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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Articoli con tag Famiglia

Coma vigile

La piccola stanza era immersa nella penombra. Alcuni monitor, poggiati su carrelli, emettevano una fioca luce ed un rumore intermittente ma regolare: per il momento, tutto procedeva normalmente. Del resto all’ospite sdraiato nel letto poco importava che il neon centrale fosse o meno acceso: gli strumenti che controllavano i suoi parametri vitali, battito cardiaco, frequenza respiratoria, pressione, segnalavano una debole attività elettrica del cervello.

Il paziente era un uomo di mezza età, immobile, con gli occhi chiusi: le sue braccia, stese lungo il corpo, magre e di un pallore spettrale, si confondevano con il bianco del lenzuolo. Dormiva o, quanto meno, sembrava che dormisse, ininterrottamente, da quasi tre mesi.

Certo non si poteva dire che il suo volto avesse quella che le anziane signore, porgendo l’ultimo saluto a qualche parente o conoscente nella camera mortuaria, di solito definiscono “un’espressione serena”, però non mostrava segni di sofferenza, forse perché, attraverso la flebo appesa accanto alla testata del letto, nelle sue vene entrava un potente analgesico.

Per tutta la vita il giacente era stato un inguaribile insonne ed ora, in certo senso, si prendeva una rivincita sul misterioso tarlo notturno che aveva ticchettato nel suo cervello fin dalla giovinezza, costringendolo a trascorrere interminabili ore con gli occhi spalancati nel buio.

In effetti, da quando aveva raggiunto la mezza età, non considerava più l’impossibilità di dormire regolarmente solo un problema: la mattina spesso si alzava stanco ma, di notte, approfittando dell’oscurità e del silenzio, aveva imparato a lasciar correre liberamente i pensieri che, di giorno, gli impegni e il rumore del mondo rendevano impercettibili.

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Rosanna Bogo

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Natale con i tuoi…

TavolaNatale

Dalle prime ore del mattino il telefono in casa Carloni squillava senza tregua. Peppino e Maria, ogni volta, correvano a rispondere, curiosi di ascoltare la voce che, all’altro capo dell’apparecchio, avrebbe replicato al loro “pronto!”. Quel petulante squittio non li infastidiva: era Natale e lontani parenti o amici che raramente sentivano durante l’anno approfittavano del rito degli auguri per farsi di nuovo vivi con loro.

Marito e moglie si passavano di continuo la cornetta per salutare cugini e biscugini, ex colleghi di lavoro di Peppino, vecchie conoscenze fatte in altri tempi al mare, la vicina di casa che ora abitava con la figlia all’altro capo della città, un’anziana domestica che aveva assistito i genitori di Maria, qualche amico di gioventù.

Da anni il primo a far suonare il telefono era, per via del fuso orario, il compagno di banco di Peppino che viveva a Boston: chiamava alle sette in punto, prima di mettersi a tavola per la cena della Vigilia, e presentava sempre nuovi nipotini che, di certo, trovavano divertente augurare in anticipo “Happy Christmas” a dei perfetti sconosciuti al di là dell’oceano.

Le telefonate della mattina di Natale erano diventate un appuntamento tradizionale per i Carloni: se non altro, sosteneva Peppino, provavano che tante care persone erano ancora in questo mondo, condizione che, dopo una certa età, non si poteva più dare per scontata.

Del resto le conversazioni erano calorose ma brevi e non interferivano con la preparazione del pranzo. I parenti più stretti, un fratello di Peppino, una cognata di Maria e vari nipoti, sparsi in giro per la Penisola, chiamavano sempre nel tardo pomeriggio proprio per avere modo di parlare in santa pace e senza guardare l’orologio.

Maria aveva alle spalle una lunga carriera di casalinga e, come un vecchio lupo di mare al timone della sua nave, affrontava con tranquillità la tempesta delle feste. La cucina, intorno alle dieci, già funzionava a pieno regime: il pollo alla cacciatora e l’agnello rosolavano allegramente sul fuoco mentre nel forno le lasagne si indoravano in compagnia dell’arrosto con le patate. Il burro del pandoro intanto si scioglieva al tepore del termosifone. Da tempo immemorabile Maria seguiva una collaudata tabella di marcia: si alzava all’alba e subito si metteva all’opera in modo che tutto fosse pronto per le undici, poi una scaldatina al momento giusto e via! si andava in tavola senza affanni per la padrona di casa.

Anche Peppino era in piedi dalle sei. Per un’oretta aveva armeggiato con inneschi, carta e legnetti. intorno al camino del salotto. Maria lo teneva sempre spento per evitare di combattere con la cenere ma, a Natale, sosteneva il marito, un bel fuoco allegro non poteva mancare perché simboleggiava il calore della famiglia. Subito dopo aveva preparato il vassoio dei dolci natalizi tagliando a pezzetti torrone, cavallucci, panforte e pandoro, infine si era dedicato al suo incarico principale: l’allestimento della tavola.

Stesa la tovaglia rossa bordata d’agrifoglio, aveva sistemato con cura le stoviglie, sottopiatto, piatto, fondina e piattino, le posate, i tre tipi di bicchieri, acqua, vino e flute, i segnaposti, i tovaglioli arrotolati a cono, ed infine il centrotavola, un’alzatina decorata con una piramide di pigne dorate, candele e rami di agrifoglio. All’interno celava una spugna verde bagnata dove, all’ultimo momento, Peppino avrebbe infilato i gambi accorciati di una decina di rose rosse.

Naturalmente l’uomo di casa si occupava anche del vino: il contenuto di due bordolesi di rosso riposavano già nel decanter e in frigorifero, accanto allo spumante, si raffreddava una bottiglia di un particolare bianco frizzantino che piaceva tanto alla nuora e alla moglie.

Ultimati i preparativi nei tempi previsti, intorno alle undici Peppino e Maria si concessero una meritata pausa di riposo.

Il marito si accomodò sul divano per riprendere fiato, la moglie si mise a trafficare con le foto di famiglia raccolte sulla mensola del caminetto: spostava avanti e indietro le cornici d’argento, come se esistesse un ordine preciso da rispettare. In realtà cercava di collocare in posizione meno evidente le immagini della figlia Cristina, per non turbare il clima natalizio. Vedendo le foto della sorella, morta da qualche anno, di certo Andrea e Carla si sarebbero rattristati. Per lei invece era una gioia posare ogni giorno lo sguardo su quel caro volto sorridente, per un attimo dimenticava che non esisteva più.

All’inizio di dicembre Maria metteva in cornice una foto che ritraeva Cristina mentre alzava il bicchiere per brindare al termine del suo ultimo pranzo di Natale: le sembrava così che la figlia, in qualche modo, partecipasse ancora alla festa.

Peppino fingeva di non notare i maneggi della moglie. Al dolore per quella inaccettabile perdita aveva reagito con il silenzio: la sua vita doveva continuare come se nulla fosse accaduto o, altrimenti, cessare del tutto.

Dopo una tregua di mezz’ora il telefono di nuovo squillò: Maria corse a rispondere. Quando tornò in salotto aveva un’aria cupa.

“Era Andrea. Non vengono…- disse al marito – i bambini sono a letto con la febbre alta ed anche la moglie non si sente bene. Probabilmente si sono presi l’influenza.”

“Ma ieri sembrava fosse solo un raffreddore! – esclamò Peppino risentito – e Andrea mi ha detto che non avrebbero rinunciato per nulla al mondo al pranzo di Natale in famiglia.”

“Non può certo lasciare i suoi in quelle condizioni per venire a fare compagnia a due vecchi – rispose bruscamente Maria – e poi quest’anno non ci siamo neppure vaccinati.”

Il marito non replicò. A che serviva discutere, ormai era andata così.

“Carla ed il fidanzato non arriveranno prima dell’una – osservò Peppino – possiamo anche metterci a guardare la televisione”

“Ma sì, prenditi la benedizione del Papa, male non ti fa. – disse Maria che, da quando aveva perso la figlia minore, era in pessimi rapporti con Dio – Io vado in cucina a sistemare i tegami sporchi!”. A stento tratteneva le lacrime e non voleva che il marito la vedesse piangere.

Dopo un quarto d’ora il telefono suonò di nuovo. Peppino si alzò di corsa, forse Andrea aveva cambiato idea, magari i bambini stavano meglio.

“Pronto” disse ansimando per la corsa nel corridoio.

“Sono Carla, mi senti papà?”: la voce a tratti scompariva ma, nonostante la comunicazione fosse molto disturbata, Peppino riconobbe subito il tono svagato della figlia maggiore: aveva quasi quaranta anni e ogni sei mesi si presentava con un nuovo fidanzato, sempre più giovane di lei.

“Che diavolo succede, Carla, ti sento appena…sembra che chiami dalla luna”

“E’ perché siamo su una linea internazionale. Stamani all’alba ci hanno avvertito che si erano liberati due posti per Sharm: “last minute”, lo sai, costano un’inezia…ma dovevamo arrivare all’aeroporto in mezz’ora. Figurati che siamo usciti di casa col cappotto sul pigiama!”

“Insomma, quando arrivate? – chiese Peppino che, tra rumori e gergo inglese, aveva capito ben poco – io comincio ad avere fame!”

“Ma papà, te l’ho detto, siamo sul Mar Rosso. Saluta la mamma… Buon Natale! Ci vediamo dopo Capodanno.” In lontananza si sentì una voce maschile che ripeteva “Buone Feste”, di certo era il fidanzato in carica.

Peppino buttò giù il telefono. Non credeva alle sue orecchie: rinunciare al pranzo di Natale solo perché, con quattro lire, si potevano fare i bagni di mare a dicembre. Una pazzia tipica di Carla.

La moglie si affacciò alla porta di cucina con aria interrogativa.

“Carla ti manda i suoi saluti dal Mar Rosso” disse Peppino, avviandosi verso il salotto.

“Non viene neppure lei? – Maria non ricordava dove si trovasse esattamente il Mar Rosso, ma era certa che non fosse nei dintorni – bene, proprio una bella notizia! se ci avvertiva in tempo potevamo andare anche noi a divertirci in qualche bel ristorante invece di sfacchinare intorno ai fornelli” commentò amareggiata.

Peppino era per carattere un taciturno: faticava a trasformare le emozioni in parole e, quando proprio non riusciva a trattenersi, si sfogava con un gesto.

Così, invece di gridare che era stufo di avere due figli egoisti che si facevano vedere solo per mangiare a sbafo o chiedere un prestito, si avvicinò alla tavola, prese l’alzatina decorata e la scaraventò con violenza sul pavimento. La moglie accorse spaventata, ma capì subito la situazione. “Hai ragione Beppe – disse con tono comprensivo – però non rovinarmi il servito buono: oltre al danno non voglio anche l’uscio addosso!”. In un attimo tornò con scopa e paletta, raccogliendo in silenzio le spoglie dell’innocente vittima di quel Natale sfortunato. Peppino la seguì in cucina.

Mentre buttava nel secchio i resti del centrotavola Maria si accorse che il marito aveva afferrato il tegame del pollo con l’evidente intento di rovesciarlo nel sacco.

“No, fermo! – gridò – È peccato sprecare questo ben di Dio”

“A che serve, meglio buttare tutto nella spazzatura, tanto non si può neppure conservare. E per noi bastano due pezzetti d’agnello”

In effetti il pollo e la vitella erano in freezer da un mese e non si potevano ricongelare, però Maria non se la sentiva di buttare un filetto e un intero gallo ruspante!

“Senti Beppe, posa tutto, ti trovo io qualcuno che mangi il nostro pranzo.”

“Già, potremmo invitare un mendicante affamato, come nel Vangelo. Sai che goduria! – replicò ironico il marito – ma almeno ci ringrazierebbe. Per  Carla e Andrea tutto è dovuto.”

“Veramente io pensavo ad una signora vedova che incontro spesso alla fermata dell’autobus. Il figlio vive in Canada e lei non ha parenti, figurati che prende il tram per stare in compagnia. A quest’ora è di certo in chiesa per la messa.”

Maria, senza attendere il benestare del marito, indossò il cappotto ed uscì.

Peppino, rimasto solo, si mise a pensare se qualcuno tra le sue conoscenze avrebbe gradito un invito natalizio in extremis. Si ricordò di un collega di lavoro solo di qualche anno più giovane di lui, uno scapolo gaudente che tutti in ufficio invidiavano perché non aveva il peso di una famiglia sulle spalle e trascorreva le feste di fine anno in meravigliose località esotiche.

Di recente lo aveva incontrato al Centro Prelievi e non gli era sembrato affatto in forma; soffriva per una brutta artrite ed aveva anche perso da poco l’anziana madre. Ora viveva solo e non era più in grado di viaggiare. Cercò il suo numero nell’elenco telefonico e, con un certo imbarazzo, lo chiamò. In fondo non erano mai stati veri amici.

Il collega sembrò in un primo momento stupito, poi si schernì affermando di essere atteso a casa di parenti, infine accettò l’invito. In realtà era ben contento di non dover trascorrere il primo Natale senza la madre in compagnia di una squallida bistecca annaffiata con abbondante Chianti. “Tra mezz’ora sono da te. Porto una bottiglia di rosso di quello buono”

“Sì, va benissimo. Ti aspetto.”

Maria intanto era arrivata davanti alla chiesa. I fedeli sciamavano già verso casa, ma la vecchia signora non c’era. Si avvicinò alla Perpetua, un donnone che conosceva morte e miracoli di tutti, e chiese notizie della vedova.

“Una donna anziana con i capelli corti …a sì, quella che ha un figlio in Canada. Ma non lo sa? E’ in rianimazione all’ospedale…una brutta caduta… alla sua età basta poco per andarsene. Poverina, speriamo che il Signore l’aiuti!”

Maria era delusa. A capo chino si avviò verso casa, chiedendosi se la perpetua aveva invocato l’intervento divino per produrre una miracolosa guarigione oppure per mettere fine alle sofferenze della vecchina.

Passando davanti alla rosticceria notò che il locale era aperto ma non spargeva nei dintorni il solito odore indefinito di cucinato. Il fuoco sotto il girarrosto era spento. Evidentemente qualcuno si accontentava di festeggiare Natale con un pollo rinseccolito e patate unte del giorno prima.

Mentre Maria camminava lentamente, persa dietro ai suoi pensieri, dal negozio uscì di corsa una ragazza che la investì in pieno. A fatica rimasero in piedi, tenendosi l’una con l’altra, ma il sacchetto con gli acquisti volò a terra. Pollo e tagliatelle al ragù si sparsero sul marciapiede.

“Mi scusi, signora, non l’ho vista” esclamò la ragazza mortificata.

“Mi dispiace davvero per le sue…cose” rispose Maria, faticando a trovare una parola non offensiva per definire il cibo caduto a terra.

“Non importa” disse la ragazza cercando di rimettere pollo e pasta nelle vaschette.

“Ma che fa! Non vorrà mica mangiare quella robaccia sporca”

“E’ il mio pranzo…” mormorò la ragazza

Maria si chiese dove aveva già visto la sua investitrice: probabilmente al Supermercato, ma non era del tutto sicura. “Le ragazze di oggi – pensò – si vestono e si pettinano più o meno tutte nello stesso modo”. L’accento sembrava meridionale, probabilmente era una studentessa universitaria.

“Senta, visto che ormai la rosticceria sta chiudendo, mi permetta di invitarla a pranzo. Lo consideri un indennizzo.”

“Scherza! sono io che l’ho urtata. Non guardo mai dove metto i piedi. Mi scusi, ma devo andare, mi aspettano.”

“Non racconti storie. Se si è in compagnia non si compra una porzione di pollo riscaldato. Su, accetti, abito qui vicino.”

La ragazza aveva visto così tante volte Maria, sola o con il marito, alla fermata dell’autobus e nei negozi del quartiere che le sembrava quasi di conoscerla e, alla fine, si lasciò convincere.

Quando entrarono in casa Peppino parve stupito.

“Mi scusi – disse la ragazza – lo so che sono inopportuna a presentarmi così, proprio il giorno di Natale, ma sua moglie ha insistito tanto…”

“Lei non disturba affatto – replicò Peppino – sono solo piacevolmente sorpreso: Maria mi aveva detto che avrebbe invitato una vecchia carampana ed invece è tornata con una bella ragazza!”

“Consideralo un miracolo di Natale – disse Maria con tono ironico – comunque la mia vecchietta, non può venire perché è all’ospedale, la signorina invece oggi non aveva impegni.”

“Mi chiamo Bosco… Salvatrice: dalle mie parti è un nome di buon augurio, come Salvatore. Però gli amici mi chiamano Silvia”

“Silvia, in effetti, è più…moderno – commentò prontamente Peppino – noi siamo Maria e Giuseppe Carloni, venga, si accomodi in salotto. Aspettiamo un altro ospite – aggiunse rivolgendosi alla moglie – ho invitato Franco Martelli. Te lo ricordi?”

“Come no, quel tuo collega arzillo che mandava cartoline dai posti più strani, Calcutta, Tokio, l’Isola di Pasqua…lui sì che s’è goduto la vita, altro che te, Peppino mio” rispose Maria ironica.

“Ridi, ridi, ma vedrai che non è più il galletto di un tempo. Ogni bel fior diventa fieno…” replicò il marito.

“Scusi la curiosità – chiese Maria rivolgendosi a Silvia – ma come mai è sola il giorno di Natale?”

“Abito alla Casa dello Studente, quasi tutti sono tornati a casa per le Feste e la mensa universitaria è chiusa .”

“E lei non torna dai suoi? Non ha una famiglia?” domandò Peppino.

“Veramente ne ho anche troppe: i miei sono divorziati e risposati. Per essere sincera non mi trovo bene con quella folla di pseudo nonni e pseudo fratelli. E poi, se vado a casa di mio padre la mamma si offende e viceversa. Io sono cresciuta con una zia nubile che però è morta l’anno scorso. Così preferisco rimanere qui, con la scusa di preparare gli esami.”

“Di certo sarà una brava studentessa!”

“Per forza, se voglio mantenere la borsa di studio mi tocca sgobbare.”

“E il fidanzato? Non c’è un Principe Azzurro per questa Biancaneve?” chiese Peppino.

“Non c’è neppure un nano”  rispose ridendo la ragazza.

“Ah, ho capito – disse Maria – qualcosa bolle in pentola ma non è ancora cotto!”

Proprio in quel momento il campanello della porta suonò: era il collega Martelli con la sua bottiglia di Chianti.

Si misero a tavola e, chiacchierando del più e del meno, pranzarono serenamente. Franco aveva un repertorio di storie esotiche sufficiente per dieci natali, Peppino si divertiva a stuzzicarlo alludendo alle sue disavventure sentimentali: quattro fidanzamenti andati a monte a causa dell’invadenza della vecchia madre. Silvia parlò delle tradizioni natalizie del suo paese, promettendo a Maria la ricetta di un dolce con le noci che era la specialità della zia.

Brindarono con lo spumante augurandosi felicità e buona salute. In quattro consumarono solo metà del pandoro e Silvia accettò di portarsi via il resto per fare colazione nei giorni successivi.

“Il pandoro piace anche a noi tre vecchietti – disse Peppino – ma non possiamo esagerare con i grassi per via del colesterolo killer.”

“Eh sì – disse Franco – dopo una certa età tutto diventa pericoloso, lo zucchero, il vino, la cioccolata. Ma il vero killer è il tempo che passa!”

Per prendere il caffè si accomodarono sul divano. Silvia rimase in piedi e si mise a guardare le foto sulla mensola del caminetto. Subito fu attratta dal volto allegro di Cristina.

“Sono i nostri figli, Carla, Cristina e Andrea” disse Maria, entrando con la caffettiera fumante sul vassoio. Le foto della nuora e dei nipoti erano sull’altra estremità della mensola.

“Hanno tutti un’aria così felice, si vede che sono cresciuti in una famiglia unita.”

“Già, tanto unita che il giorno di Natale siamo rimasti soli – osservò con amarezza Peppino – eppure lo dice anche il proverbio Natale con i tuoi e Pasqua…

“Alle Maldive, anzi a Bali !- aggiunse Franco – Però non ti devi lamentare, Beppe, magari il prossimo Natale lo passerete tutti insieme, come sempre. Pensa invece alla mia situazione: senza figli, senza moglie e ora pure senza madre. Mi aspetta un futuro di solitudine.”

“Non è che tu sia esattamente un orfanello in fasce – replicò Peppino, per niente disposto a compatire l’ex gaudente – e poi non ti sei sposato perché da giovane volevi essere libero: quando hai deciso di cercare moglie ormai non potevi più fare a meno di “mammà” e le tue donne, appena fiutavano puzza di suocera invadente, ovviamente se la davano a gambe! Però almeno ti sei divertito! Ma noi? Quaranta anni a sgobbare per la famiglia, per dare un tetto e un’istruzione ai figli e, alla fine, il risultato è lo stesso. Siamo soli come te.”

“Se i vostri figli sono lontani non vuol dire che non vi vogliono bene, – disse Silvia guardando la foto di Cristina: anche lei, pensò, evidentemente aveva dato buca ai genitori – a volte noi giovani siamo un po’ egoisti, però ci comportiamo male per disattenzione, non per cattiveria.”

“La verità è che ti lamenti con il topo in bocca e, sotto sotto, sei orgoglioso di quello che hai costruito nella vita” aggiunse Franco, tentando di riaffermare la propria posizione di svantaggio.

“Sai che ti dico, Franchino, oggi sarei contento di cambiarmi con te” replicò Beppe serio.

“Magari! con lo scambio ci guadagnerei anch’io, noioso brontolone che non sei altro” aggiunse Maria, buttando sul ridere l’amara riflessione del marito.

“Quando troverò l’uomo giusto io voglio avere tanti bambini – disse Silvia – la solitudine è brutta.”

“Noi a tavola eravamo in otto – mormorò Maria, pensando ai tempi andati – tre figli, i suoceri e lo zio Giovanni, un vecchietto sempre contento. Poi, uno alla volta, se ne sono andati tutti, chi in un modo chi in un altro.”

“Allora non c’è speranza di sfuggire alla solitudine?” chiese Anna, posando la foto di Cristina in prima fila.

“Chi vive a lungo purtroppo è destinato a rimanere solo – rispose Peppino – però ci si abitua anche a questo. E poi, ogni tanto, capita di passare una giornata in compagnia, come oggi, e per un po’ si mettono da parte i ricordi.”

“Io vorrei dimenticare di essere vecchio – esclamò Franco – ma la mia artrite non è d’accordo.”

Peppino pensò che il suo più grande desiderio era dimenticare la figlia morta, un dolore che gli aveva tolto la voglia di vivere, però tenne per sé questa riflessione.

“Pure a me pesano gli anni – disse Maria – ma per nulla al mondo rinuncerei ai miei ricordi.  I momenti felici, diceva mia madre, sono monete di un tesoro che si accantona per la vecchiaia: solo ora capisco di cosa parlava. Penso spesso a quando, tutti insieme, andavamo alla messa di mezzanotte, festeggiavamo i compleanni in famiglia, giocavamo a tombola il sabato sera, passavamo un mese di vacanza al mare e lo zio Giovanni faceva i castelli di sabbia con i bambini: per un attimo il passato torna presente, sono di nuovo giovane e nessuno manca all’appello. Non sembra anche a te, Peppino, che in certi momenti la casa sia piena di vita e di voci?”.

Maria non si accorse dell’imbarazzo degli ospiti e del cupo silenzio del marito: con lo sguardo accarezzava Cristina che le sorrideva da un lontano Natale, per sempre felice in uno scatto, per sempre presente nel suo cuore.

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Rosanna Bogo

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Scrivolo

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Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: [download id=”52″]

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Dr J. Iccapot