalle, sedersi là sopra e lasciarsi dondolare dagli scossoni che provocava la strada mentre la campagna scorreva, come in un film. Solo che io non avevo una giornata di lavoro alle spalle: ero salito sopra quel mezzo pubblico per andare a trovare un amico, ma senza neppure sapere se quell’amico abitasse ancora in quella casa di paese di cui lui mi aveva dato l’indirizzo quasi un anno prima, durante l’ultima volta che ci eravamo incontrati, e dove io non ero neanche mai stato. Non conoscevo neppure la sua situazione attuale quale fosse: cosa faceva, con chi abitava, perfino se avesse accettato di ricevermi, e soprattutto se fosse d’accordo ad ospitarmi per almeno una notte, ma se era possibile anche di più. Di fatto non sapevo davvero a quale altra porta bussare, e i miei ultimi soldi li avevo ormai spesi per acquistare il biglietto per quella corriera. Non so perché in quel periodo mi fossi ridotto così, con uno zainetto sopra le spalle che conteneva tutto ciò che mi era rimasto, però insieme a me avevo ancora speranza, ottimismo, voglia di pensare al futuro in modo positivo, nonostante qualsiasi batosta.</p>
<p>Mi ero addormentato mentre pensavo al mio amico, a cosa avrei trovato dietro alla sua espressione sorpresa, come mi avrebbe accolto. A volte a qualcuno gira male la vita, non c’era da farne alcuna meraviglia, e aiutarsi l’un l’altro poteva essere bello, forse per ognuno dei due. Accanto a me si era seduto qualcuno durante una fermata della corriera, ma aveva cercato di non disturbare ed io mentalmente mi ero sentito riconoscente verso quella persona. Pensavo ad occhi chiusi alla gente che se ne tornava in famiglia a quell’ora di sera, a parlare delle cose della giornata, a scambiarsi pareri, a confermare gli affetti che li tenevano assieme. Non provavo vergogna, ma io mi sentivo diverso, era proprio così. Chissà cosa mai potrebbe essere stato per me quel futuro di cui adesso discutevano a voce alta qualche sedile più avanti. Era importante avere coscienza della mia situazione difficile: ma d’ora in poi mi sarei rimboccato le maniche, avrei cercato di costruire qualcosa, con calma, certo, con infinita pazienza. Ma avevo bisogno di una spinta iniziale, di quel piccolo aiuto per poter ripartire.</p>
<p>Quando mi volsi verso quella ragazza lei mi sorrise: aveva appoggiato il suo piccolo bagaglio sopra le gambe, e stava lì, ad osservare distratta tutti e nessuno. “Mi scusi”, le dissi, riferito al fatto che avevo occupato ben più del mio spazio sopra al sedile. “Non si preoccupi…”, rispose; “In questa corriera è sempre così…”. Avrà avuto due, tre anni meno di me, ma pure sfiorandosi, pensavo che la distanza tra noi era enorme, incommensurabile. Guardai di nuovo fuori dal finestrino, “C’è ancora molto per arrivare al paese?…”, chiesi. “No”, mi rispose; “Solo dieci minuti”. La corriera andò avanti seguendo il suo percorso di strade, poi la ragazza mi sfiorò il braccio: “Devo scendere…”, disse; “Arrivederci…”. La guardai per un attimo, come si guarda una persona a cui ci sentiamo legati. “Può darmi un bacio, per favore…”, le chiesi; “Ne ho solo bisogno come di un portafortuna…”. Lei mi sorrise, lasciò trascorrere solo un momento trattenendo immutato quel suo sorriso, poi mi baciò, con tenerezza sincera, chiudendo gli occhi, in un gesto di generosità e di affetto che non dimenticai più, per tutta la vita.</p>
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	<p class="firma-autore">contributi</p>]]></content:encoded>
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		<title>Il mercante babilonese</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jul 2009 19:43:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr J. Iccapot</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[babilonia]]></category>
		<category><![CDATA[mercanti]]></category>
		<category><![CDATA[viaggio]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando Aktur-Gebhal arrivò alla casa di Haddon-Asar, il mercante caldeo, tutto era già pronto per la cena. L’invito [<a href="http://www.scrivolo.it/2009/07/il-mercante-babilonese/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton123" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2F40gF3&amp;via=scrivolo&amp;text=Il%20mercante%20babilonese&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2009%2F07%2Fil-mercante-babilonese%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><img class="aligncenter size-full wp-image-122" title="Ebu-Lantor" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2009/07/ebu1.jpg" alt="Ebu-Lantor" width="550" height="550" /></p>
<p>Quando Aktur-Gebhal arrivò alla casa di Haddon-Asar, il mercante caldeo, tutto era già pronto per la cena. L’invito gli era stato rivolto quando si era saputo della sua decisione di recarsi ad Eridu per contattare direttamente i mercanti di quella città. Voleva avere a Kish quelle merci, preziose e sempre più richieste, che finora si erano potute acquistare solo dai pochi mercanti caldei cittadini che erano gli unici a commerciare con i colleghi della propria razza.</p>
<p>Ad Haddon-Asar il più giovane Aktur-Gebhal era simpatico, aveva avuto occasione di trattare degli affari con lui e ne aveva apprezzato la correttezza e la regolarità nei pagamenti, virtù che, visti i tempi, non erano diffusissime.</p>
<p>Il mercante caldeo, invece di considerare i contatti diretti con i suoi fratelli del Golfo come un pericolo per i suoi affari, aveva gradito l’iniziativa del collega di Kish: era il primo che tentava di stringere rapporti senza intermediari e riteneva il progetto un’occasione politicamente importante.</p>
<p>Il desiderio dei Caldei di espandersi sempre più a Nord, fino alla splendida Babilonia, era noto e temuto: ne potevano nascere terribili fatti di sangue. Haddon-Asar stesso e alcuni, pochi, altri commercianti caldei spintisi fino a Kish, erano ben tollerati dalla popolazione, ma erano anche controllati attentamente dalle autorità. Era dunque un bene che, a dispetto delle stirpi diverse, ci fosse chi pensava che un uomo vale l’altro, che un mercante è sempre un mercante, sia pure caldeo. Si sarebbero potuti creare legami più stretti e i movimenti verso Nord sarebbero diventati più frequenti e pacifici.</p>
<p>Fu con questa serie di considerazioni che Haddon-Asar accolse Aktur-Gebhal nella sua sala da pranzo. La stanza non era molto grande, ma ostentava gli sfarzi dell’ospite. Ben illuminata e riscaldata, c’erano due schiavi a fare il servizio per le portate del cibo e delle bevande; una giovane schiava dai capelli scuri e lucenti, la pelle pallida e gli occhi tagliati all’insù, serviva solo il padrone. Attenta ad ogni suo gesto, gli preparava il cibo nei piatti, tagliandogli i grossi pezzi che arrivavano sui vassoi, mescolandoli con le verdure e le salse che sapeva più di suo gusto; talvolta lo imboccava, e gli porgeva la coppa sempre piena ed i lini per nettare mani e bocca.</p>
<p>Il pranzo fu molto gradevole, abbondante, e si parlò ovviamente di lavoro e del prossimo viaggio. Haddon-Asar cercò di informare sinteticamente il collega sulla visione che della vita e degli altri popoli avevano lui e i suoi fratelli caldei, di quali erano le cose a cui erano più sensibili, quali gli argomenti di conversazione più graditi e quali gli usi e i costumi, dal modo di vestirsi alle abitudini conviviali.</p>
<p>Gli raccontò di come i Caldei tenevano in gran conto molti potenti dei, sotto la cui protezione mettevano ogni aspetto della vita quotidiana, e di come era importante manifestare rispetto per queste divinità il cui culto, insieme alle arti magiche, caratterizzava il suo popolo.</p>
<p>Haddon-Asar gli suggerì anche di prendere una certa confidenza con questo mondo sacro, cercandosi anche, perché no, un particolare dio di cui farsi devoto seguace e sotto la cui protezione mettersi, almeno per il periodo del viaggio.</p>
<p>Il caldeo Cherib-Sennan aveva un fiorente commercio di oggetti preziosi; Aktur-Gebhal si recò da lui qualche giorno dopo la cena: il suggerimento di Haddon-Asar gli era piaciuto; voleva comprare un qualche monile che rappresentasse una divinità caldea, di cui sarebbe diventato fervente adoratore. Spiegò la sua necessità al commerciante di preziosi che, inteso del viaggio che doveva intraprendere, gli mostrò una scatolina con alcuni anelli, dicendogli che rappresentavano il dio Ebu-Lantor, dio dei venti, protettore dei naviganti e dei mercanti, uno degli dèi più importanti tra quelli caldei.</p>
<p>I preziosi che gli mostrò erano molto belli, lavorati finemente, con quella cura che si deve ad oggetti degni di devozione. Alla fine scelse un anello d’oro, con l’immagine del dio su una pietra verde; forse un oggetto un po’ troppo vistoso ma doveva servire proprio allo scopo di mettere in bella evidenza la sua venerazione. Tentò di tirare un po’ sul prezzo ma, quando Cherib-Sennan gli fece osservare che non si può mercanteggiare sull’immagine di un dio, pensò bene, per non far irritare subito il suo potente nuovo protettore, di pagare il dovuto e di ringraziare il mercante per i suggerimenti che gli aveva dato per la scelta del gioiello.</p>
<p>Il viaggio, che intraprese qualche giorno dopo, fu abbastanza lungo: si era spostato con due soli schiavi, ma aveva pianificato le sue tappe con molta attenzione, basandosi anche sulle indicazioni che Haddon-Asar gli aveva dato. Il percorso era agevole, la strada tranquilla, ed in poco più di una settimana arrivarono a Eridu.</p>
<p>Aktur-Gebhal aveva cercato di vestirsi in modo da non sembrare un ‘babilonese’, e si era dato da fare per fissare degli incontri da cui sperava sarebbero nate delle collaborazioni interessanti per il suo lavoro. Notò invece, subito, una malcelata voglia di tenerlo a distanza, di non avere con lui che brevi colloqui, che risultavano in genere poco fruttuosi.</p>
<p>Lo trattavano freddamente, quasi volessero liberarsi il prima possibile della sua presenza; alle cene che aveva organizzato partecipò solo qualche inutile scroccone.</p>
<p>Non riusciva a capacitarsi: aveva fatto il viaggio apposta per stabilire nuovi legami, per far aumentare i suoi guadagni, certo, ma offrendo ai mercanti caldei la possibilità di avere una nuova regione dove far arrivare, ben pagate, le loro merci.</p>
<p>Nelle poche occasioni pubbliche a cui fu invitato, fu sempre tenuto in disparte; qualche breve scambio di battute, in piedi, con, negli occhi dei suoi ospiti, la fretta di allontanarsi da lui.</p>
<p>Vista la situazione poco concludente, decise di tornare a Kish prima del previsto, anche per evitare che l’attività nei suoi magazzini, non seguita personalmente da alcune settimane, potesse creargli delle perdite.</p>
<p>Il viaggio di ritorno fu pessimo: maltrattò i suoi schiavi, fu sempre di malanimo con i compagni di viaggio e nei luoghi di sosta. Arrivato in città, per giorni scaricò il malumore sui suoi collaboratori senza che questo lo ripagasse tuttavia dell’insuccesso dell’impresa su cui aveva contato così tanto.</p>
<p>Haddon-Asar volle rivedere Aktur-Gebhal, qualche giorno dopo, per informarsi sull’esito della missione; Aktur-Gebhal accettò di malavoglia l’incontro. Parlarono del viaggio, degli incontri infruttuosi, dell’atteggiamento quasi ostile che i mercanti caldei gli avevano dimostrato; Haddon-Asar era piuttosto meravigliato nel sentire le descrizioni degli incontri; i suoi concittadini non erano certo persone prevenute contro gli altri popoli, anzi: i contatti con popolazioni diverse erano l’essenza stessa del commercio!</p>
<p>Aktur-Gebhal, amareggiato, raccontò al collega come, dopo il suo suggerimento, avesse anche cercato la protezione di un dio caldeo e avesse acquistato un bell’anello con l’immagine della divinità.</p>
<p>“Quale dei nostri potenti dei?” gli chiese curioso Haddon-Asar; Aktur-Gebhal gli mostrò il vistoso anello, comprato settimane prima, e gli rispose: “Ebu-Lantor, dio dei venti e protettore dei mercanti”.</p>
<p>Haddon-Asar guardò l’anello, poi guardò lui; la faccia gli cambiò di colore: stava facendo di tutto per reprimere un violento attacco di risa.</p>
<p>“E tu sei andato in giro a mostrarlo a tutti?”</p>
<p>“Certamente, per far vedere come avessi il potente dio a proteggermi!”</p>
<p>“Ma allora è ovvio che nessuno ti volesse vicino per più di qualche minuto, che non ti gradisse ospite alla sua mensa, che non avesse piacere a farti sedere accanto a lui. Ebu-Lantor è il dio dei venti, è vero, ma non è il protettore dei mercanti, è il protettore” e qui non ce la fece più e scoppiò, fragorosamente, a ridere “… è il protettore di chi soffre di flatulenze!!!” e si piegò in due, le lacrime agli occhi, davanti alla faccia inebetita di Aktur-Gebhal.</p>
<p><em>&#8211;<br />
Fatti e personaggi di questa storia sono di pura fantasia. Non così il potente Ebu-Lantor, dio caldeo dei venti, a cui ci si rivolge(va) per guarire dal meteorismo.</em></p>
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	<p class="firma-autore">Dr J. Iccapot</p>]]></content:encoded>
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