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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Articoli con tag Diavolo

Il Progetto Creazione

Monsignor Rudolph bussò educatamente alla porta: due colpi secchi, come d’abitudine. Attese qualche secondo prima di girare la maniglia ed entrare nello studio; non doveva aspettare il “Transite!”, come da protocollo: il Santo Padre gli aveva accordato questo permesso speciale, era il suo segretario e il prelato più vicino al Pontefice godeva sempre di qualche piccolo privilegio.

Il Papa era seduto in poltrona e leggeva, come di solito a quell’ora. Una disciplina ferrea e le abitudini di tutta una vita regolavano ogni sua attività; il sant’uomo sollevò lo sguardo verso il segretario. “Siamo pronti, Santità” rispose il monsignore allo sguardo interrogativo; il Papa inserì un segnalibro nel volume che stava leggendo, ma non lo chiuse, si limitò a spostare il braccio girevole del leggio per potersi alzare dalla poltrona dove stava sprofondato da più di un’ora. Rileggersi Sant’Agostino era per lui un vero piacere e da pochi minuti aveva affrontato il breve scritto “De Divinatione daemonum”: tre o quattro paginette ma quanta densità in quello scritto!

Piegò gli occhiali da lettura e li ripose nella custodia damascata che infilò con cura nella tasca della pesante giacca da camera. Facendo forza sulle braccia, le gambe ormai non lo reggevano più, si alzò. Vide che monsignor Rudolph, preoccupato, si era mosso con l’intenzione di dargli una mano ma lo bloccò con un’occhiata. Doveva farcela da solo: cos’erano le sue misere sofferenze in confronto di quelle che nostro Signore aveva provato per noi?

Finalmente in piedi, scivolò stancamente le pantofole rosse sul grande tappeto dello studio, avviandosi verso la porta, seguito da vicino dal buon segretario che, ormai da mesi, accompagnava con lo sguardo titubante ogni passo che lui faceva, pronto a dargli una mano o a liberarlo di qualche inciampo, se ne fossero presentati.

La mano del Pontefice, ancora asciutta e ferma, chiuse la grande porta; ci fu un rimbombo per tutto il vasto corridoio che percorsero poi lentamente in tutta la sua lunghezza sino alla porta dell’ascensore; quando ne furono all’interno fu il segretario a premere il pulsante del piano.

“Non ha preso il bastone, Santo Padre” gli rimproverò, dolcemente, il fedele segretario “dobbiamo fare un lungo percorso a piedi…”

“Lo so figliolo ma da quello che mi dite non sarà questa la maggior fatica della giornata”. Il Vecchio affrontava la prova con un distacco e una serenità che stupivano il giovane prelato. “Che grand’uomo – pensò tra sé, con ammirazione – io in questa situazione, il Signore mi perdoni, avrei tanta paura, e non solo per me”. Continuarono lentamente a scendere: lo sguardo del Papa era fisso sulla pulsantiera, quello del segretario passava dal volto del Vecchio a un punto indefinito sopra le Sue spalle. “Sta pregando – pensò il Papa – e sicuramente sta pregando per me: è un buon figliolo.”

La porta dell’ascensore si aprì lentamente; uscirono e si misero a percorrere un altro corridoio, interminabile.

“Che pace, che silenzio qui dentro. E che agitazione, Signore, nel mio cuore! Non sono degno…”

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Dr J. Iccapot

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L’uomo sfortunato

Un racconto di Idelfonso Nieri da: “Cento racconti popolari lucchesi“.

Da questo racconto  l’ispirazione per “La Clausola

 C’era una volta un uomo il più disgraziato che si potesse dare nel mondo. Aveva tentato tutte le vie per uscire dalla miseria, aveva fatto della sua vita torchio per montare uno scalino; ma quanto più s’ ingegnava e più sprofondava nella bigongia: se si metteva a fare una Madonna, gli riusciva un soldato! Avrebbe dato l’animaccia al diavolo per due soldi. Una volta che era più scannato del solito e non sapeva come riprillarsi dai debiti, girava da una stanza all’altra che pareva una tigre nella gabbia e sagrava come un dannato dalla gran rapina che lo divorava dentro vivo; quando tutt’a un tratto gli apparse il diavolo. — «C’è da piangere? ‘un son qua io?! Mira, eccoti qui cinquecento scudi un sopra l’altro belli pari; io te gl’impresto senz’un centesimo d’interesse, purché fra un anno in punto in questo giorno e a quest’ora precisa tu me li renda! 499 più uno». — «E se non te li rendo?» — «Se tu non gli hai da rendermeli, fratello, mi devi accontrattare l’anima; l’anima tua è mia, e io la potrò pigliare tutte le volte e quando mi parerà e piacerà». — «O cosino! ma l’anima non è mica ròccia!» — «O cosóne! ma neanche cinquecento scudi li trovi nella spazzatura! E oh! eccoli qui spulati, ballanti e sonanti, nuovi di zecca». — «Basta, dice lui, sentiremo un po’ la moglie come la pensa!» Ma aveva già l’acquina in bocca. Vanno di là e raccontano il negozio alla donna, patti e condizioni, tutto per filo e per segno. Risponde lei: — «Mi piace e ci sto; ma ci vo’ mettere una condizione anch’io». — «Che condizione?» dice Brucino. — «Se fra un anno preciso il mi’ omo non ti può ridare i tu’ soldi, l’anima sua è tua, ma purché tu, prima di poterla pigliare, tu ritrovi tre cose». Figuratevi! il diavolo che sa tutto, non se lo fece ripetere due volte: «Sta bene! Sta benone! Accetto!» Consegna i cinquecento scudi a quell’uomo e dice: «Ohe! fratelli, ricordiamoci bene i patti! Io la memoria l’bo buona; fra un anno preciso a quest’ora sono qui; occhio alla penna!» e sparisce.

A quel poveraccio quand’ebbe i cinquecento scudi in mano gli parve d’essere il più omo ricco del mondo e di potere scrivere al Papa: «Carissimo cugino!» Cinquecento monete! Cinquecento scudi lustrenti che acciecavano! Gli pareva che non avessero a finir mai. Ma una parte se ne dovette andar subito nel tappare i buchi più grossi, vo’ dire nel pagare i debiti più pressanti, perchè a que’ tempi sgusciavano in gatta ferrata come nulla anche i debitori; una parte gli ci vollero per comprarsi un po’ di biada e rifornirsi di qualche attrezzo più necessario, che la su’ casa oramai pareva quella dei topi, e rivestirsi alla meglio, che mostravan le gomita, ridotti propio, come dice il proverbio, con uno zoccolo e una ciabatta. Con quelli che gli rimasero comincio a trafficare e a volere ingegnarsi; le studiava tutte, ma aveva la sperpetua nell’ossa: quando gli diceva bene ce li perdeva mezzi; tanto più ora che il diavolo ci si era messo di piccia a mandargli tutto a trottoloni e a rovesciargli addosso il corbello delle disgrazie; di maniera che, per farvela lunga e corta, passato l’anno e venuto il momento di rirendere la somma, era asciutto come l’esca e pulito come una pianta di mano.

Allo scatto di quell’ora eccoti gii si presenta l’Omo nero: — «Amico, adsum! I miei cinquecento scudi!» — «Caro et amato Asdrubale, hai sbagliato uscio!» — «Come a dire?» — «Come a dire che in sacca mi ci ha tirato vento!» — «Ma io rivoglio i miei cinquecento scudi!» — «O leva sangue a una rapa! Quando non ce n’è, quare conturbas me?» — «Dunque l’anima tua è mia!» — «Adagio! disse Biagio; l’hai a mente i patti? Prima devi trovare le tre cose». — «Sta bene! Eccomi qua!» L’omo va dalla moglie e dice che di là c’è l’Amico Ceragia «e è venuto per quella bazzecola dei cinquecento scudi, se no….» — «Va sulla scogliera del fiume nel punto dove il razzalo è più tirente e buttaci questo sacco di panico, e digli che lo ritrovi tutto fino a un pippolino». Vanno; l’uomo rovescia nella corrente il sacco e dice: «Ritrovami tutti i granellini fino a uno!» E il diavolo si butta giù a forone e in un àmme lo ripesca tutto e lo riporta a quell’uomo. Torna dalla moglie: — «Ragazza mia, la vedo incornata male! Eccolo qui! me l’ ha ripescato tutto!» — «Coraggio e niente paura! To’ piglia questo corbello di penne; buttale al vento nel punto dove ci tiri più forte e digli che te le riporti tutte». Vanno con queste penne, le sparge al vento e gli dice: — «Ritrovale tutte; se ce ne manca una, siamo sciolti!» E il diavolo via a volo come un tappo di saetta! corri di qua, scappa di là, voltati da una parte, prillati da quell’altra, torna indietro, schizza in avanti, gira, frulla e rigira, in un lampo le ripiglia tutte e rimette il corbello pieno in mano a quel poveraccio. Torna dalla moglie co’ capelli ritti: — «Ohimè, Caterina, l’affare ingrossa! Eccoti qui le tu’ penne; le ha ritrovate tutte. Ora ci sono io alla concia del cuoio!» — «Come sei citrullo! tu affoghi propio in un bicchier d’acqua! To’, mangia questi fagiuoli qui anco che siano pogo cotti e rodili bene! poi…» e gli soffiò una cosina in una ciocca d’orecchio. Lui c’impiegò un po’ di tempo a bella posta e quando gli parve d’essere al punto giusto, dice al diavolo: «A noi». — «Che ho a fare?» — «Trovare la terza cosa». — «Lo sapevo; ma si deve camminar molto? E un pezzo che aspetto e io ho il tempo contato». — «No! no! possiamo rimanere anco qui». — «Meglio!» — «Ma tu trovi tutto?» — «Tutto! Hai visto? Io trovo tutto!» — «O be’! allora trovami questa!» e mandò un gran suono per via di que’ fagiuoli mezzi crudi! E il diavolo restò lì propio come Berlicche, senza sapere nè che dire, nè che fare. E quando si rinvenne disse: — «Di lì ci spirò l’anima Giuda! Corda, Crocifisso e boia! Per lo Zio! me l’hai fatta sul grilletto! Ma questa è farina della tu’ donna, perchè tu di tuo, mammalucco, non ci arrivavi». E l’omo rideva. — «Ghigna, ghigna, ladrone! ma il sole non è anche andato sotto, e prima che il giuoco resti, c’è il caso che tu o quel bel mobile della tu’ moglie mi capitiate tra le granfie, e allora ride ben chi ride l’ultimo!»

«Bellissima novella da vero! dirà il lettore; meritava proprio il conto di metterla alle stampe! E che morale ne ricavi?» E e’ è proprio bisogno di ricavare una lezione di morale in modis et formis da tutto quello che si dice e si fa? una semplice risata, se si ottiene, non è già qualche cosa? Tanto mancano le noie nella vita! Tanto delle prediche se ne sente poche da un anno all’altro! Ma poi quando fosse quel momentaccio, non saresti buono di levarci nulla da questo racconto buffonesco? Non vedi che l’uomo non va ridotto alla disperazione, se no è capace di buttarsi a ogni rimedio estremo e gioca di tutto, anco dell’animaccia sua?! E non vedi che siamo in balìa della sorte e che ci sono i fortunati e i disgraziati, che se si mettono a fare i cappelli, nascono gli uomini senza, testa? «Dunque, dirai, tu ammetti la fortuna? Ma chi ammette la fortuna, nega Dio!» Io non ragiono tanto dal tetto in su; io parlo dal tetto in giù e chiamo fortuna tutto quello che mi succede senza che io ci abbia nè colpa ne peccato, ne merito ne demerito. Se son bello o brutto, biondo o nero, fìgliuol d’un ricco o d’un povero, d’un galantuomo o d’un birbante; se son nato con tutti e due i piedi o con uno solo, in città o in campagna, se…. Una volta in una strada c’era un carro fermato davanti a una porta, senza buoi, nè cavalli, nè muli; era là verso le due dopo mezzo giorno. Sulla porta non c’era nessuno, sul carro non c’era nessuno, per quella strada non c’era altro che un ometto che se ne veniva tranquillo pe’ fatti suoi. Arrivato al carro passò dalla parte della porta, chè da quell’altra a mala pena ci si capiva fra il mòzzo e il muro; quando fu precisamente contro la porta, púnfete! un mattonacelo nella testa! e giù in terra mezzo morto. Che era stato? Era stato che nell’orto di quella casa ci lavoravano; dovevan portar via dei sassi, e cinque o sei s’erano messi in fila e facevano il passa passa o la lombardata, come dicono nel Fiorentino, dal dentro al fuori, e l’ultimo di sulla soglia che era giù bassa li buttava sul carro. Eran le due, avevano ricominciato allora e quel pover’uomo si trovò proprio di contro al primo che era scaturito. Domando e dico se poteva mai figurarselo e badarsene! Dirai: «la colpa fu di quelli di dentro, che dovevano attenderci loro e avvisare!» Sta bene; ma per l’uomo di fuori fu una disgrazia che li ci fossero degli scervellati. Anche il figliuolo d’un birbante è nello stesso caso: la colpa è del padre, ma il disgraziato è lui, che non poteva scegliersi da chi nascere! Eccoti lì un ceppo di terra giglia o argilla, to’! è tutta terra a un modo, spolverizzata colla stessa mazzeranga, impastata colla stessa acqua e dallo stesso mattonaio, che farà altrettanti mattoni o mezzanelle o sestini o quadroni colla stessa forma e li cocerà nella stessa fornace; e be’! uno viene più bello, uno meno bello, uno più cotto e uno meno cotto, uno diritto e uno storto e sformato; dieci o dodici di quella ceppata si romperanno e serviranno da pezzame per rincalzi, e quegli altri una parte gioveranno per un altare, una parte per un salotto, una per un pavimento di stabbiolo e una anche per peggio.

Ma giacchè tracchè, dicono a Camaiore, questa novella della fortuna è cominciata alquanto sudicetta, non deve finire molto pulita. Caro lettore, ci vuole un poco di tutto, e sempre in sulle quintessenze dei profumi non ci si può stare. O senti! C’era un uomo al mio paese che in verità era sfortunatissimo. Un giorno fra gli altri aveva giocato a tutti i giuochi che conosceva e aveva perso a tutti. All’ultimo, non sapendo che tentare, fece con uno, che ho conosciuto anch’io, a chi sputava più lontano e giocarono di mezzo paolo, ventotto centesimi. Sputò quell’altro il primo; sbagliò e si sputò ai piedi. «Per die! vincerò questa volta!» e s’imposta empiendosi la pancia di fiato; ma nell’atto di sputare gli venne un colpo di tosse e si sputò sulla barba!!!

Raccontava poi che una volta aveva giocato al giuoco del pidocchio e aveva perso anche a quello. Era un divertimentino che aveva imparato in S. Giorgio una volta che ci era dovuto stare due mesetti per via di certi sgrugnoni dati giusto in sul giuoco al suo avversario. Il bellissimo giuoco del pidocchio dunque consiste nel fare tanti circoli uguali colle seste quanti sono i giocatori; ognuno di questi poi chiappa un inquilino della sua testa, se ce gli ha, e, se non ha la fortuna di possederne, lo piglia in prestito da qualche compagno, e lo posa precisamente nel centro del suo circolo e lì li tengono fermi fino al segno delle mosse. Data la mossa: uno! due! tre! li lasciano liberi, e il primo che esce fuori del circolo, il suo padrone vince. O be’, quella volta che giocò lui, il suo pidocchio s’accucciò lì bello pari come fosse nel suo nidio e quello di quell’altro arrancava verso la circonferenza come se avesse gli sbirri dietro! E poi non c’è la fortuna!!

 

 

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La festa del diavolo


– Bella questa festa, dovremmo farne più spesso!
– Eh, ma se ogni volta bevi come stasera…
– Non ho bevuto tanto!
– Arthur, gli hai sgonfiato la cantina!!
E si sentirono delle gran risa dall’altra parte del telefono.
– Ci vediamo domani a lavoro!
– Se ce la fai… Ciao Arthur!

In effetti alla festa aveva bevuto davvero tanto, tre bicchieri di Prosecco, poi un numero imprecisato di cocktail a base di Martini e infine lo avevano coinvolto in un giro di grappa che si era concluso con la bottiglia vuota; tutto questo alcool non era stato accompagnato da molto cibo nello stomaco e adesso era ridotto in condizioni pessime.

Ora sarebbe tornato a casa, dove l’aspettavano una bella doccia e il letto caldo. Doveva resistere il tempo necessario ad arrivare, sperando nella buona sorte: incontrare una pattuglia della polizia in quel momento avrebbe significato sicuramente almeno una multa.

Tutto intento a guardare la strada, la sua attenzione venne all’improvviso distolta da un’auto che viaggiava un po’ a zig-zag.

“Quello deve aver bevuto più di me” pensò Arthur.

Ma poi quello alzò i fari e cominciò a stargli “al culo”.

“Cazzo fai?” e cominciò a lampeggiare col faro antinebbia posteriore e accese le 4 frecce, ma quello non sembrò accorgersi della rabbia di Arthur.

“Vai, giro qui, ci metterò 5 minuti di più, ma almeno mi tolgo questo stronzo da dietro”, ma quello girò nella stessa direzione. Nello stesso momento in cui girava e i fari alti non lo accecavano più, Arthur fece in tempo a vedere la faccia del suo inseguitore. Una faccia rossa, con un naso aquilino, dei denti aguzzi e… erano corna quelle che gli spuntavano tra i capelli? Arthur non poteva credere a quello che aveva visto. Eppure era così, era inseguito dal diavolo!

“Ecco là un altro incrocio, giro a destra…magari quello va a dritto”, ma nuovamente il diavolo svoltò dietro alla macchina di Arthur che sempre più sconvolto prese il cellulare per chiamare qualcuno, la polizia, la fidanzata…ancora non aveva deciso, ma qualcuno che potesse aiutarlo.

Compose in automatico il 112 e appena sentì la voce dall’altra parte urlò “Aiuto, mi sta inseguendo il diavolo!”. Ma senza avere il tempo di finire la frase, il cellulare gli sfuggì di mano e cadde sul tappetino del lato passeggero. Arthur continuò a urlare la sua richiesta di aiuto e allungò una mano per recuperare il telefono. Si piegò appena per provare a raggiungerlo e in quell’istante il pilastro di un sottopassaggio spuntò dal nulla e fermò la fuga di Arthur.

Il diavolo vide la macchina davanti a sé curvare verso sinistra e sbattere a gran velocità nel pilastro del sottopassaggio che avrebbero dovuto imboccare. Mise la freccia e fermò l’auto. Uscì, si avvicinò all’auto tutta accartocciata e vide due occhi spaventati fissarlo da dentro l’abitacolo. Aprì la portiera e cercò di controllare il polso di quell’uomo, ma era ormai morto.

Si tolse allora la maschera dalla faccia e la gettò a terra, gli era passata la voglia di andare a quella festa così stupida.

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Juan

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In fila

Quando il signor S. arrivò sulla spianata, si trovò immerso in una densa foschia luminescente: decise di camminare in direzione della zona dove il chiarore sembrava più intenso; del resto non aveva altri punti di riferimento e, da quella parte, sentiva provenire un brusio confuso e un rumore come di piedi strascicati. Forse era una specie di punto di raccolta.

Non sapeva con certezza in che luogo si trovasse, ma una supposizione ragionevole, tra sé, l’aveva già formulata:  l’ultima cosa che ricordava era un SUV nero che gli veniva addosso a velocità sostenuta. Aveva chiarissima in mente l’immagine della donna con i capelli rossi alla guida di quel bolide che si era  schiantato contro la sua utilitaria. Indossava occhiali blu elettrico e la sua faccia matura ma affascinante, l’aveva vista molto, molto da vicino. Chissà se si sarebbero incontrati di nuovo, lì; perché era fuori dubbio che fosse morto e stesse per entrare in un Aldilà… chissà quale, dei tanti immaginati dai viventi, e forse anche alla signora era toccata la stessa sorte.

Percorse, avanzando incerto per la poca illuminazione, alcune decine di metri e si ritrovò accanto a degli sconosciuti,  un gruppo di persone, se così si potevano ancora chiamare, in attesa: alcune impazienti, altre rassegnate, formavano una lunga fila che faceva capo ad un bancone, appena visibile in lontananza. “La Reception, ovviamente – pensò, con una punta di ironia S. – chissà come prosegue dopo la faccenda”.

Si meravigliava di non provare dolore fisico e, soprattutto, di non pensare con sofferenza alla famiglia, alla moglie, ai due figli che a in quel momento dovevano essere a tavola per cena (non lo aspettavano mai!); forse la notizia del suo incidente li aveva già raggiunti,  interrompendo bruscamente la loro routine serale.

“Che ore saranno” si domandò, guardando l’orologio: era fermo. “Beh, tanto ora il Tempo non ha più importanza”

La fila scorreva piano, ma S. già vedeva bene il bancone, lunghissimo, e una ragazza che sembrava intenta a sbrigare delle pratiche; la nebbia intanto si era quasi dissolta svelando, a destra e a sinistra, per metri e metri, altre file di persone in attesa; qua e là qualche gruppetto chiacchierava, chissà di cosa.

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Dr J. Iccapot

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Il libro – II


“Si trova scritto che Agostino, quand’era ancora in vita, stava leggendo un testo, quando vide passare davanti a sé un demone che portava sulle spalle un libro”.  (Jacopo da Varagine)

(Qui il  primo racconto di questa serie)

Personaggi:

Agostino

Demone

Adeodato

Rufino

Agata

La scena si svolge ad Ippona, intorno al 400 d. C., all’esterno dell’Episcopio.

Agostino: Ma guarda chi si rivede! Sempre con il tuo librone, non ti stanchi mai di scuriosare nella vita dei poveri peccatori, briccone!

Demone: Lei di certo mi scambia per qualcun altro, è la prima volta che vengo da queste parti.

Agostino: Ma come, non più di una settimana fa abbiamo trascorso insieme un piacevole pomeriggio.

Demone: Ah! Ma non ero io, lei parla di mio fratello (si ferma e posa il libro sulla panca).

Agostino: Com’è che ora sei tu a portare il libro dei peccati.

Demone: Proprio lei mi fa questa domanda? Quando quelli di sotto hanno scoperto che mio fratello si era fatto gabbare a quel modo da un tonsurato, lo hanno messo alla porta. E’ grassa se gli fanno ancora presiedere un sabba di vecchie streghe.

Agostino: Non posso dire che mi dispiaccia, ma devo riconoscere che il ragazzo aveva buona volontà, sebbene orientata al male.

Demone: Sa come si dice, di veramente buono c’è solo una buona volontà! Però mio fratello non si meritava di essere buttato fuori così, su due zampe.

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Rosanna Bogo

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Il libro – I

“Si trova scritto che Agostino, quand’era ancora in vita, stava leggendo un testo, quando vide passare davanti a sé un demone che portava sulle spalle un libro”. (Jacopo da Varagine)


Personaggi:

Agostino

Demone

Adeodato

La scena si svolge ad Ippona, intorno al 400 d. C., all’esterno dell’Episcopio.

Agostino (seduto su una lunga panca, alzando gli occhi da un piccolo volume): Strano modo di trasportare un libro, a spalla come fosse un baule o un’anfora di vino.

Demone: In effetti pesa quanto un barile, ho la schiena a pezzi. Vorrei tanto sbatterlo a terra.

Agostino: Per carità! si vede che è un oggetto di valore, io me ne intendo. I libri saranno anche il futuro degli scriptoria, non lo nego, ma più sono grossi e più sono fragili, le legature non reggono e la cartapecora spiomba. Vuoi mettere la comodità del vecchio rotolo: toglievi il papiro dal cilindro, e poi svolgevi ed avvolgevi, svolgevi ed avvolgevi, un po’ per volta, in poco spazio e senza fatica. Per consultare un codice oggi occorre un leggio grande come un catafalco ed i bibliotecari devono avere più muscoli di un gladiatore.

Demone: A chi lo dice! Ma pare che i libri possano contenere testi più lunghi dei rotoli.

Agostino: Ipotesi tutta da dimostrare. Io credo invece che il punto sia un altro: i codici si possono agevolmente riempire di decorazioni e le belle immagini colorate, si sa, piacciono tanto ai lettori più ricchi e meno istruiti.

Demone: Il mio libro comunque non è illustrato. Posso posarlo un attimo sulla sua panca, tanto per riprendere fiato? Però non voglio disturbarla, continui pure a leggere.

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Rosanna Bogo

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Donne che leggono – 2

Qualche giorno fa su Facebook mi sono imbattuto nell’immagine sottostante, usata da uno degli amici di Scrivolo. Con Tineye, il servizio che rintraccia le occorrenze di foto o disegni nel Web, ne ho trovato i riferimenti: si tratta di una delle pin-up anni ’40 che l’italo americano Edward Runci disegnò a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, uno dei tipici soggetti da calendario o da pubblicità a cui spesso faceva da ispiratrice e modella sua moglie Maxine.

Nonostante la rappresentazione provocante, la ragazza sta leggendo un libro giallo: sul letto ci sono infatti una ‘Detective story’ e un volumetto di ‘Mystery stories’, come si può vedere dal dettaglio:

L’acquarello si intitola per l’appunto Surprising Mystery ed è del 1945.

Mi ha incuriosito, l’immagine di questa ragazza discinta che legge dei libretti dozzinali, e mi ha ricordato un’altra immagine: la Lettrice di Romanzi di Antoine Wiertz.

Dice Louis Watteau, a proposito del quadro, nel suo  “Catalogue raisonné du Musée Wiertz – 1865″ (pagg. 181-182) [la traduzione è mia]:

“Questa giovane donna, che legge un libro nel silenzio della notte, è uno splendido modello di bellezza plastica. Sotto la pelle dorata e vellutata di questa bella ragazza s’indovinano tutti i fremiti d’una carne giovane ed esuberante. Si sente anche il veleno della lettura che le s’infiltra poco a poco nelle vene e quell’aria di languore e di rilassamento che le pervade tutto l’essere, quasi uno stimolo lungo la spina dorsale.
Senza dubbio è arrivata ad un punto interessante del libro perché i seni sembrano gonfiarsi d’umori ardenti mentre gli occhi fan cadere lacrime d’emozione.”

Che bella descrizione, vero?, dell’emozione della lettura.
E il critico non fa neppure notare che la ragazza è nuda; a metà ottocento si trovavano quadri ben più espliciti, di Gustave Courbet, ad esempio: le due lesbiche nude nel Le sommeil o l’origine di tutti noi ne L’Origine du monde, entrambi quadri del 1866.

L’Origine du monde è:

“…un ventre di donna nero e prominente sullo spiraglio d’una vulva rosa… Davanti a questa tela che non avevo mai visto, io che non ho mai amato Courbet, devo fare ammenda e rendergli onore: quel ventre è bello come la carne del Correggio”

scriveva nel suo Journal, sabato 29 giugno 1889, Edmond de Goncourt.

Edmond de Gouncort si era occupato, nel il suo romanzo La fille Elisa, proprio del rapporto tra la lettura di romanzi e le giovani e sprovvedute ragazze che, facendo magari una vita da donne pubbliche, evadevano dalle loro miserie con la lettura delle romanticherie di cui traboccavano tanti libri di poco prezzo. Ecco cosa dice nel cap. XV del libro (la traduzione è dell’amico Mirko F.)

Nella donna del popolo che sa giusto leggere la lettura produce lo stesso rapimento che nel bambino. Su queste menti ingenue, per cui le fantasticherie dei libri di una sala di lettura sono un piacere nuovo, su queste menti senza difesa, senza finezza, senza facoltà critiche, il romanzo esercita un’azione magica.
S’impossessa del pensiero della lettrice diventata ad un tratto, stupidamente, vittima dell’assurda finzione. La riempie, la eccita, l’infervora. Più l’avventura è grande, più il racconto è inverosimile, più la cosa raccontata è difficile da accettare, più l’arte e il vero sono assenti e meno reale l’umanità che si muove nel libro e più il romanzo fa presa su questo tipo di donna.
Ogni volta la sua immaginazione diventa la preda palpitante di un racconto che plana sopra le bassezze della sua vita, un racconto fondato e costruito nella regione superiore dei sentimenti soprannaturali di eroismo, abnegazione, sacrificio, castità. Castità, sì: soprattutto per la prostituta, la donna di cui la scienza medica ha riferito la purezza dei sogni e una sorta di aspirazione inconscia del suo essere macchiato verso l’immaterialità dell’amore.
Il romanzo! chi ne spiegherà il miracolo? Il titolo ci avverte che stiamo per leggere una menzogna ma, in capo a poche pagine, l’inchiostro mendace s’impadronisce di noi come se leggessimo un libro dove “i fatti raccontati sono accaduti realmente”. Profondiamo il nostro interesse, la nostra emozione, il nostro intenerimento, una lacrima a volte per una vicenda umana che sappiamo non aver avuto luogo.
Se veniamo ingannati noi, proprio noi! … Come potrà non credere a quanto legge con una fede più piena, più ingenua, più docile, più simile alla fede del bambino che non sa leggere un libro senza concedersi ad esso e vivere in esso? Così dalla confusione e dal miscuglio delle sensazioni irriflesse con le cose che legge, la donna del popolo è imperiosamente, involontariamente portata a sostituire alla propria persona il personaggio immaginario del romanzo, a spogliarsi della sua miserabile e prosaica individualità, a mettersi necessariamente nella pelle poetica e romanzesca dell’eroina: una vera incarnazione che continua e si protrae a lungo una volta chiuso il libro. Felice di sottrarsi al suo triste mondo grigio, dove non succede nulla, si precipita rapidamente nel dramma di un’esistenza favolosa. Ama, lotta e trionfa sui suoi nemici, come dicono le cartomanti.
Così, attraverso l’esaltazione dei sensi e una bella ubriacatura mentale, vive finalmente le avventure del libro.
La sala di lettura di Bourlemont, nella quale si era imbattuta Elisa, era la biblioteca che faceva al caso suo. Un centinaio di piccoli volumi, simili, nella loro legatura in pelle, a provinciali libri di preghiera ed il cui noleggio si affiancava alla vendita di almanacchi di Liegi e di animali di zucchero colorato di una bottega del quartiere, formavano, messi insieme a caso, una raccolta eteroclita di romanzi, pubblicati in Francia per l’insurrezione della Grecia nel 1821. Erano, sullo sfondo di una fantasmagoria e di un Oriente barocco, storie di palicari eroici, di prigioniere greche che facevano resistenza a pascià stupratori, storie di duelli nei sotterranei, di incendi, di prigionie, fughe, liberazioni e sempre, alla fine, arrivava il coronamento legale degli ardori dell’amante davanti a un sindaco di Sparta o di Argo. Tutta l’epica del crimine più trita, tutto il repertorio cavalleresco, tutto il repertorio amoroso capaci di portare nel blu di un settimo cielo le idee terra-terra di una ragazza che si guadagna il pane, poveramente, col suo amore, in una laida cittadina di provincia.
……
La lettura era diventata furore, una smania per Elisa. Non faceva altro che leggere. Assente col corpo e con lo spirito dalla casa, la ragazza, per quanto le consentiva il carattere basso e limitato della sua natura, viveva in un vago e generoso stato di grazia, nel sogno ad occhi aperti di azioni grandi, nobili, pure, in una sorta di omaggio del suo cervello a quello che il suo mestiere le faceva dissacrare in ogni momento.

Nel quadro della Lettrice di Romanzi di Wiertz, seminascosto dall’oscurità, sulla sinistra, un diavolo fa scivolare altri libri che ‘corrompono’ la mente della lettrice; anche in questo caso si tratta di romanzi d’evasione. Sul più vicino, quello che la mano del demone spinge avanti, si legge : “ANTONY DRAME PAR A. DUMAS”. Antony è un drammone romantico in cinque atti che Alexandre Dumas mise in scena nel 1831, e in cui ci sono tutti temi ‘classici’ del genere: l’amore, il tradimento, l’onore difeso e la morte; un giovane ex amante e una infelice moglie e madre ne sono i protagonisti.

Di Wiertz si è occupato, più volte, anche Walter Benjamin, parlando di  arte e di fotografia.

Benjamin scrisse anche un piccolo saggio illustrato, Chambermaids’ romances of the past century, (I romanzi delle cameriere nel secolo scorso) che ci riporta al tema delle due immagini di questo post. Nel suo breve testo il critico tedesco suggerisce di spostare l’attenzione dai libretti dozzinali venduti dai colporteur (venditori ambulanti) nelle fiere di paese o per le strade delle città, di solito non classificati come letteratura, focalizzandosi sulle condizioni di queste donne di classe molto umile, vere ‘divoratrici’ di centoni letterari, e sugli effetti causati su di loro. Il ‘secolo scorso’ nel titolo ovviamente è l’Ottocento.

Augurandosi che si cominci a fare un’analisi attenta della ‘chimica’ di questo cibo, Benjamin riconosce che è nei sogni che hanno le radici i soggetti dei romanzoni popolari.

Sopra: alcune immagini di colporteur.

Ulteriori riferimenti:

Per alcune immagini molto grandi di Runci, vedere il post su Golden Age Comic Book Stories che gli ha dedicato Mr. Door Tree.

Per Walter Benjamin: il libro Benjamin, Walter – The Work Of Art In The Age Of Its Technological Reproducibility, And Other Writings On Media, The Belknap Press of Harward University Press, 2008.

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Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (483)

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