Mi guardo allo specchio e non vedo che il mio volto, la barba incolta, qualche capello bianco. Uno come tanti, uno di quelli che non si ricordano, una di quelle facce che se le rivedi non riesci mai ad abbinarle ad un nome. Bello, lo so, non lo sono mai stato. Giovane lo sono ancora, a trent’anni appena compiuti. Dovrei avere un po’ più di metà della vita davanti, stando alle statistiche. Il problema è che dallo sguardo non si vede nient’altro.

I capelli bianchi mi sono venuti all’università, esame dopo esame, come un ricordo degli sforzi fatti per restare sveglio sui libri fino a notte fonda. Me ne sono accorto una mattina d’estate, quando il sole me ne ha indicato un filo. Poi due. Poi tre. E via. Però non sono stempiato come tanti altri della mia età, questo dovrete ammetterlo. Le rughe….beh, solo qualcuna, di quelle che si definiscono “di espressione”, legate alle tensioni che affiorano sul viso man mano che la vita scorre. Di fisico sono sempre stato magro, non sarò perfetto ma mi va bene così. No, non è il mio corpo che non va, non c’entra niente la mia immagine con quello che sento dentro.

Quello che sento dentro è una sensazione strana, come di essere, come dire, sfocato. Provate, solo guardandomi, a capire che cosa faccio nella vita. Non lo indovinerete mai. Non potreste, perché non lo so neanche io. Sul mio curriculum c’è scritto che ho un diploma di maturità scientifica e una laurea in legge. Uno stage di sei mesi in una grande azienda finito con un “ci dispiace molto ma per adesso non abbiamo bisogno di lei; però siamo stati positivamente impressionati dal suo modo di lavorare e se nel futuro ci saranno possibilità di riaverla con noi ne saremo molto lieti”, poi ancora un’estate dietro al bancone di un bar, a servire gelati alle famigliole e alle coppie di innamorati. Al nero, ovviamente. E allora che fare? Rimettiamoci a studiare.

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Beatrix

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