(pseudo-giallo a puntate)

SECONDA PUNTATA: I PENSIERI

L’uomo e la donna rimasero di nuovo soli, ma almeno erano riparati dal freddo e dal buio. L’uomo pensò che forse la donna avrebbe voluto continuare la conversazione, ma non aveva alcuna voglia di farlo. Si trovava alla stazione a quell’ora per un motivo ben preciso, che non poteva dimenticare. La donna continuò a guardare quel giovane che sembrava voler calcare un cerchio sul pavimento con i suoi passi. In fondo aveva un’aria tenera. Appariva imbarazzato e pensoso. Provò ad immaginarlo sui libri. Doveva essere uno studente, oppure un musicista. Gli guardò le mani, ma non sembravano le mani di un violinista o di un pianista. Sembravano più di uno scrittore. Non aveva anelli, probabilmente non era sposato, ma sicuramente aveva una ragazza, carino com’era. Se sua figlia avesse saputo scegliere meglio il fidanzato non si sarebbe trovata con due bambini piccoli – gemelli, come se non bastasse – e un marito sull’orlo del fallimento. Invece aveva voluto fare la fuga d’amore. Romantica, certo, molto romantica. Ma poi finisce, e le conseguenze piangono e mangiano. Quante volte gliel’aveva detto, di non essere precipitosa. E quante volte sua figlia aveva promesso di darle retta. Tutte promesse sprecate. “Voglio essere felice” le aveva detto il giorno prima di scappare col suo eterno amore. Come se fosse facile. Come se la felicità esistesse davvero. Lei lo sapeva, che quello di essere felici è un sogno vano, che non si è mai soddisfatti, che una vita perfetta non è una vita possibile. Lo aveva saputo fin da piccola, sentendo litigare i suoi per i soliti problemi di soldi. Lo aveva provato sulla pelle quando il suo primo bambino era nato e subito morto, come se il destino avesse voluto mostrarle quello che avrebbe potuto avere ma che non le era stato concesso. Se fosse vissuto avrebbe avuto all’incirca l’età del ragazzo che aveva di fronte adesso, l’età di quello sconosciuto che stava condividendo con lei la notte più strana della sua vita.

II giorno in cui il suo matrimonio era finito non aveva provato dolore, aveva solo sentito un po’ di nostalgia, non di quella vita familiare che non era riuscita mai a cucirsi addosso, piuttosto della sua giovinezza, che se ne andava insieme a quelle firme. Suo marito si era preso gli anni migliori della sua vita e non li avrebbe restituiti. Questa era l’unica verità possibile. Da quel giorno erano stati i problemi di sua figlia a riempirle la vita. Crescere i gemellini era un compito che si era addossata volentieri, ma certe volte pensava che, forse, la sua esistenza avrebbe potuto essere cento volte diversa, cento volte migliore. Poi i suoi fratelli si erano rifatti vivi, dopo anni di quasi totale silenzio. La sera prima, all’improvviso, le condizioni di sua madre erano peggiorate e si era resa necessaria la presenza dell’unica figlia femmina, per accudirla negli ultimi giorni della sua lunga vita. Si era fatta portare alla stazione da un taxi. Voleva prendere il primo treno, temeva che aspettare ancora potesse privarla della madre. Se avesse pensato di dover attendere così, in compagnia di un giovane silenzioso, in una stazione quasi deserta dove qualcuno aveva dovuto gridare così forte da squarciare il silenzio avrebbe forse deciso di partire l’indomani.
Ce l’aveva un po’ con il ragazzo, che sembrava intenzionato a non pronunciare parola.

Ehi, siamo da soli in una stazione, ragazzo, cerca di essere carino e dimmi qualcosa.

Ma l’uomo sembrava assorto in tutt’altra conversazione. Doveva essere uno di quegli studenti che credono di sapere tutto e degnano di attenzione solo chi reputano alla propria altezza. Evidentemente era troppo vecchia, o troppo donna, o entrambe le cose. Continuava a girare in cerchio e a guardare il pavimento. Neanche fosse un’opera d’arte. Andiamo, dimmi qualcosa. Guarda che non sei simpatico e ora che ti guardo bene non sei nemmeno un bel ragazzo. Hai il naso un po’ storto verso destra, te l’hanno mai detto? E tra qualche annetto potresti essere calvo. A pensarci bene anche il mio ex marito cominciò così a perdere i capelli. Prima una leggera stempiatura, poi arriva l’autunno e le foglie cadono dagli alberi. Se tu fossi il figlio che non ho forse sarei preoccupata per questo sguardo da pulcino ferito. Invece, mio figlio non è stato.

L’uomo alzò un attimo la testa per lanciarle un’occhiata distratta. I pensieri che lo tenevano incollato con Io sguardo al pavimento non gli davano tregua. Forse a quest’ora suo padre si era già accorto che non era rincasato e forse aveva già svegliato sua madre per dirle che quel suo figlio disgraziato se n’era andato. Avrebbe già dovuto essere in viaggio, se tutto fosse filato liscio, se una titubanza non l’avesse fatto tornare sui suoi passi, per poi fargli di nuovo cambiare idea e riportarlo sulla strada della stazione. Appena in tempo per vedere il treno sparire all’orizzonte, senza che lui avesse potuto salire. E ora si trovava in questa insolita situazione. Il giorno dopo, a Roma, nel pomeriggio inoltrato, avrebbe sostenuto l’ennesimo provino, per una parte poco importante con la compagnia teatrale di un vecchio amico. Non aveva ancora deciso che cosa avrebbe recitato per fare colpo sulla commissione che lo avrebbe giudicato. Forse un pezzo di “Novecento”, il monologo di Baricco, oppure qualche stralcio di Pennac. O forse era meglio andare sul classico, magari Shakespeare. Se non fosse andata bene si sarebbe cercato un lavoretto a Roma, la capitale del mondo, in attesa di un altro provino. Prima o poi qualcuno lo avrebbe notato. Da quella notte era più solo, senza genitori, senza lei.

A suo padre aveva scritto una lettera. A quel suo padre che lo voleva avvocato aveva chiesto perdono. Non ci riusciva, a realizzare i sogni degli altri. Dopo dieci anni di tentennamenti, stava prendendo possesso della sua vita. Dieci anni di lavoretti saltuari, di bugie sulla mancata iscrizione all’università, di silenzi sui sogni covati, Poi la storia con lei, la donna sposata che lo guardava dalla finestra, la donna che gli aveva rapito l’anima e se l’era mangiata. Per due anni si erano visti ogni giorno, di nascosto dal marito troppo impegnato con la segretaria per accorgersi che sua moglie si era innamorata di un ragazzo. Aveva insistito a lungo per convincerla a lasciarlo e a ricominciare tutto insieme a lui. Alla fine si era arreso. Anche per questo se ne andava. Vederla passeggiare al braccio del marito, con la stessa pelliccia che indossava la prima volta che si erano baciati gli faceva un gran male. Ci mancava solo dover trascorrere una notte intera con una donna che ne indossava una quasi identica. Chissà se si è accorta che non la guardo mai. Non lo può sapere, ma quella pelliccia mi fa venire i brividi. E poi anche lei un po’ le somiglia. Forse è un po’ meno bionda, ma da lontano le assomiglia veramente. Chissà se anche tu sei una moglie devota. Sì, lo sei, ne hai l’aria. Se ci fosse tuo marito ti stringeresti a lui come ho visto fare a lei. Sei una di quelle mamme che cucinano per i figli? Il terrore delle fidanzate. Le classiche suocere che vogliono che il loro piccolo si sposi ma poi hanno paura che la nuora non sia all’altezza. Non so se mia madre mi ha viziato. Non mi pare, ho dovuto lottare per farmi rispettare. Ho il mio carattere, papà, quante volte te l’ho dovuto ripetere. Voglio fare l’attore, ci devo provare, se no mi sentirò sempre un fallito, lo vuoi capire?

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Beatrix

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