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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Articoli con tag Quadri

Ottobre 2013 – Variazioni

Ottobre 2013 - VariazioniAcrilico, 40 x 60 cm (2013)

 

… e soggiogatevi la terra…

Così ci è stato detto. Abbiamo soggiogato la terra fin dov’era possibile con le nostre forze, ma dove la forza delle nostre mani non era sufficente, abbiamo creato la macchina, il “Golem” senza volontà che lavora per noi e che ci prometteva un’epoca d’oro.

L’epoca della macchina era arrivata.

Dominavamo il mondo finchè ci siamo resi conto che era anche la macchina a dominare noi.

Abbiamo sacrificato la contemplazione alla reazione veloce, e lo sguardo fisso sul tachimetro, sul display e sullo schermo, ci impedisce di guardare in modo sognante il passaggio lento delle nuvole nel cielo, nuvole autentiche, non pilotabili da nessuna Playstation.

Noi siamo mobili finchè c’è benzina nel serbatoio.

Il computer ci serve come cervello sostitutivo, è il nostro “Golem” mentale.

Il telefono senza filo è il nostro cordone ombelicale con l’ambiente.

Noi twittiamo, facebookiamo e googleiamo più velocemente del nostro pensare.

Chi sa wikipediare ha una risposta per tutte le domande.

Noi siamo la vetta della creazione, ma sotto la nostra corona ci sta spesso una testa avvizzita con connessione wifi.

Siamo sempre informati in modo più veloce e migliore finchè non riusciamo nemmeno più a distinguere la verità dalla menzogna.

Leggi e regole procurano ordine e tranquillità. Ci offrono una specie di gabbia per conigli sicura finchè raggiungiamo la maturazione per il macello.

Per questa gabbia di conigli dobbiamo pagare persino un affitto, molti soldi.

In questo momento il denaro è il mezzo più efficace di repressione, quello che Dio nella Genesi ha clamorosamente trascurato.

Intanto sappiamo che Dio è morto e che il denaro è vivo.

La religione è l’oppio per l’uomo e il denaro il suo unico Dio…

che ha soggiogato la terra…

Come musica di sottofondo – della quale non possiamo più fare a meno – si presta bene la sinfonia nr. 10 di Schostakowitsch…

(Traduzione di R. Battilani)

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Johann Widmer

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Settembre 2013 – Rosso movimentato

Rosso movimentatoAcrilico, 50 x 50 cm (2013)

 

Periodicamente ritorna la domanda su come nasce un’opera d’arte, da dove l’artista riceve la sua creatività, da dove prende le idee e come fa a mantenere viva la sua ispirazione. Poi arrivano le solite domande del perchè, per che cosa, per quale motivo…

Come se si potesse arrivare ad una facile risposta.

Ma non c’è.

Sono stati scritti grossi volumi su questi argomenti, costruite delle teorie, delle ipotesi e si è discusso a lungo. Tutto questo ha raramente portato a delle risposte soddisfacenti.

L’autore che si avvicinò forse di più fu Alain (E.A. Chartier / 1868 – 1951). La sua opinione era che “il fare è la sorgente del bello” e che “l’arte è una forma del fare e non del pensare”. (Préliminaires à l’esthétique / Nov. 1935).

“Di solito ci si chiede che cosa abbia progettato l’artista e di seguito si paragona con il risultato. Ma la natura della pittura è l’attività del dipingere. Fino a quando l’artista non ha tirato la prima pennellata di colore i suoi pensieri sono sospesi nel vuoto e la sua forza di immaginazione si prende gioco di lui, con la brillante promessa del possibile. Ma una volta cominciato il suo lavoro subentra la dinamica propria dell’azione: quello che fa momentaneamente si misura con quello già fatto e cresce lentamente, passo per passo, al di là di quello che voleva fare.”

(Traduzione di R. Battilani)

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Johann Widmer

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Marzo – Sacre du Printemps (Sagra di Primavera)

Acrilico, 60 x 70 cm (2011)

 

Il rosso è un colore statico. Contrariamente alla dinamica del blu e del giallo, il rosso rimane fermo al suo posto, vigoroso e carico di energia, agendo dall’interno. La larga gamma dei rossi può essere utilizzata come espressione di fuoco, calore, aggressione e ira, fino ad arrivare alla morte e allo spargimento di sangue.

Il rosso può anche essere inteso come simbolo d’amore o, nella cultura cinese, come colore della fortuna.

Se il rosso tende verso il giallo, ovvero quando vi si mescola del giallo, il colore rosso inizia a splendere e il calore diventa piacevole, l’aggressione diventa ottimismo e l’ira diventa coraggio. Tutto si sviluppa fino al momento in cui il rosso e il giallo raggiungono un punto morto nell’arancione. Qui la forza e la dinamica si annullano a vicenda.

Quando il rosso tende al blu il fuoco divampante si spegne velocemente e diventa brace, mutandosi in riflessivo e misterioso. É il fuoco sull’altare di una ceremonia sacrificale e notturna.

Alla proprietà statica del colore rosso si addice la forma del cerchio. La forza concentrata del colore viene tenuta insieme dalla circonferenza.

Quello che ci fa tendere l’orecchio è il colpo di timpano, sono i momenti potenti, carichi di energia e di tensione.

Sono gli accenni vigorosi che fermano per un attimo il flusso del tempo. La musica è in gran parte il frutto del costante fluire del tempo nel quale si susseguono in una sequenza variopinta, colore su colore, intorno ai fari rossi della forza e del fuoco.

Ad uno di questi fari della “SACRE DU PRINTEMPS” di Igor Strawinsky è dedicato questo quadro.

(Traduzione di R. Battilani)

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Johann Widmer

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Febbraio – Appalachian Spring

Acrilico, 35 x 50 cm (2011)


Il verde non è proprio il colore preferito dei pittori. Ma soltanto pochi si sono comportati così univocamente riluttanti verso tale colore come W. Kandinsky che lo definiva come elemento immobile, compiaciuto e limitato e inoltre “come una mucca immobile sdraiata, soltanto capace di ruminare mentre osserva con occhi stupidi e apatici il mondo.”

Verde come stallo, si può anche percepire secondo la valutazione di Goethe, che descriveva l’effetto di questo colore come armonioso e tranquillizzante: “non si può andare avanti e non si vuole andare avanti”. Ci si vuole soffermare e godersi l’effetto benevolo del verde in contrasto con il nostro mondo stressante e irrequieto dove si ha a volte nostalgia di un’oasi tranquilla e verde.

Verde è il colore della vita per tutti i popoli del deserto, anche per questo la bandiera del profeta Mohammed è verde, è il colore della beatitudine.

Verde è anche la nostalgia della primavera, in modo particolare dopo un inverno freddo e rigido. Il verde, pur essendo un colore statico, contiene una notevole forza interiore. É la forza del germogliare, della vegetazione, del rinnovamento, della resurrezione e della vita. Verde è in gran parte la veste della terra, dominando il paesaggio dove vivono la maggior parte degli uomini. É il colore caratteristico della vegetazione per la rispettiva stagione.

Nella suite concerto “Appalachian Spring” di Aaron Copland l’ascoltatore viene condotto in un paesaggio verde e verdeggiante. Non è una rappresentazione naturalistica di crinali verdi, si tratta di un paesaggio interiore e interiorizzato, è un sogno ad occhi aperti, una visione verde. É un paesaggio, che riflesso in sè stesso, agisce su di noi per ogni dove forse come simbolo o come esperienza archetipica. Le sfumature di verde chiaro rappresentano la forza rinnovatrice della primavera con il suo impulso di mettersi in cammino, le più scure simile al colore delle foreste di abeti agiscono verso l’interno, è il verde della perseveranza.

(Traduzione di R. Battilani)

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Johann Widmer

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Gennaio – Adagio

Acrilico, 40 x 60 cm (2011)


Secondo la sua caratteristica il colore blu celestiale ha l’impulso di liberarsi nella lontananza e nell’infinito. Ma qui viene catturato tramite parallele e fissato nel “finito”. L’infinito rimane soltanto accennato. Rimane anche la contraddizione tra quiete e forza allontanatrice. È l’adagio nella musica, avanzando tranquillamente e senza fare dei balzi scatenati. Il blu chiaro, trasparente come il cielo primaverile, invita a sognare mentre il blu scuro, il colore del sogno, ci conduce nelle profondità della mistica. Qui regna l’inconscio, il misterico.

Nel blu chiaro invece dondolano le prime farfalle colorate dell’anno. Al posto dell’approfondimento, della riservatezza, serietà o fedeltà troviamo ubriachezza, spensieratezza, blu come il “grazioso niente”, come lo definiva Goethe.

Tuttavia il blu iridescente nel mezzo del quadro ha in sè due caratteri estremi: nella luce chiara, diretta irradia leggerezza e sognante romanticismo, nella luce più scura vi è improvvisamente il contrario: profondità, notte, distanza e persino qualcosa di demoniaco…

“Adagio for strings” di Samuel Barber ha dato il suo contributo nella realizzazione di questo quadro.

(Traduzione di R. Battilani)

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Johann Widmer

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Il collezionista

madonna

“Trecentocinquanta e uno, trecentocinquanta e due, trecentocinquanta e tre… aggiudicato al signore in seconda fila.”

Il professor Rocchi abbassò lentamente il braccio: per rilanciare non usava mai segni convenzionali, il giornale su o giù, la grattatina del naso, il sopracciglio alzato; gli sembravano trucchetti infantili, degni di chi, i quattrini, non se li era sudati. Lui non si vergognava di essere ricco e se voleva spendere un milione per levarsi un capriccio alzava la mano senza imbarazzo, dopo tutto pagava con denaro che aveva guadagnato lavorando.

“Complimenti per il suo acquisto” aggiunse il battitore, sinceramente contento che un’opera così pregevole, mai comparsa prima sul mercato antiquario, andasse ad arricchire la collezione di un vero intenditore e non il salotto rococò di qualche ignorante eroe della “new economy”.

Le labbra del professor Rocchi si allungarono per un attimo in un sorriso di autocompiacimento.

Certo settecento milioni di vecchie lirette erano una tombola, ma quel quadro del Carracci le valeva tutte! Gli incarnati sembravano buccia di pesca, le vesti seriche avvolgevano morbidamente i corpi ed il volto dolcissimo della Madonna, velato da un doloroso presentimento, appariva stupendamente espressivo. Ricordava il giovanile “Matrimonio mistico di santa Caterina” di Capodimonte, un’opera raffinatissima più volte replicata già nel Seicento. Di recente, nella Galleria Ducale di Parma, aveva visto una copia eseguita da un allievo, ma la sua “Madonna col Bambino ed angelo musicante” non era certo un lavoro di bottega come quello: lo sfumato delicato, il vermiglio delle labbra appena accentuato, l’ambiguità non volgare della figura alata, rivelavano la mano del Maestro.

Il Professore era un vero intenditore e non si avvaleva della collaborazione di un esperto per i suoi acquisti: “a qualche Berenson in miniatura – diceva al suo fidato segretario – potrei dare dei punti”. In effetti era un ottimo “connoiseur” e nessuno era mai riuscito ad affibbiargli un falso.

Benché occupatissimo, consultava con attenzione i cataloghi delle principali case d’asta e si teneva in contatto con i più noti mercanti d’arte. Partecipava sempre di persona alle aste perché trovava eccitante duellare per conquistare un quadro, soprattutto se, alla fine, riusciva ad aggiudicarsi il lotto trionfando sui suoi agguerriti concorrenti, in particolare quel tale Ciang non-so-cosa che, ultimamente, partecipava a tutte le più importanti auctions per via telematica, senza neppure fare lo sforzo di alzare il sedere dalla comoda poltrona del suo ufficio di Hong Kong.

Per Rocchi, del resto, comprare opere d’arte non era un’attività economica, un modo per investire denaro liquido in una fase di turbolenza finanziaria, ma una vera passione che, negli ultimi anni si era trasformata quasi in fissazione.

Quando, ancora adolescente, si era visto sbarrare in faccia le porte dell’Accademia da una commissione di professorucoli imbrattatele che lo aveva giudicato privo delle doti minime necessarie per divenire un pittore, era caduto in una profonda depressione, ma non aveva reagito al fallimento “sul campo” intraprendendo, per ripiego, la carriera ancillare di storico dell’arte: voleva essere un “creatore” o nulla e, meno che mai, l’impotente commentatore dell’altrui genialità.

Inutilmente l’amico del cuore, Alceo Danti, più fortunato di lui all’esame d’ammissione, aveva cercato di incoraggiarlo a continuare sulla via dell’arte: da allora Rocchi non aveva più toccato un pennello. Si era iscritto a Medicina e, dopo la laurea, aveva deciso di trasferirsi negli Stati Uniti.

Era bravo ed ottenne facilmente una borsa di studio: scelse di specializzarsi in chirurgia estetica divenendo in breve il bisturi più apprezzato dalle celebrità di Hollywood. Nella High Society internazionale il professor Augusto Rocchi era considerato il mago del ritocco, un chirurgo in grado di correggere qualsiasi imperfezione naturale e restituire alle mature bellezze la freschezza dei vent’anni.
“Chi sa fa e chi non sa fare insegna o critica quello che fanno gli altri”, amava ripetere il Professore, ispirandosi ad un vecchio detto popolare e, per dimostrare a se stesso ed al mondo di appartenere alla razza di chi sa fare, aveva creato una catena di lussuose cliniche sparse in giro per il mondo.

Certo aveva rinunciato alla sua giovanile passione per la pittura, ma era diventato comunque un “artifex”: quando operava cercava di riprodurre il bello della natura e, in fondo, tagliare e cucire carne viva non era molto diverso dal plasmare creta con le mani. Senza contare che, dalla sua professione, traeva enormi guadagni, mentre un pittore, quasi sempre, viveva un’esistenza modesta o addirittura era costretto a cercarsi una lavoro e coltivare l’ars gratia artis.

Lasciata la casa d’aste, il Professore rientrò nella sua residenza, il rifugio in cui si riposava quando gli impegni di lavoro non lo portavano in giro per il mondo. Era un’antica torre di avvistamento isolata nel verde di una macchia impenetrabile, sospesa tra cielo e mare. Da lì si dominava un tratto di costa scosceso non ancora contaminato dal turismo di massa, aborrito dal Professore al pari dei curiosi, dei paparazzi e dei vicini molesti.

Dopo tre giorni anche la tela del Carracci, contenuta in una speciale cassa climatizzata, varcò l’ingresso della torre e venne portata, come ogni nuovo acquisto, nello studio privato del padrone di casa, un salone da cui si godeva una meravigliosa vista; le pesanti tende della finestra venivano però tenute sempre chiuse.

Quando finalmente Rocchi si trovò vis a vis con il dipinto, poggiato su un solido cavalletto, provò un brivido di piacere; per un paio d’ore rimase in amorosa contemplazione del suo capolavoro, scrutando ogni particolare, sfiorando qua e là la superficie per “sentire” con il polpastrello la pennellata, seguendo con l’occhio il contorno delle figure, soffermandosi sulle guance infantilmente paffute dell’angelo e del Bambino, sullo sguardo malinconico della Madonna; poi aprì un cassetto della scrivania ed estrasse un bisturi. La lama brillava come oro: in un attimo, il Professore fu addosso al quadro e cominciò a colpirlo con micidiali fendenti, finché la tela non si ridusse ad un ammasso informe, una cornice vuota circondato da sbrindellati frammenti che conservavano ancora qualche traccia della passata bellezza: un dito del piedino di Gesù, il morbido gomito della Vergine, la punta iridescente delle ali dell’angelo musicante; a quel punto  smise di colpire, ormai non rimaneva più nulla da tagliare, e gettò via la sua lama.

Palesemente soddisfatto del disastro prodotto, Rocchi si abbandonò con un sospiro di sollievo sul grande divano capitonné al centro dello studio: “Chi dice di godere alla vista di un’opera d’arte – mormorò tra sé – di certo ignora il sommo piacere che proverebbe distruggendola. Non basta mettere mano al portafoglio per possedere la creazione di un genio. Accade lo stesso con le donne: chi paga una prostituta compra un bel corpo ma non si impossessa di un’anima. E a volte, anche con la vera al dito, chi amiamo rimane per noi un mistero. Solo ora sento che il quadro del Carracci è veramente mio, mio e di nessun altro. Ho apprezzato tutta la sua perfezione, l’ho accarezzato per l’ultima volta e l’ho distrutto: nessuno più potrà vederlo o toccarlo, non ci saranno eredi avidi pronti a cederlo a qualche museo perché sia esposto, come una puttana di Amsterdam in vetrina. Non sarà contaminato dagli sguardi vogliosi di sciocchi visitatori che, al prezzo di qualche euro, credono di comprare il diritto alla bellezza.
In realtà non ho distrutto la meravigliosa creazione di un grande artista, l’ho resa immortale sottraendola per sempre al tempus edax ed alla stupidità umana. E poi anche la bellezza deve morire, lo dice Schiller, non Augusto Rocchi! E Wilde! ha addirittura scritto che tutti uccidono ciò che amano: i vigliacchi con parole soavi, i coraggiosi con la spada. Io adopero un bisturi”.

Si rendeva ovviamente conto che il suo rapporto con l’arte era perverso: spendeva cifre enormi per acquistare opere che poi sistematicamente riduceva a pezzi, ma rifiutava l’idea di agire spinto da una motivazione volgare. Non provava una segreta invidia per il genio dei grandi Maestri e, dopo quasi mezzo secolo, non desiderava più vendicarsi per lo smacco subito nell’aula ornata di gessi dell’Accademia. Forse, pensava nei momenti di tristezza, si scatenava con tanta furia iconoclasta contro opere così preziose perché, nel suo inconscio, rappresentavano una persona a lui molto cara inconsapevolmente odiata: l’anziana madre che aveva relegato in una villa sulla Costa Azzurra o l’ex moglie, mai dimenticata. Se n’era andata, senza una parola di spiegazione, dopo la scomparsa del loro unico figlio, morto in un incidente stradale. Una disgrazia, si disse all’epoca, ma non si poteva escludere il suicidio. Anche suo figlio era una  bella creatura e meritava di vivere, ma la dissoluzione è il destino di ogni cosa creata e nessuno ha diritto di contestare la legge che regola il cosmo.

Il professor Rocchi collezionava solo quadri su tela di dimensioni contenute e, a meno che non fossero veri capolavori, non comprava opere posteriori al XVIII secolo. Anni prima aveva “acquistato” un grande Fattori, uno scorcio di Maremma toscana con un gruppo di contadine al lavoro, ma era rimasto deluso.
Ovviamente non prendeva neppure in considerazione la possibilità di portarsi a casa un Picasso, un Braque o un Mondrian. Lasciava volentieri quel genere di opere ai suoi rivali, però gli sarebbe piaciuto possedere, per sfizio, una tela della pittrice americana che, negli anni sessanta, prendeva a fucilate i suoi quadri: trovava il “modus operandi” di Niki singolarmente analogo al proprio.

Dopo una mezz’ora il Professore si sentì di nuovo in forze e si alzò dal divano. Ripose quel che restava del povero Carracci nella cassa da trasporto e serrò bene le viti del coperchio, come fosse una bara. Quindi chiamò il segretario perché, aiutato dal guardiano, portasse il prezioso quadro nel caveau della villa, a fare compagnia alle altre vittime, anch’esse accuratamente imballate.

Le opere acquistate dal professor Rocchi, sempre di altissimo livello, spesso erano notificate: appartenevano quindi al patrimonio artistico nazionale e non potevano essere né vendute, né restaurate, né spostate senza autorizzazione della Soprintendenza ma, dato che i quadri in realtà non esistevano più, il proprietario non aveva bisogno di permessi del genere.

Naturalmente il Professore respingeva senza eccezione le numerose richieste di prestito avanzate dagli organizzatori di mostre e, per giustificarsi, affermava di essere morbosamente geloso della sua collezione e di temere che la pubblicità attirasse l’interesse dei ladri.

Aveva fatto eseguire dall’amico di gioventù, Alceo Danti, divenuto un abile restauratore, copie perfettamente imitate dei pezzi più pregiati: i “falsi” venivano appesi nel grande salone delle feste quando, molto di rado, le porte della Torre si aprivano per ospitare invitati di riguardo, di solito pazienti del grande chirurgo. Del resto non c’era pericolo che star del cinema, ricchi industriali o noti politici si accorgessero dell’inganno.

Qualche tempo dopo l’acquisto del Carracci, in piena estate, si presentò al cancello del grande giardino che circondava la Torre una ragazza dall’aria sprovveduta, abbigliata come una delle aborrite turiste che affollavano le vicine località balneari. Al videocitofono dichiarò di essere la dottoressa Biondi della Soprintendenza ed il Professore, incuriosito, decise di riceverla. L’inattesa ospite venne accolta in un salottino adiacente allo studio: le pareti erano ricoperte di quadri, opere minori che il proprietario considerava graziose decorazioni, poco più che una bella tappezzeria.

La ragazza, notò Rocchi, non era solo malvestita: aveva un volto asimmetrico, occhi piccoli e di diversa grandezza, orecchie disallineate e sporgenti, setto nasale deviato a destra. Una faccia cubista.
“Fino ad ora ho avuto rapporti solo con il dottor Filastò, – disse il Professore, tanto per avviare una conversazione – una persona veramente squisita, un signore d’altri tempi, colto ed elegante” aggiunse con l’intenzione di dare una stoccatine alla sua ospite casual: l’abbigliamento informale andava bene per i sopralluoghi nelle pievi di campagna, ma quella era la dimora di un cittadino rispettabile, non l’eremo di Vattelapesca !

“Devo confessare – proseguì Rocchi –  che le sue visite di controllo erano rare e decisamente pro forma. Conservo con grande cura i quadri della mia collezione, utilizzo speciali teche climatizzate e mi affido ad un restauratore tra i migliori, Alceo Danti: Filastò diceva che nelle sale di un museo, affollate da orde di traspiranti turisti con le mani unte di pizzetta e patatine fritte, le opere d’arte non sono altrettanto tutelate ”.

“Il dott. Filastò ha avuto un problema di salute, un leggero ictus, ed è in congedo” disse la ragazza

“Però il Soprintendente doveva avvertirmi dell’avvicendamento – osservò con tono infastidito Rocchi – ma i burocrati, si sa, sono i primi a non rispettare le regole della burocrazia.”

“Beh, lo deve scusare, in questi giorni ha ben altro a cui pensare: domani si inaugura una mostra nella Galleria Nazionale. Io comunque ho preso servizio da una settimana e può considerarmi a tutti gli effetti come fossi Filastò – replicò la ragazza, estraendo dal suo zainetto un documento ufficiale con tanto di intestazione e timbri – Sa, questo è il mio primo incarico e voglio fare le cose per bene. Intanto le consegno l’elenco delle opere notificate che si trovano nella sua residenza. Riguardo alla collezione lei di certo è al corrente che può essere ceduta solo in blocco. Lo Stato ovviamente si riserva di esercitare il diritto di prelazione al prezzo dichiarato per la transazione.”

“Guardi che conosco perfettamente la normativa in materia e comunque non ho nessuna intenzione di vendere” esclamò Rocchi, scandalizzato all’idea che qualcuno vedesse in lui un semplice investitore, il tipo di collezionista che, di tanto in tanto, svecchia il “parco macchine” spostandosi su generi diversi, come si fa con i pacchetti azionari. Prese comunque il foglio che la funzionaria gli porgeva e sbirciò l’elenco dei quadri. Li conosceva bene, non uno si era salvato.

“Non si riscaldi, Professore, facevo per dire. Comunque ho intenzione di vedere la sua collezione, se non è troppo disturbo”

“Veramente conservo le opere in un caveau… le garantisco che i quadri dell’elenco stanno benissimo, ma preferirei non doverli tirare fuori apposta, per soddisfare una curiosità superflua: sono oltre quaranta…!”

“Non si tratta di curiosità, controllare è mio dovere. Ma le confesso che c’è di mezzo anche un motivo personale: sto preparando la mia tesi di dottorato sui Carracci e lei ha di recente comprato una straordinaria “Madonna col Bambino ed angelo musicante” di Annibale, un’opera mai pubblicata: per me, da sola, meriterebbe un viaggio, anche se fossi all’altro capo del mondo. In seguito tornerò con il fotografo della Soprintendenza per documentare lo stato della collezione…ad uso interno dell’Ufficio, s’intende”

“Beh, oggi non è possibile, domani è sabato…lei non lavora, immagino”

“Per me va benissimo anche domani, non si preoccupi, verrei anche il Primo Maggio o a Natale” rispose imperturbabile la dottoressa Biondi.

“Allora facciamo lunedì pomeriggio, sul tardi” replicò gelido Rocchi.

Il Professore, la sera stessa, mise in libertà il personale e convocò Alceo: insieme avrebbero “preparato” i quadri per l’ispezione. Domenica pomeriggio, ultimato il lavoro, accompagnò a casa l’amico e partì per la Costa Azzurra: all’improvviso aveva sentito la necessità di fare visita alla vecchia madre.

Lunedì, alle due del pomeriggio, il telegiornale locale si aprì con una drammatica notizia: a Villa la Torre, residenza del noto chirurgo delle dive Augusto Rocchi, durante la notte, si era sviluppato un violento incendio di origine quasi certamente dolosa. L’edificio in quel momento era fortunatamente disabitato ma, purtroppo, il sofisticato impianto di spegnimento non era entrato in funzione e si temeva quindi che la preziosa collezione Rocchi, una delle più importanti raccolte private del paese, fosse scomparsa tra le fiamme.

“Pare che il professor Rocchi, subisse da tempo pressioni e minacce da parte di un’organizzazione criminale straniera, desiderosa di prendere il controllo delle sue cliniche” aggiunse il giornalista in studio; intanto era partito il servizio e, sul video, scorrevano le immagini del luogo del disastro.

Le travi di legno dei solai, le capriate, la boiserie dei saloni avevano offerto un facile alimento alle fiamme: la Torre era ridotta ad un ammasso fumante di sassi e cenere.

In un angolo dell’inquadratura si notava una ragazza in lacrime e l’intervistatore, immaginando un qualche legame particolare della giovane con il padrone di casa, si precipitò ad intervistarla.
“Ecco una persona che forse può dirci qualcosa. Abitava nella villa, signorina? È parente del Professore? Sa qual è stata la dinamica del drammatico evento di questa notte?”
“Sono il funzionario della Soprintendenza competente per territorio – disse la dottoressa Biondi, tirando su per il naso – e non so nulla di questa storia della Mafia russa. Per valutare i danni al patrimonio artistico prodotti dall’incendio bisognerà aspettare il ritorno del Professor Rocchi, ma – aggiunse, soffiandosi rumorosamente con un fazzoletto di carta ormai spappolato dalle lacrime – quasi di sicuro la collezione è andata distrutta perché i quadri erano stati temporaneamente estratti dal caveau blindato”
“E perché non erano al sicuro?”
“Perché? Perché…nel tardo pomeriggio dovevo effettuare una revisione” disse la ragazza scoppiando in un pianto dirotto – ma io, io non potevo sapere…”

In quel momento superò il cancello della villa un’imponente mercedes blu: era l’affranto proprietario che tornava a casa. L’intervistatore si lanciò all’assalto della nuova e più succosa preda, abbandonando la povera ragazza in lacrime senza neppure attendere che terminasse di parlare.

“Vuole fare una dichiarazione, Professore? Siamo del “tg regionale!”
“Sì, certo. Ci tengo a dire che sono sconvolto da questo terribile evento: ovviamente mi riferisco alla perdita dei capolavori che erano conservati nella villa, non alla distruzione dell’edificio o al danno economico che è, comunque, ingente. Però io non mi lascio abbattere dalle disgrazie: sono abituato a lottare e ricostruirò la mia raccolta, ma all’estero: penso di trasferirmi definitivamente negli Stati Uniti, un paese civile dove i collezionisti sono considerati benefattori e non usurpatori di beni appartenenti alla collettività. Se quella là – aggiunse puntando il dito in direzione della piangente dottoressa Biondi – non avesse preteso di vedere i miei quadri, e sottolineo “miei”, probabilmente il patrimonio artistico del nostro paese non avrebbe subito un così grave danno!”.

Il professor Rocchi appariva indignato ma, in cuor suo, gioiva. Alceo se la cavava davvero bene con le sostanze chimiche: l’incendio aveva prodotto effetti superiori alle aspettative e nessuno avrebbe potuto attribuire a qualcosa di diverso dal fuoco la distruzione delle tele. Mentre guardava le rovine della sua Torre il Professore si ricordò che anche Jack lo Squartatore non era stato mai scoperto e questo pensiero, chi sa perché, lo riempì d’allegria.

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Rosanna Bogo

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (484)

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Dr J. Iccapot