“Trasmettiamo adesso: notturno italiano” e la radio cominciò a mandare in onda una musichetta leggera adatta per quell’ora così tarda. Giovanni si scosse: era rimasto seduto, lì in cucina, per ogni evenienza, sonnecchiando con la testa appoggiata sulle braccia incrociate sul tavolo, ma erano le undici e ancora non succedeva niente. Adele entrò piano, si richiuse alle spalle la porta del corridoio, enorme e freddissimo, in quella fine di febbraio in cui l’inverno continuava a mordere. “Niente?” fece lui, alla moglie. “No, ancora no” rispose lei, paziente; mise due pezzi di legna nella cucina economica che scaldava la stanza e si sistemò sulla ‘sua’ sedia, una sedia impagliata, un po’ più bassa del normale, che usava quando, come adesso, doveva passare delle ore seduta a sferruzzare.

Adele prese infatti, dalla busta di carta che aveva messo per terra, il lavoro iniziato: ricominciò a lavorare, attenta alle maglie, con la mano che tirava via, poco per volta, il filo di lana celeste che stava prendendo la forma del maglioncino per il bimbo. Perché, anche se non sapeva con precisione quando sarebbe nato, che sarebbe stato un maschio ne era proprio sicura.

“Vai a letto”, fece al marito, “Qui ci resto io, se ha bisogno… Poi c’è Fabio accanto a lei.”

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Dr J. Iccapot

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