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Delitto senza castigo in pdf

Delitto senza castigo

Si è conclusa, la settimana scorsa, la pubblicazione del racconto a puntate “Delitto senza castigo” di errebi. Adesso potete scaricare tutto il curioso mini-romanzo e-pistolare, in formato pdf, da qui o dall’area download, nella parte destra del video.

Al solito, un commento su questo impegno ci farebbe piacere.

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admin

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Delitto senza castigo – IX

scaffalecuboNona

Ultima puntata.

Da: adelia.edelwaiz@libero.it
A: galba.demause@unino.it

Caro Professore, il commissario Lo Bue sostiene che la scoperta di un frammento di verità a volte può fare luce su una complicata vicenda in apparenza del tutto estranea. Conosce la teoria del battito delle ali di una farfalla che produce effetti all’altro capo del mondo?
I testimoni, afferma Lo Bue, mentono oppure nascondono fatti che ritengono secondari o non collegati all’indagine senza rendersi conto che così possono depistare gli inquirenti, perché il particolare occultato, a volte, è proprio l’indizio indispensabile per risolvere il caso: si determinano così errori giudiziari che un po’ di sana sincerità avrebbe evitato.
Io penso che abbia assolutamente ragione e per questo ho deciso di svelare un segreto che mi pesa sul cuore da tanti anni. E credo che lei abbia diritto di conoscerlo per primo, s’intende dopo il commissario.
Come le ho già riferito, ho consegnato a Lo Bue un pacco di lettere anonime indirizzate a suo fratello. Il commissario si è subito interessato alle missive e mi ha lungamente interrogato: voleva sapere quando avevo conosciuto Girolamo e se ricordavo un fatto accaduto all’epoca in cui lavoravo come bibliotecaria nell’Istituto di Studi Medievali.
La direzione si era accorta della scomparsa di alcune pregevoli miniature ed un custode era stato incolpato del furto. La guardia giurata dell’Istituto, perquisendo lo spogliatoio del Personale, aveva trovato nel suo armadietto un frammento di pagina miniata: il dipendente non era stato denunciato alle autorità, ma aveva perso il posto.
Ho risposto che ovviamente mi ricordavo della vicenda del custode Mario Grandi detto Marione, un padre di famiglia molto ligio al dovere. Lo Bue ha aggiunto che di certo non avevo dimenticato la data della sua morte, perché si era suicidato proprio il giorno del mio incidente, il 15 marzo 1975.
A questo punto ho deciso che era giunto il momento di svelare il frammento di verità rimasto in ombra, il particolare omesso, in apparenza non correlato al delitto, che forse poteva salvare Antiveduto.
Quel fatale giorno, ho riferito a Lo Bue, mentre stavo ricollocando negli scaffali alcuni volumi, una collega era entrata di corsa nel deposito gridando che Marione si era suicidato: il poveretto non aveva resistito alla vergogna e si era impiccato ad un albero del suo orto. Io mi trovavo su uno scaleo e, udendo la tragica notizia, quasi svenni, precipitando da tre metri di altezza. Così, all’età di ventiquattro anni, sono finita in carrozzella. La mia reazione, un mancamento improvviso, era dovuta al fatto che sapevo con certezza che Grandi era morto innocente: conoscevo infatti l’identità del vero autore dei furti. Per settimane lo avevo osservato agire, senza parlare e, solo quando il custode era stato licenziato, mi ero fatta avanti tentando inutilmente di convincere il colpevole a confessare e salvare così dalla rovina quel povero padre di famiglia. Ma ora che Marione si era ucciso non c’era più modo per rimediare. Ovviamente il ladro che proteggevo perché stupidamente invaghita di lui era suo fratello Girolamo, all’epoca un oscuro borsista dell’Istituto con pochi mezzi e grandi progetti.
Mi aveva detto che il denaro ricavato dalla vendita delle miniature trafugate gli serviva per avviare uno Studio Bibliografico: promise che in seguito, con i primi guadagni, avrebbe provveduto a risarcire generosamente il Grandi ed io, stupidamente, non lo denunciai.
Pur di avere la possibilità di collezionare e commerciare libri antichi Girolamo era disposto a tutto, anche a rovinare un innocente e trascinare nel baratro della colpa un’ingenua ragazza innamorata.
Lo Bue mi ha rivelato di avere già condotto accurate indagini sul furto delle miniature, sul mio incidente e sul Grandi ma, naturalmente, ignorava il ruolo di Girolamo nella vicenda. Dopo la morte del povero Marione, il figlio e la moglie erano emigrati in Brasile e questo particolare diveniva rilevante in rapporto al paese di provenienza delle lettere anonime che gli avevo consegnato. L’incendio, secondo il commissario, poteva essere in qualche modo collegato al suicidio del custode e questa nuova pista meritava un accurato esame.
L’intuizione di Lo Bue fortunatamente si è rivelata giusta: controllando gli arrivi dal Sud America, il commissario ha scoperto che, proprio qualche giorno prima dell’incendio, Giovanni Grandi, il figlio di Marione, era sbarcato a Fiumicino, trattenendosi una settimana in visita presso parenti; quindi, il giorno seguente alla morte di Lefteria, se n’era tornato in Brasile, paese con cui l’Italia notoriamente non ha accordi di estradizione.
Secondo Lo Bue, il giovane Grandi conosceva l’identità del vero autore del furto e per anni ha perseguitato Girolamo con lettere anonime sperando di indurlo a confessare spontaneamente la sua colpa. Alla fine, stanco di aspettare, ha deciso di vendicare la morte del padre facendosi giustizia da solo: intendeva uccidere Girolamo e distruggere la sua biblioteca, ma ha mancato ambedue i bersagli, causando invece il decesso dell’innocente Lefteria.
Al dott. Magistris la nuova ricostruzione del delitto proposta dal commissario è parsa del tutto convincente, tanto che ha ordinato l’immediata scarcerazione di Antiveduto.
Attendo a momenti che il suo giovane cugino, accompagnato da Lo Bue, suoni al campanello della mia porta. Sono impaziente di abbracciarlo e, con l’aiuto di Pepos, ho organizzato per questa sera una cena in famiglia per festeggiare, tutti insieme, la sua riconquistata libertà. Ovviamente anche lei, caro Galba, è invitato. Non manchi!
Adelia

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Da: galba.demause@unino.it
A: adelia.edelwaiz@libero.it

Carissima Adelia, la liberazione di Antiveduto mi rallegra infinitamente, ma non le nascondo di essere sconvolto dalle sue rivelazioni sul furto delle miniature.
Conosco bene i difetti di mio fratello, tuttavia l’ho sempre scusato perché, avendo qualche anno più di me, di certo ha maggiormente sofferto per la vicenda che ha sconvolto la nostra famiglia. Sono convinto che la misoginia di Girolamo abbia avuto origine dal comportamento riprovevole di nostra madre, fuggita all’estero con un aristocratico russo quando eravamo bambini, e credo che il suo morboso attaccamento ai libri compensi l’esperienza dell’abbandono e le carenze affettive patite in collegio. E sorvolo sul ricovero di nostro padre, sconvolto dallo scandalo domestico, in una clinica svizzera!
Girolamo è un uomo che ha sofferto, ma il male che tutti, più o meno, riceviamo non ci autorizza ad essere malvagi. Come credente io ho affrontato le dolorose prove della mia vita con rassegnazione, Girolamo invece ha reagito all’infelicità da materialista, divenendo più egoista e cattivo delle persone che hanno amareggiato la nostra infanzia.
Ha rovinato l’esistenza di tanti innocenti eppure, da un punto di vista legale, non può essere punito: è una palese ingiustizia, ma purtroppo viviamo in un mondo assurdo e pieno di contraddizioni, recriminare non serve a nulla ed è già un miracolo che il povero Antiveduto sia sfuggito ad un’immeritata condanna. Rallegriamoci dunque per questo e dimentichiamo il passato. Stasera, cara Adelia, verrò alla festa con un vassoio di paste extra large e, se me lo permetterete, leggerò un piccolo discorso in onore del festeggiato che ha superato, con coraggio e dignità, il momento più difficile della sua vita. A stasera. Galba.

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Da: adelia.edelwaiz@libero.it
A: girolamo.demause@libero.it

Egregio dr. De Mause, la informo che è arrivata una nuova lettera dal Brasile: questa volta il misterioso corrispondente si firma per esteso e sono certa che il suo nome, Giovanni Grandi fu Mario, non le suonerà sconosciuto.
Ovviamente ho già provveduto a consegnare la lettera al commissario Lo Bue, ritengo tuttavia opportuno che anche lei conosca il contenuto della missiva.
Il Grandi confessa di essere l’incendiario di Villa De Mause ed afferma di avere appiccato il fuoco mosso da odio nei suoi confronti. Aggiunge che il padre, prima di suicidarsi, aveva scritto ai familiari un biglietto d’addio in cui l’accusava di essere il vero colpevole del furto delle miniature: ammette quindi di avere sempre aspirato a vendicarsi. Visto che le lettere non la inducevano a redimersi con le buone, ha in fine deciso di infliggerle una severa punizione. Purtroppo, scrive il giovanotto, il piano è fallito, causando la morte di una vecchia signora che nulla aveva a che fare con tutta la triste vicenda.
Ovviamente la persona che aveva rivelato al custode il nome del ladro di miniature ero io: il povero Grandi mi aveva promesso che sarebbe rimasto un segreto tra noi e, finché fu in vita, rispettò scrupolosamente il patto. Del biglietto alla famiglia non sapevo nulla, ma le lettere dal Brasile mi facevano pensare che la verità fosse in qualche modo venuta a galla.
Per mantenere la famiglia, in attesa di un nuovo impiego, avevo dato a Marione tutti i miei risparmi e con quella piccola somma la vedova ed il figlio, all’epoca ancora un bambino, erano emigrati in Brasile. Tuttora vivono a San Paolo: gestiscono un piccolo ristorante molto apprezzato, afferma il Grandi, dai connazionali in vacanza.
La lettera ha reso felice Lo Bue perché la confessione scritta pare sia considerata dagli investigatori la “regina delle prove”. Ora può chiudere per sempre il fascicolo “Tolos” certo di non aver mandato in galera un innocente. E questo, a suo avviso, è più importante che acciuffare un colpevole.
Antiveduto abita con me e Pepos: per il momento preferisce vivere in “famiglia” perché di notte è ancora perseguitato da terribili incubi. La carcerazione è stata un’esperienza terribile, ma ha prodotto su di lui anche qualche effetto positivo: è diventato un fervente democratico ed ha già avviato la pratica legale per mutare il suo cognome in Demause; inoltre sembra molto più maturo di un tempo e parla senza reticenza delle sue recenti disavventure.
Proprio oggi, a tavola, notava che, nel caso di Lefteria, la giustizia non ha fatto il proprio corso perché il reo-confesso vive libero in Brasile mentre dovrebbe occupare una cella in Italia. Ma Pepos ha obiettato che il figlio del custode, costretto a crescere in un paese straniero e senza padre, in certo senso, aveva già scontato preventivamente la sua pena. Ho riflettuto a lungo sulla conversazione tra i miei due ospiti e sono giunta alla conclusione che l’omicidio commesso da Giovanni Grandi, il suicidio di Marione, la mia paralisi, la morte di Lefteria, la detenzione di Antiveduto sono tutti anelli di una lunga catena di disgrazie che ha avuto origine da un unico evento: il furto delle miniature. Dunque il vero colpevole è chi, trentacinque anni fa, impadronendosi di quei miserabili foglietti colorati ha messo in moto la macina del male.
Il delitto che ha prodotto tante conseguenze nefaste rimarrà tuttavia senza castigo: Girolamo De Mause è un ladro, ma non sarà processato perché il furto ai danni dell’istituto di Studi Medievali è ormai caduto in prescrizione, Girolamo De Mause è un omicida però nessun tribunale potrebbe legalmente condannarlo per il suicidio del povero Grandi, anche se io so che ha fatto scivolare nell’armadietto di Marione, attraverso le fessure di aerazione, un frammento di miniatura perché la colpa ricadesse su di lui.
La sua impunità, dottor De Mause, è dunque la vera ingiustizia di questa triste vicenda in cui altri, innocenti, hanno sofferto e pagato al suo posto. E l’elenco sarebbe lungo.
Certo i parenti d’ora in poi la eviteranno, presto dovrà lasciare la villa in cui ha abitato per quasi tutta la vita ed otterrà solo una minima parte dell’eredità del conte Tommaso, ma potrà continuare a sfogliare comodamente i suoi amati libri, camminerà libero per le strade del mondo e, sono sicura, vivrà ancora a lungo, senza provare alcun rimorso.
A proposito, dimenticavo di dirle che da molto tempo non l’amo più.
Adelia

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Da: girolamo.demause@libero.it
A: adelia.edelwaiz@libero.it

Signorina Edelwaiz, lei è licenziata!

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errebi

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Delitto senza castigo – VIII

scaffalecuboottava


Da: carmine.lobue@ministerodegliinterni.it
A: adelia.edelwaiz@libero.it

Gentile sig.na Edelwaiz,
mezzanotte è passata da un pezzo e le invio questa e-mail perché non mi pare il caso di spaventarla facendo squillare il telefono nel cuore della notte. Domani mattina però, appena alzata, potrà leggerà nella sua posta elettronica una buona notizia che la riguarda: un’ora fa Opak Pepos si è presentato in commissariato ed ha rilasciato una dichiarazione che conferma in pieno il suo alibi.
L’Opak infatti ricorda con sicurezza che la sera dell’incendio ha giocato a briscola con lei dalle nove a mezzanotte, vincendo complessivamente 12 euro e 50 centesimi. Inoltre, nel corso della serata, ha effettuato alcune telefonate in Albania che provano la sua presenza in casa Edelwaiz all’ora del delitto. Tra l’altro ha chiamato una stazione di polizia di quel paese, pare per chiedere ad un agente suo amico di inviargli i documenti necessari per ottenere un permesso di soggiorno turistico.
Dopo la morte di Lefteria, spaventato dalle indagini, il giovanotto si è prudentemente smarcato, ma poi ha deciso di tornare perché, cito dalle sue dichiarazioni a verbale, “solo un cane può fare questo a signorina Adelia”. E pare che dalle sue parti il cane sia considerato un animale particolarmente ignobile.
In fondo deve essere un bravo ragazzo, anche se ha qualche piccolo precedente. Ma alla sua età, lontano da casa, è facile farsi trascinare dalle cattive compagnie. Bisogna avere un po’ di pazienza! Comunque, cara signorina, non intendo trattenerlo in Questura: si affretti quindi a mettere un coperto in più a tavola!
P. S. Anche la questione della spilla è chiarita: il dr. Girolamo De Mause ha confermato di aver fatto credere alla vittima che il gioiello era un dono di suo fratello Galba. Per essere più convincente aveva persino unito al pacchetto un vecchio biglietto d’auguri con la firma del professore che, a tavola, ha mostrato a tutti i presenti, lei compresa. La G non stava dunque per Girolamo ma per Galba e questo, per quanto mi riguarda, fa del tutto cadere il movente della gelosia a suo carico. Ci tengo però a farle sapere che, in verità, non l’ho mai davvero sospettata: dopo tanti anni di onorata carriera so riconoscere a naso una persona onesta! Dr. Carmine Lo Bue

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Da: adelia.edelwaiz@libero.it
A: carmine.lobue@ministerodegliinterni.it

Caro dottor Lo Bue, lei mi rende veramente felice. La ringrazio per i complimenti, tuttavia non posso fare a meno di ricordarle che anche il professor Galba ed il giovane De Mause sono sospettati in base ad indizi che non tengono conto della loro provata onestà. Mi creda, conosco Antiveduto da quando aveva sei anni e so che è incapace di fare del male. Quanto al Professore è un uomo profondamente devoto che considera il denaro lo sterco del diavolo, figuriamoci se potrebbe uccidere per un’eredità! La prego, cerchi qualche nuova pista, far condannare un innocente non è forse peggio che lasciare libero un presunto colpevole? Adelia Edelwaiz

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Da: carmine.lobue@ministerodegliinterni.it
A: adelia.edelwaiz@libero.it

Cara Signorina, il suo affetto per la famiglia De Mause è lodevole, ma la giustizia deve fare il suo corso e solo nei tribunali americani vale il principio del ragionevole dubbio.
Lei mi ha ripetuto in varie occasioni che il minore dei fratelli De Mause è l’uomo più gentile, devoto ed innocuo del mondo, odia la violenza ed è persino vegetariano, mi permetta però di farle notare che spesso i responsabili di reati di sangue più gravi sono proprio persone pacifiche che, in situazioni particolari, esplodono come vulcani inattivi da  secoli. E poi gli assassini non sono tenuti a mangiare le loro vittime.
A carico del Professore comunque non sussistono veri sospetti, però il suo alibi è debole perché la notte dell’incendio si trovava in casa da solo.
Diversa è la situazione di Antiveduto De Mause, il principale indiziato nell’inchiesta, già in stato di detenzione. Le sue dichiarazioni riguardo alla notte del delitto sono state smentite da vari testimoni, inoltre, dopo l’incendio, è sparito di circolazione per una settimana, nascondendosi come un colpevole, infine ha indubbiamente bisogno di denaro perché conduce un genere di vita dispendioso ed il matrimonio della vittima lo avrebbe ridotto quasi in miseria. Ho motivo di ritenere che, entro pochi giorni, il dottor Magistris lo rinvierà a giudizio per l’omicidio di Lefteria Tolos e, visti gli indizi e la mancanza di un alibi, temo sarà condannato.
Le informazioni che le riferisco sono ovviamente riservate, ma ho la sensazione che potrebbero finalmente convincerla a rivelarmi quei frammenti di verità che ancora mancano al mio puzzle. Nonostante tutto il giovane De Mause mi piace e, in tutta la mia carriera, non mi è mai accaduto di trovare simpatico un assassino. Il tempo però sta per scadere: la prego, dica tutta la verità e forse, con il suo aiuto, potrò scagionarlo e trovare il vero colpevole. Lo Bue

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Da: galba.demause@unino.it
A: adelia.edelwaiz@libero.it

Mia cara Adelia, sto ancora aspettando una risposta riguardo alla natura dei suoi rapporti con mio fratello. Ho cercato di ricavare qualche informazione da Girolamo, ma le mie domande lo hanno irritato a tal punto che ha preso baracca e burattini e se n’è andato.
Per le scale, mentre trascinava due valigie colme di libri, mi ha chiamato “Torquemada dei papiri”, ad alta voce, in modo che tutti i vicini sentissero, ed in strada l’ho sentito urlare che nel mio palazzo aveva sede la Santa Inquisizione. Chi sa cosa avranno pensato i passanti…
So che è rientrato con un taxi a Villa De Mause. Ubaldo e il Baluardi sono qui per portare via gli ultimi volumi della collezione rimasti nel mio appartamento e mi confermano che è deciso a rimanere nella villa, nonostante le stanze siano ancora annerite dal fumo e l’impianto elettrico non funzioni. Girolamo deve essere proprio impazzito.
Antiveduto mi ha scritto dal carcere: è disperato, povero ragazzo, bisogna assolutamente fare qualcosa per aiutarlo. Ma cosa?
Galba

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Da: adelia.edelwaiz@libero.it
A: galba.demause@unino.it

Caro Professore, le posso garantire che non ho mai intrattenuto una relazione con suo fratello Girolamo: molti anni fa, lo ammetto, provavo un certo interesse per lui, ma i miei sentimenti non erano ricambiati. Siamo però legati da un segreto, una vicenda che credevo per sempre sepolta nel passato. All’epoca decidemmo che era meglio dimenticare, ma i recenti accadimenti mi hanno fatto cambiare parere.
Oggi ho consegnato al commissario Lo Bue le lettere anonime che, da qualche anno, arrivavano periodicamente allo Studio Bibliografico. Sono indirizzate personalmente al dottor Girolamo De Mause e provengono tutte dal Brasile: non contengono vere e proprie minacce, ma frasi tipo “Vergognati e sconta le tue colpe” oppure “Confessa e restituisci l’onore all’innocente”, a volte solo la parola “Pentiti”.  Suo fratello mi aveva ordinato di distruggerle, ma io le ho conservate quasi tutte e spero che mettano il commissario Lo Bue sulla pista giusta. E’ la sola cosa che, al momento, posso fare per aiutare il nostro Antiveduto. Adelia

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Da: girolamo.demause@libero.it
A: adelia.edelwaiz@libero.it

Adelia, hai deciso di rovinarmi? Il commissario Lo Bue mi ha interrogato riguardo alle lettere minatorie che tu, contravvenendo ad un mio preciso ordine, hai conservato. Si sta avvicinando al nostro segreto e se scoprirà la faccenda dell’Istituto di Studi Medievali tutti e due passeremo dei guai. Questo non salverà Antiveduto e getterà altro fango sulla famiglia. Ricordati che non sei meno colpevole di me, anche se pensi che la tua invalidità sia una forma di espiazione. La legge però non ragiona con questa pseudologica tipicamente femminile e mette in galera la gente anche per molto meno, quindi nega, nega, nega sempre se mi ami ancora.
Girolamo

La prossima settimana l’ultima puntata
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errebi

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Dolcetto o scherzetto?

fantasmaFrank Canesciolto era un vero delinquente, entrava ed usciva dalla galera come andasse in vacanza e fuori, ad attenderlo, trovava sempre Rosy, la sua donna.

Andavano d’amore e d’accordo anche perché Rosy non osava mai contraddire Frank e la convivenza, di solito, era troppo breve per far nascere veri contrasti. Dopo quattro o cinque mesi Frank finiva di nuovo dietro le sbarre e, per passare il tempo, scriveva struggenti lettere romantiche alla sua donna.

Lu, il fratello di Rosy, cercava di convincere la ragazza a lasciare quel poco di buono di Canesciolto, ma lei era pazza di Frank e, quando leggeva le sue appassionate parole d’amore, dimenticava i lunghi mesi che doveva trascorrere da sola, lavorando in una tavola calda da mattina a sera per mantenersi e pagare l’avvocato del suo uomo.

Dopo l’ennesima vacanza al fresco Frank trovò ad attenderlo una sorpresa: Rosy si presentò al cancello del carcere con in braccio un fagotto: dentro si intravedevano le manine ed il faccino rosso di un neonato. Frank rimase di sale: la seconda cosa che detestava, dopo i piedipiatti, erano i bambini!

“Si chiama Frank Luis, è carino, vero?” disse Rosy spostando un po’ la copertina.

Il neo padre non disse nulla, ma tra sé pensò: “Ovvio, è mio e deve chiamarsi come me, però che c’entra il nome del fratello? Magari sarà lui a fargli da padre, quando sono in galera. O forse pensa che tra un po’ mi faranno fuori”

A casa Frank continuò ad ignorare il figlio ma la notte, quando fu svegliato dal suo pianto, andò su tutte le furie.

“Al gabbio non potevo dormire perché i drogati si lamentavano e i matti davano di fuori, almeno nel mio letto voglio stare tranquillo!”

Rosy cercò di calmarlo e gli garantì che il bambino non lo avrebbe più disturbato.

“Poverino, piange perché ha le coliche, non è che lo fa per abitudine”

“Lui ha le coliche ma io ho il travaso di bile. E poi perché non mi hai avvertito che eri incinta? Lo sai che non mi piacciono i bambini, ne abbiamo già parlato. Niente ciucci, pannolini e piagnistei in casa mia! non mi interessa avere un erede. E poi, noi Bark, non siamo tagliati per fare i padri. Il mio vecchio mi picchiava tutti i giorni e a dieci anni già dovevo guadagnarmi da vivere rubando scatolette al super mercato. Vuoi che cresca così anche lui? E poi dici di volergli bene!”

Frank era bravo con le parole, faceva sembrare il suo odio per i bambini una specie di amore paterno sublimato: non voleva figli per evitare di farli soffrire.

Rosy lo conosceva bene e non gli aveva detto nulla proprio per impedire che la costringesse, con le buone o le cattive, ad abortire. Approfittando dei sei mesi che Frank si era beccato dopo l’ultimo furto aveva messo al mondo il suo bambino, sperando che di fronte ad un neonato già scodellato il cuore dell’uomo si sarebbe ammorbidito.

Ma Frank Canesciolto non aveva cuore: insistendo, gridando, minacciando, alla fine riuscì a convincere Rosy a dare via il piccolo.

“Vedrai, – le disse uscendo dall’Istituto dove avevano lasciato Frank Luis – lo daranno ad una famiglia di gente benestante, così avrà un padre di cui non vergognarsi. Farà una vita migliore lontano da me, andrà in una buona scuola, diventerà una persona rispettabile. E, quando sarà grande, di certo verrà a cercarti, così potrai vedere che avevo ragione. O preferisci che diventi Canesciolto junior?”

Rosy non gli rispose e, da quel momento, non parlò più del bambino.
Quando Lu venne a sapere dell’abbandono andò a casa della sorella per affrontare Frank: vennero alle mani ed il cognato lo buttò fuori  in malo modo

“Ringrazia Dio che sei il fratello di Rosy, altrimenti ti spaccherei il muso. Io faccio quello che voglio in casa mia e qui non devi più mettere piede”

“Sei un mostro, neppure di tuo figlio hai avuto pietà” replicò Lu.

Frank reagì all’offesa cercando di colpirlo, ma Rosy si mise in mezzo ed andò al tappeto. Come se niente fosse si rialzò e spinse il fratello fuori dalla porta, per evitare guai peggiori.
“Esci, esci, ti prego – gli disse – me la vedo io con lui”.

“Non volevo farti male”, disse Frank, quando rimasero soli. Era carogna, ma non tanto da picchiare una donna.

“Lo so, tu mi ami e ti comporti così per il mio bene. Sono io che non capisco” rispose Rosy.

Frank era realmente dispiaciuto, l’allontanamento del neonato sembrava una questione superata senza traumi ed ora quello stupido di Lu veniva a rigirare il coltello nella piaga. Ma di cosa s’impicciava?

Rosy andò a dormire. Frank rimase a guardare i programmi sportivi fino alle prime ore del mattino, scolandosi un paio di lattine di birra. Quando finalmente si decise ad entrare nella camera da letto vide che era vuota, il letto intatto, la camicia da notte posata sul cuscino. All’inizio rimase sbalordito, poi divenne furioso: “Quella brutta vacca non avrà osato abbandonarmi!” disse ad alta voce. Guardò nell’armadio: i vestiti di lei erano tutti lì, puliti e in ordine come sempre, di poco prezzo e non vistosi, perché Rosy era una brava ragazza ed aveva fatto un solo errore nella vita: mettersi con  Frank.

All’improvviso la rabbia si trasformò in angoscia: Frank corse verso il bagno: la porta era chiusa dall’interno. Con una spallata l’aprì e vide quello che temeva di vedere: la sua donna pendeva appesa alla doccia, si era impiccata con la cintura dell’accappatoio.

Frank passò davvero un brutto momento, Rosy era l’unico punto fermo della sua vita. Dopo la disgrazia perse persino la voglia di fare il delinquente: stava sempre in casa e viveva con i risparmi che la ragazza aveva nascosto nella loro “cassaforte”, un vano ricavato sotto il pavimento di legno. Di certo era denaro che lei aveva risparmiato e messo via pensando al futuro del piccolo Frank Luis.

Lu non riusciva a darsi pace: voleva vedere morto quel porco che aveva portato alla disperazione sua sorella. Era disposto a rovinarsi, anche se era una persona perbene e aveva una famiglia da mantenere.

Frank, intuendo le intenzioni del cognato, gli fece sapere, tramite comuni amici, che girava armato: se l’avesse visto nei dintorni, avrebbe sparato per primo.

Lu non era un criminale e non aveva mai usato una pistola in vita sua. Certo, a pochi centimetri di distanza avrebbe saputo colpire un bersaglio, ma avvicinarsi a Frank era pericoloso.

Mancavano pochi giorni ad Halloween ed anche i bambini del quartiere in cui viveva Frank erano in fermento: le mamme preparavano i costumi per la festa e disegnavano su apposite cartine gli itinerari da seguire.

Quando Frank era in galera la casa di Rosy veniva sempre inclusa nel giro. I vicini la consideravano, tutto sommato, una ragazza a posto, spesso la chiamavano come baby sitter o per qualche servizio domestico, ed i bambini, a loro volta, erano ben contenti di suonare alla sua porta, perché sapevano che avrebbero ricevuto doppia razione di dolci. Ma se il “delinquente” era a piede libero, si tenevano accuratamente alla larga: l’unica volta che alcuni ignari piccoli avevano osato pronunciare la frase “dolcetto o scherzetto” di fronte a Frank, erano stati cacciati a calci nel sedere e nessuno dei genitori aveva osato protestare.

Del resto, nei dintorni, tutti sapevano che Canesciolto detestava i bambini: i loro giochi lo infastidivano e spesso usciva in veranda urlando insulti per farli allontanare, bucava i palloni che trovava in  giardino e percorreva a velocità sostenuta i viali facendo di proposito il pelo ai piccoli in bicicletta o sui pattini.

Giunse finalmente la notte dei sortilegi ed il quartiere si riempì di fantasmini, scheletri e streghette: i bambini in maschera si aggiravano per le strade ridendo e Frank, per non sentire quelle fastidiose vocine, aveva alzato al massimo la televisione. Sdraiato sul divano guardava uno dei suoi film preferiti, “Bonny e Clyde”: quella sì che era una bella storia d’amore, con le sparatorie fatte come si deve! Al solito beveva birra e mangiava noccioline. Da quando Rosy non c’era più ed anche le riserve nel congelatore erano finite, quello era diventato il suo pasto quotidiano, integrato al massimo da una razione gigante di pop corn.

Mentre assisteva all’ennesima fuga della coppia diabolica, Frank sentì suonare alla porta. Per un attimo pensò alla polizia, ma negli ultimi tempi non aveva fatto proprio nulla di illegale, era stato un vero angelo! Si alzò di malavoglia e guardò nello spioncino: “Incredibile! – mormorò tra sé, sorpreso  – tre marmocchi mascherati da fantasmi hanno il fegato di venire a provocarmi con le loro scemenze di “dolcetto o scherzetto”. E dopo quello che mi è successo!”.

Per un attimo pensò di tornarsene sul divano e lasciare perdere, ma i mostriciattoli insistevano a suonare: si meritavano proprio una bella lezione. In fondo era un po’ che voleva scaricare su qualcuno la sua rabbia e quei tre rompiscatole arrivavano proprio a bomba: i loro sederini avrebbero assaggiato la suola delle sue scarpe!

Aprì la porta con una faccia da Jack lo Squartatore, ma i piccoli, vedendolo, non scapparono via.
“Sparite subito, rompiscatole – urlò Frank, stupito da tanta audacia – tornate da quelle baldracche delle vostre mamme o vi prendo a calci. Ve lo do io lo scherzetto!”. Mentre inveiva fece il gesto di allungare uno schiaffo al più vicino del gruppo, piegandosi un po’ in avanti: il piccolino, invece di indietreggiare, estrasse dal mantello un lungo coltello e lo piantò nella pancia di Frank, con forza.

L’uomo, si accasciò immediatamente: perdeva sangue in abbondanza e non riusciva neanche a lamentarsi. Il suo aggressore, approfittando della posizione prona, lo colpì di nuovo, alla gola. Ormai Frank era spacciato. Con l’aiuto dei compagni il piccolo assassino spostò il corpo all’interno della casa e, con una coperta presa dal divano, pulì il sangue sparso sulla soglia. Poi i tre se ne andarono, chiudendo con cura la porta. Chi sa quando qualcuno si sarebbe preoccupato di scoprire che fine avesse fatto Canesciolto?

Lu, la domenica successiva ad Halloween, portò al circo i figli e la moglie. Aveva quattro biglietti omaggio perché quello non era per lui un circo qualunque: con la bizzarra carovana dei Mendranos aveva girato il paese in lungo e largo, quando era un ragazzo, insieme a Rosy. Accudiva gli elefanti e le zebre, la sorella invece vendeva pop corn all’ingresso.

Mentre la famiglia prendeva posto sotto il tendone, Lu si recò a salutare i vecchi compagni di lavoro. Trovò subito la roulotte dei suoi amici più cari Ringo, Mad e Tony: i tre gli vennero incontro festanti, già con indosso i vestiti di scena.

“Non so come ringraziarvi – esclamò Lu – Ho portato un po’ di denaro… tutti i miei risparmi, ve li meritate davvero!”

“Ma via, non penserai che l’abbiamo fatto per denaro! – disse Ringo – Volevamo bene a Rosy, per noi era una sorella. Come potevamo permettere a quel verme di passarla liscia? Abbiamo fatto solo giustizia! E poi, tra compagni di carovana dobbiamo essere solidali, il circo è una grande famiglia, non lo sai?”.

“E voi siete davvero dei fratelli, anzi, più che fratelli. Vi voglio tanto bene!” rispose Lu e, uno per uno, sollevò da terra i suoi amici e li baciò in fronte.

“Su via, basta smancerie! è quasi ora di entrare in scena – disse Tony, asciugandosi con la manica una lacrima che scendeva lungo la gota – il celebre Trio dei Nani Lanciatori di Coltelli non può far aspettare il suo pubblico!”

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Delitto senza castigo – VII

scaffalecubosettima

Da: antiveduto.demause@libero.it
A: galba.demause@unino.it

Caro cugino, ti scrivo da dietro le sbarre del carcere mandamentale grazie alla complicità di un compagno di sventura che lavora nel “Call Center” della prigione.
La mia ex fidanzata, per vendicarsi dell’abbandono subito, nega la lite ed afferma che la notte dell’omicidio ha preso un potente sonnifero alle dieci di sera e quindi non può dire dove fossi alle undici, ora in cui è stato appiccato l’incendio. Anche i vicini sostengono di non avere sentito rumori o grida: detestano il mio vivace menage e, a loro avviso, meriterei di stare in galera a vita prescindendo dal delitto.
Con un movente convincente come l’interesse economico e senza uno straccio d’alibi, per il sostituto procuratore dottor Magistris è stato un gioco da ragazzi spiccare mandato di cattura nei miei confronti. Così ora mi trovo in cella, innocente!
P.S. Mandami al più presto qualche cambio di biancheria, scatolette di tonno e carne, biscotti e cioccolato. Ho già avuto un colloquio con Vitale. L’avvocato sostiene che non si può condannare un uomo accusato di omicidio sulla base di qualche indizio e di un presunto movente: evidentemente, nonostante frequenti da tanti anni le aule dei tribunali, è rimasto un inguaribile ottimista o, quantomeno, un pessimista poco informato.
Non tentare di contattarmi, mi farò vivo io tramite Vitale.
Tuo Antiveduto

-

Da: girolamo.demause@libero.it
A: adelia.edelwaiz@libero.it

Cara Adelia, anch’io sono convinto che Antiveduto sia innocente, ma la sua posizione è compromessa. Lo Bue ormai lo ha incastrato: può dimostrare che aveva il mezzo, l’occasione e il motivo per incendiare la villa. Per il momento dispone solo di indizi, ma un “impianto accusatorio”, in certi casi, regge anche senza prove, soprattutto in mancanza di un alibi e di colpevoli alternativi.
Bisogna comunque ammettere che l’interesse è una molla determinante per le azioni umane, oltre che un movente più che convincente in sede di giudizio. Al riguardo il testamento dello zio Tommaso parlava chiaro: il matrimonio di Lefteria avrebbe diseredato Antiveduto.
Non dimentichi poi, cara Adelia, che anche noi abbiamo sofferto. La polizia ha razzolato nelle nostre vicende private con intollerabile indiscrezione, siamo stati interrogati per ore, la nostra vita è stata sconvolta dal sospetto e questo tormento avrà fine solo quando il responsabile del delitto verrà rinviato a giudizio. Sia chi sia.
Consideri però che l’eventuale condanna di Antiveduto potrebbe comportare la sua esclusione dalla successione per indegnità: in questo caso io e Galba entreremmo in possesso di tutto il patrimonio dello zio Tommaso e può essere certa che ne faremmo buon uso.
Immagini Villa De Mause tornata all’antico splendore, la mia collezione di libri antichi reintegrata, lo Studio Bibliografico ingrandito, magari con qualche nuovo dipendente, e Galba presidente di quella Fondazione di Studi Paleografici De Mause che ha sempre sognato di creare.
Ovviamente continueremmo a prenderci cura di Antiveduto: con il denaro si può rendere sopportabile anche la vita in carcere. Per lui sarà come soggiornare in un collegio molto severo, sul tipo di quello in Carinzia dove io e Galba abbiamo trascorso gran parte della nostra infanzia. Non è stata una passeggiata ma, come vede, siamo sopravvissuti!
A questo punto, mia cara Adelia, anch’io comincio a pensare che non tutto il male venga per nuocere.
Girolamo De Mause

-

Da: galba.demause@unino.it
A: adelia.edelwaiz@libero.it

Cara Adelia, mio fratello mi spaventa: da quando si è trasferito nel mio appartamento parla a vanvera; dopo l’arresto di Antiveduto, sembra quasi sollevato all’idea che il nostro parente più stretto sia condannato per omicidio.
Comincio a pensare che Girolamo potrebbe aver architettato un piano diabolico per eliminare contemporaneamente l’aspirante moglie ed il principale coerede. Perché quella sera Lefteria aveva bevuto più del solito? perché Ubaldo, uomo robusto ed intrepido, non si è arrampicato fino alla finestra della stanza per svegliare la dormiente? perché i pompieri sono arrivati con tanto ritardo? L’avidità potrebbe aver fatto passare in secondo piano il morboso amore per i libri di mio fratello…
Questi sospetti non mi fanno dormire e poi anche la storia della relazione sentimentale tra lei, cara Adelia, e Girolamo mi pare incredibile! Lui nega, ma il commissario Lo Bue sembra disporre di informazioni di prima mano. Probabilmente ha svolto indagini tra i dipendenti dell’Istituto di Studi Medievali.
Di certo è al corrente di quando e dove vi siete conosciuti ed ha cercato di ricavare qualche informazione anche da me. Io però ho sempre accuratamente evitato di occuparmi della vita privata di Girolamo: per quanto mi risulta trentacinque anni fa mio fratello era un giovane studioso e frequentava l’Istituto in cui lei lavorava come aiutante bibliotecaria. Quando, a seguito di una caduta, lei rimase paralizzata, Girolamo l’assunse come segretaria del suo Studio Bibliografico e dama di compagnia dello zio Tommaso, all’epoca, già in pensione: altro non so; tuttavia, considerato l’egoismo e l’insensibilità di mio fratello, questa storia non mi ha mai del tutto convinto e non mi stupisce che un estraneo, ignaro della guerra dichiarata da Girolamo al bel sesso, possa pensare ad un retroscena sentimentale. L’amore spiegherebbe tante cose, però Girolamo nelle vesti di Romeo non è proprio credibile! Ma visto che ora il coperchio del vaso di Pandora è stato sollevato, mi piacerebbe sapere la verità sui vostri rapporti. Attendo di ricevere i chiarimenti di cui lei mi riterrà meritevole e può essere certa che sarò, come sempre, custode geloso dei segreti altrui. Suo affezionato Galba

Continua…

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Delitto senza castigo – VI

scaffalecubosesta

Da: antiveduto.demause@libero.it
A: galba.demause@unino.it

Caro Galba, questa volta sono davvero nei guai. Il commissario Lo Bue mi ha torchiato per ore: non crede alla mia versione dei fatti e ritiene che mi sia nascosto a Trequanda in attesa che la morte della zia venisse archiviata come incidente. Il notaio Grana ha strombazzato ai quattro venti la clausola contenuta nel testamento del nonno e quindi gli investigatori sospettano che io abbia incendiato Villa De Mause per impedire il matrimonio tra Lefteria e Girolamo ed ereditare così l’intero patrimonio di famiglia. Magari poi avrei trovato un modo per eliminare anche te. Sono cose da pazzi!
La verità è che, la sera dell’incendio, mi trovavo a casa in compagnia della mia fidanzata. Poco prima di mezzanotte, mentre guardavamo un film, tra noi è scoppiata all’improvviso una furiosa lite per un motivo che neppure ricordo, qualcosa riferito ai meriti di un’attrice, mi pare. In breve alle parole sono seguiti i fatti: la mia dolce metà ha iniziato un intenso lancio di soprammobili e, con mira micidiale, mi ha costretto a lasciare precipitosamente l’appartamento: fuggendo ho afferrato la giacca con i documenti e le chiavi della macchina, ma non ho avuto il tempo di prendere telefonino e computer.
Nel buio della notte ho guidato per ore lungo i viali della circonvallazione: non riuscivo a decidere se tornare a casa, andare in albergo o rifugiarmi fuori città. Per la prima volta in vita mia non mi sentivo un brillante giovanotto in cerca di nuove avventure, ma un uomo prigioniero di un’esistenza inutile, un collezionista di fallimenti sentimentali.
All’improvviso ho avvertito il bisogno di ritirarmi in un luogo isolato, per meditare senza distrazioni sul mio futuro. Troppa importanza avevo dato fino ad allora al piacere, alle allegre compagnie ed all’attimo presente: comprendevo che solo chiudendomi in me stesso e ripensando alla mia vita passata, avrei superato la drammatica crisi esistenziale in cui ero caduto.
Il capanno di Tirli, in stagione di caccia, non è il posto più tranquillo del mondo, così mi è venuta l’idea di rifugiarmi nel “buen retiro” di mio padre a Trequanda. Erano anni che non pensavo più alle mie vacanze in compagnia dei “figli dei fiori” ma, in un angolino del mio cuore, evidentemente si nascondeva una segreta nostalgia per quel luogo così legato alla mia infanzia.
La chiave della casa era in consegna all’affittuario dei terreni, un vecchio contadino che mi ha subito riconosciuto: si ricordava ancora che da bambino giocavo nell’aia con i suoi figli, oggi maturi padri di famiglia. Abita in un podere poco distante dal casale e sua moglie mi ha portato tutti i giorni uno spuntino casereccio ed una bordolese di ottimo vino locale: devo riconoscere che l’anziana coppia si è dimostrata veramente premurosa nei miei confronti ed è consolante, mio caro Galba, scoprire che la gentilezza non è ancora del tutto scomparsa da questo mondo!
Devo ammettere che rifugiarmi in quel vecchio rudere è stata un’ottima idea. La solitudine, la bellezza della natura, la vicinanza discreta di gente semplice, il silenzio, mi hanno rigenerato ed ora mi sento una persona diversa: è come se questa esperienza mi avesse guarito da una lunga malattia.
Forse la mia confusa idea dell’amore era nata proprio lì, a contatto con i giovani irrequieti e senza regole della Comune di mio padre, ed il destino voleva che in quello stesso luogo avvenisse la mia “conversione”.
Ora mi sento in grado di perdonare non solo il mio povero genitore, ma anche la sciagurata madre che mi ha abbandonato. Per tanti anni l’ho ingenuamente ritenuta vittima incolpevole della congenita stravaganza dei De Mause e, ora che conosco la verità, provo un grande sollievo. Come hai giustamente scritto, crescendo senza di lei non ho perso nulla.
Dopo quanto ti ho riferito sul mio stato d’animo, comprenderai che mantenermi in contatto con il mondo esterno era, nei passati giorni, l’ultima delle mie preoccupazioni: giuro che ignoravo la terribile disgrazia accaduta a Villa De Mause ed ovviamente non sapevo neppure di essere ricercato. Sono certo che almeno voi, cari cugini, mi crederete, Lo Bue invece sospetta che abbia progettato chi sa quale piano diabolico, nascondendomi poi negli anfratti delle Crete in attesa che le acque si calmassero. Per riflettere, mi ha detto, non occorre andare in un eremo così scomodo e lontano, basta prendere una camera in un albergo fuori mano ed appendere alla porta il cartellino “non disturbare”. Solo un latitante, a suo avviso, si rende irreperibile.
L’avvocato Vitale mi ha informato che, in forza del principio cui prodest?, al momento sono il principale indiziato nell’inchiesta: l’interesse economico pare sia un movente molto apprezzato dagli investigatori. Voi però sapete che ho sempre considerato i beni di famiglia tanto miei quanto vostri o, se fosse viva, della povera zia Lefteria.
Io un assassino! E pensare che la notte dell’omicidio ho rischiato di morire, colpito dai soprammobili lanciati dalla mia ex. Evidentemente non sono in grado di stabilire un rapporto normale con l’altro sesso: magari, senza saperlo, sono affetto da misoginia acuta come Girolamo e destinato a rimanere solo: vae soli!

Tuo Antiveduto

-

Da: galba.demause@unino.it
A: antiveduto.demause@libero.it

Caro Antiveduto, come diceva Dostojevski nessuno è innocente ma non posso, neppure per ipotesi, pensare che tu sia un assassino. E’ inconcepibile!
Se ti può consolare, l’avvocato Vitale si è premurato di rendere noto alle autorità di polizia il mio rifiuto di impalmare Lefteria e così anch’io ora appartengo al club dei sospettati: secondo Lo Bue detestavo la vittima e temevo che Girolamo mi costringesse a sposarla, quindi ho progettato di eliminare entrambi, magari con la tua complicità. Poi, immagino, ci saremmo divisi il bottino ballando sulla tomba dei nostri congiunti!
Il commissario deve avere l’acutezza visiva di una talpa per non accorgersi che tu sei un giovane generoso e disinteressato, incapace di fare male ad una mosca, mentre io… io sono solo un innocuo vecchio studioso che tutte le sere dice il rosario davanti alla foto della sua defunta moglie. Assassini noi? Ma figuriamoci!
Del resto Lo Bue sospetta persino dell’ottima Adelia: un’invalida in carrozzina incendiaria! Secondo la sua fantasiosa “ricostruzione” Adelia, da anni amante di Girolamo, avrebbe ucciso Lefteria per gelosia. L’impulso omicida si sarebbe scatenato quando mio fratello le ha ordinato di far incidere su un spilla le iniziali G ed L in un cuore, rivelando così di avere intenzione di impalmare quanto prima la sua ospite.
Ma io so bene che Girolamo non ha mai, neppure per un attimo, pensato di sposare nostra cugina e, riguardo al legame con Adelia, fatico ad immaginare il mio bisbetico fratello interessato a qualcosa privo di frontespizio: non escludo però che in gioventù i loro rapporti fossero più stretti, magari passionali, ma si tratta comunque di cose accadute in un passato remoto.
E poi non credo che la signorina Edelwaiz sia donna incline a compiere un gesto melodrammatico come uccidere per gelosia: alla sua età e per amore di Girolamo…Ma scherziamo?!
Pepos potrebbe confermare l’alibi di Adelia, pare abbiano trascorso insieme la sera dell’incendio giocando a carte ma, attualmente, il giovanotto è introvabile. Lo Bue non esclude che possa essere l’esecutore materiale del delitto progettato dalla sua benefattrice in carrozzina. Devo riconoscere che il nostro Maigret ha davvero una fervida immaginazione.
L’unico escluso dalla lista dei supposti colpevoli stilata dal commissario è Girolamo in quanto si è prodigato per salvare Lefteria, come testimoniano Ubaldo ed i pompieri, ma anche, aggiungerei, perché nell’incendio, ha rischiato di perdere la sua adorata biblioteca. Non occorre essere Sherlock Holmes per comprendere che un bibliofilo fanatico come mio fratello non utilizzerebbe mai il fuoco per commettere un omicidio in casa propria: ricorrerebbe ad altri metodi “accidentali” non pericolosi per i suoi amati libri, ad esempio farebbe precipitare la vittima per le scale oppure l’affogherebbe nella vasca o, considerato il carattere di Girolamo, le propinerebbe lentamente un veleno non rintracciabile per avere il piacere di vederla morire poco a poco.
Dunque, mio caro Antiveduto, consolati, non sei il solo innocente ingiustamente sospettato! Speriamo che la verità venga presto alla luce e la polizia trovi l’assassino, perché altrimenti temo che Lo Bue, per chiudere in tempi rapidi l’inchiesta, sceglierà il colpevole tra uno di noi due giocando a testa o croce.

Il tuo affezionato cugino e “complice” Galba.

Continua…

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Puoi già trovarvi il pdf con tutte le parti già pubblicate del “Delitto senza Castigo”, pronto da scaricare, stampare e leggere!

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Delitto senza castigo – V

scaffalecuboquinta


Da: antiveduto.demause@libero.it
A: galba.demause@unino.it

Caro Galba, dopo aver trascorso una settimana di eremitaggio nel casale paterno di Trequanda, sono rientrato da qualche minuto nel mio appartamento e, solo ora, leggo nella posta elettronica il messaggio di Adelia che mi comunica la tragica morte di Lefteria. Che terribile notizia! Sai che mi è sempre mancata una figura materna e cominciavo davvero ad affezionarmi alla mia bizzarra zietta. E’ un vero miracolo che Girolamo e Ubaldo siano incolumi. Per i beni materiali perduti non c’è motivo di dispiacersi troppo, si possono sempre riparare o sostituire, solo la vita è davvero unica. Comunque un incidente del genere prima o poi doveva accadere: l’impianto elettrico della Villa era fatiscente ed anche un piccolo cortocircuito, con tutta la carta ammassata da Girolamo, era in grado di innescare un incendio. Ma chi poteva prevedere un esito così funesto!?
Ormai mezzanotte è passata da un pezzo, vado a dormire e, domani mattina, verrò a salutarvi di persona; poi mi recherò in Questura per spiegare al commissario che segue le indagini il motivo della mia lunga assenza. Adelia scrive che mi avete cercato nel capanno di Tirli ma, come ti ho detto, ho trascorso la passata settimana nel casale che mio padre aveva acquistato nei primi anni Settanta non lontano da Siena. Era la sede della sua “comune”, una specie di “casa famiglia” ante litteram che ospitava una colonia di svitati “figli dei fiori”.
Penso che ormai sarete al corrente del traumatico fallimento della mia ultima relazione sentimentale: quando sono partito ero depresso e desideravo stare solo, per questo non mi sono fatto vivo per così tanto tempo.  Nella casa di Trequanda, del resto, mancano corrente elettrica, telefono e televisione, è quasi un rudere ma, a dire il vero, anche ai bei tempi non aveva un aspetto migliore. Da bambino trascorrevo là le vacanze estive con il babbo e i suoi strani amici, era un vero spasso! Vivevamo come selvaggi, viaggiavamo su uno scassato maggiolone verde dipinto a margherite con la scritta “make love not war” e tutto il giorno cantavamo e ridevamo; i grandi naturalmente faceva anche altro, tipo amoreggiare e fumare spinelli; mi ricordo ancora che il mio gioco preferito era inseguire galline e lucertole. Che bei tempi!
Ora però comprendo le ragioni che hanno determinato la separazione dei miei genitori: una razionale donna del Nord dedita alla Scienza come la mamma non poteva sopportare a lungo l’anticonformismo esagerato del babbo, per questo è tornata nella natia Islanda, affidandomi alle cure del nonno Tommaso.
Penso che la storia della mia infanzia sarebbe davvero un bel soggetto per un romanzo: la generazione perduta dei “contestatori”. Ci farò un pensierino.
Ma, bando ai ricordi! in questo momento mi preme innanzi tutto chiarire la questione della mia supposta scomparsa: so di poter contare sulla vostra comprensione, ma non mi piace  affatto l’idea di passare, agli occhi di un estraneo come il commissario, per un gigolo insensibile alle disgrazie di famiglia!
A domani. Antiveduto.

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Da: galba.demause@unino.it
A: antiveduto.demause@libero.it

Ricevere la tua e-mail, caro Antiveduto, mi ha davvero rincuorato. Eravamo tutti preoccupati per questa lunga assenza e cominciavamo a temere il peggio, magari un gesto estremo compiuto dopo la rottura con la tua fidanzata. Qualche giorno fa la signorina in questione mi ha inviato per posta le chiavi del tuo appartamento, senza una riga di spiegazione, ma il gesto era in sé eloquente. Intelligenti pauca!
Ovviamente a nessuno di noi è venuto in mente di cercarti nel casale di Trequanda, forse perché è un posto che non abbiamo mai frequentato. Quello era un “feudo” esclusivo di tuo padre, lo zio Tommaso lo definiva la Gomorra dei De Mause.
Quanto alla povera Lefteria, ormai riposa in pace e poco importa se non hai potuto partecipato al suo funerale, quello che conta è il sincero cordoglio che mostri di provare.
Naturalmente mi dispiace che la tua relazione si sia conclusa in modo così traumatico, ma sono lieto che questo ennesimo fallimento ti abbia fatto aprire gli occhi: non è mai troppo tardi per rimettersi in carreggiata! Del resto il ritiro spirituale è una pratica salutare raccomandata anche dalla Chiesa: solo tacitando il rumore del Mondo possiamo ascoltare la flebile voce della nostra coscienza.
Meditare è una medicina per l’anima ma, rimuginare sulle vicende dolorose della nostra vita, non serve a nulla: il passato è passato, credimi, e considera che il tuo sfortunato padre ha già pagato il fio della sua vita sregolata morendo in giovane età.
Francamente anch’io lo trovavo un tipo un po’ troppo originale, però non è colpa sua o dei “figli dei fiori” se sei cresciuto senza mamma: ti posso assicurare che tua madre Fiona amava la trasgressività non meno di Tommy: Era una ragazza anticonformista e, tuttavia, molto  ambiziosa: si trovava in Italia per condurre una serie di esperimenti nel campo della biologia marina, ma contava di ottenere, prima o poi, un importante incarico in un istituto scientifico islandese. Sognava una brillante carriera e, rispetto ai suoi obiettivi professionali, tutto il resto passava in secondo piano: per questo rifiutò con decisione le nozze riparatrici cavallerescamente proposte da tuo padre e quando, finalmente, ottenne l’agognata nomina, tornò in patria senza pensarci due volte.
Ormai sei abbastanza cresciuto per sapere la verità: tua madre ti ha abbandonato perché non rientravi nei suoi programmi. All’epoca appena camminavi e certo non ricordi come  fosti “affidato” alle cure del nonno: Fiona ti lasciò nel passeggino davanti alla porta di Villa De Mause senza neppure suonare il campanello. Per fortuna, poco dopo, arrivò mia moglie: era agosto, avevi in mano un biberon quasi vuoto ed al parasole era attaccato con una molletta da panni un biglietto che recitava “Vi lascio il piccolo. E’ tutto vostro, bacioni”. Davvero un lodevole esempio di nordica praticità!
Diamante piangeva sempre quando, in tua assenza, si parlava tra parenti del triste episodio. Da allora Fiona non diede più notizie di sé né chiese mai informazioni sul figlio che aveva così disinvoltamente “scaricato”.
Tommy, poverino, non sopportava neppure di sentire pronunciare il suo nome e noi, per delicatezza, la chiamavamo tutti “quella donna”;  solo tuo nonno, abituato dalla vita di cantiere ad evitare gli eufemismi, la definiva icasticamente “la vacca islandese”.
Anch’io sono rimasto orfano in tenera età e so per esperienza cosa significa crescere senza madre ma, stai certo, nel tuo caso non hai perso nulla.
Il tuo affezionato cugino Galba.

Continua…

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Il colore dell’anima

Un racconto di GM Willo (www.willoworld.net)

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Mi chiamo Valerio Parisi, ho cinquantotto anni e da tredici mesi combatto una malattia terminale che a breve mi porterà nella tomba. Ne hanno provate di tutte, ma il cancro l’ha avuta vinta, al solito. Ho visto morire prima mia madre e poi mia sorella; stessa storia, stesse procedure. Chemio, sofferenze, false speranze, miglioramenti e poi la sentenza. Intendiamoci, non mi aspettavo di guarire. Quando mi hanno diagnosticato il tumore maligno sapevo come sarebbe andata a finire, e mi va bene così. Nessuno piangerà la mia dipartita. Mia madre e mia sorella mi hanno preceduto, mentre mio padre non l’ho neanche conosciuto, e quindi sono più che sicuro che morirò da solo, in pace, insieme ai miei fantasmi.

Ma di uno di questi fantasmi, il più terribile e vergognoso, vorrei lasciare testimonianza in queste pagine. Quando qualcuno verrà a ripulire il mio appartamento forse si metterà a leggere questo quaderno e scoprirà un assassino. Per allora mi troverò beatamente sotto terra, a dare da mangiare ai vermi.

Questa non è una semplice confessione. Questo non è un atto di redenzione. Per quanto colpevole di un orribile omicidio, non cerco né scusanti né perdoni. Questo è semplicemente un omaggio alla verità, quell’inafferrabile chimera che gli uomini hanno da sempre la presunzione di rincorrere, ma che solo raramente, o forse mai, sono in grado di afferrare pienamente.

Il 18 settembre 1983 invitai a cena una mia collega di lavoro, tale Francesca De Luca, ventisette anni laureata in giurisprudenza, impiegata presso la medesima compagnia d’assicurazioni per la quale ricoprivo l’incarico di consulente. Non ho mai avuto successo con le donne e a trentadue anni contavo solamente un paio di brevi relazioni deragliate nella noia. Ma Francesca era una tipa in gamba, me ne accorsi subito, come mi accorsi che era di un livello troppo al di sopra di me. Sapete cosa intendo, vero? Prima dell’attrazione esiste un altro importante fattore che permette a due persone di convergere in una relazione, ed ha a che fare con l’anima. Sì, l’anima. Io credo fermamente nell’anima. Quella di Francesca era fulgida e grande, mentre la mia… beh, se continuerete a leggere queste pagine, ve ne renderete conto voi stessi di che pasta è fatta la mia anima.

L’anima è qualcosa di più complesso di un codice genetico o di un profilo caratteriale. Se nasci con l’anima sbagliata, non puoi fare altro che accettarla, e cercare di fare meno danni possibile. Quella sera presi pienamente coscienza della natura della mia anima, e da allora ho sistematicamente evitato di avvicinarmi alle persone, per paura di fare loro del male.

Invitai Francesca a cena a casa mia, un incontro di cortesia e di lavoro. Ero sicuro che avrebbe rifiutato ed invece accettò e si presentò alle otto in punto con una bottiglia di vino e la bozza di una presentazione che stava preparando per la compagnia. Voleva avere la mia opinione ed io ero felicissimo di poterla aiutare.

Preparai la bistecca, l’insalata, bevemmo il vino e poi sparecchiammo insieme e incominciammo a parlare di lavoro. Mi mostrò il fascicolo che aveva con se, lessi, commentai, feci due battute, lei rise, versai altri due bicchieri di rosso e bevemmo di nuovo. La serata procedeva alla grande. Poi successe qualcosa di sbagliato.

Prima di quella sera non avevo mai preso l’iniziativa con una donna. Non sono mai riuscito a percepire i segni e i tempi giusti. Le donne che avevo avuto fino a quel giorno avevano sempre fatto il primo passo, ma quella volta provai ad andare contro la mia natura passiva ed insicura. Le afferrai la mano, la guardai e provai a baciarla.

Gli eventi che seguirono rimangono confusi nella mia mente, nonostante abbia provato per molti anni a riesumarli nei minimi dettagli. Ricordo che lei evitò il mio bacio e ritirò la mano, ricordo che si alzò dal tavolo e disse qualcosa, ma non ricordo assolutamente cosa. Ricordo che incominciò a raccogliere le sue cose per andarsene, ma non ho idea di come la raggiunsi alla porta di casa, per afferrarle i capelli e sbatacchiarle la testa contro il tavolino di marmo dell’ottocento che avevo nell’ingresso.

Ricordo le mie mani che le stringevano la gola, ricordo lei agonizzante sulla moquette grigia, ricordo il suo sguardo supplichevole poco prima di esalare l’ultimo respiro, ma non ricordo affatto la ragione per la quale mi era improvvisamente scattata quella furia omicida.

Rimasi seduto accanto al corpo di Francesca per più di un’ora, a contemplare l’abatjour riversa sul pavimento, con la lampadina che nella caduta doveva essersi svitata e perciò lampeggiava convulsamente. La contemplazione mi aiutò a decifrare il colore della mia anima, ma non a farmene una ragione. La mia anima è nera, obliante, succhiatrice di luce, un assurdo vortice del nulla. Dopotutto mi ritengo un uomo fortunato, o forse i fortunati siete voi. Se avessi ascoltato la mia anima più spesso avrei continuato a mietere vittime, invece ho preso coscienza della mia natura e mi sono fermato lì, nell’ingresso del mio vecchio appartamento, accanto al corpo senza vita di una giovane avvocatessa.

Quello che è successo dopo potreste trovarlo rivoltante. Se così fosse vi assicuro che il problema è solo vostro. Se siete della anime chiare oppure grigie, potreste pensare di me come ad un folle. Se siete delle anime candide penserete che sia l’incarnazione del male. In realtà questo è solo un gioco di percezioni. La verità va oltre la rappresentazione di noi stessi in questa farsa che chiamiamo vita. Ma non complichiamo troppo la storia e cerchiamo di tornare al punto.

Francesca era morta e niente l’avrebbe fatta ritornare in vita. Capii che il bisogno di esorcizzare quell’evento e di fare i conti con il colore della mia anima era l’unica priorità plausibile di quella storia di morte. Compresi che se avessi cercato di accettare la mia natura con troppa leggerezza avrei rischiato di rimanerne sopraffatto, per questo nascosi immediatamente il corpo. L’anno prima un amico mi aveva chiesto se avevo posto per un congelatore a pozzo, di quelli che i bar usano per i gelati. Si era separato dalla moglie ed era tornato a vivere con sua madre, ma era in attesa di comprare casa e andare a vivere da solo. Chissà per quale motivo aveva fatto dodici rate per quel congelatore, che poi aveva piazzato nel mio appartamento. Non è mai tornato a riprenderselo, perché sei mesi dopo tornò a vivere con sua moglie e non c’era spazio per quell’affare che alla fine rimase a me. A quei tempi i cibi congelati non avevano ancora un grande mercato, ma io, vivendo da solo, lo trovai molto utile. Congelavo praticamente tutto; carne, pesce, pane, verdure, pasta fresca. Ciononostante il frigo era sempre mezzo vuoto.

Quella sera lo svuotai completamente e ci infilai il corpo di Francesa. Mi  preoccupai di toglierle i vestiti prima di metterla dentro, per una semplice questione di igiene. Poi ricoprii il suo corpo con sacchettini di piselli, broccoletti, bistecchine di maiale, ossi buchi, orate, ravioli di patate e filoncini da mezzo chilo. Non riuscì a ricoprirla completamente. Rimanevano fuori un piedino con le unghie smaltate, un gomito e una ciocca di capelli. Pazienza, pensai, e chiusi il congelatore.

Ci furono le indagini della polizia sulla sua scomparsa, articoli in terza pagina sui quotidiani più importanti e ne parlò anche il telegiornale. Mi aspettavo che la polizia irrompesse nel mio appartamento da un momento all’altro. So che vi parrà strano ma la cosa non mi preoccupava minimamente. Se avessero bussato alla porta li avrei condotti immediatamente al congelatore a pozzo. L’idea di farmi l’ergastolo o di passare per un pazzo non mi turbava. Avevo altro a cui pensare. Dovevo fare i conti con il colore della mia anima.

Ancora mi chiedo perché nessuno venne a chiedermi niente. Quella sera Francesca venne in taxi, quindi la polizia avrebbe potuto risalire a me solo attraverso il tassista, che sicuramente non aveva prestato attenzione a una delle sue tante clienti. Ancora più strano mi sembrò il fatto che non avesse parlato con nessuno del nostro incontro. Insomma, anche se avessi voluto cancellare gli indizi su di me, non ce ne sarebbe stato bisogno, per il semplice fatto che non c’era alcun indizio su di me.

Dopo tre mesi nessuno parlò più di Francesca De Luca, neanche a lavoro, eppure lei era sempre con me, sotto i pisellini primavera e gli ossi buchi.

A quel tempo abitavo a poco più di dieci minuti di cammino dal mio ufficio, una passeggiata molto piacevole interrotta da un cappuccino e un cornetto al bar Jolly che si trovava a metà strada. Prima del bar passavo  un ponticino che dava sopra un canale di scolo, buio e melmoso. Fu in quel canale che nell’arco di tre mesi e mezzo mi liberai del corpo di Francesca, un pezzettino alla volta, così come un poco alla volta accettai la mia natura deviata.

Mi alzavo la mattina, facevo la doccia, prendevo il caffè, e prima di vestirmi andavo a prendere, dalla cassetta degli utensili, il flessibile che mi ero comprato per l’occasione. Indossavo una mascherina e un grembiule bianco impermeabile e aprivo il congelatore. Dopo avere estratto i cibi in superficie, azionavo la lama rotante e amputavo un pezzettino del suo corpo. Incominciai con la mano destra, all’altezza del polso. Il flessibile riscaldandosi scongelava velocemente la carne e qualche gocciolina di sangue schizzava sulle pareti del congelatore oppure sui miei occhiali di protezione, ma niente che non si potesse levare con un colpo di spugna. Il pezzo lo infilavo in un sacchetto di plastica per alimenti surgelati (all’epoca era davvero difficile trovarli per uso privato) e poi rimettevo tutto a posto, ragazza e broccoletti.

Per quasi quattro mesi, come vi dicevo, me ne andai a lavoro con un sacchettino di plastica ed un pezzo di Francesca nella borsa dei documenti della compagnia. Mi fermavo sopra il ponte e con noncuranza, senza neanche preoccuparmi che qualcuno potesse trovare curioso quel mio comportamento, svuotavo il sacchetto nel canale di scolo. Ogni volta che eseguivo questo rituale mattutino, apparentemente efferato e folle, sentivo una strana quiete depositarsi sul mio cuore, come una cicatrice che si rimargina pian piano. Immaginavo che stessi lentamente chiudendo la porta segreta che avevo spalancato dentro di me, quella sera funesta in cui mi avventai su Francesca. Volevo chiudere a mandata quella stanza e gettare via la chiave, segregando la mia nera anima una volta per tutte.

E così riuscii a fare. Insieme all’ultimo pezzo di lei, il suo piedino sinistro, in una bella mattinata di marzo, tornai ad essere quello che ero prima dell’omicidio, tuttavia cosciente delle mie crudeli potenzialità.

Questa è la verità. Adesso la conoscete, e per quanto terribile dovrete anche voi fare i conti con lei, come li feci io sopra il canale di scolo. Non ho rimorsi. Non ho rimpianti, e credo che se esiste davvero un dio, dimostrerà la sua comprensione nei miei confronti. Se davvero è stato lui a soffiare l’alito di vita nella mia anima, deve averci avuto i suoi motivi.

Ed io non mancherò di chiedergli spiegazioni, molto presto, appena ne avrò l’occasione.

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Delitto senza castigo – III

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Qui la Seconda Puntata


Da: girolamo.demause@libero.it
A: adelia.edelwaiz@libero.it

Signorina Edelwaiz, la credevo più giudiziosa. Cos’è questa storia dell’extracomuntario Pepos? L’idea di ospitare uno sconosciuto di incerta origine mi pare non solo pericolosa ma anche poco opportuna dal punto di vista del suo buon nome. Pensi alla maldicenza dei vicini, sempre pronti a giudicare male una donna nubile con amicizie maschili, rifletta sulla possibilità di trovarsi la casa svaligiata dal suo salvatore, la cui fedina penale dubito sia immacolata, valuti il rischio di subire percosse, per non parlare di violenze d’altro genere… Non sarà per caso vittima di turbe mentali conseguenti all’anossia nella piscina? Non mi sento affatto tranquillo ed al più presto manderò Ubaldo a dare un’occhiata a questo bel tomo. Se necessario, io stesso farò indagini sul suo passato. Quanto al fatto che il giovanotto sia apprezzato da Antiveduto, la cosa più che rassicurarmi mi preoccupa.
Veniamo ora alle questioni di lavoro: il professor Negri è ormai agli sgoccioli e conto di recarmi dalla vedova per lo condoglianze entro due giorni, provveda quindi ad allertare il Baluardi, sarà sufficiente il camioncino piccolo a tre ruote.
Controlli in tipografia a che punto è la preparazione del nostro catalogo per l’esposizione alla fiera dell’antiquariato e, tramite i suoi canali riservati, veda di procurarmi al più presto i cataloghi degli studi bibliografici concorrenti: detesto le sorprese e non vorrei trovare in vendita qualche mio articolo a prezzi stracciati. Questa volta dovrò preoccuparmi più di fare cassa che di comprare per la mia collezione perché le spese di casa, a causa di Lefteria, stanno crescendo e la questione del testamento è ancora in alto mare.
A proposito, non appena possibile e, comunque, prima di martedì prossimo, si rechi dall’orefice Rocchi: deve acquistare una spilla ed un braccialetto, scelga oggetti vistosi ma non troppo cari, si regoli considerando che sono doni che offrirò a mia cugina in occasione della sua festa di compleanno, sabato prossimo. Non parli dei gioielli con Galba perché è all’oscuro della mia romantica iniziativa e non approverebbe. Il vecchio mulo fa ancora resistenza, ma presto capitolerà: il testamento incombe. Sulla spilla faccia incidere le iniziali G ed L intrecciate all’interno di un cuore.
Per rimanere in tema di affari, le lettere che mi ha inoltrato riguardano offerte di biblioteche a corpo di scarso interesse, vale comunque la pena di fare una visita a casa del generale De Bonis perché è noto che il vecchio scapolone possedeva una collezione di stampe pruriginose che potrei esporre alla fiera del libro come richiamo per gli allocchi. Ubaldo mi accompagnerà domani in ricognizione a casa del defunto pornomane.
P.S. A proposito di defunti, pare che le condizioni del Prof. Balestrucci si siano improvvisamente aggravate. Speriamo bene…


Da: girolamo.demause@libero.it
A: galba.demause@unino.it

Fratello, sabato prossimo festeggeremo con una cena sontuosa il compleanno della cugina Lefteria. Non puoi mancare! Per i regali ho già provveduto io, tu limitati a portare qui la tua professorale persona ed un po’ di affabile buonumore.
Girolamo


Da: galba.demause@unino.it
A: girolamo.demause@libero.it

Fratello, non ho affatto intenzione di partecipare alla cena in onore di Lefteria: non oso neppure immaginare quante candeline spengerà la Sibilla cumana di casa De Mause e comunque non illuderti che mi metta a corteggiare quella vecchia carampana, accada quel che deve accadere. Se davvero sei interessato all’eredità stai certo che non dimenticherò di farti il regalo di nozze: auguri e figli maschi.
Sono appena tornato dall’ospedale e mi sento veramente a pezzi: il povero Negri è spirato all’alba, non aveva ancora quaranta anni. Speravo divenisse il continuatore della mia opera scientifica ed ora seguirò la sua bara e lo commemorerò di fronte ai colleghi. Il mondo va davvero alla rovescia e tu pensi ai confetti di Lefteria!


Da: antiveduto.demause@libero.it
A: girolamo.demause@libero.it

Caro cugino, mi sono proprio goduto la festa della zia Lefteria, il dolce era eccellente e la vecchietta racconta aneddoti davvero divertenti su mio nonno. Ora so da chi ho ereditato la mia “passion predominante” per il bel sesso, peccato però che mi manchino le capacità imprenditoriali del vecchio Tommaso: come uomo d’affari somiglio in tutto a mio padre, ho l’animo dell’artista e quindi sono assolutamente incapace di gestire il lato economico della mia vita. In fondo per me il denaro non ha nessuna importanza ed anche la questione dell’eredità, a mio avviso, si potrebbe risolvere con un accordo tra gentiluomini, un’equa divisione tra tutti gli interessati che non scontenti nessuno. Ma l’avvocato Vitale sostiene che, alla fine, la clausola matrimoniale sarà rispettata.
Spero che zia “Lefti” abbia gradito il cofanetto con le mie opere complete: se proverà a leggerle sarà premiata perché, tra le pagine del secondo volume del mio capolavoro “Ascensore per l’inferno”, ho nascosto un sostanzioso buono acquisto da spendere in una delle migliori boutique della città. Potrei accompagnarla io stesso, ho una certa pratica in fatto di abbigliamento femminile.
Oggi ho pranzato con Galba. Sta benissimo ed il malessere di ieri sera era evidentemente solo una scusa per declinare il tuo invito.  Però mi è sembrato molto scosso per la morte del Prof. Negri e forse è questo il motivo per cui non ha  voluto partecipare alla festa di compleanno di Lefteria.
Riguardo al “badante” di Adelia non è il caso di preoccuparsi: Pepos è un giovane benvoluto da tutti e svolge con impegno le piccole commissioni che gli vengono affidate anche da altri anziani abitanti del condominio. Adelia si sta abituando alla nuova carrozzina elettrica: compie manovre spericolate ed è più agile di un ragazzino sullo skatebord, ma quando esce in strada Pepos controlla che non esageri con le sue esibizioni acrobatiche. Che ne pensa Ubaldo? Intendo dire di Pepos, non della carrozzina di Adelia.


Da: adelia.edelwaiz@libero.it
A: girolamo.demause@libero.it

Caro Dottore, le invio come sempre tramite pony express la selezione della corrispondenza settimanale dello Studio Bibliografico e la sua posta privata: ha ricevuto nuovamente una di quelle sgradevoli lettere che non desidera leggere ed ho subito provveduto ad eliminarla.
I cataloghi della concorrenza che mi aveva richiesto le saranno recapitati domani. Ho concordato con i tipografi compiacenti un prezzo onesto e, nel pomeriggio, Pepos andrà a ritirare il materiale: con la mia carrozzina superaccessoriata questa volta non sarei passata inosservata in vicinanza delle principali tipografie cittadine.
Sono contenta che Ubaldo abbia deciso di farsi aiutare da Pepos nel prossimo carico, significa che lo ritiene un ragazzo affidabile, e speriamo che la biblioteca del povero prof. Balestrucci, deceduto per complicazioni post-operatorie, non sia una delusione.
Riguardo alla cronaca rosa di casa De Mause, le comunico che Antiveduto si è di nuovo fidanzato. Pepos accetta puntate sulla durata della relazione: io ho scommesso dieci euro che l’idillio avrà termine entro un mese. Il matrimonio è quotato uno a cento. Vuole puntare?
Adelia


Continua…

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errebi

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