Febbraio 2015 - Rosso - NeroAcrilico 35 x 50 cm (2015)

 

14 febbraio 1945. Avevo appena sette anni e trascorrevo alcuni giorni di vacanza dai miei nonni.
Per me erano sempre giorni di festa. La grande casa nella quale si poteva scorrazzare liberamente, il ruscello davanti a casa, il frutteto dietro casa e l’immenso solaio dove il nonno teneva il suo laboratorio. Era già in pensione, aveva più o meno la mia attuale età, non poteva separarsi dalla sua passione per il legno. Faceva parte della gloriosa corporazione dei carpentieri, ma nel suo laboratorio – da noi chiamato “boutique” – fabbricava dei bei mobili, per la maggior parte di piccole dimensioni. Piallava, segava e torniva in un modo che i truccioli volavano da tutte le parti!

In quei tempi, com’era consuetudine da giovane garzone che era, andava in “peregrinazione” per alcuni anni, soprattutto in Germania, dove regnava ancora un vero imperatore.
Il nonno conosceva molte città come Bremen, Hamburg, Berlin (che considerava troppo “rumorosa”), Hannover e Braunschweig, ma la sua città preferita era Dresda.
Quando raccontava di questa città, elogiandone la bellezza, descrivendo nei minimi particolari tutte le opere architettoniche, del buon lavoro che aveva e dei capomastri gentili, non riusciva più a smettere di parlare, lui che era un uomo di poche parole.

Molti anni dopo, ancora ai tempi della Repubblica Democratica Tedesca, sono andato a visitare Dresda. Sono riuscito ad orientarmi, anche senza piantina, nella città ancora abbastanza nera. Tutto questo grazie ai ricordi dei racconti del nonno.
Mi sembrava di essere stato già lì una volta.

In quella data anzidetta del 14 febbraio, alle 12.30, ascoltavamo le notizie alla radio. L’annunciatore raccontava che gli alleati avevano bombardato massicciamente la città di Dresda nella notte precedente, riducendola in macerie e ceneri.
Mio nonno impallidiva, posava il cucchiaio accanto al suo piatto, si alzava e senza dire una parola abbandonava la sala da pranzo.
La nonna, seduta al tavolo, rimase come pietrificata, poi si riprendeva velocemente, dicendomi:” Vai a vedere che cosa gli è successo, sarà certamente sù nella “Budik”.
Era seduto a schiena curva accanto al banco da falegname, ripetendo sempre: “ Non può essere vero, non si può fare una cosa del genere, non si può distruggere in una sola notte tanta bellezza.” Dicendo così, i suoi occhi si riempirono di lacrime.

Io rimasi sconvolto, non avendo mai visto quest’uomo fiero e controllato così debole e impotente. L’unica consolazione che gli potevo dare era quella di mettermi a piangere disperatamente.

(Traduzione di R. Battilani)

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Johann Widmer

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