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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Articoli con tag musica

Maggio – Il fiore blu

Acrilico, 40 x 50 cm (2011)

 

Il sogno del “fiore blu” o meglio detto il desiderio di una vita sensata, la nostalgia di eterna fedeltà e l’intuizione di un mondo migliore – da qualche parte nella lontananza blu – sono dei concetti del romanticismo, che possono però tuttora avere validità.

Il blu, questa luce fresca della lontananza e dell’ampio cielo risveglia anche in noi la nostalgia.

Può sollecitare in noi la voglia di un viaggio, di tranquillità e di rilassamento, può favorire la nostra creatività o condurci ad una conoscenza spirituale, in ogni modo comunque ci mette sempre le ali.

Il blu chiaro nella cornice scura porta verso l’alto, è la luce della speranza, senza la quale una vita gratificante sarebbe inimmaginabile.

Sentimenti e impressioni simili possono essere svegliati in noi dalla musica, come per esempio il genere “Blues”. In esso troviamo spesso una sfumatura di melancolia, quasi malinconico, il profondo blu, che fluttua tra gli estremi del viola al turchese, e al di sopra una voce che sale in alto, che sogna nostalgia, cinta da un sentimento di fiducia. Messaggi chiari, senza esagerazione e senza falso pathos. Poesia del fiore blu.

Il Blues che va dritto nell’anima, per esempio quello cantato da Bessie Smith, potrebbe essere adatto a questo quadro come musica di fondo.

(Traduzione di R. Battilani)

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Johann Widmer

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Beatrix, Musica tra i Pescecani

Le puntate del racconto di Beatrix raccolte per una lettura più agevole.

E’ possibile scaricare il file direttamente qui: Beatrix, Musica tra i Pescecani (1050)

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admin

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Musica tra i Pescecani – 4

Brecht in carcere - da: http://www.compagniadellafortezza.org/photogallery

Quarta e Ultima Parte

Qui la Terza parte.

Marcello alzò la cornetta del telefono e riconobbe la voce di Gigi che, in modo assai concitato, diceva: “Ma lo sai che è successo ieri sera? L’hai letto il giornale?”

Per alcuni attimi rimase spaesato: ma cosa stava dicendo il suo amico? Poi, pian piano, i ricordi riaffiorarono dalla sua memoria assonnata e le immagini della sera precedente gli affollarono la mente. Erano stati di nuovo a suonare allo spettacolo del carcere, ma questa volta all’aperto, in una piazza gremita di gente curiosa. La serata era stata lunga poiché erano intervenuti degli ospiti, tra cui un comico ed un famoso gruppo rock ed erano rientrati così tardi che sua moglie, che di solito lo aspettava alzata, l’aveva trovata già a letto addormentata. Dovevano essere state almeno le tre. Marcello, meccanicamente, guardò l’orologio: segnava le dieci e un quarto. Aveva dormito oltre sette ore, eppure si sentiva ancora assonnato. Gigi invece, all’altro capo del telefono, sembrava perfettamente lucido e riposato: “Te l’avevo detto, io, ricordi?! Secondo me qui qualcuno tenta la fuga, con tutta questa gente chi vuoi che si accorga se manca un detenuto. Si vedeva che i carabinieri guardavano lo spettacolo, mica i carcerati! Comunque io non mi ero accorto di niente, mi sembrava che quando siamo venuti via e abbiamo salutato ci fossero tutti. Forse è scappato dopo….”

“Scappato?! Ma chi?”

“E che ne so chi! Un delinquente, come li chiami tu!”

“E infatti si chiamano così. Insomma mi stai dicendo che ieri sera è scappato un delinquente durante la baraonda? Bravo! Ha fatto proprio bene! Così imparano! Ma sarà uno di quelli che abbiamo conosciuto?”

“Certo! Hanno fatto uscire solo gli attori e quindi ha recitato e poi è scappato. Ma sul giornale non c’è scritto il nome. Chissà qual è…”

“Quello più furbo! Suvvia, Gigi, ora che mi hai dato la notizia torna in piazza a fare quattro chiacchiere con gli altri assidui frequentatori delle nostre vie. Io stamani ho in programma di finire il modellino dell’Andrea Doria. Buona giornata!”

Riagganciò. Si pentì di essere stato un po’ brusco, ma doveva ancora finire di svegliarsi e non aveva voglia di stare a sentire tutti i discorsi di Gigi, che quando iniziava non la finiva più. Era solo in casa e poteva dedicarsi al suo hobby preferito con tutta la calma che gli occorreva. Mentre incollava la prua della nave pezzo per pezzo, le facce dei detenuti e dello spettacolo gli scorrevano davanti. Gigi aveva ragione, avevano fatto uscire solo gli attori – e nemmeno tutti – e quindi l’evaso doveva per forza essere uno di loro. Si erano incontrati nel pomeriggio, al teatro, per fare una prova, visto che lo spettacolo sarebbe stato un po’ diverso da quello che avevano messo in scena, per tre volte, all’interno del carcere. Durante la pausa per la cena, nel bar-trattoria di fronte al teatro, aveva osservato a lungo le mosse dei detenuti. Per curiosità, o forse per noia. Alcuni di loro avevano ospiti venuti appositamente per vederli. Il nero, per esempio, era con una altro uomo, un po’ più maturo, che a giudicare dall’aspetto poteva essere il padre. Il cantante, invece, si era seduto ad un tavolo con un  ragazzetto e avevano mangiato della zuppa. A chi lo salutava diceva: “Vedi? Questo è mio figlio!” Marcello si era meravigliato: il cantante sembrava un ragazzo ed invece aveva prole, esattamente come un uomo. Gli altri erano in gruppo, insieme al regista e ai tecnici delle luci e del suono. Carmelo era con una donna; una bella signora dai capelli biondi e lunghi, vestita alla moda e piuttosto raffinata. Marcello avrebbe scommesso che non si trattava della moglie. Erano stati per tutto il tempo al bancone del bar, seduti su quegli strani sgabelli tipici di questi locali ed avevano sorseggiato a lungo un aperitivo, senza mangiare niente, assorti in una conversazione fitta e quasi sussurrata. Carmelo era riuscito comunque a non perdere il contatto con il gruppo radunato attorno al regista ed aveva continuato ad intervenire di quando in quando nella loro conversazione con taglienti battute in dialetto napoletano. Ogni volta, però, tornava ad immergersi nel dialogo con la donna, a voce bassa e con atteggiamento complice. Marcello, Gigi e Mario avevano consumato una cena di tutto rispetto, incuranti del diabete, dell’ipertensione e del colesterolo. Quindi, tutti insieme, si erano recati nella piazza.

La prua dell’Andrea Doria era quasi ultimata quando Marcello sentì la moglie rientrare. “Ma lo sai cosa è successo ieri sera al vostro spettacolo?” chiese subito la donna, quasi gridando, dal corridoio. “Dicono che è scappato un carcerato. Tu non mi avevi detto niente e invece in giro non si parla di altro. Hanno tutti paura al pensiero che un pregiudicato stia vagando libero da queste parti. Speriamo che lo prendano presto!”

Marcello non rispose. Poche settimane prima avrebbe detto la stessa cosa. Ma ora era diverso.

Continuò, in silenzio, il suo lavoro, concentrandosi sulla perfezione degli incastri della sua creatura. In fondo al cuore, nel più inconfessabile dei suoi pensieri, vedeva già Carmelo, vestito elegante e con la donna bionda al suo fianco, attraversare l’Oceano per raggiungere, finalmente libero, le calde spiagge di Cuba.

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Beatrix

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Musica tra i Pescecani – 3

Brecht in carcere - da: http://www.compagniadellafortezza.org/photogallery

Terza Parte

Qui la Seconda parte.

Prima di entrare nel carcere, il giorno dello spettacolo, Marcello si fermò sulla soglia. Guardò l’orologio, constatò che l’anticipo era di soli cinque minuti e si tranquillizzò. Per salire le scale, tuttavia, aspettò che si fosse formato un gruppetto di colleghi musicanti e si unì a loro. Gigi era ancora fuori a fumare.

Lo spettacolo si sarebbe tenuto all’interno del teatro tenda in cui avevano fatto le prove la settimana precedente e Marcello già sapeva che avrebbe sofferto un caldo terribile. Era contento che mancasse poco a poter scrivere la parola “fine” a questa insolita esperienza.

Con tale stato d’animo entrò, insieme agli altri e col clarinetto sotto il braccio, all’interno del tendone. Lo spazio, dentro, non si connotava più come uno stanzone spoglio e scheletrito; pareti di stoffa colorata creavano i diversi ambienti necessari all’allestimento dello spettacolo e cartelli di cartone maldestramente scritti ne indicavano la funzione: e così c’erano la sala trucco, il guardaroba, la zona “ballerini” quella “cantanti” e quella “attori”.

“Il cartello DELINQUENTI non lo vedo….” borbottò Marcello.

“Come dici?” chiese Gigi, tutto intento a guardarsi attorno.

“Dicevo che non vedo un cartello con scritto MUSICISTI o SUONATORI o BANDA” ribatté pronto Marcello “chissà dove dobbiamo andare”.

“Dovete andare al guardaroba” intervenne un uomo.

Nel suo volto Marcello riconobbe il detenuto che avevano conosciuto la prima sera di prove e che doveva interpretare il personaggio di Mackie Messer, il bandito dal coltello facile.

“Vi abbiamo riservato un angolo per gli strumenti, venite con me” e li guidò tra le pareti, qualcuna di lino, qualcuna di cotone, qualcuna bianca, qualcun’altra colorata.

All’interno del guardaroba una ragazza con i capelli raccolti a cipolla li accolse cordialmente e consegnò loro i vestiti di scena: giacche nere di varia foggia ed altrettanti cappelli, uno per ognuno.

“Come state bene con questo cappello” disse il detenuto a Marcello, non appena ebbe indossato il suo abito “sembrate proprio un signore”

L’uomo era evidentemente meridionale; di Napoli, per la precisione, come spiegò poco dopo.

Marcello non riuscì a mordersi la lingua, come si era abituato a fare per evitare di dire le cose in modo troppo diretto: “Levami una curiosità: perché sei…si insomma, perché vivi qui? Che cosa hai fatto?”

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Beatrix

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Musica tra i Pescecani – 2

Brecht in carcere - da: http://www.compagniadellafortezza.org/photogallery

Seconda Parte

Qui la Prima parte.

Il giorno stabilito per la prima dello spettacolo faceva un gran caldo. “Sono i giorni del sol leone” sentenziò Gigi, mentre guidava la sua vecchia auto per la strada irta che portava al carcere. Marcello si asciugò le gocce di sudore sulla fronte con il fazzoletto, poi rispose: “Meno male che noi andiamo in galera. Vuoi che i nostri amici delinquenti non abbiano l’aria condizionata?” Gigi rise di gusto. Portare in giro Marcello era un vero spasso. Era un personaggio singolare, sempre col sorriso stampato in faccia, con le sue idee fisse ed i sui ragionamenti a cui non ammetteva replica. Quando suonava, però, bisognava lasciarlo stare, che col clarinetto sapeva fare di tutto.

Davanti al carcere, il parcheggio era chiuso con delle transenne. “Eppure l’altra volta avevamo parcheggiato proprio qua” disse Gigi. Poi scese dalla macchina e si guardò intorno, in cerca di un posto libero. In quel mentre un furgone scuro, senza vetri, si fermò di fronte all’edificio. L’autista scese, suonò al portone e, quando gli fu aperto, sparì all’interno. Gigi intanto aveva individuato uno spazio in cui parcheggiare e si stava dando da fare con le manovre. Erano arrivati per primi, come accadeva sempre da anni ad ogni appuntamento musicale. Un anticipo di un’oretta permetteva di trovare un bagno, perlustrare il luogo in cui si trovavano, a volte bere un bicchiere di vino in compagnia. Ormai era un’abitudine.

Finite le manovre, Gigi e Marcello entrarono dentro al carcere, passando dalla porta lasciata aperta dall’autista del furgone, con un anticipo di un’ora rispetto all’ora fissata per il ritrovo. Gigi suonava i piatti e con sé aveva solo un sacchetto di plastica contenente un panino ed una bottiglietta d’ acqua. Marcello, come al solito, stringeva sotto il braccio la custode del clarinetto.

Al piano terra, nelle prime due stanze che si attraversavano subito dopo l’entrata, non c’era nessuno. I due si adagiarono su due sedie di legno, le stesse su cui si erano seduti la sera della prova prima di essere ammessi a salire le scale che portavano all’interno del carcere vero e proprio. Marcello volse un’occhiata soddisfatta alle bocchette dell’impianto di condizionamento e poi guardò Gigi con aria ammiccante, come per dire: “Visto, che ti avevo detto?”. L’altro gli strizzò l’occhio e sorrise. Aspettarono così, in silenzio, per circa venti minuti, finché un uomo non entrò da una porta laterale e, vedendoli, si fermò un attimo con aria meravigliata. Quindi si rivolse ai due chiedendo: “Chi siete? Quelli nuovi?”

E Marcello: “Siamo quelli della banda”

“La banda? Certo, ho capito. Seguitemi per favore.”

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Beatrix

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Musica tra i Pescecani – 1

Brecht in carcere - da: http://www.compagniadellafortezza.org/photogallery

Marcello era abituato ad andare in giro con la banda. Avevano visitato innumerevoli paesi e città, incontrato tante persone, partecipato a raduni e concorsi. Però rimase sorpreso quando gli chiesero: “Se andiamo a suonare nel carcere, tu ci sei?”. Sulle prime aveva pensato che stessero scherzando, poi li aveva guardati in faccia e aveva capito che la domanda era seria; in un attimo si era anche reso conto che la sua sorpresa era fuori luogo, perché non c’era nulla di strano. Avevano suonato nelle case di riposo, nelle scuole…e perché non in carcere? Tergiversò, dicendo che non sapeva se in quel periodo sarebbe andato al Nord a trovare suo figlio. In macchina, mentre i due “colleghi” seduti davanti parlavano della pioggia imminente e degli ultimi avvenimenti politici, Marcello pensava e ripensava: a suonare in galera, lo volevano portare. In galera ci sono i delinquenti, e si trovano lì perché hanno fatto del male a qualcuno. Che c’entra che si vada anche a rasserenarli con la musica? Proprio lui, ci volevano portare, lui che pur essendo comunista da sempre, era favorevole alla pena di morte.

Arrivato a casa si confidò con la moglie. Lei lo ascoltò, poi sentenziò: ma scusa, che ti importa, tu non devi mica andare a giudicarli, tu devi solo andare a suonare. Lascia che siano i giudici a stabilire se e quanto devono pagare per il male che hanno fatto. Se ci pensi bene, quando suoni in piazza non lo sai mica chi hai davanti, potrebbe esserci chiunque. Ma tu non lo sai e suoni tranquillo. Non ti pare?

Marcello non sapeva se “gli pareva” o no, doveva ancora riflettere. Poi però passarono i giorni e non ci pensò più. Alla prova, la settimana successiva, il maestro spiegò più precisamente di cosa si trattava. Non era previsto un semplice concerto; la banda avrebbe partecipato allo spettacolo che sarebbe stato messo in scena dalla compagnia teatrale interna al carcere, a cui partecipavano i detenuti considerati meritevoli di avere un “hobby” durante la detenzione. Sarebbe stata un’esperienza unica perché solo in pochi casi veniva consentito l’accesso agli esterni, quindi poteva essere considerata una rara opportunità. Il privilegio di conoscere dei delinquenti. Roba da matti, pensò Marcello. E poi accettò.

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Beatrix

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Il concerto del Maggio

Gruppo di maggerini

Gruppo di maggerini

Il giorno della commemorazione la piazza del piccolo paese era gremita di una folla variegata e rumoreggiante. C’erano i parenti del defunto, raccolti in cerchio nell’angolo, alla destra del maxi schermo installato sul muro del parcheggio; c’erano le autorità, per la precisione il sindaco, il maresciallo e il parroco, seduti su tre sedie allineate alla sinistra dello schermo; c’erano i commercianti, gli artigiani, gli impiegati del comune, le molte vedove e i pochi bambini del paese, tutti radunati in attesa di assistere alla commemorazione; c’erano tre signore indaffarate nel disporre il buffet su un tavolo sistemato all’altro lato della piazza, apparecchiato con tovaglie dalle fantasie vivaci e bottiglie di vino bianco e rosso. In una viuzza a lato della piazza c’era il coro dei maggerini, impegnato nelle ultime prove, a voce bassa per non farsi sentire troppo, ma non così bassa da non sentire se gli accordi erano intonati o “boglioli”, come amava dire il maestro.

Marcello e la band arrivarono un po’ in ritardo, perché venivano da lontano e per strada c’era traffico. Questa era la versione ufficiale; in realtà erano tornati indietro perché Pompeo aveva dimenticato gli occhiali ed era di umore pessimo. Li aspettava una esibizione improvvisata, con gente che non sapeva distinguere una minima da una semibreve; loro suonavano da una vita, sapevano quanto può essere difficile stare dietro a un gruppo di persone così. In silenzio disposero i leggii nell’unico metro quadrato di piazza rimasto libero e si misero ad aspettare. Marcello aveva le mani sudate, e non per il caldo. Arrivò il fisarmonicista, con il solito sorriso roseo, guardò i leggii e, sornione, esclamò: – Proprio non ve ne volete fare una ragione, eh, che non ci sono gli spartiti!

Marcello si rese conto in quel momento che montare i leggii era stato un gesto meccanico ma completamente inutile e, viste le circostanze, perfino un po’ ridicolo.

– Eh, si.- rispose burbero. E li smontò uno ad uno.

Arrivò il coro. Il maestro salutò allegramente i musicisti. “Ecco i nostri suonatori. Cominciavamo ad essere preoccupati, che non vi vedevamo arrivare. Noi abbiamo già provato, voi tanto siete bravi, non ce n’è bisogno. Suvvia, che faremo un figurone!”

Marcello pensò che il termine “figurone” calzava a pennello… grossa figura di…

Sullo schermo iniziarono a passare le immagini del defunto vestito da maggerino insieme agli altri del coro. I colleghi coristi iniziarono a commentarle. Ti ricordi qui, o dove s’era?…ma come stava bene con quel cappello…porino però non se la meritava una fine così…era tanto bravo…che voce, aveva, a volte sembrava Narciso Parigi da quanto l’avea dolce…

La folla si sistemò sulle sedie, i parenti compostamente in prima fila, le autorità, che non si erano mai mosse dai loro posti a sedere, si risvegliarono dal torpore. Tutti guardavano le immagini sullo schermo. Il sindaco ricordò il defunto con parole di encomio. Il parroco lo ricordò con parole di affetto. Il maresciallo si rammaricò di non averlo mai conosciuto, essendo arrivato in paese da soli tre mesi, ma si dichiarò convinto che fosse una persona eccezionale se tutto il paese lo ricordava con cotanta commozione.

Il coro dei maggerini, dichiarò il maestro, lo avrebbe ricordato con un concertino, cantando le canzoni che lui preferiva, con l’accompagnamento di un gruppo di amici suonatori provenienti dai comuni limitrofi. La piazza fece silenzio. I cantanti si schiarirono la gola e i musicisti avvicinarono gli strumenti alla bocca. Tutti tranne il fisarmonicista, che con il sorriso roseo si assestò sulla sedia e strinse l’occhio al maestro.

Iniziò il concerto. Marcello ascoltava il coro sgangherato e lasciava che le dita scorressero da sole sul clarinetto, frugando le note nella memoria decennale di canzonette e musica da ballo. Infiorettava le note con qualche acciaccatura o con sapienti glissati, mentre il coro ondeggiava a tempo nei costumi colorati pieni di fiori di carta. Che strazio… – pensò. E si vide, in giacca e senza cravatta come era suo solito, dietro la scenografia del Nabucco, a fare la “bandina” dell’opera, con tanto di spartito e maestro vero; quello era stato il suo momento di gloria, quella era la musica che amava e che gli batteva nel petto, mica queste canzonette tutte uguali cantate da quattro gatti strinti all’uscio. Finì la prima canzone, gli applausi scrosciarono abbondanti da tutta la piazza. Marcello sorrise, un po’ di sé, un po’ della gente.

Il concerto proseguì nell’entusiasmo generale e alla fine la folla chiese a gran voce il bis. Volarono fiori e grida di apprezzamento: Braviiiiii!!!

L’inizio del buffet segnò la fine della musica. Le bocche che prima avevano intonato gli allegri canti adesso si riempivano avide di zuppa contadina, arrosto, sformati, dolci. Anche Marcello e gli altri mangiavano, apprezzando il buon lavoro delle donne, assaporando i vari tipi di vino e commentando l’annata. Ogni tanto qualcuno si avvicinava e faceva i complimenti per la buona musica, e Marcello allora raccontava della sua vita da clarinettista iniziata da bimbo e ancora ben lontana dal finire. Anche Mario il trombettista raccontava volentieri di quando aveva la sua orchestrina e faceva le serate da ballo, e le ragazze gli morivano dietro.

Un’anziana signora, camminando a fatica, con la mano fece cenno a Marcello di andarle incontro. Quando si fu avvicinato gli mormorò: – Grazie, sa, grazie che siete venuti, lo dica anche ai suoi amici. Il mi’ figliolo era un po’ preoccupato, ha detto che voi sapete suonare bene e che il suo coro di maggerini invece non è mica granchè. Ma che vuole, in questo paese un c’è nulla, anche lui si sacrifica per tenere in piedi almeno quello. Viene tutte le settimane da Firenze, sa, lui, perché a Firenze insegna al conservatorio. Suona il violino, come il su’nonno. Invece il mi’marito, insomma, il su’ babbo, lui suonava la fisarmonica. Ancora grazie, eh, arrivederla.

Marcello tornò al tavolo e afferrò un pezzo di crostata dal vassoio dei dolci. Alcuni del coro se ne stavano andando via e dall’altro lato della piazza li salutavano con le braccia, vistosamente. Tra loro c’era il maestro: – Arrivederci e grazie tante, vi ci è voluta tanta pazienza con noi, lo so. Grazie.

Marcello ricambiò il saluto, sorridendo. Ogni tensione era ormai svanita, aveva passato una bella giornata. E in fondo, pensò, un “grazie” così, all’opera, non gliel’aveva mai detto nessuno.


Leggi anche la prima parte del racconto: “La prova del maggio

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Beatrix

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (485)

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Dr J. Iccapot