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	<title>Scrivolo &#187; notte</title>
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		<title>La paura, di notte.</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 06:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr J. Iccapot</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton1929" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FZCZkH&amp;via=scrivolo&amp;text=La%20paura%2C%20di%20notte.&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F09%2Fla-paura-di-notte%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/09/urlo.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1930" title="Urlo" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/09/urlo.jpg" alt="" width="287" height="400" /></a></p>
<p>Il commissario Garducci stava dormendo &#8216;il sonno dei giusti&#8217;, come lo definiva ironicamente la moglie, invidiosa della sua capacità, quasi infantile, di staccare i contatti con il mondo, quando fu svegliato da una serie di scossoni proprio dalla consorte. Ci mise poco a capire cosa succedeva: era il cellulare che stava suonando e chi sa da quanto tempo! &#8220;Grane&#8221; fu appena capace di pensare. &#8220;Sì?&#8221; rispose, concentrando tutta la sua attenzione nel pronunciare con chiarezza quel singolo monosillabo, per non far capire che era ancora intontito; dire anche qualcosa di appena più lungo avrebbe rivelato che aveva la voce ancora impastata dal sonno e che la sua proverbiale lucidità era totalmente assente.</p>
<p>&#8220;Arrivo&#8221; fu la seconda e ultima parola che disse, prima di chiudere la comunicazione e poggiare di nuovo il cellulare sul comodino. Adesso era perfettamente sveglio. Infilò le ciabatte e corse in cucina; accese la &#8216;moka&#8217; elettrica e poi entrò in bagno; non poteva uscire di casa senza aver fatto una doccia e preso un caffè, qualunque cosa stesse succedendo.</p>
<p>Con l&#8217;accappatoio addosso, asciugandosi i capelli, bevve il caffè che lo aspettava, fumante, nella tazzina bianca e spessa; mentre si vestiva pensò a quello che gli avevano detto dal commissariato: il &#8217;118&#8242; era stato chiamato in una appartamento a quell&#8217;ora di notte (in realtà mancava poco all&#8217;alba) dalla telefonata di un uomo che aveva trovato la moglie sul letto matrimoniale, esanime. Ma l&#8217;intervento era stato inutile, la donna era già morta e allora era stata avvertita la volante di turno, che in pochi minuti era arrivata sul posto: i poliziotti avevano accertato la morte nel proprio letto della donna, decesso avvenuto, sembrava dai primi accertamenti, durante una colluttazione. A chiamare i soccorsi era stato il marito che però sosteneva di aver dormito tutta la notte al fianco della moglie e di non saper dare una  spiegazione al l&#8217; accaduto.</p>
<p><span id="more-1929"></span></p>
<p>—</p>
<p>&#8220;Mi sono svegliato all&#8217;improvviso, ho capito che qualcosa non andava, c&#8217;era la luce accesa sul mio comodino, il letto era disfatto e lei era come l&#8217;ha vista &#8211; disse il signor Binetti, marito della vittima, al commissario &#8211; deve essere entrato qualcuno per rubare, non so, forse è venuto in  camera da letto, lei si sarà svegliata e lui&#8230;&#8221;  era ancora in pigiama, a piedi nudi e stava seduto al tavolo di cucina, con la testa tra le mani. Piangeva disperatamente mentre nella camera matrimoniale venivano fatte foto e rilevamenti.</p>
<p>Il commissario entrò nella stanza: Carla, la moglie, vestita con una  tuta blu, giaceva di traverso sulla parte bassa del letto.</p>
<p>Non sembrava una commedia, l&#8217;uomo era sinceramente sconvolto e confuso da quella tragedia improvvisa; dai primi rilevamenti non risultavano però effrazioni alle finestre; i ragazzi del &#8217;118&#8242; confermarono che, al loro arrivo, avevano trovato la porta socchiusa, ma era usuale, nel caso di un intervento urgente, serviva per agevolare il loro ingresso. La porta di sicurezza dell&#8217;appartamento a prima vista non risultava forzata dall&#8217;esterno.</p>
<p>&#8220;Si vesta, signor Binetti &#8211; lo sollecitò il commissario &#8211; deve venire con me in commissariato.&#8221;</p>
<p>L&#8217;uomo si alzò e si diresse meccanicamente verso la camera da letto.</p>
<p>&#8220;No, non può entrare in camera, mi dispiace, le faccio portare io qualcosa da uno dei ragazzi&#8221;, disse il commissario fermandolo. Fece un cenno ad uno dei suoi uomini, che dopo qualche minuto tornò con degli indumenti sottobraccio; appena il Binetti fu vestito, il poliziotto prese in consegna pigiama, slip e maglietta per consegnarli al laboratorio della Scientifica.</p>
<p>—</p>
<p>Svegliati entrambi nel cuore della notte, i due uomini si trovarono a percorrere in auto le strade della città che dormiva ancora; i semafori avevano tutti il lampeggiatore acceso, qualche camion della nettezza urbana e due lente spazzatrici rassettavano le vie pronte ad accogliere il caos quotidiano. Ciascuno era chiuso  nei suoi pensieri.</p>
<p>Il Binetti, in auto, non aveva fatto parola; il commissario ogni tanto lo aveva guardato in faccia, ma lo aveva colto sempre con la stessa espressione accigliata, il labbro inferiore un po&#8217; sporgente quasi a fare il broncio, i capelli, neri,  irti in una parte della testa, come se si fosse addormentato in una posizione strana, dopo essersi girato e rigirato nel letto.</p>
<p>Prima di  interrogare l&#8217;uomo, un bancario da pochi mesi trasferitosi in città a seguito di un tanto atteso &#8216;avvicinamento&#8217;, il commissario fece portare due caffè che entrambi bevvero quasi automaticamente ma il Binetti, avendo utilizzato solo metà dello zucchero della bustina, l’aveva ripiegata accuratamente mettendola sul piattino perché lo zucchero non si spargesse sulla scrivania. &#8220;E&#8217; tornato lucido e cosciente dei suoi gesti&#8221; pensò il commissario.</p>
<p>&#8220;Ho paura &#8221; disse il Binetti, parlando con voce bassa e sollevando piano lo sguardo dalla tazzina vuota alla faccia del commissario. &#8220;Ho paura&#8230;&#8221;</p>
<p>&#8220;Di che cosa ha paura?&#8221;</p>
<p>&#8220;Di quello che è successo, perché non mi rendo conto, non capisco&#8230;&#8221;</p>
<p>&#8220;Lei e sua moglie andavate d&#8217;accordo?&#8221;</p>
<p>&#8220;Sì, certo, stava per cominciare una nuova fase della vita. Dopo alcuni anni passati lontani dalla nostra città questo trasferimento ci era sembrato più di un premio: finalmente saremmo tornati vicini alle nostre famiglie, ai nostri amici, ai luoghi dove siamo cresciuti&#8230; Avremmo potuto mettere al mondo dei figli: Carla li voleva così tanto &#8211; due lacrime gli stavano scivolando lungo le guance &#8211; e con i genitori vicini, che ci avrebbero dato una mano, finalmente sarebbe stato possibile.&#8221;</p>
<p>&#8220;Come siete vestiti quando rimanete in casa, la sera, a guardare la TV?&#8221;</p>
<p>L&#8217;uomo non capiva il senso della domanda, ma rispose: &#8220;Di solito ci mettiamo delle tute, sa quelle tipo &#8216;da ginnastica&#8217;, sono comode&#8230;&#8221;</p>
<p>&#8220;E per andare a letto?&#8221;</p>
<p>Ancora lo sguardo interrogativo del Binetti, dritto in faccia al commissario. &#8220;In pigiama, forse mi ha visto&#8230;&#8221;</p>
<p>&#8220;E sua moglie?&#8221;</p>
<p>&#8220;In pigiama anche lei. A me piacciono quelli di cotone, sa, un po&#8217; stile &#8216;ospedale&#8217;; lei invece va matta per pigiama chiari, a disegnini colorati..&#8221;.  &#8220;Andava matta&#8230;&#8221; si corresse, ammutolendo subito dopo.</p>
<p>&#8220;Mi racconti cosa è successo.&#8221;</p>
<p>&#8220;Gli l&#8217;ho già detto: mi sono svegliato all&#8217;improvviso, il letto era in disordine, mia moglie era sdraiata di traverso, in fondo ai miei piedi.&#8221;</p>
<p>&#8220;E lei cosa ha fatto?&#8221;</p>
<p>&#8220;Cosa ho fatto? Mi sono tirato su, ho cercato di alzarla, chiamandola, pensavo fosse svenuta. Ma la testa le si è piegata sulla spalla, aveva della saliva che le usciva dalla bocca &#8211; distolse lo sguardo del commissario, per fissarlo sulla parete bianca che aveva di fronte &#8211; non sono riuscito a sentire il polso&#8230; Ho chiamato subito il 118.&#8221;</p>
<p>&#8220;In casa non c&#8217;era nessuno?&#8221;</p>
<p>&#8220;No.&#8221;</p>
<p>&#8220;Poi cosa ha fatto?&#8221;</p>
<p>&#8220;Ho aspettato il &#8217;118&#8242;, cercavo di muoverla, di sentire se respirava&#8230; Ma non dava segni di vita.&#8221;</p>
<p>&#8220;Non ha pensato di chiamare i vicini?&#8221;</p>
<p>&#8220;Veramente no, siamo qui da poco e nel palazzo non conosco nessuno, chi potevo chiamare? Mi sono dato da fare intorno a Carla, ho cercato di farle un massaggio cardiaco; ho partecipato ai corsi di pronto soccorso, in Banca&#8230; speravo servisse a qualcosa&#8221;.  La voce, di nuovo, si ruppe.</p>
<p>&#8220;E poi?&#8221;</p>
<p>&#8220;E poi hanno suonato al portone del palazzo, era il &#8217;118&#8242;, li ho fatti entrare.&#8221;</p>
<p>&#8220;E la porta di casa sua era chiusa a chiave?&#8221;</p>
<p>&#8220;Sì, certo. L&#8217;ho aperta per far entrare i soccorritori e sono tornato in camera&#8221; rispose il Binetti, senza neppure stare a riflettere; poi capì il punto. &#8220;E&#8217; una porta di sicurezza e abbiamo anche una di quelle vecchie barre blocca-battenti; sa, Carla aveva paura quando era in casa da sola.&#8221;</p>
<p>&#8220;E quindi era tutto sbarrato, nessuno è potuto entrare in casa sua.&#8221;</p>
<p>&#8220;Già&#8221;. L&#8217;uomo abbassò la testa e passò la mano sinistra un paio di volte sopra i capelli, lisciandoli, per appianare la piega curiosa che avevano preso.</p>
<p>&#8220;A che ora siete andati a dormire ieri sera?&#8221;</p>
<p>&#8220;Non lo so, cioè io verso le undici ma ho lasciato mia moglie davanti alla TV e non l&#8217;ho sentita venire a letto.&#8221;</p>
<p>&#8220;Dorme molto profondamente&#8221; osservò il commissario, sperando che, da questo piccolo sfogo, cominciassero a venir fuori dei dettagli.</p>
<p>&#8220;Sì, e credo che questo sia il problema&#8221;. Fece una pausa, fissando ancora la parete di fronte,  pensando a qualcosa che non voleva dire neppure a se stesso. &#8220;Sì, deve essere questo il problema&#8221; ripeté, guardando il commissario ma distogliendo subito lo sguardo dal suo volto. Si passò ancora una volta la mano sui capelli arruffati.</p>
<p>&#8220;Quale problema? Cosa la preoccupa così tanto?&#8221;</p>
<p>&#8220;Il sonno, commissario, il sonno; avevo paura di quello che poteva succedere, lo avevo detto anche a Carla; all&#8217;inizio ci scherzavamo, ma poi&#8230;&#8221;</p>
<p>Il commissario si fece attento.</p>
<p>&#8220;Vede, da piccolo viveva con noi anche mio nonno materno e qualche volta, la notte, ci svegliava con un suo mugolio piuttosto forte e inquietante; bisognava che qualcuno andasse a svegliarlo, quasi sempre era la mamma; all&#8217;inizio pensavo che fossero dei semplici incubi, ma una volta mi svelò che aveva un sogno ricorrente, quello di essere minacciato da un lupo. La cosa mi fece sorridere, ma lui mi disse che tutto era cominciato con una storia che gli avevano raccontato le sorelle, da piccino, per impaurirlo e per non farlo andare in giro, di sera, nel bosco vicino a casa. Il racconto lo aveva così impressionato che qualche volta, anche adesso che era vecchio, la notte sognava che il lupo stava per saltargli addosso e allora lui urlava per chiedere aiuto e l&#8217;urlo che era nel suo incubo si trasformava nel mugolio lamentoso che sentivamo; qualche volta riusciva a svegliarsi da solo ma molto spesso nel sonno doveva continuare a urlare fino a che qualcuno di noi andava a &#8216;salvarlo&#8217; svegliandolo.&#8221;</p>
<p>&#8220;Ma suo nonno che c&#8217;entra, mi scusi?&#8221; il commissario aveva lo sguardo preoccupato.</p>
<p>&#8220;Non lo so, fatto sta che, verso i vent&#8217;anni, anche io ho cominciato ad avere un incubo ricorrente: sogno che nella mia casa stiano entrando dei ladri, oppure sono io che entro in una stanza dove ci sono dei malfattori; allora vengo preso da una paura terribile e mi metto a urlare, nel sogno. E urlo anche nella realtà, così forte da svegliare tutta la casa. E&#8217; un grido agghiacciante, mi diceva la mamma.&#8221;</p>
<p>&#8220;E questa cosa è continuata nel tempo?&#8221;</p>
<p>&#8220;Purtroppo sì, a fasi alterne. Dopo sposato, quando comincio il mugolio che poi si trasforma in un urlo angoscioso, Carla mi sveglia&#8230; mi svegliava… subito, così evito il fortissimo senso di terrore e di morte imminente che mi prende in queste situazioni.”</p>
<p>&#8220;Vede, commissario, è una sensazione che non le so descrivere ma è molto, molto reale, come quando uno sta per affogare: io annego dentro il mio incubo e annaspo disperato; per uscirne fuori urlo per la paura ma una parte di me sa che urlo anche per svegliarmi o perché arrivi qualcuno che mi svegli. E&#8217; la sensazione più sgradevole che abbia mai provato: ci si deve sentire così quando ci si accorge che si sta per morire.&#8221; Abbassò di nuovo la testa, pensando alla moglie.</p>
<p>&#8220;E sono sicuro che se nessuno mi svegliasse, sarei capace di morire di paura&#8221; aggiunse dopo un attimo, guardando fisso negli occhi il commissario, che si era fatto serio in volto.</p>
<p>&#8220;E quando si sveglia ricorda tutto?&#8221;</p>
<p>&#8220;No, non sempre. Qualche volta mia moglie la mattina mi chiedeva cosa avessi sognato, la notte, perché avevo cominciato ad urlare e lei mi aveva scosso, svegliandomi ma io non ricordavo nulla, né il sogno né il fatto di essere stato svegliato.&#8221;</p>
<p>&#8220;Negli ultimi tempi si era anche un po&#8217; scocciata: diceva che quando mi svegliavo mi tiravo su dal letto guardandola con occhi sbarrati, come fuori di me, senza riconoscerla, terrorizzato e nell&#8217;atteggiamento di chi si senta minacciato; la mattina non ricordavo più nulla; lei credeva che io facessi finta di essere smemorato per prenderla in giro! Alla fine, scherzando, ma ora non so più quanto, mi aveva detto che la prossima volta che avessi fatto una scena del genere mi avrebbe fatto delle foto, così che la mattina dopo non avrei più potuto negare il mio comportamento, di fronte a delle prove.&#8221;</p>
<p>&#8220;Quindi, da quanto mi dice, è possibile che il suo &#8216;incubo&#8217; si sia evoluto e che lei, svegliato in modo diverso dal solito, abbia avuto una reazione violenta?&#8221;</p>
<p>L&#8217;uomo guardò il commissario negli occhi, senza dire nulla.</p>
<p>Il commissario prese il telefono e chiamò il suo vice, che aveva lasciato a seguire le indagini nell&#8217;appartamento. &#8220;Boddi, avete trovato lì una macchina fotografica? Come, che c&#8217;entra, l&#8217;avete trovata o no? Ah, bene. Hai guardato le ultime foto? Guardale adesso, dai. Che vuoi che sia complicato, quelle trappolette sono tutte uguali. Allora se c&#8217;è qualche agente più giovane lì con te, fatti aiutare! Trovato? Bene, allora, le foto? Aspetto… Sì? Somiglia al signor Binetti, i capelli scarmigliati e gli occhi sbarrati da matto? Sì. Che dice il collega? Sì, ho capito, una foto fatta da vicino, ma col flash, molto sovraesposta. Ok, ok, non perdere d&#8217;occhio la macchina fotografica, è importante, poi ti spiego.&#8221;</p>
<p>Chiuse la comunicazione e si rivolse a Marco Binetti.</p>
<p>&#8220;Ha sentito, no? Ora la faccio accompagnare in camera di sicurezza, poi le farò firmare il verbale delle sue dichiarazioni, che abbiamo registrato. Il giudice sarà qui tra qualche ora. Penso che un buon avvocato e con l&#8217;aiuto di uno psichiatra ne possa venir fuori, ma credo anche che avrà bisogno di un forte sostegno psicologico, d&#8217;ora in poi. Noi intanto continueremo gli esami scientifici e di laboratorio, per avere un quadro completo della situazione.&#8221;</p>
<p>—</p>
<p>Il commissario Garducci quella sera rientrò per cena quasi in orario; una volta tanto riusciva a mangiare a casa, tranquillo.</p>
<p>&#8220;La telefonata di stamani?&#8221; gli chiese la moglie, quando furono seduti a tavola di fronte a due piatti di penne al pomodoro e zucchini.</p>
<p>&#8220;Nulla, le solite cose, un marito che ha ammazzato la moglie&#8221; le rispose il commissario, masticando lentamente. &#8220;Senti, vedi ancora quella tua amica&#8230; Laura? Quella che lavora all&#8217;ospedale?&#8221;, le chiese poi.</p>
<p>&#8220;Mah, sì, ci telefoniamo ancora, qualche volta, ma non lavora più all&#8217;ospedale. Perché?&#8221;</p>
<p>&#8220;E cosa fa, adesso?&#8221;</p>
<p>&#8220;Fa la libera professione, ha aperto uno studio, ma per lei è dura: mettersi a fare la psichiatra, in una città come la nostra&#8230;&#8221;</p>
<p>&#8220;Dammi il numero di telefono, domattina la chiamo, ho bisogno di una consulenza&#8221; continuò il commissario, masticando ancora pensosamente.</p>
<p>&#8220;Per il caso di stamani di quello che ha ammazzato la moglie?&#8221;</p>
<p>&#8220;Già. E poi non vorrei &#8211; scherzò versandole nel bicchiere del Montepulciano dalla bottiglia appena aperta &#8211; che tu rischiassi di fare la stessa fine&#8230;&#8221;</p>
<p>&#8220;Chissà come faresti senza di me!&#8221; rispose la moglie con lo stesso tono scherzoso, rispondendo al cenno di brindisi del marito.</p>
<p>&#8220;Ah, stanotte dormirò sul divano, sono agitato, non vorrei svegliarti.&#8221;</p>
<p>&#8220;Con il tuo solito incubo? Giuro che se ti metti di nuovo ad urlare nel sonno, una volta o l&#8217;altra, invece di svegliarti con delicatezza, comincio a prenderti a pugni&#8221; lo minacciò lei, portando in cucina le fondine sporche.</p>
<p>&#8220;Non lo fare&#8221; le gridò dietro il commissario &#8220;non voglio rimanere vedovo.&#8221;</p>
<p>Il commissario Garducci aveva un incubo ricorrente: sognava di ricevere una telefonata, il cui contenuto era sempre lo stesso: dall&#8217;altra parte del filo qualcuno, qualche volta era un uomo, qualche altra volta una donna, lo avvisava che lui, Stefano, era morto. La notizia lo terrorizzava, pensava davvero di essere morto e urlava, urlava a squarciagola, finché qualcuno non arrivava a svegliarlo.</p>
<p>Anche sua madre ogni tanto faceva un sogno simile, dopo che una notte dalla caserma era arrivata la telefonata di un collega del marito che l&#8217;avvertiva che l&#8217;uomo aveva avuto un grave incidente. In realtà era stato appena ucciso in un conflitto a fuoco tra la sua pattuglia e una banda di balordi. Lei sognava ogni tanto di ricevere quella telefonata; lui era piccolino quando il padre era morto e non si ricordava nulla ma conosceva bene il mugolio, in tono crescente, che veniva dalla camera da letto di sua madre e si trasformava poi in un urlo che lo raggelava, se non riusciva a svegliarla subito.</p>
<p>E, da quando aveva quindici anni, anche lui aveva cominciato ad avere il &#8216;suo&#8217; incubo. Ma adesso era ora di chiarire la cosa, perché non era più solo una bizzarra eredità familiare. Non era, lo aveva ben visto, il semplice e innocuo &#8216;Pavor nocturnus&#8217; di un bambino cresciuto.</p>
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	<p class="firma-autore">Dr J. Iccapot</p>]]></content:encoded>
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		<title>Accadde all&#8217;Osservatorio &#8211; 3</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Mar 2010 14:11:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr J. Iccapot</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Terza e Ultima  Parte &#8211; Qui la seconda parte Quella notte il commissario Nista sognò cinghiali e cervi [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/03/accadde-allosservatorio-3/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton1371" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FWNumq&amp;via=scrivolo&amp;text=Accadde%20all%26%238217%3BOsservatorio%20%26%238211%3B%203&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F03%2Faccadde-allosservatorio-3%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/03/Accadde_Osservatorio.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1324" title="Accadde all'Osservatorio" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/03/Accadde_Osservatorio-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a><strong><span style="color: #0000ff;"><em>Terza e Ultima  Parte &#8211; </em><em><span style="color: #ff6600;"><a href="http://www.scrivolo.it/2010/03/accadde-allosservatorio-2/"><span style="color: #ff6600;">Qui la seconda parte</span></a></span></em></span></strong></p>
<p>Quella notte il commissario Nista sognò cinghiali e cervi che lo inseguivano per gli Uffici della Procura della Repubblica abbigliati in tocco e toga.</p>
<p>Cattiva digestione, pensò al risveglio. In effetti la faccenda dei bracconieri continuava a frullargli per la testa da un po’ e poteva capitare che una cena pesante stanasse dal suo inconscio qualche buona intuizione. Occorreva però dare un significato razionale a quelle strane visioni notturne… Cinghiali, cervi, giustizia …mah, forse questioni di corna o litigi tra vicini per questioni legali…</p>
<p>I testimoni parlavano di colpi di fucile sparati in piena notte con strana indifferenza. Bracconieri…dicevano, come se si trattasse di una specie animale compresa nell’ambito della biodiversità. Ed anche gli efficientissimi Forestali, dopo tutto, non sembravano veramente interessati a reprimere un’attività a tutti gli effetti criminosa. Un bracconiere è pur sempre uno sconosciuto che si aggira di notte armato con l’intento di compiere un furto di beni dello Stato!</p>
<p>Il Commissario decise di chiarire la faccenda con il Comandante della locale caserma della Forestale.</p>
<p>Il capo dei “taglialegna” era brav’uomo, un sottufficiale prossimo alla pensione dai modi paterni e rassicuranti: i “loro” bracconieri, affermò, erano solo un innocuo manipolo di poveracci: contadini che consideravano il bosco <em>res nullius</em>, qualche anziano con la pensione al minimo che non poteva permettersi di pagare una licenza di caccia regolare, due o tre disoccupati bisognosi di racimolare qualche spicciolo. E poi la selvaggina da quelle parti era abbondante e spesso danneggiava le coltivazioni&#8230;</p>
<p><span id="more-1371"></span></p>
<p>Nista chiese al Comandante  di convocare per il pomeriggio tutti i bracconieri della zona: girando di soppiatto su e giù per il bosco dovevano pur avere visto o sentito qualcosa la sera dell’omicidio. E in un caso del genere anche una  banale osservazione poteva essere utile alle indagini.</p>
<p>La “retata” portò alla caserma della Forestale una decina di “sospetti” con  precedenti specifici: gli innocui “bricconcelli” del Comandante erano in effetti gente rude e sembravano più rabbiosi che preoccupati. Durante l’interrogatorio tutti negarono spudoratamente di dedicarsi alla caccia di frodo: magari sì, avevano colpito qualche cinghiale ferito che li minacciava, ma per legittima difesa, qualche cervo o istrice in effetti era finito per sbaglio sotto il loro trattore, però negli incidenti stradali non muoiono anche i cristiani?</p>
<p>L’ultimo dei convocati, un vecchietto basso e nervoso, forse irritato dall’attesa, alla fine sbottò: “Non dico per lei, Commissario, che non è di queste parti, ma il Comandante qui presente che ci ha convocato a fare… per romperci l’anima?! Lui lo sa benissimo che la sera in cui hanno ammazzato quel tizio, l’astrologo, era luna nuova. Non siamo mica pipistrelli che svolazziamo di notte al buio! E il radar nelle corna per ora non ce l’abbiamo! Quando è successo il fattaccio, ci può contare, stavamo tutti all’osteria in paese o a casa, a dormire, perché la mattina ci alziamo presto. La terra è bassa, caro il mio Commissario! E ora posso andare che mi girano i turaccioli a stare qui a perdere tempo.”</p>
<p>Quella del vecchio non sembrava una richiesta di congedo ma un’affermazione ed infatti l’uomo si alzò, prese il cappello e uscì, senza neppure salutare. Tutti tacquero.</p>
<p>Nista guardò con aria interrogativa il Comandante che, a mo’ di scusa, mormorò “Sa, mettere un po’ di paura a questa gente con la polizia criminale non è un’occasione che capita tutti i giorni… ma il vecchio Masini ha ragione, probabilmente quella notte nel bosco non c’erano bracconieri.”</p>
<p>Dunque, borbottò tra sé Nista, ho fatto un bel  buco nell’acqua e buttato via un pomeriggio.</p>
<p>“Il custode della villa è cacciatore?” chiese il Commissario uscendo dall’Ufficio</p>
<p>“Chi, il verduraio? &#8211; replicò stupito il Comandante &#8211; per carità, è un animalista convinto, pensi che non mangia neppure le uova!”</p>
<p>“E Paolino?”</p>
<p>“Beh, l’oste ovviamente se la fa con i bracconieri, compra gli animali uccisi di frodo per il suo ristorante. Da un punto di vista legale è un ricettatore, ma non va a caccia, per quanto ne so. Però se guardassi nella sua cella frigorifero ne vedrei di belle!”</p>
<p>“E lei perché non ci guarda?” disse Nista chiudendosi alle spalle la porta della casermetta, un po’ infastidito.</p>
<p>Comunque qualcosa aveva scoperto: quel colpo di fucile nel buio di una notte senza luna poteva sembrare normale solo a chi non avesse pratica di caccia: il custode, Paolino, le donne. Sull’ingegnere milanese però  occorreva indagare ancora.</p>
<p>Mentre saliva in auto si ricordò che entrando nell’osservatorio, oltre all’odore di polvere da sparo e sangue, aveva sentito un olezzo strano, qualcosa di gradevole e familiare. All’improvviso si rivide bambino nel giardino della zia Rosetta in Sicilia ed esclamò ad alta voce: “Gelsomino.”</p>
<p>“Un nuovo indiziato?” chiese Lo Savio mettendo in moto la macchina.</p>
<p>“Chi?”</p>
<p>“Questo ‘Gelsomino’.”</p>
<p>“Ma che indiziato e indiziato, è un fiore. Il vero gelsomino cresce al sud, non ha nulla a che vedere con quella piantaccia puzzolente che vive da queste parti e che chiamano rincospermo. Sì, gelsomino  con una punta di tabacco, ecco l’odore che ho sentito sul luogo del delitto.”</p>
<p>“Da queste parti dubito ci siano cespugli del suo gelsomino verace!” osservò Lo Savio.</p>
<p>“Infatti, era un odore particolare, di certo un’essenza di profumo.”</p>
<p>“Io me lo sentivo, Commissario, gatta ci cova – esclamò trionfante Lo Savio &#8211; il professore non era solo quella sera e si sa, chi dice donna dice danno: cercate <em>la famme</em> e il gioco è fatto.”</p>
<p>“Quando hai esaurito il tuo repertorio di ignoranza popolare, ti dispiacerebbe portarmi in Procura, Totò? E con una certa velocità, devo farmi autorizzare qualche perquisizione.”</p>
<p>“Allora abbiamo davvero dei sospetti?” replicò Lo Savio.</p>
<p>“Per ora indaghiamo sulle signore, come dici tu si comincia sempre dalle  <em>famme</em>” rispose laconico il Commissario. In effetti nessuna delle donne che aveva incontrato fino ad allora odorava di gelsomino, ma la pista andava battuta.</p>
<p>L’indomani mattina, per togliersi subito il pensiero, decise di cominciare dalla casa dei ristoratori. Una perquisizione è pur sempre un’invasione domestica e Paolino protestò rumorosamente. La visita comunque fu breve: l’ostessa non era certo il genere di donna che manda fuori di testa un uomo e sul suo <em>etager</em> il Commissario trovò solo una colonia dozzinale e una boccetta di ‘Tabacco d’Harrar’, un profumo “autarchico” usato un tempo anche dalle signore, ma utilizzato da Paoline che ne faceva uso e, per la verità, abuso, come dopobarba. Si deduceva a naso.</p>
<p>Nista si recò quindi nella villa dei milanesi. La signora Mainardi era sola e lo accolse con stupita gentilezza.</p>
<p>“Vuole perquisire il mio <em>boudoir</em>? Che indelicatezza  &#8211; esclamò ironica &#8211; comunque faccia pure.”</p>
<p>Nista entrò nella stanza della signora, una camera da letto con bagno e spogliatoio, e si  mise ad aprire tutte le boccette sparse sui mobili. Le odorava come fossero vini d’annata. La signora lo osservava, in apparenza divertita.</p>
<p>Dopo un po’ disse: “Lo sa, Commissario, lei è proprio buffo, sembra un cane che cerca tartufi! Guardi che i profumi si provano in modo diverso: deve  versare una goccia sul polso o, meglio, su un cartoncino, perché le sostanze reagiscono con la pelle e l’effetto è diversa da persona a persona, e poi annusare delicatamente. Le narici sono uno strumento raffinato.”</p>
<p>“Lei si intende di profumi?” chiese Nista incuriosito.</p>
<p>“No, ma sono cose che tutte le signore sanno!”</p>
<p>“Beh, io ho sentito dire che una donna veramente di classe usa per tutta la vita lo stesso profumo…”</p>
<p>“Si, in effetti è così. Io, ad esempio, da quando sono sposata uso solo ‘<em>Air of Paris</em>’, è una comodità anche per il marito, sa, quando deve fare un regalo…”</p>
<p>“Certo, per noi uomini è difficile indovinare i gusti di una donna.”</p>
<p>“Davvero ci mancherebbe solo che fossero gli uomini a scegliere i nostri profumi, povere noi! Mi creda, un uomo al massimo può comprare qualcosa per una fraschetta, un’amante occasionale: per fare colpo su quel genere di femmine basta spendere, usano un profumo qualsiasi per tutti i giorni e mettono ‘l’essenza di lusso’ per le occasioni speciali! S’intende quando vanno con il loro amichetto.”</p>
<p>“Già – disse Nista – esiste anche gente senza <em>bon ton</em> a questo mondo” e pensò alla madre che solo la domenica osava mettere con uno spillo una goccia di Chanel n. 5 dietro l’orecchio. Erano i tempi di Marilyn Monroe  e JFK…</p>
<p>Comunque “Air of Paris”, il profumo della Mainardi, odorava di camelia e cannella.</p>
<p>Il Commissario si scusò dell’intrusione e scese nell’appartamento dei custodi.</p>
<p>La verduraia si mostrò infastidita dalla visita, ma non poteva opporsi ad un’intrusione autorizzata dalla Magistratura. Tentò comunque di impedire al Commissario di entrare in camera accampando la scusa del disordine.</p>
<p>“E’ tutto sottosopra – disse con l’aria di vergognarsi, ma in realtà non voleva mostrare il letto matrimoniale sfatto solo da una parte.</p>
<p>“Suo marito non dorme con lei” chiese Nista quasi con noncuranza.</p>
<p>“A volte, quando deve sorvegliare la villa o alzarsi presto per dei lavori, preferisce sdraiarsi sul divano”.</p>
<p>L’attenzione del Commissario fu subito attratta da alcune boccette posate sul comodino. Erano tre tipi diversi di profumo, la verduraia evidentente non era una donna di classe. Nista sniffò il contenuto e finalmente trovò quello che cercava: gelsomino. Il profumo, una vera sinfonia di odori del Sud, si chiamava ‘<em>Estatique</em>’.</p>
<p>“Se non le dispiace porto via queste boccette” disse rivolto alla donna. Se era fortunato la scientifica avrebbe trovato tracce di ‘<em>Estatique</em>’ sui vestiti del morto.</p>
<p>“Non sapevo che il professore fosse morto avvelenato” rispose lei acida, ma non si oppose al sequestro.</p>
<p>Quando Nista entrò in Commissariato con le tre boccette in mano quasi si scontrò con l’ispettrice Biondi che lo apostrofò scherzosamente: “Che fa Commissario, si da alle spese pazze?”</p>
<p>“In che senso?” chiese Nista.</p>
<p>“Ma come, va in giro con un profumo da 250 euro e me lo domanda? Lo so perché l’anno scorso abbiamo regalato una confezione di ‘<em>Estatique</em>’ ad una collega che andava in pensione”</p>
<p>“Beh, anche se è un corpo del reato, finite le indagini glielo regalo, promesso!” disse Nista correndo nel suo Ufficio. Aveva avuto un’illuminazione.</p>
<p>Chiamò la moglie dell’ingegnere e si fece dire il nome della lussuosa profumeria milanese in cui la signora si serviva, poi, con un breve giro di telefonate scoprì che due mesi prima il marito, oltre alla solita coniugale ‘<em>Air of Paris</em>’, aveva acquistato  una confezione di ‘<em>Estatique</em>’.</p>
<p>Bella femmina, la verduraia: marito ingenuo, case comunicanti, letti separati. Una situazione ideale per un’avventura. Poi la donna aveva trovato un nuovo amante, il professore, come provava il profumo di gelsomino sul luogo del delitto ed il milanese evidentemente non aveva digerito il tradimento…Così tutto tornava.</p>
<p>“Lo Savio, in macchina!” gridò quasi allegro il commissario. L’ultimo tassello però non era a posto: doveva ancora incastrare l’ingegnere.</p>
<p>Giunse alla villa con le idee un po’ confuse. La padrona di casa lo accolse con curiosità.</p>
<p>“Ancora con la storia del profumo, Commissario Nista?”</p>
<p>“Ha mai usato un’essenza che si chiama ‘<em>Estatique</em>’ signora?”</p>
<p>“No, come le ho già detto sono fedele al mio ‘<em>Air of Paris</em>’ come a mio marito. Ah, eccolo qui, il mio ‘cumenda’, lupus in fabula!</p>
<p>L’ingegnere entrò nel salotto con aria preoccupata. Non aveva davvero voglia di scherzare.</p>
<p>“Ho sentito che in mia assenza avete perquisito la casa. Non mi pare una procedura corretta, di cosa siamo sospettati?”</p>
<p>“La notte dell’omicidio lei ha dichiarato di avere sentito un colpo di fucile.”</p>
<p>“Sì,  ho pensato fosse opera del solito bracconiere.”</p>
<p>“Lei è cacciatore?” chiese a bruciapelo Nista con tono autoritario.</p>
<p>“Sì, ma non di questa stagione: io non pratico la caccia di frodo” rispose il conte alzando un po’ la voce.</p>
<p>“Non vedo fucili in giro.”</p>
<p>“Ovviamente sono chiusi nella loro cassaforte, come vuole la legge” replicò l’uomo.</p>
<p>“Bene, allora apra l’armadio e consegni agli agenti tutti i fucili e soprattutto le cartucce in suo possesso” ordinò Nista perentorio.</p>
<p>L’ingegnere rimase per qualche secondo  immobile, poi spostò il grande quadro che occultava la fuciliera e diede a Lo Savio la chiave. Gli agenti portarono via il contenuto in grossi sacchi.</p>
<p>“Ma di cosa mi accusa?” chiese il conte.</p>
<p>“Lei quella sera ha davvero pensato ad un bracconiere?”</p>
<p>“Sì, certo, lo confermo.”</p>
<p>“E la luna, la luna, mi dica, in che fase era quella sera la luna?”</p>
<p>L’uomo ammutolì. Poi chiese di far uscire dalla stanza la moglie che iniziava ad agitarsi e chiamò al telefono il suo avvocato.</p>
<p>“Sono sicuro che la Scientifica troverà nella composizione delle sue  cartucce prove sufficienti per incriminarla &#8211; disse Nista &#8211; però mi tolga una curiosità, come ha fatto a capire che la sua amante, la Moretti, si sarebbe recata ad incontrare un altro uomo proprio quella notte?”</p>
<p>L’ingegnere era milanese, non amava perdere tempo e sapeva di essere in trappola, quindi rispose senza imbarazzo.</p>
<p>“Il profumo… io e mia moglie avevamo cenato con amici fino a tardi: sono uscito in giardino per accompagnare gli ospiti alla macchina ed ho sentito una leggera ma inconfondibile fragranza di gelsomino nell’aria. Quella sera non avevo in programma un ‘incontro romantico’ con la mia amante nel capanno degli attrezzi, quindi lei si era profumata per un’altra ‘occasione speciale’. Ho seguito la scia e … il resto lei lo sa già. Comunque meglio che sia finita così. Aveva iniziato a ricattarmi e il suo silenzio mi sarebbe costato troppo caro”</p>
<p>“Molti milioni?” chiese Nista</p>
<p>“No, peggio, voleva essere sposata!”.</p>
<p>“Beh, il suo è stato un delitto passionale, d’impeto, vedrà che la pena sarà contenuta” disse il Commissario, quasi compiangendo il povero milanese vittima della <em>famme fatale</em> delle zucchine e dei carciofi.</p>
<p>L’indomani la gioia del commissario Nista era incontenibile. Titoli sui giornali, richieste di interviste e, soprattutto, la soddisfazione di provare a tanti giovani poliziotti infatuati delle nuove tecniche della scientifica che per essere un buon investigatore occorre soprattutto fiuto.</p>
<p>“Vedi Totò, oltre agli eroi di ‘Criminal Minds’ o ‘C.S.I’. ci sono ancora commissari che risolvono i casi con metodi caserecci, suola di scarpa e cervello.”</p>
<p>Lo Savio sorrise, ma poi, battendosi un pugno sulla fronte esclamò:</p>
<p>“A proposito di tecnologia, due giorni fa il Presidente dell’Associazione Astrofili ha lasciato un messaggio telefonico per lei, forse era importante…Beh, l’ho segnato da qualche parte in questo block notes. Eccolo, ora le leggo l’appunto: “Caro Commissario, resettando la tastiera del puntatore del telescopio trovata accanto al defunto ho notato una cosa decisamente strana che potrebbe avere un qualche peso per le sue indagini. Gli ultimi dati sono stati inseriti dal professore più o meno intorno all’ora della morte e non puntano ad alcun corpo celeste, sembrano addirittura coordinate terrestri. Interpretati come latitudine e longitudine corrispondono alla città di Milano: davvero curioso, non trova commissario?”</p>
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	<p class="firma-autore">Dr J. Iccapot</p>]]></content:encoded>
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		<title>Accadde all&#8217;Osservatorio &#8211; 2</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 08:30:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr J. Iccapot</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gialli]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Astronomia]]></category>
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		<category><![CDATA[Marte]]></category>
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		<category><![CDATA[Osservatorio]]></category>

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		<description><![CDATA[Seconda Parte &#8211; Qui la prima parte L’agente parcheggiò l’auto di servizio accanto all’ingresso del ristorante, non lontano [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/03/accadde-allosservatorio-2/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton1322" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FHOmN0&amp;via=scrivolo&amp;text=Accadde%20all%26%238217%3BOsservatorio%20%26%238211%3B%202&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F03%2Faccadde-allosservatorio-2%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/03/Accadde_Osservatorio.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1324" title="Accadde all'Osservatorio" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/03/Accadde_Osservatorio-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a><strong><span style="color: #0000ff;"><em>Seconda Parte &#8211; </em><em><span style="color: #ff6600;"><a href="http://www.scrivolo.it/2010/03/accadde-allosservatorio/"><span style="color: #ff6600;">Qui la prima parte</span></a></span></em></span></strong></p>
<p>L’agente parcheggiò l’auto di servizio accanto all’ingresso del ristorante, non lontano dal sentiero che portava all’osservatorio. Il commissario Nista, con una smorfia di fastidio, notò che nei dintorni erano già ferme altre macchine, la notizia ormai si era sparsa e un paio di giornalisti locali, dei fotografi, un cameraman di una TV privata li avevano preceduti. In un angolo troneggiava il fuoristrada della Forestale. “Battuti sul tempo persino dai &#8216;taglialegna&#8217; ” pensò tra sé il commissario guardandosi le scarpe, nuove e lucide: non doveva indossarle ma alle sei o poco più di mattina, nella fretta di uscire dopo la chiamata, erano le prime a portata di mano. La sera prima aveva cenato a casa dei suoceri, gente per nulla alla buona in fatto di etichetta: vietato sedersi a tavola in tuta e scarpe sportive. Ora però le avrebbe sporcate di fango, quelle belle scarpe, in quella campagna umida di rugiada, e la moglie lo avrebbe rimproverato.</p>
<p>“Dovrebbe essere da questa parte, poco  più avanti – disse l’agente Lo Savio – qualche centinaia di metri dentro il bosco. Il cadavere lo ha trovato il sorvegliante della villa, stamani presto, durante il suo solito giro. Ha visto la cupola aperta, era già giorno e gli è sembrato strano. E’ andato a vedere e lo ha trovato morto.”</p>
<p>“Chi è questo sorvegliante?” Chiese Nista che, per camminare più agevolmente al centro del sentiero, si era messo alla sinistra dell’agente. Si teneva vicino al suo sottoposto perché da un po’ di tempo aveva l’impressione di vedere il mondo appannato. Forse un inizio di cataratta, come su madre, però precoce, accidenti! A neanche cinquantasei anni.</p>
<p>“E’ un napoletano – disse Lo Savio &#8211; mi sono informato, però gente perbene. Lui e la moglie hanno un negozio di frutta e verdura al paese, ma vivono in una ‘dependance’ della villa: in cambio della sorveglianza e di un po’ di cure al giardino, i proprietari, dei milanesi, gli hanno dato l’alloggio gratis”. Si sentiva un certo tono di invidia, nel racconto di questi dettagli, Lo Savio divideva una cameretta d’affitto con un collega.</p>
<p>“Si dice incensurato, non perbene &#8211; commentò Nista – nessuno è perbene a questo mondo, mettitelo in testa Totò! Sei giovane ma certe cose devi capirle subito se fai questo mestiere. Empitella” aggiunse poi il commissario, muovendo le narici sotto i baffetti brizzolati con l’aria di un cane da tartufi.</p>
<p><span id="more-1322"></span></p>
<p>“Come dice, signor maresciallo?”</p>
<p>“Empitella. Ci devi aver messo i piedi sopra o forse ci hai sfregato i pantaloni.”</p>
<p>Comprese, dal silenzioso disappunto del suo compagno che non lo stava seguendo.</p>
<p>“Sai quell’erbetta… ma tua madre cosa ci mette sui funghi, quando li fa a…”</p>
<p>“Ma, non saprei. Mai sentita, questa empitella dalle mie parti.”</p>
<p>“Ma non senti questo profumo?”</p>
<p>“Veramente, non sento nulla. Il solito odore di campagna… io ci sono nato in un posto come questo”</p>
<p>“Fumi troppo! Le sigarette danneggiano l’olfatto e il gusto. E anche altro.”</p>
<p>“Può essere.”</p>
<p>Svoltarono a destra, salendo ancora un po’.</p>
<p>“Questa invece è mortella, qui intorno ci deve essere una siepe”, fece il maresciallo, fiutando l’aria.</p>
<p>Svoltarono ancora e furono in vista dell’osservatorio. In effetti, a poco distante dalla piazzola d’ingresso c’era una siepe di mortella.</p>
<p>“Questo odore – disse Lo  Savio – sa di cimitero.”</p>
<p>“Ma che razza di terrone sei, che non apprezzi i profumi della terra?”</p>
<p>“Ma, veramente… e poi, anche lei..”</p>
<p>“Io? Io sono un terrone di seconda generazione, sono nato a Livorno!” e lo disse come i livornesi autoctoni: Livòòòrno. Dette una pacca sulla spalla del giovane agente, sorridendo.</p>
<p>Erano sul luogo da poco quando sentirono alle loro spalle la sirena dell’ambulanza che arrivava nel piazzale. Ad attenderla c’erano i “rappresentanti&#8221;  della stampa, sorvegliati dai solerti “taglialegna&#8221;, Paolone, la persona che aveva ritrovato il corpo e qualche vicino accorso dai poderi dei dintorni pensando di “rendersi utile”, come si fa in campagna.</p>
<p>Sul viottolo che usciva dal bosco Nista sentì arrancare le persone del pronto soccorso; dietro salivano anche i giornalisti.</p>
<p>Il commissario si fermò per mettersi le soprascarpe ed indossare una tuta bianca che Lo Savio aveva portato con sé, non dovevano inquinare la scena del crimine prima dell’arrivo della Scientifica! Nuove norme.</p>
<p>Un Forestale, fermo davanti alla porta, lo salutò militarmente e fece rapporto: “Maschio, adulto, sui cinquanta, attinto da due colpi di fucile al torace. Morto da almeno qualche ora.”</p>
<p>“Con truppe così impeccabili magari De Lorenzo avrebbe fatto davvero un colpo di stato” pensò ridendo tra sé Nista.</p>
<p>Entrò nell’osservatorio con un po’ di curiosità, era la prima volta che vedeva una struttura del genere. Lo accolse la musica, un brano di classica diffuso a basso volume faceva da colonna sonora alla scena: un uomo era disteso a terra a faccia in su, la testa rivolta verso la porta d’ingresso, le braccia aperte e il giaccone blu forato in alcuni punti.</p>
<p>Nista girò in senso antiorario, rasente il muro circolare, per arrivargli vicino senza sovrapporre i suoi passi a quelli di chi era entrato: se vai ad ammazzare qualcuno e vieni da un sentiero di terra battuta, non ti fermi certo a pulirti le scarpe prima di entrare e sul pavimento di cemento ci potevano essere degli elementi interessanti che la scientifica poteva valutare.</p>
<p>Lì dentro si sentiva l’odore del bosco, non ancora quello della morte, e neppure quello del sangue, o forse sì. Nista si accorse che i suoi baffetti si agitavano, segno di nervosismo: in effetti, il sangue un po’ si sentiva, anche se, evidentemente. era stato assorbito dal maglione pesante e dal giaccone invernale che l’uomo indossava. C’era poi un sentore di ferro, e anche qualcos’altro. “Interessante”  disse piano a se stesso il commissario, e inspirò profondamente un paio di volte. Alzò la testa e avvertì un ronzare monotono, veniva chiaramente dalla base del pilastro su cui poggiava il telescopio; un motorino elettrico in funzione; ma c’era anche un altro rumore diffuso, di frequenza diversa, che riempiva tutto l’ambiente; Nista ci pensò un attimo. Già, la cupola. Girava anche la cupola, per lasciare l’apertura a vantaggio del telescopio; si guardò intorno ed individuò altri due motori elettrici.</p>
<p>Uscì fuori e dette ordine all’agente della Forestale che, fino a che non fosse arrivata la polizia scientifica, nessuno entrasse nell’edificio e nella piazzola antistante all’osservatorio, tutti i curiosi dovevano tornarsene al parcheggio.</p>
<p>Nista voleva parlare subito con le persone del luogo e scese per il viottolo insieme all’uomo che gli si era presentato come proprietario del ristorante. Quando entrò nel locale Paolone lo fece accomodare in una saletta privata e si mise alla macchina dell’espresso per preparare il caffè.</p>
<p>Ilcommissario cominciò ad interrogarlo ma con l’aria di parlare del più e del meno, così per curiosità. Paolone, preso per il verso giusto, gli raccontò tutto quello che sapeva, o pensava di sapere, del professore: chi era e cosa facesse, del fatto che era arrivato, solo, poco prima della mezzanotte, di che brava e stimata persona fosse sempre stata.</p>
<p>Dopo poco entrò nella saletta la moglie di Paolone, una donna più giovane del marito e molto procace. Disse che il Professore lo conosceva poco, lei stava sempre in cucina (e si vedeva) e lo aveva intravisto qualche volta alla cena annuale che l’associazione astrofili organizzava lì da loro, ma non ci aveva neppure mai parlato. Dagli altri addetti al ristorante Nista seppe anche di meno. A sentire loro, finito il lavoro, tornavano tutti a casa, al vicino paese, e solo Paolone e la moglie rimanevano nell’appartamento sopra il ristorante.</p>
<p>“Se qualcuno ha sparato stanotte, io non l’ho sentito. Ero stanco morto e appena andati a letto sono crollato; e poi alle fucilate di notte ci siamo abituati, non ci facciamo neanche più caso. Sa, maresciallo, i bracconieri …”. Paolone non voleva toccare troppo quel tasto, ogni tanto anche lui comprava della selvaggina di dubbia provenienza, per il suo ristorante, e ci mancava che, a causa di un morto, ci dovesse rimettere lui!</p>
<p>“Anche lei, signora, è andata a letto subito?”</p>
<p>“Non subito, mi sono fatta una lunga doccia calda; è una mia abitudine, sa? Quando vado a letto mi piace andarci pulita, dopo una giornata di lavoro, e poi, se proprio non dorme…”</p>
<p>“E ieri sera? mi scusi, sa – e guardò prima la signora poi il marito – ma ci è voluta entrare lei nel discorso.”</p>
<p>“Anche ieri sera già russava, quando sono uscita dalla doccia.” Sospirò leggermente.</p>
<p>“E durante la notte non avete sentito rumori? Un’auto che arrivava nel parcheggio, voci di persone…”</p>
<p>“No, no, commissario – esclamò il marito &#8211; il nostro è il sonno dei giusti! Dritti filati sino alla sveglia.”</p>
<p>“Si, un sonno come fossimo morti, per svegliarci ci vogliono le trombe del Giudizio” aggiunse la moglie ironica.</p>
<p>&#8212;</p>
<p>L’appartamento del sorvegliante era proprio grazioso, ammise il commissario, arredato con buon gusto, mobili massicci e d’epoca, quadri e arredi di pregio. Certamente era opera dei proprietari, i milanesi, e non dai due &#8216;verdurai&#8217; che usufruivano dell’alloggio. I pavimenti, in cotto, erano lucidi, lucidi. In tutta la casa c’era una pulizia quasi da museo, tutto in ordine, niente polvere o ragnatele; nelle stanze odori di legno e di pietra e di detergenti per pavimenti. Nista si chiese chi dei due si occupasse della casa; quando li vide pensò che doveva essere lui perché lei, così vivace e carina, (beh, molto carina, ammise tra sé, soffermando lo sguardo sul suo fondo schiena mentre lei lo precedeva nel corridoio) durante il giorno doveva essere molto occupata dal negozio, quindi era il marito che svolgeva da solo i mestieri di casa.</p>
<p>Il sorvegliante e sua moglie gli riferirono che di notte qualche sparo ogni tanto si sentiva, ma che ormai non ci facevano più caso. “Già, fece commissario, i bracconieri” “Eh sì, qui è pieno. Sa, è riserva di caccia e quindi cinghiali, lepri, fagiani abbondano…Se uno vuole… ma  la Forestale è sempre sul chi va là!”</p>
<p>Quella notte dunque non avevano sentito niente di particolare, erano andati a letto poco dopo le undici, lui si era alzato verso le sei, per fare un giro, e si era un po’stupito di vedere la cupola dell’osservatorio ancora aperta. Per questo era andato a controllare se per caso il professore si era sentito male e aveva trovato… quello che aveva trovato.</p>
<p>“Conosceva il morto?”</p>
<p>“Sì, era un insegnante del liceo in paese, qualche notte siamo andati a guardare la Luna e Giove, vero Anna?”</p>
<p>La moglie confermò, qualche volta erano stati ospiti dell’osservatorio, e il professore lo aveva visto più volte, in negozio. “Sa, lui e la moglie sono clienti.”, rispose lei, con un’aria civettuola assolutamente fuori di posto.</p>
<p>&#8212;</p>
<p>La signora di Milano accolse ilcommissario avvolta in una lunga veste da camera rossa, pesante. Mora, i capelli lunghi, un seno prosperoso che si intuiva sotto il tessuto damascato. Di certo era molto più giovane del marito, anche lui in veste da camera, di cammello. Il maresciallo rifiutò l’ennesima offerta di una tazzina di caffè, piuttosto aveva fame, e si era dimenticato di fare colazione. Lo stomaco ormai rumoreggiava ferocemente, ma Nista si impose di resistere: voleva conoscere, nell’immediatezza del fatto, le reazioni delle persone vicine al luogo del delitto; anche i due coniugi dichiararono di non sapere nulla dell’accaduto.</p>
<p>Erano arrivati da Milano due giorni prima, per starsene tranquilli qualche giorno tra i boschi, un po’ di pace era necessaria per ritemprare i  nervi del marito, uomo d’affari stressato dai troppi impegni. La sera avevano avuto amici a cena, potevano fornire nomi e indirizzi se al commissario interessavano: verso mezzanotte la serata si era conclusa, gli ospiti erano tornati nella loro lontana città e dopo avere  messo le stoviglie in cucina erano andati a letto. A ripulire avrebbe pensato una donna ad ore che veniva tutti i giorni dal paese in tarda mattinata. Nel grande salone dove era stato ricevuto c’era ancora odore di sigaretta e sigaro, ma anche un certo sentore di quercia e di carni fatte alla brace; le finestre erano appena socchiuse.</p>
<p>&#8220;Rumori di spari durante la notte?&#8221;, chiese il commissario. &#8220;No, nessuno, io in questa casa così isolata dormo come un sasso!&#8221;, rispose la signora. &#8220;Io invece, a metà della notte, qualche colpo di fucile l&#8217;ho sentito. Sa, i bracconieri&#8230;&#8221;</p>
<p>&#8220;Già, qui di notte sembra ci sia sempre la guerra!&#8221; commentò Nista. &#8220;E poi, cosa è successo stamani?&#8221;</p>
<p>&#8220;Il sorvegliante è arrivato alla villa poco dopo le sei. Stavo in cucina – disse il padrone di casa &#8211; e mi preparavo la colazione. Sa, noi milanesi, anche in vacanza, non riusciamo a poltrire a letto. Evidentemente il mio custode ha notato la luce accesa e per questo ha bussato alla porta di servizio. Ho chiamato io la  Forestale perché la caserma è a pochi chilometri da qui, ma poi ho avvertito subito il 113” aggiunse, timoroso di avere involontariamente urtato la suscettibilità professionale del commissario.</p>
<p>“E lei non è andato a vedere?” “No, non vedo perché avrei dovuto? Mi ha detto che c’era un morto, cosa voleva che andassi a vedere…Io ho chiamato le forze dell’ordine e poi gli ho dato un grappino. No, gli ho dato un grappino e poi ho telefonato. Era davvero sconvolto, l’ho tenuto qui in cucina per un po’, fino a che non si è calmato. Dopo qualche minuto è andato a casa, ad avvertire sua moglie.”</p>
<p>“E lei quando lo ha detto alla signora?”</p>
<p>“Beh…quando si è alzata, forse una mezz’ora più tardi. Non la volevo mettere in agitazione per questa cosa.”</p>
<p>“Conosceva l’uomo che è stato ucciso?” chiese Nista alla padrona di casa.</p>
<p>“Il guardiano mi ha detto che era un professore, ma io non lo conoscevo.”</p>
<p>“Non è mai stata a dare un’occhiata all’osservatorio? È una visita interessante, no?”<br />
“Mah, una volta ci siamo stati, io e mia moglie – rispose il milanese &#8211; ma per me, star lì al freddo a fare delle foto a delle cose che, se uno gli interessa, i satelliti vedono meglio e senza tanti disagi, l’è roba da fissati, un po’ bauscia.”</p>
<p>“Anche lei signora pensa che siano un po’ fissati?”</p>
<p>“Sa, commissario, di notte, uno se può fa altre cose&#8230;”</p>
<p><strong>FINE SECONDA PARTE</strong></p>
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	<p class="firma-autore">Dr J. Iccapot</p>]]></content:encoded>
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		<title>Accadde all&#8217;Osservatorio &#8211; 1</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 07:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr J. Iccapot</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gialli]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Astronomia]]></category>
		<category><![CDATA[Marte]]></category>
		<category><![CDATA[notte]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatorio]]></category>

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		<description><![CDATA[Prima parte. Il professore parcheggiò  nel punto più lontano dall&#8217;edificio, come era sua abitudine. I soci del Gruppo [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/02/accadde-allosservatorio/">continua...</a>]]]></description>
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<p><strong><em><span style="color: #0000ff;">Prima parte.</span></em></strong></p>
<p>Il professore parcheggiò  nel punto più lontano dall&#8217;edificio, come era sua abitudine.</p>
<p>I soci del Gruppo Astrofili lasciavano le loro auto nel grande piazzale del ristorante &#8220;Da Paolino&#8221; ma, per una regola non detta, si fermavano lontano dall&#8217;ingresso, per lasciare i posti più comodi ai tanti avventori che, nei giorni di festa e in occasione di banchetti, comunioni, matrimoni, feste di laurea, affollavano la trattoria gestita da una coppia di pugliesi che aveva trovato lì la loro piccola miniera d&#8217;oro.</p>
<p>Paolino era, come succede, un &#8216;Paolone&#8217;: grasso e gioviale, come la moglie.  Ormai vivevano da anni in quella radura che, quasi sperduta ai margini della macchia, era divenuta meta tradizionale per chi voleva mangiare bene, sano e abbondante, in un ambiente familiare. Avevano riadattato un appartamento sopra il locale e così la loro vita si svolgeva tutta tra casa e ristorante. Del resto non avevano vicini con cui distrarsi, l’edificio più vicino era una villa padronale, spesso disabitata, che un ingegnere milanese e sua moglie avevano comprato prima ancora che venisse aperto il ristorante. Gente <em>chic</em> che non frequentava la trattoria: l’ingegnere era un cacciatore ed a volte si univa alla locale squadra dei cinghialai, ma senza dare troppa confidenza a nessuno.</p>
<p>Il professore scese dalla macchina, prese dal portabagagli il suo zaino di attrezzi ed estrasse la torcia, accendendola. La ghiaia del piazzale scricchiolava rumorosamente sotto le sue scarpe grosse e Paolino, uscito dal locale per farsi una  sigaretta in pace riconobbe subito la sagoma dell’<em>astrologo</em>, come diceva la moglie; davanti all&#8217;ingresso erano parcheggiate solo due o tre macchine, dentro la sala si intravedevano gli ultimi clienti che si  concedevano l’ennesimo bicchiere della staffa.</p>
<p><span id="more-1289"></span></p>
<p>Il professore agitò la torcia verso l’oste, per salutarlo; Paolino rispose muovendo la destra in un gesto ampio che fece un po&#8217; più luminosa la brace della sua sigaretta.</p>
<p>&#8220;Turno di notte, professore?&#8221; disse, appena a portata di voce. &#8220;Eh, sì, lo sa,  stasera  c&#8217;è la congiunzione &#8211; e accennò a un puntino rossastro che, sopra le loro teste, palpitava incerto &#8211; voglio fare qualche foto&#8221;. &#8220;Congiunzione…Bene, mi saluti i marziani, allora. Questa è l’ultima che fumo &#8211; aggiunse buttando per terra il mozzicone quasi con rabbia &#8211; ora mando fuori tutti e vado a letto: sono a pezzi. Buona nottata!&#8221;</p>
<p>&#8220;&#8216;Notte&#8221; gli rispose il Professore, scantonando nel viottolo a lato del ristorante, proprio accanto agli aspiratori della cucina che ancora funzionavano a pieno regime; fu avvolto da un odore misto di carni arrosto e sughi che lo seguì per decine di metri mentre si addentrava nella macchia, illuminando il sentiero  con  la torcia.</p>
<p>La notte era tranquilla e buia; fra una mezz&#8217;ora al ristorante avrebbero spento tutte le luci, anche quella del piazzale, e sopra l&#8217;osservatorio il cielo sarebbe divenuto completamente nero. Lui, finalmente solo, lontano dai problemi del lavoro e della famiglia, per un po’ avrebbe dimenticato la moglie annoiata, il figlio adolescente pieno di problemi, i colleghi arrivisti o rassegnati. Quelle serate di osservazione non avevano un particolare valore scientifico, lo sapeva bene, ma proprio per questo era sicuro che nessuno degli amici dell’Associazione avrebbe voluto condividere con lui la nottata.</p>
<p>Il professore giunse alla fine del sentiero con un po&#8217; di affanno per la salita e spense la torcia. Era un gesto quasi automatico, gli occhi dovevano avere tempo per abituarsi, piano, piano, al buio. Nella radura dell’osservatorio si accesero subito le lucette segna passo che indicavano gli ultimi metri da percorrere per raggiungere la specola, così arrivò senza problemi fino all&#8217;ingresso, aprì la porta. Una corona di faretti rossi si accese, tenue, anche all&#8217;interno. Subito azionò l&#8217;interruttore e la cupola cominciò ad aprirsi; prese il telecomando di puntamento e impostò la ricerca verso Marte; il Cassegrain, un grosso telescopio da venti pollici, cominciò a muoversi lentamente per posizionarsi; il professore intanto aveva aperto il suo computer preparandosi a qualche ora di pace. Accese la radio, sempre sintonizzata su un’emittente locale che trasmetteva solo musica classica: in quell&#8217;ambiente circolare le note risuonavano come in un piccolo auditorio.</p>
<p>Il buio fuori si faceva più profondo, il ristorante non si vedeva più, i lumini segna passo esterni  erano di nuovo disattivati e l’unico rumore che si sentiva proveniva dai motorini del telescopio, ma era solo un leggero ronzio. Ora poteva davvero cominciare a lavorare. Aveva alcune ore a disposizione per fare un po&#8217; di foto, per divertirsi con quel giocattolo per adulti che, in tanti anni, lui e gli amici si erano costruiti. Lo attendevano ore piacevoli, e sarebbero state ancora più piacevoli se&#8230;</p>
<p>Scacciò subito quel pensiero tutt’altro che molesto, non voleva distrarsi invano; lei sicuramente lo aveva visto arrivare, forse avrebbe trovato il modo di venire a trovarlo. Per un attimo si infiammò di desiderio, azzerò il volume della radio e si fermò ad ascoltare i rumori provenienti dalla macchia che circondava l&#8217;osservatorio: frusciare di foglie, animali che si muovevano cautamente, volpi e ricci, qualche cinghiale e poi gufi, civette, allocchi, pipistrelli, piccole creature innocue che emettevano tuttavia suoni inquietanti: i primi tempi gli facevano accapponare la pelle, ma adesso si era abituato a quel lugubre concerto.</p>
<p>Alzò un po&#8217; il volume della radio e riprese a lavorare.</p>
<p>——</p>
<p>Erano quasi le tre quando sentì il clic dell&#8217;alimentatore esterno e intravide una soffusa luce rossastra provenire dalla porta che aveva lasciato accostata: c’erano visite, qualcosa aveva attivato i sensori, forse un animale…Poi la porta si aprì e una silhouette femminile si materializzò sulla soglia: “lei” era davvero venuta,  salendo lungo il sentiero al buio e adesso, prima di entrare nell&#8217;osservatorio, si era fermata incerta. &#8220;Oh, finalmente!&#8221; bisbigliò lui, e le andò incontro, la prese per mano, la tirò a sé e chiuse la porta. La strinse e respirò il suo profumo, intenso; la baciò e la strinse ancora più forte. Era eccitato e voleva che lei lo sentisse. Cominciò a baciarla con desiderio, le mani che le scorrevano lungo la schiena.</p>
<p>&#8220;Turno di notte&#8221; gli passò per la testa, e gli vennero in mente un paio di giochi erotici che voleva fare usando il sedile del telescopio: lei avrebbe gradito senz&#8217;altro. Dio, mi sento come a vent’anni, pensò, mentre le carezzava il seno, sotto il vestito. Era eccitatissimo.</p>
<p>All&#8217;improvviso nel silenzio notturno si sentì nuovamente il clic secco dell&#8217;alimentatore che azionava le luci: qualcuno si avvicinava alla specola, rapidamente, senza incertezza: la porta si spalancò e una figura maschile, minacciosa, entrò puntando una torcia simile ad un faro direttamente contro le facce stupite dei due amanti.  &#8221;Tu? Cosa vuoi?&#8221; fece lei, senza perdere la calma e quasi infastidita. La domanda  aveva un’inequivocabile inflessione di disprezzo .</p>
<p><strong><em>FINE PRIMA PARTE</em></strong></p>
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	<p class="firma-autore">Dr J. Iccapot</p>]]></content:encoded>
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		<title>Passeggiata di mare</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Oct 2009 06:30:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Juan</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton402" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FGfkIt&amp;via=scrivolo&amp;text=Passeggiata%20di%20mare&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2009%2F10%2Fpasseggiata-di-mare%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><img class="aligncenter size-full wp-image-403" title="fulmine-mare" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2009/10/fulmine-mare.jpg" alt="fulmine-mare" width="500" height="334" /></p>
<p>Ultima scena del film, chiudo il player e spengo il pc. Prendo le chiavi di casa e mi dirigo alla porta. Questa sera stranamente non mi son spogliato, neanche le scarpe ho tolto, solitamente sostituite immediatamente al rientro in casa dalle ciabatte.</p>
<p>Da fuori provengono i ruggiti di un temporale lontano, e il ticchettio della pioggia che poche ore prima componeva ritmi incessanti sulle tapparelle è per fortuna scomparso.</p>
<p>Prendo le chiavi, apro la porta che chiudo subito alle mie spalle. Sono fuori. Sono le 2 di notte. Un temporale illumina a tratti il cielo. I lampioni illuminano, più umilmente, strade deserte ed il mio camminare.</p>
<p>Sono uscito, e sono le 2 di notte. Cammino sotto i lampioni che illuminano inutilmente strade totalmente e ancora a lungo deserte.</p>
<p>La meta sembra al momento inesistente, ma percorro quelle strade e vialetti conosciuti così bene durante il giorno, ma mai visti coperti di un velo di assoluto nulla. Certo non ci sono ombre, non ci sono persone che le possano tracciare sull&#8217;asfalto. Non ci sono rumori, tranne il ruggito del temporale, le auto di corsa sulla statale distante qualche centinaio di metri, un raro treno notturno che passa svogliato la piccola stazione, come al solito ignorata.</p>
<p>Un gatto mi vede, mi osserva per qualche secondo indeciso sul proprio comportamento e poi forse terrorizzato da quell&#8217;umano solitario, fugge.</p>
<p>Adesso il mio passeggiare sembra aver trovato la sua meta, i miei passi mi conducono lentamente verso la spiaggia vuota. Il mare illuminato dai lampi è meraviglioso, questo fuoco d&#8217;artificio naturale che abbaglia qualunque cosa e la rende visibile e diversa, più spaventosa.</p>
<p>Mi tolgo le scarpe. Faccio qualche passo ancora, sulla sabbia. L&#8217;idea che ormai si è rivelata nella mia mente è di fare una bella passeggiata, all&#8217;ombra delle tenebre e illuminato dai lampi lontani. Ma poi il rumore delle onde, amplificato dal silenzio della spiaggia, l&#8217;oscurità delle nuvole illuminate da quel temporale che adesso non sembra più così lontano gettano un po&#8217; di terrore nel mio animo. Così i pochi passi sulla spiaggia già vedono i loro gemelli e le mie gambe mi riportano verso le luci dei lampioni.</p>
<p>La sabbia, poi l&#8217;asfalto, infine la pietra serena del marciapiede. Le mie scarpe sono ancora nella mia mano e le orme bagnate tradiscono i miei piedi nudi. 100, 200 metri. Mi fermo ad una fontanina per togliere la sabbia rimasta ancora attaccata alla pianta dei miei piedi.</p>
<p>Le prime gocce d&#8217;acqua mi vedono correre per i vialetti, di nuovo con le scarpe e pronto per chiudere gli occhi nel mio letto.</p>
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