Ultime pubblicazioni

I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Articoli con tag Laverda

Dal finestrino

Laverda 75 bn Il signor  L. percorreva spesso il tratto di strada tra la città di S. e la località sulla costa dove, tanti anni prima, era nato.

Guidare per ottanta chilometri attraverso colline e valli fino al mare lo annoiava, così, per distrarsi, portava con sé la sua macchina fotografica elettronica. Abbassava il vetro del finestrino e scattava foto, qua e là, senza neppure scendere dall’auto: lo scenario era sempre lo stesso, una distesa di boschi, qualche campo, pochi paesi e poi la grande pianura, un tempo paludosa ed ora trasformata dalla speculazione edilizia del XXI secolo in un colossale agriturismo. A volte però coglieva al volo un bel tramonto rosseggiante, un gioco di nuvole, un particolare scorcio di macchia e, quando era fortunato, riusciva persino a riprendere piccoli esemplari di fauna selvatica che gli attraversavano la strada, scoiattoli, fagiani, donnole, ma non aveva mai visto i daini ritratti nei numerosi cartelli di pericolo sparsi lungo il percorso e dubitava fortemente che nei dintorni vivessero davvero eleganti cervidi; da quelle parti, al massimo, si rischiava lo scontro con un prosaico cinghiale.

A due terzi del viaggio la strada attraversava una lunga gola dove il sole, anche d’estate, penetrava a fatica. Curve su curve si susseguivano per una decina di chilometri ed L. era costretto a ridurre la velocità, così, ogni volta, gli capitava di gettare un’occhiata distratta ai ruderi della vecchia miniera posta al centro della valle, senza pensare alla bava di ragno che lo legava a quel luogo.

Aveva trascorso la sua giovinezza in un paese di mare e non sapeva bene cosa fossero le strutture spettrali, ormai prive di forma e di funzione, che vedeva ai lati della strada. Non aveva neppure un’idea del cigolio prodotto dalla ruota che sollevava la gabbia dal fondo del pozzo, del soffio infernale della gigantesca ventola di aspirazione che succhiava l’aria mefitica dal dedalo delle gallerie, del rumore dei mulini che macinavano con enormi palle d’acciaio, giorno e notte, blocchi di roccia come fossero chicchi di grano; gli era ignoto il silenzioso volo delle paioline di una teleferica in corsa e non aveva mai visto un deposito di ‘sterile’ alto come una collina. In quel tratto di strada così tortuoso pensava soprattutto ai ciclisti e ai venditori di funghi che potevano sbucare all’improvviso dietro una curva.

Considerava gli sportivi su due ruote, con o senza motore, veri pericoli pubblici ed invidiava i fortunati cercatori con i loro panieri ricolmi di porcini e cucchi: in cuor suo avrebbe volentieri schiacciato gli uni e gli altri.

Quando finalmente rientrava a casa, si sedeva alla scrivania del suo studio e scaricava le foto sul computer. Sceglieva con cura le più gradevoli, le mostrava alla moglie e, qualche volta, le utilizzava come salva schermo.

Una sera, al ritorno da un viaggio fatto al crepuscolo, il signor L. si mise, come sempre, al computer per vedere le immagini che aveva catturato lungo la via: oltre ai soliti scatti, notò in un’inquadratura un ciclista che non ricordava di avere superato, un giovanotto vestito di tutto punto con un mezzo davvero antiquato, nero, senza cambio e con i freni a bacchetta. Come poteva non ricordare un tipo così bizzarro? Forse, si disse, era un turista, uno dei tanti Svizzeri con il pallino del buon selvaggio che vivevano in zona. Poi, scorrendo le immagini, notò anche una moto rosso fegato. Il guidatore era un uomo biondo con occhialoni da aviatore ed un giubbotto scuro, immortalato mentre si piegava su un lato come fosse a un gran premio. Ogni volta che, tra i tornanti di quella valle, incontrava un centauro così spericolato non mancava mai di imprecare contro di lui e tutti i suoi parenti, eppure non ricordava di averlo fatto, quella sera. Tornò di nuovo sulla foto del ciclista chiedendosi perché non l’avesse notato.

La moglie arrivò silenziosamente alle spalle di L. e sbirciò il video. Non le interessavano le immagini del viaggio, era nata sulle colline prima del mare e conosceva fin troppo bene quei posti, ma sapeva che il marito, ogni tanto, elaborava al computer vecchie foto trovate tra i documenti di famiglia: eliminava lacune e difetti, creava ex novo coppie di antenati, inseriva tocchi di colore  oppure accentuava l’ingiallimento e non era strano che, accanto a scatti recenti, sul video comparissero immagini che risalivano alla prima metà  del Novecento.

L. e la moglie spesso non erano in grado di dare un nome alle persone ritratte e, per gioco, si sfidavano ad individuare, tra tanti volti estranei, i tratti di un congiunto che ricordavano ormai adulto, se non vecchio, oppure tentavano di attribuire ai misteriosi ignoti l’identità di un parente di cui avevano sentito parlare nell’infanzia: un bambino mai cresciuto, un prozio morto molto prima della loro nascita.  Se gli sconosciuti si trovavano nelle raccolte di foto che avevano ereditato dalle rispettive famiglie, si dicevano, un motivo doveva esserci.

“Guarda – disse la moglie osservando la foto del presunto Svizzero – quella sullo sfondo è la locanda dove alloggiava mio padre quando, nel ‘32, ottenne il suo primo impiego come capo officina della miniera. All’epoca era un ragazzo, si vede bene che non può avere più di venti anni, e con quella bicicletta nera attraversava la valle fino ai ruderi sul fianco della collina: era lì l’impianto di lavorazione del minerale estratto dal vicino pozzo, la “laveria”. Chi non lo sa non potrebbe mai indovinare che quei pochi spunzoni metallici sono quanto resta di una gigantesca struttura industriale che ospitava un centinaio di operai. Ma da dove salta fuori questa vecchia foto, non l’ho mai vista! Hai fatto davvero un bel lavoro, sembra a colori, come fosse stata scattata ieri!”

Il sig. L. rabbrividì, ma non disse nulla. La moglie si ricordò all’improvviso perché era entrata nello studio del marito e, uscendo dalla stanza, aggiunse “A proposito, tra cinque minuti è pronto in tavola, vediamo se brucio i piselli in bianco per vedere le tue foto!”. Lo avvertiva sempre in anticipo perché non sopportava che la cena si freddasse.

Il sig. L. si ricordò che anche suo padre, nel dopoguerra, aveva lavorato in quella miniera, ma era già sposato e, terminato il suo turno di lavoro sotterraneo, tornava a casa, sulla costa. In moto. Preso da un dubbio angosciante selezionò la foto del centauro e la ingrandì, tanto che sul serbatoio della motocicletta riuscì a leggere la marca: Laverda. Davanti agli occhi gli comparve allora, nitida come se la vedesse in quel momento, una targhetta identica che, da bambino, aveva trovato in cantina, confusa con i pezzi di un vecchio motore. Gli sembrava di essere in un sogno, non sapeva che pensare; era sbalordito: ora sapeva chi era l’uomo biondo sulla moto.

La moglie intanto lo chiamava con insistenza. Il signor L. si alzò automaticamente per raggiungere la cucina. Seduto davanti al piatto fumante di minestra, ancora sconcertato dalle sue scoperte, L. taceva ma la moglie, incuriosita, gli chiese dove avesse trovato la foto del padre in bicicletta: rimase per un attimo senza parole, poi disse la prima cosa che gli passò per la testa, “in una scatola in cantina”, e si mise a rimescolare, pensoso, la minestra bollente.

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0.0/5 (0 votes cast)

fuchs

Tags: , ,

Una vita spericolata

iniezione

La Laverda Jota 1000 rosso brillante faceva proprio una bella figura nel parcheggio: “Sembra una chioccia tra i pulcini” si disse Fred, ammirando la sua moto d’epoca circondata da tanti anonimi mezzi a due ruote.

In effetti, anche se era un modello del 1976, non sembrava una vecchia signora: quando era stata immatricolata i genitori di Fred andavano ancora alle medie, ma così ben tenuta, perfettamente a punto e cromata in tutti i particolari, sembrava nuova di trinca.

“Si vede però che è diversa dalle moto di oggi – pensò Fred, agganciando il casco al lucchetto – ha classe da vendere”.

Certo non pesava poco e mettere il cavalletto era un’impresa, ma al suo proprietario non difettavano i muscoli. Muscoli veri, ci teneva a precisare Fred, fatti trasportando mobili ed elettrodomestici, non in palestra con i pesi e ingozzando di nascosto anabolizzanti.

Lui non si vergognava, come tanti, di dire che lavorava con le mani, ma non era un semplice operaio: da ragazzo, aiutando lo zio falegname, aveva imparato a montare mobili e, in occasione del suo ventunesimo compleanno, il padre gli aveva regalato un furgone usato. Così, da quattro anni, faceva il padroncino e tutto il giorno girava per la città consegnando colli per conto di negozi e supermercati. Guadagnava bene, soprattutto grazie ai compensi extra che riceveva per il montaggio dei mobili: quando si trattava di viti ed incastri nessuno lo batteva,  era preciso, pulito, veloce e la sua opera suscitava sempre giudizi favorevoli.

Certo si era scelto un mestiere faticoso, ma almeno non aveva superiori o orari da rispettare: quello era il genere di vita che sognava fin da adolescente, si sentiva uno spirito libero e voleva essere in tutto e per tutto autonomo, nella vita come nel lavoro.

Per accontentare i clienti che, durante la settimana, sgobbavano per pagare le rate della cameretta o del frigorifero, accettava volentieri di consegnare anche la sera dopocena e nei festivi. Poi però spariva per un giorno o due, andava in vacanza, oppure dormiva fino a mezzogiorno: se aveva la “ragazza” si chiudeva nel suo monolocale per un “tour de force” dell’amore. Grazie a Dio non doveva rendere conto di sé a nessuno e non aveva bisogno del permesso del padrone, dei familiari o  della fidanzata per decidere cosa fare della sua vita.

Provava pena per certi compagni del calcetto, sposati e con figli, ed anche per gli amici più giovani con fidanzata al seguito, peggio di una moglie: gli sembravano già vecchi, uomini finiti pronti per la pensione. Di rado le loro donne tolleravano il possesso di una due ruote che non fosse un domestico “vespone”.  La moto è pericolosa, piagnucolavano, spaventate all’idea che un incidente le privasse del galletto che avevano appena messo in pentola.

Per un breve periodo aveva frequentato un gruppo di appassionati di moto d’epoca, tutti scapoli e di una certa età, ma quando girava in compagnia di quell’accolita di “easy riders” da commenda, codini imbiancati dall’età e schiene curvate dall’artrosi, si sentiva ridicolo: i motori erano rombanti, i centauri rimbambiti.

Così, ultimamente, usava la Laverda solo per brevi spostamenti in città o, d’estate, per rapide incursioni al mare. La sua Jota faceva anche 200 km all’ora e, a quella velocità, la costa non era lontana: un bagno e si tornava a casa in mezzo pomeriggio.

Naturalmente la moto rosso fuoco era anche il suo mezzo preferito per andare in discoteca. Casco nero, maglietta senza maniche con tatuaggio in bella vista, praticato però sulla parte alta del braccio per essere facilmente occultato in caso di necessità, quando arrivava nel parcheggio di un locale non passava mai inosservato.

Aveva un grande successo con le ragazze “no problem”, quelle che guardano l’uomo da capo a piedi prima di dire sì, ma poi non vogliono essere chiamate fidanzate e sembrano sempre contente. Le “occhialute”, così Fred, chiamava le femmine più esigenti, studentesse universitarie o impiegate, invece lo snobbavano: “mi evitano perché fiutano l’uomo che ama la libertà – si diceva Fred – capiscono che non sono il tipo che si fa mettere il guinzaglio. Almeno non prima dei quaranta.” E quaranta anni per Fred equivalevano all’anticamera delle pompe funebri. A quel punto poteva anche farsi una famiglia.

Tutto sommato si considerava fortunato: era un ragazzo sano, allegro e fornito di contante che si godeva la vita mantenendo però il giusto equilibrio tra lavoro e divertimento, senza fare male a nessuno. E poi non aveva vizi particolari, beveva il giusto e non si lasciava attrarre dalle droghe o dalle amicizie pericolose.

Quel giorno però Fred non aveva parcheggiato la sua Laverda vicino ad una discoteca o davanti alla spiaggia: l’edificio lì accanto era l’ospedale.

Doveva fare un controllo, un esame del sangue, niente di particolare: la cosa veramente preoccupante, si disse, era lasciare la Jota in un posto così malfamato, pieno di ladruncoli e teppisti, deficienti con la mania di rigare le carrozzerie e bucare le gomme. Per sicurezza tolse un pezzo del motore e lo chiuse nel portaoggetti. Si allontanò augurandosi di ritrovare la sua amata moto così come l’aveva, a malincuore, lasciata.

Si diresse verso il centro prelievi: sapeva dove si trovava perché, qualche mese prima, aveva fatto due o tre consegne, scrivanie, armadietti e scaffali comprati  in occasione di una ristrutturazione, ma non era mai stato quello che si dice un “utente” del servizio.

L’ultima volta che si era tolto il sangue aveva forse tredici anni ed era accompagnato dalla mamma: il padre aspettava in auto. Di quell’episodio infantile ricordava soprattutto la gioia provata per avere saltato un giorno di scuola. Non ricordava neppure il motivo dell’esame, forse una tonsillite ricorrente.
In effetti godeva di una salute più che buona, non prendeva mai neppure l’influenza, ed aveva deciso di farsi un controllo solo per scrupolo. Un dubbio, da un po’, lo tormentava…

Qualche giorno prima aveva incontrato per caso Marcello, un ragazzo simpatico con cui si vedeva, di tanto in tanto, in discoteca o al mare. L’amico non era l’allegrone spensierato di sempre, sembrava abbattuto, addirittura in lacrime, e Fred, curioso di scoprire la causa del cambiamento, aveva deciso di fermarsi per scambiare quattro chiacchiere.

“Ormai la depressione è un’epidemia – pensò, osservando l’occhio spento di Marcello – persino quelli che vanno in discoteca, se non si sbronzano, hanno la faccia da funerale”.

Ma il giovanotto non era depresso, aveva paura: “Sai, ti devo dire una cosa, se non la dico a qualcuno scoppio – borbottò dopo i soliti convenevoli – Ti ricordi Mari, la ragazza con cui stavo questa primavera?”

Fred non aveva idea di chi fosse, all’epoca, la donna dell’amico, ma disse la cosa più ovvia che gli venne in mente “E’ incinta?”. Tanti finiscono fregati così, pensò, e poi spingono il carrozzino con l’aria più felice del mondo e magari il pupo dentro non è neppure loro.

“Macché!” replicò irritato Marcello, come se Fred avesse detto una sciocchezza.

“E allora?”

“Beh, Mari ha detto che non stava bene ed era meglio se anch’io mi facevo controllare, sai – aggiunse a bassa voce – è positiva”.

“Roba da matti! E te lo dice pure!?”

“Poverina, anche a lei l’ha rifilata qualcuno. Invece ha fatto bene ad avvertirmi, è una brava ragazza. Queste cose si curano, se prese in tempo, però fanno davvero paura. Quando te lo comunicano ti senti impazzire. Roba da farsi frate”

“Già, ma la vita è tutta un rischio – replicò Fred – con la mia Laverda io corro anche a 200 all’ora e taglio le curve, se va bene, bene, se no, addio! Ti immagini che divertimento se, per prudenza, viaggiassi sempre a 50? E poi bisogna essere fatalisti, la vita senza rischio non ha gusto. Magari alla vecchina di cento anni che va a messa casca in testa un mattone ed uno che si butta dal quinto piano non si fa un graffio! Pensa a quelli che bevono, che fumano, che si drogano a tutto spiano! Tanto si muore solo quando arriva la nostra ora: guarda Mike Jagger, ancora saltella sul palcoscenico e ha l’età di mio nonno Francesco che a fatica cammina con il bastone. Lui non aveva vizi, ma si è beccato un ictus. Possiamo vivere o morire, ma non vivere a metà: ci vuole coraggio, solo i conigli sono felici nella tana”.

“Già, si fa presto a dire fatti coraggio! Sai, questa malattia magari non ti ammazza, però ti cambia comunque la vita: sei sempre sotto cura, fai di continuo esami e poi gli altri ti trattano come fossi radioattivo. E tu stesso hai paura di contagiare le persone care, i genitori, la sorella, i nipotini, la fidanzata, gli amici”

Fred cercava di dare una faccia all’ex ragazza di Marcello, ma il nome Mari gli suonava del tutto ignoto.
“Mari era la biondina che lavorava al Mac?” chiese per cercare un appiglio nella memoria.

“No, ma che bionda: è mora, con i capelli a caschetto, non ti ricordi? La ragazza che lavorava all’asilo! Pensa che l’hanno spostata alla Nettezza Urbana, povera Mariella”.

Fred all’improvviso si ricordò di Mariella, la moretta impiegata al Comune. Erano usciti insieme tre o quattro volte, all’inizio dell’estate, ma non l’aveva mai sentita chiamare Mari e non sapeva che fosse la donna di Marcello. Non disse nulla, magari in quel periodo i due si frequentavano ancora e cornuto, oltre che malato, era davvero un po’ troppo. Si salutarono cordialmente e Fred strinse la mano dell’amico con calore, per fargli capire che lui non aveva paura del contagio.

Nei giorni successivi Fred cercò di non pensare a Marcello e Mariella. Era un fatalista, un giocatore, e non aveva la sensazione di essere già al capolinea: fino ad allora tutto era andato per il verso giusto, perché mai la ruota doveva invertire il suo corso? alla fine però decise di chiedere un parere al medico di famiglia.

Il dottore non lo vedeva da anni, comprese a pieno la situazione e prescrisse, oltre al test richiesto, una serie completa di esami. Fred però non volle andare nel reparto di Malattie Infettive, gli sembrava di cattivo auspicio, quasi una morte annunciata, così decise di recarsi nel nuovo centro di prelievo unico, il CPU.

Questo era il motivo per cui, quella mattina, si trovava all’ospedale. Entrò con passo tranquillo nella sala d’attesa, si registrò, prese il numero di prenotazione e attese il suo turno, seduto in un angolo della sala. Per passare il tempo si mise a pensare alle consegne che doveva effettuare nel pomeriggio, alla prossima vacanza, al televisore che aveva portato il giorno prima a casa di un notaio, un cinema! “Magari per Natale me ne compro uno uguale, o più grande!”.

Dopo un po’ decise di mettersi a distanza di sicurezza da un giovane extracomunitario che tossiva con un po’ troppo impegno e, alzandosi, gettò uno sguardo nella sala per scegliere un nuovo posto: notò un gran numero di donne gravide, qualche signora di mezza età e poi tanti, troppi vecchietti agitati, impazienti di vedere comparire sul tabellone il loro numero. Avevano una fretta del diavolo, ma di andare dove, alle otto di mattina? Al massimo al cesso, se soffrivano di prostata o al “cipressino”, a fare terra da concime. Eppure lì c’era gente che davvero non aveva tempo da perdere, persone che dovevano andare a lavorare e magari, come nel suo caso, se non lavoravano non mangiavano perché sul loro conto, a fine mese, non veniva accreditata una pensione e neppure uno stipendio statale. Non era giusto fare la fila per lasciare posto a chi non aveva nulla da fare tutto il giorno se non sputare per terra o guardarsi la pancia che cresceva.

Fred cominciò a pensare che, per lui, ogni minuto trascorso lì dentro equivaleva ad un guadagno mancato, senza contare che, nel parcheggio incustodito, la sua amata Laverda era esposta al rischio di essere danneggiata o addirittura rubata: decise quindi di andarsene. In fondo chi se ne fregava dei risultati: rosso si vive, nero si muore, l’importante è non entrare nel meccanismo della malattia, diventando un invalido da compatire, e soffrire come un cane per poi arrivare ad un traguardo che è uguale per tutti,  il cimitero.

“Se sono sano – si disse – che ci faccio in questa sala di attesa con le gravide e gli arteriosclerotici? Se sono positivo niente problemi: mi schianto con la moto a duecento all’ora contro un muro e tanti saluti”. L’idea di  avere comunque un’uscita di sicurezza da quella ipotetica situazione penosa lo rassicurò.

Mentre stava quasi per andarsene, sul tabellone comparve il suo numero associato al “12”. Cambiò repentinamente idea ed entrò con decisione nel corridoio degli ambulatori.

Attraverso le porte aperte poteva sbirciare nelle stanze: erano cubicoli tutti uguali, privi di finestra e con una poltrona reclinabile, simile a quella del dentista. Trovò quasi subito lo stabbiolo numero 12. L’infermiera era carina, ma un po’ in carne. Portava un camice corto e pantaloni involontariamente aderenti.

Si dissero buongiorno e la ragazza lo invitò ad accomodarsi nella poltrona, poi si girò per armeggiare con provette ed adesivi. Sedere grosso, notò Fred, ma il bianco, si sa, non snellisce ed il neon è spietato.

La ragazza diede un’occhiata alla richiesta e prese da una scatola dei grossi occhiali, quindi indossò guanti spessi e si voltò: Fred, senza quasi pensare a ciò che diceva, esclamò con tono ironico “Hi, Lady Death” . L’infermiera rimase interdetta, ogni tanto capitava qualche paziente con problemi mentali, ma quel ragazzo, a prima vista, gli era sembrato normale. Fred si accorse di avere esagerato con la sua sbruffonata e cercò di giustificarsi:
“Sa, con tutta questa luce al neon e quegli occhiali mi ha fatto venire in mente le esecuzioni che fanno in America, una iniezione di veleno mortale e via…davanti ai parenti della vittima”

“Già, ma io sono un’infermiera, non il boia e poi dicono che la morte sia secca, quindi non mi somiglia affatto” rispose la ragazza, leggermente irritata.

Quella leggeva nella mente, si disse Fred, era la classica “occhialuta” che vuole dominare il maschio, il tipo di ragazza che pretende l’anello al terzo incontro e decide dove si va al mare a gennaio. Tra loro non poteva esistere feeling.

L’infermiera intanto si era seduta accanto alla poltrona del paziente, aveva legato al braccio di Fred il laccio e, sollevando la manica, aveva scoperto il suo tatuaggio destro: teschio e tibie con il motto “Death’s lover” in caratteri gotici.

“Lei ha proprio la fissa della “comare secca” – disse la ragazza, preparando qualcosa sul carrello accostato al muro – se avesse lavorato come me per un anno nel reparto oncologico capirebbe quanto è amabile la morte”. Aveva in mano la siringa ed era pronta ad infilarla nella vena di Fred.
“Stringa il pugno”, ordinò bruscamente.

Quando Fred aveva deciso di fare le analisi del sangue in realtà non si era soffermato a pensare con esattezza alla procedura del prelievo. Ovviamente sapeva che, per estrarre un liquido da un tubo, occorreva praticare un’apertura e lo strumento utilizzato, in questo caso, era un ago, un piccolo aggeggio appuntito che s’infilava nella vena, ma non aveva messo in conto l’effetto del luccichio metallico di quella minuscola lama: la fissò per un attimo e, all’improvviso, avvertì una grande debolezza, poi si sentì scivolare dalla sedia e, in un secondo, finì sdraiato sul  pavimento. Tutto divenne nero.

L’infermiera suonò il campanello d’allarme e nella stanza entrarono di corsa due colleghe. Intanto “Lady Death” aveva preso a schiaffeggiare il suo paziente e lo faceva con un’energia decisamente superiore al necessario.

“Stimolo lo sternocleidomastoideo?” disse una delle nuove arrivate, un’allieva che si divertiva ad usare i paroloni e le tecniche d’intervento che aveva appena imparato.

“Si, ma prima mettiti i guanti, forse è sieropositivo” replicò l’infermiera.

“Ecco, basta una parola su un pezzo di carta e sei un lebbroso – pensò Fred, che stava tornando lentamente cosciente – ma cos’è questo sternoche… supercalifragilistiespiralidoso, la parola magica di Mary Poppins?”

Un terribile dolore alla spalla destra rispose alla sua domanda. La nebbia ormai si diradava e Fred ebbe un sussulto.

“Lo vedi che è vivo, questo cagasotto!- disse la schiaffeggiatrice – aiutami a girarlo su un fianco. Vedi mai che vomita e si soffoca”

“Guarda che tatuaggio!” esclamò la seconda infermiera.

“Sì, proprio un tatuaggio da furbo, c’è scritto “l’amante della morte”! Vedrai che bacini ti darà la tua innamorata se ti sei beccato l’aids!” commentò acidamente la culona “occhialuta”.

“Già, a letto leoni e poi, all’ospedale, coglioni. Guarda nell’impegnativa come si chiama” ordinò la seconda infermiera all’allieva.

“Federico, Federico Lastri. Poverino, si sarà sentito male per la malattia” disse la giovane aspirante infermiera. “Chi sa se, oltre che sensibile, è pure carina” si chiese Fred: ormai era quasi completamente sveglio, tuttavia non aveva voglia di aprire gli occhi.

“Ma che male e male – ribatté Lady Death – all’inizio stava benissimo e faceva pure lo spiritoso, è svenuto quando ha visto l’ago. Forza Federico, sveglia, bello mio, su Federico, Federicooo!”: ovviamente, ogni volta che veniva chiamato il suo nome, partiva uno schiaffone terapeutico.

“Gli sollevo le gambe per la circolazione – disse la seconda infermiera – ma, guarda che schifo, il nostro Riccioli d’oro se l’è pure fatta addosso!” Le tre donne risero, sembravano le streghe di Macbeth intorno al paiolo. Fred non aveva letto Shakespeare e pensò solo che era in balia di tre carogne senza cuore. E magari era davvero un povero malato con pochi mesi di vita. Si vergognava come un cane così, nonostante fosse del tutto in sé, decise di fingersi ancora privo di conoscenza. Per fare un dispetto alle sue aguzzine avrebbe volentieri esalato in quell’istante l’ultimo respiro.

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 4.0/5 (2 votes cast)

fuchs

Tags: , , ,

Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: [download id=”52″]

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0.0/5 (0 votes cast)

Dr J. Iccapot