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	<title>Scrivolo &#187; carcere</title>
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	<description>i racconti del nano grafomane</description>
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		<title>Il direttore del carcere</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jul 2010 05:54:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fuchs</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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Per molti anni ho avuto un aspetto giovanile. La mia faccia e il mio modo di fare erano, per così dire, in “conflitto” con il dato anagrafico e molti si meravigliavano quando un documento o un’affermazione buttata lì per caso rivelavano che da un bel po’ avevo superato la boa della quarantina.
Il tempo però, da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/07/carcere.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1803" title="carcere" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/07/carcere.jpg" alt="" width="400" height="272" /></a></p>
<p>Per molti anni ho avuto un aspetto giovanile. La mia faccia e il mio modo di fare erano, per così dire, in “conflitto” con il dato anagrafico e molti si meravigliavano quando un documento o un’affermazione buttata lì per caso rivelavano che da un bel po’ avevo superato la boa della quarantina.</p>
<p>Il tempo però, da qualche anno, si è preso la sua rivincita ed ora sembro quello che sono, un vecchio, non nel senso più comune del termine e, tanto meno, in rapporto ai parametri dell’INPS, ma di certo secondo la scala di valori che vige nell’ambiente professionale in cui ho sempre lavorato, l’informatica. Non esiste attività in cui l’obsolescenza delle competenze sia più rapida e l’età degli addetti più bassa, tutto corre a velocità folle, trascinato dal turbine Internet e dai continui progressi tecnologici.</p>
<p>Io mi sono fatto le ossa nei lontani anni ’80, conosco programmi, sistemi operativi e computer ormai entrati nella leggenda, vera archeologia tecnologica ma tutto questo serve, al massimo, per fare conversazione: può capitare che durante una pausa in ufficio o uno spostamento in auto, per distrarsi, qualche collega incuriosito mi chieda notizie su com’era la vita di noi “informatici preistorici”, costretti a “combattere” armati di basic, minuscoli dischi fissi e ridicoli floppy o nastrini. Ho tre decenni d’esperienza alle spalle ma, contrariamente alle altre professioni, per l’informatico l’accumulo di sapere è inutile: non conta ciò che sapevi ieri, o cinque minuti fa, ma ciò che saprai domani. Da questo punto di vista mi posso definire davvero vecchio.</p>
<p>Per carattere sono estroverso e mi piace stare al centro dell’attenzione: quando faccio lunghi viaggi in treno o mi trovo nella sala d’aspetto del dottore, per vincere la noia, cerco sempre di attaccare discorso con i vicini e, di solito, rivelo subito la mia professione, perché so che suscita ancora un certo interesse nei profani, soprattutto di una certa età: ovviamente in queste situazioni non parlo di argomenti tecnici ma racconto aneddoti della mia vita professionale. In tanti anni di lavoro ho conosciuto un’infinità di persone e mi piace tirare fuori qualche fatterello divertente che ha per protagonista un mio cliente o uno dei miei innumerevoli datori di lavoro: a volte, lo ammetto, devo sembrare persino un po’ querulo, comunque posso vantarmi di avere in repertorio un buon numero di storie risalenti all’età “eroica” dei programmatori.</p>
<p><span id="more-1802"></span></p>
<p>Trenta anni fa, specie in provincia, un informatico era <em>rara avis</em> e veniva considerato dagli audaci che avevano in casa o in ufficio una di quelle misteriose e bizzose creature con tastiera e video, un incrocio tra mago Merlino e un domatore del circo. Per un cavaliere del computer, in lotta con i draghi-bugs, ogni giorno era foriero di nuove avventure tragicomiche.</p>
<p>C’è un solo ricordo del mio passato di giovane informatico capace di mettermi di malumore: è una storia adatta alle serate più buie, ai giorni di tristezza, una vicenda senza dubbio insolita e per niente divertente. Quando la racconto, tanto per sfogarmi, resto sempre con l’amaro in bocca.</p>
<p>All’epoca dei fatti ero davvero alle prime armi: da poco avevo abbandonato l’Università, con la speranza di farmi in breve tempo una buona clientela. Nella cittadina in cui ero nato non avevo molti concorrenti e  le occasioni di guadagno non mancavano.</p>
<p>Lavoravo come <em>free lance</em> e, nel contempo, collaboravo con una piccola azienda che vendeva computer e macchine da scrivere. Ero sempre in giro, una trottola che non si fermava mai: installavo, programmavo, facevo consulenza. Non mi lasciavo sfuggire un cliente, sempre pronto ad andare allo sbaraglio con l’incoscienza dei vent’anni. Dove mi chiamavano, correvo: ero un principiante spudorato, ma le mie conoscenze risultavano più che sufficienti per le necessità informatiche locali.</p>
<p>Fare esperienza accresceva il mio bagaglio professionale, diventavo sempre più competente, leggevo riviste specializzate, mi tenevo aggiornato e poi avevo un certo intuito che, nel nostro mestiere, più arte che scienza, non guasta. Tutto sommato, per l’epoca, ero un buon professionista.</p>
<p>Come ho detto sono un tipo socievole e ben presto mi creai una cerchia di conoscenze nel mio campo d’attività: il rapporto che instaurai con Alessandro Dossi, uno dei miei primi clienti, fu tra i più duraturi.</p>
<p>Non si poteva dire, ma questo lo avrei scoperto tempo dopo, che Dossi fosse una persona di una morale specchiata. Possedeva un’agenzia che forniva “consulenze” commerciali non meglio definite, aveva un paio di computer e tre segretarie; io elaboravo per la sua ditta piccoli programmi di gestione e rimediavo ai pasticci informatici prodotti dalle tre Grazie.</p>
<p>Presto scoprii che Dossi era un personaggio di primo piano in città: ben introdotto in quasi tutte le aziende della zona, aveva parenti, amici o conoscenti piazzati nei gangli vitali dell’Amministrazione e della politica che lo appoggiavano e favorivano in ogni modo, certo non solo per spirito altruistico. Banche, Curia, associazioni di categoria, sindacati,  assicurazioni, nessuno sfuggiva alla ragnatela di Alessandro Dossi, sempre informato su quello che accadeva nei palazzi cittadini, camere da letto comprese.</p>
<p>Dossi, quarantenne dal fisico atletico e molto sensibile al fascino femminile, era membro di  una di quelle Associazioni che, con la scusa di promuovere iniziative benefiche, offrono occasioni d’incontro per uomini d’affari. Ai periodici raduni conviviali partecipavano  tutti i notabili locali: risolte le questioni politiche e conclusi i mercanteggi,  si giocava a carte e si parlava di donne. Sempre quelle degli assenti, s’intende. Ogni tanto si organizzavano feste in onore di autorità di nuova nomina: prefetto, questore, vescovo, non faceva differenza, l’importante era dare il benvenuto ai potenti che si insediavano in città.</p>
<p>Ero nato e cresciuto in quella cittadina, ma la mia famiglia era molto modesta e non avevo mai avuto contatti, in precedenza, con l’ambiente frequentato dal Dossi.</p>
<p>Una mattina ci incontrammo nel suo Ufficio, dovevo mettere a punto una modifica del programma di gestione; le segretarie erano uscite per un caffè e Dossi, forse per vantarsi del suo potere con un “suddito”, mi raccontò che all’incontro conviviale dell’Associazione, il sabato precedente, aveva conosciuto la giovane moglie del nuovo Direttore del carcere. Si era fatto assegnare, con uno dei suoi soliti intrallazzi, il posto accanto alla bella signora e, durante  la cena, le aveva svelato, in modo succinto ma dettagliato, i segreti della buona società locale, le famiglie da frequentare, i dongiovanni da evitare, le amicizie giuste per favorire la carriera del marito. Per cortesia e con il suo usuale fare cameratesco, aveva poi conversato anche con il Direttore, un uomo dall’aria seria, quasi accigliata, molto più anziano della moglie. Di certo non si stava divertendo.</p>
<p>“Il dott. Adolfi non è davvero un tipo allegro, sarà perché passa tutto il giorno in carcere, ma alla fine si è sciolto e siamo diventati amiconi, forse anche grazie ai tre grappini che si è bevuto come ammazza caffè” aggiunse il Dossi.</p>
<p>Il Direttore, immerso nella rilassata atmosfera postprandiale, resa ancora più calorosa dai fumi dell’alcool, aveva raccontato al novello amico un suo grande cruccio: “Questioni di informatica &#8211; precisò il Dossi &#8211; ma francamente non ho capito un’acca di tutta la strana faccenda che mi ha raccontato. La moglie ha confermato che  si trattava di un problema di grande importanza per il marito e così, alla fine, ho detto che conoscevo un esperto di software affidabile e competente, il migliore in città, in grado di risolvere qualsiasi problema. Ovviamente pensavo a te…”</p>
<p>“Ma…”, cercai di protestare, infastidito non tanto dal fatto di dover fornire una consulenza al buio quanto dal legame che intuiva  tra questo “favore” e qualche progetto segreto del Dossi. Non era il tipo che faceva nulla per nulla.</p>
<p>“Domani lo richiamo”, continuò Dossi “ e gli dico che ti ho parlato. Tu però sei molto indaffarato … e costoso…, ma, per via di un certo favore che mi devi, hai acconsentito a fissare un appuntamento per la prossima settimana. Dopo tutto è un cliente importante”</p>
<p>La mia resistenza cominciò ad indebolirsi. In effetti avrei potuto trarre grandi benefici da quella conoscenza: il Direttore del carcere era pur sempre una delle autorità cittadine e, se fossi riuscito a risolvere il suo problema, forse mi avrebbe fatto una buona pubblicità in certi ambienti, magari mi avrebbe introdotto nel giro all’epoca più ambito, la Pubblica Amministrazione.</p>
<p>Il Dossi tacitò con poche battute le mie deboli proteste e mi salutò esibendo il suo celebre sorriso, un’accattivante fila di denti bianchi che spiccava sulla perfetta abbronzatura, una seconda pelle che sfoggiava in ogni stagione dell’anno. Sembrava sempre appena tornato dalle Maldive.</p>
<p>Sotto le lenti sottili gli occhi chiari di Alessandro  brillarono: mi diede un’affettuosa pacca sulla spalla esclamando: “Visto che piattino ti ho servito? Per te risolvere il rebus del Direttore sarà di sicuro un gioco da ragazzi, di cosa mai potrà aver bisogno il vecchio! E puoi chiedergli il compenso che vuoi. La moglie mi ha detto che il mese scorso ha comprato un <em>Olivetti</em>, una bella spesa, ma non sa come usarlo: passa ore a fissare il video spento con aria sconsolata. Insomma, se accontenti il dott. Adolfi fai un piacere anche alla sua signora, che non ne può più di questa storia”</p>
<p>Mentre pronunciava l’ultima frase Dossi strizzò l’occhio, come a dire che anche lui stava pensando a come rendere contenta la giovane moglie del Direttore.</p>
<p>Mi domandavo quali fossero le necessità informatiche di un carcere: forse un programma di gestione della sicurezza o un data base dei carcerati… Dai discorsi del Dossi si deduceva solo che si trattava di un problema molto complesso. Comunque alla fine accettai  la data e l&#8217;ora dell&#8217;appuntamento fissati dal Dossi.</p>
<p>Il giorno stabilito, nel pomeriggio, non troppo presto, mi avviai a piedi verso il Carcere cittadino.</p>
<p>La costruzione sorge in una piazzetta lungo una strada mal selciata e in discesa; il carcere è stato ricavato da un antico convento e per questo l’ingresso principale si trova accanto alla facciata di una grande chiesa. Il resto dell’edificio si sviluppa sul retro, verso la parte brulla e non urbanizzata di un valloncello incolto.</p>
<p>Entrare nel carcere, per la prima e, spero, ultima volta, mi fece un effetto sgradevole, un po&#8217; per la trafila della sicurezza, un po&#8217; per gli sguardi curiosi che mi sentivo addosso. Già prima di entrare, mentre mi avvicinavo al portone, sentivo intorno a me un sommesso bisbiglio: sarà un parente? un carcerato in libera uscita? un avvocato? sembravano chiedersi i passanti, lanciandomi un’occhiata in tralice.</p>
<p>Ero già atteso ed una guardia carceraria mi fece da guida, senza proferire parola; in quella calda giornata estiva i mattoni dei muri emanavano un calore stagnante che si avvertiva anche nel breve percorso all’aperto che conduceva all’appartamento privato del Direttore; passando accanto ad un basso rivellino non potei fare a meno di pensare ad una presenza femminile che, con precisione ed armonia, aveva disposto numerosi vasi di gerani a cavallo di quello che era stato un muro di difesa, l’estremo, prima dell’accesso all’interno del fortino.</p>
<p>Il Direttore, contrariamente a quanto sostenuto dal Dossi, si rivelò persona gentile e socievole. Era un sessantenne asciutto, ben vestito, con i capelli candidi e folti, un lieve accento meridionale e spessi occhiali: mi ricevette in un locale spazioso e luminosissimo, il suo studio privato. Attraverso alte finestre chiuse da pesanti grate si intravedevano in lontananza alberi e prati, la zona interna a ridosso delle mura urbane.</p>
<p>Entrando rimasi colpito dalla gran mole di documenti presente nella stanza: i faldoni non erano sparsi sulla scrivania, in gran parte occupata dall’M24, ma si trovavano letteralmente accatastati in alte pile lungo le pareti, posati direttamente sul vecchio pavimento, che mi ricordò, con le sue piastrelle rosse, bianche e nere, la casa dove ero vissuto da bambino.</p>
<p>Il Direttore mi indicò una poltrona  verde e, non appena fui comodamente seduto, cominciò ad espormi il suo problema che era “informatico” in un senso che solo in seguito compresi.</p>
<p>&#8220;Vede &#8211; mi disse accennando alla massa dei documenti &#8211; io ho una passione: da molti anni raccolgo articoli di giornali e di riviste relativi a &#8230;, diciamo fatti di sangue: qualche volta li ritaglio, più spesso, negli ultimi tempi, mi limito a metter da parte l&#8217;intero giornale, aperto alla pagina che mi interessa. Ho poco tempo da dedicare al mio hobby… il dovere mi assorbe completamente. E poi, fin dall’inizio, non ho seguito una regola precisa: accumulavo i documenti a caso, senza registrarli, e non ricordo più neppure cosa ho letto, se non a grandi linee. Evidentemente mi manca la vocazione dell’archivista! Però ora vorrei mettere un po’ d’ordine, tra non molto andrò in pensione e potrò finalmente scrivere il libro per cui ho messo insieme tutta questa documentazione. Ecco, l&#8217;ho fatta venire qui per sapere se è possibile organizzare il mio caos  con l’aiuto dell’informatica, mettere nel mio computer <em>Olivetti</em> tutti i dati e poi avere un mezzo per selezionarli, distinguerli, leggerli e permettermi così di ritrovare gli argomenti che mi interessano velocemente. Magari anche copiarli o stamparli. Capisce bene che un’operazione del genere, fatta a mano, richiederebbe un’altra vita. Da qualche parte ho letto che in America esistono già programmi in grado di fare qualcosa del genere. Sarei disposto anche a spendere… Che si può fare, mi dica!”</p>
<p>Per un attimo fui preso dal panico. Cosa dovevo rispondere? A colpo d&#8217;occhio nella stanza si trovavano vari metri cubi di giornali e ritagli, quasi tutti con foto, alcune a colori. Non si trattava di archiviare poche migliaia di record o di “scannerizzare” qualche pagina con un OCR.</p>
<p>Per fortuna proprio in quel momento si sentì battere discretamente alla porta, subito dopo entrò nella stanza una giovane donna. Il Direttore mi presentò alla moglie come il giovane informatico amico di Dossi che l’avrebbe risolto il “problema”. La donna mi sorrise amichevolmente, poi disse:</p>
<p>“Vi posso portare qualcosa? Una bibita, una birra, un caffè…”</p>
<p>Chiesi un caffè: “Allora due caffè bollenti!”, si raccomandò il marito.</p>
<p>La donna mi fece una grande impressione: era decisamente bella, con un volto allungato coperto di efelidi che la facevano sembrare quasi una ragazzina, ma di certo aveva più di trenta anni. Indossava un abito scuro, molto semplice ed elegante, che fasciava il suo corpo flessuoso. Pensai che una donna così era decisamente fuori luogo in quella casa e in quel matrimonio.</p>
<p>In attesa del caffè il Direttore mi raccontò della vita vagabonda che il suo mestiere gli imponeva, del matrimonio, avvenuto una decina d’anni prima, con la figlia di un carissimo amico e collega, dei bambini che non erano venuti, anche perché la moglie non se la sentiva di farli crescere in un carcere e lui, più che un padre, si sentiva ormai un nonno.</p>
<p>La signora rientrò portando a due mani un pesante vassoio con tre raffinate tazzine di porcellana ed una caffettiera d’argento fumante. Posò il suo carico sulla scrivania del marito. Mentre versava la scura bevanda nelle tazzine disse:</p>
<p>“Mi raccomando a lei! Per mio marito è importante avere i suoi articoli in ordine ed io sono stanca di andare in giro per l’Italia con tutte queste balle di giornali polverosi al seguito”. Mentre beveva il suo caffè guardò infastidita i faldoni &#8211; La prego, lo faccia contento – aggiunse con tono accorato – metta tutto dentro il computer e liberi Carlo dalla sua ossessione e me da questa marea di cartaccia!”</p>
<p>Io e il Direttore sorbivamo lentamente il caffè, veramente bollente; il marito taceva, scuro in volto, quel discorsetto evidentemente non gli era piaciuto: posò la tazzina e rivolse  alla moglie un sguardo severo:</p>
<p>“Ora puoi portare via il vassoio, grazie” disse freddamente, quasi si rivolgesse ad una domestica.</p>
<p>Io promisi alla signora che avrei fatto tutto il possibile, parlai delle novità nel settore dell’informatica, della possibilità di immagazzinare innumerevoli dati direttamente nel PC. Dopo tutto il problema di mettere ordine in una massa confusa di informazioni era molto sentito anche dalle aziende: organizzare i dati sfruttando le potenzialità dell’informatica non era certo una “fissazione”, caso mai si doveva affrontare un problema di natura tecnica difficile da superare.</p>
<p>La signora, rassicurata, uscì augurandomi “Buon lavoro”.</p>
<p>La breve pausa  mi aveva dato tempo per pensare: cercai di riassumere i fatti essenziali che dovevo tenere presente per valutare la risposta da dare al Direttore. Estrassi dalla mia cartella penna e carta e comincia a scrivere.</p>
<p>L&#8217;informatica sfornava allora i suoi primi scanner, ma i ‘486’ al momento erano solo annunciati dalle copertine di Byte, e gli hard disk  avevano capacità che si aggiravano tra i 40 e gli 80 MegaByte.</p>
<p>Feci due conti, ad alta voce, e quindi spiegai al Direttore che l’hard disk di un PC poteva contenere  poche centinaia di ritagli, considerata la presenza di immagini, poi occorreva provvedere ad un salvataggio su cassette a nastro, etichettate opportunamente per ritrovare i dati. Infine si doveva creare un programma <em>ad hoc</em> per registrare e catalogare tutto il materiale secondo chiavi di ricerca che avrebbero  permesso il recupero dei dati. Un’operazione del genere era facilmente realizzabile a livello di computer giganti, i <em>main frame</em> utilizzato dalle Banche o dalle università, ma con un semplice PC diventava un’impresa sovrumana .</p>
<p>Cercai quindi di fargli capire che il progetto, per quanto tecnicamente realizzabile, avrebbe richiesto un archivio enorme, una certa dose di caos sarebbe rimasta e la copiatura o “scannerizzazione” avrebbe richiesto molto tempo. Aggiunsi che si poteva ridurre lo spazio occupato dagli articoli trasformandoli in testo, tramite un programma di riconoscimento dei caratteri, in giro già si vedevano i primi OCR, ma a patto di rileggere ed eliminare, pagina per pagina, gli errori introdotti dal programma. Il Direttore mi ascoltava con attenzione. Dopo tante speranze la consapevolezza di non poter risolvere, come pensava, il problema, faticava a farsi strada nella sua mente. Ma alla fine la realtà ebbe la meglio.</p>
<p>“Certo &#8211; dissi per consolarlo &#8211; la tecnologia fa di continuo passi da gigante, ma per il momento gli strumenti disponibili non permettono di realizzare quella concentrazione ordinata e consultabile di dati che Lei desidera”.</p>
<p>Vidi il Direttore sprofondare lentamente nella delusione: in pochi minuti invecchiò davanti a me  di almeno dieci anni. Subiva il mio parere  tecnico come una condanna, l’annientamento definitivo di un sogno che accarezzava da un decennio. Guardò con odio l’Olivetti nuovo fiammante posato sulla scrivania. Rimasi sorpreso da quella reazione emotiva, palesata senza ritegno di fronte ad un perfetto estraneo.</p>
<p>“Io sono vecchio – mi disse – e speravo di riuscire a realizzare il mio progetto prima di morire. Per tutta la vita ho accumulato articoli di giornali e di riviste:  mi dicevo, anno dopo anno, che avrei dovuto cominciare a scrivere il mio libro, almeno iniziare il primo capitolo. Gli articoli che mi interessavano aumentavano sempre più, molti li leggevo solo di sfuggita, altri non li ricordo più &#8211; con il braccio teso e la mano aperta indicò, a semicerchio, le pile di carte accumulate – mi illudevo che il computer, con una spesa ragionevole, avrebbe risolto tutto. Ne parlano come di un’invenzione quasi fantascientifica, una novità  che cambierà l’esistenza dell’Uomo, rivoluzionerà il modo di vivere, penserà al posto nostro. E invece scopro che è solo una macchina buona per fare i conti dei ragionieri! Tutto il mio lavoro è inutile, non riuscirò a scrivere il mio libro e tra non molto, quando andrò in pensione, questa cartaccia polverosa, come la chiama mia moglie, dovrò buttarla al macero perché, dopo tanti anni di onorato servizio, posseggo solo una casetta di tre stanze al paese!”</p>
<p>Ci salutammo stringendoci la mano, in silenzio.</p>
<p>Uscii dal carcere con un sospiro di sollievo. Riflettevo su quanto tempo sarebbe occorso per produrre un PC in grado di eseguire le operazioni richiesto dal Direttore e, nello stesso tempo pensavo a quello strano uomo che, prossimo alla pensione, cercava di dare un’organizzazione a quei quintali di carte per realizzare un misterioso libro: un volume statistico, una storia d’Italia vista attraverso la cronaca nera o forse un romanzo giallo?</p>
<p>Il Dossi sembrò non dare particolarmente peso al fallimento del mio sopralluogo al carcere: aveva mantenuto la promessa fatta al vecchio Direttore fornendo un informatico in grado di valutare il problema, se poi il parere risultava negativo non era certo colpa sua. Si offrì di compensarmi per il “disturbo” ma io rifiutai: dissi che era un favore tra “amici”, a buon rendere. In realtà mi sentivo scontento, forse potevo fare di più per il Direttore.</p>
<p>Da allora comunque Dossi non parlò  più dell’argomento.</p>
<p>Dopo qualche settimana sul giornale locale comparve una tragica notizia: il Direttore del carcere cittadino, dott. Carlo Adolfi, si era suicidato sparandosi con la pistola d’ordinanza.</p>
<p>Subito mi balenò in mente l’idea che la morte del Direttore fosse collegata in qualche modo al mio parere informatico, una convinzione forse priva di fondamento che però non mi abbandonò più. Per il rimorso non andai neppure al funerale.</p>
<p>La tecnologia intanto progrediva con rapidità impressionante: i dischi fissi aumentavano di continuo la loro capienza, i programmi diventavano sempre più potenti, ed io pensavo alla mia visita nel carcere, alla conversazione di quel pomeriggio d’estate. Considerato il momento avevo dato un parere tecnicamente corretto e onesto, eppure  mi sentivo in qualche modo colpevole di aver tolto le ultime illusioni a quel vecchio signore, spingendolo al suicidio. Se avesse pazientato ancora un po’…solo qualche anno…</p>
<p>Chi sa che fine avevano fatto le sue carte: forse la moglie le aveva conservate, magari si potevano ancora scannerizzare, immagini comprese, e inserire in un data base, analizzare il materiale archiviato e scoprire il misterioso legame, il<em> fil rouge</em> che legava intimamente il caos dei documenti, era quello il contenuto del libro che non sarebbe stato mai scritto.</p>
<p>Dopo qualche anno, per caso, incontrai la vedova Adolfi: passeggiava nel corso, ancora bella ma un po’ sfiorita, elegante come sempre, in compagnia di un signore attempato, un alto dirigente della locale Banca ben noto in città.</p>
<p>La salutai calorosamente e non seppi resistere alla tentazione di chiederle che fine avessero fatto le carte del marito: se erano ancora disponibili mi offrivo di scannerizzarle e analizzarle, per onorare la memoria del povero Direttore.</p>
<p>La signora Adolfi mi guardò con stupore:</p>
<p>“Ma perché, dopo tanti anni, pensa ancora a quelle cartacce? Non avevano alcun valore, erano solo l’espressione del malessere psicologico di cui soffriva da tempo mio marito, un segno della follia che lo ha portato al suicidio. Lei non c’entra nulla con quanto è accaduto, mi creda! E comunque i ritagli ed i giornali che aveva raccolto il povero Carlo sono finiti al macero.”</p>
<p>La notizia della distruzione di quel materiale mi rattristò: non mi sarei mai liberato dal mio senso di colpa.</p>
<p>Tempo dopo mi ritrovai nell’Agenzia di Dossi, dovevo rimediare all’ennesimo disastro informatico causato dalle tre Grazie. Per sfogare la mia amarezza, gli riferii dell’incontro con la signora Adolfi, a braccetto con l’avvocato Strozzi</p>
<p>“Con il vecchio Strozzi? &#8211; esclamo Dossi &#8211; dovevo immaginarmelo… un banchiere con villa e Ferrari ha sempre il suo fascino. E pensare che lei l’ha conosciuto grazie a me…quella gran troia!”</p>
<p>“Ma che dici!” esclamai scandalizzato, non l’avevo mai più sentito parlare della moglie del Direttore dopo la fallita spedizione al carcere. E poi, in quei termini, davvero non me l’aspettavo. Non nascosi la mia indignazione:</p>
<p>“La signora è vedova, può andare con chi vuole!”</p>
<p>“E prima? Altro che signora e signora! &#8211; ribadì con durezza Dossi &#8211; Ma davvero non sai perché si è sparato Adolfi? Lei si faceva l’amico in ogni città, per questo si trasferivano di continuo da una sede all’altra. E lui, per distrarsi, pensava al suo libro e ai ritagli di giornale, povero cornuto! Certo sospettava qualcosa, però chiudeva gli occhi, gli piaceva avere una moglie giovane e bella, ma quando ci ha beccati insieme a letto non ha retto alla vergogna. Chi sa, magari nel suo libro voleva raccontare le avventure amorose della moglie”. Dossi si mise a ridere cinicamente, trovava divertente la mia faccia stralunata. Oggi posso dire di essere assolutamente certo di non avere in alcun modo influito sulla decisione del Direttore di togliersi la vita, però a volte penso che se, in qualche modo, gli avessi fatto credere nella possibilità di trovare una soluzione informatica al problema dei suoi scartafacci, forse la speranza di riuscire un giorno a scrivere quel misterioso libro lo avrebbe ancora tenuto in vita, nonostante tutto.</p>
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	<p class="firma-autore">fuchs</p>


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		<title>Dolcetto o scherzetto?</title>
		<link>http://www.scrivolo.it/2009/10/dolcetto-o-scherzetto/</link>
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		<pubDate>Mon, 26 Oct 2009 06:00:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fuchs</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Bambini]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[delitto]]></category>
		<category><![CDATA[Halloween]]></category>

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		<description><![CDATA[Frank Canesciolto era un vero delinquente, entrava ed usciva dalla galera come andasse in vacanza e fuori, ad attenderlo, trovava sempre Rosy, la sua donna.
Andavano d’amore e d’accordo anche perché Rosy non osava mai contraddire Frank e la convivenza, di solito, era troppo breve per far nascere veri contrasti. Dopo quattro o cinque mesi Frank [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-551" title="fantasma" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2009/10/fantasma.gif" alt="fantasma" width="241" height="325" />Frank <em>Canesciolto</em> era un vero delinquente, entrava ed usciva dalla galera come andasse in vacanza e fuori, ad attenderlo, trovava sempre Rosy, la sua donna.</p>
<p>Andavano d’amore e d’accordo anche perché Rosy non osava mai contraddire Frank e la convivenza, di solito, era troppo breve per far nascere veri contrasti. Dopo quattro o cinque mesi Frank finiva di nuovo dietro le sbarre e, per passare il tempo, scriveva struggenti lettere romantiche alla sua donna.</p>
<p>Lu, il fratello di Rosy, cercava di convincere la ragazza a lasciare quel poco di buono di <em>Canesciolto</em>, ma lei era pazza di Frank e, quando leggeva le sue appassionate parole d’amore, dimenticava i lunghi mesi che doveva trascorrere da sola, lavorando in una tavola calda da mattina a sera per mantenersi e pagare l’avvocato del suo uomo.</p>
<p>Dopo l’ennesima vacanza al fresco Frank trovò ad attenderlo una sorpresa: Rosy si presentò al cancello del carcere con in braccio un fagotto: dentro si intravedevano le manine ed il faccino rosso di un neonato. Frank rimase di sale: la seconda cosa che detestava, dopo i piedipiatti, erano i bambini!</p>
<p>&#8220;Si chiama Frank Luis, è carino, vero?” disse Rosy spostando un po’ la copertina.</p>
<p>Il neo padre non disse nulla, ma tra sé pensò: “Ovvio, è mio e deve chiamarsi come me, però che c’entra il nome del fratello? Magari sarà lui a fargli da padre, quando sono in galera. O forse pensa che tra un po’ mi faranno fuori”</p>
<p>A casa Frank continuò ad ignorare il figlio ma la notte, quando fu svegliato dal suo pianto, andò su tutte le furie.</p>
<p>“Al gabbio non potevo dormire perché i drogati si lamentavano e i matti davano di fuori, almeno nel mio letto voglio stare tranquillo!”</p>
<p>Rosy cercò di calmarlo e gli garantì che il bambino non lo avrebbe più disturbato.</p>
<p>“Poverino, piange perché ha le coliche, non è che lo fa per abitudine”</p>
<p>“Lui ha le coliche ma io ho il travaso di bile. E poi perché non mi hai avvertito che eri incinta? Lo sai che non mi piacciono i bambini, ne abbiamo già parlato. Niente ciucci, pannolini e piagnistei in casa mia! non mi interessa avere un erede. E poi, noi Bark, non siamo tagliati per fare i padri. Il mio vecchio mi picchiava tutti i giorni e a dieci anni già dovevo guadagnarmi da vivere rubando scatolette al super mercato. Vuoi che cresca così anche lui? E poi dici di volergli bene!”</p>
<p>Frank era bravo con le parole, faceva sembrare il suo odio per i bambini una specie di amore paterno sublimato: non voleva figli per evitare di farli soffrire.</p>
<p>Rosy lo conosceva bene e non gli aveva detto nulla proprio per impedire che la costringesse, con le buone o le cattive, ad abortire. Approfittando dei sei mesi che Frank si era beccato dopo l’ultimo furto aveva messo al mondo il suo bambino, sperando che di fronte ad un neonato già scodellato il cuore dell’uomo si sarebbe ammorbidito.</p>
<p>Ma Frank <em>Canesciolto</em> non aveva cuore: insistendo, gridando, minacciando, alla fine riuscì a convincere Rosy a dare via il piccolo.</p>
<p>“Vedrai, &#8211; le disse uscendo dall’Istituto dove avevano lasciato Frank Luis &#8211; lo daranno ad una famiglia di gente benestante, così avrà un padre di cui non vergognarsi. Farà una vita migliore lontano da me, andrà in una buona scuola, diventerà una persona rispettabile. E, quando sarà grande, di certo verrà a cercarti, così potrai vedere che avevo ragione. O preferisci che diventi <em>Canesciolto</em> junior?&#8221;</p>
<p>Rosy non gli rispose e, da quel momento, non parlò più del bambino.<br />
Quando Lu venne a sapere dell’abbandono andò a casa della sorella per affrontare Frank: vennero alle mani ed il cognato lo buttò fuori  in malo modo</p>
<p>“Ringrazia Dio che sei il fratello di Rosy, altrimenti ti spaccherei il muso. Io faccio quello che voglio in casa mia e qui non devi più mettere piede”</p>
<p>“Sei un mostro, neppure di tuo figlio hai avuto pietà” replicò Lu.</p>
<p>Frank reagì all’offesa cercando di colpirlo, ma Rosy si mise in mezzo ed andò al tappeto. Come se niente fosse si rialzò e spinse il fratello fuori dalla porta, per evitare guai peggiori.<br />
“Esci, esci, ti prego &#8211; gli disse &#8211; me la vedo io con lui”.</p>
<p>“Non volevo farti male&#8221;, disse Frank, quando rimasero soli. Era carogna, ma non tanto da picchiare una donna.</p>
<p>“Lo so, tu mi ami e ti comporti così per il mio bene. Sono io che non capisco” rispose Rosy.</p>
<p>Frank era realmente dispiaciuto, l’allontanamento del neonato sembrava una questione superata senza traumi ed ora quello stupido di Lu veniva a rigirare il coltello nella piaga. Ma di cosa s’impicciava?</p>
<p>Rosy andò a dormire. Frank rimase a guardare i programmi sportivi fino alle prime ore del mattino, scolandosi un paio di lattine di birra. Quando finalmente si decise ad entrare nella camera da letto vide che era vuota, il letto intatto, la camicia da notte posata sul cuscino. All’inizio rimase sbalordito, poi divenne furioso: “Quella brutta vacca non avrà osato abbandonarmi!” disse ad alta voce. Guardò nell’armadio: i vestiti di lei erano tutti lì, puliti e in ordine come sempre, di poco prezzo e non vistosi, perché Rosy era una brava ragazza ed aveva fatto un solo errore nella vita: mettersi con  Frank.</p>
<p>All’improvviso la rabbia si trasformò in angoscia: Frank corse verso il bagno: la porta era chiusa dall’interno. Con una spallata l’aprì e vide quello che temeva di vedere: la sua donna pendeva appesa alla doccia, si era impiccata con la cintura dell’accappatoio.</p>
<p>Frank passò davvero un brutto momento, Rosy era l’unico punto fermo della sua vita. Dopo la disgrazia perse persino la voglia di fare il delinquente: stava sempre in casa e viveva con i risparmi che la ragazza aveva nascosto nella loro “cassaforte”, un vano ricavato sotto il pavimento di legno. Di certo era denaro che lei aveva risparmiato e messo via pensando al futuro del piccolo Frank Luis.</p>
<p>Lu non riusciva a darsi pace: voleva vedere morto quel porco che aveva portato alla disperazione sua sorella. Era disposto a rovinarsi, anche se era una persona perbene e aveva una famiglia da mantenere.</p>
<p>Frank, intuendo le intenzioni del cognato, gli fece sapere, tramite comuni amici, che girava armato: se l’avesse visto nei dintorni, avrebbe sparato per primo.</p>
<p>Lu non era un criminale e non aveva mai usato una pistola in vita sua. Certo, a pochi centimetri di distanza avrebbe saputo colpire un bersaglio, ma avvicinarsi a Frank era pericoloso.</p>
<p>Mancavano pochi giorni ad Halloween ed anche i bambini del quartiere in cui viveva Frank erano in fermento: le mamme preparavano i costumi per la festa e disegnavano su apposite cartine gli itinerari da seguire.</p>
<p>Quando Frank era in galera la casa di Rosy veniva sempre inclusa nel giro. I vicini la consideravano, tutto sommato, una ragazza a posto, spesso la chiamavano come baby sitter o per qualche servizio domestico, ed i bambini, a loro volta, erano ben contenti di suonare alla sua porta, perché sapevano che avrebbero ricevuto doppia razione di dolci. Ma se il “delinquente” era a piede libero, si tenevano accuratamente alla larga: l’unica volta che alcuni ignari piccoli avevano osato pronunciare la frase “dolcetto o scherzetto” di fronte a Frank, erano stati cacciati a calci nel sedere e nessuno dei genitori aveva osato protestare.</p>
<p>Del resto, nei dintorni, tutti sapevano che <em>Canesciolto</em> detestava i bambini: i loro giochi lo infastidivano e spesso usciva in veranda urlando insulti per farli allontanare, bucava i palloni che trovava in  giardino e percorreva a velocità sostenuta i viali facendo di proposito il pelo ai piccoli in bicicletta o sui pattini.</p>
<p>Giunse finalmente la notte dei sortilegi ed il quartiere si riempì di fantasmini, scheletri e streghette: i bambini in maschera si aggiravano per le strade ridendo e Frank, per non sentire quelle fastidiose vocine, aveva alzato al massimo la televisione. Sdraiato sul divano guardava uno dei suoi film preferiti, “Bonny e Clyde”: quella sì che era una bella storia d’amore, con le sparatorie fatte come si deve! Al solito beveva birra e mangiava noccioline. Da quando Rosy non c’era più ed anche le riserve nel congelatore erano finite, quello era diventato il suo pasto quotidiano, integrato al massimo da una razione gigante di pop corn.</p>
<p>Mentre assisteva all’ennesima fuga della coppia diabolica, Frank sentì suonare alla porta. Per un attimo pensò alla polizia, ma negli ultimi tempi non aveva fatto proprio nulla di illegale, era stato un vero angelo! Si alzò di malavoglia e guardò nello spioncino: “Incredibile! &#8211; mormorò tra sé, sorpreso  &#8211; tre marmocchi mascherati da fantasmi hanno il fegato di venire a provocarmi con le loro scemenze di “dolcetto o scherzetto”. E dopo quello che mi è successo!”.</p>
<p>Per un attimo pensò di tornarsene sul divano e lasciare perdere, ma i mostriciattoli insistevano a suonare: si meritavano proprio una bella lezione. In fondo era un po’ che voleva scaricare su qualcuno la sua rabbia e quei tre rompiscatole arrivavano proprio a bomba: i loro sederini avrebbero assaggiato la suola delle sue scarpe!</p>
<p>Aprì la porta con una faccia da Jack lo Squartatore, ma i piccoli, vedendolo, non scapparono via.<br />
“Sparite subito, rompiscatole &#8211; urlò Frank, stupito da tanta audacia &#8211; tornate da quelle baldracche delle vostre mamme o vi prendo a calci. Ve lo do io lo scherzetto!”. Mentre inveiva fece il gesto di allungare uno schiaffo al più vicino del gruppo, piegandosi un po’ in avanti: il piccolino, invece di indietreggiare, estrasse dal mantello un lungo coltello e lo piantò nella pancia di Frank, con forza.</p>
<p>L’uomo, si accasciò immediatamente: perdeva sangue in abbondanza e non riusciva neanche a lamentarsi. Il suo aggressore, approfittando della posizione prona, lo colpì di nuovo, alla gola. Ormai Frank era spacciato. Con l’aiuto dei compagni il piccolo assassino spostò il corpo all’interno della casa e, con una coperta presa dal divano, pulì il sangue sparso sulla soglia. Poi i tre se ne andarono, chiudendo con cura la porta. Chi sa quando qualcuno si sarebbe preoccupato di scoprire che fine avesse fatto <em>Canesciolto</em>?</p>
<p>Lu, la domenica successiva ad Halloween, portò al circo i figli e la moglie. Aveva quattro biglietti omaggio perché quello non era per lui un circo qualunque: con la bizzarra carovana dei Mendranos aveva girato il paese in lungo e largo, quando era un ragazzo, insieme a Rosy. Accudiva gli elefanti e le zebre, la sorella invece vendeva pop corn all’ingresso.</p>
<p>Mentre la famiglia prendeva posto sotto il tendone, Lu si recò a salutare i vecchi compagni di lavoro. Trovò subito la roulotte dei suoi amici più cari Ringo, Mad e Tony: i tre gli vennero incontro festanti, già con indosso i vestiti di scena.</p>
<p>“Non so come ringraziarvi &#8211; esclamò Lu &#8211; Ho portato un po’ di denaro… tutti i miei risparmi, ve li meritate davvero!”</p>
<p>“Ma via, non penserai che l’abbiamo fatto per denaro! &#8211; disse Ringo &#8211; Volevamo bene a Rosy, per noi era una sorella. Come potevamo permettere a quel verme di passarla liscia? Abbiamo fatto solo giustizia! E poi, tra compagni di carovana dobbiamo essere solidali, il circo è una grande famiglia, non lo sai?”.</p>
<p>“E voi siete davvero dei fratelli, anzi, più che fratelli. Vi voglio tanto bene!” rispose Lu e, uno per uno, sollevò da terra i suoi amici e li baciò in fronte.</p>
<p>“Su via, basta smancerie! è quasi ora di entrare in scena &#8211; disse Tony, asciugandosi con la manica una lacrima che scendeva lungo la gota &#8211; il celebre Trio dei Nani Lanciatori di Coltelli non può far aspettare il suo pubblico!”</p>
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		<title>Il bibliotecario</title>
		<link>http://www.scrivolo.it/2009/10/il-bibliotecario/</link>
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		<pubDate>Thu, 22 Oct 2009 06:00:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>contributi</dc:creator>
				<category><![CDATA[GioVediamoci]]></category>
		<category><![CDATA[biblioteca]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[contributi esterni]]></category>
		<category><![CDATA[Passepartout]]></category>

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		<description><![CDATA[Un racconto di Giovanni Graziano Manca

Certo, solo qualche anno prima, mai avrebbe potuto credere che nella sua vita, almeno da un certo momento in poi, avrebbe fatto il bibliotecario. Mai, dati i suoi precedenti, ciò sarebbe potuto venire in mente a coloro che lo conoscevano, ai suoi famigliari, innanzi tutto, e poi a tutti quelli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;font-style:italic">Un racconto di <a title="Gli ospiti: Giovanni Graziano Manca" href="http://www.scrivolo.it/giovanni-graziano-manca/">Giovanni Graziano Manca</a></p>
<p><img src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2009/10/il-bibliotecario.jpg" alt="il-bibliotecario" title="il-bibliotecario" width="400" height="300" class="aligncenter size-full wp-image-521" /></p>
<p>Certo, solo qualche anno prima, mai avrebbe potuto credere che nella sua vita, almeno da un certo momento in poi, avrebbe fatto il bibliotecario. Mai, dati i suoi precedenti, ciò sarebbe potuto venire in mente a coloro che lo conoscevano, ai suoi famigliari, innanzi tutto, e poi a tutti quelli che, nel bene o nel male, in qualche momento della loro vita prima di allora, avevano avuto a che fare con lui. Nonostante avesse collezionato un numero di precedenti penali talmente esorbitante da potere, se solo avesse voluto togliersi questa soddisfazione, formare un elenco lungo quanto un treno merci, Carmelo aveva saldato ogni suo debito con la giustizia circa tre anni addietro. Da allora più nessun colpo di testa, da parte sua; era diventato un uomo tranquillo, cortese con tutti, riservato. La tracotanza e la spavalderia che era solito manifestare nei confronti degli altri non facevano più parte del suo modo di essere da molto tempo, ormai. Pare frequentasse anche una donna, Carmelo; tale Giuditta, che nelle sere d’estate aspettava che lui uscisse dal lavoro per la passeggiata serale con gelatino o con, ma solo ogni tanto, cenetta a due in spaghetteria.</p>
<p>Era quasi felice, insomma, e nonostante il lavoro fosse poco remunerato e non offrisse grandi garanzie per i suoi giorni a venire, sentiva di essere grato a quelli dell’associazione che gli avevano offerto l’opportunità di gestire la loro piccola biblioteca. Si vede che era destino, a volte ripeteva tra se, incredulo, Carmelo. Se ne era liberato per sempre, delle ombre perennemente e sinistramente proiettate sulla sua esistenza che gli impedivano di vivere il presente e anche solo di immaginare un futuro normale.</p>
<p>Se ne era liberato quasi completamente: il lavoro procedeva normalmente tra raccolte di poesia, romanzi, enciclopedie e dizionari, ordini da inoltrare e prestiti da richiamare, quando un giorno si presentò a Carmelo una di quelle persone che non si sarebbe mai aspettato di incontrare anche nella sua nuova vita, accompagnata da due giovani ceffi. Si trattava di Alfredo ‘Passepartout’, ai suoi tempi autorità assoluta di quel braccio della Casa circondariale che anche Carmelo conosceva bene e suo compagno di cella, per giunta. Il suo soprannome Alfredo lo doveva al talento che aveva sempre mostrato nell’aprire illecitamente qualsiasi tipo di chiusura, anche quelle a prova di bomba. Chi avesse osservato il bibliotecario in quei pochi attimi si sarebbe accorto subito che quella visita a sorpresa non lo faceva saltare di gioia. Gli ospiti avevano la giacca abbottonata. A Carmelo parve di notare in ognuno di loro un rigonfiamento all’altezza, grossomodo, della ascella sinistra, quindi concluse che i tre erano probabilmente armati.</p>
<p>Passepartout gli presentò i suoi amici poi sogghignando prese a fissarlo.</p>
<div class="no_indent" style="margin: 5px; margin-left: 40px;">
- Ecco qui il nostro libraio – disse.<br />
- Bibliotecario, ora faccio il bibliotecario, Alfredo – precisò Carmelo, che ora cominciava a  sentirsi veramente a disagio.<br />
- Bibliotecario? Beh, comunque sia sono venuto a chiederti un favore. Un favore in nome della nostra vecchia amicizia, si intende, sono certo che non mi deluderai…<br />
- Senti, Alfredo – attaccò Carmelo iniziando a cantilenare in tono semi implorante, aveva infatti ben intuito dove il suo interlocutore intendesse andare a parare con quell’incipit  di discorso &#8211; io ormai sono fuori dal giro, mi sono rifatto una vita dopo aver sbagliato e pagato duramente, ma ora desidero solo vivere rettamente e, per quanto possibile, in modo sereno. Non voglio essere coinvolto in uno dei tuoi affari sporchi.
</div>
<p>Alfredo si mise a osservarlo con quel suo sorriso straffottente. Poi, prima di scoppiare in una risata sonora, sgranò gli occhi e lo guardò come se di fronte a lui avesse improvvisamente preso forma un’astronave piena di luci rutilanti e da questa fosse sbarcato un marziano.</p>
<div class="no_indent" style="margin: 5px; margin-left: 40px;">
- Vivere rettamente? Affari sporchi? Ma di che vai blaterando, Carmelo? Anche io, in un certo senso, ho chiuso con la vecchia vita, anni fa. Poi scusa, ma cosa significa vivere rettamente? In quello che ti chiederò non c’è nulla, ma proprio niente di sporco, lo vedrai da te.
</div>
<p>Carmelo avrebbe voluto ribattere, ma l’altro non gliene lasciò il tempo…</p>
<div class="no_indent" style="margin: 5px; margin-left: 40px;">
- Presto ti farò sapere &#8211; si sentì dire il bibliotecario. In un’ attimo, seguito a ruota dai due sgherri, Passepartout sgusciò fuori.
</div>
<p>Passarono intere settimane senza che del suo vecchio compagno di cella Carmelo avesse notizia. Intanto continuava a rodersi divorato dall’ansia. In biblioteca lo si vide molto distratto, in quei giorni. Arrivò a collocare Lovecraft nello stesso scaffale che ospitava i filosofi tedeschi e a sistemare quella vecchia biografia di Marlon Brando appena resa accanto all’Enciclopedia Britannica.</p>
<p>Una mattina di sabato il quotidiano locale pubblicò la notizia, del tutto inaspettata per Carmelo, della morte di Alfredo. Il bibliotecario lesse il trafiletto intorno a mezzogiorno. La notizia, che lui fifone com’era subito iniziò, chissà perché poi, a immaginare gravida di implicazioni negative anche per se stesso, gli fece passare la fame. In fondo aveva conosciuto Alfredo come il tipo generoso, schietto e sincero che anche con lui si era sempre comportato da amico. In carcere Alfredo fungeva da Cassa Previdenza che beneficiava famiglie di amici avanzi di galera come lui quando questi disgraziatamente venivano a mancare senza aver potuto lasciare qualcosa ai propri figli. Alfredo, insomma, aiutava tutti quando poteva e tutti lo ricambiavano portandogli il rispetto che si deve ai benefattori e mettendosi a sua disposizione per ogni evenienza…</p>
<p>Secondo quanto si diceva sul giornale Alfredo, che dopo il carcere, non molto tempo prima, aveva rilevato una attività commerciale molto redditizia con risorse di cui gli inquirenti non erano mai riusciti a spiegare la provenienza e conduceva una esistenza torbida e una vita sociale animata dalle solite frequentazioni, era morto improvvisamente in un incidente d’auto, insieme a due dei suoi collaboratori più fidati. Collaboratori fidati. Carmelo diede irrazionalmente per scontato che si trattava degli scagnozzi che avevano accompagnato Passepartout il giorno della sua visita in biblioteca, anche se il loro necrologio non era accompagnato da alcuna foto. </p>
<p>Passati appena due giorni il bibliotecario si vide recapitare un pacco spedito, così risultava dalle annotazioni del postino, alcuni giorni prima della morte di Alfredo. Ebbe un presentimento; si rinchiuse nello sgabuzzino per non essere visto e scartò subito. Era una scatola di scarpe chiusa con lo spago; Carmelo lo slacciò immediatamente e aprì. Il suo cuore parve impazzire vedendo che la scatola era piena fino all’orlo di banconote di taglio diverso disposte molto ordinatamente. C’erano un mucchio di bei soldi, lì dentro, almeno un paio di annetti del suo magro stipendio di bibliotecario. Infilata di lato, poi, una lettera scritta su un foglio di blocco notes a quadretti. Era di Alfredo. Mentre cercava di decifrare il contenuto di quelle poche righe sgrammaticate e scritte con una calligrafia decisamente poco leggibile il suo cuore continuava a martellare.</p>
<p>Secondo le disposizioni di Passepartout Carmelo avrebbe dovuto consegnare i denari a Gerardo ‘Quattroruote’, campione nella organizzazione delle ricettazioni d’auto inattivo da parecchi mesi per una grave malattia, mentre lui  avrebbe potuto tenere per se una certa somma a titolo di compenso per il servizio prestato. Alfredo chiudeva la lettera ringraziandolo per la cortesia e  confidandogli di essersi rivolto a lui perché da un po’ di tempo sentiva sul collo il fiato degli investigatori che gli stavano continuamente alle calcagna. Lo pregava infine di distruggere quella lettera una volta che avesse preso nota della consegna da eseguire.</p>
<p>Nonostante si fosse impadronito di lui un vortice di sentimenti contrastanti per aver constatato che i suoi propositi di vita onesta se ne stavano andando a puttane e il sopraggiunto timore misto alla riprovazione nei confronti di se stesso per l’aver preso quella decisione infame, Carmelo tenne per sé tutto il denaro.</p>
<p>La mossa del bibliotecario, peraltro, non dovette risultare inaspettata se dopo un mese si ripresentarono in biblioteca, più vivi che mai, gli amici fidati del defunto Alfredo. Carmelo era stretto dietro il bancone e da lì non gli era possibile scappare come invece avrebbe voluto. Al comparire delle armi alzò le mani; lo freddarono con due colpi ciascuno e lo lasciarono lì, il volto devastato riverso in quella pozza alimentata dal suo stesso sangue che andava rapidamente allargandosi. Ai familiari neppure un centesimo dalla Cassa Previdenza&#8230;</p>
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