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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Articoli con tag Massa Marittima

Il diario di Martino – La lettera – III

Terza e ultima parte.

Qui la seconda parte.

All’improvviso rividi la scena, come se non fossero passati gli oltre settant’anni che me ne separavano.

Era una giornataccia d’inverno, fuori pioveva e io avevo portato il mio libro sul tavolino di cucina; la mia stanzetta era freddissima in quella stagione perciò, quando potevo, mi rifugiavo nella grande camera da pranzo dove, tra l’acquaio e il focolare, la mamma preparava cena. Lì c’era caldo e anche una illuminazione più viva; quella sera il vapore della pentola del minestrone di verdure riempiva l’aria di un buon odore.

Babbo Tommaso era rientrato da poco dal lavoro, stanco come al solito, e si era seduto sulla sua sedia impagliata che aveva avvicinato al focolare, mettendo sotto i piedi un panchetto di legno per tener le suole delle scarpe meglio esposte al calore; sonnecchiava.

Io, col librone di “Coltivazione delle miniere” aperto stavo facendo un esercizio assegnatoci per il giorno dopo; con la mia boccettina d’inchiostro poggiata con cura su un angolo del tavolo, scrivevo formule, buttavo giù calcoli, mi appuntavo i valori intermedi su un quadretto di carta di brutta copia per riportarli poi su un quaderno.

All’improvviso, fuori era già notte e, come dicevo, stava piovendo, si sentirono due colpi alla porta, secchi: un bussare che ci era noto.

“Zio Giovanni!” annunciai alla mamma, che si voltò semplicemente per dire “Entra, Giovanni”: sapeva che lo zio non si sarebbe mai permesso di girare la chiave, che era nella porta, ed entrare senza che qualcuno gliene avesse dato il permesso.

Lo zio entrò, gocciolando di pioggia, e mise l’ombrellone verde accanto alla porta della cucina, che era poi la prima stanza a cui si aveva accesso da fuori. La mamma mi dette un’occhiata ma io sapevo già cosa fare: presi una sedia e la misi davanti al focolare, lo zio si tolse la giacca, fradicia, e si mise a sedere ad asciugarsi un po’ i pantaloni mentre il babbo, destato da quel po’ di trambusto, tornava cosciente e cominciava a scambiare le prime usuali frasi di convenevoli.

Giovanni era diventato mio zio da poco tempo: aveva sposato da pochi mesi Adele, la più giovane delle sorella di mamma Maria, ma il loro fidanzamento era durato diversi anni e così da tempo era diventato di casa anche da noi.

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Dr J. Iccapot

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Il diario di Martino – La lettera – II

Seconda parte.

Qui la prima parte.

Quella mattina lo sguardo mi era caduto su una costola blu che non vedevo più da anni, il testo litografico della “Coltivazione delle Miniere ad uso degli allievi della Regia Scuola Mineraria di Massa Marittima” dell’ing. G. Merlo, un volumone dalla copertina verde scuro; quando arrivò la donna le chiesi di prendermi quello, e solo quello: volevo, sfogliandolo con calma, ripercorrere gli anni trascorsi all’Istituto Minerario. Sul frontespizio il libro riporta la data della prima redazione delle dispense, il 1889, addiritura prima che nascessero i miei genitori.

Aperto il volume sulla scrivania, ne voltavo le grandi pagine alla ricerca di miei appunti o di un disegno che mi portasse alla mente qualche fatto singolare e significativo della mia vita del tempo.

Qua e là mi imbattevo in grandi fogli a quadretti che avevo riempito con la mia scrittura aguzza, ora a fare un sunto di un capitolo, ora ad approfondirlo evidentemente dalle lezioni del professore; tra gli appunti c’erano anche esercizi svolti e sviluppati con grande cura. Tutte queste carte erano fogli a quadretti, che si dicevano ‘protocollo’, scritti col lapis o con una penna ad inchiostro nero bluastro che è rimasto pressoché immutato con gli anni. I testi scritti a lapis, con tratto più veloce e grafia più trasandata dovevano essere le ‘brutte copie’ dei compiti che ci assegnavano in classe.

Riandavo col pensiero ai professori, ai compagni di classe, al caro compagno di banco. Lo sguardo non vedeva più i vecchi fogli e le dita parevano carezzare in un gesto d’affetto quelle antiche pagine. E furono proprio le dita a farmi riprender coscienza del libro. I pensieri ormai vagavano ai tempi lontani, gli occhi si inumidivano dietro le mie grosse lenti, offuscando quel poco che c’era da vedere, una mano correva veloce nella tasca della giacca da camera ad afferrare un fazzoletto che avrebbe salvato il libro dal minaccioso gocciolare del naso. Lo sapete, a noi vecchi basta un briciolo di ricordo per inumidirci gli occhi.

Ma la mano che era rimasta sul libro aveva sentito qualcosa di diverso; mi asciugai il naso, pulii le lenti un po’ appannate e mi misi a guardare quello che avevo trovato.

Erano due fogli, non rigati, piegati l’uno dentro l’altro e, per quello che potevo vedere, vergati da una sola parte. Non riconobbi di che si trattasse e mi chiesi, con il cuore che palpitava, cosa la mia ricerca avesse portato alla luce. Ero sicuro che si trattasse di qualcosa che mi riguardava da vicino, certo molto più da vicino che un esercizio sui freni a ceppo che avevo appena riletto.

Aperti i due fogli, risultarono quelli di una minuta, scritta da me con un inchiostro diverso da quello che avevo usato per le note e per gli esercizi, un inchiostro che sulla carta, ormai di color avorio, era diventato di un marrone rugginoso.

Dicevano le due paginette, che ricopio testualmente:

Sono ormai alla fine dei miei studi e mi sento quindi in dovere di procurarmi quel benedetto posto che toglierà i miei genitori dai sacrifici che hanno fin qui fatto per farmi studiare, come lei saprà benissimo. Però, dove occuparmi se i posti sono così difficili? Ci vuole almeno una buona e gentile persona che influendo su «qualche pezzo grosso»  faccia appunto che dette difficoltà vadano a sparire. E cercando questa buona quanto gentile persona, ho trovato appunto lei che, volendo, molto può fare. Mi spiego. Ho saputo che a cotesto paese in cui molto lodevolmente svolge le funzioni di Arciprete, ci sta anche il comm. Carletti, il quale è semplicemente uno dei più forti azionisti della Montecatini e che lei è con esso in ottimi rapporti. Cosa le chiedo, quindi? Di mettere presso il comm. Carletti una buona parola per me, affinché possa egli per piacere a lei, appoggiarmi in qualche modo pressola Società Montecatini o altrove, per un posticino per un addetto. Dico, per un addetto, in quantoché anche se non è in miniera è tanto meglio date le mie condizioni fisiche specialmente degli occhi. Mi farà lei questo immenso piacere di cui le serberò riconoscenza eterna? Non ne dubito, conoscendolo troppo bene quali vecchi conoscenti ed amici, se io mi posso dichiarare amico di una sì degna persona. In ogni caso la prego di rispondere subito. Mi voglia intanto perdonare il disturbo che le procuro con questa mia, e mentre la sua bontà me ne fa quasi sicuro, con l’ossequio dovuto al grado e meriti di lei, mi dichiaro il suo umilissimo servitore

Martino A.

Massa Marittima.

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Continua…

 

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Dr J. Iccapot

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Il diario di Martino – La lettera

Montacarichi a due gabbie per pozzo di miniera, da “Coltivazione delle Miniere ad uso degli allievi della R. Scuola Mineraria di Massa Marittima” dell’ing. G. Merlo

Prima Parte

Ormai sono vecchio, anche troppo vecchio, più vecchio di quanto sia giusto diventare: ho più anni di quanti ne aveva zio Giovanni quando è morto e ho sempre pensato che la sua fosse un’età ragguardevole: i novanta anni li ho superati da un po’ e sono ancora qua. Che ci faccio? Non lo so davvero, ma nessuno lo sa e allora si continua, facendo finta di niente, illudendosi di essere impegnati in qualcosa.

L’idea di tenere un diario l’ho avuta da poco e mi sto chiedendo, anche in questo momento, se non sia una sciocchezza annotare pensieri e resoconti di avvenimenti vecchi quasi quanto me: a chi potrà mai importare qualcosa di quello che penso, che ho fatto, che ho provato? Eppure, ora che dalla morte mi divide solo una tremante e sfrangiata cortina, mi dispiace andarmene senza avere lasciato un segno.

Segni ne tracciamo tutti: segni di lavori fatti, di figli generati e cresciuti, di nipoti, ma questi segni li lasciamo con la stessa noncuranza e casualità con cui li lasciano gli animali: gratuitamente, senza necessità, senza considerazione, senza studio. Io vorrei invece, ora, lasciare un segno che dia modo di riflettere, per far sì che qualcuno passi un po’ del proprio tempo non a guardare le cose, per poi dimenticarle, ma a pensare a quello che è successo ad un uomo, anche se un uomo qualunque.

Non so bene da dove cominciare, quale fissare come data di inizio, e non ho neppure una vaga idea su come annotare le cose; scrivere per me è una novità perché se nei decenni del mio lavoro passato ho scritto tanto, erano però relazioni, bilanci, progetti di finanziamento, erano cioè scritti ‘tecnici’ dove non c’ero io, non c’era Martino: c’erano i fondamenti della scienza delle costruzioni, le regole di bilancio, le usuali frasi della contabilità, i prospetti e le colonne di numeri, i riferimenti a leggi e regolamenti.

Allora comincerò semplicemente dal raccontare cosa ha dato il via alla mia voglia di scrivere.

Nella stanza più fredda e meno illuminata della casa (non ha neppure una finestra) decisi anni fa di raccogliere e ordinare la mia biblioteca. Mi sono trascinato in giro, per l’Italia prima e per vari appartamenti di questa cittadina di mare poi, un gran numero di libri, per lo più risalenti agli anni di università e ai periodi iniziali di lavoro; i primi erano necessari per gli studi, i secondi per tenermi aggiornato nei vari incarichi lavorativi che ho svolto e che sono stati di diversa natura: ho diretto alcune piccole miniere, dove ho progettato laverie e impianti di aereazione; sono stato direttore amministrativo di due o tre compagnie estrattive; negli ultimi anni, prima della pensione, mi sono rifugiato nell’insegnamento nella scuola pubblica, in lontani anni in cui le scuole superiori dei paesetti erano ancora frequentate da bravi ragazzi, magari somari e svogliati, e anche se qualche collega che non aveva mai lavorato altrove si lamentava di essere sottopagato, quella per me si poteva davvero definire una sinecura, come avrebbe senz’altro detto il mio vecchio compagno di seminario.

Ogni tanto, come tutti i vecchi, mi piace sfogliare qualcuno di quei libri: mi ricordano anni lontani, persone con cui ho lavorato e vissuto fianco a fianco, brave persone e anche persone meno brave, e persino artisti che ho conosciuto. I libri che mi sono più cari sono grandi e pesanti: da solo non posso più salire su una scala col rischio di rovinare giù sul pavimento e allora la mattina di buon ora, prima che arrivi la donna a sbrigare le faccende di casa, infagottato anche d’estate in una pesante veste da camera, entro nella biblioteca, accendo il vecchio lampadario a dodici luci e guardo, di sotto in su, gli scaffali, scorrendo con lo sguardo le costole ingrigite dalla polvere, alla ricerca di qualcosa da sfogliare.

Quando poi arriva la donna, un’ucraina robusta e rossiccia, le indico i volumi che mi interessano e lei sale a prenderli per poggiarmeli, a portata di mano, sul grande tavolo scuro della biblioteca; così me ne posso impadronire con agio e li porto nello studio, sulla mia scrivania dove troneggia ancora una macchina da scrivere elettrica Olivetti; la scrivania è piena di carte inutili, di vecchie bozze di compiti assegnati decenni fa a giovanotti e signorine che ormai forse saranno nonni, di sezioni di laverie ormai franate, di bollette pagate che dovrei mettere in ordine, di estratti conto della banca e di non so cos’altro; da anni e anni non tocco più nulla ma accumulo, uno sull’altro, strati di nuovi documenti: mi dico sempre, come scusa, che tanto tra poco morirò e mettere in ordine non ha più alcuna importanza.

La donna ha il divieto assoluto di entrare nella stanza se io non ci sono e di toccare alcunché, anche se non c’è una porta che posso chiudere ma solo un grande tendone verde, pesante come quelli dei cinema, che tengo aperto o serrato, seconda gli umori, la stagione o l’odore che viene dalla cucina o dai prodotti di pulizia con cui lava i pavimenti.

La signora è molto diligente: pulisce con buona cura ma può spazzare e lavare il pavimento nello studio solo a patto che dentro ci sia io, seduto in poltrona; non può toccare assolutamente nulla, né sulla scrivania, né negli armadi o sopra gli scaffali. Non le è consentito riordinare i miei fogli, spolverarli, spostare le pile di documenti che crescono anche sulle due sedie e qualche volta sul tappeto di fronte alla poltrona. All’inizio protestava, dura; ma se lei è ucraina, io sono una gran testa dura e non c’è voluto molto per farle capire come potevamo convivere senza litigare. E poi, sono io che pago, e anche bene, e allora deve fare come dico, sennò…. marsch! Sono stato in un campo di prigionia tedesco, figuriamoci se mi faccio intimorire da una domestica!

Continua…

 

 

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Dr J. Iccapot

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J. Iccapot, Massa Marittima: La Liberazione

Riproponiamo, in formato PDF e con una copertina originale, un racconto pubblicato lo scorso anno  per ricordare il 25 Aprile: Massa Marittima, La Liberazione (967)

 

 

 

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admin

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Il nonno

Nonno Biagio era sempre il primo a fare colazione; non che avesse particolarmente fame, la mattina: conduceva una vita molto tranquilla, vista l’età, ma la notte dormiva poco e quel primo pasto della giornata serviva a tenerlo impegnato e a fargli passare il tempo; si svegliava nel cuore della notte, dopo poche ore di sonno e se ne stava buono, buono, cercando di non muoversi per non far rumore e svegliare figli e nipoti.

In quelle lunghe ore di attesa pensava e nella mente gli passavano i tanti fatti della sua vita, le storie della sua famiglia ma soprattutto andava indietro nel tempo a quando era giovane e aveva lavorato, e duramente, per il sant’uomo; ora le ossa gli facevano male e si muoveva a fatica ma quanta strada aveva fatto, a piedi, accanto a lui, in giro per mezzo mondo!

I figli e i nipoti e anche i bisnipoti più piccoli lasciavano che fosse il  nonno a cominciare la colazione, per fargli scegliere prima di tutti quello che preferiva: tutti lo rispettavano, per la sua età, per la sua saggezza e perché aveva accompagnato il sant’uomo; Biagio masticava piano, i pochi denti rimasti erano tutti usurati e quel pasto per lui era una cosa lunga ma questo gli permetteva di fare due chiacchiere con la famiglia, che si trovava riunita in più di una generazione.

“Beato te che sei giovane” fece a un nipote (o era un bisnipote? Non se lo ricordava con precisione) “guarda che bella vita fai. Senza nessun merito, tutte le mattine eccoti la pappa pronta!”

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Dr J. Iccapot

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La Liberazione

Dedicato a chi, a Massa Marittima e nelle Colline Metallifere, ha provato nelle proprie carni i morsi della bestia uomo.

Dino scese nella stalla che era ancora buio: doveva mungere le vacche, pulire lo strame, spargere la paglia nuova e far mangiare loro, i due buoi e i maiali; poi sarebbe andato col fratello a fare un giro per i campi, per capire cosa avrebbe portato quella giornata. Aveva detto a tutti quelli della famiglia di non uscire all’aperto, perché il pericolo era ancora tantissimo: la mamma di certo non avrebbe lasciato il focolare incustodito ma al garzone  avevano ordinato di restare a casa facendo la voce grossa. A Stefano, il figlio più piccolo, che era un sedicenne scavezzacollo e poteva mettersi davvero in guai seri, aveva chiesto di tenere compagnia alla nonna: una donna, in quei momenti, non andava lasciata sola.

E’ vero che dal pomeriggio precedente non avevano più sentito passare i camion e le moto dei Tedeschi. Si stavano ritirando, ovvero scappavano verso il nord, ma di cose brutte ne erano successe veramente tante, anche di recente.

C’era stata la fucilazione di tutta quella gente, minatori, nel vicino villaggio, un mese prima e qualche settimana dopo avevano sparato alla Norma, dicevano mentre allattava: erano stati tedeschi e repubblichini insieme. Il pensiero di un neonato che urlava di terrore, la faccina bagnata del latte e del sangue della mamma gli velò gli occhi, quegli occhi chiari, chiari che erano piaciuti così tanto a sua moglie, che se n’era andata nel ’30 per una polmonite, quando il loro bimbo più piccolo, Stefano, aveva solo tre anni. Anche Stefano aveva gli occhi chiari come i suoi; Renato, invece, il più grande, gli occhi e i capelli li aveva presi dalla mamma: scuri e lucidi. “Chissà dov’è adesso, Renato”, fece al fratello, che gli camminava accanto. “Dopo la cartolina dal reparto di stanza in Sicilia non s’è saputo più niente…” E non aggiunse altro, era un uomo di poche parole,  Dino: in campagna aveva imparato che si deve lavorare per tirare avanti e che tutto il resto è superfluo. “Che vuoi che gli succeda, a noi la guerra non ci fa nulla”, lo rincuorò Carlo, che era stato anche lui in trincea, durante la Grande Guerra, “Vedrai che gli Americani lo hanno preso prigioniero e adesso magari sta meglio di noi, mangia, beve e fuma come un signore.” Erano ormai vicini alla strada.

Proprio lì, prima della curva che girava intorno alla collina su cui stava il paese, dopo la morte di Norma avevano rastrellato dei disgraziati al lavoro nei campi e nelle case vicine, c’erano anche i mariti di quelle due Molendi del podere di Massa Vecchia; uno l’avevano rilasciato, li aveva convinti che lui non era un partigiano, che aveva un figlio ufficiale a Salò, che combatteva con loro, ma in realtà non era vero; l’altro, insieme a tre o quattro altri poveracci, era stato fucilato il giorno dopo, e davvero quella gente non aveva fatto niente di male a nessuno, neanche ai tedeschi.

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Dr J. Iccapot

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (485)

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Dr J. Iccapot