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	<title>Scrivolo &#187; Maremma</title>
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		<title>Il diario di Martino &#8211; La lettera &#8211; III</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Oct 2011 05:43:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr J. Iccapot</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[continua]]></category>
		<category><![CDATA[Diario]]></category>
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		<description><![CDATA[Terza e ultima parte. Qui la seconda parte. All’improvviso rividi la scena, come se non fossero passati gli [<a href="http://www.scrivolo.it/2011/10/il-diario-di-martino-la-lettera-iii/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton3006" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FlJQqZ&amp;via=scrivolo&amp;text=Il%20diario%20di%20Martino%20%26%238211%3B%20La%20lettera%20%26%238211%3B%20III&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2011%2F10%2Fil-diario-di-martino-la-lettera-iii%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><img class="alignleft" title="Montacarichi di miniera. Da Coltivazione delle Miniere ad uso degli allievi della Regia Scuola Mineraria di Massa Marittima" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2011/09/montacarichi.jpg" alt="" width="250" height="192" /></p>
<p><strong>Terza e ultima parte.</strong></p>
<p><span style="color: #ff6600;"><a href="http://www.scrivolo.it/2011/09/il-diario-di-martino-la-lettera-II/">Qui la seconda parte.</a></span></p>
<p>All’improvviso rividi la scena, come se non fossero passati gli oltre settant’anni che me ne separavano.</p>
<p>Era una giornataccia d’inverno, fuori pioveva e io avevo portato il mio libro sul tavolino di cucina; la mia stanzetta era freddissima in quella stagione perciò, quando potevo, mi rifugiavo nella grande camera da pranzo dove, tra l’acquaio e il focolare, la mamma preparava cena. Lì c’era caldo e anche una illuminazione più viva; quella sera il vapore della pentola del minestrone di verdure riempiva l’aria di un buon odore.</p>
<p>Babbo Tommaso era rientrato da poco dal lavoro, stanco come al solito, e si era seduto sulla sua sedia impagliata che aveva avvicinato al focolare, mettendo sotto i piedi un panchetto di legno per tener le suole delle scarpe meglio esposte al calore; sonnecchiava.</p>
<p>Io, col librone di “Coltivazione delle miniere” aperto stavo facendo un esercizio assegnatoci per il giorno dopo; con la mia boccettina d’inchiostro poggiata con cura su un angolo del tavolo, scrivevo formule, buttavo giù calcoli, mi appuntavo i valori intermedi su un quadretto di carta di brutta copia per riportarli poi su un quaderno.</p>
<p>All’improvviso, fuori era già notte e, come dicevo, stava piovendo, si sentirono due colpi alla porta, secchi: un bussare che ci era noto.</p>
<p>“Zio Giovanni!” annunciai alla mamma, che si voltò semplicemente per dire “Entra, Giovanni”: sapeva che lo zio non si sarebbe mai permesso di girare la chiave, che era nella porta, ed entrare senza che qualcuno gliene avesse dato il permesso.</p>
<p>Lo zio entrò, gocciolando di pioggia, e mise l’ombrellone verde accanto alla porta della cucina, che era poi la prima stanza a cui si aveva accesso da fuori. La mamma mi dette un’occhiata ma io sapevo già cosa fare: presi una sedia e la misi davanti al focolare, lo zio si tolse la giacca, fradicia, e si mise a sedere ad asciugarsi un po’ i pantaloni mentre il babbo, destato da quel po’ di trambusto, tornava cosciente e cominciava a scambiare le prime usuali frasi di convenevoli.</p>
<p>Giovanni era diventato mio zio da poco tempo: aveva sposato da pochi mesi Adele, la più giovane delle sorella di mamma Maria, ma il loro fidanzamento era durato diversi anni e così da tempo era diventato di casa anche da noi.</p>
<p><span id="more-3006"></span></p>
<p>Lo zio era molto più giovane del babbo, aveva solo dieci anni più di me e, se non fosse stato che lo avevo conosciuto quando ero piccolo e mi sembrava vecchio al mio confronto, lo avrei forse trattato, con minor riguardo, come un fratello maggiore; Giovanni era uno che si faceva rispettare, che aveva le idee chiare, che entrava in ogni discussione con quella passione e quella foga che le sue idee politiche gli avevano fatto crescere dentro.</p>
<p>Anche quella sera, era chiaro, non era venuto ‘a veglia’; si era fatto a piedi un bel po’ di chilometri, al freddo e sotto la pioggia, lui che per tutta la vita sarebbe stato cagionevole di salute, perché c’era qualcosa che lo agitava e che agitava la mia famiglia: si trattava del mio futuro.</p>
<p>Giovanni, me lo aveva raccontato la mamma, si era sempre battuto perché le sue sei sorelle avessero un po’ di istruzione; aveva litigato più volte con l’anziano e cocciuto padre che le voleva bestie da soma per i suoi  campi, dove le poverette se ne dovevano andare a lavorare dalla mattina alla sera, aveva insegnato lui a tutte a leggere e a scrivere e a fare di conto, si era preoccupato di prendere in prestito dalla biblioteca del paese dei libri da far loro leggere quando gli era sembrato che avessero finito coi rudimenti scolastici, e, quando erano nei campi, le aveva stimolate a raccontare cosa avessero letto, a commentarlo insieme, magari mentre trasportavano sulla testa cesti di verdura o di frutta.</p>
<p>“E’ un socialista, finirà male” diceva spesso babbo Tommaso, scuotendo la testa, attento a non incontrarlo in luoghi pubblici dove farsi vedere in compagnia di un tipo simile era diventato pian piano sempre più pericoloso. E il babbo con lo zio aveva discusso tante volte, ma l’argomento di rado era stato la politica; l’argomento ero quasi sempre stato io.</p>
<p>Nonostante il modesto stipendio del babbo ci permettesse di andare avanti, l’idea che io dovessi studiare non era certo passata mai per la testa dei miei. Come avrebbero potuto fare? Soldi non ce n’erano davvero! Ma zio Giovanni era testardo: era convinto che solo con lo studio i contadini e gli operai avrebbero potuto alzare finalmente la testa e affrancarsi e non voleva che un suo quasi parente, che aveva intuito avere un’intelligenza promettente, andasse a zappare la terra ingrossando così le fila degli sfruttati.</p>
<p>Aveva insistito e si era dato così tanto da fare che, alla fine, aveva convinto i miei e me stesso, molto recalcitrante, a entrare in seminario, dove potei per qualche anno frequentare la scuola, studiare, abitare e mangiare, senza costar nulla alla famiglia. “Quei maledetti preti vanno sfruttati, pensava lo zio, piuttosto che combattuti apertamente”. Era certo che io prete non lo sarei diventato mai, per cui era tranquillo della decisione che aveva fatto prendere ai miei genitori.</p>
<p>Ora eravamo in un’altra fase critica: dopo aver convinto i miei genitori a farmi iscrivere ad una scuola superiore, l’Istituto Minerario, a quel tempo prestigioso e uno dei pochi esistenti in Italia, i miei studi si avviavano alla fine: ero ormai all’ultimo anno e bisognava pensare al mio futuro.</p>
<p>Babbo Tommaso e mamma Maria erano convinti che un lavoro lo avrei trovato facilmente; coi miei voti! Zio Giovanni aveva le mani grandi e callose ma il mondo come stava girando lo vedeva con chiarezza: c’era poco da sperare, con la crisi economica che era arrivata d’oltre oceano e col Fascismo che aveva impestato la vita anche dei paesini come il nostro, bisognava costruirselo con le proprie mani, il futuro, e non lasciarsi andare a pie speranze.</p>
<p style="text-align: center;">-</p>
<p>Lo zio si era piegato in avanti, verso il babbo, le gambe divaricate, gli avambracci poggiati sui pantaloni di velluto marrone scuro, le dita delle mani incrociate, in una posizione che gli avevo visto tante volte: cercava di convincere il babbo a fare qualcosa; visto che questo riguardava soprattutto me, cercai di non perdere una parola.</p>
<p>“Ti ricordi, Tommaso, il direttore del seminario, l’Arciprete A. ? Questa estate si è dimesso dall’incarico, e il vescovo gli ha consentito di ritirarsi a P., dove è nato, e gli ha assegnato anche una bella parrocchia” P. era un paese, un po’ più grande del nostro, una quarantina di chilometri verso l‘interno.</p>
<p>“L’Arciprete è sempre stato benevolo con Martino, non è vero? – chiese volgendosi verso di me. Assentii.</p>
<p>“Quando lo iscrivesti aveva capito benissimo che non ne avrebbe tirato fuori un pretonzolo, eppure… E negli anni lo ha seguito, l’ha preso in simpatia, l’ha aiutato: aveva capito che era un bravo ragazzo. E in questi anni che è stato suo professore di religione al Minerario, so che sono diventati quasi amici.”</p>
<p>“Sei fortunato, Tommaso, ad avere un ragazzo intelligente – babbo mi dette una lunga occhiata compiaciuta e anche la mamma si fermò un attimo dalle sue faccende per accarezzarmi con lo sguardo – e allora, non vorrai mica che muoia di fame o che vada a zappare la terra come me! Bisogna trovargli un lavoro, no?, e subito; poi … , poi si vedrà che fargli fare. Un passettino alla volta deve tirarsi fuori da questa vita.”</p>
<p>“Ora, ho saputo che a P. s’è comprato una villa il commendatore Galletti, sai, quello della Montecatini, il pezzo grosso. Vuol tornare al paesello anche lui, e coi soldi che ha fatto sta cominciando a prepararsi per la vecchiaia.”</p>
<p>Nessuno di noi capiva dove andasse a parare di preciso; la parola Montecatini però ci fece stare attenti: dalle nostre parti voleva dire miniere e quindi lavoro.</p>
<p>“Il Galletti, lo so per certo, è amicissimo dell’arciprete: sono nati nello stesso posto, hanno frequentato le stesse scuole e in tutti questi anni sono rimasti sempre in contatto.” Le notizie che ci dava zio Giovanni provenivano da fonte sicura, addirittura dall’Arcivescovado: il babbo dello zio ne curava quotidianamente l’orto e, avendo facilmente familiarizzato con tutti, di cose ne veniva a sapere molte.</p>
<p>“Ora, Tommaso, domenica prossima ci sarà a P.  la festa del paese, festa grande, grandi celebrazioni in cattedrale, gran pranzo tra quelli che contano e, fra questi, verrà appositamente anche il commendator Galletti. Capisci? Bisogna battere il ferro subito, far sapere all’Arciprete che Martino sta per uscire con un bel diploma in tasca, che i tempi sono duri, che lui è stato quasi un amico per il tuo ragazzo e che se vuole, con le conoscenze che ha, può fargli un gran favore, lo può sistemare per sempre!”</p>
<p>La discussione andò avanti per un po’; l’idea dello zio era chiarissima: approfittare immediatamente della situazione per portare all’attenzione del commendator Galletti un bravo giovane, intelligente, conosciuto e stimato dal suo miglior amico, un ragazzo timoroso di Dio che era stato anche in seminario, un figlio di una famiglia povera, colpita anche dalla morte prematura di una bella bambina, un angelo…</p>
<p>Babbo Tommaso e mamma Maria erano tentati da questa mossa astuta ma erano anche intimoriti: e se il ragazzo fosse stato assunto, alla fine dell’estate, e poi fosse stato mandato in miniera? A lavorare dentro le gallerie, laggiù, sotto terra, dove non si respira e dove ogni tanto c’erano frane e crolli? Mamma Maria aveva le lacrime agli occhi, al pensiero di sapermi nelle viscere della terra; li vedeva tutte le mattine, lei, i minatori partire per le miniere vicine e ne aveva conosciute di madri e di mogli rimaste all’improvviso senza figli e mariti per la crudeltà della terra che se li era voluti tenere con sé.</p>
<p>Zio Giovanni era ottimista: “Se l’Arciprete ti vuole aiutare, non ti farà mandare certo in un posto pericoloso, ci mancherebbe altro!”</p>
<p>La discussione durò ancora un po’, ma non molto: zio Giovanni al solito l’ebbe vinta. Avuto l’assenso di tutti, si volse verso di me: “E adesso tu devi scrivere una bella letterina all’Arciprete…” Ci fu un attimo di gelo. E cosa avrei dovuto scrivere all’Arciprete? Cosa ne sapevo io di una lettera in cui dovevo chiedere una raccomandazione?</p>
<p>Zio Giovanni evidentemente si era preparato. “Prendi la penna e scrivi” e mi dettò: “Sono ormai alla fine dei miei studi e mi sento quindi in dovere di procurarmi quel benedetto posto che toglierà i miei genitori dai sacrifici che hanno fin qui fatto per farmi studiare…”</p>
<p>“Poi dopo cena la copi su un bel foglio bianco, attento agli errori, mi raccomando! e tu, Maria, la porti domattina subito all’Arcivescovado; entri dalla porticina di sotto, quella dell’orto, e la dai al mio babbo Vincenzo; ci penserà poi lui a farla avere a chi la consegnerà all’Arciprete sabato in modo che la legga e ne parli, spero, domenica stessa col Galletti.”</p>
<p style="text-align: center;">-</p>
<p>A leggerla oggi si sente che è una lettera di un contadino, ma quella lettera funzionò davvero come doveva, beh, quasi&#8230;. Finite e scuole, fui chiamato dalla Società Montecatini per un colloquio ed ebbi il mio primo posto di lavoro. Il miracolo però si realizzò solo a metà: invece di occupare una piccola scrivania in qualche modesto ufficio, come speravo, mi toccò lavorare proprio nel sottosuolo; non che me ne lamentassi: la disoccupazione in quel periodo era altissima e ricevere un salario tutti i mesi era una gran fortuna.</p>
<p>Ricordo ancora la paura che mi prese quando entrai per la prima volta nella ‘gabbia’ con un casco in testa, ben allacciato nel sottogola, una incerata a coprire la tuta da lavoro e la lampada ad acetilene in mano; mi sentii tremare sentendo le prime vibrazioni dell’argano che faceva scendere me e un capo-servizio a ispezionare la galleria di cui, tanto per cominciare, avrei dovuto seguire l’andamento dei lavori. La luce scomparve, c’era solo lo sferragliare di quel grande ascensore e il sibilo dello svolgersi dei canapi d’acciaio. Alla fioca luce della lampadina interna il mio superiore mi guardava, curioso di vedere le reazioni di un giovincello; arrivati al livello, la ‘gabbia’ si fermò sussultando e io fui costretto a tenermi per non cadere. Il caposervizio rise, divertito, e aprì la porta cigolante: “Coraggio, Angiolini, che ai minatori all’avanzamento gli va molto peggio!” e mi batte una mano sulla spalla. Cominciai a camminare, dietro di lui, come un topo nelle fogne della terra.</p>
<p style="text-align: center;"> -</p>
<p>La cena era già pronta da un po’ e, finito di scrivere il mio brogliaccio, liberai il tavolo a mamma Maria perché potesse apparecchiare. Naturalmente zio Giovanni fu invitato a rimanere ma rifiutò, mica poteva lasciare da sola la giovane moglie! Si alzò e senza aggiungere altro prese l’ombrello che aveva messo nel canto della porta e, sotto la pioggia, sparì nel buio della notte.</p>
<p>&nbsp;</p>
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	<p class="firma-autore">Dr J. Iccapot</p>]]></content:encoded>
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		<title>Il diario di Martino &#8211; La lettera &#8211; II</title>
		<link>http://www.scrivolo.it/2011/09/il-diario-di-martino-la-lettera-ii/</link>
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		<pubDate>Wed, 28 Sep 2011 06:35:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr J. Iccapot</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton2875" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FdGhtT&amp;via=scrivolo&amp;text=Il%20diario%20di%20Martino%20%26%238211%3B%20La%20lettera%20%26%238211%3B%20II&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2011%2F09%2Fil-diario-di-martino-la-lettera-ii%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><img class="alignleft" title="Montacarichi di miniera. Da Coltivazione delle Miniere ad uso degli allievi della Regia Scuola Mineraria di Massa Marittima" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2011/09/montacarichi.jpg" alt="" width="250" height="192" /></p>
<p><strong>Seconda parte.</strong></p>
<p><span style="color: #ff6600;"><a href="http://www.scrivolo.it/2011/09/il-diario-di-martino-la-lettera/">Qui la prima parte.</a></span></p>
<p>Quella mattina lo sguardo mi era caduto su una costola blu che non vedevo più da anni, il testo litografico della &#8220;Coltivazione delle Miniere ad uso degli allievi della Regia Scuola Mineraria di Massa Marittima&#8221; dell&#8217;ing. G. Merlo, un volumone dalla copertina verde scuro; quando arrivò la donna le chiesi di prendermi quello, e solo quello: volevo, sfogliandolo con calma, ripercorrere gli anni trascorsi all&#8217;Istituto Minerario. Sul frontespizio il libro riporta la data della prima redazione delle dispense, il 1889, addiritura prima che nascessero i miei genitori.</p>
<p>Aperto il volume sulla scrivania, ne voltavo le grandi pagine alla ricerca di miei appunti o di un disegno che mi portasse alla mente qualche fatto singolare e significativo della mia vita del tempo.</p>
<p>Qua e là mi imbattevo in grandi fogli a quadretti che avevo riempito con la mia scrittura aguzza, ora a fare un sunto di un capitolo, ora ad approfondirlo evidentemente dalle lezioni del professore; tra gli appunti c&#8217;erano anche esercizi svolti e sviluppati con grande cura. Tutte queste carte erano fogli a quadretti, che si dicevano ‘protocollo’, scritti col lapis o con una penna ad inchiostro nero bluastro che è rimasto pressoché immutato con gli anni. I testi scritti a lapis, con tratto più veloce e grafia più trasandata dovevano essere le &#8216;brutte copie&#8217; dei compiti che ci assegnavano in classe.</p>
<p>Riandavo col pensiero ai professori, ai compagni di classe, al caro compagno di banco. Lo sguardo non vedeva più i vecchi fogli e le dita parevano carezzare in un gesto d&#8217;affetto quelle antiche pagine. E furono proprio le dita a farmi riprender coscienza del libro. I pensieri ormai vagavano ai tempi lontani, gli occhi si inumidivano dietro le mie grosse lenti, offuscando quel poco che c&#8217;era da vedere, una mano correva veloce nella tasca della giacca da camera ad afferrare un fazzoletto che avrebbe salvato il libro dal minaccioso gocciolare del naso. Lo sapete, a noi vecchi basta un briciolo di ricordo per inumidirci gli occhi.</p>
<p>Ma la mano che era rimasta sul libro aveva sentito qualcosa di diverso; mi asciugai il naso, pulii le lenti un po&#8217; appannate e mi misi a guardare quello che avevo trovato.</p>
<p>Erano due fogli, non rigati, piegati l&#8217;uno dentro l&#8217;altro e, per quello che potevo vedere, vergati da una sola parte. Non riconobbi di che si trattasse e mi chiesi, con il cuore che palpitava, cosa la mia ricerca avesse portato alla luce. Ero sicuro che si trattasse di qualcosa che mi riguardava da vicino, certo molto più da vicino che un esercizio sui freni a ceppo che avevo appena riletto.</p>
<p>Aperti i due fogli, risultarono quelli di una minuta, scritta da me con un inchiostro diverso da quello che avevo usato per le note e per gli esercizi, un inchiostro che sulla carta, ormai di color avorio, era diventato di un marrone rugginoso.</p>
<p>Dicevano le due paginette, che ricopio testualmente:</p>
<p>&#8220;<em>Sono ormai alla fine dei miei studi e mi sento quindi in dovere di procurarmi quel benedetto posto che toglierà i miei genitori dai sacrifici che hanno fin qui fatto per farmi studiare, come lei saprà benissimo. Però, dove occuparmi se i posti sono così difficili? Ci vuole almeno una buona e gentile persona che influendo su «qualche pezzo grosso»  faccia appunto che dette difficoltà vadano a sparire. E cercando questa buona quanto gentile persona, ho trovato appunto lei che, volendo, molto può fare. Mi spiego. Ho saputo che a cotesto paese in cui molto lodevolmente svolge le funzioni di Arciprete, ci sta anche il comm. Carletti, il quale è semplicemente uno dei più forti azionisti della Montecatini e che lei è con esso in ottimi rapporti. Cosa le chiedo, quindi? Di mettere presso il comm. Carletti una buona parola per me, affinché possa egli per piacere a lei, appoggiarmi in qualche modo pressola Società Montecatini o altrove, per un posticino per un addetto. Dico, per un addetto, in quantoché anche se non è in miniera è tanto meglio date le mie condizioni fisiche specialmente degli occhi. Mi farà lei questo immenso piacere di cui le serberò riconoscenza eterna? Non ne dubito, conoscendolo troppo bene quali vecchi conoscenti ed amici, se io mi posso dichiarare amico di una sì degna persona. In ogni caso la prego di rispondere subito. Mi voglia intanto perdonare il disturbo che le procuro con questa mia, e mentre la sua bontà me ne fa quasi sicuro, con l&#8217;ossequio dovuto al grado e meriti di lei, mi dichiaro il suo umilissimo servitore</em></p>
<p><em>Martino A.</em></p>
<p><em>Massa Marittima.</em>&#8221;</p>
<p>.</p>
<p><span style="text-decoration: underline; color: #ff6600;"><em><a href="http://www.scrivolo.it/2011/10/il-diario-di-martino-la-lettera-iii/">Continua&#8230;</a></em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il diario di Martino &#8211; La lettera</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Sep 2011 07:59:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr J. Iccapot</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Diario]]></category>
		<category><![CDATA[Istituto Minerario]]></category>
		<category><![CDATA[Maremma]]></category>
		<category><![CDATA[Massa Marittima]]></category>
		<category><![CDATA[Miniera]]></category>

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		<description><![CDATA[Montacarichi a due gabbie per pozzo di miniera, da &#8220;Coltivazione delle Miniere ad uso degli allievi della R. [<a href="http://www.scrivolo.it/2011/09/il-diario-di-martino-la-lettera/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton2836" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FBt722&amp;via=scrivolo&amp;text=Il%20diario%20di%20Martino%20%26%238211%3B%20La%20lettera&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2011%2F09%2Fil-diario-di-martino-la-lettera%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><img class="aligncenter size-full wp-image-2841" title="Montacarichi di miniera" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2011/09/montacarichi.jpg" alt="" width="500" height="384" /></p>
<address>Montacarichi a due gabbie per pozzo di miniera, da &#8220;Coltivazione delle Miniere ad uso degli allievi della R. Scuola Mineraria di Massa Marittima&#8221; dell&#8217;ing. G. Merlo</address>
<p><span style="text-decoration: underline;"><em><strong>Prima Parte</strong></em></span></p>
<p>Ormai sono vecchio, anche troppo vecchio, più vecchio di quanto sia giusto diventare: ho più anni di quanti ne aveva zio Giovanni quando è morto e ho sempre pensato che la sua fosse un&#8217;età ragguardevole: i novanta anni li ho superati da un po&#8217; e sono ancora qua. Che ci faccio? Non lo so davvero, ma nessuno lo sa e allora si continua, facendo finta di niente, illudendosi di essere impegnati in qualcosa.</p>
<p>L&#8217;idea di tenere un diario l&#8217;ho avuta da poco e mi sto chiedendo, anche in questo momento, se non sia una sciocchezza annotare pensieri e resoconti di avvenimenti vecchi quasi quanto me: a chi potrà mai importare qualcosa di quello che penso, che ho fatto, che ho provato? Eppure, ora che dalla morte mi divide solo una tremante e sfrangiata cortina, mi dispiace andarmene senza avere lasciato un segno.</p>
<p>Segni ne tracciamo tutti: segni di lavori fatti, di figli generati e cresciuti, di nipoti, ma questi segni li lasciamo con la stessa noncuranza e casualità con cui li lasciano gli animali: gratuitamente, senza necessità, senza considerazione, senza studio. Io vorrei invece, ora, lasciare un segno che dia modo di riflettere, per far sì che qualcuno passi un po&#8217; del proprio tempo non a guardare le cose, per poi dimenticarle, ma a pensare a quello che è successo ad un uomo, anche se un uomo qualunque.</p>
<p style="text-align: center;">-</p>
<p>Non so bene da dove cominciare, quale fissare come data di inizio, e non ho neppure una vaga idea su come annotare le cose; scrivere per me è una novità perché se nei decenni del mio lavoro passato ho scritto tanto, erano però relazioni, bilanci, progetti di finanziamento, erano cioè scritti &#8216;tecnici&#8217; dove non c&#8217;ero io, non c&#8217;era Martino: c&#8217;erano i fondamenti della scienza delle costruzioni, le regole di bilancio, le usuali frasi della contabilità, i prospetti e le colonne di numeri, i riferimenti a leggi e regolamenti.</p>
<p>Allora comincerò semplicemente dal raccontare cosa ha dato il via alla mia voglia di scrivere.</p>
<p style="text-align: center;">-</p>
<p>Nella stanza più fredda e meno illuminata della casa (non ha neppure una finestra) decisi anni fa di raccogliere e ordinare la mia biblioteca. Mi sono trascinato in giro, per l&#8217;Italia prima e per vari appartamenti di questa cittadina di mare poi, un gran numero di libri, per lo più risalenti agli anni di università e ai periodi iniziali di lavoro; i primi erano necessari per gli studi, i secondi per tenermi aggiornato nei vari incarichi lavorativi che ho svolto e che sono stati di diversa natura: ho diretto alcune piccole miniere, dove ho progettato laverie e impianti di aereazione; sono stato direttore amministrativo di due o tre compagnie estrattive; negli ultimi anni, prima della pensione, mi sono rifugiato nell&#8217;insegnamento nella scuola pubblica, in lontani anni in cui le scuole superiori dei paesetti erano ancora frequentate da bravi ragazzi, magari somari e svogliati, e anche se qualche collega che non aveva mai lavorato altrove si lamentava di essere sottopagato, quella per me si poteva davvero definire una <em>sinecura</em>, come avrebbe senz&#8217;altro detto il mio vecchio compagno di seminario.</p>
<p>Ogni tanto, come tutti i vecchi, mi piace sfogliare qualcuno di quei libri: mi ricordano anni lontani, persone con cui ho lavorato e vissuto fianco a fianco, brave persone e anche persone meno brave, e persino artisti che ho conosciuto. I libri che mi sono più cari sono grandi e pesanti: da solo non posso più salire su una scala col rischio di rovinare giù sul pavimento e allora la mattina di buon ora, prima che arrivi la donna a sbrigare le faccende di casa, infagottato anche d&#8217;estate in una pesante veste da camera, entro nella biblioteca, accendo il vecchio lampadario a dodici luci e guardo, di sotto in su, gli scaffali, scorrendo con lo sguardo le costole ingrigite dalla polvere, alla ricerca di qualcosa da sfogliare.</p>
<p>Quando poi arriva la donna, un&#8217;ucraina robusta e rossiccia, le indico i volumi che mi interessano e lei sale a prenderli per poggiarmeli, a portata di mano, sul grande tavolo scuro della biblioteca; così me ne posso impadronire con agio e li porto nello studio, sulla mia scrivania dove troneggia ancora una macchina da scrivere elettrica Olivetti; la scrivania è piena di carte inutili, di vecchie bozze di compiti assegnati decenni fa a giovanotti e signorine che ormai forse saranno nonni, di sezioni di laverie ormai franate, di bollette pagate che dovrei mettere in ordine, di estratti conto della banca e di non so cos&#8217;altro; da anni e anni non tocco più nulla ma accumulo, uno sull&#8217;altro, strati di nuovi documenti: mi dico sempre, come scusa, che tanto tra poco morirò e mettere in ordine non ha più alcuna importanza.</p>
<p>La donna ha il divieto assoluto di entrare nella stanza se io non ci sono e di toccare alcunché, anche se non c&#8217;è una porta che posso chiudere ma solo un grande tendone verde, pesante come quelli dei cinema, che tengo aperto o serrato, seconda gli umori, la stagione o l&#8217;odore che viene dalla cucina o dai prodotti di pulizia con cui lava i pavimenti.</p>
<p>La signora è molto diligente: pulisce con buona cura ma può spazzare e lavare il pavimento nello studio solo a patto che dentro ci sia io, seduto in poltrona; non può toccare assolutamente nulla, né sulla scrivania, né negli armadi o sopra gli scaffali. Non le è consentito riordinare i miei fogli, spolverarli, spostare le pile di documenti che crescono anche sulle due sedie e qualche volta sul tappeto di fronte alla poltrona. All&#8217;inizio protestava, dura; ma se lei è ucraina, io sono una gran testa dura e non c&#8217;è voluto molto per farle capire come potevamo convivere senza litigare. E poi, sono io che pago, e anche bene, e allora deve fare come dico, sennò&#8230;. <em>marsch</em>! Sono stato in un campo di prigionia tedesco, figuriamoci se mi faccio intimorire da una domestica!</p>
<p><em><span style="text-decoration: underline; color: #ff6600;"><a href="http://www.scrivolo.it/2011/09/il-diario-di-martino-la-lettera-ii/">Continua&#8230;</a></span></em></p>
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	<p class="firma-autore">Dr J. Iccapot</p>]]></content:encoded>
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		<title>J. Iccapot, Massa Marittima: La Liberazione</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Apr 2011 20:16:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton2602" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FS9Bmp&amp;via=scrivolo&amp;text=J.%20Iccapot%2C%20Massa%20Marittima%3A%20La%20Liberazione&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2011%2F04%2Fj-iccapot-massa-marittima-la-liberazione%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2011/04/la-liberazione.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2603" title="Massa Marittima, La Liberazione" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2011/04/la-liberazione.jpg" alt="" width="283" height="400" /></a></p>
<p>Riproponiamo, in formato PDF e con una copertina originale, un racconto pubblicato lo scorso anno  per ricordare il 25 Aprile: <a class="downloadlink" href="http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/download-monitor/download.php?id=29" title=" downloaded 223 times" >Massa Marittima, La Liberazione (223)</a></p>
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		<title>Dal finestrino</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Oct 2009 06:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fuchs</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il signor  L. percorreva spesso il tratto di strada tra la città di S. e la località sulla [<a href="http://www.scrivolo.it/2009/10/dal-finestrino/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton465" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2F20E8h&amp;via=scrivolo&amp;text=Dal%20finestrino&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2009%2F10%2Fdal-finestrino%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><img class="alignleft size-full wp-image-466" title="Laverda 75 bn" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2009/10/Laverda-75-bn.jpg" alt="Laverda 75 bn" width="400" height="300" /> Il signor  L. percorreva spesso il tratto di strada tra la città di S. e la località sulla costa dove, tanti anni prima, era nato.</p>
<p>Guidare per ottanta chilometri attraverso colline e valli fino al mare lo annoiava, così, per distrarsi, portava con sé la sua macchina fotografica elettronica. Abbassava il vetro del finestrino e scattava foto, qua e là, senza neppure scendere dall’auto: lo scenario era sempre lo stesso, una distesa di boschi, qualche campo, pochi paesi e poi la grande pianura, un tempo paludosa ed ora trasformata dalla speculazione edilizia del XXI secolo in un colossale agriturismo. A volte però coglieva al volo un bel tramonto rosseggiante, un gioco di nuvole, un particolare scorcio di macchia e, quando era fortunato, riusciva persino a riprendere piccoli esemplari di fauna selvatica che gli attraversavano la strada, scoiattoli, fagiani, donnole, ma non aveva mai visto i daini ritratti nei numerosi cartelli di pericolo sparsi lungo il percorso e dubitava fortemente che nei dintorni vivessero davvero eleganti cervidi; da quelle parti, al massimo, si rischiava lo scontro con un prosaico cinghiale.</p>
<p>A due terzi del viaggio la strada attraversava una lunga gola dove il sole, anche d’estate, penetrava a fatica. Curve su curve si susseguivano per una decina di chilometri ed L. era costretto a ridurre la velocità, così, ogni volta, gli capitava di gettare un’occhiata distratta ai ruderi della vecchia miniera posta al centro della valle, senza pensare alla bava di ragno che lo legava a quel luogo.</p>
<p>Aveva trascorso la sua giovinezza in un paese di mare e non sapeva bene cosa fossero le strutture spettrali, ormai prive di forma e di funzione, che vedeva ai lati della strada. Non aveva neppure un’idea del cigolio prodotto dalla ruota che sollevava la gabbia dal fondo del pozzo, del soffio infernale della gigantesca ventola di aspirazione che succhiava l’aria mefitica dal dedalo delle gallerie, del rumore dei mulini che macinavano con enormi palle d’acciaio, giorno e notte, blocchi di roccia come fossero chicchi di grano; gli era ignoto il silenzioso volo delle paioline di una teleferica in corsa e non aveva mai visto un deposito di ‘sterile’ alto come una collina. In quel tratto di strada così tortuoso pensava soprattutto ai ciclisti e ai venditori di funghi che potevano sbucare all’improvviso dietro una curva.</p>
<p>Considerava gli sportivi su due ruote, con o senza motore, veri pericoli pubblici ed invidiava i fortunati cercatori con i loro panieri ricolmi di porcini e cucchi: in cuor suo avrebbe volentieri schiacciato gli uni e gli altri.</p>
<p>Quando finalmente rientrava a casa, si sedeva alla scrivania del suo studio e scaricava le foto sul computer. Sceglieva con cura le più gradevoli, le mostrava alla moglie e, qualche volta, le utilizzava come salva schermo.</p>
<p>Una sera, al ritorno da un viaggio fatto al crepuscolo, il signor L. si mise, come sempre, al computer per vedere le immagini che aveva catturato lungo la via: oltre ai soliti scatti, notò in un’inquadratura un ciclista che non ricordava di avere superato, un giovanotto vestito di tutto punto con un mezzo davvero antiquato, nero, senza cambio e con i freni a bacchetta. Come poteva non ricordare un tipo così bizzarro? Forse, si disse, era un turista, uno dei tanti Svizzeri con il pallino del buon selvaggio che vivevano in zona. Poi, scorrendo le immagini, notò anche una moto rosso fegato. Il guidatore era un uomo biondo con occhialoni da aviatore ed un giubbotto scuro, immortalato mentre si piegava su un lato come fosse a un gran premio. Ogni volta che, tra i tornanti di quella valle, incontrava un centauro così spericolato non mancava mai di imprecare contro di lui e tutti i suoi parenti, eppure non ricordava di averlo fatto, quella sera. Tornò di nuovo sulla foto del ciclista chiedendosi perché non l’avesse notato.</p>
<p>La moglie arrivò silenziosamente alle spalle di L. e sbirciò il video. Non le interessavano le immagini del viaggio, era nata sulle colline prima del mare e conosceva fin troppo bene quei posti, ma sapeva che il marito, ogni tanto, elaborava al computer vecchie foto trovate tra i documenti di famiglia: eliminava lacune e difetti, creava ex novo coppie di antenati, inseriva tocchi di colore  oppure accentuava l’ingiallimento e non era strano che, accanto a scatti recenti, sul video comparissero immagini che risalivano alla prima metà  del Novecento.</p>
<p>L. e la moglie spesso non erano in grado di dare un nome alle persone ritratte e, per gioco, si sfidavano ad individuare, tra tanti volti estranei, i tratti di un congiunto che ricordavano ormai adulto, se non vecchio, oppure tentavano di attribuire ai misteriosi ignoti l’identità di un parente di cui avevano sentito parlare nell’infanzia: un bambino mai cresciuto, un prozio morto molto prima della loro nascita.  Se gli sconosciuti si trovavano nelle raccolte di foto che avevano ereditato dalle rispettive famiglie, si dicevano, un motivo doveva esserci.</p>
<p>“Guarda – disse la moglie osservando la foto del presunto Svizzero – quella sullo sfondo è la locanda dove alloggiava mio padre quando, nel ‘32, ottenne il suo primo impiego come capo officina della miniera. All’epoca era un ragazzo, si vede bene che non può avere più di venti anni, e con quella bicicletta nera attraversava la valle fino ai ruderi sul fianco della collina: era lì l’impianto di lavorazione del minerale estratto dal vicino pozzo, la “laveria”. Chi non lo sa non potrebbe mai indovinare che quei pochi spunzoni metallici sono quanto resta di una gigantesca struttura industriale che ospitava un centinaio di operai. Ma da dove salta fuori questa vecchia foto, non l’ho mai vista! Hai fatto davvero un bel lavoro, sembra a colori, come fosse stata scattata ieri!”</p>
<p>Il sig. L. rabbrividì, ma non disse nulla. La moglie si ricordò all’improvviso perché era entrata nello studio del marito e, uscendo dalla stanza, aggiunse “A proposito, tra cinque minuti è pronto in tavola, vediamo se brucio i piselli in bianco per vedere le tue foto!”. Lo avvertiva sempre in anticipo perché non sopportava che la cena si freddasse.</p>
<p>Il sig. L. si ricordò che anche suo padre, nel dopoguerra, aveva lavorato in quella miniera, ma era già sposato e, terminato il suo turno di lavoro sotterraneo, tornava a casa, sulla costa. In moto. Preso da un dubbio angosciante selezionò la foto del centauro e la ingrandì, tanto che sul serbatoio della motocicletta riuscì a leggere la marca: Laverda. Davanti agli occhi gli comparve allora, nitida come se la vedesse in quel momento, una targhetta identica che, da bambino, aveva trovato in cantina, confusa con i pezzi di un vecchio motore. Gli sembrava di essere in un sogno, non sapeva che pensare; era sbalordito: ora sapeva chi era l’uomo biondo sulla moto.</p>
<p>La moglie intanto lo chiamava con insistenza. Il signor L. si alzò automaticamente per raggiungere la cucina. Seduto davanti al piatto fumante di minestra, ancora sconcertato dalle sue scoperte, L. taceva ma la moglie, incuriosita, gli chiese dove avesse trovato la foto del padre in bicicletta: rimase per un attimo senza parole, poi disse la prima cosa che gli passò per la testa, “in una scatola in cantina”, e si mise a rimescolare, pensoso, la minestra bollente.</p>
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