Da una foto di Enrico Maestrini

Scritto in occasione dei 50 anni del mio comune, dedicato agli amici Johann e Augustine.

Quando Johann e Augustine arrivarono qui, oltre trent’anni fa, avevano ancora negli occhi il sole dell’Africa. Avevano ancora nella mente le filastrocche e nelle orecchie le voci dei bambini. Dopo aver visto il deserto non puoi trasferirti in una città. Dopo aver guardato il cielo stellato nel nero assoluto di quelle notti, non puoi più abituarti alla luce forte dei lampioni. Hai bisogno di spazio, di natura, di silenzio, di buio. E’ per questo, forse, che la nostra campagna apparve ai loro occhi come il posto in cui cercare e trovare pace. Il posto in cui lasciare che il tempo facesse il suo corso naturale, ma un tempo più umano e più mite.

E così scelsero la loro casa, giù nella valle sotto il paese, un vecchio podere fatto di mattoni e fatica, di tegole e sogni. Le cose materiali si possono sempre sistemare se dentro di noi l’equilibrio è stabile.

Nella loro nuova casa c’è abbastanza spazio per tutto l’essenziale: tanto spazio per l’arte e per la musica, spazio per ospitare gli amici, spazio fuori per conoscere il sudore di chi coltiva la terra. Per i fiori, per i frutti, per gli animali e per i bambini. Affacciarsi alla finestra vuol dire godere dei campi coltivati dalle mani sapienti dei contadini maremmani, e a guardare bene puoi immaginarti il mare, disteso oltre le colline. Il paese se ne sta abbarbicato sul monte, come una lucertola immobile sotto il sole. Fa compagnia, soprattutto la sera quando si spegne il sole e si accendono le stelle ed il buio, là fuori, è nero come il buio. Notte, silenzio, stelle da osservare e pensieri in viaggio dalla  mente all’infinito. E, con un piccolo telescopio, le mille facce della luna.

Ogni giorno un po’ di tempo per le cose che si amano. La vita si nutre delle piccole occupazioni quotidiane. Può nutrirsi di musica, quando questa fa parte dell’anima. Lassù al paese ci sono persone che sanno suonare e che hanno voglia di cantare. Lassù al paese si può creare qualcosa, magari un coro o un piccolo gruppo di strumenti. Magari si possono incontrare ragazzini con la musica nell’anima, che diventeranno adulti con la musica nell’anima e che continueranno a suonare anche quando le loro vite prenderanno strade diverse. Magari.

E poi il tempo corre e si mangia le stagioni. Gli inverni sono miti, di rado si vede la neve che quando viene dura poco. Le estati sono calde e buone, portano frutti e colori. Nelle valle si continua a suonare, a comporre musica, a dipingere, a creare opere d’arte ispirate alla natura e all’uomo. Si combattono battaglie dure, si vincono guerre importanti. Si fanno viaggi lunghi su strade affollate, ma poi si torna sempre lì, allo stesso indirizzo, come se lì, oramai, ci fossero le radici.

E intanto il futuro diventa passato, come accade sempre. Il coro, insieme ad altri creato e cresciuto, è un figlio che ha avuto nelle gambe abbastanza forza per camminare da solo, lassù al paese. Il gruppo strumentale invece è come un frutto comodamente adagiato sulla pianta, e non cade. Continua ad esistere, con il suo carico di calore umano, fatto di ragazzini diventati adulti ed altri, nuovi, che arrivano.

Fuori dalla finestra il tramonto non è mai cambiato. Il paese è ancora abbarbicato sul monte, immobile sotto il sole. E se guardi bene, con occhi saggi, puoi ancora scorgere il mare, adagiato e calmo, al di là delle colline.



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Beatrix

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