Gruppo di maggerini

Gruppo di maggerini

Il giorno della commemorazione la piazza del piccolo paese era gremita di una folla variegata e rumoreggiante. C’erano i parenti del defunto, raccolti in cerchio nell’angolo, alla destra del maxi schermo installato sul muro del parcheggio; c’erano le autorità, per la precisione il sindaco, il maresciallo e il parroco, seduti su tre sedie allineate alla sinistra dello schermo; c’erano i commercianti, gli artigiani, gli impiegati del comune, le molte vedove e i pochi bambini del paese, tutti radunati in attesa di assistere alla commemorazione; c’erano tre signore indaffarate nel disporre il buffet su un tavolo sistemato all’altro lato della piazza, apparecchiato con tovaglie dalle fantasie vivaci e bottiglie di vino bianco e rosso. In una viuzza a lato della piazza c’era il coro dei maggerini, impegnato nelle ultime prove, a voce bassa per non farsi sentire troppo, ma non così bassa da non sentire se gli accordi erano intonati o “boglioli”, come amava dire il maestro.

Marcello e la band arrivarono un po’ in ritardo, perché venivano da lontano e per strada c’era traffico. Questa era la versione ufficiale; in realtà erano tornati indietro perché Pompeo aveva dimenticato gli occhiali ed era di umore pessimo. Li aspettava una esibizione improvvisata, con gente che non sapeva distinguere una minima da una semibreve; loro suonavano da una vita, sapevano quanto può essere difficile stare dietro a un gruppo di persone così. In silenzio disposero i leggii nell’unico metro quadrato di piazza rimasto libero e si misero ad aspettare. Marcello aveva le mani sudate, e non per il caldo. Arrivò il fisarmonicista, con il solito sorriso roseo, guardò i leggii e, sornione, esclamò: – Proprio non ve ne volete fare una ragione, eh, che non ci sono gli spartiti!

Marcello si rese conto in quel momento che montare i leggii era stato un gesto meccanico ma completamente inutile e, viste le circostanze, perfino un po’ ridicolo.

– Eh, si.- rispose burbero. E li smontò uno ad uno.

Arrivò il coro. Il maestro salutò allegramente i musicisti. “Ecco i nostri suonatori. Cominciavamo ad essere preoccupati, che non vi vedevamo arrivare. Noi abbiamo già provato, voi tanto siete bravi, non ce n’è bisogno. Suvvia, che faremo un figurone!”

Marcello pensò che il termine “figurone” calzava a pennello… grossa figura di…

Sullo schermo iniziarono a passare le immagini del defunto vestito da maggerino insieme agli altri del coro. I colleghi coristi iniziarono a commentarle. Ti ricordi qui, o dove s’era?…ma come stava bene con quel cappello…porino però non se la meritava una fine così…era tanto bravo…che voce, aveva, a volte sembrava Narciso Parigi da quanto l’avea dolce…

La folla si sistemò sulle sedie, i parenti compostamente in prima fila, le autorità, che non si erano mai mosse dai loro posti a sedere, si risvegliarono dal torpore. Tutti guardavano le immagini sullo schermo. Il sindaco ricordò il defunto con parole di encomio. Il parroco lo ricordò con parole di affetto. Il maresciallo si rammaricò di non averlo mai conosciuto, essendo arrivato in paese da soli tre mesi, ma si dichiarò convinto che fosse una persona eccezionale se tutto il paese lo ricordava con cotanta commozione.

Il coro dei maggerini, dichiarò il maestro, lo avrebbe ricordato con un concertino, cantando le canzoni che lui preferiva, con l’accompagnamento di un gruppo di amici suonatori provenienti dai comuni limitrofi. La piazza fece silenzio. I cantanti si schiarirono la gola e i musicisti avvicinarono gli strumenti alla bocca. Tutti tranne il fisarmonicista, che con il sorriso roseo si assestò sulla sedia e strinse l’occhio al maestro.

Iniziò il concerto. Marcello ascoltava il coro sgangherato e lasciava che le dita scorressero da sole sul clarinetto, frugando le note nella memoria decennale di canzonette e musica da ballo. Infiorettava le note con qualche acciaccatura o con sapienti glissati, mentre il coro ondeggiava a tempo nei costumi colorati pieni di fiori di carta. Che strazio… – pensò. E si vide, in giacca e senza cravatta come era suo solito, dietro la scenografia del Nabucco, a fare la “bandina” dell’opera, con tanto di spartito e maestro vero; quello era stato il suo momento di gloria, quella era la musica che amava e che gli batteva nel petto, mica queste canzonette tutte uguali cantate da quattro gatti strinti all’uscio. Finì la prima canzone, gli applausi scrosciarono abbondanti da tutta la piazza. Marcello sorrise, un po’ di sé, un po’ della gente.

Il concerto proseguì nell’entusiasmo generale e alla fine la folla chiese a gran voce il bis. Volarono fiori e grida di apprezzamento: Braviiiiii!!!

L’inizio del buffet segnò la fine della musica. Le bocche che prima avevano intonato gli allegri canti adesso si riempivano avide di zuppa contadina, arrosto, sformati, dolci. Anche Marcello e gli altri mangiavano, apprezzando il buon lavoro delle donne, assaporando i vari tipi di vino e commentando l’annata. Ogni tanto qualcuno si avvicinava e faceva i complimenti per la buona musica, e Marcello allora raccontava della sua vita da clarinettista iniziata da bimbo e ancora ben lontana dal finire. Anche Mario il trombettista raccontava volentieri di quando aveva la sua orchestrina e faceva le serate da ballo, e le ragazze gli morivano dietro.

Un’anziana signora, camminando a fatica, con la mano fece cenno a Marcello di andarle incontro. Quando si fu avvicinato gli mormorò: – Grazie, sa, grazie che siete venuti, lo dica anche ai suoi amici. Il mi’ figliolo era un po’ preoccupato, ha detto che voi sapete suonare bene e che il suo coro di maggerini invece non è mica granchè. Ma che vuole, in questo paese un c’è nulla, anche lui si sacrifica per tenere in piedi almeno quello. Viene tutte le settimane da Firenze, sa, lui, perché a Firenze insegna al conservatorio. Suona il violino, come il su’nonno. Invece il mi’marito, insomma, il su’ babbo, lui suonava la fisarmonica. Ancora grazie, eh, arrivederla.

Marcello tornò al tavolo e afferrò un pezzo di crostata dal vassoio dei dolci. Alcuni del coro se ne stavano andando via e dall’altro lato della piazza li salutavano con le braccia, vistosamente. Tra loro c’era il maestro: – Arrivederci e grazie tante, vi ci è voluta tanta pazienza con noi, lo so. Grazie.

Marcello ricambiò il saluto, sorridendo. Ogni tensione era ormai svanita, aveva passato una bella giornata. E in fondo, pensò, un “grazie” così, all’opera, non gliel’aveva mai detto nessuno.


Leggi anche la prima parte del racconto: “La prova del maggio

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 5.0/5 (1 vote cast)

Beatrix

Tags: , , , , , , ,