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La festa del diavolo


- Bella questa festa, dovremmo farne più spesso!
- Eh, ma se ogni volta bevi come stasera…
- Non ho bevuto tanto!
- Arthur, gli hai sgonfiato la cantina!!
E si sentirono delle gran risa dall’altra parte del telefono.
- Ci vediamo domani a lavoro!
- Se ce la fai… Ciao Arthur!

In effetti alla festa aveva bevuto davvero tanto, tre bicchieri di Prosecco, poi un numero imprecisato di cocktail a base di Martini e infine lo avevano coinvolto in un giro di grappa che si era concluso con la bottiglia vuota; tutto questo alcool non era stato accompagnato da molto cibo nello stomaco e adesso era ridotto in condizioni pessime.

Ora sarebbe tornato a casa, dove l’aspettavano una bella doccia e il letto caldo. Doveva resistere il tempo necessario ad arrivare, sperando nella buona sorte: incontrare una pattuglia della polizia in quel momento avrebbe significato sicuramente almeno una multa.

Tutto intento a guardare la strada, la sua attenzione venne all’improvviso distolta da un’auto che viaggiava un po’ a zig-zag.

“Quello deve aver bevuto più di me” pensò Arthur.

Ma poi quello alzò i fari e cominciò a stargli “al culo”.

“Cazzo fai?” e cominciò a lampeggiare col faro antinebbia posteriore e accese le 4 frecce, ma quello non sembrò accorgersi della rabbia di Arthur.

“Vai, giro qui, ci metterò 5 minuti di più, ma almeno mi tolgo questo stronzo da dietro”, ma quello girò nella stessa direzione. Nello stesso momento in cui girava e i fari alti non lo accecavano più, Arthur fece in tempo a vedere la faccia del suo inseguitore. Una faccia rossa, con un naso aquilino, dei denti aguzzi e… erano corna quelle che gli spuntavano tra i capelli? Arthur non poteva credere a quello che aveva visto. Eppure era così, era inseguito dal diavolo!

“Ecco là un altro incrocio, giro a destra…magari quello va a dritto”, ma nuovamente il diavolo svoltò dietro alla macchina di Arthur che sempre più sconvolto prese il cellulare per chiamare qualcuno, la polizia, la fidanzata…ancora non aveva deciso, ma qualcuno che potesse aiutarlo.

Compose in automatico il 112 e appena sentì la voce dall’altra parte urlò “Aiuto, mi sta inseguendo il diavolo!”. Ma senza avere il tempo di finire la frase, il cellulare gli sfuggì di mano e cadde sul tappetino del lato passeggero. Arthur continuò a urlare la sua richiesta di aiuto e allungò una mano per recuperare il telefono. Si piegò appena per provare a raggiungerlo e in quell’istante il pilastro di un sottopassaggio spuntò dal nulla e fermò la fuga di Arthur.

Il diavolo vide la macchina davanti a sé curvare verso sinistra e sbattere a gran velocità nel pilastro del sottopassaggio che avrebbero dovuto imboccare. Mise la freccia e fermò l’auto. Uscì, si avvicinò all’auto tutta accartocciata e vide due occhi spaventati fissarlo da dentro l’abitacolo. Aprì la portiera e cercò di controllare il polso di quell’uomo, ma era ormai morto.

Si tolse allora la maschera dalla faccia e la gettò a terra, gli era passata la voglia di andare a quella festa così stupida.

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Juan

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In fila

Quando il signor S. arrivò sulla spianata, si trovò immerso in una densa foschia luminescente: decise di camminare in direzione della zona dove il chiarore sembrava più intenso; del resto non aveva altri punti di riferimento e, da quella parte, sentiva provenire un brusio confuso e un rumore come di piedi strascicati. Forse era una specie di punto di raccolta.

Non sapeva con certezza in che luogo si trovasse, ma una supposizione ragionevole, tra sé, l’aveva già formulata:  l’ultima cosa che ricordava era un SUV nero che gli veniva addosso a velocità sostenuta. Aveva chiarissima in mente l’immagine della donna con i capelli rossi alla guida di quel bolide che si era  schiantato contro la sua utilitaria. Indossava occhiali blu elettrico e la sua faccia matura ma affascinante, l’aveva vista molto, molto da vicino. Chissà se si sarebbero incontrati di nuovo, lì; perché era fuori dubbio che fosse morto e stesse per entrare in un Aldilà… chissà quale, dei tanti immaginati dai viventi, e forse anche alla signora era toccata la stessa sorte.

Percorse, avanzando incerto per la poca illuminazione, alcune decine di metri e si ritrovò accanto a degli sconosciuti,  un gruppo di persone, se così si potevano ancora chiamare, in attesa: alcune impazienti, altre rassegnate, formavano una lunga fila che faceva capo ad un bancone, appena visibile in lontananza. “La Reception, ovviamente – pensò, con una punta di ironia S. – chissà come prosegue dopo la faccenda”.

Si meravigliava di non provare dolore fisico e, soprattutto, di non pensare con sofferenza alla famiglia, alla moglie, ai due figli che a in quel momento dovevano essere a tavola per cena (non lo aspettavano mai!); forse la notizia del suo incidente li aveva già raggiunti,  interrompendo bruscamente la loro routine serale.

“Che ore saranno” si domandò, guardando l’orologio: era fermo. “Beh, tanto ora il Tempo non ha più importanza”

La fila scorreva piano, ma S. già vedeva bene il bancone, lunghissimo, e una ragazza che sembrava intenta a sbrigare delle pratiche; la nebbia intanto si era quasi dissolta svelando, a destra e a sinistra, per metri e metri, altre file di persone in attesa; qua e là qualche gruppetto chiacchierava, chissà di cosa.

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Dr J. Iccapot

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Il libro – II


“Si trova scritto che Agostino, quand’era ancora in vita, stava leggendo un testo, quando vide passare davanti a sé un demone che portava sulle spalle un libro”.  (Jacopo da Varagine)

(Qui il  primo racconto di questa serie)

Personaggi:

Agostino

Demone

Adeodato

Rufino

Agata

La scena si svolge ad Ippona, intorno al 400 d. C., all’esterno dell’Episcopio.

Agostino: Ma guarda chi si rivede! Sempre con il tuo librone, non ti stanchi mai di scuriosare nella vita dei poveri peccatori, briccone!

Demone: Lei di certo mi scambia per qualcun altro, è la prima volta che vengo da queste parti.

Agostino: Ma come, non più di una settimana fa abbiamo trascorso insieme un piacevole pomeriggio.

Demone: Ah! Ma non ero io, lei parla di mio fratello (si ferma e posa il libro sulla panca).

Agostino: Com’è che ora sei tu a portare il libro dei peccati.

Demone: Proprio lei mi fa questa domanda? Quando quelli di sotto hanno scoperto che mio fratello si era fatto gabbare a quel modo da un tonsurato, lo hanno messo alla porta. E’ grassa se gli fanno ancora presiedere un sabba di vecchie streghe.

Agostino: Non posso dire che mi dispiaccia, ma devo riconoscere che il ragazzo aveva buona volontà, sebbene orientata al male.

Demone: Sa come si dice, di veramente buono c’è solo una buona volontà! Però mio fratello non si meritava di essere buttato fuori così, su due zampe.

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Rosanna Bogo

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Il libro – I

“Si trova scritto che Agostino, quand’era ancora in vita, stava leggendo un testo, quando vide passare davanti a sé un demone che portava sulle spalle un libro”. (Jacopo da Varagine)


Personaggi:

Agostino

Demone

Adeodato

La scena si svolge ad Ippona, intorno al 400 d. C., all’esterno dell’Episcopio.

Agostino (seduto su una lunga panca, alzando gli occhi da un piccolo volume): Strano modo di trasportare un libro, a spalla come fosse un baule o un’anfora di vino.

Demone: In effetti pesa quanto un barile, ho la schiena a pezzi. Vorrei tanto sbatterlo a terra.

Agostino: Per carità! si vede che è un oggetto di valore, io me ne intendo. I libri saranno anche il futuro degli scriptoria, non lo nego, ma più sono grossi e più sono fragili, le legature non reggono e la cartapecora spiomba. Vuoi mettere la comodità del vecchio rotolo: toglievi il papiro dal cilindro, e poi svolgevi ed avvolgevi, svolgevi ed avvolgevi, un po’ per volta, in poco spazio e senza fatica. Per consultare un codice oggi occorre un leggio grande come un catafalco ed i bibliotecari devono avere più muscoli di un gladiatore.

Demone: A chi lo dice! Ma pare che i libri possano contenere testi più lunghi dei rotoli.

Agostino: Ipotesi tutta da dimostrare. Io credo invece che il punto sia un altro: i codici si possono agevolmente riempire di decorazioni e le belle immagini colorate, si sa, piacciono tanto ai lettori più ricchi e meno istruiti.

Demone: Il mio libro comunque non è illustrato. Posso posarlo un attimo sulla sua panca, tanto per riprendere fiato? Però non voglio disturbarla, continui pure a leggere.

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Rosanna Bogo

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Donne che leggono – 2

Qualche giorno fa su Facebook mi sono imbattuto nell’immagine sottostante, usata da uno degli amici di Scrivolo. Con Tineye, il servizio che rintraccia le occorrenze di foto o disegni nel Web, ne ho trovato i riferimenti: si tratta di una delle pin-up anni ’40 che l’italo americano Edward Runci disegnò a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, uno dei tipici soggetti da calendario o da pubblicità a cui spesso faceva da ispiratrice e modella sua moglie Maxine.

Nonostante la rappresentazione provocante, la ragazza sta leggendo un libro giallo: sul letto ci sono infatti una ‘Detective story’ e un volumetto di ‘Mystery stories’, come si può vedere dal dettaglio:

L’acquarello si intitola per l’appunto Surprising Mystery ed è del 1945.

Mi ha incuriosito, l’immagine di questa ragazza discinta che legge dei libretti dozzinali, e mi ha ricordato un’altra immagine: la Lettrice di Romanzi di Antoine Wiertz.

Dice Louis Watteau, a proposito del quadro, nel suo  ”Catalogue raisonné du Musée Wiertz – 1865″ (pagg. 181-182) [la traduzione è mia]:

“Questa giovane donna, che legge un libro nel silenzio della notte, è uno splendido modello di bellezza plastica. Sotto la pelle dorata e vellutata di questa bella ragazza s’indovinano tutti i fremiti d’una carne giovane ed esuberante. Si sente anche il veleno della lettura che le s’infiltra poco a poco nelle vene e quell’aria di languore e di rilassamento che le pervade tutto l’essere, quasi uno stimolo lungo la spina dorsale.
Senza dubbio è arrivata ad un punto interessante del libro perché i seni sembrano gonfiarsi d’umori ardenti mentre gli occhi fan cadere lacrime d’emozione.”

Che bella descrizione, vero?, dell’emozione della lettura.
E il critico non fa neppure notare che la ragazza è nuda; a metà ottocento si trovavano quadri ben più espliciti, di Gustave Courbet, ad esempio: le due lesbiche nude nel Le sommeil o l’origine di tutti noi ne L’Origine du monde, entrambi quadri del 1866.

L’Origine du monde è:

“…un ventre di donna nero e prominente sullo spiraglio d’una vulva rosa… Davanti a questa tela che non avevo mai visto, io che non ho mai amato Courbet, devo fare ammenda e rendergli onore: quel ventre è bello come la carne del Correggio”

scriveva nel suo Journal, sabato 29 giugno 1889, Edmond de Goncourt.

Edmond de Gouncort si era occupato, nel il suo romanzo La fille Elisa, proprio del rapporto tra la lettura di romanzi e le giovani e sprovvedute ragazze che, facendo magari una vita da donne pubbliche, evadevano dalle loro miserie con la lettura delle romanticherie di cui traboccavano tanti libri di poco prezzo. Ecco cosa dice nel cap. XV del libro (la traduzione è dell’amico Mirko F.)

Nella donna del popolo che sa giusto leggere la lettura produce lo stesso rapimento che nel bambino. Su queste menti ingenue, per cui le fantasticherie dei libri di una sala di lettura sono un piacere nuovo, su queste menti senza difesa, senza finezza, senza facoltà critiche, il romanzo esercita un’azione magica.
S’impossessa del pensiero della lettrice diventata ad un tratto, stupidamente, vittima dell’assurda finzione. La riempie, la eccita, l’infervora. Più l’avventura è grande, più il racconto è inverosimile, più la cosa raccontata è difficile da accettare, più l’arte e il vero sono assenti e meno reale l’umanità che si muove nel libro e più il romanzo fa presa su questo tipo di donna.
Ogni volta la sua immaginazione diventa la preda palpitante di un racconto che plana sopra le bassezze della sua vita, un racconto fondato e costruito nella regione superiore dei sentimenti soprannaturali di eroismo, abnegazione, sacrificio, castità. Castità, sì: soprattutto per la prostituta, la donna di cui la scienza medica ha riferito la purezza dei sogni e una sorta di aspirazione inconscia del suo essere macchiato verso l’immaterialità dell’amore.
Il romanzo! chi ne spiegherà il miracolo? Il titolo ci avverte che stiamo per leggere una menzogna ma, in capo a poche pagine, l’inchiostro mendace s’impadronisce di noi come se leggessimo un libro dove “i fatti raccontati sono accaduti realmente”. Profondiamo il nostro interesse, la nostra emozione, il nostro intenerimento, una lacrima a volte per una vicenda umana che sappiamo non aver avuto luogo.
Se veniamo ingannati noi, proprio noi! … Come potrà non credere a quanto legge con una fede più piena, più ingenua, più docile, più simile alla fede del bambino che non sa leggere un libro senza concedersi ad esso e vivere in esso? Così dalla confusione e dal miscuglio delle sensazioni irriflesse con le cose che legge, la donna del popolo è imperiosamente, involontariamente portata a sostituire alla propria persona il personaggio immaginario del romanzo, a spogliarsi della sua miserabile e prosaica individualità, a mettersi necessariamente nella pelle poetica e romanzesca dell’eroina: una vera incarnazione che continua e si protrae a lungo una volta chiuso il libro. Felice di sottrarsi al suo triste mondo grigio, dove non succede nulla, si precipita rapidamente nel dramma di un’esistenza favolosa. Ama, lotta e trionfa sui suoi nemici, come dicono le cartomanti.
Così, attraverso l’esaltazione dei sensi e una bella ubriacatura mentale, vive finalmente le avventure del libro.
La sala di lettura di Bourlemont, nella quale si era imbattuta Elisa, era la biblioteca che faceva al caso suo. Un centinaio di piccoli volumi, simili, nella loro legatura in pelle, a provinciali libri di preghiera ed il cui noleggio si affiancava alla vendita di almanacchi di Liegi e di animali di zucchero colorato di una bottega del quartiere, formavano, messi insieme a caso, una raccolta eteroclita di romanzi, pubblicati in Francia per l’insurrezione della Grecia nel 1821. Erano, sullo sfondo di una fantasmagoria e di un Oriente barocco, storie di palicari eroici, di prigioniere greche che facevano resistenza a pascià stupratori, storie di duelli nei sotterranei, di incendi, di prigionie, fughe, liberazioni e sempre, alla fine, arrivava il coronamento legale degli ardori dell’amante davanti a un sindaco di Sparta o di Argo. Tutta l’epica del crimine più trita, tutto il repertorio cavalleresco, tutto il repertorio amoroso capaci di portare nel blu di un settimo cielo le idee terra-terra di una ragazza che si guadagna il pane, poveramente, col suo amore, in una laida cittadina di provincia.
……
La lettura era diventata furore, una smania per Elisa. Non faceva altro che leggere. Assente col corpo e con lo spirito dalla casa, la ragazza, per quanto le consentiva il carattere basso e limitato della sua natura, viveva in un vago e generoso stato di grazia, nel sogno ad occhi aperti di azioni grandi, nobili, pure, in una sorta di omaggio del suo cervello a quello che il suo mestiere le faceva dissacrare in ogni momento.

Nel quadro della Lettrice di Romanzi di Wiertz, seminascosto dall’oscurità, sulla sinistra, un diavolo fa scivolare altri libri che ‘corrompono’ la mente della lettrice; anche in questo caso si tratta di romanzi d’evasione. Sul più vicino, quello che la mano del demone spinge avanti, si legge : “ANTONY DRAME PAR A. DUMAS”. Antony è un drammone romantico in cinque atti che Alexandre Dumas mise in scena nel 1831, e in cui ci sono tutti temi ‘classici’ del genere: l’amore, il tradimento, l’onore difeso e la morte; un giovane ex amante e una infelice moglie e madre ne sono i protagonisti.

Di Wiertz si è occupato, più volte, anche Walter Benjamin, parlando di  arte e di fotografia.

Benjamin scrisse anche un piccolo saggio illustrato, Chambermaids’ romances of the past century, (I romanzi delle cameriere nel secolo scorso) che ci riporta al tema delle due immagini di questo post. Nel suo breve testo il critico tedesco suggerisce di spostare l’attenzione dai libretti dozzinali venduti dai colporteur (venditori ambulanti) nelle fiere di paese o per le strade delle città, di solito non classificati come letteratura, focalizzandosi sulle condizioni di queste donne di classe molto umile, vere ‘divoratrici’ di centoni letterari, e sugli effetti causati su di loro. Il ‘secolo scorso’ nel titolo ovviamente è l’Ottocento.

Augurandosi che si cominci a fare un’analisi attenta della ‘chimica’ di questo cibo, Benjamin riconosce che è nei sogni che hanno le radici i soggetti dei romanzoni popolari.

Sopra: alcune immagini di colporteur.

Ulteriori riferimenti:

Per alcune immagini molto grandi di Runci, vedere il post su Golden Age Comic Book Stories che gli ha dedicato Mr. Door Tree.

Per Walter Benjamin: il libro Benjamin, Walter – The Work Of Art In The Age Of Its Technological Reproducibility, And Other Writings On Media, The Belknap Press of Harward University Press, 2008.

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fuchs

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

errebi, Il Natale di Idik

Un Natale diverso, lontano nel tempo e nello spazio.

Qui il link per scaricare il file: errebi, Il Natale di Idik (33)

 

 

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admin