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Anche quest’anno è Natale, Sapìa – 2

Seconda Parte.

Qui la Prima Parte.

Da molti anni il commissario Sapìa trascorreva la sera del 24 dicembre in Questura.

Non era vittima di un’imposizione vessatoria dei superiori e, tantomeno, si sacrificava per compiacere i colleghi, semplicemente trovava piacevole svolgere quel servizio, considerato dall’universo mondo tanto disagiato da meritare un sostanzioso compenso extra.

Quando Sapìa, volenteroso Vicecommissario in carica solo da cinque mesi, per la prima volta si era ritrovato di turno nella notte di Natale, aveva accettato di buon grado la corvè: era un neoassunto e doveva concedere ai colleghi più anziani la possibilità di trascorrere le feste in famiglia, una volta tanto. Poi, però, con grande sorpresa, aveva scoperto che passare in Ufficio la Vigilia non solo non era affatto sgradevole ma, da un punto di vista sociale, veniva considerato un comportamento legittimo, se non addirittura lodevole. Mentre le ‘persone normali’ precipitavano nel caos delle riunioni di famiglia abbuffandosi fino alla nausea di tartine in attesa del cenone, un servitore dello Stato in servizio poteva sottrarsi all’obbligo di recitare la pantomima buonista davanti all’albero di Natale senza scandalizzare il parentado o meritarsi l’appellativo di misantropo.

Così, in seguito, Sapìa aveva chiesto di svolgere volontariamente il turno natalizio: se tutto rimaneva tranquillo in città, trascorreva una Vigilia silenziosa, sobria, rilassante…e senza postumi digestivi: quella sì era davvero una Notte Santa!

La moglie, dopo la terza assenza consecutiva, aveva capito che il marito non era perseguitato da superiori malvagi e si era rassegnata all’idea di non averlo a cena per l’occasione. Il Bambinello sarebbe nato anche senza di lui.

Già nei primi mesi di fidanzamento aveva notato che il suo Italo non si comportava come gli altri innamorati: era introverso, riservato e pieno idiosincrasie però, con tutte le sue stranezze, non superava mai il limite della convenienza e, nelle situazioni importanti, si dimostrava affidabile e capace.

Soppesati i pro e i contro, Edda aveva deciso di sposare ugualmente l’insolito spasimante illudendosi che il matrimonio fosse la lima giusta per smussare gli angoli di un carattere spigoloso. Naturalmente Sapìa non mutò affatto e, dopo la nascita di Annalisa, la moglie decise di tenerselo così com’era, facendo buona faccia a cattivo gioco.

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Rosanna Bogo

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Anche quest’anno è Natale, Sapìa

Prima Parte.

“Giacca, sciarpa, cappotto, cappello, guanti” mormorò tra sé il commissario Sapìa, avvicinandosi all’attaccapanni nel corridoio. Recitava quella giaculatoria per essere certo di indossare tutto il necessario, prima di chiudersi la porta di casa alle spalle.

Detestava perdere tempo in futilità come l’abbigliamento: la mattina, di solito, si preparava in fretta e, al momento di uscire, spesso dimenticava la giacca, la sciarpa oppure i guanti. La moglie sosteneva che, un giorno o l’altro, si sarebbe ritrovato in strada senza pantaloni.

Sapìa, citando la Bibbia, ribatteva che Dio aveva inventato i vestiti per punire il peccato originale: lui non pretendeva certo di passeggiare in costume adamitico ma, osservava, per tutelare il comune senso del pudore ed evitare il raffreddore potevano bastare un plaid oppure un perizoma… insomma, tra coprire le nudità e indossare un abito esisteva una bella differenza.

Vestirsi era, in sostanza, un’operazione di camuffamento sociale e richiedeva un grande impegno: faticose indagini nei cassetti e negli armadi, prove e riprove, valutazione degli accostamenti cromatici, reperimento di accessori coordinati. Così i panni volavano all’aria per ore finché l’immagine riflessa nello specchio non corrispondeva all’idea di sé che si voleva spacciare alla fiera della vanità, spesso abissalmente diversa dal dato reale.

Ovviamente anche Sapìa, in certe occasioni, si metteva in ghingheri: esequie, battesimi, matrimoni, incontri con il procuratore della Repubblica, testimonianze processuali o pellegrinaggi al superiore Ministero richiedevano un abbigliamento adeguato e solo un esibizionista si sarebbe presentato in certi posti vestito alla carlona. “Quando si sa che ‘è gradita la cravatta’ bisogna tirare fuori dall’armadio l’abito della domenica, senza fare storie”,  si diceva il commissario.

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Rosanna Bogo

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Agosto – Valzer


Acrilico, 50 x 60 cm (2011)

 

In questo quadro domina meno il colore e più la forma, il triangolo.

Nei suoi scritti teorici W. Kandinsky associa al triangolo il colore giallo. Non c’è tanto da stupirsi poichè recepisce gli angoli appuntiti in modo agressivo e attivo, caratteristiche anche attribuite al giallo.

Il nostro triangolo dev’essere più aperto, offrire molteplici possibilità di interpretazione e deve conferire al giallo una certa allegria. Non dovrebbe essere una figura rigida, statica, bensì un campo mobile.

La rastremazione verso l’alto fa pensare ad una certa crescita organica, al volare, al superamento della forza di gravità che a sua volta si attiva verso il basso, conferendo alla base del triangolo peso e stabilità. É la forza che impedisce agli alberi di crescere fino in cielo. Secondo i pitagorici queste due forze opposte creano le forze del mondo, tra queste agisce la forza che unisce il tutto, la forza che genera la vita.

La più semplice tra le figure geometriche – formato da tre punti uniti tra di loro – ha sempre affascinato l’essere umano. In tutte le culture di tutti i tempi riemerge questo simbolo semplice del “numero magico”, tre.

Non c’è due senza tre.

Nella musica riconosciamo il ritmo ternario soprattutto nel valzer. Una danza sospesa e volteggiante, un lento scivolare che ci libera dalla gravità, che ci fa desiderare il volo, conferendo al colore giallo un carattere allegro.

Il valzer è l’opposto della marcia che ci lega con entrambe le gambe al suolo. Ci racconta della guerra, della morte dell’eroe, del dovere e dell’ordine, della bandiera e della patria. Allora è meglio restare con il valzer e lasciarsi trascinare dai suoi suoni e dal suo ritmo verso mondi migliori.

(Traduzione di R. Battilani)

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Johann Widmer

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Il commissario Sapìa torna all’Università – X

X. Il trionfo della verità

Qui la nona parte.

Il Commissario non aveva parlato in ufficio della nuova pista che stava seguendo. Dubitava di vincere al primo colpo il braccio di ferro con Tassi e poi era geloso delle sue scoperte. Varcando il portone della Questura però si rese conto di aver agito in modo sleale. Forse più egoistico che sleale: ‘solipsistico’ era il termine che usava, in questo genere di situazioni, il povero professor Gilioni.

Come avrebbero reagito i suoi ‘collaboratori’? potevano anche offendersi, legarsela al dito, e magari rifiutarsi di lavorare con lui, in futuro.

“Vorrà dire che farò da solo: come dice Edda ‘la torta è di chi l’ha cucinata’! le linci della Scientifica si sono fatte sfuggire l’indizio e le tracce nella foto potevano notarle anche gli altri… abbiamo giocato ad armi pari!”

All’improvviso si sentì un bambino cattivo che non vuole dividere i giocattoli con i compagni, un cane con l’osso in bocca che ringhia al branco, una belva che azzanna il suo pezzo di carne sanguinolenta in solitudine… tornava con il nome dell’assassino scritto sull’agendina come un trofeo da safari: doveva riconoscere anche il merito dei battitori!

Quando comunicò la novità a Magliana, Morganti e Strambi i tre rimasero sbalorditi.

Strambi, a bocca aperta, si guardava intorno con l’espressione felice e frastornata del sequestrato che torna libero: era la prima indagine che seguiva dall’inizio alla fine e, anche se non capiva bene come si fosse sciolto il groviglio, si sentiva contento.

Magliana invece, abituato a rimanere al palo, gioiva all’idea di avere chiuso il suo primo caso di omicidio in pochi giorni…la Sfingedi certo si attribuiva tutto il merito ma, nel lavoro di squadra, c’è sempre il cavallo che tira di più: l’importante era entrare nell’ufficio di Torrisi e poter dire ‘abbiamo un presunto colpevole per il giudice!’

Solo a Morganti l’esclusione dalla fase finale dell’indagine bruciava davvero: dopo tutto era l’unico ispettore sempre disposto a collaborare con Sapìa. Correva tutto il giorno qua e là per riempire i suoi post-it, sopportava stoicamente freddure, proverbi, occhiate di compatimento e poi, quando si tiravano le reti in barca, il Capo lo lasciava a terra…no, non era giusto.

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Rosanna Bogo

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Il commissario Sapìa torna all’Università – IX

IX. Sulle tracce della lepre

Qui l’ottava parte.

Magliana entrò nell’ufficio che divideva con Sapìa spalancando la porta. Era accigliato e scuro in volto:

“Novità importanti” disse con tono grave.

“Riferisca sintetizzando” replicò bruscamente il Commissario. Quando Magliana portava cattive notizie tendeva a diventare prolisso.

“La pista si è esaurita: le ragazze di via del Lavatoio sono a posto, ottimi voti e tutti rigorosamente autentici.”

“E il testimone in carrozzella?”

“Niente.”

“Allora abbiamo fatto un bel buco nell’acqua… ci toccherà mettere sotto torchio gli impiegati del Centro Elettronico.”

“A proposito di torchiare… qui fuori c’è un signore che scalpita: non vede l’ora di essere interrogato.”

“Lo lasci aspettare – disse con noncuranza Sapìa – penserò io a chiamarlo quando sarà il suo turno.”

“Ma non c’è nessun altro in attesa” osservò stupito Magliana.

“Davvero? stavo aspettando gli amici del suo testimone a rotelle – replicò il Commissario sfogliando l’agendina – si chiamano… Loli e Stoppa ma li lascio a lei… uno alla volta s’intende. Ho proprio bisogno di un espresso del bar! Vuole che le porti una pasta?”

Magliana trasecolò: non aveva mai ricevuto una gentilezza da Sapìa. Che evento!

“Bombolone alla crema?” chiese il Commissario.

Magliana accennò un timido sì con la testa: era notoriamente la pasta che preferiva e Sapìa se lo ricordava! Provò un improvviso trasporto affettivo per il suo insopportabile collega.

“Bene, porterò qualcosa anche per il suo protetto, il piccolo Oscar – aggiunse Sapìa uscendo – lei però si ricordi di chiedere ai testimoni se Tassi è andato al bagno, quella mattina.”

“Al bagno?” ripeté Magliana.

“Sì, al bagno, toilette, ritirata, WC, cesso, come preferisce, basta che non mi faccia l’eco!” disse Sapìa chiudendosi la porta dell’ufficio alle spalle. La vista di Cantoni che dondolava nervosamente una gamba gli aveva restituito l’usuale ruvidità.

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Rosanna Bogo

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Il commissario Sapìa torna all’Università – VIII

VIII. Il corpo docente

Qui la settima parte.

La conversazione con Annalisa aveva suggerito al Commissario di confrontare il Piano di Studi trovato da Morganti con i registri d’esame.

In un computer forse si poteva inserire qualunque cosa, come sosteneva Magliana, ma un documento cartaceo ufficiale non si manometteva facilmente. E poi un libretto tenuto nascosto alla sorella e rubato da un assassino doveva avere per forza qualcosa di speciale.

Anche se era curioso di constatare de visu la fondatezza di quei sospetti, Sapìa decise di affidare la verifica al collega:la Segreteria di Lettere ela Segreteria di Giurisprudenza si affacciavano sullo stesso chiostro e non intendeva varcare un altro portone della memoria. Non nello spazio di due giorni.

“Alle undici devo incontrare il professor Diadori – si giustificò con se stesso – non posso lasciare l’ufficio.”

In attesa del suo ospite decise di riordinare la scrivania. Il duplice rovesciamento dei documenti di Magliana aveva causato un po’ di caos ed occorreva ricostituire alcuni monticelli scompaginati. Raccolse un post-it caduto a terra: conteneva i dati forniti da Magliana su Massimo Covi, l’ospite presente nella casa di via del Lavatoio la sera del delitto. “Studente di Informatica – mormorò tra sé il Commissario – infastidito dalla perquisizione, non collaborativo, scarsamente turbato dalla disgrazia.”

Il giovanotto sapeva trattare con i computer ma con gli ispettori non se la cavava molto bene: forse era il caso di verificare eventuali rapporti del Covi con il Centro Elettronico dell’Università. Magliana raccontava storie mirabolanti sulle imprese truffaldine dei così detti hackers: non per nulla venivano chiamati pirati informatici.

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Rosanna Bogo

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Il commissario Sapìa torna all’Università – VII

VII. I parenti

Qui la sesta parte.

“Accomodatevi” disse il Commissario, indicando ai genitori della vittima le due sedie davanti alla scrivania. Magliana intanto aveva ceduto la sua poltroncina alla sorella di Stefania, una ragazza mora e robusta, per niente somigliante alla defunta.

“Sono addolorato per la vostra perdita: una figlia nel fiore degli anni… è una disgrazia irreparabile – esordì Sapìa, rispolverando qualche frase del repertorio che utilizzava in occasione di decessi nel parentado – le parole buone servono a poco, lo so… anch’io ho una ragazza di vent’anni e neppure riesco a immaginare come mi sentirei! noi però possiamo ancora fare qualcosa per la povera Stefania: scoprire il suo assassino. Chi ha commesso questo gesto infame deve pagare e io mi impegno ad acciuff… aiutare in tutti i modi il dottor Magliana qui presente nelle indagini… siete in buone mani!”

“Grazie, Commissario – rispose  il padre – a noi poco importa sapere il nome di quel delinquente, non riavremo mai la nostra bambina! però per Stefania forse sarà una consolazione, là dove si trova.”

“La Giustizianon è solo una virtù cardinale – esclamò Magliana, memore delle lezioni di Catechismo subite in occasione della recente e tardiva Cresima – è un diritto che noi abbiamo il dovere di garantire anche a chi non c’è più e conta sulla nostra…”

“Volete che riferisca in breve l’accaduto?” chiese Sapìa, cercando di riportare la conversazione sulla Terra.

“No, grazie, preferiamo di no – rispose la sorella – il dottor Magliana ci ha già detto l’essenziale e non vorremmo sapere di più, mi creda.”

“Bene, allora vorrei io qualche informazione da voi” aggiunse Sapìa, rallegrandosi per una volta dell’incontenibile propensione del giovane collega a familiarizzare con le persone coinvolte nelle indagini.

Magliana, per l’occasione, aveva assunto un’espressione ben più intensa della faccia ‘da funerale’ d’ordinanza: sembrava un parente addolorato, non un investigatore. Appoggiato sul davanzale della finestra con una gamba ciondoloni e l’aria di chi vuole solo ascoltare, non dava segni di voler prendere in mano l’interrogatorio. “Ho carta bianca – pensò il Commissario – meglio così, il ciuccio potrebbe anche unirsi al compianto!”

“Ha già qualche sospetto” chiese la madre della vittima, asciugandosi gli occhi.

“Per ora nessuno, purtroppo – rispose Sapìa – deve considerare che le indagini sono ancora in una fase iniziale e, senza testimoni oculari, imboccare la strada giusta non è facile: occorre trovare il movente, qualcosa nella vita della povera Stefania che spieghi questo tragico epilogo.”

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Rosanna Bogo

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Il commissario Sapìa torna all’Università – VI

VI. Dopocena

Qui la quinta parte.

Mentre il Commissario sorseggiava il suo caffè serale, comodamente seduto in poltrona, il cordless posato sul bracciolo cominciò a squillare. Era l’attesa telefonata di Morganti.

“Ho identificato la vittima – disse l’Ispettore, come sempre efficiente ed efficace – l’impiegata della Segreteria ha riconosciuto la ragazza dalla foto di Magliana: ricordava più o meno il cognome e così risalire alla scheda nell’archivio informatico è stato facile.”

“Sa dove abitava?” chiese il Commissario.

“Sì, la scheda riporta il domicilio in città e anche la residenza della famiglia. Il dottor Magliana ha già chiamato la caserma dei Carabinieri, al paese: avvertiranno loro i genitori. Sarebbe interessante fare un sopralluogo a casa della vittima, probabilmente divideva l’appartamento con altre ragazze e le coinquiline di questa… Stefania Losanto, nata il 10 ottobre1988 aBrindisi, abitante al numero 12 di Via del Lavatoio potrebbero dirci qualcosa d’importante.

“Domani. Prima dobbiamo sentire Magliana e ottenere il via libera del magistrato.”

“Via del Lavatoio è nel mio quartiere… potrei passare di lì mentre torno a casa: giusto per dare un’occhiata visto che è di strada” suggerì Morganti, nemico delle complicazioni burocratiche non meno di Sapìa.

“Sono quasi le nove – osservò il Commissario – forse un po’ tardi per comunicare una notizia del genere a delle ragazze.”

L’Ispettore si stupì di quell’insolita premura.La Sfingemanteneva sempre un rapporto distaccato con le persone coinvolte in un’indagine: per principio sospettava di tutti, fino a prova contraria.

“Sì, lo so che non è una bella novità – rispose perplesso – ma ormai avranno notato l’assenza della loro amica e probabilmente stanno in pensiero. Comunque le nove di sera, per i giovani di oggi, sono come le sei del pomeriggio per noi: quelli vanno a ballare a mezzanotte e, di sicuro, non dormono con le galline.”

“Non vanno a letto con le galline – replicò il Commissario, scandendo bene le parole – non si metta anche lei a massacrare i modi di dire come mia moglie. E sì che ha fatto il liceo!”.

Morganti per un attimo tacque, interdetto. Cosa cavolo aveva a che fare un banale proverbio con i suoi studi? Ma ormai frequentava Sapìa da anni e aveva imparato chela Sfingespesso utilizzava quel genere di osservazioni fuori luogo con un secondo fine:  cercava di spiazzare l’interlocutore per guadagnare tempo. Probabilmente voleva riflettere sul da farsi, magari era pentito dell’eccessiva premura dimostrata nei confronti delle amiche della vittima e cercava un modo elegante per correggendo il tiro.

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Rosanna Bogo

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Il commissario Sapìa torna all’Università – V

V. A casa per cena

Qui la quarta parte.

Grazie ai rapporti amichevoli di Magliana con alcuni ispettori della Scientifica, nel tardo pomeriggio la valigetta viola approdò sulla scrivania del Commissario, ovviamente sub condicione di essere restituita al più presto e toccata con i guanti.

Sapìa promise di osservare tutte le precauzioni del caso ma, prima di aprire il porta-computer, attese che il collega uscisse dall’ufficio: Magliana doveva recarsi d’urgenza al Palazzo di Giustizia.

“Figuriamoci! Magari mi metto anche la mascherina!” borbottò il Commissario, estraendo a mani nude il contenuto dalla borsa: un portatile, appunti, penne e matite.

Mentre toccava gli oggetti che la povera ragazza aveva riposto nella valigetta solo qualche ora prima, ignorando di compiere quei gesti abituali per l’ultima volta, Sapìa si accorse che il suo cuore batteva più veloce del normale. L’escursione pomeridiana aveva messo alla prova la vecchia pompa, doveva decidersi a farla revisionare.

Controllò con attenzione i fogli manoscritti e nulla gli parve degno di essere fotocopiato: anche il computer, senza password, era un’inutile cassaforte chiusa. Deluso mandò un agente a riconsegnare il feticcio di Magliana al Laboratorio.

Guardò l’orologio: doveva trattenersi in ufficio ancora mezz’ora.

Per ingannare il tempo decise di dare un’occhiata alle foto che il solerte collega aveva scattato nei bagni della facoltà con il suo inseparabile telefonino.

Di solito passava sempre qualche ora scrutando con la lente o lo zoom la scena del delitto e, si disse, tanto valeva iniziare subito dal materiale che Magliana aveva già scaricato nel computer. In seguito sarebbero arrivate anche le foto della Scientifica.

Sapìa si sentiva stranamente in ansia, come se quel tragico evento lo riguardasse da vicino: all’improvviso, fissando un’immagine del cadavere presa a distanza, si rese conto che la vittima aveva la stessa corporatura, lo steso colore e lunghezza di capelli di Annalisa. Anche giubbotto e jeans erano simili a quelli della figlia, una divisa che raramente si toglieva.

“Di spalle si potrebbero addirittura scambiare l’una con l’altra – pensò – magari la morte ha scelto per sbaglio la sconosciuta.”

La fantasiosa ipotesi gli tolse il fiato. Cercò inutilmente qualcosa che giustificasse la preferenza accordata dalla ‘comare secca’ alla povera studentessa di Lettere ma, anche ingranditi, gli scatti di Magliana non mostravano particolari dell’abbigliamento o del corpo degni di nota.

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Rosanna Bogo

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Il commissario Sapìa torna all’Università – IV

IV. Unus testis nullus testis

Qui la terza parte.

Il testimone rintracciato da Magliana, benché seduto su una sedia a rotelle, non era affatto paralizzato: aveva solo una gamba rotta. In quelle condizioni, pensò Commissario, il giovanotto non poteva comunque commettere un delitto che richiedeva, oltre all’applicazione di una notevole forza, agilità.

Decise quindi di condurre l’interrogatorio nell’antibagno: la presenza della vittima era inopportuna. Sapìa non esitava a sfruttare il così detto “effetto cadavere” per mettere alla prova l’autocontrollo dei sospettati ma, nel caso di un semplice teste, preferiva non suscitare emozioni che potevano interferire con la memoria.

“Cos’è successo? Parlo della sua gamba… sembra un uomo bionico” chiese Sapia, osservando da vicino lo strumento ortopedico applicato al perone del ragazzo.

“Una frattura scomposta. Sono caduto dal motorino cinque giorni fa – rispose il testimone – ma penso che le interessi di più sapere come ho trovato il cadavere.”

“Parli pure e senza fretta: per ricordare deve concentrarsi” disse il Commissario.

“Erano più o meno le due… dovevo andare alla toilette e questa è l’unica per disabili su tutto il piano. Sono entrato e, appena girato l’angolo, ho visto la ragazza a terra. Non potevo alzarmi per soccorrerla e così sono uscito a chiamare aiuto in corridoio. Dopo mezzogiorno la facoltà è quasi deserta, vanno tutti a mensa o al bar e le lezioni riprendono alle tre. Per fortuna alcuni colleghi mi hanno sentito gridare e sono accorsi. Scuotevano quella poveretta per vedere se reagiva, ma lei rimaneva immobile. Poi il bidello le ha tastato il polso: non batteva più, era certamente morta. Così abbiamo telefonato al 113. L’ambulanza ormai non serviva”.

“A che ore è entrato nella toilette?”

“L’ho già detto: dopo le due…quando, con esattezza, non lo so. Con tutta quella confusione non mi sono preoccupato di guardare l’orologio in previsione del suo interrogatorio.”

“Allora, diciamo più o meno alle due, lei si trovava nei dintorni…ha notato qualcosa di strano? Passi nel corridoio, il rumore di un oggetto pesante caduto a terra, un urlo, una persona che si allontanava di fretta” domandò Sapìa, prendendo appunti sulla sua agendina. Il giovanotto sembrava lucido ma un  po’ nervoso, forse era ancora shoccato.

“No, però ho visto la ragazza che entrava nelle toilette, una mezz’ora prima. Aspettavo il professor Cantoni, fuori dalla stanza 45: riceve alle tredici ma arriva sempre in ritardo. Sa, dovrei dare l’esame di Civile nella prossima sessione.”

“La vittima non era un tipo appariscente, perché se la ricorda?”.

“Queste sono aule della Specialistica, ci conosciamo tutti e gli studenti del triennio non passano mai da questo corridoio – rispose il testimone –  insomma, mi è sembrata una presenza insolita, una faccia nota ma fuori posto, non so se capisce…qualcuno che avevo incontrato nell’ambiente studentesco ma non frequentavala Facoltà. Probabilmenteci siamo visti ad una festa o in fila a mensa. Magari in biblioteca.”

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Rosanna Bogo

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Idelfonso Nieri, Cento racconti

Dice lo stesso Nieri, nella prefazione:

“Certi di questi Racconti son novelle di meraviglie; altri sono storielline tradizionali, che spiegano o pretendono spiegare qualche proverbio o qualche frase comune: i più sono veritelle, cioè fatti veri accaduti al mio paese o in quel vicinato. Per amor di varietà poi v’ho messo alcuni Caratteri e parlate prese dal vero che mi parevano degne di nota; il qual genere spesso è più ameno, spiritoso e istruttivo che molte facezie tradizionali.”

Digitalizzato da Scrivolo, il libro lo potete scaricare da qui: Idelfonso Nieri, Cento racconti popolari lucchesi (81)

 

 

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Dr J. Iccapot