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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Articoli con tag Racconti

L’uomo sfortunato

Un racconto di Idelfonso Nieri da: “Cento racconti popolari lucchesi“.

Da questo racconto  l’ispirazione per “La Clausola

 C’era una volta un uomo il più disgraziato che si potesse dare nel mondo. Aveva tentato tutte le vie per uscire dalla miseria, aveva fatto della sua vita torchio per montare uno scalino; ma quanto più s’ ingegnava e più sprofondava nella bigongia: se si metteva a fare una Madonna, gli riusciva un soldato! Avrebbe dato l’animaccia al diavolo per due soldi. Una volta che era più scannato del solito e non sapeva come riprillarsi dai debiti, girava da una stanza all’altra che pareva una tigre nella gabbia e sagrava come un dannato dalla gran rapina che lo divorava dentro vivo; quando tutt’a un tratto gli apparse il diavolo. — «C’è da piangere? ‘un son qua io?! Mira, eccoti qui cinquecento scudi un sopra l’altro belli pari; io te gl’impresto senz’un centesimo d’interesse, purché fra un anno in punto in questo giorno e a quest’ora precisa tu me li renda! 499 più uno». — «E se non te li rendo?» — «Se tu non gli hai da rendermeli, fratello, mi devi accontrattare l’anima; l’anima tua è mia, e io la potrò pigliare tutte le volte e quando mi parerà e piacerà». — «O cosino! ma l’anima non è mica ròccia!» — «O cosóne! ma neanche cinquecento scudi li trovi nella spazzatura! E oh! eccoli qui spulati, ballanti e sonanti, nuovi di zecca». — «Basta, dice lui, sentiremo un po’ la moglie come la pensa!» Ma aveva già l’acquina in bocca. Vanno di là e raccontano il negozio alla donna, patti e condizioni, tutto per filo e per segno. Risponde lei: — «Mi piace e ci sto; ma ci vo’ mettere una condizione anch’io». — «Che condizione?» dice Brucino. — «Se fra un anno preciso il mi’ omo non ti può ridare i tu’ soldi, l’anima sua è tua, ma purché tu, prima di poterla pigliare, tu ritrovi tre cose». Figuratevi! il diavolo che sa tutto, non se lo fece ripetere due volte: «Sta bene! Sta benone! Accetto!» Consegna i cinquecento scudi a quell’uomo e dice: «Ohe! fratelli, ricordiamoci bene i patti! Io la memoria l’bo buona; fra un anno preciso a quest’ora sono qui; occhio alla penna!» e sparisce.

A quel poveraccio quand’ebbe i cinquecento scudi in mano gli parve d’essere il più omo ricco del mondo e di potere scrivere al Papa: «Carissimo cugino!» Cinquecento monete! Cinquecento scudi lustrenti che acciecavano! Gli pareva che non avessero a finir mai. Ma una parte se ne dovette andar subito nel tappare i buchi più grossi, vo’ dire nel pagare i debiti più pressanti, perchè a que’ tempi sgusciavano in gatta ferrata come nulla anche i debitori; una parte gli ci vollero per comprarsi un po’ di biada e rifornirsi di qualche attrezzo più necessario, che la su’ casa oramai pareva quella dei topi, e rivestirsi alla meglio, che mostravan le gomita, ridotti propio, come dice il proverbio, con uno zoccolo e una ciabatta. Con quelli che gli rimasero comincio a trafficare e a volere ingegnarsi; le studiava tutte, ma aveva la sperpetua nell’ossa: quando gli diceva bene ce li perdeva mezzi; tanto più ora che il diavolo ci si era messo di piccia a mandargli tutto a trottoloni e a rovesciargli addosso il corbello delle disgrazie; di maniera che, per farvela lunga e corta, passato l’anno e venuto il momento di rirendere la somma, era asciutto come l’esca e pulito come una pianta di mano.

Allo scatto di quell’ora eccoti gii si presenta l’Omo nero: — «Amico, adsum! I miei cinquecento scudi!» — «Caro et amato Asdrubale, hai sbagliato uscio!» — «Come a dire?» — «Come a dire che in sacca mi ci ha tirato vento!» — «Ma io rivoglio i miei cinquecento scudi!» — «O leva sangue a una rapa! Quando non ce n’è, quare conturbas me?» — «Dunque l’anima tua è mia!» — «Adagio! disse Biagio; l’hai a mente i patti? Prima devi trovare le tre cose». — «Sta bene! Eccomi qua!» L’omo va dalla moglie e dice che di là c’è l’Amico Ceragia «e è venuto per quella bazzecola dei cinquecento scudi, se no….» — «Va sulla scogliera del fiume nel punto dove il razzalo è più tirente e buttaci questo sacco di panico, e digli che lo ritrovi tutto fino a un pippolino». Vanno; l’uomo rovescia nella corrente il sacco e dice: «Ritrovami tutti i granellini fino a uno!» E il diavolo si butta giù a forone e in un àmme lo ripesca tutto e lo riporta a quell’uomo. Torna dalla moglie: — «Ragazza mia, la vedo incornata male! Eccolo qui! me l’ ha ripescato tutto!» — «Coraggio e niente paura! To’ piglia questo corbello di penne; buttale al vento nel punto dove ci tiri più forte e digli che te le riporti tutte». Vanno con queste penne, le sparge al vento e gli dice: — «Ritrovale tutte; se ce ne manca una, siamo sciolti!» E il diavolo via a volo come un tappo di saetta! corri di qua, scappa di là, voltati da una parte, prillati da quell’altra, torna indietro, schizza in avanti, gira, frulla e rigira, in un lampo le ripiglia tutte e rimette il corbello pieno in mano a quel poveraccio. Torna dalla moglie co’ capelli ritti: — «Ohimè, Caterina, l’affare ingrossa! Eccoti qui le tu’ penne; le ha ritrovate tutte. Ora ci sono io alla concia del cuoio!» — «Come sei citrullo! tu affoghi propio in un bicchier d’acqua! To’, mangia questi fagiuoli qui anco che siano pogo cotti e rodili bene! poi…» e gli soffiò una cosina in una ciocca d’orecchio. Lui c’impiegò un po’ di tempo a bella posta e quando gli parve d’essere al punto giusto, dice al diavolo: «A noi». — «Che ho a fare?» — «Trovare la terza cosa». — «Lo sapevo; ma si deve camminar molto? E un pezzo che aspetto e io ho il tempo contato». — «No! no! possiamo rimanere anco qui». — «Meglio!» — «Ma tu trovi tutto?» — «Tutto! Hai visto? Io trovo tutto!» — «O be’! allora trovami questa!» e mandò un gran suono per via di que’ fagiuoli mezzi crudi! E il diavolo restò lì propio come Berlicche, senza sapere nè che dire, nè che fare. E quando si rinvenne disse: — «Di lì ci spirò l’anima Giuda! Corda, Crocifisso e boia! Per lo Zio! me l’hai fatta sul grilletto! Ma questa è farina della tu’ donna, perchè tu di tuo, mammalucco, non ci arrivavi». E l’omo rideva. — «Ghigna, ghigna, ladrone! ma il sole non è anche andato sotto, e prima che il giuoco resti, c’è il caso che tu o quel bel mobile della tu’ moglie mi capitiate tra le granfie, e allora ride ben chi ride l’ultimo!»

«Bellissima novella da vero! dirà il lettore; meritava proprio il conto di metterla alle stampe! E che morale ne ricavi?» E e’ è proprio bisogno di ricavare una lezione di morale in modis et formis da tutto quello che si dice e si fa? una semplice risata, se si ottiene, non è già qualche cosa? Tanto mancano le noie nella vita! Tanto delle prediche se ne sente poche da un anno all’altro! Ma poi quando fosse quel momentaccio, non saresti buono di levarci nulla da questo racconto buffonesco? Non vedi che l’uomo non va ridotto alla disperazione, se no è capace di buttarsi a ogni rimedio estremo e gioca di tutto, anco dell’animaccia sua?! E non vedi che siamo in balìa della sorte e che ci sono i fortunati e i disgraziati, che se si mettono a fare i cappelli, nascono gli uomini senza, testa? «Dunque, dirai, tu ammetti la fortuna? Ma chi ammette la fortuna, nega Dio!» Io non ragiono tanto dal tetto in su; io parlo dal tetto in giù e chiamo fortuna tutto quello che mi succede senza che io ci abbia nè colpa ne peccato, ne merito ne demerito. Se son bello o brutto, biondo o nero, fìgliuol d’un ricco o d’un povero, d’un galantuomo o d’un birbante; se son nato con tutti e due i piedi o con uno solo, in città o in campagna, se…. Una volta in una strada c’era un carro fermato davanti a una porta, senza buoi, nè cavalli, nè muli; era là verso le due dopo mezzo giorno. Sulla porta non c’era nessuno, sul carro non c’era nessuno, per quella strada non c’era altro che un ometto che se ne veniva tranquillo pe’ fatti suoi. Arrivato al carro passò dalla parte della porta, chè da quell’altra a mala pena ci si capiva fra il mòzzo e il muro; quando fu precisamente contro la porta, púnfete! un mattonacelo nella testa! e giù in terra mezzo morto. Che era stato? Era stato che nell’orto di quella casa ci lavoravano; dovevan portar via dei sassi, e cinque o sei s’erano messi in fila e facevano il passa passa o la lombardata, come dicono nel Fiorentino, dal dentro al fuori, e l’ultimo di sulla soglia che era giù bassa li buttava sul carro. Eran le due, avevano ricominciato allora e quel pover’uomo si trovò proprio di contro al primo che era scaturito. Domando e dico se poteva mai figurarselo e badarsene! Dirai: «la colpa fu di quelli di dentro, che dovevano attenderci loro e avvisare!» Sta bene; ma per l’uomo di fuori fu una disgrazia che li ci fossero degli scervellati. Anche il figliuolo d’un birbante è nello stesso caso: la colpa è del padre, ma il disgraziato è lui, che non poteva scegliersi da chi nascere! Eccoti lì un ceppo di terra giglia o argilla, to’! è tutta terra a un modo, spolverizzata colla stessa mazzeranga, impastata colla stessa acqua e dallo stesso mattonaio, che farà altrettanti mattoni o mezzanelle o sestini o quadroni colla stessa forma e li cocerà nella stessa fornace; e be’! uno viene più bello, uno meno bello, uno più cotto e uno meno cotto, uno diritto e uno storto e sformato; dieci o dodici di quella ceppata si romperanno e serviranno da pezzame per rincalzi, e quegli altri una parte gioveranno per un altare, una parte per un salotto, una per un pavimento di stabbiolo e una anche per peggio.

Ma giacchè tracchè, dicono a Camaiore, questa novella della fortuna è cominciata alquanto sudicetta, non deve finire molto pulita. Caro lettore, ci vuole un poco di tutto, e sempre in sulle quintessenze dei profumi non ci si può stare. O senti! C’era un uomo al mio paese che in verità era sfortunatissimo. Un giorno fra gli altri aveva giocato a tutti i giuochi che conosceva e aveva perso a tutti. All’ultimo, non sapendo che tentare, fece con uno, che ho conosciuto anch’io, a chi sputava più lontano e giocarono di mezzo paolo, ventotto centesimi. Sputò quell’altro il primo; sbagliò e si sputò ai piedi. «Per die! vincerò questa volta!» e s’imposta empiendosi la pancia di fiato; ma nell’atto di sputare gli venne un colpo di tosse e si sputò sulla barba!!!

Raccontava poi che una volta aveva giocato al giuoco del pidocchio e aveva perso anche a quello. Era un divertimentino che aveva imparato in S. Giorgio una volta che ci era dovuto stare due mesetti per via di certi sgrugnoni dati giusto in sul giuoco al suo avversario. Il bellissimo giuoco del pidocchio dunque consiste nel fare tanti circoli uguali colle seste quanti sono i giocatori; ognuno di questi poi chiappa un inquilino della sua testa, se ce gli ha, e, se non ha la fortuna di possederne, lo piglia in prestito da qualche compagno, e lo posa precisamente nel centro del suo circolo e lì li tengono fermi fino al segno delle mosse. Data la mossa: uno! due! tre! li lasciano liberi, e il primo che esce fuori del circolo, il suo padrone vince. O be’, quella volta che giocò lui, il suo pidocchio s’accucciò lì bello pari come fosse nel suo nidio e quello di quell’altro arrancava verso la circonferenza come se avesse gli sbirri dietro! E poi non c’è la fortuna!!

 

 

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Idelfonso Nieri, Cento racconti

Dice lo stesso Nieri, nella prefazione:

“Certi di questi Racconti son novelle di meraviglie; altri sono storielline tradizionali, che spiegano o pretendono spiegare qualche proverbio o qualche frase comune: i più sono veritelle, cioè fatti veri accaduti al mio paese o in quel vicinato. Per amor di varietà poi v’ho messo alcuni Caratteri e parlate prese dal vero che mi parevano degne di nota; il qual genere spesso è più ameno, spiritoso e istruttivo che molte facezie tradizionali.”

Digitalizzato da Scrivolo, il libro lo potete scaricare da qui: Idelfonso Nieri, Cento racconti popolari lucchesi (1955)

 

 

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Dr J. Iccapot

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Aggiornamento di fine estate

Vi presentiamo oggi diverse novità, alcune più visibile di altre, ma tutte, lo speriamo, utili.

In primo luogo, il box “Ultime Pubblicazioni” si è ampliato: è stata aggiunta la sezione Downloads e abbiamo reso visibile anche le prime battute dei vari post.

Nella colonna di destra, appena sotto l’immagine di Scrivolo, abbiamo collocato un nuovo box che visualizza a scorrimento tutte le nostre pubblicazioni.

Abbiamo infine aggiunto il pulsante Like di Facebook e la possibilità di esportare i racconti in pdf.

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admin

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Un po’ meno antipatico

TP

Fioranna Lagomarsino arrivò presto, come al solito prima delle otto. Aveva imparato che, per trovare un parcheggio libero vicino all’ufficio (lei non lo chiamava ‘negozio’) quella era l’ora giusta: gli abitanti del quartiere che andavano a lavoro in macchina avevano già liberato molti posti e i bancari, che affollavano l’edificio lì di fronte, si sarebbero presentati solo tra una mezz’ora.

Ticchettò, con le scarpe alte, sul marciapiede di asfalto sino alle scalette che, sulla destra, tagliavano due condomini e le permettevano di risparmiare un giro lungo quasi un chilometro; le bastava scendere quella decina di scalini, fare i pochi metri di quel budello di stradetta, spesso maleodorante per i trascorsi della notte, girare sulla destra di nuovo su una strada larga e ben frequentata, ed era quasi arrivata.

Quella mattina si sentiva un po’ meno in equilibrio del solito e scese i gradini lentamente, attenta, con una mano vicino alla ringhiera di metallo, sporca e scrostata, che non aveva il coraggio neppure di sfiorare, ma alla quale si sarebbe senz’altro attaccata in caso di necessità: le scale erano infatti ancora più insidiose, lavate di fresco evidentemente dal Servizio Strade che ogni tanto (non troppo spesso, in realtà), a forza di ricevere le proteste dei condomini, passava a far pulizia d’ogni tipo di schifezza che gli avventori del bar, lì vicino, ubriachi o peggio, riversavano in quella specie di corridoio che di notte era quasi completamente al buio.
Percorse la stradina e fu di nuovo sul marciapiede, quello del ‘suo’ ufficio. Camminò ancora ticchettando, stavolta sulle vecchie mattonelle grigie; pochi metri più avanti, fuori dal bar, c’era il solito ragazzotto, riccioluto e peloso, che spazzava via, dall’interno del locale, gli avanzi della notte.

Quando furono vicini i due sguardi si incrociarono, “Ciao” fece lui, spostandosi e appoggiandosi al manico della scopa per farla passare; lei stavolta gli rispose solo con un cenno della testa. A pranzo, qualche volta, lo aveva intravisto all’interno del bar, nelle cucine: doveva essere una specie di garzone o factotum, non era mai dietro al banco; c’era in quel ragazzo e nel suo comportamento qualcosa di sgradevole: tutte le mattine si faceva trovare lì quando lei passava, a spazzare in strada i rifiuti del negozio. Come sempre le venne da pensare che invece avrebbe dovuto raccoglierli all’interno e buttarli poi via; Fioranna trovava insopportabile questo disinteresse per gli altri e questo voler, mattina dopo mattina, sporcare la strada proprio lì fuori. Senza contare che era anche un gran cafone: la lasciava passare ma poi non si rimetteva subito a pulire e la guardava camminare: le guardava i polpacci, torniti e sotto tensione per i tacchi alti, e di certo le fissava anche il culo, lo sapeva, fino a quando non era entrata nel suo ‘ufficio’. Veramente un tipo molto antipatico e c’era magari da aspettarsi che una mattina facesse qualche gesto sfrontato.

Quando fu davanti alla porta del negozio, perché in effetti non lavorava in un ufficio ma in un negozio di informatica, anche se, parlando dell’argomento, ci teneva a precisare di essere la segretaria e contabile della ditta, notò una persona in attesa, un tizio che aveva già visto qualche altra volta e che si era intrattenuto con i tecnici, ma poi se ne era sempre andato via senza comprar nulla. In effetti, loro non vendevano al pubblico, non ne avevano la licenza, i clienti del negozio erano aziende o comunque privati che richiedevano la ricevuta fiscale.

“Buongiorno”, lo salutò, “mi aspetti, entro prima io, devo togliere l’allarme”. “Certo, si accomodi” le rispose, cortese, il tizio. Bassotto, una quarantina d’anni, robusto, i capelli già brizzolati, restò ad aspettare. Fioranna digitò la password di sicurezza e poi lo invitò ad entrare “Ma non chiuda la porta, per favore, bisogna far passare un po’ d’aria” . Il negozio di solito non aveva un buon odore a quell’ora di mattina; dato che la strada era in pendenza, si apriva appena un paio di gradini sotto il piano stradale e proseguiva poi semi interrato: le pareti, bianche di calce e la moquette celeste lo facevano sembrare quasi elegante, ma i muri erano umidi ed all’apertura bisognava sempre aprire tutte le finestre, che erano ad altezza del marciapiede, per far sparire del tutto la puzza di muffa della notte.

“Sono venuto per prendere lo scanner” fece l’uomo, “quello che mi ha fatto vedere il suo collega l’altro giorno, sa, quello con il fronte retro” aggiunse, indicando alle sue spalle, verso la piccola mostra accanto alla porta d’ingresso. “Il nuovo Canon, dice? Glielo prendo subito”. Se necessario, ovviamente, svolgeva anche il compito dei colleghi. Si era rapidamente tolta la giacca, appendendola all’attaccapanni del negozio, e aveva acceso tutte le luci. Prese le chiavi nel portapenne sul bancone all’entrata, lì dietro era  la sua postazione di lavoro: “Vado in magazzino, si accomodi, farò in un attimo”, disse al cliente avviandosi lungo il corridoio verso una porta che si apriva dal lato opposto alla strada. In realtà il magazzino era  una specie di cantina, ma in fondo doveva servire solo per ospitare il poco materiale in transito; tenevano pochissimi oggetti a stock perché, in genere, vendevano soltanto sull’ordinato. “Ha bisogno d’aiuto, signorina? Vengo con lei?” fece, gentile, l’uomo “No, non importa, grazie. La scatola è un po’ ingombrante ma leggera. Arrivo subito”.

Ed infatti ritornò in un attimo, con lo scanner nel suo imballo sigillato. Lo mise sul bancone, accanto all’uomo, e si accomodò nella sua postazione per preparare i documenti. “Il prezzo lo sa, mi servono i suoi dati: Nome e cognome, indirizzo, codice fiscale”. “Per farne cosa?” chiese l’uomo, la voce leggermente tesa. “Le devo fare una ricevuta fiscale, non siamo abilitati a tenere un registratore di cassa” spiegò lei, gentilmente; le era capitato molte volte di dover chiarire la questione con qualche cliente sprovveduto ma, alla fine, non erano mai nati problemi.

“Che ve ne fate dei miei dati? Io i miei dati non li do a nessuno” aveva alzato la voce “Che c’entrano i miei dati con lo scanner? Da quando in qua chi entra in un negozio per comprare deve rivelare i fatti suoi a una sconosciuta” gridava. “Ma signore, i suoi dati mi servono solo per compilare la ricevuta, è la regola”

“Me ne frego delle sue regole.  Io pago e voglio lo scanner”  gridò l’uomo mettendosi una mano in tasca,  “Ora mi mostra il contante già pronto”, pensò irritata Fioranna, ma invece del portafoglio dalla tasca spuntò un oggetto oblungo e poi qualcosa di luccicante: quel tipo aveva in mano un coltello a serramanico e sembrava sul punto di dare in escandescenza. Fioranna era terrorizzata: bloccata dietro il bancone, non aveva via di scampo, cercò di pensare  freddamente alla situazione. E se si fosse messa a urlare? Quello probabilmente l’avrebbe accoltellata! Poteva tentare di farlo ragionare per prendere tempo, forse a minuti sarebbe arrivato in suo soccorso un collega o un cliente.

“Io non dico niente a nessuno, sa! Niente a nessuno, ‘Loro’ me lo chiedono ma io non dico niente” urlava l’uomo guardandola stralunato, fuori di sé. Si era avvicinato al bancone ed agitava il coltello verso di lei, minaccioso. Fioranna non poteva indietreggiare più di così: aveva già le spalle appoggiate al muro.

Si sentì perduta, come quella volta in auto quando si era distratta cercando una stazione sull’autoradio e si era scontrata con un’auto parcheggiata. Vedeva avvicinarsi l’impatto senza poterlo impedire. Poi staccò per un attimo gli occhi dalla lama luccicante e, guardando alle spalle dell’uomo, si accorse che nel negozio qualcosa si muoveva: era il ragazzo del bar con la scopa in mano. Non lo avevano sentito camminare quatto, quatto, sulla moquette celeste e tutto si svolse in un attimo. Il ragazzo passò il manico della scopa davanti al torace dell’uomo, e lo serrò per impedirgli di muoversi; contemporaneamente lo spinse da dietro con violenza contro il bancone; l’uomo cercò di divincolarsi , ma un pugno al fegato lo fece piegare in due dal dolore, fiaccato, la testa piegata sul banco, sulla faccia una smorfia di dolore. Il coltello cadde sulla moquette.

“Chiama i Carabinieri” fece il ragazzo “stai tranquilla che questo ora non si muove”. “L’avevo già visto qualche volta, al bar, e non mi era piaciuto. Mi avevano detto che faceva discorsi strani e quando ho visto che ti aspettava, stamani…”

I Carabinieri si portarono via, non senza fatica, il cliente che ancora si ostinava a non rivelare le proprie generalità. Il maresciallo invitò Fioranna a passare più tardi in caserma, per il verbale, ma senza fretta, e segnò su un taccuino anche i dati del ragazzo . “Mi chiamo Aldo Mariani ” fece lui, un po’ imbarazzato.

“Allora signor Mariani stasera lei è invitato a cena a casa mia” disse d’impeto Fioranna appena sentì sgommare la volante. Di solito era molto riservata e non aveva conoscenze maschili, a parte i colleghi e qualche maturo impiegato che sua sorella sposata di tanto in tanto le presentava. E per il dopocena, pensò per la prima volta a qualcosa di più interessante di una passeggiata fino alla gelateria o del solito cinema. Aldo sorrise appoggiandosi come al solito al bastone della sua scopa e lei pensò che quel ragazzo le era diventato di colpo un po’ meno antipatico.

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Dr J. Iccapot

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Il mercante babilonese

Ebu-Lantor

Quando Aktur-Gebhal arrivò alla casa di Haddon-Asar, il mercante caldeo, tutto era già pronto per la cena. L’invito gli era stato rivolto quando si era saputo della sua decisione di recarsi ad Eridu per contattare direttamente i mercanti di quella città. Voleva avere a Kish quelle merci, preziose e sempre più richieste, che finora si erano potute acquistare solo dai pochi mercanti caldei cittadini che erano gli unici a commerciare con i colleghi della propria razza.

Ad Haddon-Asar il più giovane Aktur-Gebhal era simpatico, aveva avuto occasione di trattare degli affari con lui e ne aveva apprezzato la correttezza e la regolarità nei pagamenti, virtù che, visti i tempi, non erano diffusissime.

Il mercante caldeo, invece di considerare i contatti diretti con i suoi fratelli del Golfo come un pericolo per i suoi affari, aveva gradito l’iniziativa del collega di Kish: era il primo che tentava di stringere rapporti senza intermediari e riteneva il progetto un’occasione politicamente importante.

Il desiderio dei Caldei di espandersi sempre più a Nord, fino alla splendida Babilonia, era noto e temuto: ne potevano nascere terribili fatti di sangue. Haddon-Asar stesso e alcuni, pochi, altri commercianti caldei spintisi fino a Kish, erano ben tollerati dalla popolazione, ma erano anche controllati attentamente dalle autorità. Era dunque un bene che, a dispetto delle stirpi diverse, ci fosse chi pensava che un uomo vale l’altro, che un mercante è sempre un mercante, sia pure caldeo. Si sarebbero potuti creare legami più stretti e i movimenti verso Nord sarebbero diventati più frequenti e pacifici.

Fu con questa serie di considerazioni che Haddon-Asar accolse Aktur-Gebhal nella sua sala da pranzo. La stanza non era molto grande, ma ostentava gli sfarzi dell’ospite. Ben illuminata e riscaldata, c’erano due schiavi a fare il servizio per le portate del cibo e delle bevande; una giovane schiava dai capelli scuri e lucenti, la pelle pallida e gli occhi tagliati all’insù, serviva solo il padrone. Attenta ad ogni suo gesto, gli preparava il cibo nei piatti, tagliandogli i grossi pezzi che arrivavano sui vassoi, mescolandoli con le verdure e le salse che sapeva più di suo gusto; talvolta lo imboccava, e gli porgeva la coppa sempre piena ed i lini per nettare mani e bocca.

Il pranzo fu molto gradevole, abbondante, e si parlò ovviamente di lavoro e del prossimo viaggio. Haddon-Asar cercò di informare sinteticamente il collega sulla visione che della vita e degli altri popoli avevano lui e i suoi fratelli caldei, di quali erano le cose a cui erano più sensibili, quali gli argomenti di conversazione più graditi e quali gli usi e i costumi, dal modo di vestirsi alle abitudini conviviali.

Gli raccontò di come i Caldei tenevano in gran conto molti potenti dei, sotto la cui protezione mettevano ogni aspetto della vita quotidiana, e di come era importante manifestare rispetto per queste divinità il cui culto, insieme alle arti magiche, caratterizzava il suo popolo.

Haddon-Asar gli suggerì anche di prendere una certa confidenza con questo mondo sacro, cercandosi anche, perché no, un particolare dio di cui farsi devoto seguace e sotto la cui protezione mettersi, almeno per il periodo del viaggio.

Il caldeo Cherib-Sennan aveva un fiorente commercio di oggetti preziosi; Aktur-Gebhal si recò da lui qualche giorno dopo la cena: il suggerimento di Haddon-Asar gli era piaciuto; voleva comprare un qualche monile che rappresentasse una divinità caldea, di cui sarebbe diventato fervente adoratore. Spiegò la sua necessità al commerciante di preziosi che, inteso del viaggio che doveva intraprendere, gli mostrò una scatolina con alcuni anelli, dicendogli che rappresentavano il dio Ebu-Lantor, dio dei venti, protettore dei naviganti e dei mercanti, uno degli dèi più importanti tra quelli caldei.

I preziosi che gli mostrò erano molto belli, lavorati finemente, con quella cura che si deve ad oggetti degni di devozione. Alla fine scelse un anello d’oro, con l’immagine del dio su una pietra verde; forse un oggetto un po’ troppo vistoso ma doveva servire proprio allo scopo di mettere in bella evidenza la sua venerazione. Tentò di tirare un po’ sul prezzo ma, quando Cherib-Sennan gli fece osservare che non si può mercanteggiare sull’immagine di un dio, pensò bene, per non far irritare subito il suo potente nuovo protettore, di pagare il dovuto e di ringraziare il mercante per i suggerimenti che gli aveva dato per la scelta del gioiello.

Il viaggio, che intraprese qualche giorno dopo, fu abbastanza lungo: si era spostato con due soli schiavi, ma aveva pianificato le sue tappe con molta attenzione, basandosi anche sulle indicazioni che Haddon-Asar gli aveva dato. Il percorso era agevole, la strada tranquilla, ed in poco più di una settimana arrivarono a Eridu.

Aktur-Gebhal aveva cercato di vestirsi in modo da non sembrare un ‘babilonese’, e si era dato da fare per fissare degli incontri da cui sperava sarebbero nate delle collaborazioni interessanti per il suo lavoro. Notò invece, subito, una malcelata voglia di tenerlo a distanza, di non avere con lui che brevi colloqui, che risultavano in genere poco fruttuosi.

Lo trattavano freddamente, quasi volessero liberarsi il prima possibile della sua presenza; alle cene che aveva organizzato partecipò solo qualche inutile scroccone.

Non riusciva a capacitarsi: aveva fatto il viaggio apposta per stabilire nuovi legami, per far aumentare i suoi guadagni, certo, ma offrendo ai mercanti caldei la possibilità di avere una nuova regione dove far arrivare, ben pagate, le loro merci.

Nelle poche occasioni pubbliche a cui fu invitato, fu sempre tenuto in disparte; qualche breve scambio di battute, in piedi, con, negli occhi dei suoi ospiti, la fretta di allontanarsi da lui.

Vista la situazione poco concludente, decise di tornare a Kish prima del previsto, anche per evitare che l’attività nei suoi magazzini, non seguita personalmente da alcune settimane, potesse creargli delle perdite.

Il viaggio di ritorno fu pessimo: maltrattò i suoi schiavi, fu sempre di malanimo con i compagni di viaggio e nei luoghi di sosta. Arrivato in città, per giorni scaricò il malumore sui suoi collaboratori senza che questo lo ripagasse tuttavia dell’insuccesso dell’impresa su cui aveva contato così tanto.

Haddon-Asar volle rivedere Aktur-Gebhal, qualche giorno dopo, per informarsi sull’esito della missione; Aktur-Gebhal accettò di malavoglia l’incontro. Parlarono del viaggio, degli incontri infruttuosi, dell’atteggiamento quasi ostile che i mercanti caldei gli avevano dimostrato; Haddon-Asar era piuttosto meravigliato nel sentire le descrizioni degli incontri; i suoi concittadini non erano certo persone prevenute contro gli altri popoli, anzi: i contatti con popolazioni diverse erano l’essenza stessa del commercio!

Aktur-Gebhal, amareggiato, raccontò al collega come, dopo il suo suggerimento, avesse anche cercato la protezione di un dio caldeo e avesse acquistato un bell’anello con l’immagine della divinità.

“Quale dei nostri potenti dei?” gli chiese curioso Haddon-Asar; Aktur-Gebhal gli mostrò il vistoso anello, comprato settimane prima, e gli rispose: “Ebu-Lantor, dio dei venti e protettore dei mercanti”.

Haddon-Asar guardò l’anello, poi guardò lui; la faccia gli cambiò di colore: stava facendo di tutto per reprimere un violento attacco di risa.

“E tu sei andato in giro a mostrarlo a tutti?”

“Certamente, per far vedere come avessi il potente dio a proteggermi!”

“Ma allora è ovvio che nessuno ti volesse vicino per più di qualche minuto, che non ti gradisse ospite alla sua mensa, che non avesse piacere a farti sedere accanto a lui. Ebu-Lantor è il dio dei venti, è vero, ma non è il protettore dei mercanti, è il protettore” e qui non ce la fece più e scoppiò, fragorosamente, a ridere “… è il protettore di chi soffre di flatulenze!!!” e si piegò in due, le lacrime agli occhi, davanti alla faccia inebetita di Aktur-Gebhal.


Fatti e personaggi di questa storia sono di pura fantasia. Non così il potente Ebu-Lantor, dio caldeo dei venti, a cui ci si rivolge(va) per guarire dal meteorismo.

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Dr J. Iccapot

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Il viaggiatore

autobus siena sita

Interno di un autobus di linea della Sita

Erano decenni che faceva su e giù per mezza Toscana. Ogni giorno aveva preso il solito autobus a Siena, era sceso alla solita fermata a Firenze. E poi di nuovo, il pullman a Firenze per il ritorno a Siena. Alla solita ora, la mattina, per andare. Alla solita ora, la sera, per tornare. Una vita in pullman regolata da altri.

Aveva visto e conosciuto anche tante persone. Gente più anziana, quando cominciò il suo lavoro. E poi via via, sempre più persone giovani. Era sempre stato naturale, questo, ma negli ultimi anni cominciava a farci sempre più caso. Gli anni passavano. 30 anni fa non avrebbe mai immaginato che quella vita così faticosa sarebbe durata per così tanto tempo. Ogni giorno le stesse facce. Gli stessi posti a sedere. I sogni interrotti dalla sveglia e ripresi in superstrada. A volte le ferie ad interrompere quella monotonia, ma ogni volta, ognuno, tornava là, magari più abbronzato in volto e con ricordi da raccontare. Ma comunque là, di nuovo, sul pullman.

E poi aveva visto correre quel prezzo dell’abbonamento, sempre più veloce. E quei pullman sempre più scassati. Qualche volta quando era giovane aveva provato a far qualcosa, uno sciopero degli abbonamenti, segnalare quella loro situazione alla stampa, magari chiamare l’Ausl perché controllassero l’igiene di quei pullman e magari staccare una multa in direzione dell’azienda di trasporti. Ma ogni volta la noia della quotidianità aveva vinto lui e tutti gli altri viaggiatori.

Ma gli anni erano comunque volati, il suo lavoro gli piaceva e aveva stretto ottimi legami con i colleghi, anche se soffriva ad ogni organizzazione di eventi, perché lui non poteva partecipare se non saltuariamente. E passare sempre per asociale, per quello che non vuol far amicizia con i colleghi gli dava fastidio. Gli piaceva divertirsi, uscire con i colleghi a prendere una birra, ma svegliarsi presto e venire in macchina, invece che con il pullman, era davvero troppo faticoso.

Quanti pensieri gli venivano quel giorno. Rivedeva nei volti stanchi degli altri passeggeri tutti quelli che negli anni si erano susseguiti ai loro posti. Erano partiti da pochi minuti, come al solito in ritardo, ed erano ancora in città che già sentiva un groppo alla gola per tutti quei ricordi che stava per lasciare sul pullman. Così come poche ore prima lo aveva assalito la tristezza di abbandonare la sua scrivania, i suoi colleghi, quella macchinetta del caffé che ogni giorno proponeva bevande sempre più ustionanti e imbevibili. Ma quel giorno era arrivato e così come lo aveva visto vivere da suo padre un paio di decenni prima o da altri colleghi arrivati e partiti prima di lui da quel pullman, anche per lui era colmo di ricordi, di emozioni e di paura per quella sveglia che il mattino successivo non avrebbe suonato.

Poi tutto d’un tratto, il piede sull’acceleratore schiacciato appena entrati in superstrada per recuperare quei dieci minuti di ritardo. Le buche nell’asfalto di una strada vecchia già appena fatta. E quel rumore ossessivo, come di vetri che vanno frantumandosi in un pullman.

Forse fu l’ennesima buca presa dall’autobus e il relativo tremore di tutti gli interni, forse furono le lacrime che ormai scendevano dai suoi occhi. Ad un tratto si alzò, fece quei pochi passi che lo separavano dall’autista e a voce bassa, ma ferma, gli disse di fermarsi. Quello non lo sentì o fece finta di nulla, cosa voleva quel vecchio? Ancora più infuriato per quel disprezzo, il vecchio tirò il freno a mano. L’autobus perse stabilità, l’autista incredulo si fece spostare con grande facilità, il vecchio viaggiatore si mise al suo posto e con sangue freddo fermò il pullman. Aprì le portiere come aveva sempre sognato fin da giovane e fece scendere tutti, compreso l’autista, facendo incetta di insulti di ogni genere. Poi richiuse le porte e premette sull’acceleratore. Il cambio era automatico, il volante servoassistito, era una passeggiata guidare quel coso. Ancora un po’ di più sull’acceleratore e già correva su quella pista così tante volte percorsa passivamente e adesso comandata a folle velocità. Infine ecco il suo obiettivo.

Il ponte lo vide arrivare e puntare dritto verso il guard rail, lo sfondò facilmente e si perse tra le fronde degli alberi che nascondevano un lento e tranquillo ruscello. Quando ritrovarono il pullman, il corpo del vecchio era sparito e non c’erano tracce di sangue.

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Juan

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La protesi

sorpresa

Era ormai diventato occasione di discussione, la sera, a cena, con la moglie: con chi altro doveva parlarne? Era lei la maggiore interessata! Amorevole e comprensiva, aveva cominciato con qualche allusione, qualche accenno vago, qualche tentativo scherzoso di affrontare il problema.

Che fosse un problema, e che problema, lui lo sapeva benissimo: era cominciato in maniera impercettibile, ma poi, piano piano, se ne era dovuto accorgere. Aveva fatto finta di nulla, come fanno gli uomini, sempre timorosi delle malattie organiche.

Nonostante il suo atteggiamento di superiorità e di sprezzo, la situazione non era migliorata e adesso lei, nell’intimità, quando era più facile parlargli, aveva cominciato ad accennare, ad alludere…

Alla fine era diventato, appunto, uno dei pochi argomenti di cui si parlava a tavola. Ormai sua moglie sembrava non far passare giorno senza portare dalla sua parte pareri medici, articoli letti su qualche giornale femminile, addirittura esempi e casi favorevoli.

‘Sai, anche X ce l’ha, me l’ha detto sua moglie’ gli riferì una sera, mentre gli riempiva il piatto con la minestra fumante. L’appetito gli passò. Ma come, è un argomento di discussione tra mogli? E la moglie di X non era neanche mai stata amica della sua; chissà, forse si erano incontrate dal parrucchiere, e parlando del più e del meno… magari sua moglie aveva parlato di…, del …, insomma del suo problema davanti ad un gruppetto di sconosciute. Sua moglie, sotto il casco, che racconta ad alta voce, e le altre che la compiangono. Dio mio, che figura, tutti i mariti avevano saputo che lui …, insomma, che lui …

Quella notte il tormento non lo fece dormire, non poteva più andare avanti così, no, non poteva, doveva mostrarsi uomo!

La mattina dopo prese qualche ora di permesso, prima di pranzo. Già da alcuni giorni si era  informato se in città ci fosse qualche negozio, diciamo, specializzato; ne aveva individuato uno, in periferia, lontano dalle zone che frequentava abitualmente e che gli sembrava al riparo da incontri imbarazzanti con qualche conoscente.

Passò un paio di volte davanti al negozio, prima dalla parte opposta della strada, poi proprio davanti alla vetrina, facendo finta di nulla. ‘Sì, pensò, figurati se il commesso non mi ha già notato!’. Perché, ovviamente, dentro non poteva che esserci un uomo a servire i clienti.

Alla fine, senza pensare, si fermò davanti alla porta e spinse, a dita rigide, senza afferrarla, la maniglia. Appena dentro, spinse di nuovo la porta per chiuderla il più rapidamente possibile, senza rendersi conto del meccanismo di chiusura automatica. Incrociò lo sguardo del commesso, illuminato per un attimo da una luce beffarda di chi, non avendo il …, insomma, il problema, ha visto entrare tanti clienti, imbarazzati come lui.

Gli furono mostrati vari modelli, alcuni addirittura eccessivamente voluminosi, altri complicati da portare, con certe fascette di velcro da agganciare che sicuramente gli avrebbero reso la vita ancora più complicata. Finì per acquistare un modello classico, di cui il commesso vantò la funzionalità e che gli fece addirittura provare. In effetti, dovette convenirne, adesso che l’aveva indosso gli sembrava proprio che potesse assolvere bene la propria funzione. Doveva comunque sentire cosa ne pensava sua moglie.

Tornò in ufficio prima della pausa, con l’acquisto ben nascosto sotto la giacca: la carta e la busta che avvolgevano il…, il …, il coso, insomma, gridavano la pubblicità del marchio e del negozio. Si chiuse nel bagno e rifece, velocemente, il pacchetto, usando dell’anonima carta grigia che aveva acquistato dal tabaccaio, la mattina prima di prendere l’autobus; mise poi il tutto in uno dei sacchetti del supermercato che teneva nel cassetto della scrivania.

Il pomeriggio lo trascorse lavorando, ma con il pensiero fisso alla sera, quando sarebbe rientrato, quando lo avrebbe indossato e fatto vedere a sua moglie.

La sera, appena entrato in casa, mugugnò un saluto dalla porta d’ingresso, abbandonò la sua borsa su una delle poltroncine e si chiuse in bagno, con il sacchetto. Armeggiò un po’ davanti allo specchio, per poterlo indossare bene; certo, quel color carne gli dava fastidio, ‘Ma’, pensò, ‘se avessi preso uno di quei modelli neri sarebbe stato peggio’.

Si aggiustò ben bene, fece la prova davanti allo specchio grande, di fronte, di profilo… Sua moglie aveva già bussato due volte, per avvertirlo che tutto era pronto in tavola; sì, adesso anche lui era pronto, le avrebbe fatto vedere…

Spense la luce del bagno e affrontò baldanzoso il corridoio, poi la cucina; si avvicinò alla moglie e la salutò baciandola e stringendola fino a sentire l’abbandono delle carni sode. ‘Ma cosa fai?’ si schermì, piano, piano lei; lui sorrise, complice. ‘Oh, caro…’ le si illuminò il volto, non aveva potuto non accorgersene, ‘ Finalmente!’

Si misero a tavola, felici, e accesero la TV: quella sera poté sentire, senza perdere una parola, tutte le notizie del telegiornale, grazie alla sua protesi auricolare nuova di zecca.

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Dr J. Iccapot

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

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Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (484)

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Dr J. Iccapot