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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

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Il bibliotecario

Un racconto di Giovanni Graziano Manca

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Certo, solo qualche anno prima, mai avrebbe potuto credere che nella sua vita, almeno da un certo momento in poi, avrebbe fatto il bibliotecario. Mai, dati i suoi precedenti, ciò sarebbe potuto venire in mente a coloro che lo conoscevano, ai suoi famigliari, innanzi tutto, e poi a tutti quelli che, nel bene o nel male, in qualche momento della loro vita prima di allora, avevano avuto a che fare con lui. Nonostante avesse collezionato un numero di precedenti penali talmente esorbitante da potere, se solo avesse voluto togliersi questa soddisfazione, formare un elenco lungo quanto un treno merci, Carmelo aveva saldato ogni suo debito con la giustizia circa tre anni addietro. Da allora più nessun colpo di testa, da parte sua; era diventato un uomo tranquillo, cortese con tutti, riservato. La tracotanza e la spavalderia che era solito manifestare nei confronti degli altri non facevano più parte del suo modo di essere da molto tempo, ormai. Pare frequentasse anche una donna, Carmelo; tale Giuditta, che nelle sere d’estate aspettava che lui uscisse dal lavoro per la passeggiata serale con gelatino o con, ma solo ogni tanto, cenetta a due in spaghetteria.

Era quasi felice, insomma, e nonostante il lavoro fosse poco remunerato e non offrisse grandi garanzie per i suoi giorni a venire, sentiva di essere grato a quelli dell’associazione che gli avevano offerto l’opportunità di gestire la loro piccola biblioteca. Si vede che era destino, a volte ripeteva tra se, incredulo, Carmelo. Se ne era liberato per sempre, delle ombre perennemente e sinistramente proiettate sulla sua esistenza che gli impedivano di vivere il presente e anche solo di immaginare un futuro normale.

Se ne era liberato quasi completamente: il lavoro procedeva normalmente tra raccolte di poesia, romanzi, enciclopedie e dizionari, ordini da inoltrare e prestiti da richiamare, quando un giorno si presentò a Carmelo una di quelle persone che non si sarebbe mai aspettato di incontrare anche nella sua nuova vita, accompagnata da due giovani ceffi. Si trattava di Alfredo ‘Passepartout’, ai suoi tempi autorità assoluta di quel braccio della Casa circondariale che anche Carmelo conosceva bene e suo compagno di cella, per giunta. Il suo soprannome Alfredo lo doveva al talento che aveva sempre mostrato nell’aprire illecitamente qualsiasi tipo di chiusura, anche quelle a prova di bomba. Chi avesse osservato il bibliotecario in quei pochi attimi si sarebbe accorto subito che quella visita a sorpresa non lo faceva saltare di gioia. Gli ospiti avevano la giacca abbottonata. A Carmelo parve di notare in ognuno di loro un rigonfiamento all’altezza, grossomodo, della ascella sinistra, quindi concluse che i tre erano probabilmente armati.

Passepartout gli presentò i suoi amici poi sogghignando prese a fissarlo.

– Ecco qui il nostro libraio – disse.
– Bibliotecario, ora faccio il bibliotecario, Alfredo – precisò Carmelo, che ora cominciava a sentirsi veramente a disagio.
– Bibliotecario? Beh, comunque sia sono venuto a chiederti un favore. Un favore in nome della nostra vecchia amicizia, si intende, sono certo che non mi deluderai…
– Senti, Alfredo – attaccò Carmelo iniziando a cantilenare in tono semi implorante, aveva infatti ben intuito dove il suo interlocutore intendesse andare a parare con quell’incipit di discorso – io ormai sono fuori dal giro, mi sono rifatto una vita dopo aver sbagliato e pagato duramente, ma ora desidero solo vivere rettamente e, per quanto possibile, in modo sereno. Non voglio essere coinvolto in uno dei tuoi affari sporchi.

Alfredo si mise a osservarlo con quel suo sorriso straffottente. Poi, prima di scoppiare in una risata sonora, sgranò gli occhi e lo guardò come se di fronte a lui avesse improvvisamente preso forma un’astronave piena di luci rutilanti e da questa fosse sbarcato un marziano.

– Vivere rettamente? Affari sporchi? Ma di che vai blaterando, Carmelo? Anche io, in un certo senso, ho chiuso con la vecchia vita, anni fa. Poi scusa, ma cosa significa vivere rettamente? In quello che ti chiederò non c’è nulla, ma proprio niente di sporco, lo vedrai da te.

Carmelo avrebbe voluto ribattere, ma l’altro non gliene lasciò il tempo…

– Presto ti farò sapere – si sentì dire il bibliotecario. In un’ attimo, seguito a ruota dai due sgherri, Passepartout sgusciò fuori.

Passarono intere settimane senza che del suo vecchio compagno di cella Carmelo avesse notizia. Intanto continuava a rodersi divorato dall’ansia. In biblioteca lo si vide molto distratto, in quei giorni. Arrivò a collocare Lovecraft nello stesso scaffale che ospitava i filosofi tedeschi e a sistemare quella vecchia biografia di Marlon Brando appena resa accanto all’Enciclopedia Britannica.

Una mattina di sabato il quotidiano locale pubblicò la notizia, del tutto inaspettata per Carmelo, della morte di Alfredo. Il bibliotecario lesse il trafiletto intorno a mezzogiorno. La notizia, che lui fifone com’era subito iniziò, chissà perché poi, a immaginare gravida di implicazioni negative anche per se stesso, gli fece passare la fame. In fondo aveva conosciuto Alfredo come il tipo generoso, schietto e sincero che anche con lui si era sempre comportato da amico. In carcere Alfredo fungeva da Cassa Previdenza che beneficiava famiglie di amici avanzi di galera come lui quando questi disgraziatamente venivano a mancare senza aver potuto lasciare qualcosa ai propri figli. Alfredo, insomma, aiutava tutti quando poteva e tutti lo ricambiavano portandogli il rispetto che si deve ai benefattori e mettendosi a sua disposizione per ogni evenienza…

Secondo quanto si diceva sul giornale Alfredo, che dopo il carcere, non molto tempo prima, aveva rilevato una attività commerciale molto redditizia con risorse di cui gli inquirenti non erano mai riusciti a spiegare la provenienza e conduceva una esistenza torbida e una vita sociale animata dalle solite frequentazioni, era morto improvvisamente in un incidente d’auto, insieme a due dei suoi collaboratori più fidati. Collaboratori fidati. Carmelo diede irrazionalmente per scontato che si trattava degli scagnozzi che avevano accompagnato Passepartout il giorno della sua visita in biblioteca, anche se il loro necrologio non era accompagnato da alcuna foto.

Passati appena due giorni il bibliotecario si vide recapitare un pacco spedito, così risultava dalle annotazioni del postino, alcuni giorni prima della morte di Alfredo. Ebbe un presentimento; si rinchiuse nello sgabuzzino per non essere visto e scartò subito. Era una scatola di scarpe chiusa con lo spago; Carmelo lo slacciò immediatamente e aprì. Il suo cuore parve impazzire vedendo che la scatola era piena fino all’orlo di banconote di taglio diverso disposte molto ordinatamente. C’erano un mucchio di bei soldi, lì dentro, almeno un paio di annetti del suo magro stipendio di bibliotecario. Infilata di lato, poi, una lettera scritta su un foglio di blocco notes a quadretti. Era di Alfredo. Mentre cercava di decifrare il contenuto di quelle poche righe sgrammaticate e scritte con una calligrafia decisamente poco leggibile il suo cuore continuava a martellare.

Secondo le disposizioni di Passepartout Carmelo avrebbe dovuto consegnare i denari a Gerardo ‘Quattroruote’, campione nella organizzazione delle ricettazioni d’auto inattivo da parecchi mesi per una grave malattia, mentre lui avrebbe potuto tenere per se una certa somma a titolo di compenso per il servizio prestato. Alfredo chiudeva la lettera ringraziandolo per la cortesia e confidandogli di essersi rivolto a lui perché da un po’ di tempo sentiva sul collo il fiato degli investigatori che gli stavano continuamente alle calcagna. Lo pregava infine di distruggere quella lettera una volta che avesse preso nota della consegna da eseguire.

Nonostante si fosse impadronito di lui un vortice di sentimenti contrastanti per aver constatato che i suoi propositi di vita onesta se ne stavano andando a puttane e il sopraggiunto timore misto alla riprovazione nei confronti di se stesso per l’aver preso quella decisione infame, Carmelo tenne per sé tutto il denaro.

La mossa del bibliotecario, peraltro, non dovette risultare inaspettata se dopo un mese si ripresentarono in biblioteca, più vivi che mai, gli amici fidati del defunto Alfredo. Carmelo era stretto dietro il bancone e da lì non gli era possibile scappare come invece avrebbe voluto. Al comparire delle armi alzò le mani; lo freddarono con due colpi ciascuno e lo lasciarono lì, il volto devastato riverso in quella pozza alimentata dal suo stesso sangue che andava rapidamente allargandosi. Ai familiari neppure un centesimo dalla Cassa Previdenza…

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Il colore dell’anima

Un racconto di GM Willo (www.willoworld.net)

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Mi chiamo Valerio Parisi, ho cinquantotto anni e da tredici mesi combatto una malattia terminale che a breve mi porterà nella tomba. Ne hanno provate di tutte, ma il cancro l’ha avuta vinta, al solito. Ho visto morire prima mia madre e poi mia sorella; stessa storia, stesse procedure. Chemio, sofferenze, false speranze, miglioramenti e poi la sentenza. Intendiamoci, non mi aspettavo di guarire. Quando mi hanno diagnosticato il tumore maligno sapevo come sarebbe andata a finire, e mi va bene così. Nessuno piangerà la mia dipartita. Mia madre e mia sorella mi hanno preceduto, mentre mio padre non l’ho neanche conosciuto, e quindi sono più che sicuro che morirò da solo, in pace, insieme ai miei fantasmi.

Ma di uno di questi fantasmi, il più terribile e vergognoso, vorrei lasciare testimonianza in queste pagine. Quando qualcuno verrà a ripulire il mio appartamento forse si metterà a leggere questo quaderno e scoprirà un assassino. Per allora mi troverò beatamente sotto terra, a dare da mangiare ai vermi.

Questa non è una semplice confessione. Questo non è un atto di redenzione. Per quanto colpevole di un orribile omicidio, non cerco né scusanti né perdoni. Questo è semplicemente un omaggio alla verità, quell’inafferrabile chimera che gli uomini hanno da sempre la presunzione di rincorrere, ma che solo raramente, o forse mai, sono in grado di afferrare pienamente.

Il 18 settembre 1983 invitai a cena una mia collega di lavoro, tale Francesca De Luca, ventisette anni laureata in giurisprudenza, impiegata presso la medesima compagnia d’assicurazioni per la quale ricoprivo l’incarico di consulente. Non ho mai avuto successo con le donne e a trentadue anni contavo solamente un paio di brevi relazioni deragliate nella noia. Ma Francesca era una tipa in gamba, me ne accorsi subito, come mi accorsi che era di un livello troppo al di sopra di me. Sapete cosa intendo, vero? Prima dell’attrazione esiste un altro importante fattore che permette a due persone di convergere in una relazione, ed ha a che fare con l’anima. Sì, l’anima. Io credo fermamente nell’anima. Quella di Francesca era fulgida e grande, mentre la mia… beh, se continuerete a leggere queste pagine, ve ne renderete conto voi stessi di che pasta è fatta la mia anima.

L’anima è qualcosa di più complesso di un codice genetico o di un profilo caratteriale. Se nasci con l’anima sbagliata, non puoi fare altro che accettarla, e cercare di fare meno danni possibile. Quella sera presi pienamente coscienza della natura della mia anima, e da allora ho sistematicamente evitato di avvicinarmi alle persone, per paura di fare loro del male.

Invitai Francesca a cena a casa mia, un incontro di cortesia e di lavoro. Ero sicuro che avrebbe rifiutato ed invece accettò e si presentò alle otto in punto con una bottiglia di vino e la bozza di una presentazione che stava preparando per la compagnia. Voleva avere la mia opinione ed io ero felicissimo di poterla aiutare.

Preparai la bistecca, l’insalata, bevemmo il vino e poi sparecchiammo insieme e incominciammo a parlare di lavoro. Mi mostrò il fascicolo che aveva con se, lessi, commentai, feci due battute, lei rise, versai altri due bicchieri di rosso e bevemmo di nuovo. La serata procedeva alla grande. Poi successe qualcosa di sbagliato.

Prima di quella sera non avevo mai preso l’iniziativa con una donna. Non sono mai riuscito a percepire i segni e i tempi giusti. Le donne che avevo avuto fino a quel giorno avevano sempre fatto il primo passo, ma quella volta provai ad andare contro la mia natura passiva ed insicura. Le afferrai la mano, la guardai e provai a baciarla.

Gli eventi che seguirono rimangono confusi nella mia mente, nonostante abbia provato per molti anni a riesumarli nei minimi dettagli. Ricordo che lei evitò il mio bacio e ritirò la mano, ricordo che si alzò dal tavolo e disse qualcosa, ma non ricordo assolutamente cosa. Ricordo che incominciò a raccogliere le sue cose per andarsene, ma non ho idea di come la raggiunsi alla porta di casa, per afferrarle i capelli e sbatacchiarle la testa contro il tavolino di marmo dell’ottocento che avevo nell’ingresso.

Ricordo le mie mani che le stringevano la gola, ricordo lei agonizzante sulla moquette grigia, ricordo il suo sguardo supplichevole poco prima di esalare l’ultimo respiro, ma non ricordo affatto la ragione per la quale mi era improvvisamente scattata quella furia omicida.

Rimasi seduto accanto al corpo di Francesca per più di un’ora, a contemplare l’abatjour riversa sul pavimento, con la lampadina che nella caduta doveva essersi svitata e perciò lampeggiava convulsamente. La contemplazione mi aiutò a decifrare il colore della mia anima, ma non a farmene una ragione. La mia anima è nera, obliante, succhiatrice di luce, un assurdo vortice del nulla. Dopotutto mi ritengo un uomo fortunato, o forse i fortunati siete voi. Se avessi ascoltato la mia anima più spesso avrei continuato a mietere vittime, invece ho preso coscienza della mia natura e mi sono fermato lì, nell’ingresso del mio vecchio appartamento, accanto al corpo senza vita di una giovane avvocatessa.

Quello che è successo dopo potreste trovarlo rivoltante. Se così fosse vi assicuro che il problema è solo vostro. Se siete della anime chiare oppure grigie, potreste pensare di me come ad un folle. Se siete delle anime candide penserete che sia l’incarnazione del male. In realtà questo è solo un gioco di percezioni. La verità va oltre la rappresentazione di noi stessi in questa farsa che chiamiamo vita. Ma non complichiamo troppo la storia e cerchiamo di tornare al punto.

Francesca era morta e niente l’avrebbe fatta ritornare in vita. Capii che il bisogno di esorcizzare quell’evento e di fare i conti con il colore della mia anima era l’unica priorità plausibile di quella storia di morte. Compresi che se avessi cercato di accettare la mia natura con troppa leggerezza avrei rischiato di rimanerne sopraffatto, per questo nascosi immediatamente il corpo. L’anno prima un amico mi aveva chiesto se avevo posto per un congelatore a pozzo, di quelli che i bar usano per i gelati. Si era separato dalla moglie ed era tornato a vivere con sua madre, ma era in attesa di comprare casa e andare a vivere da solo. Chissà per quale motivo aveva fatto dodici rate per quel congelatore, che poi aveva piazzato nel mio appartamento. Non è mai tornato a riprenderselo, perché sei mesi dopo tornò a vivere con sua moglie e non c’era spazio per quell’affare che alla fine rimase a me. A quei tempi i cibi congelati non avevano ancora un grande mercato, ma io, vivendo da solo, lo trovai molto utile. Congelavo praticamente tutto; carne, pesce, pane, verdure, pasta fresca. Ciononostante il frigo era sempre mezzo vuoto.

Quella sera lo svuotai completamente e ci infilai il corpo di Francesa. Mi  preoccupai di toglierle i vestiti prima di metterla dentro, per una semplice questione di igiene. Poi ricoprii il suo corpo con sacchettini di piselli, broccoletti, bistecchine di maiale, ossi buchi, orate, ravioli di patate e filoncini da mezzo chilo. Non riuscì a ricoprirla completamente. Rimanevano fuori un piedino con le unghie smaltate, un gomito e una ciocca di capelli. Pazienza, pensai, e chiusi il congelatore.

Ci furono le indagini della polizia sulla sua scomparsa, articoli in terza pagina sui quotidiani più importanti e ne parlò anche il telegiornale. Mi aspettavo che la polizia irrompesse nel mio appartamento da un momento all’altro. So che vi parrà strano ma la cosa non mi preoccupava minimamente. Se avessero bussato alla porta li avrei condotti immediatamente al congelatore a pozzo. L’idea di farmi l’ergastolo o di passare per un pazzo non mi turbava. Avevo altro a cui pensare. Dovevo fare i conti con il colore della mia anima.

Ancora mi chiedo perché nessuno venne a chiedermi niente. Quella sera Francesca venne in taxi, quindi la polizia avrebbe potuto risalire a me solo attraverso il tassista, che sicuramente non aveva prestato attenzione a una delle sue tante clienti. Ancora più strano mi sembrò il fatto che non avesse parlato con nessuno del nostro incontro. Insomma, anche se avessi voluto cancellare gli indizi su di me, non ce ne sarebbe stato bisogno, per il semplice fatto che non c’era alcun indizio su di me.

Dopo tre mesi nessuno parlò più di Francesca De Luca, neanche a lavoro, eppure lei era sempre con me, sotto i pisellini primavera e gli ossi buchi.

A quel tempo abitavo a poco più di dieci minuti di cammino dal mio ufficio, una passeggiata molto piacevole interrotta da un cappuccino e un cornetto al bar Jolly che si trovava a metà strada. Prima del bar passavo  un ponticino che dava sopra un canale di scolo, buio e melmoso. Fu in quel canale che nell’arco di tre mesi e mezzo mi liberai del corpo di Francesca, un pezzettino alla volta, così come un poco alla volta accettai la mia natura deviata.

Mi alzavo la mattina, facevo la doccia, prendevo il caffè, e prima di vestirmi andavo a prendere, dalla cassetta degli utensili, il flessibile che mi ero comprato per l’occasione. Indossavo una mascherina e un grembiule bianco impermeabile e aprivo il congelatore. Dopo avere estratto i cibi in superficie, azionavo la lama rotante e amputavo un pezzettino del suo corpo. Incominciai con la mano destra, all’altezza del polso. Il flessibile riscaldandosi scongelava velocemente la carne e qualche gocciolina di sangue schizzava sulle pareti del congelatore oppure sui miei occhiali di protezione, ma niente che non si potesse levare con un colpo di spugna. Il pezzo lo infilavo in un sacchetto di plastica per alimenti surgelati (all’epoca era davvero difficile trovarli per uso privato) e poi rimettevo tutto a posto, ragazza e broccoletti.

Per quasi quattro mesi, come vi dicevo, me ne andai a lavoro con un sacchettino di plastica ed un pezzo di Francesca nella borsa dei documenti della compagnia. Mi fermavo sopra il ponte e con noncuranza, senza neanche preoccuparmi che qualcuno potesse trovare curioso quel mio comportamento, svuotavo il sacchetto nel canale di scolo. Ogni volta che eseguivo questo rituale mattutino, apparentemente efferato e folle, sentivo una strana quiete depositarsi sul mio cuore, come una cicatrice che si rimargina pian piano. Immaginavo che stessi lentamente chiudendo la porta segreta che avevo spalancato dentro di me, quella sera funesta in cui mi avventai su Francesca. Volevo chiudere a mandata quella stanza e gettare via la chiave, segregando la mia nera anima una volta per tutte.

E così riuscii a fare. Insieme all’ultimo pezzo di lei, il suo piedino sinistro, in una bella mattinata di marzo, tornai ad essere quello che ero prima dell’omicidio, tuttavia cosciente delle mie crudeli potenzialità.

Questa è la verità. Adesso la conoscete, e per quanto terribile dovrete anche voi fare i conti con lei, come li feci io sopra il canale di scolo. Non ho rimorsi. Non ho rimpianti, e credo che se esiste davvero un dio, dimostrerà la sua comprensione nei miei confronti. Se davvero è stato lui a soffiare l’alito di vita nella mia anima, deve averci avuto i suoi motivi.

Ed io non mancherò di chiedergli spiegazioni, molto presto, appena ne avrò l’occasione.

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Il concerto del Maggio

Gruppo di maggerini

Gruppo di maggerini

Il giorno della commemorazione la piazza del piccolo paese era gremita di una folla variegata e rumoreggiante. C’erano i parenti del defunto, raccolti in cerchio nell’angolo, alla destra del maxi schermo installato sul muro del parcheggio; c’erano le autorità, per la precisione il sindaco, il maresciallo e il parroco, seduti su tre sedie allineate alla sinistra dello schermo; c’erano i commercianti, gli artigiani, gli impiegati del comune, le molte vedove e i pochi bambini del paese, tutti radunati in attesa di assistere alla commemorazione; c’erano tre signore indaffarate nel disporre il buffet su un tavolo sistemato all’altro lato della piazza, apparecchiato con tovaglie dalle fantasie vivaci e bottiglie di vino bianco e rosso. In una viuzza a lato della piazza c’era il coro dei maggerini, impegnato nelle ultime prove, a voce bassa per non farsi sentire troppo, ma non così bassa da non sentire se gli accordi erano intonati o “boglioli”, come amava dire il maestro.

Marcello e la band arrivarono un po’ in ritardo, perché venivano da lontano e per strada c’era traffico. Questa era la versione ufficiale; in realtà erano tornati indietro perché Pompeo aveva dimenticato gli occhiali ed era di umore pessimo. Li aspettava una esibizione improvvisata, con gente che non sapeva distinguere una minima da una semibreve; loro suonavano da una vita, sapevano quanto può essere difficile stare dietro a un gruppo di persone così. In silenzio disposero i leggii nell’unico metro quadrato di piazza rimasto libero e si misero ad aspettare. Marcello aveva le mani sudate, e non per il caldo. Arrivò il fisarmonicista, con il solito sorriso roseo, guardò i leggii e, sornione, esclamò: – Proprio non ve ne volete fare una ragione, eh, che non ci sono gli spartiti!

Marcello si rese conto in quel momento che montare i leggii era stato un gesto meccanico ma completamente inutile e, viste le circostanze, perfino un po’ ridicolo.

– Eh, si.- rispose burbero. E li smontò uno ad uno.

Arrivò il coro. Il maestro salutò allegramente i musicisti. “Ecco i nostri suonatori. Cominciavamo ad essere preoccupati, che non vi vedevamo arrivare. Noi abbiamo già provato, voi tanto siete bravi, non ce n’è bisogno. Suvvia, che faremo un figurone!”

Marcello pensò che il termine “figurone” calzava a pennello… grossa figura di…

Sullo schermo iniziarono a passare le immagini del defunto vestito da maggerino insieme agli altri del coro. I colleghi coristi iniziarono a commentarle. Ti ricordi qui, o dove s’era?…ma come stava bene con quel cappello…porino però non se la meritava una fine così…era tanto bravo…che voce, aveva, a volte sembrava Narciso Parigi da quanto l’avea dolce…

La folla si sistemò sulle sedie, i parenti compostamente in prima fila, le autorità, che non si erano mai mosse dai loro posti a sedere, si risvegliarono dal torpore. Tutti guardavano le immagini sullo schermo. Il sindaco ricordò il defunto con parole di encomio. Il parroco lo ricordò con parole di affetto. Il maresciallo si rammaricò di non averlo mai conosciuto, essendo arrivato in paese da soli tre mesi, ma si dichiarò convinto che fosse una persona eccezionale se tutto il paese lo ricordava con cotanta commozione.

Il coro dei maggerini, dichiarò il maestro, lo avrebbe ricordato con un concertino, cantando le canzoni che lui preferiva, con l’accompagnamento di un gruppo di amici suonatori provenienti dai comuni limitrofi. La piazza fece silenzio. I cantanti si schiarirono la gola e i musicisti avvicinarono gli strumenti alla bocca. Tutti tranne il fisarmonicista, che con il sorriso roseo si assestò sulla sedia e strinse l’occhio al maestro.

Iniziò il concerto. Marcello ascoltava il coro sgangherato e lasciava che le dita scorressero da sole sul clarinetto, frugando le note nella memoria decennale di canzonette e musica da ballo. Infiorettava le note con qualche acciaccatura o con sapienti glissati, mentre il coro ondeggiava a tempo nei costumi colorati pieni di fiori di carta. Che strazio… – pensò. E si vide, in giacca e senza cravatta come era suo solito, dietro la scenografia del Nabucco, a fare la “bandina” dell’opera, con tanto di spartito e maestro vero; quello era stato il suo momento di gloria, quella era la musica che amava e che gli batteva nel petto, mica queste canzonette tutte uguali cantate da quattro gatti strinti all’uscio. Finì la prima canzone, gli applausi scrosciarono abbondanti da tutta la piazza. Marcello sorrise, un po’ di sé, un po’ della gente.

Il concerto proseguì nell’entusiasmo generale e alla fine la folla chiese a gran voce il bis. Volarono fiori e grida di apprezzamento: Braviiiiii!!!

L’inizio del buffet segnò la fine della musica. Le bocche che prima avevano intonato gli allegri canti adesso si riempivano avide di zuppa contadina, arrosto, sformati, dolci. Anche Marcello e gli altri mangiavano, apprezzando il buon lavoro delle donne, assaporando i vari tipi di vino e commentando l’annata. Ogni tanto qualcuno si avvicinava e faceva i complimenti per la buona musica, e Marcello allora raccontava della sua vita da clarinettista iniziata da bimbo e ancora ben lontana dal finire. Anche Mario il trombettista raccontava volentieri di quando aveva la sua orchestrina e faceva le serate da ballo, e le ragazze gli morivano dietro.

Un’anziana signora, camminando a fatica, con la mano fece cenno a Marcello di andarle incontro. Quando si fu avvicinato gli mormorò: – Grazie, sa, grazie che siete venuti, lo dica anche ai suoi amici. Il mi’ figliolo era un po’ preoccupato, ha detto che voi sapete suonare bene e che il suo coro di maggerini invece non è mica granchè. Ma che vuole, in questo paese un c’è nulla, anche lui si sacrifica per tenere in piedi almeno quello. Viene tutte le settimane da Firenze, sa, lui, perché a Firenze insegna al conservatorio. Suona il violino, come il su’nonno. Invece il mi’marito, insomma, il su’ babbo, lui suonava la fisarmonica. Ancora grazie, eh, arrivederla.

Marcello tornò al tavolo e afferrò un pezzo di crostata dal vassoio dei dolci. Alcuni del coro se ne stavano andando via e dall’altro lato della piazza li salutavano con le braccia, vistosamente. Tra loro c’era il maestro: – Arrivederci e grazie tante, vi ci è voluta tanta pazienza con noi, lo so. Grazie.

Marcello ricambiò il saluto, sorridendo. Ogni tensione era ormai svanita, aveva passato una bella giornata. E in fondo, pensò, un “grazie” così, all’opera, non gliel’aveva mai detto nessuno.


Leggi anche la prima parte del racconto: “La prova del maggio

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Beatrix

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Il giardino all’ombra

GiardinoFiorito

La signora Rosa, benché portasse il nome di un fiore, non aveva il pollice verde. Provava però una vera attrazione per le piante e soprattutto per i fiori: era affascinata dall’infinita varietà dei loro colori, dai diversi profumi che emanavano, dalle strane forme delle corolle e spesso tornava dal mercato settimanale carica di vasi e vasetti.  A volte portava a casa piante enormi e quando il venditore si offriva di aiutarla a caricare i vasi in macchina, perché era ovvio che la cliente doveva avere un mezzo adeguato al trasporto di simili ‘baobab’, si scherniva dicendo “non si preoccupi, tanto abito qui vicino”. Ovviamente non era vero.

Il suo grande amore, come spesso accade, non era però ricambiato: nonostante si prodigasse nelle cure non riusciva mai ad avere un bel balcone fiorito: fuchsie, begonie, gerani e petunie, appena varcata la porta di casa, perdevano l’aspetto florido esibito sulle bancarelle, si intristivano e spesso non arrivavano neppure alla fine dell’estate.

Rosa aveva tentato di comprendere le cause dello strano spleen vegetale che affliggeva le sue piante leggendo riviste e manuali di giardinaggio. Era in grado di riconoscere le principali malattie crittogamiche, oidio, ruggine, marciume radicale, ticchiolatura, fusariosi e gli insetti dannosi più comuni, aleurodidi, afidi, ragnetti, oziorinchi e cocciniglie, ma quando metteva in pratica i metodi di coltivazione e di difesa dalle avversità suggeriti dagli esperti non otteneva i risultati sperati: raramente le malattie regredivano e, di solito, i suoi minuscoli avversari avevano il sopravvento. Rosa però si rassegnava facilmente alla sconfitta pensando che in fondo le povere vittime, rinsecchite, divorate, spogliate del loro verde corpo, erano solo vegetali, come gli spinaci o gli asparagi che preparava a pranzo. La morte di un animale domestico era tutt’altra cosa, lasciava un segno a volte molto doloroso, la morte di una gardenia o di una camelia era semplicemente una promessa di bellezza non mantenuta. E poi il venerdì, al mercato, poteva sempre comprare una nuova pianta, magari quella descritta nell’ultimo numero della sua rivista di giardinaggio preferita. Ogni dipartita aveva dunque un lato positivo: liberava un posto nei balconi degli appartamenti d’affitto in cui Rosa abitava.

Da bambina aveva vissuto in una casa con un giardino quasi del tutto spoglio. L’unica pianta che ricordava era un piccolo cespuglio di rosa, di certo molto vecchio, che ogni anno si intestardiva a produrre due o tre fiori, ovviamente di un banale color rosa. Sua madre sosteneva che in giardino era inutile piantare fiori perché i bambini, Rosa inclusa, calpestavano le aiuole, ma lei non ricordava di avere mai compiuto un simile atto vandalico. In realtà sua madre non amava i fiori  e riteneva il giardinaggio una manifestazione di egoismo: chi lo praticava mostrava infatti di preferire la compagnia delle piante a quella degli umani e, a conferma della sua teoria, citava casi esemplari nel parentado. Suo padre tornava tardi la sera ed attraversava rapidamente il giardino: non si sedeva mai sulla panchina di legno a lato della porta di casa, neppure nelle sere d’estate.

Evidentemente Rosa non aveva ereditato dai genitori  la sua passione per i fiori.

Da bambina qualche volta era entrata nel giardino della casa di fronte: quasi tutto lo spazio era occupato da un’unica aiuola quadrata  piena di cespugli di rose con enormi fiori, in prevalenza gialli e screziati. Il vicino curava amorevolmente il suo giardino e non sembrava né egoista né scontroso. Ma era un guaio se, giocando nel vialetto, la palla finiva dentro quella foresta spinosa spezzando qualche ramo: per ritrovarla era inevitabile graffiarsi le braccia, senza contare le meritate rampogne per il danno inflitto alle povere piante.

Un giorno finalmente Rosa riuscì a convincere il marito che era giunto il momento di comprare casa. Gli anni passavano ed era stanca di traslocare da un appartamento all’altro, voleva mettere radici. Al marito non importava gran che della casa, dei mobili o delle piante, sentiva solo la necessità di avere una tana, anche transitoria, da adeguare alle proprie esigenze, in primis il disordine come espressione di controllo del territorio; ma alla fine si lasciò trascinare nell’impresa per amore della pace domestica.

Dopo qualche superficiale esplorazione, per pigrizia, decisero di comprare un appartamento al piano rialzato con un piccolo giardino. La scelta si rivelò infelice ma, del resto, negli affari non erano mai stati fortunati; Rosa però aveva finalmente un’aiuola da coltivare.

I precedenti proprietari avevano lasciato cespugli di rose e peonie, un oleandro e qualche alberello di ibisco siriaco; lei aggiunse un corbezzolo, un falso gelsomino, una palla di neve e rampicanti fioriti, caprifoglio, passiflora e clematide. Tentò inutilmente di convincere una buganvillea gialla a vivere sulla scaletta che scendeva in giardino, poi comprò una datura, versione domestica del velenoso artiglio del diavolo dal profumo inebriante, ma l’arbusto produsse i suoi vistosi fiori a forma di trombone una sola volta. Grandi soddisfazioni ottenne invece coltivando l’aspidistra: da pochi rizomi ricavò due giganteschi vasi, ma la resistenza di questa pianta ai giardinieri incapaci è leggendaria, come sottolinea anche Orwell.

Con un campo di battaglia così vasto la lotta contro le malattie e gli insetti si rivelò subito una guerra persa: sarebbe stato necessario irrorare di continuo pesticidi d’ogni genere, e Rosa decise di darsi subito per vinta.

Le rose fiorivano ma avevano poche foglie a causa delle più svariate malattie crittogamiche, i boccioli delle peonie cadevano, e persino il robusto oleandro ingialliva, vittima di un’invasione di cocciniglie. Formiche stakanoviste trasportavano da un ramo all’altro afidi avidi di linfa e voraci argidi  ricamavano instancabili i loro intagli nelle foglie meno coriacee. Rosa si sentiva assediata da tutti gli insetti nocivi raffigurati nel suo manuale di giardinaggio, cavallette comprese: ogni tanto vedeva svolazzare un esemplare di coccinella dei sette punti, vorace predatrice degli afidi, ma il simpatico animaletto portafortuna  di solito spariva quasi subito, vittima forse di un’indigestione.
Tuttavia non era questo il principale problema di Rosa, la vera magagna del giardino consisteva nella sua esposizione: volto ad ovest, stretto tra il muro della casa ed un’alta siepe di alloro che incombeva su tutta l’aiuola, era quasi completamente in ombra. Le rose, per riuscire ad avere qualche ora di sole, si erano trasformate in scheletrici alberi spinosi.

L’alloro mostrava qua e là gli inconfondibili segni di un’infestazione di fumaggine e Rosa inizialmente sperò che morisse. Poi cominciò a pensare ad un metodo rapido per eliminarlo, ma il marito la convinse che quel muro di sempreverde era utile perché, oltre a garantire un po’ di privacy, proteggeva la casa dal vento invernale e dai miasmi del traffico. L’alloro, graziato, dimostrò di possedere un’insospettabile vitalità: ogni anno una ditta specializzata doveva provvedere al taglio dei lunghi getti nati in primavera.

Anche il più sprovveduto dei giardinieri sa che esistono piante da sole, da ombra e da mezz’ombra: i fiori più belli e profumati, quelli prediletti da Rosa, richiedono luce diretta, mentre la scelta tra le piante da fiore che sopportano un’oscurità più o meno intensa è molto limitata, se si escludono l’ortensia, la violetta, la pervinca, l’impatiens e la lobelia.

Nei manuali di giardinaggio si legge che le piante, per fiorire e rimanere in salute, devono essere collocate nella giusta posizione e, dopo molti tentativi finiti male, Rosa giunse alla conclusione che i libri avevano ragione: è impossibile opporsi alle leggi di natura e quindi quel giardino in ombra non sarebbe mai divenuto il fiorito angolo di paradiso che aveva sempre desiderato.

Continuò tuttavia ad occuparsi della sua aiuola. Cercava di tenere in vita le piante malate, potava i rami secchi, sradicava i ceppi morti ed  ogni tanto comprava qualche vaso fiorito che collocava nei pochi punti  del marciapiede esposti al sole. I nuovi arrivati però non sopravvivevano a lungo.

Un giardino all’ombra è davvero difficile da coltivare, si ripeteva Rosa per giustificare i suoi fallimenti, ma di certo un pollice verde avrebbe saputo ugualmente trasformare quel luogo oscuro in una selva fiorita, magari occorreva solo più costanza nel cercare varietà poco esigenti in fatto di luce, ma comunque lì non sarebbero mai cresciuti cespugli di odorose “belle di notte” o gigli,   tulipani e fresie da mettere nel vaso del salotto.

Rosa intanto invecchiava e talvolta le capitava di sentirsi all’improvviso molto stanca; allora smetteva di zappettare, appoggiava al muro la scopa con cui spazzava le foglie dal marciapiede o posava l’annaffiatoio e si sdraiava su una poltrona da mare che aveva sistemato accanto al grande nespolo in fondo al giardino. L’albero da anni produceva solo fruttini ammuffiti, ma le sue grandi foglie erano pur sempre belle da vedere.  Rimaneva qualche minuto immobile, ad occhi chiusi, senza pensare. Poi riprendeva il suo lavoro.

Un giorno, mentre si riposava sotto il nespolo, la sua attenzione fu attratta da uno strano rumore, come il pianto di un uomo. Rosa aprì di scatto gli occhi e non vide nessuno ma notò subito che il giardino aveva un aspetto diverso dal solito: qua e là sbucavano dal verde dei fiori che non ricordava di aver piantato e tra i  rami di alloro facevano capolino corolle multicolori: in lontananza intravedeva il rosso acceso delle rose. Eppure agosto è il loro periodo di riposo, pensò perplessa; sopra la testa sentiva aleggiare l’odore intenso della grande rosa rampicante profumata che, per sbaglio, quindici anni prima aveva tagliato all’innesto pensando di eliminare un pollone. Il ricordo del suo irrimediabile errore la rattristò: doveva trattarsi di una rara varietà antica perché le rose moderne rifiorenti non sono mai così profumate. Poi si accorse che il giardino era illuminato come se il sole, nel pomeriggio nascosto dietro la siepe di alloro, si trovasse allo zenit. Ma mezzogiorno era passato da un pezzo e non poteva aver trascorso tutta la notte sotto il nespolo: prima che facesse buio suo marito l’avrebbe sicuramente cercata, se non altro per esigere la preparazione della cena. Mentre si guardava intorno stupita avvertì che la luce aumentava: l’ombra era del tutto scomparsa dal giardino. Udì in lontananza dei colpi ed una voce che sembrava provenire da oltre la siepe disse “Ci spiace signore, non c’è più nulla da fare”. Forse un operaio del comune sta tagliando un vecchio albero secco nel parco pubblico qui accanto, pensò distrattamente Rosa, abbandonandosi di nuovo sulla spalliera della sdraio.

Ad occhi aperti, immobile, senza pensare, annusava i balsami portati da un venticello ristoratore e si godeva il suo giardino in fiore inondato di luce: non riusciva a trovare una ragionevole spiegazione per quanto le accadeva e tuttavia sentiva che mai era stata in vita sua più felice.

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Rosanna Bogo

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La prova del Maggio

Quando scesero dalla macchina sembrava che stesse per iniziare a piovere. Scaricarono velocemente gli strumenti; Marcello non ebbe difficoltà a riparare il suo clarinetto dai primi schizzi di pioggia, Pompeo con il basso tuba ebbe qualche problema in più. Fedrico con il sax tenore stava arrivando alle loro spalle. Sulla porta del vecchio cinema del paese li aspettava Mario, il trombettista. La piccola band entrò ordinatamente nel locale. Ad aspettarli, quelli del coro, c’erano già. Non un coro normale, no. Il coro dei maggerini. Il giorno dopo avrebbero fatto una commemorazione in ricordo di un loro compagno maggerino scomparso in un incidente stradale esattamente un anno prima. L’avrebbero ricordato cantando il maggio, ed avevano pensato che sarebbe stato tutto più bello con una band, sebbene questi quattro musicisti radunati per l’occasione non fossero proprio quello che immaginavano….

Dopo i saluti e le presentazioni, si sedettero, i cantori dietro, i suonatori davanti. Oltre alla band c’era il fisarmonicista che stentava a far silenzio perché le mani andavano da sole sui tasti e il mantice pareva pieno di aria che voleva scoppiare.

“Ssshh!!!” il maestro zittì tutti. Silenzio improvviso.

“Maggio Allegria, facciamo Maggio Allegria. Voi del coro mi raccomando non andate troppo veloci. Voi con gli strumenti fatevi sentire che questi urlano come disperati!”.

Dalla band, Marcello alzò la mano: “Scusi maestro, ma gli spartiti?”

“Gli spartiti??”

“Si, gli spartiti. Non li abbiamo mica.”

“Ah se è per questo..neanche noi. Si canta a memoria!”

“E allora come si fa?”

“E allora ci venite dietro come potete, tanto mi sembrate vecchierelli…o che non avete mai sentito le canzoni del maggio?”

“Ah, si si, sentire le abbiam sentite.”rispose Marcello, bofonchiando poi a bassa voce: “Anche troppo le abbiamo sentite, questi troiai di pezzi ridicoli…o che questa è musica?!?”

“Almeno intoniamoci” disse Mario il trombettista, un po’ inquieto “Fisarmonica, per favore, un do”.

Il fisarmonicista, faccia rosea e sorridente, si voltò, sorpreso. “….Un do??”

“Si, un do”.

Il fisarmonicista sorrise, girò la testa, guardò la tastiera bianca e nera sotto la sua mano pronta e disse: “E qual è??”

Mario il trombettista si asciugò un insolito sudore e con la calma di chi sta per scoppiare glielo indicò: “Quello lì, è quello lì”

“Ah… grazie!”. Disse il fisarmonicista.

E si esibì nel più consapevole DO che avesse mai suonato..

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Beatrix

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

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Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (484)

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Dr J. Iccapot