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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Articoli con tag Commissario

Sapìa e la pecora nera – 3

Terza parte.

Qui la seconda parte.

Tra colleghi ci s’intende.

Il commissario Allegri, responsabile delle indagini sulla morte della signora Bertoni, non onorava il suo nome. Era un uomo anziano, triste… un po’ rattrappito: sembrava un travet in bolletta affetto da dispepsia. Entrò nel salotto di villa Bertoni con un incedere incerto e si presentò a Sapìa senza manifestare particolare cordialità.

“Buongiorno, Allegri – disse, tendendo la mano – suo fratello mi ha detto che è un collega.”

“Onorato, Italo Sapìa – rispose il commissario – sono in servizio a *.”

Stringendo la destra ossuta che gli veniva porta notò nello sguardo di Allegri una luce mansueta, insolita nel loro mestiere

“Bella città, la conosco bene… lì mi sono laureato in Legge, di sicuro qualche anno prima di lei!” disse Allegri.

“Non vorrei che lei fraintendesse il significato della mia presenza qui, commissario – aggiunse Sapìa – Orlando, mio fratello, ha solo me al mondo e, capirà, in una situazione del genere non potevo lasciarlo solo.”

Sapìa ci teneva a precisare che avrebbe evitato di ingerirsi nelle indagini. Non era nel suo stile e poi non valeva la pena di compromettersi per quella carogna di Orlando: si permetteva di insultarlo, di chiamarlo fascista… proprio lui, comunista rivoluzionario ganzo di una vecchia riccona!

“Certo, capisco, il sangue non è acqua – disse Allegri, rassicurato dalla cauta premessa del collega – tra fratelli ci si aiuta, è naturale.”

“Bene, l’importante è chiarirsi. Ora, se mi vuole scusare, devo chiamarela Questuraper avvertire che oggi sarò assente… per gravi motivi personali.”

“Le spetta un permesso retribuito – osservò amichevolmente Allegri – un problema così grave in famiglia mi pare una motivazione più che valida.”

L’osservazione riguardo alla situazione di Orlando parve a Sapìa un cortese avvertimento: non prometteva nulla di buono. Per ingraziarsi il collega decise di telefonare rimanendo in salotto: voleva apparire una persona schietta e corretta, un libro aperto.

Prima di chiamare la Questura fece il numero di casa, doveva tranquillizzare Edda.

“Sono Italo – disse, prevenendo le domande e i rimproveri della moglie – ho fatto tardi per motivi… tecnici. Sto bene e ti richiamerò stasera, ciao.” La moglie ebbe appena il tempo di mormorare “Ma…”

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Rosanna Bogo

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Sapìa e la pecora nera – 2

Seconda parte.

Qui la prima parte.

Vita in villa.

“Ma dov’eri finito, Italo?! – esclamò Orlando, aprendo il cancello di villa Bertoni, un elegante manufatto in ferro battuto disegnato da uno dei migliori architetti Liberty della Riviera – perché hai spento il telefonino? Edda è preoccupata… mi ha già chiamato tre volte, poverina.”

“Scusa tanto se sono in ritardo – rispose ironico Sapìa, chiudendo lo sportello dell’auto – ma hanno sgozzato una donna vicino alla piazzola dov’ero parcheggiato e gli omicidi sono sempre seccature, ormai dovresti saperlo anche tu!”

“Una donna uccisa ai margini della strada… una battona? E che ci facevi in un posto del genere? ah… capisco, birichino… però un morigerato padre di famiglia non dovrebbe coltivare certi vizi – esclamò il fratello ridacchiando, sapeva bene che Italo non si concedeva passatempi del genere –  giuro che non dirò nulla a Edda! Non faccio la spia, io.”

“Razza d’imbecille! – replicò Sapìa bruscamente – ero fermo sulla piazzola perché stavo parlando con te al telefono!”

“Allora è successo verso le due… alle due e dodici, per esattezza: ho guardato la sveglia quando mi hai fatto sobbalzare nel letto” precisò Orlando.

Sapìa non rispose: in quel momento il delitto della superstrada era l’ultimo dei suoi pensieri.

I due fratelli si avviarono in silenzio lungo lo stretto sentiero a gradini che, dal cancello d’ingresso, portava alla villa. All’orizzonte la sfera del sole era quasi del tutto emersa dal mare: l’alba stava diventando giorno.

“Ecco la modesta magione dei Bertoni” disse Orlando aprendo il portone di casa.

“Vedo che il buonumore non ti manca, nonostante il recente lutto – replicò il fratello – certo vivere in un posto del genere mette allegria… caro marxista dei miei stivali.”

“Che ci vuoi fare, Italo, i tempi cambiano e noi mutiamo con loro. Quanto ai miei sentimenti… sono addolorato per la povera Annalaura, ci mancherebbe altro! però ho la coscienza tranquilla: io non sono colpevole e, come diceva sempre mamma, ‘male non fare paura non avere’ – osservò pacatamente Orlando – prima o poi la verità verrà fuori…comunque se ti serve un alibi per la ragazza assassinata, io sono qui: tra fratelli questo ed altro!”

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Rosanna Bogo

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Sapìa e la pecora nera – 1

Prima parte.

Affari di famiglia.

Il commissario Sapìa infilò la chiave di casa nella serratura. Una, due, tre mandate… almeno questa volta i familiari si erano preoccupati di chiudere la porta. Entrò sbattendo l’anta con energia, per farsi sentire:

“Sono io, Edda,” disse ad alta voce. Voleva evitare che, al solito, la moglie si affacciasse alla cucina esclamando con aria sorpresa ‘ah, sei tu, Italo’.

Da vent’anni rientrava a casa più o meno alla stessa ora e, da vent’anni, Edda si meravigliava che l’intruso con un mazzo di chiavi in mano piantato in mezzo al corridoio non fosse un ladro ma suo marito.

Una volta, fresco sposino, Sapìa aveva chiesto alla moglie perché, nel dubbio di trovarsi faccia a faccia con un malintenzionato, non brandisse un mattarello o un batticarne e lei, con un sorriso serafico aveva risposto: “Ma lo so che sei tu… ti riconosco da come giri la chiave!”

Il commissario rimase immobile accanto alla porta. Le luci erano accese ma la casa sembrava vuota… brutto segno. Dopo qualche secondo la signora Edda fece capolino nell’ingresso ed esclamò:

“Ah, sei tu, Italo! – dalla voce però sembrava più ansiosa che stupita, evidentemente covava qualche problema… infatti, subito dopo, aggiunse – ti aspettavo!”

Sapìa, rassegnato alla sventura, entrò in cucina e chiuse la porta.

“Su, dimmi quale disgrazia ci ha colpito, questa volta!” chiese pacatamente, sedendosi al tavolino.

“Togliti almeno la giacca…lo sai quanto costa la lavanderia” replicò la moglie. Cercava di guadagnare tempo, era nervosa, di sicuro non doveva trattarsi di una delle solite sciocchezze: Fredo che prende un brutto voto, Paolino che si sbuccia un ginocchio, la suocera malata o l’arpia del piano di sopra con il suo bucato gocciolante.

Comunque, si consolò Sapìa, non poteva essere un fatto davvero grave, altrimenti Edda avrebbe chiamato sulla ‘linea rossa’ d’emergenza.

“Allora? parla, sono seduto e pronto a tutto.”

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Rosanna Bogo

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Anche quest’anno è Natale, Sapìa – 4

Quarta e Ultima Parte.

Qui la Terza Parte.

I rapinatori non avevano un’aria professionale:

“Vigliacchi che se la prendono con quattro poveracci che stanno all’ospedale la notte della Vigilia e devono subire anche questo sopruso, come se non bastasse il male fisico – pensò irato Sapìa – così agitati di certo sono principianti… ancora più pericolosi… forse mirano all’armadietto della farmacia.”

I due balordi probabilmente avevano davvero in mente di rifornirsi gratuitamente di ‘roba’ ma, tanto per cominciare, si misero a ripulire i presenti.

Mentre il lungo, al centro della stanza, brandiva il taglierino, il bassetto iniziò a strappare catenine dal collo delle signore, rovistare nelle borsette e nei portafogli, sfilare gli anelli dalle dita.

Quando venne il turno di Pepito il delinquente però frugò invano. Irritato, colpì il povero Pampaloni in piena faccia con un pugno, poi gli assestò una ginocchiata nello stomaco e un paio di calci nelle gambe.

“Probabilmente è ‘fatto’ e non si controlla – pensò Sapìa – se avesse ancora qualche neurone in vita non perderebbe tempo a pestare un disgraziato senza un soldo in tasca, con il rischio di farsi beccare da un momento all’altro.”

L’aggredito, già stremato dal digiuno e non più giovane, subiva le percosse senza reagire.

“Lascialo stare, non vedi che è un morto di fame! – esclamò il commissario. Qualche legnata il Pampaloni se la meritava ma l’energumeno adesso stava esagerando! – perché non prendi il mio portafoglio?”

“Ma sì, hai ragione zio… chi sa quanta grana nascondi sotto quel bel cappottino da elfo” disse il rapinatore, infilando la mano nella tasca interna del loden di Sapìa.

Lo strafatto aprì con mani tremanti il portafogli: il commissario contava sull’effetto che avrebbe prodotto la vista del distintivo su quel mentecatto… non si aspettava certo di avere davanti un poliziotto e si sarebbe spaventato.

La sorpresa, in effetti, fece indietreggiare di qualche passo il rapinatore, dando a Sapìa lo spazio e il tempo per estrarre la pistola di Pepito: un giocattolo… ma chi poteva pensare che un commissario di Polizia andasse in giro con un’arma da bambini!

Il delinquente, convinto di trovarsi di fronte a una vera automatica, gridò al complice:

“Scappa, scappa Peppì, chillu è un figlien’trocchia.”

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Rosanna Bogo

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Anche quest’anno è Natale, Sapìa – 3

Terza Parte.

Qui la Seconda Parte.

Sapìa varcò per la seconda volta la soglia della Questura con un po’ d’ansia. Sperava di trovare il collega arzillo ma Strambi, più che sveglio, appariva decisamente agitato: camminava avanti e indietro nel corridoio con occhi spiritati… evidentemente la triplice dose di caffeina aveva prodotto un effetto superiore alle aspettative.

L’ispettore di turno, seduto al posto del piantone, seguiva gli spostamenti di Strambi muovendo la testa come se assistesse a un incontro di tennis.

“Buon Natale, dottore” disse l’ispettore Boscoli, visibilmente sollevato dall’arrivo provvidenziale della Sfinge.

“Una volta tanto qualcuno sinceramente contento di vedermi” pensò Sapia.

“Rocchini è andato a prendere un altro caffè per il commissario, alla macchinetta” aggiunse Boscoli.

“Il caffè se lo può bere lei… il commissario Strambi viene con me” replicò Sapìa, trascinando Oscar nel suo ufficio: era più grande e più comodo dello stanzino del collega.

Alla vista del cibo l’insonne si tranquillizzò, forse aveva solo fame. Mangiarono con voracità, in silenzio, come animali.

“Tutto buonissimo, come a casa della mamma! Meno male che neanche a lei piace il pesce” commentò Oscar, a bocca piena, aprendo il contenitore dell’arrosto.

“Vuole le mie patate? la sera mi restano sullo stomaco” disse, mentendo, Sapìa. Si era accorto che il collega aveva già spazzolato tutto il contorno prima ancora di addentare la carne. Come i bambini… si ricordò che faceva così anche con i suoi figli, quando erano piccoli: lui fingeva di non avere più voglia di mangiare e le piccole manine si precipitavano nel suo piatto contendendosi le patatine.

“Se proprio non le digerisce… le prenderei volentieri” mormorò Oscar, servendosi senza ritegno.

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Rosanna Bogo

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Anche quest’anno è Natale, Sapìa – 2

Seconda Parte.

Qui la Prima Parte.

Da molti anni il commissario Sapìa trascorreva la sera del 24 dicembre in Questura.

Non era vittima di un’imposizione vessatoria dei superiori e, tantomeno, si sacrificava per compiacere i colleghi, semplicemente trovava piacevole svolgere quel servizio, considerato dall’universo mondo tanto disagiato da meritare un sostanzioso compenso extra.

Quando Sapìa, volenteroso Vicecommissario in carica solo da cinque mesi, per la prima volta si era ritrovato di turno nella notte di Natale, aveva accettato di buon grado la corvè: era un neoassunto e doveva concedere ai colleghi più anziani la possibilità di trascorrere le feste in famiglia, una volta tanto. Poi, però, con grande sorpresa, aveva scoperto che passare in Ufficio la Vigilia non solo non era affatto sgradevole ma, da un punto di vista sociale, veniva considerato un comportamento legittimo, se non addirittura lodevole. Mentre le ‘persone normali’ precipitavano nel caos delle riunioni di famiglia abbuffandosi fino alla nausea di tartine in attesa del cenone, un servitore dello Stato in servizio poteva sottrarsi all’obbligo di recitare la pantomima buonista davanti all’albero di Natale senza scandalizzare il parentado o meritarsi l’appellativo di misantropo.

Così, in seguito, Sapìa aveva chiesto di svolgere volontariamente il turno natalizio: se tutto rimaneva tranquillo in città, trascorreva una Vigilia silenziosa, sobria, rilassante…e senza postumi digestivi: quella sì era davvero una Notte Santa!

La moglie, dopo la terza assenza consecutiva, aveva capito che il marito non era perseguitato da superiori malvagi e si era rassegnata all’idea di non averlo a cena per l’occasione. Il Bambinello sarebbe nato anche senza di lui.

Già nei primi mesi di fidanzamento aveva notato che il suo Italo non si comportava come gli altri innamorati: era introverso, riservato e pieno idiosincrasie però, con tutte le sue stranezze, non superava mai il limite della convenienza e, nelle situazioni importanti, si dimostrava affidabile e capace.

Soppesati i pro e i contro, Edda aveva deciso di sposare ugualmente l’insolito spasimante illudendosi che il matrimonio fosse la lima giusta per smussare gli angoli di un carattere spigoloso. Naturalmente Sapìa non mutò affatto e, dopo la nascita di Annalisa, la moglie decise di tenerselo così com’era, facendo buona faccia a cattivo gioco.

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Rosanna Bogo

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Anche quest’anno è Natale, Sapìa

Prima Parte.

“Giacca, sciarpa, cappotto, cappello, guanti” mormorò tra sé il commissario Sapìa, avvicinandosi all’attaccapanni nel corridoio. Recitava quella giaculatoria per essere certo di indossare tutto il necessario, prima di chiudersi la porta di casa alle spalle.

Detestava perdere tempo in futilità come l’abbigliamento: la mattina, di solito, si preparava in fretta e, al momento di uscire, spesso dimenticava la giacca, la sciarpa oppure i guanti. La moglie sosteneva che, un giorno o l’altro, si sarebbe ritrovato in strada senza pantaloni.

Sapìa, citando la Bibbia, ribatteva che Dio aveva inventato i vestiti per punire il peccato originale: lui non pretendeva certo di passeggiare in costume adamitico ma, osservava, per tutelare il comune senso del pudore ed evitare il raffreddore potevano bastare un plaid oppure un perizoma… insomma, tra coprire le nudità e indossare un abito esisteva una bella differenza.

Vestirsi era, in sostanza, un’operazione di camuffamento sociale e richiedeva un grande impegno: faticose indagini nei cassetti e negli armadi, prove e riprove, valutazione degli accostamenti cromatici, reperimento di accessori coordinati. Così i panni volavano all’aria per ore finché l’immagine riflessa nello specchio non corrispondeva all’idea di sé che si voleva spacciare alla fiera della vanità, spesso abissalmente diversa dal dato reale.

Ovviamente anche Sapìa, in certe occasioni, si metteva in ghingheri: esequie, battesimi, matrimoni, incontri con il procuratore della Repubblica, testimonianze processuali o pellegrinaggi al superiore Ministero richiedevano un abbigliamento adeguato e solo un esibizionista si sarebbe presentato in certi posti vestito alla carlona. “Quando si sa che ‘è gradita la cravatta’ bisogna tirare fuori dall’armadio l’abito della domenica, senza fare storie”,  si diceva il commissario.

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Rosanna Bogo

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Il commissario Sapìa torna all’Università – IX

IX. Sulle tracce della lepre

Qui l’ottava parte.

Magliana entrò nell’ufficio che divideva con Sapìa spalancando la porta. Era accigliato e scuro in volto:

“Novità importanti” disse con tono grave.

“Riferisca sintetizzando” replicò bruscamente il Commissario. Quando Magliana portava cattive notizie tendeva a diventare prolisso.

“La pista si è esaurita: le ragazze di via del Lavatoio sono a posto, ottimi voti e tutti rigorosamente autentici.”

“E il testimone in carrozzella?”

“Niente.”

“Allora abbiamo fatto un bel buco nell’acqua… ci toccherà mettere sotto torchio gli impiegati del Centro Elettronico.”

“A proposito di torchiare… qui fuori c’è un signore che scalpita: non vede l’ora di essere interrogato.”

“Lo lasci aspettare – disse con noncuranza Sapìa – penserò io a chiamarlo quando sarà il suo turno.”

“Ma non c’è nessun altro in attesa” osservò stupito Magliana.

“Davvero? stavo aspettando gli amici del suo testimone a rotelle – replicò il Commissario sfogliando l’agendina – si chiamano… Loli e Stoppa ma li lascio a lei… uno alla volta s’intende. Ho proprio bisogno di un espresso del bar! Vuole che le porti una pasta?”

Magliana trasecolò: non aveva mai ricevuto una gentilezza da Sapìa. Che evento!

“Bombolone alla crema?” chiese il Commissario.

Magliana accennò un timido sì con la testa: era notoriamente la pasta che preferiva e Sapìa se lo ricordava! Provò un improvviso trasporto affettivo per il suo insopportabile collega.

“Bene, porterò qualcosa anche per il suo protetto, il piccolo Oscar – aggiunse Sapìa uscendo – lei però si ricordi di chiedere ai testimoni se Tassi è andato al bagno, quella mattina.”

“Al bagno?” ripeté Magliana.

“Sì, al bagno, toilette, ritirata, WC, cesso, come preferisce, basta che non mi faccia l’eco!” disse Sapìa chiudendosi la porta dell’ufficio alle spalle. La vista di Cantoni che dondolava nervosamente una gamba gli aveva restituito l’usuale ruvidità.

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Rosanna Bogo

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Il commissario Sapìa torna all’Università – VIII

VIII. Il corpo docente

Qui la settima parte.

La conversazione con Annalisa aveva suggerito al Commissario di confrontare il Piano di Studi trovato da Morganti con i registri d’esame.

In un computer forse si poteva inserire qualunque cosa, come sosteneva Magliana, ma un documento cartaceo ufficiale non si manometteva facilmente. E poi un libretto tenuto nascosto alla sorella e rubato da un assassino doveva avere per forza qualcosa di speciale.

Anche se era curioso di constatare de visu la fondatezza di quei sospetti, Sapìa decise di affidare la verifica al collega:la Segreteria di Lettere ela Segreteria di Giurisprudenza si affacciavano sullo stesso chiostro e non intendeva varcare un altro portone della memoria. Non nello spazio di due giorni.

“Alle undici devo incontrare il professor Diadori – si giustificò con se stesso – non posso lasciare l’ufficio.”

In attesa del suo ospite decise di riordinare la scrivania. Il duplice rovesciamento dei documenti di Magliana aveva causato un po’ di caos ed occorreva ricostituire alcuni monticelli scompaginati. Raccolse un post-it caduto a terra: conteneva i dati forniti da Magliana su Massimo Covi, l’ospite presente nella casa di via del Lavatoio la sera del delitto. “Studente di Informatica – mormorò tra sé il Commissario – infastidito dalla perquisizione, non collaborativo, scarsamente turbato dalla disgrazia.”

Il giovanotto sapeva trattare con i computer ma con gli ispettori non se la cavava molto bene: forse era il caso di verificare eventuali rapporti del Covi con il Centro Elettronico dell’Università. Magliana raccontava storie mirabolanti sulle imprese truffaldine dei così detti hackers: non per nulla venivano chiamati pirati informatici.

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Rosanna Bogo

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Il commissario Sapìa torna all’Università – VII

VII. I parenti

Qui la sesta parte.

“Accomodatevi” disse il Commissario, indicando ai genitori della vittima le due sedie davanti alla scrivania. Magliana intanto aveva ceduto la sua poltroncina alla sorella di Stefania, una ragazza mora e robusta, per niente somigliante alla defunta.

“Sono addolorato per la vostra perdita: una figlia nel fiore degli anni… è una disgrazia irreparabile – esordì Sapìa, rispolverando qualche frase del repertorio che utilizzava in occasione di decessi nel parentado – le parole buone servono a poco, lo so… anch’io ho una ragazza di vent’anni e neppure riesco a immaginare come mi sentirei! noi però possiamo ancora fare qualcosa per la povera Stefania: scoprire il suo assassino. Chi ha commesso questo gesto infame deve pagare e io mi impegno ad acciuff… aiutare in tutti i modi il dottor Magliana qui presente nelle indagini… siete in buone mani!”

“Grazie, Commissario – rispose  il padre – a noi poco importa sapere il nome di quel delinquente, non riavremo mai la nostra bambina! però per Stefania forse sarà una consolazione, là dove si trova.”

“La Giustizianon è solo una virtù cardinale – esclamò Magliana, memore delle lezioni di Catechismo subite in occasione della recente e tardiva Cresima – è un diritto che noi abbiamo il dovere di garantire anche a chi non c’è più e conta sulla nostra…”

“Volete che riferisca in breve l’accaduto?” chiese Sapìa, cercando di riportare la conversazione sulla Terra.

“No, grazie, preferiamo di no – rispose la sorella – il dottor Magliana ci ha già detto l’essenziale e non vorremmo sapere di più, mi creda.”

“Bene, allora vorrei io qualche informazione da voi” aggiunse Sapìa, rallegrandosi per una volta dell’incontenibile propensione del giovane collega a familiarizzare con le persone coinvolte nelle indagini.

Magliana, per l’occasione, aveva assunto un’espressione ben più intensa della faccia ‘da funerale’ d’ordinanza: sembrava un parente addolorato, non un investigatore. Appoggiato sul davanzale della finestra con una gamba ciondoloni e l’aria di chi vuole solo ascoltare, non dava segni di voler prendere in mano l’interrogatorio. “Ho carta bianca – pensò il Commissario – meglio così, il ciuccio potrebbe anche unirsi al compianto!”

“Ha già qualche sospetto” chiese la madre della vittima, asciugandosi gli occhi.

“Per ora nessuno, purtroppo – rispose Sapìa – deve considerare che le indagini sono ancora in una fase iniziale e, senza testimoni oculari, imboccare la strada giusta non è facile: occorre trovare il movente, qualcosa nella vita della povera Stefania che spieghi questo tragico epilogo.”

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Rosanna Bogo

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: [download id=”52″]

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Dr J. Iccapot