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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Articoli con tag Dio

Il Progetto Creazione

Monsignor Rudolph bussò educatamente alla porta: due colpi secchi, come d’abitudine. Attese qualche secondo prima di girare la maniglia ed entrare nello studio; non doveva aspettare il “Transite!”, come da protocollo: il Santo Padre gli aveva accordato questo permesso speciale, era il suo segretario e il prelato più vicino al Pontefice godeva sempre di qualche piccolo privilegio.

Il Papa era seduto in poltrona e leggeva, come di solito a quell’ora. Una disciplina ferrea e le abitudini di tutta una vita regolavano ogni sua attività; il sant’uomo sollevò lo sguardo verso il segretario. “Siamo pronti, Santità” rispose il monsignore allo sguardo interrogativo; il Papa inserì un segnalibro nel volume che stava leggendo, ma non lo chiuse, si limitò a spostare il braccio girevole del leggio per potersi alzare dalla poltrona dove stava sprofondato da più di un’ora. Rileggersi Sant’Agostino era per lui un vero piacere e da pochi minuti aveva affrontato il breve scritto “De Divinatione daemonum”: tre o quattro paginette ma quanta densità in quello scritto!

Piegò gli occhiali da lettura e li ripose nella custodia damascata che infilò con cura nella tasca della pesante giacca da camera. Facendo forza sulle braccia, le gambe ormai non lo reggevano più, si alzò. Vide che monsignor Rudolph, preoccupato, si era mosso con l’intenzione di dargli una mano ma lo bloccò con un’occhiata. Doveva farcela da solo: cos’erano le sue misere sofferenze in confronto di quelle che nostro Signore aveva provato per noi?

Finalmente in piedi, scivolò stancamente le pantofole rosse sul grande tappeto dello studio, avviandosi verso la porta, seguito da vicino dal buon segretario che, ormai da mesi, accompagnava con lo sguardo titubante ogni passo che lui faceva, pronto a dargli una mano o a liberarlo di qualche inciampo, se ne fossero presentati.

La mano del Pontefice, ancora asciutta e ferma, chiuse la grande porta; ci fu un rimbombo per tutto il vasto corridoio che percorsero poi lentamente in tutta la sua lunghezza sino alla porta dell’ascensore; quando ne furono all’interno fu il segretario a premere il pulsante del piano.

“Non ha preso il bastone, Santo Padre” gli rimproverò, dolcemente, il fedele segretario “dobbiamo fare un lungo percorso a piedi…”

“Lo so figliolo ma da quello che mi dite non sarà questa la maggior fatica della giornata”. Il Vecchio affrontava la prova con un distacco e una serenità che stupivano il giovane prelato. “Che grand’uomo – pensò tra sé, con ammirazione – io in questa situazione, il Signore mi perdoni, avrei tanta paura, e non solo per me”. Continuarono lentamente a scendere: lo sguardo del Papa era fisso sulla pulsantiera, quello del segretario passava dal volto del Vecchio a un punto indefinito sopra le Sue spalle. “Sta pregando – pensò il Papa – e sicuramente sta pregando per me: è un buon figliolo.”

La porta dell’ascensore si aprì lentamente; uscirono e si misero a percorrere un altro corridoio, interminabile.

“Che pace, che silenzio qui dentro. E che agitazione, Signore, nel mio cuore! Non sono degno…”

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Dr J. Iccapot

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Al Dio Precario – 3

Terza e ultima parte.

Qui la seconda parte.

La notizia dell’incidente si diffuse tra i dipendenti della INTERLIFE la mattina seguente: la polizia non aveva trovato i documenti di Andrea ma, da una tasca, era saltato fuori, ancora leggibile, un foglietto con il numero telefonico della signorina Samantha, segretaria factotum dello Sgamba.

Vittorio, accusando un inesistente malore, corse subito all’ospedale con un’enorme valigia piena di biancheria, pacchi di biscotti, cioccolata, succhi di frutta, asciugamani, sapone, dentifricio, libri e giornali.

Andrea era ancora sotto sedativi e appena lo riconobbe. L’infermiera del Reparto Psichiatrico, immobile accanto alla porta della stanza, guardò tutto quel ben di dio che Vittorio cercava di sistemare nel comodino o sotto il letto dell’amico con un risolino sprezzante. Poi, tirando fuori una vocina acida che istigava all’omicidio, disse:

“S’è dimenticato di portare anche l’armadio quattro stagioni, per il suo amico. Noi non ci s’ha, un siamo mica l’Albergo Imperiale.”

“Lo so chi siete e proprio per questo ho messo in valigia anche le cose che dovrebbe passare l’Ospedale…caso mai qualcuno le avesse dirottate a casa propria, per arrotondare, tanto gli zombi che tenete qui neanche si ricordano se hanno mangiato o no.”

“Che per caso insinua qualcosa? Guardi che chiamo il Primario!” rispose prontamente la donna, mettendosi sulle difensive: quello non era un paziente e aveva l’aria di essere non solo perfettamente sano di mente ma anche di  molto incavolato.

“Non occorre, Madre Teresa, vado io a parlare col suo capoccia” disse Vittorio uscendo.

Trovò il Primario in corridoio, già con il cappotto in mano.

“Bruni, il suicida della stanza 15, non ha problemi mentali – disse Vittorio – io lo conosco bene, è solo un ragazzo disperato…prometto di occuparmi di lui, se vuole mi impegno anche per scritto…qui in città non ha parenti e io posso ospitarlo.”

Il Professore rimase per qualche secondo pensieroso, poi decise di non rischiare: quel giovanotto, proprio perché non era matto, aveva tutte le caratteristiche del recidivo organizzato.

Così Andrea uscì dall’Ospedale solo alla scadenza del periodo di degenza stabilito dal protocollo dell’Azienda Ospedaliera per la sua patologia psichiatrica; nel frattempo la bronchite si era aggravata ma per, andare nel reparto di pneumologia, doveva passare dal Pronto Soccorso.

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Rosanna Bogo

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Al Dio Precario – 2

Seconda parte.

Qui la prima parte.

Il generoso amico di Andrea abitava in un monolocale carino, arredato di tutto punto, e la serata fu piacevole: Vittorio se la cavava come cuoco e a tavola raccontò certe sue avventure ‘professionali’ al limite del comico, con un manager davvero fuori di testa.

“Meglio matto che cattivo come Sgamba” commentò Andrea.

“Però poi il mio pazzerellone ha mandato la ditta a gambe all’aria. I negrieri strappano la pelle ai lavoratori e tengono a galla la barca… è proprio il  sistema del mondo che è sbagliato.”

Andrea parlò dei genitori, poveri contadini dell’Appennino che di continuo gli chiedevano di tornare a casa, almeno con loro avrebbe mangiato e dormito nel suo.

“Tanta gente che ha studiato torna a lavorare la terra, magari produce ‘biologico’ – osservò Vittorio – avere un padre esperto può essere un vantaggio.”

“A me non piace l’odore della stalla e poi di roba sana ne ho già mangiata a sufficienza da ragazzo – replicò Andrea, un po’ irritato – non ho studiato duro, sempre con l’incubo di perdere la borsa di studio, per fare il contadino…m’intendo di Economia, io, non di maiali e castagne!”

“Tra competenze e lavoro oggi non c’è più corrispondenza, però capisco che quel genere di vita sembri più attraente a chi non lo conosce per esperienza diretta – disse, conciliante, Vittorio – anche ora, comunque, non ti occupi di trend e spread.”

“Quattro anni fa il padre della mia fidanzata mi ha pagato un corso di “Architettura Web”, è stato utile per cominciare a lavorare.”

“Un uomo generoso…tu e la tua ragazza dovreste fargli un monumento!”

“Non è più la mia ragazza – rispose rattristandosi Andrea – si è stancata di aspettare e ha sposato un altro… un fornaio.”

“Mica scema, un marito che sta fuori di notte… noi informatici invece siamo sempre lì, in casa, attaccati al computer come paguri – commentò scherzosamente Vittorio, per alleggerire l’atmosfera – vieni, ti faccio vedere un nuovo gioco che ho sul mio portatile.”

Il computer di Vittorio era l’ultimo modello della Apple… roba da ricchi, adatto per fare lavori di qualità!

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Rosanna Bogo

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Al Dio Precario – I

Prima parte.

Andrea camminava lentamente, lo sguardo fisso ai lastroni sconnessi che pavimentavano il Corso, orgoglio della competente U.O. (Unità Operativa) comunale e campo di battaglia dove spesso cadevano, imprecando contro il sindaco, anziani traballanti e donne con tacchi a spillo. Anche se l’aria autunnale conservava un piacevole tepore settembrino, teneva le mani infilate nelle tasche del bomber, così poteva rimbalzare tra i passanti frettolosi come una palla imbottita, limitando l’effetto dei continui urti e impigli dovuti a quel suo modo di avanzare a testa bassa.

Non aveva voglia di salutare eventuali conoscenti, perdere tempo per cortesia, ascoltare o raccontare inezie… e poi, perché doveva alzare gli occhi? ormai conosceva tutti i muri, gli angoli, i negozi di quella strada e guardare nelle vetrine cose che non si possono comprare a che serve? Lui non sognava più, da tanto tempo.

Come molti ragazzi della sua età, portava vistosi auricolari bianchi ficcati nelle orecchie ma non ascoltava musica a tutto volume: di prima mattina il chiacchiericcio a vuoto della gente nel tram e per la strada, i rumori acuti dei motorini, gli urli degli infanti, le risate smodate degli adolescenti lo nauseavano e così aveva trasformato le cuffiette di uno scassato ipod in occulti tappi, ideali per isolarsi temporaneamente dal mondo.

Chi lo incontrava, a quell’ora, poteva scambiarlo per un vagabondo senza meta o un alienato perso nei suoi incubi eppure, entro le otto, doveva assolutamente trovarsi all’altro capo del Corso, davanti al numero 97, un edificio, basso e stretto nobilitato da false bifore medievaleggianti. A livello della strada troneggiava il negozio INTERLIFE di Sgamberoni rag. Alfiero, al piano nobile si allocava l’appartamento privato del proprietario e, nel mezzanino, lavoravano i collaboratori esterni della ditta dedita, come rivelava un’insegna scritta in improbabili caratteri gotici, alla creazione di “Siti web su misura”.

Non a caso il padre del sig. Alfiero, Foresto, per quarant’anni aveva esercitato, proprio in quel luogo, la professione di sarto per signora, sempre marcato ‘a uomo’ dalla moglie Marisa, brava modista-ricamatrice e, soprattutto, Argo molto apprezzato dai mariti delle clienti. Lavorando e risparmiando Foresto e Marisa avevano comprato l’immobile e fatto studiare il loro unigenito Alfiero… dimostrando così che anche dalle migliori intenzioni può derivare un gran male.

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Rosanna Bogo

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Il merlo, la gazza e il buon Dio

Non tutti hanno la sfortuna di possedere una siepe di alloro. Che sia sfortuna lo so per certo e da tempo: le poetiche piante che coronano la mia casa, alte quasi tre metri, richiedono annualmente l’intervento di ben prezzolati potatori, tolgono luce al giardinetto sottostante e, particolare non secondario, ogni primavera a causa della fumaggine (malattia fungina purtroppo non letale) producono secrezioni appiccicose che sporcano i vestiti e attirano insetti molesti. Come se non bastasse, di recente una nuova disgrazia si è aggiunta all’elenco: i merli.

Il merlo in sé non è creatura nociva o repellente: ha piumaggio nero ma becco sgargiante (giallo nelle femmine, arancione nei maschi), cerca gli insetti di cui si nutre nella terra e qualche volta può mettere sottosopra un vaso da fiori però non danneggia le colture, fischietta o chioccola senza infastidire il prossimo e, di sicuro, piace ai cacciatori perché sono felici di averlo a pranzo. Tutto sommato sembra un volatile che vive e lascia vivere: non fa nulla di male, non sporca, è persino commestibile e quindi utile anche agli occhi di quella parte di umanità che non ama gli animali…direi che ha un solo grosso difetto: tende a nidificare nelle siepi, in particolare nella mia.

Non è la prima volta che una coppia di merli si accasa da queste parti: ci sono molti alberi nei dintorni ma un campagnolo informato mi ha spiegato che questi uccelletti prediligono abitare nel fitto delle siepi. A mio parere così rischiano di diventare bocconcini per un eventuale gatto che passeggi sul muretto del giardino, ma la Natura non detta a caso le sue leggi e ci sarà un motivo anche per la loro scelta.

Così, questa primavera, quando l’ennesima coppia di merli ha preso in comodato un ramo di alloro a due metri di distanza dalla finestra della mia camera, non mi sono stupita.

Prima hanno deciso di costruire il nido in una posizione invisibile dal cielo (ma non da terra), poi si sono dati da fare per accatastare stecchini erbe e brandelli di plastica, infine la signora Merlo ha deposto un uovo: poco dopo è nato un pulcino. Immediatamente i genitori, come tutti i genitori, si sono messi a svolazzare qua e là cercando il meglio per il figlio: i vermetti più rosei, gli insetti più grassottelli (anche loro di certo avranno genitori ma evidentemente distratti) e altre prelibatezze merlesche.

Il campagnolo informato che, di tanto in tanto, mi illumina riguardo alla coltivazione dei campi, all’arte culinaria, alla linguistica, alla letteratura italiana e straniera, non sembrava però contento della soluzione logistica adottata dai merli. Osservava la famigliola e scuoteva la testa:

“I gatti…le gazze…ho sentito un gran baccano qualche giorno fa!”

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Rosanna Bogo

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In fila

Quando il signor S. arrivò sulla spianata, si trovò immerso in una densa foschia luminescente: decise di camminare in direzione della zona dove il chiarore sembrava più intenso; del resto non aveva altri punti di riferimento e, da quella parte, sentiva provenire un brusio confuso e un rumore come di piedi strascicati. Forse era una specie di punto di raccolta.

Non sapeva con certezza in che luogo si trovasse, ma una supposizione ragionevole, tra sé, l’aveva già formulata:  l’ultima cosa che ricordava era un SUV nero che gli veniva addosso a velocità sostenuta. Aveva chiarissima in mente l’immagine della donna con i capelli rossi alla guida di quel bolide che si era  schiantato contro la sua utilitaria. Indossava occhiali blu elettrico e la sua faccia matura ma affascinante, l’aveva vista molto, molto da vicino. Chissà se si sarebbero incontrati di nuovo, lì; perché era fuori dubbio che fosse morto e stesse per entrare in un Aldilà… chissà quale, dei tanti immaginati dai viventi, e forse anche alla signora era toccata la stessa sorte.

Percorse, avanzando incerto per la poca illuminazione, alcune decine di metri e si ritrovò accanto a degli sconosciuti,  un gruppo di persone, se così si potevano ancora chiamare, in attesa: alcune impazienti, altre rassegnate, formavano una lunga fila che faceva capo ad un bancone, appena visibile in lontananza. “La Reception, ovviamente – pensò, con una punta di ironia S. – chissà come prosegue dopo la faccenda”.

Si meravigliava di non provare dolore fisico e, soprattutto, di non pensare con sofferenza alla famiglia, alla moglie, ai due figli che a in quel momento dovevano essere a tavola per cena (non lo aspettavano mai!); forse la notizia del suo incidente li aveva già raggiunti,  interrompendo bruscamente la loro routine serale.

“Che ore saranno” si domandò, guardando l’orologio: era fermo. “Beh, tanto ora il Tempo non ha più importanza”

La fila scorreva piano, ma S. già vedeva bene il bancone, lunghissimo, e una ragazza che sembrava intenta a sbrigare delle pratiche; la nebbia intanto si era quasi dissolta svelando, a destra e a sinistra, per metri e metri, altre file di persone in attesa; qua e là qualche gruppetto chiacchierava, chissà di cosa.

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Dr J. Iccapot

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La creazione del cane

Antefatto

Tutto è cominciato con lo scambio di qualche battuta, quelle iniziali di entrambi i pezzi, e poi si è trasformato in una sfida domestica.

Io e la mia Eva abbiamo buttato giù ciascuno una possibile versione del momento in cui è stato creato il cane, ispirandoci allo stile di Achille Campanile.

Quale vi piace di più?

La creazione del cane I

Dramatis personae (personaggi):
Eva
Adamo
L’Altissimo
Il cane
Il tapiro
Il serpente

La scena si svolge nel Paradiso Terrestre

Eva: Adamo, porta fuori il cane

Adamo: Ma cara, non abbiamo un cane!

Eva: Come “non abbiamo un cane”! Non so cosa inventeresti pur di rimanere a dondolarti su quella maledetta amaca: un giorno o l’altro la farò a pezzi!

Adamo: Non per contraddirti, amore, ma veramente non abbiamo un cane!

Eva: Tutti hanno un cane

Adamo: Tutti chi? Qui ci siamo solo io e te

Eva: Sono sicura che tutti i nostri vicini ce l’hanno, vuoi sempre fare l’originale, lo fai apposta per irritarmi

Adamo: Amore mio, noi non abbiamo vicini! (a parte, tra sé ) per fortuna!!!

Eva: (piange asciugandosi con le dita le lacrime) E non ho neppure un fazzoletto…Guarda che vita mi fai fare!

Adamo: (rattristato) Su non piangere, porterò fuori il cane come vuoi tu, ma non piangere, ti prego. (si guarda intorno ed afferra un tapiro che sta facendo colazione in un vicino cespuglio di more)

Tapiro: (divincolandosi contrariato) Sgrunf sgrunf

Eva: (singhiozzando in crescendo) Ma credi sia una stupida! Quello è un tapiro!

In cielo, molto, molto in alto

Altissimo: Cos’è questo schiamazzo? Qualcuno piange (ascolta) Accidenti, è vero, mi sono dimenticato di fare il miglior amico dell’uomo. Provvedo subito, non sopporto di vedere le mie creature predilette così infelici. (scende nel Paradiso Terrestre)

Altissimo: Eva consolati! Ecco il tuo cane! (posa a terra un botoletto che si mette subito a scodinzolare e sbavare)

Eva: Com’è carino, di che razza è?

Altissimo: razza cane ovviamente! (tra sé, a parte) stai a vedere che mi tocca anche inventare le razze! (rivolto ad Adamo) Questo è il cane primigenio, sarete voi, allevando e selezionando gli esemplari con le caratteristiche che più vi piacciono a creare doberman, bassotti, barboncini, fox terrier, alani e levrieri.

Eva: Però, a ben guardare, è bruttino. Se avessi un levriero sarei più contenta.

Altissimo: E va bene, nel Paradiso Terrestre tutti devono essere felici, eccoti il levriero (il botolo si trasforma in un elegante levriero)

Eva: Con un po’più di pelo…

Altissimo: E sia (il levriero diviene un levriero afgano)

Eva: Signore, tu veramente puoi creare dal nulla tutto ciò che vuoi ed infondere alla materia la vita?

Altissimo: Io sono l’Altissimo che ha creato l’universo e tutto quello che vedi. Con il fango ho fatto Adamo e dalla sua costola, mentre dormiva, ti trassi perché non soffrisse di solitudine.

Adamo: (tra sé) mi fossi svegliato in tempo!!! A me sarebbe bastato un cane, anche meticcio.

Eva: Ma allora potresti creare una zebra a quadretti, un coniglio con le orecchie corte, un emù a quattro zampe? Non mi pare possibile

Altissimo: Tu dimmi cosa vuoi ed io lo farò apparire davanti a te

Eva: allora, se possibile… vorrei che tu creassi un altro uomo, ma diverso da Adamo, per favore.

L’Altissimo e Adamo si guardano sconsolati. Adamo si gratta la testa perplesso. Sullo sfondo il serpente ride divertito.

Sipario.

 

 

Dio Adamo Eva Cane

La creazione del cane II

Personaggi:
Dio
Adamo
Eva
Il cane
Il serpente

(La scena si apre sul Paradiso Terrestre. Ci sono piante lussureggianti, cascatelle d’acqua, ninfee, leoni, elefanti, caimani e zanzare. Sulla scena, in piedi, vicini l’una all’altro, Adamo ed Eva.)

EVA: Adamo, hai portato fuori il cane?

ADAMO (la guarda interrogativo): Cane, quale cane?

EVA (comincia ad irritarsi): Il nostro cane!

ADAMO (didascalico): Ma noi non abbiamo un cane

EVA (irritata): Tutti hanno un cane!

ADAMO (come sopra): Ma se qui ci siamo solo tu ed io!

EVA (come sopra): Ecco, sempre pronto a contraddirmi. Vuoi che litighiamo di nuovo?

ADAMO (conciliante): Ma no, cara, non è per contraddirti, ma qui non c’è nessun cane.

EVA (come sopra): Oh, ma va’ al diavolo!

SERPENTE (entra serpeggiando): Mi ha chiamato?

EVA: Fila via, tu; entri solo al prossimo atto!

SERPENTE: Ah, scusate (serpeggia via mogio, mogio)

EVA (ad Adamo): Hai visto? Hai messo scompiglio nel Giardino. Quello ha pure fatto l’entrata sbagliata, ora lo senti il Regista!

DIO (svegliandosi): Eh?

ADAMO: Cosa?

EVA: Che dice?

DIO: Meditavo e mi è parso di sentire invocare il mio nome

ADAMO ed EVA (all’unisono): No, no. Continui pure a meditare.

EVA (ad Adamo): Senti…

ADAMO: Cosa c’è?

EVA: Ma… e il cane?

ADAMO: Ancora il cane? Quando ti metti in testa una cosa…. Sei proprio cocciuta: non abbiamo cani qui!

EVA: Io lo voglio

ADAMO (sconsolato): Già

EVA (fa una bizza): Lo voglio, lo voglio, lo voglio!

ADAMO (fa spallucce): Non ci posso fare niente, è colpa del Regista.

DIO (si sveglia di nuovo) : Eh? Che c’è? Mi si nomina ancora invano laggiù?

EVA (sommessamente): No, è per il cane…

DIO (che sa tutto): Quale cane? Non ci sono cani costì.

ADAMO (gongolando, rivolto a Eva): Ecco, vedi, che ti dicevo!

EVA (ad Adamo): Sta invecchiando, allora, si è dimenticato di crearlo…

DIO (che sente tutto): Mi sono dimenticato?

EVA (umile): Ehm … sembrerebbe…

DIO: Mah, ho perso la lista delle cose da fare, può darsi…. Non sono più attento come un tempo. (Rivolto a se stesso) Forse ho fatto male a crearlo, il Tempo, ma qui devo fare sempre tutto da solo, e qualche volta…

ADAMO ed EVA (si guardano, scuotendo la testa, senza parlare)

DIO (tuonando): Eccovi il cane!

CANE (compare tra Adamo ed Eva, fa qualche passo, si avvicina all’Albero del Bene e del Male e fa pipì)

SERPENTE: Attento, mi hai schizzato tutto!

CANE: (sorride, compiaciuto)•.

EVA: Adamo, questo cane non mi piace.

ADAMO (rivolgendo lo sguardo in alto): Oh Santo Cielo!

DIO, SERAFINI, CHERUBINI, TRONI, DOMINAZIONI, VIRTU’, POTENZE, PRINCIPATI, ARCANGELI e ANGELI (in coro): Eh? Che c’è?

ADAMO (fa un passo avanti sul proscenio): Qui non ne usciamo più. Vogliamo chiudere il sipario e passare al secondo atto?

(Cala il sipario)

[•] I cani sorridevano, nel Paradiso Terrestre. E’ da quando ne sono usciti che hanno smesso.

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Dr J. Iccapot

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (483)

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Dr J. Iccapot