Orazio Pressa era un uomo di poche parole; se in pubblico doveva dire la sua o anche solo rispondere ad una semplice domanda, la timidezza lo paralizzava: si esprimeva a monosillabi, al massimo riusciva a balbettare qualche frase ed infine, il più delle volte, ammutoliva.
Questa era la sua croce fin dall’infanzia. Già all’asilo le suore inutilmente lo esortavano a recitare ad alta voce le preghiere più semplici: lui le sapeva a menadito, meglio degli altri bambini, ma taceva. “Piccolo diavolo disubbidiente, prima o poi ti costringeremo a dire l’Ave Maria”, lo minacciavano le monache, provocate da tanta sulfurea pervicacia, ma nessuno, neanche la Madre superiora, la spuntava con il piccolo Orazio.
A scuola, per fortuna, si accorsero subito che il suo caparbio silenzio non nascondeva un deficit mentale o, tanto meno, una possessione demoniaca. “E’ solo questione di carattere – ripetevano gli insegnanti agli angosciati genitori, gente semplice digiuna di psicologia – vedrete, superata l’adolescenza, diventerà più disinvolto”; ma Orazio, crescendo, rimase un inguaribile taciturno.
Al termine del primo ciclo delle secondarie, su consiglio dei professori, il padre si rassegnò ad iscrivere il suo “zittino”, così lo chiamavano in famiglia, ad un istituto professionale per chimici.
Orazio fu subito contento della scuola scelta dai genitori: si divertiva a trafficare in laboratorio e le formule lo affascinavano, aveva scoperto che quel misterioso linguaggio di segni era in grado di descrivere il mondo senza bisogno di parole.
Nelle materie di cultura generale a fatica raggiungeva la sufficienza, ma si muoveva con padronanza tra provette e fornelli, bilanciamenti stechiometrici, reazioni e combinazioni: certo, nel complesso, non era un allievo brillante, tuttavia giunse ad ottenere buoni risultati.
Completò senza intoppi il triennio e, due anni dopo, superò l’esame di maturità con una votazione più che decorosa. I genitori, per premiare lo zelo del figlio, ancora più meritorio considerato il suo handicap, decisero di tirare un po’ la cinghia e lo mandarono all’università, nella vicina città di S.
Lo “zittino”, scartate subito Chimica e Farmacia, volle a tutti i costi frequentare Biologia: le sue amate formule gli sembrava ancora più interessanti se applicate allo studio della vita. Gli esami consistevano per lo più in test scritti e prove pratiche, così Orazio, che non era affatto uno sciocco e, tanto meno, un perdigiorno, al termine dei prescritti quattro anni si cinse meritatamente d’alloro.
Ottenne qualche incarico a tempo determinato poi, finalmente, vinse un concorso: un posto fisso nel laboratorio della Facoltà di Medicina di S. era senza dubbio un’ottima sistemazione e, frequentando l’ambiente, come capita, si innamorò di un’infermiera intravista al bar dell’ospedale.
Rosanna Bogo
