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La logica

La signora Maria aiutò il figlio a scendere dall’auto e subito squadernò un ampio mantello di loden. Con le manine protese il piccolo Giulio tentò di tenere a distanza l’opprimente palandrana che lo minacciava ma, in un attimo, venne avvolto dalla cappa e quasi sparì dietro il verde sipario.

La mamma chiuse il primo bottone del mantello, poi spinse il bambino recalcitrante verso l’ingresso dell’ambulatorio, senza prestare attenzione al suo sommesso piagnucolio: erano in ritardo e non intendeva perdere ancora tempo per una bizza…non il tempo prezioso di un luminare della medicina che le costava tanto denaro e incresciose discussioni con il marito, convinto dell’inutilità di nuovi consulti. E forse, pensò la signora Maria, non aveva tutti i torti.

Quasi ogni mese portava Giulio in ospedale per una visita di controllo e, ogni volta, i dottori esaminavano il bambino, scuotevano la testa e confermavano la prima inesorabile diagnosi; poi, di fronte alle sue lacrime, aggiungevano qualche parola di conforto, evitando però di alimentare illusorie aspettative. Per loro la sentenza era senza appello.

Un cuore di mamma tuttavia non rinuncia facilmente a sperare e se in città capitava un nuovo specialista, subito la signora Maria prenotava una visita per il figlio, sicura che, prima o poi, qualcuno avrebbe scoperto una terapia sperimentale o una tecnica chirurgica rivoluzionaria in grado di curarlo.

Così, in quattro anni di vita, Giulio aveva incontrato un’infinità di sconosciuti vestiti di bianco che lo toccavano qua e là con la faccia seria mentre la mamma stringeva nervosamente un fazzoletto umido tra le mani. Ormai i mobili e le attrezzature degli ambulatori, i bizzarri macchinari per gli esami, le spettrali luci al neon dei corridoi non lo intimorivano più, aveva paura solo delle sale d’aspetto: in quei luoghi, d’inverno, il riscaldamento era sempre al massimo, forse per dimostrare preventivamente ai pazienti l’importanza attribuita al loro benessere dalla scienza medica, ma la mamma non gli permetteva di togliersi il mantello…“Fermo! prendi freddo!” gli diceva, rinfilando inesorabile il bottone nell’asola. Così Giulio trascorreva tutto il tempo dell’attesa boccheggiando per il caldo, con le guance a fuoco e la fronte gocciolante. Se però la stanza era vuota, dopo un po’ la mamma cedeva alle sue insistenti richieste e lo lasciava uscire dal bozzolo.

Con la bella stagione i termosifoni degli ambulatori si raffreddavano, ma Giulio neppure se ne accorgeva perché gli appuntamenti all’improvviso si diradavano: fino al tardo autunno, la mamma era sempre troppo occupata per accompagnarlo dal dottore ed alle visite di controllo in ospedale andava con la nonna.

Poi le temperature iniziavano a calare e la signora Maria riprendeva a frequentare gli studi medici. In quella fredda mattina di gennaio, alle dieci e trenta, doveva appunto incontrare uno specialista reduce da un lungo soggiorno in una famosa università straniera e, contrariamente alle sue abitudini, non era in orario. Uscendo dalla macchina si era accorta con disappunto che ormai mancavano solo venticinque minuti alle undici…di solito, riusciva a calcolare con precisione il tempo necessario per percorrere un qualsiasi tragitto urbano ed arrivava quasi sempre in anticipo, ma quel giorno il traffico doveva essere più intenso del previsto…o forse, pensò, l’agitazione le aveva giocato un brutto scherzo…evidentemente, dopo tanti fallimenti, non si recava a quel genere di appuntamenti con l’entusiasmo dei primi anni, quando dondolava la carrozzina del suo bimbo nelle sale d’attesa di città sempre nuove con il cuore pieno di speranze. Ora una vocina interiore sempre più insistente le ripeteva di continuo le parole che avevano sempre in bocca il marito e la suocera: rassegnati, Giulio non guarirà mai.

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Rosanna Bogo

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Nomen omen

Orazio Pressa era un uomo di poche parole; se in pubblico doveva dire la sua o anche solo rispondere ad una semplice domanda, la timidezza lo paralizzava: si esprimeva a monosillabi, al massimo riusciva a balbettare qualche frase ed infine, il più delle volte, ammutoliva.

Questa era la sua croce fin dall’infanzia. Già all’asilo le suore inutilmente lo esortavano a recitare ad alta voce le preghiere più semplici: lui le sapeva a menadito, meglio degli altri bambini, ma taceva. “Piccolo diavolo disubbidiente, prima o poi ti costringeremo a dire l’Ave Maria”, lo minacciavano le monache, provocate da tanta sulfurea pervicacia, ma nessuno, neanche la Madre superiora, la spuntava con il piccolo Orazio.

A scuola, per fortuna, si accorsero subito che il suo caparbio silenzio non nascondeva un deficit mentale o, tanto meno, una possessione demoniaca. “E’ solo questione di carattere – ripetevano gli insegnanti agli angosciati genitori, gente semplice digiuna di psicologia – vedrete, superata l’adolescenza, diventerà più disinvolto”; ma Orazio, crescendo, rimase un inguaribile taciturno.

Al termine del primo ciclo delle secondarie, su consiglio dei professori, il padre si rassegnò ad iscrivere il suo “zittino”, così lo chiamavano in famiglia, ad un istituto professionale per chimici.

Orazio fu subito contento della scuola scelta dai genitori: si divertiva a trafficare in laboratorio e le formule lo affascinavano, aveva scoperto che quel misterioso linguaggio di segni era in grado di descrivere il mondo senza bisogno di parole.

Nelle materie di cultura generale a fatica raggiungeva la sufficienza, ma si muoveva con padronanza tra provette e fornelli, bilanciamenti stechiometrici, reazioni e combinazioni: certo, nel complesso, non era un allievo brillante, tuttavia giunse ad ottenere buoni risultati.

Completò senza intoppi il triennio e, due anni dopo, superò l’esame di maturità con una votazione più che decorosa. I genitori, per premiare lo zelo del figlio, ancora più meritorio considerato il suo handicap, decisero di tirare un po’ la cinghia e lo mandarono all’università, nella vicina città di S.

Lo “zittino”, scartate subito Chimica e Farmacia, volle a tutti i costi frequentare Biologia: le sue amate formule gli sembrava ancora più interessanti se applicate allo studio della vita. Gli esami consistevano per lo più in test scritti e prove pratiche, così Orazio, che non era affatto uno sciocco e, tanto meno, un perdigiorno, al termine dei prescritti quattro anni si cinse meritatamente d’alloro.

Ottenne qualche incarico a tempo determinato poi, finalmente, vinse un concorso: un posto fisso nel laboratorio della Facoltà di Medicina di S. era senza dubbio un’ottima sistemazione e, frequentando l’ambiente, come capita, si innamorò di un’infermiera intravista al bar dell’ospedale.

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Rosanna Bogo

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

errebi, Il Natale di Idik

Un Natale diverso, lontano nel tempo e nello spazio.

Qui il link per scaricare il file: errebi, Il Natale di Idik (33)

 

 

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