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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Articoli con tag Sapia

La calda estate del commissario Sapìa – 5

Quinta e Ultima Parte

Qui la Quarta Parte

“Vede, dottor Silvestri – disse il commissario, tamburellando distrattamente sul piano della scrivania come se quell’interrogatorio fosse per lui solo una noiosa formalità – le bugie che ha raccontato al mio collega, il dottor Magliana qui presente, sono state non solo inutili ma controproducenti: abbiamo raccolto numerosi indizi che la collegano alla morte di Lina Belli, non ultime proprio le sue fandonie, e siamo arrivati alla conclusione che lei ha spinto la ragazza giù dalla finestra… forse perché era diventata un’amante scomoda oppure per gelosia, magari la vittima intendeva lasciarla… ma, se vuole, può tentare di convincerci del contrario.”

Il dottore rimase in silenzio. Aveva la fronte corrugata, un’espressione tesa e concentrata: sembrava intento a soppesare i pro e i contro di quello che stava per dire.

“E’ una follia! – esclamò all’improvviso – io amavo Lina, davvero, però ultimamente era diventata troppo esigente: pretendeva che divorziassi ma così avrei perso quasi tutto e poi, con mia moglie, voglio rimanere in buoni rapporti per via dei bambini… magari tra un po’, con i figli più grandi, l’avrei anche sposata, ma ora no, non ero disposto a rovinarmi per lei… quella notte ci siamo dati appuntamento nella stanza del secondo piano, mi disse che poteva assentarsi solo per un quarto d’ora, era stanca dei nostri incontri clandestini e non intendeva più trascurare il suo lavoro…abbiamo litigato…Lina mi ha mandato al diavolo e se n’è andata.”

“Certo, ma lei l’ha seguita – aggiunse Magliana – e, in un impeto d’ira, l’ha spinta giù dalla finestra! Magari senza rendersene conto: se collabora e confessa potrebbe cavarsela con un’accusa di omicidio preterintenzionale.”

“Io Lina non l’ho neppure sfiorata, lo giuro – esclamò Silvestri, quasi in lacrime – l’indomani intendevo troncare il rapporto, ero deciso a lasciarla libera: a ventiquattro anni doveva fare la sua vita… poi quel colpo terribile! mi sono affacciato a una finestra del corridoio per vedere cosa era successo… un degente di Psichiatria, tre anni fa, ha eluso la sorveglianza e si è buttato di sotto nello stesso punto: quando ho visto il corpo di Lina sul tetto del primo piano mi si è ghiacciato il sangue. Volevo scendere per soccorrerla, anche se chi cade da un’altezza del genere difficilmente sopravvive, però ho sentito qualcuno che correva per le scale, sopra e sotto: ho avuto paura e sono tornato nella mia stanza. Beh, tanto non sarebbe servito a nulla: l’autopsia ha stabilito che è morta subito.”

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Rosanna Bogo

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La calda estate del commissario Sapìa – 4

Quarta Parte

Qui la Terza Parte

Alla metà d’agosto Sapìa tornò in servizio. L’incidente del pozzo era ormai archiviato, si sentiva di nuovo bene, addirittura meglio di prima, più riposato e sereno.

La mattina della dimissione, per evitare inutili sforzi, aveva lasciato il reparto su una sedia a rotelle spinta con insolita energia dalla moglie. Edda sembrava impaziente di riportarlo a casa e ben presto Sapìa comprese perché: accanto all’ascensore, con un gran mazzo di fiori in mano, lo attendeva Orlando, il suo poco amato fratello. Una ‘sorpresa’ organizzata dalla moglie!

“Guarda che cammino ancora e posso darti un cazzotto in testa quando voglio – esclamò Sapìa, notando il sorrisetto ironico di Orlando – e i fiori li puoi portare sulla mia tomba, se riesci a seppellirmi! ”

“Certo, certo, farò come vuoi tu! figurati se mi metto a discutere con uno che è appena uscito dal reparto di Psichiatria” rispose ridendo il fratello.

Informato della disgrazia, Orlando si era precipitato in città, proponendo alla cognata di ospitare ‘l’invalido’ nella dimora dell’amico Luigino Bertoni per tutta la durata della convalescenza. Edda aveva immediatamente accettato: da tempo sognava di vedere la lussuosa villa a picco sul mare che il marito le aveva descritto con tanta dovizia di particolari. Nessuno si preoccupò di ottenere il consenso dell’interessato.

Sapìa, in un altro momento, si sarebbe battuto con le unghie e coi denti per mandare all’aria il progetto ma era un po’ confuso e, stranamente, trovava Orlando meno insopportabile del solito.

La convalescenza al mare, accettata per debolezza, si rivelò una piacevole vacanza: Luigino, il padrone di casa, era un giovanotto simpatico e Orlando ormai si comportava come un tranquillo signore di mezza età; quanto alla moglie sembrava addirittura ringiovanita.

Così, contrariamente al solito, Sapìa tornò in ufficio di malavoglia.

Lavoro arretrato non ne trovò. Magliana mandava avanti il caso del benzinaio magrebino con metodica lentezza ma aveva scoperto una nuova pista: la vittima frequentava una ragazza tunisina e la moglie tradita, spalleggiata dai familiari, aveva “proferito ripetute minacce di morte all’indirizzo del coniuge di fronte a testimoni.”

“Insomma potrebbe essere un delitto d’onore: movente classico… c’è altro?” chiese Sapìa.

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Rosanna Bogo

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La calda estate del commissario Sapìa – 3

Terza Parte

Qui la seconda Parte

“Siamo arrivati! Questa è Psichiatria – disse l’infermiere, aprendo con la chiave che teneva appesa al collo una grande porta a vetri – serata tranquilla, commissario, non deve preoccuparsi!”.

Allungato sulla barella Sapìa commentò la confortante notizia con un secco “ah!”: non si sentiva più tanto propenso ad accettare quell’insolita sistemazione notturna.

“Dovevo chiedere di rimanere al Pronto Soccorso – pensò, rammaricandosi di essere sempre troppo accondiscendente con il prossimo – oppure fare una chiassata e pretendere un letto come si deve.”

I neon del corridoio erano abbaglianti, nelle camere invece nessuna luce, solo l’ultimo chiarore del tramonto che baluginava stancamente tra le stecche delle serrande socchiuse e una pallida lampada di sicurezza; sdraiate nei letti s’intravedevano siluette immobili, pazienti con gli occhi fissi al soffitto oppure immersi in un rassicurante sonno di sasso.

“Fuori è ancora giorno, saranno al massimo le nove e un quarto – pensò Sapìa, sbirciando nelle stanze – qui si va a letto con le galline…o forse non ci si sveglia neppure!”

Alcuni ricoverati, probabilmente i meno gravi, guardavano la televisione in una saletta; un uomo grosso e cupo, a piedi scalzi, percorreva il corridoio da capo a fondo strisciando lungo le pareti.

“Sindrome del criceto sulla ruota” pensò Sapìa, sforzandosi di vedere quella piccola ‘fossa dei serpenti’ in una luce meno inquietante.

“Non deve alzarsi, commissario – disse l’infermiere, aiutando il suo paziente a spostarsi dalla barella al letto – cerchi di riposare e, per qualsiasi cosa, chiami il personale di turno: questo è il pulsante.”

Rimasto solo Sapìa si guardò intorno: quando entrava in un luogo sconosciuto aveva l’abitudine di “fare il punto’ e, in quel momento, un check in gli parve quanto mai opportuno. L’oscurità, nel frattempo, era diventata penombra.

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Rosanna Bogo

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La calda estate del commissario Sapìa – 2

Seconda Parte

Qui la Prima Parte

Sapìa salì le scale della Questura in compagnia del commissario Strambi mentre il campanile della vicina chiesa batteva le sette.

“Dormito bene?” chiese al timido Oscar, tanto per attaccare discorso

“Un inferno, dottore – rispose Strambi, un po’ stupito dalla cortese domanda – mi sono assopito alle tre e alle cinque ero già sveglio.”

“Anch’io alle cinque ero in piedi…ma almeno potremo tornarcene a casa prima, con questo caldo non è una cattiva idea.”

“Io veramente sto meglio in ufficio…almeno ho l’aria condizionata – disse Strambi – la mia stanza è a tetto…fredda d’inverno, calda d’estate.”

“Ma perché non si trova un appartamentino più comodo?” chiese Sapìa, aprendo bruscamente la porta del suo ufficio.

“Non potrei mai lasciare la povera signora Iole, la mia padrona di casa…ha quasi novant’anni!” rispose Oscar, entrando nel suo sgabuzzino.

Sapìa scosse la testa: l’inerzia masochista del giovane collega era invincibile.

Seduto alla scrivania passò un’ora a sistemare i foglietti con gli appunti del suo ultimo caso: un giovane benzinaio marocchino ucciso giovedì notte. Tre colpi al torace, uno alla testa, un po’ troppo per una rapina finita male. Non si potevano escludere altri moventi: traffico di droga, regolamento di conti tra bande… il morto era pregiudicato.

“Se fossimo in Sicilia negli anni Sessanta – borbottò Sapìa – potrei seguire la pista passionale e risolvere il caso in quattro e quattr’otto… le corna sono la miglior risorsa dell’investigatore accidioso: scava scava, si trovano sempre.”

Lui però non si considerava pigro, agiva con lentezza ma solo perché non voleva prendere abbagli che, per gli interessati, potevano trasformarsi in immeritati soggiorni al fresco.

“Diceva bene lo zio Carlo: uno schiaffo, quando l’hai preso, non te lo toglie neppure il Papa” mormorò Sapìa guardando il ‘pizzino’ della moglie del morto: giovane, piacente, vestita all’occidentale, il tipo di donna che non passa inosservata e può dare fastidio tanto ai bacchettoni quanto alle altre femmine.

Stava ancora valutando l’opportunità di indagare sul comportamento della vedova magrebina quando la porta dell’ufficio all’improvviso si spalancò, come per una folata di vento. Il commissario quasi si sdraiò sulla scrivania per impedire ai suoi foglietti di volare via o confondersi tra loro.

“Cosa fa, Magliana, si esercita per le irruzioni?!” esclamò rabbioso.

“Mi scusi, dottore, sono entrato di corsa – disse tutto d’un fiato il commissario Magliana – che nottata! un vecchio matto si è asserragliato in casa sparando fucilate.”

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Rosanna Bogo

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La calda estate del commissario Sapìa – 1

“No, così proprio non va – disse il Questore Torrisi, scuotendo la testa con aria falsamente dispiaciuta – è un vero disastro!”

“Ma io ho studiato, professore – esclamò Sapìa allungando una mano per afferrare il foglio protocollo che Torrisi gli agitava sotto il naso con aria di rimprovero – glielo giuro!”

“Le solite scuse…ma non si vergogna, alla sua età?” disse ironico Torrisi. La stanza si riempì di risatine soffocate. Sapìa si voltò per cogliere in fallo i compagni spiritosi ma l’aula era vuota: un desolato parterre di banchi e sedie tra quattro mura spoglie.

Com’era finito in quella situazione? Sapeva di essere preparato… andava sempre preparato agli esami. Magari aveva commesso qualche errore ma nulla di veramente grave. Proprio perché non si sentiva un genio s’impegnava sempre al massimo.

“Ci deve essere uno sbaglio – disse con voce ferma e risentita – forse quello non è il mio compito… controlli il nome.”

“Vuole insegnarmi il mestiere? Tutti così, vi arrampicate sugli specchi pur di portare a casa la sufficienza! Guardi qui… Italo Sapìa 5° B… per caso non è la sua scrittura? e questa è la prima pagina… vede, non ha tradotto neanche una parola!” esclamò trionfante Torrisi, girando di nuovo il foglio. Aveva in mano un compasso e, infilata la punta proprio al cento della ‘o’ di Italo, disegnò un cerchio enorme che conteneva nome e cognome.

“Ecco quello che si merita per questa versione – aggiunse Torrisi, osservando compiaciuto la sua opera – uno zero, tondo tondo!”

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Rosanna Bogo

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Sapìa e la pecora nera – 8

Ottava e ultima parte.

Qui la settima parte.

Alla fine il colpevole salta fuori.

Allegri ascoltò con grande interesse la deposizione dell’avvocato Salani: finalmente saltava fuori un vero movente.

Dopo due giorni d’indagini aveva scoperto che la signora Bertoni era in contrasto con il figlio per questioni economiche e, forse, meditava di mettere alla porta l’amante fedifrago, niente di più: gli attriti d’interesse all’interno del nucleo familiare non sembravano tanto gravi da trasformare in assassino un incensurato. Quanto ai camerieri russi licenziati in tronco, Irina e Yuri avevano una valida ragione per odiare la loro padrona, tuttavia la rabbia per l’ingiustizia subita, dopo un mese, doveva essersi sgonfiata… il timore di finire in carcere, invece, era una molla che poteva facilmente spingere una persona ‘irreprensibile’ come Rabano a commettere un omicidio. Chi fa della morale una bandiera, si disse Allegri, considera la rispettabilità un bene irrinunciabile, una parvenza per cui vale la pena uccidere.

Il commissario inviò immediatamente due agenti a prelevare il ragioniere.

Faccia pallida e labbro tremolante, il sospettato entrò nell’ufficio del commissario a testa bassa: sembrava il ritratto del colpevole.

Salani corse subito alla villa per riferire gli ultimi sviluppi. Era già ora di pranzo e, a tavola, si brindò ripetutamente alla bella notizia.

Orlando, in piedi con il bicchiere alzato, rivolse un pensiero anche alla povera Annalaura: se, là dove si trovava ora, poteva vedere cosa accadeva sulla terra, di certo in quel momento gioiva con loro per la sconfitta di Rabano.

Salani, al momento del dessert, annunciò che intendeva ripartire al più presto per Macones. La causa per l’annullamento del testamento era praticamente già vinta ma la sentenza definitiva avrebbe richiesto molti mesi, forse più di un anno. In Polinesia la giustizia seguiva percorsi tortuosi e, come avvocato, non garantiva nulla sui tempi… per fortuna la seconda signora Bertoni, conosceva persone importanti ed era disposta a mettere un po’ d’olio negli ingranaggi della burocrazia locale, in cambio di un modesto sostegno economico. A Macones, però, ogni strada aveva una scorciatoia che portava nello stesso luogo senza passare dalle aule del tribunale: bastava un’intesa amichevole tra le parti… un accordo stragiudiziale.

Insomma, concluse Salani, conveniva trattare con Rabano e quello era il momento migliore per farlo. Dopo lo spavento dell’interrogatorio, con un sospetto di omicidio sulla testa e lo spauracchio di finire in galera per truffa, il ragioniere avrebbe accettato qualsiasi condizione che gli permettesse di salvare la faccia e rimanere in libertà.

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Rosanna Bogo

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Sapìa e la pecora nera – 7

Settima parte.

Qui la sesta parte.

Notizie da Macones.

L’avvocato Salani aveva i capelli bianchi ma un aspetto ancora giovanile e l’aria soddisfatta di chi torna riposato da una lunga vacanza. Sprizzava energia e ottimismo.

“Lei è il fratello di Orlando, un commissario di Polizia… Che piacere! – disse Salani, porgendo la mano a Sapìa – conto sul suo aiuto… sa, il penale non è la mia materia.”

“Parli pure, avvocato – esclamò impaziente Luigino – dica al dottore come stanno davvero le cose e che brava persona è il caro ragioniere Mauro Rabano!”

“Sarò breve – esordì Salani – nelle ultime settimane io non mi trovavo per diporto in Polinesia… nel senso che ero sì in Polinesia, ma per lavoro: la povera signora Annalaura mi aveva incaricato d’indagare sugli affari del marito… il compianto commendator Bertoni, tre anni prima di morire, era diventato cittadino di Macones, un piccolo paradiso in mezzo all’Oceano Pacifico, e lì è registrato il suo testamento.”

“Un espediente per aggirare il nostro diritto ereditario e, immagino, anche le tasse” commentò Sapìa.

“Tutta farina del sacco di Bertoni, caro commissario! Per le questioni più importanti l’ingegnere si fidava solo di se stesso – replicò Salani, punto sul vivo – le garantisco che non ha chiesto il mio parere e neppure quello del suo commercialista, il dottor Banti.”

“Non divaghi, avvocato! – s’intromise Orlando – racconti la storia della danzatrice di tamurè!”

“E poi, a ben guardare, non era neppure un imbroglio – proseguì Salani, impermalito – il povero Bertoni trascorreva sei, sette mesi all’anno in Polinesia, aveva persino messo su casa con una donna del posto… una brava ragazza, non una ballerina! comunque il punto è un altro: a Macones ho scoperto elementi sufficienti per far dichiarare nullo il testamento.”

“Vada avanti, Salani – disse Luigino – lasci perdere i quattrini: ora comincia il bello!”

“Ovviamente tenevo informata la mia cliente sull’andamento delle indagini. L’esistenza della famiglia polinesiana era stata per la povera signora una sorpresa sgradita e così, invece di rivolgersi al tribunale per annullare il testamento, aveva deciso di cercare un accordo con Rabano. Io l’ho sconsigliata ma la signora era molto testarda e gelosa, persino del marito. Piuttosto che rischiare di spartire il patrimonio con la rivale era disposta a patteggiare con il suo peggior nemico. Per cominciare voleva spaventarlo, fargli credere di nutrire dei sospetti che avrebbe lasciato cadere nel dimenticatoio in cambio di un assegno più sostanzioso… se la manovra falliva, intendeva usare le mie informazioni per costringere Rabano ad abbassare la cresta. Era in gioco l’esistenza del fondo fiduciario! Comunque tutto doveva rimanere com’era, almeno in apparenza. Durante la nostra ultima telefonata, poche ore prima della disgrazia, mi ha detto di aver invitato il ragioniere a cena… per tastare il terreno.”

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Rosanna Bogo

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Sapìa e la pecora nera – 6

Sesta parte.

Qui la quinta parte.

La cena.

Il rag. Rabano si presentò a Villa Bertoni poco dopo le otto. Era un pingue vecchietto di modesta statura, stretto in un completo scuro che somigliava stranamente a un clergyman.

“In fondo anche lui rappresenta sulla terra un padrone che sta all’altro mondo – pensò Sapìa, vedendolo entrare nel salone – però ha un’aria servile, più da sacrestano che da prete.”

Comunque la fede all’anulare sinistro rivelava l’esistenza di una signora Rabano che non aveva accompagnato il marito ma, da qualche parte, curava la casa di quell’uomo come una fedele perpetua. Sapia se la immaginò vestita da suora, con un giglio in mano… ovviamente anche lei terziaria francescana.

Dopo i convenevoli di rito si accomodarono nella sala da pranzo.

Sapìa comprese subito che il ragioniere non era un tipo loquace: mangiava in silenzio, come i frati, mostrando interesse solo per il cibo che stava nel piatto. E non erano davvero leccornie. Il cuoco aveva preparato per lui un menù speciale di gusto francescano: riso in bianco, ricotta salata e due patate lesse di contorno.

Per attaccare discorso con un musone occorrevano argomenti di conversazione a presa rapida: il clima, lo sport, il carovita, la cucina, la salute… Sapìa decise di tentare la carta della dispepsia.

“Problemi di stomaco?” chiese premurosamente.

“L’apparenza inganna, caro commissario – rispose sorridendo Rabano – ho uno stomaco di ferro, sono di razza contadina, io! gli stenti patiti da bambino, durante la guerra, mi hanno indurito: al mio paese direbbero che sono una ‘pellaccia’… però non mi piace esagerare con il cibo, specie la sera… è uno spreco e guasta il sonno.”

“Ha ragione, così evita gli incubi” aggiunse Sapìa. Cercava di mostrarsi comprensivo per indurre il suo guardingo commensale ad abbassare le difese.

“Mai fatto un brutto sogno in vita mia, caro dottore – disse il ragioniere, sempre sorridendo – ma non dipende dalla digestione, creda a me: per dormire bene bisogna avere la coscienza pulita.”

“La moderna psicologia sostiene che i sogni vengono dall’inconscio – obiettò Sapìa – un angolo della mente che ospita pensieri e bisogni segreti.”

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Sapìa e la pecora nera – 5

Quinta parte.

Qui la quarta parte.

Il pranzo.

Sapìa giunse a Villa Bertoni poco dopo l’una. Orlando era seduto su un muretto del parco accanto all’ingresso e, con un balzò, arrivò al cancello.

“Hai visto, Italo? – disse con tono affettuoso, aprendo le pesanti ante di ferro battuto – sapevo che saresti arrivato in anticipo e ti aspettavo.”

“Risparmiami le tue melensaggini – replicò Sapìa, parcheggiando la sua auto accanto alla decapottabile canarino del fratello – ho fatto quello che dovevo e non vedo l’ora di tornarmene a casa: se non accetti i miei consigli tanto meglio, me ne lavo le mani.”

“Ma io ho bisogno di te… e del tuo aiuto… la verità è che l’avvocato non me lo posso permettere, non ho neppure il becco di un quattrino” si giustificò Orlando.

“Tu, un playboy con piedaterre a Montecarlo, ridotto in miseria? Non ci posso credere!” esclamò Sapìa ironico. Sogghignava ma, in cuor suo, non trovava affatto divertente la situazione. Quello che prima appariva solo un timore ora diventava una certezza: Orlando era sul lastrico.

“Tu ridi, ma chi sa quando potrò mettermi in tasca il lascito di Bertoni – proseguì il fratello – la sola cosa sicura, al momento, è che la banca ha bloccato le mie carte di credito… anche Luigino è al verde. Speriamo che Rabano si commuova e ci sganci qualcosa”.

“Il giovanotto non riceve un lauto mensile?”

“Già speso! Luigino, povero illuso, sperava di raccattare qualcosa da sua madre ma anche noi eravamo a secco.”

“La famiglia Bertoni non arriva alla seconda settimana del mese!?” esclamò Sapìa, più stupito che scandalizzato.

“E dove li metti i debiti? Le banche non sono il sarto o il pizzicagnolo… il conto delle carte di credito lo devi pagare… e subito”

“Però la signora Bertoni poteva scialacquare centomila euro in due mesi…l’hai detto tu – obiettò Sapìa – con quella disponibilità di liquidi vuoi farmi credere che lei e il figlio stavano in braghe di tela? Non prendermi in giro, non sono dell’umore giusto!”

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Rosanna Bogo

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Sapìa e la pecora nera – 4

Quarta parte.

Qui la terza parte.

Ma non sempre.

“Mi vuoi spaventare? – chiese Orlando, guardando con aria preoccupata il fratello – io non so nulla di come si sono svolti i fatti…gli inquirenti parlano di omicidio però, prima o poi, capiranno che non è un delitto e neppure un suicidio ma solo un tragico incidente. Perché dovrei provarti che sono innocente: innocente di che, se non si tratta di un delitto?”

“Il commissario Allegri ha motivo di ritenere che la signora Bertoni non fosse sola al momento della caduta – disse Sapìa, sforzandosi di mantenere un tono di voce pacato – se fossi tu la persona presente e ammettessi di trovarti lì, spiegando la dinamica dell’incidente in modo convincente, beh… ti posso garantire che non subiresti grosse conseguenze giudiziarie.”

“Io non devo spiegare proprio nulla al tuo amico Allegri: non ero lì, stavo a letto, te lo metto in musica? E se anche fosse omicidio, a me che importa? Fate voi! io dormivo e non ho movente – esclamò Orlando risentito – ma guardati intorno: tra poco dovrò lasciare questa villa, questa vita… avrei ucciso per i centomila euro di Bertoni? Annalaura li spendeva in due mesi.”

“Complimenti! Avevi un’amante davvero ricca” commentò acido Sapìa.

“Ricca sì, ma solo sulla carta! – replicò Orlando, accalorandosi – Bertoni era ignorante, non stupido e conosceva i suoi polli… aveva studiato una specie di “fidecommesso”: dopo la sua morte Annalaura e Luigino avrebbero avuto un sostanzioso assegno mensile ma non la disponibilità dei beni.”

“La moglie e il figlio sono eredi necessari, non si possono escludere dalla successione – obiettò Sapìa; grazie al feroce professor Cantoni, ricordava ancora a memoria gran parte del Codice Civile – la legge vieta certi inghippi.”

“All’estero però si possono fare e Bertoni era diventato cittadino di un paradiso fiscale in Polinesia – disse Orlando – prima di morire ha trasferito tutto il patrimonio in un fondo fiduciario amministrato a vita dal rag. Rabano, il suo uomo di fiducia… Annalaura scherzando diceva che era lui, Rabano, il vero erede universale del marito!”

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Rosanna Bogo

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (485)

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Dr J. Iccapot