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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Articoli con tag viaggio

Maggio 2014 – Le Voyage (Il Viaggio)

Maggio 2014 - Le Voyage (Il Viaggio)Acrilico 50×50 cm (2014)

 

È il colore blu che ci trascina con sè, che ci attira per scoprire mondi lontani dove ci aspettano delle cose nuove e sconosciute…
Il cielo blu risveglia la nostalgia di paesi lontani, la voglia di viaggiare, persino “la febbre da viaggio”.
Venti tiepidi promettono avventure, fuga dalla noia della vita.

La luce chiara promette la grande libertà, sgrava da catene e limitazioni della quotidianità. Conoscere visi nuovi, culture sconosciute, altri usi e costumi, isole solitarie dove il mondo è ancora intatto, o almeno così sembra. Il dépliant colorato dell’agenzia di viaggio promette la realizzazione dei nostri sogni e la grande felicità nel paradiso lontano.

Intanto, il concetto “felicità” sarebbe ancora da definire: sole, spiaggia di sabbia chiara, albergo economico, avventure di ogni tipo, compagni di viaggio di ogni genere, ingorgo sulla strada, all’aeroporto o ai piedi dell’Everest…

Con passo frettoloso attraversiamo il mondo,
compreso il vecchio Adamo…

“Le voyage”, una poesia di Baudelaire, (Les fleurs du Mal CXXVI, “Le voyage”, scritta nel 1865), chiude con i seguenti versi:
Amer savoir, celui qu’on tire du voyage!…

Che amara conoscenza si ricava dal viaggio!
Il mondo è così piccolo e monotono, oggi, ieri, domani e sempre.
Un’oasi d’orrore in un deserto di noia.
Che fare?
Resta, se puoi,
viaggia, se devi…

(Traduzione di R. Battilani)

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Johann Widmer

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Aurora 457 – 3

Terza e ultima parte

Qui la Seconda parte

La misteriosa viaggiatrice tacque. Attendeva la mia replica, ma io rimasi in silenzio: cominciavo a sentire la stanchezza accumulata durante la settimana, ero irritata per il contrattempo che mi impediva di riposare nel mio letto e quella conversazione, in fondo così squallida, mi stava annoiando. Avrei preferito mettermi di nuovo a leggere il mio giallo e, soprattutto essere davvero in viaggio per arrivare a casa e non bloccata dentro un tunnel in compagnia di una svitata. Diedi un’occhiata al  quadrante fosforescente  del mio orologio e rimasi allibita: eravamo fermi da due ore!

“Chi sa se verranno mai a tirarci fuori da qui – dissi con tono preoccupato – sento che sto per perdere la pazienza! aspettiamo soccorsi da due ore e a casa i miei saranno in pensiero…non c’è campo per telefonare. E poi comincia a fare freddo.”

Quasi tutti nel vagone sonnecchiavano avvolti nei loro cappotti e anch’io avevo indossato giaccone e guanti. La mia vicina, già all’inizio del viaggio, si era avvolta nel suo mantello come in un bozzolo.

“Si guardi intorno – dissi sfregandomi le mani con rabbia –  sembriamo i sopravvissuti della Tenda Rossa! là fuori  si sono dimenticati di noi!”

“Non parlerà sul serio! – rispose Margherita – lei guarda le cose da un punto di vista irrazionale, pensa di avere bisogno degli altri, si aspetta che il prossimo l’aiuti per senso di umanità. Se fosse davvero così che gira il mondo potremmo rimanere qui fino alla prossima glaciazione! Le spiego io perché presto verranno a prenderci: se non ci levano di mezzo non possono riattivare la linea, neanche per le locomotive a carbone e, nelle città attraversate dalla ferrovia, la gente tra poco comincerà ad agitarsi e protestare perché noi quattro disgraziati fermi qui dentro impediamo il transito degli altri treni. Se potessero ci farebbero saltare con il tritolo, pur di liberare i binari, ma alla fine decideranno che la cosa più semplice è trascinare in qualche modo il nostro miserabile accelerato fuori dal tunnel…magari stanno già riparando il guasto elettrico però, mi creda, non è per noi che si danno tanto da fare, ma per la folla di viaggiatori che domani mattina deve andare al lavoro, a scuola, o da un parente malato. Abbia fede in quello che le dico, non sono la prima a sostenere che l’egoismo e la convenienza, non l’amore, tengono insieme la società.”

“Peccato che lei non abbia figli! allevati con i suoi principi si sarebbero trovati bene in una società senza scrupoli come la nostra” risposi in tono scherzoso.

“Perché pensa che non abbia figli?” chiese la mia compagna di viaggio mostrandosi quasi offesa.

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Rosanna Bogo

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Aurora 457 – 2

Seconda Parte

Qui la Prima parte

Il ritardo stava diventando davvero preoccupante e, in quel frangente, non avevo davvero voglia di ascoltare sciocchezze: quindi, per evitare che la mia compagna di sventura mi propinasse la sua barzelletta  stantia, risposi subito:

“Sì, certo che la conosco – e in effetti non mentivo ma, sul momento, stranamente ricordavo solo il finale della storia – non è quella che si conclude con l’uomo che dice tra sé ‘erano quarant’anni che volevo dare uno schiaffo a un prete’?” aggiunsi.

“Sì, proprio quella – disse la sconosciuta – la prima volta che mio fratello me la raccontò mi fece tanto ridere, ma ora non riesco a rammentare la parte centrale della barzelletta.”

“Neppure io – aggiunsi stupita – eppure sono certa di conoscerla…forse è un’amnesia causata dallo stress per il guasto.”

“Ammetterà che è un fatto strano” disse la vicina. Mi voltai verso di lei e la osservai nella penombra: era una donna di mezza età, di certo più vecchia di me. Non riuscivo a sbirciare cosa indossasse perché era completamente avvolta nel bel mantello verde scuro però, grazie alle luci di sicurezza del corridoio centrale, potevo vedere distintamente le sue scarpe. Erano molto eleganti…probabilmente di Ferragamo. Io non posso permettermi certe spese, però ogni tanto mi fermo a sognare davanti alle vetrine delle grandi firme e un po’ me ne intendo. Anche il profumo, amaro ma con una base di fiori d’arancio, mi sembrò di lusso. Stavo per chiedermi perché una signora così in tiro non viaggiasse in prima quando mi ricordai che il nostro treno era una “littorina”, aveva solo vagoni di seconda classe.

“Sì, è un caso, una banale coincidenza, la memoria a volte si prende gioco di noi” risposi.

“Lei mi delude, cara signora: legge libri gialli e crede alle banali coincidenze!” esclamò con tono ironico la sconosciuta.

“Non saprei che altra espressione usare…’fortuita combinazione’ le sembra più appropriata?” replicai un po’ infastidita dall’osservazione della mia interlocutrice .

“Per me è un messaggio dall’aldilà” fu la sibillina risposta della misteriosa signora.

“Ecco – mi dissi – gratta via l’ironia snob e trovi qualche turba mentale. Speriamo almeno che non sia una pazza pericolosa. Non bastavano il claustrofobico e il cannaiolo con la sua erba dolciastra, ora abbiamo anche la medium.”

“L’ho turbata?” chiese la vicina con tono più gentile. Aveva compreso al volo il significato del mio silenzio.

Proprio in quel momento passò sull’altro binario a gran velocità un treno pieno di luci, vagon-lit, con ristorante… di certo era diretto a Parigi. Sobbalzai per lo spavento prodotto da quel rumore improvviso, amplificato dal rimbombo del tunnel. La signora trovò comica la mia reazione: non potevo vedere la sua bocca ma percepivo che stava trattenendo a fatica una risata.

“Altro che amante del thriller! Lei, mia cara, si spaventa se cade una foglia! – disse la mia compagna di viaggio con voce divertita – Chi sa cosa farebbe se ora  scoprisse di essere seduta accanto ad un’assassina!?”

“Non sono affatto paurosa però non sopporto i rumori improvvisi – dissi per giustificare il mio atteggiamento – è un intolleranza comune a molte persone!  Quanto agli assassini non mi spaventano: nei libri gialli dei miei autori preferiti i colpevoli sono sempre persone in apparenza normali e, se questi racconti rispecchiano la realtà, chi sa quante volte mi sarà gia capitato di stare sul tram, al cinema o dal dottore, seduta accanto ad un killer. E poi chiunque potenzialmente è un omicida, dipende dalla situazione.”

La signora parve all’improvviso disinteressarsi dell’argomento assassini e tornò alla questione della barzelletta.

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Rosanna Bogo

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Aurora 457 – 1


Prima Parte

Questa storia non mi riguarda. Parla di esistenze casualmente inciampate nel mio presente e di vicende accadute ad estranei senza volto, nomi e destini terreni che ignorerei se il tram che venerdì scorso doveva portarmi alla stazione fosse arrivato con un minuto di ritardo e avessi perso, come altri venerdì, l’interregionale delle 18,30.

Se ora conosco fin troppo bene la vita  di Marco e Margherita Pontirelli è perché quel giorno, per l’appunto, tutto filò stranamente liscio.

Quando varcai l’ingresso della stazione vidi il mio treno ancora fermo al binario sette. Aveva le porte aperte, come se la partenza non fosse imminente:

“Almeno questa volta non mi tocca correre a perdifiato” pensai rincuorata.

Con calma raggiunsi l’ultimo vagone del convoglio e salii proprio un attimo prima che le porte automatiche si chiudessero.

Ormai ho una certa età e più di un acciacco, ma il pensiero di perdere un mezzo di trasporto, quale che sia, mi fa correre come un leprotto. Il fatto è che odio aspettare la prossima corsa del tram o il treno successivo, non sopporto di sprecare il mio tempo sgomitando tra la folla raccolta alle fermate dell’autobus e trovo deprimente  passare ore sulle funeree panchine di marmo che fiancheggiano i binari, tra barboni olezzanti e ragazzini chiassosi. Mi pare di essere già al camposanto.

Senza contare che spesso questi moderni mezzi pubblici si fanno attendere e desiderare come belle dame, ma poi ci trasportano ad una velocità media che non supera il passo del bue, la passeggiata di quattro o cinque chilometri  che si fa senza sforzo in un’ora: sono convinta che in città converrebbe spostarsi a piedi, però dopo una giornata di lavoro trascorsa lottando contro computer capricciosi e colleghi bizzosi, non ho abbastanza lucidità per agire razionalmente e così mi ammasso come tutti alla fermata, sperando che il mio bus prima o poi si materializzi.

Sembriamo un gregge di pecore in mezzo ad un campo d’estate, con la differenza che, il più delle volte, dobbiamo proteggerci non dal sole ma dalla pioggia.

Qualcuno, esasperato, ogni tanto osa protestare per il disservizio…

“E’ il traffico” replicano autorevoli come Pitonesse autisti e controllori, quasi si trattasse di una maledizione divina o di un terremoto. Eppure noi vagabondi delle linee urbane non ci spostiamo a caso in città: accompagnati da un corteggio di auto mono passeggero, andiamo o torniamo da scuole, uffici, negozi seguendo orari e direzioni prevedibili: per le autorità gestire questi flussi  in modo razionale dovrebbe essere semplice, ma forse chi ci governa, vedendo con quale stoica rassegnazione subiamo il nostro fato, non  intende turbare l’equilibrio cosmico.

Dal punto di vista dei trasporti il venerdì è per me il giorno più critico: non vado a dormire nella cameretta che ho affittato anni fa da un’anziana signora, la vedova Cavallari, ma torno a casa per trascorrere il week-end in famiglia. Quindi, uscita dall’Ufficio aspetto con particolare impazienza il bus che dovrebbe portami alla stazione in tempo per prendere il treno che, dopo quattro ore, mi sbarcherà nella mia città natale.

La coincidenza mi angoscia e, mentre cammino su e giù per sfogare l’ansia, a volte mi capita di vedere un’ombra che dondola, appeso al pennone, anzi al lampione, più alto…immagino sia il colpevole delle mie sofferenze di viaggiatore, il responsabile dei ritardi, delle lunghe attese, dei vagoni sporchi però so bene che si tratta solo di un innocuo bandone pubblicitario agitato dal vento…

Ma torniamo al treno in partenza dal binario sette lo scorso venerdì.

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Rosanna Bogo

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Il portafortuna

Un racconto di Bruno Magnolfi

Non era affatto difficile addormentarsi su una corriera. Era sufficiente avere una giornata di duro lavoro alle spalle, sedersi là sopra e lasciarsi dondolare dagli scossoni che provocava la strada mentre la campagna scorreva, come in un film. Solo che io non avevo una giornata di lavoro alle spalle: ero salito sopra quel mezzo pubblico per andare a trovare un amico, ma senza neppure sapere se quell’amico abitasse ancora in quella casa di paese di cui lui mi aveva dato l’indirizzo quasi un anno prima, durante l’ultima volta che ci eravamo incontrati, e dove io non ero neanche mai stato. Non conoscevo neppure la sua situazione attuale quale fosse: cosa faceva, con chi abitava, perfino se avesse accettato di ricevermi, e soprattutto se fosse d’accordo ad ospitarmi per almeno una notte, ma se era possibile anche di più. Di fatto non sapevo davvero a quale altra porta bussare, e i miei ultimi soldi li avevo ormai spesi per acquistare il biglietto per quella corriera. Non so perché in quel periodo mi fossi ridotto così, con uno zainetto sopra le spalle che conteneva tutto ciò che mi era rimasto, però insieme a me avevo ancora speranza, ottimismo, voglia di pensare al futuro in modo positivo, nonostante qualsiasi batosta.

Mi ero addormentato mentre pensavo al mio amico, a cosa avrei trovato dietro alla sua espressione sorpresa, come mi avrebbe accolto. A volte a qualcuno gira male la vita, non c’era da farne alcuna meraviglia, e aiutarsi l’un l’altro poteva essere bello, forse per ognuno dei due. Accanto a me si era seduto qualcuno durante una fermata della corriera, ma aveva cercato di non disturbare ed io mentalmente mi ero sentito riconoscente verso quella persona. Pensavo ad occhi chiusi alla gente che se ne tornava in famiglia a quell’ora di sera, a parlare delle cose della giornata, a scambiarsi pareri, a confermare gli affetti che li tenevano assieme. Non provavo vergogna, ma io mi sentivo diverso, era proprio così. Chissà cosa mai potrebbe essere stato per me quel futuro di cui adesso discutevano a voce alta qualche sedile più avanti. Era importante avere coscienza della mia situazione difficile: ma d’ora in poi mi sarei rimboccato le maniche, avrei cercato di costruire qualcosa, con calma, certo, con infinita pazienza. Ma avevo bisogno di una spinta iniziale, di quel piccolo aiuto per poter ripartire.

Quando mi volsi verso quella ragazza lei mi sorrise: aveva appoggiato il suo piccolo bagaglio sopra le gambe, e stava lì, ad osservare distratta tutti e nessuno. “Mi scusi”, le dissi, riferito al fatto che avevo occupato ben più del mio spazio sopra al sedile. “Non si preoccupi…”, rispose; “In questa corriera è sempre così…”. Avrà avuto due, tre anni meno di me, ma pure sfiorandosi, pensavo che la distanza tra noi era enorme, incommensurabile. Guardai di nuovo fuori dal finestrino, “C’è ancora molto per arrivare al paese?…”, chiesi. “No”, mi rispose; “Solo dieci minuti”. La corriera andò avanti seguendo il suo percorso di strade, poi la ragazza mi sfiorò il braccio: “Devo scendere…”, disse; “Arrivederci…”. La guardai per un attimo, come si guarda una persona a cui ci sentiamo legati. “Può darmi un bacio, per favore…”, le chiesi; “Ne ho solo bisogno come di un portafortuna…”. Lei mi sorrise, lasciò trascorrere solo un momento trattenendo immutato quel suo sorriso, poi mi baciò, con tenerezza sincera, chiudendo gli occhi, in un gesto di generosità e di affetto che non dimenticai più, per tutta la vita.

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contributi

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Il mercante babilonese

Ebu-Lantor

Quando Aktur-Gebhal arrivò alla casa di Haddon-Asar, il mercante caldeo, tutto era già pronto per la cena. L’invito gli era stato rivolto quando si era saputo della sua decisione di recarsi ad Eridu per contattare direttamente i mercanti di quella città. Voleva avere a Kish quelle merci, preziose e sempre più richieste, che finora si erano potute acquistare solo dai pochi mercanti caldei cittadini che erano gli unici a commerciare con i colleghi della propria razza.

Ad Haddon-Asar il più giovane Aktur-Gebhal era simpatico, aveva avuto occasione di trattare degli affari con lui e ne aveva apprezzato la correttezza e la regolarità nei pagamenti, virtù che, visti i tempi, non erano diffusissime.

Il mercante caldeo, invece di considerare i contatti diretti con i suoi fratelli del Golfo come un pericolo per i suoi affari, aveva gradito l’iniziativa del collega di Kish: era il primo che tentava di stringere rapporti senza intermediari e riteneva il progetto un’occasione politicamente importante.

Il desiderio dei Caldei di espandersi sempre più a Nord, fino alla splendida Babilonia, era noto e temuto: ne potevano nascere terribili fatti di sangue. Haddon-Asar stesso e alcuni, pochi, altri commercianti caldei spintisi fino a Kish, erano ben tollerati dalla popolazione, ma erano anche controllati attentamente dalle autorità. Era dunque un bene che, a dispetto delle stirpi diverse, ci fosse chi pensava che un uomo vale l’altro, che un mercante è sempre un mercante, sia pure caldeo. Si sarebbero potuti creare legami più stretti e i movimenti verso Nord sarebbero diventati più frequenti e pacifici.

Fu con questa serie di considerazioni che Haddon-Asar accolse Aktur-Gebhal nella sua sala da pranzo. La stanza non era molto grande, ma ostentava gli sfarzi dell’ospite. Ben illuminata e riscaldata, c’erano due schiavi a fare il servizio per le portate del cibo e delle bevande; una giovane schiava dai capelli scuri e lucenti, la pelle pallida e gli occhi tagliati all’insù, serviva solo il padrone. Attenta ad ogni suo gesto, gli preparava il cibo nei piatti, tagliandogli i grossi pezzi che arrivavano sui vassoi, mescolandoli con le verdure e le salse che sapeva più di suo gusto; talvolta lo imboccava, e gli porgeva la coppa sempre piena ed i lini per nettare mani e bocca.

Il pranzo fu molto gradevole, abbondante, e si parlò ovviamente di lavoro e del prossimo viaggio. Haddon-Asar cercò di informare sinteticamente il collega sulla visione che della vita e degli altri popoli avevano lui e i suoi fratelli caldei, di quali erano le cose a cui erano più sensibili, quali gli argomenti di conversazione più graditi e quali gli usi e i costumi, dal modo di vestirsi alle abitudini conviviali.

Gli raccontò di come i Caldei tenevano in gran conto molti potenti dei, sotto la cui protezione mettevano ogni aspetto della vita quotidiana, e di come era importante manifestare rispetto per queste divinità il cui culto, insieme alle arti magiche, caratterizzava il suo popolo.

Haddon-Asar gli suggerì anche di prendere una certa confidenza con questo mondo sacro, cercandosi anche, perché no, un particolare dio di cui farsi devoto seguace e sotto la cui protezione mettersi, almeno per il periodo del viaggio.

Il caldeo Cherib-Sennan aveva un fiorente commercio di oggetti preziosi; Aktur-Gebhal si recò da lui qualche giorno dopo la cena: il suggerimento di Haddon-Asar gli era piaciuto; voleva comprare un qualche monile che rappresentasse una divinità caldea, di cui sarebbe diventato fervente adoratore. Spiegò la sua necessità al commerciante di preziosi che, inteso del viaggio che doveva intraprendere, gli mostrò una scatolina con alcuni anelli, dicendogli che rappresentavano il dio Ebu-Lantor, dio dei venti, protettore dei naviganti e dei mercanti, uno degli dèi più importanti tra quelli caldei.

I preziosi che gli mostrò erano molto belli, lavorati finemente, con quella cura che si deve ad oggetti degni di devozione. Alla fine scelse un anello d’oro, con l’immagine del dio su una pietra verde; forse un oggetto un po’ troppo vistoso ma doveva servire proprio allo scopo di mettere in bella evidenza la sua venerazione. Tentò di tirare un po’ sul prezzo ma, quando Cherib-Sennan gli fece osservare che non si può mercanteggiare sull’immagine di un dio, pensò bene, per non far irritare subito il suo potente nuovo protettore, di pagare il dovuto e di ringraziare il mercante per i suggerimenti che gli aveva dato per la scelta del gioiello.

Il viaggio, che intraprese qualche giorno dopo, fu abbastanza lungo: si era spostato con due soli schiavi, ma aveva pianificato le sue tappe con molta attenzione, basandosi anche sulle indicazioni che Haddon-Asar gli aveva dato. Il percorso era agevole, la strada tranquilla, ed in poco più di una settimana arrivarono a Eridu.

Aktur-Gebhal aveva cercato di vestirsi in modo da non sembrare un ‘babilonese’, e si era dato da fare per fissare degli incontri da cui sperava sarebbero nate delle collaborazioni interessanti per il suo lavoro. Notò invece, subito, una malcelata voglia di tenerlo a distanza, di non avere con lui che brevi colloqui, che risultavano in genere poco fruttuosi.

Lo trattavano freddamente, quasi volessero liberarsi il prima possibile della sua presenza; alle cene che aveva organizzato partecipò solo qualche inutile scroccone.

Non riusciva a capacitarsi: aveva fatto il viaggio apposta per stabilire nuovi legami, per far aumentare i suoi guadagni, certo, ma offrendo ai mercanti caldei la possibilità di avere una nuova regione dove far arrivare, ben pagate, le loro merci.

Nelle poche occasioni pubbliche a cui fu invitato, fu sempre tenuto in disparte; qualche breve scambio di battute, in piedi, con, negli occhi dei suoi ospiti, la fretta di allontanarsi da lui.

Vista la situazione poco concludente, decise di tornare a Kish prima del previsto, anche per evitare che l’attività nei suoi magazzini, non seguita personalmente da alcune settimane, potesse creargli delle perdite.

Il viaggio di ritorno fu pessimo: maltrattò i suoi schiavi, fu sempre di malanimo con i compagni di viaggio e nei luoghi di sosta. Arrivato in città, per giorni scaricò il malumore sui suoi collaboratori senza che questo lo ripagasse tuttavia dell’insuccesso dell’impresa su cui aveva contato così tanto.

Haddon-Asar volle rivedere Aktur-Gebhal, qualche giorno dopo, per informarsi sull’esito della missione; Aktur-Gebhal accettò di malavoglia l’incontro. Parlarono del viaggio, degli incontri infruttuosi, dell’atteggiamento quasi ostile che i mercanti caldei gli avevano dimostrato; Haddon-Asar era piuttosto meravigliato nel sentire le descrizioni degli incontri; i suoi concittadini non erano certo persone prevenute contro gli altri popoli, anzi: i contatti con popolazioni diverse erano l’essenza stessa del commercio!

Aktur-Gebhal, amareggiato, raccontò al collega come, dopo il suo suggerimento, avesse anche cercato la protezione di un dio caldeo e avesse acquistato un bell’anello con l’immagine della divinità.

“Quale dei nostri potenti dei?” gli chiese curioso Haddon-Asar; Aktur-Gebhal gli mostrò il vistoso anello, comprato settimane prima, e gli rispose: “Ebu-Lantor, dio dei venti e protettore dei mercanti”.

Haddon-Asar guardò l’anello, poi guardò lui; la faccia gli cambiò di colore: stava facendo di tutto per reprimere un violento attacco di risa.

“E tu sei andato in giro a mostrarlo a tutti?”

“Certamente, per far vedere come avessi il potente dio a proteggermi!”

“Ma allora è ovvio che nessuno ti volesse vicino per più di qualche minuto, che non ti gradisse ospite alla sua mensa, che non avesse piacere a farti sedere accanto a lui. Ebu-Lantor è il dio dei venti, è vero, ma non è il protettore dei mercanti, è il protettore” e qui non ce la fece più e scoppiò, fragorosamente, a ridere “… è il protettore di chi soffre di flatulenze!!!” e si piegò in due, le lacrime agli occhi, davanti alla faccia inebetita di Aktur-Gebhal.


Fatti e personaggi di questa storia sono di pura fantasia. Non così il potente Ebu-Lantor, dio caldeo dei venti, a cui ci si rivolge(va) per guarire dal meteorismo.

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Dr J. Iccapot

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (483)

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Dr J. Iccapot