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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Articoli con tag morte

Un’infanzia dorata

Quando penso alla mia infanzia, a quelle briciole di ricordi che iniziano coi primi anni di vita e finiscono con l’ingresso alle scuole medie, vedo un’indistinta luce calda e dorata e sento di aver vissuto un periodo di calma e di pace, senza dolori, senza affanni: il più bello della vita. Ho la vaga percezione di quel benessere, di quell’aura speciale che mi avvolgeva e mi proteggeva dal mondo e dai pericoli, dal dispiacere e dal male.

Intravedo quegli anni come in una immagine sfocata, ne rammento pochi episodi ma ho la sensazione piacevole di un periodo unico, magico, luminoso, proprio come una giornata di sole alla fine di maggio.

C’è una luce calda che entra nella stanza e la illumina, è la luce del sole del primo pomeriggio. I raggi non entrano direttamente a ferire la stanza, le persiane devono essere leggermente accostate ma di fronte non ci sono palazzi che bloccano la vista e se mi mettessi in piedi su una sedia, proprio di fronte alla finestra, per quanto piccino sono sicuro che vedrei la pineta e il mare.

Il sole entra nella stanza e io sono attratto dalla sua luce, guardo verso la finestra; c’è anche una tenda chiusa che fa da schermo ma con poca convinzione. E’ una bella tenda, ha il colore della paglia, una trama larga che fa passare quasi tutta la luce e la indora ancora di più.

Mi piace quella tenda, che la mamma ama tanto, perché ha un cordone che termina in una buffa nappa e io ho imparato da poco a usarlo: tirando il filo da una parte la tenda si divide piano piano a metà, il tessuto traforato si fa più serrato, le plissettature si avvicinano, nella stanza entra un po’ più luce. Se tiro dall’altra parte la tenda si riunisce, come se due dei miei soldatini si mettessero, braccia e spalle larghe, a guardia della finestra per impedire a chiunque di entrare e di uscire.

Rido, quando faccio questo gioco che ho appena scoperto, e anche la mamma ride e allora io rido ancora di più.

Guardo la finestra: entra la luce, vorrei andare verso quella luce, sono agitato.

Mi piace stare nella camera dei miei genitori: ci sono tante cose strane, lì dentro. C’è un armadio grandissimo che nasconde e fa ricomparire i vestiti, un settimino più alto di me con dei cassetti dai quali la mamma tira fuori le mie magliette, i pantaloncini, i calzini. Sono mobili strani, bombati, curvilinei, di un legno di castagno scuro, quasi nero; mi fanno un po’ paura ma per fortuna le pareti sono bianche e riflettono la luce che entra dalla grande finestra. E poi sul settimino ci sono cose buffe. Ce n’è una con una curiosa nappa, quasi come quella del cordone delle tende ma fatta a palloncino. La mamma me l’ha fatta usare: lei teneva in mano una specie di bottiglietta tutta vestita come fosse un bambino piccolissimo e io ho potuto stringere quella nappa che era morbida morbida e ogni volta che la stringevo c’erano tante goccioline profumate che uscivano dalla bottiglietta e sparivano magicamente nel vestito della mamma.

Sono in piedi sul lettone dei miei genitori e se guardo dalla parte opposta alla finestra vedo bene il piano dove sono allineate la bottiglietta, la foto di un bambino con la mano in quella del suo babbo e una scatola di legno a mezzaluna che fa tic tac; dietro c’è uno specchio che riflette la mia testa, bionda bionda, e la mia faccia imbronciata; preferisco però guardare dove c’è la finestra, dove c’è il sole.

Saltello sul lettone dei miei genitori; ero dentro il letto ma ne sono uscito all’improvviso e ora saltello, saltello sul materasso. Nella stanza non sono solo, non ci sarei mai potuto entrare, c’è sicuramente un adulto con me.

Salto sul letto ma non sono tranquillo, ho paura e guardo verso la luce. Oltre la tenda, oltre i vetri della finestra, al di là delle persiane un po’ accostate c’è il cielo, c’è l’aria, l’aria fresca dove ho visto volare le rondini; chissà come stanno bene le rondini nel cielo, in tutto quel mare d’aria, come respirano felici!

Io non sto bene, invece; non so cosa mi succede, salto disperatamente sul letto; c’è il babbo con me, ora lo so. Dovrei essere tranquillo invece sono terrorizzato; salto sul letto, verso il bordo, verso la finestra; ho caldo, tanto caldo, devo essere paonazzo.

Una mano mi afferra, un braccio forte mi impedisce di andare avanti; non saltello più, non ne avrei neppure la forza.

Un’altra mano mi prende per la gola, mi stringe, non capisco cosa succede; è il babbo, mi ha fatto voltare verso di sé,  non vedo più la finestra, sono spossato e riesco appena a stare in piedi, intorno a me si sta facendo buio.

La mano stringe il mio collo e, all’improvviso, la caramella che mi ostruiva la gola schizza fuori dalla bocca, cade sulla coperta, rotola coprendosi di peletti e atterra silenziosa sul tappeto di lana che è ai piedi del letto. Riprendo a respirare.

Stavo soffocando, me lo ricordo bene anche se avevo poco più di tre anni, e sarei morto se non fosse stato per la mano del babbo venuto a darmi di nuovo la vita.

 

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Dr J. Iccapot

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Finalmente Halloween

Filippo stava per uscire di casa quando, dalla camera da letto, sua moglie gridò: “Prendi il cappello, che fuori fa freddo!” Già, il cappello; non lo aveva preso.

Come facesse sua moglie Elvira, rannicchiata nel caldo del letto, a sapere che fuori faceva freddo e, soprattutto, che lui non aveva preso il cappello, era un mistero su cui non valeva la pena indagare, anche perché rischiava di arrivare in ritardo al lavoro.

“Me lo metto, stai tranquilla!” rispose Filippo, tornando sui suoi passi. Aprì il guardaroba e scelse una coppola: marrone, per rimanere in tono con il cappotto color cammello che indossava.

D’inverno Elvira aveva la fissa del cappello; lo costringeva a tenerlo sempre in testa con la scusa che ‘nelle sue condizioni’ rischiava di prendersi un brutto colpo di freddo ogni volta che metteva il naso fuori di casa. In effetti la capigliatura di Filippo, anno dopo anno, si era diradata e un cappello, oltre a tenere al caldo il suo cranio lucido, nascondeva la calvizie. “Non mi piacciono né gli uomini grassi né quelli calvi” ripeteva spesso la moglie. Non voleva che ingrassasse: la pancetta che arrivava con la maturità era notoriamente nociva. Filippo era rimasto longilineo ma contro la calvizie, ahimé, non c’erano stati rimedi.

Con le chiavi già in mano per aprire il portoncino dell’appartamento, ben attrezzato per affrontare la giornata fredda, fu raggiunto da un nuovo richiamo: “E stasera ricordati di entrare dal giardino!”

Filippo si fermò: perché diamine doveva rientrare passando dal cancelletto del giardino? Era una qualche nuova stravaganza della moglie? Rimase un attimo con il mazzo di chiavi a mezz’aria, poi chiese perplesso “Perché?”

La voce della moglie, ancora assonnata, aveva il tono di un rimprovero: “Oggi è Halloween, te lo sei scordato?”

“No, come potrei! “ rispose Filippo, che proprio se ne era dimenticato.

Poi aggiunse “A stasera!” e uscì di casa.

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Dr J. Iccapot

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La morte e la fanciulla

Quando l’impiegata del Protocollo le riferì, quasi per caso, che la collega Marconi dell’Ufficio Passaporti era da mesi in aspettativa Carla si stupì: non aveva notato la sua assenza.

In effetti non erano amiche, non lavoravano neanche sullo stesso piano, ma a Carla sembrava una persona a modo e con lei scambiava volentieri quattro chiacchiere davanti alla macchinetta del caffè o attendendo di timbrare il cartellino all’uscita.

“Non lo sapevi? – aggiunse seccamente l’impiegata del Protocollo – la figlia è malata e lei non se la sentiva più di venire al lavoro…quelli del Personale hanno sbrigato la sua pratica a tempo di record. Capirai, si tratta di una faccenda seria e quando ti prende a quell’età dicono sia peggio.”

Per deformazione professionale la signorina Baldi, detta Leccafrancobolli, era abituata a trattare le informazioni come meri dati da trascrivere nell’apposito registro del Protocollo e, di solito, si vantava di essere muta come una tomba riguardo alle notizie apprese per ragioni di  servizio; la ‘disgrazia’ però era già di pubblico dominio e le sembrava giusto che tutti in Prefettura fossero al corrente della situazione, nel caso si imbattessero nella Marconi per strada o in un negozio.

Carla aveva incontrato la figlia della collega solo una volta e di sfuggita, anni prima. Era venuta per vedere “dove lavorava la mamma”, una curiosità che quasi tutti i bambini manifestano, e si era intrufolata nella sua stanza, inseguita dal padre. Dopo tanto tempo non ricordava quasi nulla di lei, a parte una gran massa di ricci biondi.

“Fa lo stesso…adesso comunque non la riconoscerei più – pensò, sospirando all’idea degli anni trascorsi –  però deve essere ancora una ragazzina, perché la madre è del…-  Carla fece un rapido calcolo e si rese conto di avere ben dodici anni più della Marconi – com’è giovane…beata lei!”

Intanto aveva raggiunto la porta del suo ufficio ed entrò nella stanza con un’espressione tesa in volto: la notizia, anche se riguardava una persona quasi sconosciuta, l’aveva turbata.

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Rosanna Bogo

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In fila

Quando il signor S. arrivò sulla spianata, si trovò immerso in una densa foschia luminescente: decise di camminare in direzione della zona dove il chiarore sembrava più intenso; del resto non aveva altri punti di riferimento e, da quella parte, sentiva provenire un brusio confuso e un rumore come di piedi strascicati. Forse era una specie di punto di raccolta.

Non sapeva con certezza in che luogo si trovasse, ma una supposizione ragionevole, tra sé, l’aveva già formulata:  l’ultima cosa che ricordava era un SUV nero che gli veniva addosso a velocità sostenuta. Aveva chiarissima in mente l’immagine della donna con i capelli rossi alla guida di quel bolide che si era  schiantato contro la sua utilitaria. Indossava occhiali blu elettrico e la sua faccia matura ma affascinante, l’aveva vista molto, molto da vicino. Chissà se si sarebbero incontrati di nuovo, lì; perché era fuori dubbio che fosse morto e stesse per entrare in un Aldilà… chissà quale, dei tanti immaginati dai viventi, e forse anche alla signora era toccata la stessa sorte.

Percorse, avanzando incerto per la poca illuminazione, alcune decine di metri e si ritrovò accanto a degli sconosciuti,  un gruppo di persone, se così si potevano ancora chiamare, in attesa: alcune impazienti, altre rassegnate, formavano una lunga fila che faceva capo ad un bancone, appena visibile in lontananza. “La Reception, ovviamente – pensò, con una punta di ironia S. – chissà come prosegue dopo la faccenda”.

Si meravigliava di non provare dolore fisico e, soprattutto, di non pensare con sofferenza alla famiglia, alla moglie, ai due figli che a in quel momento dovevano essere a tavola per cena (non lo aspettavano mai!); forse la notizia del suo incidente li aveva già raggiunti,  interrompendo bruscamente la loro routine serale.

“Che ore saranno” si domandò, guardando l’orologio: era fermo. “Beh, tanto ora il Tempo non ha più importanza”

La fila scorreva piano, ma S. già vedeva bene il bancone, lunghissimo, e una ragazza che sembrava intenta a sbrigare delle pratiche; la nebbia intanto si era quasi dissolta svelando, a destra e a sinistra, per metri e metri, altre file di persone in attesa; qua e là qualche gruppetto chiacchierava, chissà di cosa.

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Dr J. Iccapot

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Il 10 era in ritardo

Marcella camminava appoggiandosi al bastone, ma più per abitudine che per necessità. Quando era ancora una ‘giovane’ sessantenne si era slogata malamente una caviglia e, da allora, non aveva più lasciato la sua fidata gamba di legno. Ora gli anni erano settanta e quel sostegno, sebbene non indispensabile, la faceva sentire più sicura se doveva percorrere un marciapiede un po’ sconnesso o scendere una scala priva di corrimano.

Nonostante gli acciacchi e l’età andava di fretta: voleva arrivare in orario alla fermata del 10 ma era già rassegnata ad attendere un bel po’ il passaggio del suo autobus.

Nel tardo pomeriggio i mezzi pubblici, imbottigliati nel caos del traffico, avevano una frequenza casuale e gli aspiranti viaggiatori dovevano affidarsi alla loro buona stella. A volte il ritardo era minimo, però non si trattava di un miracolo: l’autobus passava in orario solo perché aveva saltato del tutto la corsa precedente e se uno degli ultimi arrivati alla fermata lodava la precisione svizzera del trasporto pubblico cittadino, gli sventurati in attesa da quasi un’ora non mancavano mai di svelare all’ottimista novellino l’arcano paradosso.

Marcella da più di un mese prendeva tutti i giorni il 10 ed era ormai abituata a questi inconvenienti: si affidava alla sorte e pazientava. Quel giorno però non aveva proprio voglia di aspettare.

Appena giunta alla fermata notò subito la presenza di una rumorosa comitiva di adolescenti. Annoiati e stanchi di trafficare con il telefonino o di spararsi musica nelle cuffiette, per passare il tempo giocavano a darsi spinte e calci, incuranti del fastidio arrecato alla piccola folla di viaggiatori in attesa sotto la pensilina. Piovigginava e nessuno se la sentiva di rinunciare alla protezione della tettoia.

Una signora di mezza età, per schivare uno dei ragazzi urtò leggermente Marcella e subito si scusò:

“I giovani! Hanno l’argento vivo addosso. Io lo so bene, sono nonna!”

“Io no – disse gelida Marcella – e comunque mi vergognerei di avere nipoti simili”.

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Rosanna Bogo

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Flashback di Lucien e Lyvia

Un racconto di Giorgio Castellini

castello

Autunno. È una bella giornata, il cielo è limpido, siamo nel tardo pomeriggio. Soffia una leggera brezza, che però data l’ora vi fa rabbrividire. Per terra ci sono un sacco di foglie secche.

Lucien e Lyvia stanno giocando nel parco, all’ombra del grande acero, come sempre prima della cena. Con loro ci sono due dame di compagnia che li tengono d’occhio.

Un urlo di donna viene dall’interno della fortezza, un urlo disperato. Le dame si guardano l’un l’altra, e senza dire niente una delle due si allontana di corsa. L’altra vi rassicura, e vi dice che non è successo niente, non preoccupatevi. C’è un certo scompiglio, non capite bene di cosa si tratta.

Non avete più voglia di giocare, uno strano presentimento vi coglie. Volete tornare dentro, nella vostra stanza, passare un po’ di tempo con vostra madre che vi legge quelle fantastiche storie epiche ed eroiche.

Lyvia non ne è mai stata particolarmente appassionata, tutto quel parlare di eroi violenti e muscolosi che non riuscivano mai ad usare un briciolo di saggezza per uscire dalle brutte situazioni… ma in questo momento le andrebbe bene pure una di quelle storie.

Lucien invece le ha sempre adorate, per quanto non riuscisse a immaginarsi con una lunga spada tra le mani. “Mamma, ma perché non si sono nascosti per evitare quel gruppo di orchi?”, faceva sempre domande simili a questa.

La dama ha un’aria tesa, preoccupata, ma cerca di non darlo a vedere… ed ecco che torna l’altra, ed ha le lacrime agli occhi. Non è sola, è con vostra madre, Alyia. Che bella vostra madre, sempre così elegante, così leggera nei suoi movimenti.

Perché quelle lacrime, madre? Vi preoccupate; raramente l’avete vista piangere, di solito dopo una discussione con papà. È sempre stata una donna tenace, e vi diceva che si deve combattere per difendere le proprie idee e le proprie convinzioni. Chi sa cosa voleva dire.

Si china, e vi guarda con occhi tristi, cingendovi le spalle. Sembra che cerchi di parlare, ma non fa altro che deglutire. Vi abbraccia e vi stringe forte, e sussurra che andrà tutto bene.

La brezza fa sollevare le foglie intorno a voi, mentre le fronde degli alberi si agitano un po’, lasciando altre foglie nelle mani del vento. Anche le foglie si muovono leggere, come vostra madre.

Cos’è che andrà bene?

Passi affrettati, quasi di corsa. Lucien riconosce il fruscio delle vesti, ha sempre avuto un dono nell’identificare i suoni e le voci. Zio Julian è dietro vostra madre… crolla in ginocchio accanto a lei, il rosso del mantello si mescola con il castano chiaro delle foglie. “Alyia…” non dice altro, non potrebbe. La stringe in un abbraccio forte, rassicurante. Lei piange, più forte, come se non ce la facesse più a trattenersi.

Anche papà la abbracciava sempre, però mamma rideva in quei momenti. Aveva occhi così luminosi, quando lui tornava da qualche viaggio.

Julian alza lo sguardo verso di voi; si scosta i capelli castani dalla fronte, castani come la lunga barba. Proprio come papà. Allunga una mano verso Lucien, e gli arruffa i capelli, e lo guarda con dolcezza. Poi sposta lo sguardo su Lyvia, e non c’è traccia del sorriso giocoso che ha sempre avuto.

Perché è così triste, si chiede Lyvia?

Sono passati due giorni, e nel castello regna un’atmosfera stranissima. È come se nessuno avesse voglia di ridere o scherzare. Nessuno vi parla direttamente, ma sembra che ci sia stato un brutto incidente, ed ha qualcosa a che vedere con papà. Mamma dice che non lo vedremo per molto tempo, che sta compiendo un viaggio molto importante. Quello più importante di tutti, alla fine del quale potrà riposarsi per quanto tempo vorrà. Che bello, se papà non dovrà viaggiare più allora starete sempre insieme, a giocare, a ridere ed a raccontarvi storie. Si, dice mamma, sarà così, ma tra molto tempo. È un viaggio molto lungo. È il più importante.

Siamo fieri di lui, non tutti fanno viaggi importanti, alcuni vanno solo al mercato. Nostro padre è importante, lo conoscono tutti e tutti gli vogliono bene.

Oggi c’è stata una cerimonia strana nel parco del castello. C’è una collina, dove papà aveva portato mamma e le aveva chiesto di sposarlo. È in alto, e si vede tutto il parco, ed il castello è magnifico da quel punto.

Ci sono tante persone, molti amici, anche tanti dei bambini con cui giocate ogni tanto, figli di contadini della zona, le loro madri, e tante altre famiglie. Non li conoscete tutti, ma loro sembrano conoscervi. Vi salutano, vi fanno cenni del capo, alcuni vi dicono che ci vuole coraggio, altri invece evitano lo sguardo e si allontanano turbati.

Un sacerdote parla parole vaghe. Dice che papà è in un posto bellissimo, molto luminoso, ed un giorno ci andremo tutti. Peccato, pensa Lucien, a me piace il castello. Ci sono un sacco di posti dove nascondersi; con tutta quella luce invece Lyvia mi troverà subito… beh, di sicuro papà mi aiuterà a nascondermi o a distrarla.

Hanno costruito una cosa strana, tutta in marmo con una sagoma rettangolare.

Sopra c’è il nome di papà, e tutti vogliono toccare questa cosa di pietra. Cos’è una tomba, mamma? È un monumento in suo onore, vero? Lo dicevo io che tutti gli volevano bene a papà, dice Lyvia a Lucien.

E chi è quella dama, con il lungo vestito nero ed i bordi dorati? Vi sembra di averla già vista da qualche parte, ma non riuscite a ricordare dove. Si fa avanti in silenzio… poi guarda verso il basso, come se cercasse le parole. Tutti la guardano, come in attesa, pendendo dalle sue labbra.

E poi canta. Melodiosa, splendida e struggente… Tutta questa tristezza e non so neanche cosa stia dicendo, pensa Lyvia…

Mamma mette una rosa rossa sulla pietra; vi si appoggia per un attimo, e poi è come se non potesse stare in piedi. Una delle dame accorre e la sorregge, e la porta via singhiozzante verso zio Julian.

Rimarrà sempre con noi, dice lo zio.

Certo che rimarrà con noi, smetterà di viaggiare e si riposerà. Appena torna dal viaggio gli dirò che lo zio forse non ne era sicuro, pensa Lyvia.

Julian viene verso di voi. Assomiglia tanto a papà, sembra quasi che sia lui. Quanta tristezza nei suoi occhi. Forse anche a lui manca papà. Si china e prende Lyvia in braccio; la solleva lentamente, e poi la abbraccia, accarezzandole i capelli.

Poi la guarda in viso e le dice che il momento di crescere arriva per tutti, a volte arriva troppo presto. Ma non c’è niente di male, siete forti e ce la farete.

Certo che ce la faremo, ma a fare cosa? E poi siamo già grandi!

Tutto questo parlare per enigmi mi sta annoiando, pensa Lucien. E poi tutta questa tristezza… mi viene quasi da piangere, non so perché. Mamma mi accarezza la testa, e mi viene da abbracciarla e nascondere il viso nella sua veste, nascondere le mie lacrime al resto del mondo, nascondere la mia inspiegabile debolezza.

Ma quando torna papà?

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contributi

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Scrivolo

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Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (483)

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Dr J. Iccapot