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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Articoli con tag Guerra

Agosto 2014 – Nessuna guerra a Troia

Agosto 2014 - Nessuna guerra a TroiaAcrilico 40×40 cm (2014)

 

“Nessuna guerra a Troia”… sarebbe bello.
Si trova sempre una causa per iniziare una guerra e si trovano sempre e di nuovo abbastanza idioti che rischiano le loro stupide teste, (le teste intelligenti procurano gli strumenti per fare la guerra) e tutti gli altri lasciano fare o si rallegrano persino un po’ quando i loro eroi vincono trionfalmente contro il nemico cattivo. I perdenti aspettano cento anni finchè nessuno sa più esattamente le ragioni mettendosi poi accanto ai vincitori del passato per offendere insieme la memoria dei morti di entrambe le parti.

Una moltitudine di religioni sono state inventate per impedire agli uomini di ammazzarsi e divorarsi vicevendolmente.

Il successo è scarso. Inutilmente si dannarono l’anima (e ruppero i denti) finchè si resero conto che sarebbe stato meglio benedire le armi prima dell’uso. Le pallottole colpiscono meglio perchè Dio sta sempre dalla parte del vincitore. Sembra anche che se ne compiacia quando si scatenano guerre in nome suo.

Occhio per occhio…
Il concetto di occhio può essere molto esteso: tuo figlio ha rotto il mio vetro, perciò l’ho ammazzato. In guerra non si va tanto per il sottile. I morti vengono contati e segnati.

Una sorta di macabro evento sportivo: risultato parziale attuale 12500 contro 870.

La guerra è sempre crudele, ma celebrarla è puro cinismo, pur supponendo di dare a questo evento un valore educativo, apparentemente per evitare future guerre, ma vendendo contemporaneamente materiale bellico in tutto il mondo.

I posti di lavoro contano di più di alcuni negri, palestinesi, israeliani, afgani, somali, ucraini, russi, iracheni, musulmani, cristiani morti…
Ogni morto è un morto di troppo, ogni ferito è un sofferente di troppo…

“Il lamento per i caduti è soltanto una difesa ipocrita a favore dei viventi che, in questo modo, provano la loro innocenza. Ma tutti sono colpevoli, anche gli dei” dice Ettore, il principe ereditario di Troia che voleva impedire la guerra contro i greci.

Come ragione di guerra venne usato il rapimento di una cortigiana da un palazzo reale.

Tale citazione proviene dal dramma teatrale “La Guerre de Troie n’aura pas lieu” di Jean Giraudoux che merita di essere letto.

Sì, una volta la guerra era un problema grande per l’umanità ma da quando i premi Nobel per la pace della casa bianca “ricoprono” il mondo di la pace, di democrazia, di giustizia sociale, di libertà di parola e di pensiero, di guerre giuste contro il terrorismo… e da quando il consiglio di sicurezza dell’ONU “depone uova di saggezza” come le galline d’allevamento… da quando la nostra economia sopravvive grazie all’industria bellica, da quando noi tutti siamo diventati dei pacifisti credenti…

Da allora non sappiamo più come spiegare la parola GUERRA ai nostri figli.

(Traduzione di R. Battilani)

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Johann Widmer

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Il Mannlicher

La corriera avanzava lentamente lungo i tornanti della provinciale, sollevando una leggera nuvola di polvere bianca. La strada, ben tenuta, si arrampicava senza fretta sulla montagna, innalzandosi solo di poco rispetto al letto del fiumiciattolo che scorreva in fondovalle. Un tranquillo corso d’acqua, fresco e allegro in quella mattina di giugno già calda, ma una vera furia d’autunno, quando le piogge lo facevano crescere fin quasi agli argini.

La provinciale assecondava l’andamento serpentino della montagna con un’infinità di curve. Enrico, seduto accanto al finestrino, per abitudine le contava una a una, dal ponte di B. in poi: sapeva a quale numero corrispondevano il paese di C. e poi il bivio che portava al F. e così via. Tra sé diceva, ancora quindici curve, ancora sei… finalmente ecco l’ultimo tornante e lassù, su una collinetta, il villaggio e, ancora più in alto, la facciata bianca e assolata della sua casa, con il piccolo fienile accanto, l’albero di melo e, intorno, i boschi, i campi, i viottoli che avrebbe presto attraversato correndo in compagnia di Berto, il suo amico del cuore.

Dopo nove mesi trascorsi tra mura fredde e strade lastricate, la mattina a scuola, il pomeriggio a studiare, non vedeva l’ora di togliersi le scarpe di tela da città e mettersi a saltare, inseguire le galline con il vecchio Argo abbaiante, senza paura di sporcarsi i rattoppati vestiti miserabili che, in paese, nessuno notava ma che non si potevano portare in città.

Nessuno l’attendeva alla fermata. Le sorelle e la mamma erano di certo nei campi o a pascolare le mucche: sapevano che, terminate le scuole, Enrico sarebbe arrivato con la corriera, una di quelle mattine… prima o poi. “Roba che mangia torna sempre a casa” gli diceva la sorella maggiore Sofi, per farlo arrabbiare.

Enrico salutò un paio di ‘barba’, seduti a prendere il sole su una panchina ai margini della strada, e i vecchi risposero senza fare domande, come se si fossero visti la sera prima. In realtà mancava da Pasqua ma era pur sempre del paese, non suscitava curiosità.

Trascinando la sua grossa valigia di cartone piena di libri su per lo stradello, Enrico si avviò verso casa. Era già quasi al melo della corte quando incrociò Adele che tornava dal lavatoio. La ragazzina camminava un po’ piegata su un lato, cercando di tenere in equilibrio sulla testa la cesta grondante dei panni strizzati.

“Com’è andata la scuola?” gli chiese Adele sorridente.

“Bene, bene…ho la pagella…la vuoi vedere?” rispose Enrico, orgoglioso dei bei voti che sanzionavano il suo diritto a vivere, quasi tutto l’anno, lontano dal villaggio.

“Non serve, tanto lo so che sei bravo – disse la ragazza – eri il primo della classe anche quando facevamo la seconda elementare.”

“Andiamo a cercare le lucciole, stasera?” propose Enrico, un po’ mortificato dal rifiuto.

“Che scemo! Le lucciole alla nostra età! – rispose Adele, proseguendo per la sua strada – però domani c’è la Fiera di S. Antonio a C. … ci vieni?”

“Forse” le gridò dietro Enrico.

“Allora ti tengo un posto sul carretto di mio padre” replicò Adele allontanandosi.

Enrico giunse a casa preceduto dall’uggiolare di Argo: aveva annusato a distanza il padroncino, molto prima di vederlo.

La chiave era nella toppa. Enrico entrò e salì le scale. La casa era deserta. Chiamò “Mamma!” un paio di volte, per scrupolo, poi corse nella sua camera, mise gli abiti di tutti i giorni e scese in cucina. Lasciò la pagella aperta, in bella vista, sulla tavola e uscì.

Staccò Argo dalla catena e, insieme, si scapicollarono a gara giù per il sentiero che portava a casa dello zio Maso, il padre di Berto.

Enrico sognava da mesi quel momento. A Pasqua, lui e il cugino Berto si erano azzardati a fare qualche giretto ma senza allontanarsi troppo dal paese perché la neve non era del tutto sciolta, ora invece il sole brillava… avrebbero fatto lunghe spedizioni, da mattina a sera, fino ai pascoli d’alta montagna, girellando tra le malghe in cerca di bossoli, mostrine, elmetti, gavette: immondizie della guerra, passata da quelle parti solo dieci anni prima.   Ma, questa volta, si sarebbero divertiti in modo speciale. A settembre, durante una delle loro ultime incursioni, avevano trovato un piccolo tesoro: un Mannlicher nascosto tra le rocce ai bordi di un ghiacciaio in ritiro. Il fucile di Ceccobeppe, ripulito e oliato da Enrico, bravissimo anche nelle esercitazioni di officina meccanica, funzionava a perfezione.

I due cugini si erano fabbricati un tirassegno, una figura umana ricavata da una vecchia tavola di legno con un vero elmetto austriaco in testa, e avevano saccheggiato la riserva di munizioni che il padre di Berto, cacciatore, nascondeva in cantina; per cavarci la polvere da sparo e fare cartucce.

Altro che la Fiera di Adelina! Enrico aveva in mente solo il Mannlicher e non vedeva l’ora di organizzare un’escursione in montagna con il cugino.

Così, avvicinandosi alla casa dello zio Maso, cominciò a chiamare l’amico per nome, sperando si affacciasse alla finestra.

“Berto! Berto! Sono qui, sono tornato!”

Ferma davanti alla porta della casa la zia Giustina si voltò a guardarlo con una strana espressione.

“Dov’è Berto?” chiese Enrico, ansimante per la corsa.

“Dov’è!? – esclamò la donna, asciugandosi col dorso della mano una lacrima scesa sulla guancia – lassù, ecco dov’è…Berto è lassù, da un mese, non lo sai?” piangeva e, con la mano, indicava il campanile del vicino paese che si intravedeva a mezza costa, oltre le cime degli abeti.

Il gesto della zia lasciò Enrico a bocca aperta. Quelli del villaggio salivano al ‘comune’ solo per la messa della domenica oppure… per andare al cimitero che stava accanto alla chiesa. Chi si trasferiva ‘lassù’non scendeva a fondovalle. Mai più. Scappò via piangendo, inseguito da Argo.

Enrico girò per i sentieri del bosco sopra il paese fino a quando non sentì in lontananza le campane dell’Angelus: quel tintinnare allegro gli parve un lugubre saluto che Berto, sepolto accanto alla chiesa, gli inviava. Così tornò a casa, torvo e arrabbiato contro il mondo.

“Che hai?” gli chiese la madre, intenta a sventolare il fuoco.

“Niente – rispose il figlio – togliendo dal tavolo la pagella. Tanto la madre non l’avrebbe degnata di uno sguardo. Per lei studiare era uno spreco di tempo e denaro, i libri e i giornali erano buoni solo per non bruciarsi quando si toglieva il paiolo dal fuoco.

“Allora perché fai quel muso da mulo?” proseguì la madre.

“Berto è morto” disse Enrico, quasi stupendosi per le parole che pronunciava, come se solo ora quell’evento divenisse reale.

“Lo dicevo io a tuo zio di non sposare quella lì, hanno la malattia in famiglia – replicò la madre – e tu sei stato un matto a farci lega, potevi prenderti il contagio!”

“Ma Berto non stava male…mi hai scritto due volte dopo Pasqua, potevi dirmelo!” esclamò adirato Enrico.

“Non te l’ho scritto? Beh, non mi sarà venuto a mente – disse la madre con tono indifferente, mettendo in tavola, davanti al figlio, un piatto di patate ripassate con la cipolla e la pancetta – mangia e fattela passare! È passata anche a tuo padre.”

Enrico si alzò e, senza dire nulla, scese di corsa le scale.

“Ecco cosa impari a scuola – gridò la madre – a fare secondo Matteo!”

Enrico, quando fu all’aperto, comprese subito perché la madre non l’aveva avvertito. Da quando era rimasta vedova contendeva al cognato certi terreni lasciati dal suocero e imputava il malanimo di Maso alla moglie; per questo non voleva che lui frequentasse Berto, la malattia non c’entrava nulla… Berto stava bene… un fratellino era già morto di tisi, ma durante la guerra, quando gli austriaci si erano presi le patate, la legna e le coperte.

Camminando e pensando Enrico si ritrovò oltre il bosco, sulla via per i pascoli. Senza rendersene conto stava andando verso il fienile abbandonato dove era nascosto il fucile.

Entrò nella stamberga. Prese il Mannlicher e qualche munizione: aveva voglia di sparare ma subito si rese conto che, senza l’amico, non si divertiva a fingersi un soldato di guardia in trincea. Ripose di nuovo il fucile, avvolto in una tela verde, e tornò a casa.

Le sorelle lo festeggiarono e pretesero di vedere la pagella.

“Sempre bravo il nostro fratellino” disse Sofi, orgogliosa.

“Un bel mulo!” commentò acida la madre.

Enrico mangiò in silenzio ma lo schiamazzo delle sorelle coprì il suo malumore.

L’indomani mattina salì al paese. Il cancello del cimitero era, al solito, aperto. Cercò inutilmente la tomba di Berto tra le semplici croci di legno dei bambini, ornate da stinte insegne di dolore, poi pensò che il cugino aveva ormai quindici anni, era il solo figlio rimasto in casa e, di certo, si meritava una tomba da adulto. Raggiunse l’altro capo del camposanto e, finalmente, vide un tumulo con una lapide nuova, fin troppo lussuosa in quel luogo di miseria. Berto era lì, tornato Roberto per essere ‘strappato all’affetto dei genitori da un crudele morbo’.

Enrico pensò di scrivere sulla fredda pietra bianca il suo cordoglio e si frugò in tasca cercando una matita, inutilmente. Dopo tutto Berto era stato strappato anche a lui, alle corse nei parati, al sole dell’estate. E questo, dov’era ora, di certo gli dispiaceva tanto quanto non vedere più la mamma.

Però, adesso, almeno era tranquillo: non avrebbe più litigato con il padre che lo voleva portare in alpeggio, non doveva pulire la stalla, caricare il fieno… forse guardava loro che si affaticavano e piangevano sulla terra con un sorriso di pietà… “ha smesso di soffrire”… non dicevano così le vicine, benedicendo con il ramo d’olivo intinto nell’acqua benedetta il babbo, immobile nel suo letto? Sentiva quasi una strana invidia per l’amico che se n’era andato lasciandoli tutti con un palmo di naso:

“Morire a questo modo è come fare uno sberleffo – pensò Enrico – una mattana, come scendere le scale senza mangiare e mandare tutti al diavolo, per correre fuori e non tornare più, finalmente libero.”

Proprio in quel momento la zia Giustina entrò dal cancello. Tutte le mattine andava a trovare il figlio, con qualche fiore fresco di regalo.

“Mi spiace che tua madre non ti abbia avvertito – disse la zia, salutando Enrico con una carezza sulla testa – però qualcosa immaginavo… mi parve strano non vederti in chiesa al funerale… eravate tanto amici.”

“Come fratelli” disse Enrico, abbassando la testa.

“Eh sì, tua madre è fatta a quel modo… beata lei che ha tanti figli – aggiunse la zia, cambiando l’acqua al vaso dei fiori – i miei sono tutti qui.”

Enrico lasciò il cimitero a passo lento. Non tornò verso casa, prese un sentiero che portava ai pascoli. Camminando cominciò a sentire un gran desiderio di rivedere Berto, di dargli una spinta per gioco, di sfidarlo a fare una corsa. L’assenza non sarebbe durata un mese, un anno… era per sempre. Chi andava in America mandava notizie e, a volte, tornava a salutare amici e parenti. Berto invece era partito e basta, non si sarebbero più incontrati.

Pensò di raggiungerlo: certo l’aldilà non doveva essere un bel posto ma tanto male non sarebbero stati, di nuovo insieme. Quante volte aveva sentito i paesani parlare della vita terribile della trincea, sotto il fuoco nemico, nel fango e nella neve: l’inferno in terra! dicevano, eppure ricordavano ancora con gioia i momenti trascorsi con i commilitoni più cari, a cantare e scherzare. Anche loro due potevano stare così, insieme per sempre, all’inferno, ricordando l’allegria delle trascorse estati.

All’improvviso Enrico si trovò davanti il fienile abbandonato. Guardò la porta e decise: sarebbe andato da Berto, in un solo colpo. Salì la scaletta a pioli per prendere il fucile ma frugò invano nel nascondiglio tra le travi: il Mannlicher era sparito.  Uscì all’aperto, più deluso che stupito.

Qualcuno, dalla collinetta sovrastante, lo chiamò: “Enrico!”

Si voltò e riconobbe subito l’uomo: era Tone, un cugino del padre, il proprietario del fienile e del pascolo  .

“Allora sei tu il cecchino, disgraziato! – esclamò Tone – Vai a casa, vai! e ringrazia Dio che non dico nulla a quella poveretta di tua madre! Ho sentito i colpi, ieri… le armi non sono giocattoli… si rischia la vita! Ma alla tua età cosa vuoi capire della morte!”

Enrico, senza rispondere, prese il sentiero che portava alla sua casa. Per due volte si affacciò a un dirupo che scendeva a strapiombo in valle, sospirando, ma poi riprese il suo viaggio solitario.

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L’immagine è tratta dal sito: http://digilander.libero.it/gipp1/falzarego/tunnel-goiginger.htm

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Rosanna Bogo

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La Liberazione

Dedicato a chi, a Massa Marittima e nelle Colline Metallifere, ha provato nelle proprie carni i morsi della bestia uomo.

Dino scese nella stalla che era ancora buio: doveva mungere le vacche, pulire lo strame, spargere la paglia nuova e far mangiare loro, i due buoi e i maiali; poi sarebbe andato col fratello a fare un giro per i campi, per capire cosa avrebbe portato quella giornata. Aveva detto a tutti quelli della famiglia di non uscire all’aperto, perché il pericolo era ancora tantissimo: la mamma di certo non avrebbe lasciato il focolare incustodito ma al garzone  avevano ordinato di restare a casa facendo la voce grossa. A Stefano, il figlio più piccolo, che era un sedicenne scavezzacollo e poteva mettersi davvero in guai seri, aveva chiesto di tenere compagnia alla nonna: una donna, in quei momenti, non andava lasciata sola.

E’ vero che dal pomeriggio precedente non avevano più sentito passare i camion e le moto dei Tedeschi. Si stavano ritirando, ovvero scappavano verso il nord, ma di cose brutte ne erano successe veramente tante, anche di recente.

C’era stata la fucilazione di tutta quella gente, minatori, nel vicino villaggio, un mese prima e qualche settimana dopo avevano sparato alla Norma, dicevano mentre allattava: erano stati tedeschi e repubblichini insieme. Il pensiero di un neonato che urlava di terrore, la faccina bagnata del latte e del sangue della mamma gli velò gli occhi, quegli occhi chiari, chiari che erano piaciuti così tanto a sua moglie, che se n’era andata nel ’30 per una polmonite, quando il loro bimbo più piccolo, Stefano, aveva solo tre anni. Anche Stefano aveva gli occhi chiari come i suoi; Renato, invece, il più grande, gli occhi e i capelli li aveva presi dalla mamma: scuri e lucidi. “Chissà dov’è adesso, Renato”, fece al fratello, che gli camminava accanto. “Dopo la cartolina dal reparto di stanza in Sicilia non s’è saputo più niente…” E non aggiunse altro, era un uomo di poche parole,  Dino: in campagna aveva imparato che si deve lavorare per tirare avanti e che tutto il resto è superfluo. “Che vuoi che gli succeda, a noi la guerra non ci fa nulla”, lo rincuorò Carlo, che era stato anche lui in trincea, durante la Grande Guerra, “Vedrai che gli Americani lo hanno preso prigioniero e adesso magari sta meglio di noi, mangia, beve e fuma come un signore.” Erano ormai vicini alla strada.

Proprio lì, prima della curva che girava intorno alla collina su cui stava il paese, dopo la morte di Norma avevano rastrellato dei disgraziati al lavoro nei campi e nelle case vicine, c’erano anche i mariti di quelle due Molendi del podere di Massa Vecchia; uno l’avevano rilasciato, li aveva convinti che lui non era un partigiano, che aveva un figlio ufficiale a Salò, che combatteva con loro, ma in realtà non era vero; l’altro, insieme a tre o quattro altri poveracci, era stato fucilato il giorno dopo, e davvero quella gente non aveva fatto niente di male a nessuno, neanche ai tedeschi.

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Dr J. Iccapot

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I grandi perché della Storia

Ada aveva appena finito di apparecchiare la tavola quando sentì i passi del Nardi avvicinarsi su per le scale. Per cena aveva preparato brodo e frittata di cipolle. La carne, da qualche anno, era riservata ai giorni di festa.

Il Nardi entrò, dette un’occhiata distratta alla moglie e alla cena che lo attendeva, poi andò a togliersi le scarpe sporche della terra dei campi.

“Si è alzato il vento, ma non ha ancora asciugato il terreno. Giù alla vigna è sempre un mare di fango”- commentò.

Ada guardò fuori dalla finestra, dove le nuvole erano scomparse per merito del vento che violentava gli alberi. Il Nardi accese la radio e si mise a tavola. Il volume era basso e il segnale disturbato, ma si percepiva della musica. Iniziò a mangiare la sua minestra, rumorosamente. Ada lo redarguì: “Nardi, via, non fare tutto questo rumore per un po’ di minestra”. Lo chiamava per cognome fin da quando si erano fidanzati. Un po’ per rispetto, un po’, così le sembrava, per confidenza.

L’uomo non rispose, ma il rimprovero dovette sembrargli giusto, poiché continuò a mangiare in silenzio. Quando iniziò il Giornale Radio Ada girò la manopola del volume per sentire meglio le parole.

“Orientala un po’ di più verso la finestra” le suggerì il marito “altrimenti non si sente niente”

La donna armeggiò per alcuni secondi con l’ingombrante apparecchio che occupava un angolo della cucina e subito la voce divenne più chiara. Ada e il Nardi avevano preso in prestito la grossa radio prelevandola dalla casa del signor Canaloni, un ricco proprietario terriero che la usava solo d’estate, quando veniva in villeggiatura nel podere che si trovava proprio accanto alla piccola vigna del Nardi. Diversi mesi prima, quando nel podere si erano verificate infiltrazioni d’acqua, il Canaloni aveva mandato a dire al Nardi, che accudiva per lui il podere durante l’inverno, di mettere al sicuro la radio perché non si sciupasse con l’umidità. Il Nardi aveva pensato che la cucina di casa sua fosse il posto più sicuro per mantenerla in buono stato. Era il 1936. La voce della radio teneva informati i pochi italiani che potevano permettersela sulle conquiste nelle colonie africane. Ada non aveva esitato ad utilizzare l’apparecchio, poiché anche Carlo, il loro unico figlio, era partito per l’Africa un anno prima. Così ogni sera ascoltavano il notiziario e in silenzio pensavano al figlio lontano.

Ada iniziò a lavare i piatti proprio mentre la radio gracchiava: “Sotto il comando dei nostri generali, l’impero coloniale italiano continua ad espandersi: sul fronte orientale le truppe avanzano, e avanzano anche verso sud…”

Ada smise per un attimo di ascoltare, immersa nei suoi pensieri. Un dubbio la tormentava, quasi ogni sera. Una domanda che tornava a galla nella sua testa ogni volta che sentiva quelle parole. Chissà perché, ma proprio quella sera trovò il coraggio di chiedere al Nardi, che lei riteneva uomo assai intelligente.

Esitò un attimo, poi i suoi pensieri divennero parole: “Nardi….eh, Nardi…pensavo….ma se dice che le truppe avanzano…..” un attimo di silenzio “insomma…se le truppe avanzano….se avanzano, perché questi ragazzi non li rimandano a casa?”

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Beatrix

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I libri e la guerra

Niente riferimenti ‘alti’, oggi.
Anche su Scrivolo ci abbandoniamo a riflessioni legate alla storia di tanti anni fa, quasi cento, quando per alleviare la paura e la lontananza da casa, si mandavano ‘ai nostri ragazzi’ libri da leggere e non dosi di droga. Si usava negli Stati Uniti, ma anche in Inghilterra, nonostante la penuria di carta.

Qui sopra, una foto dei libri raccolti per i soldati sugli scalini della biblioteca pubblica di New York. (Image credits: Bookride). Sotto, il manifesto di Charles Buckles Falls che giganteggia nella foto.



Che il sapere possa vincere, e portare ad una vita industriosa e pacifica, resta una mera utopia. (Manifesto di Daniel Stevens)

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fuchs

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (485)

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Dr J. Iccapot