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Nonna Befana

“Og-ggi è-è-è una g-giornatac-ccia… Se m-mi sv-vegl-glio ch-ch-che g-già ba-bal-bet-t-to…”

Era ormai scientificamente provato, se la mattina il commissario Ludovico Carotondi si svegliava e cominciava subito a sbattere sulle sillabe, sarebbe stata sicuramente una giornata di merda. Sua moglie lo sapeva e cercava di rabbonirlo con la colazione più deliziosa che poteva, ma ogni volta il commissario usciva di casa incazzato nero.

Arrivò in ufficio alle 9.20 in ritardo per l’appuntamento con il questore, ma d’altra parte il traffico nei giorni di festa era del tutto inatteso. Ogni mattina si scopriva a rallegrarsi per l’assenza dei genitori che quotidianamente accompagnano i figli a scuola. E invece quella mattina il traffico c’era eccome, senza che le scuole fossero ancora riaperte. Era proprio una giornata di merda.

Il questore lo strigliò bene bene, che non si permettesse mai più di farlo aspettare, aveva cose ben importanti da fare che non aspettare un commissario. A nulla valsero i balbettii sul traffico e le scuse, d’altronde poi lo sapevano entrambi di ricambiarsi scarso apprezzamento.

Dopo la riunione, ebbe finalmente il tempo di leggere i giornali. Nella cronaca locale nessuna notizia di rilievo, non c’era stato neanche un furto in quei giorni, come se anche i ladri fossero in vacanza…

~

Suonò il telefono e l’agente gli comunicò che una signora voleva parlargli della scomparsa della figlia, al ché il commissario bestemmio e la fece entrare.

La donna, sulla quarantina, bionda, alta, energica, molto bella, si mise subito a sedere, senza attendere che il commissario le indicasse la sedia e questo lo irritò tremendamente, amava dare sfoggio del suo ruolo. La donna cominciò subito a parlare e a descrivere la notte in cui la figlia Sara era scomparsa. Il commissario venne travolto da quel fiume di parole senza quasi rendersene conto e invero non aveva dato il permesso alla donna di parlare… Cercò di concentrarsi per recuperare le parole perse senza mostrare tutto il suo nervosismo. Quando la madre ebbe finito il suo racconto, Carotondi cercò di riepilogare tutta la storia sia per riuscire a memorizzarla e intuire qualche dettaglio importante, sia per cercare nel volto della donna conferma a ciò che aveva capito.

Sara era andata in camera, come ogni sera, dopo aver cenato con la madre.
I genitori erano separati da diversi anni, quindi era da escludersi una crisi post divorzio.
La camera della figlia era perfettamente in ordine, solo la finestra era aperta, ma la madre escludeva qualsiasi tentativo di fuga, dato che Sara non aveva mai manifestato alcun malessere né pensiero di evasione.
Rimaneva perciò solo l’idea del rapimento. Anche se la donna non era certo benestante. E in caso di rapimento avrebbero dovuto esserci elementi evidenti di lotta tra la piccola vittima e il rapitore… Ah, quanti anni aveva Sara non lo ricordava…magari la donna non gliel’aveva detto…

- Qu-qu-quanti anni h-ha S-Sara?

- Ah, non gliel’avevo detto?

“Ah, b-bene, n-non s-si r-ricord-da…”

- 10 anni, compiuti il 5 dicembre… Ah, ecco la foto!

Il commissario le fece i complimenti per la bella bambina, bionda come la madre, molto magra, il volto coperto di lentiggini… Poi accompagnandola alla porta, le assicurò che, anche se per legge avrebbero dovuto attendere altre 24 ore per la denuncia di scomparsa, avrebbe comunque cominciato ad indagare..

“I-i-in fondo n-non ho mo-mo-molto da fa-fare…”

La donna lo ringraziò con una energica stretta di mano che lo lasciò quasi senza fiato per il dolore e se ne andò.

~

- Ecco i risultati della ricerca che mi aveva chiesto, signor Commissario.

- D-dim-mmi…

- La famiglia non è benestante ed è una cosa risaputa, i coniugi hanno divorziati proprio a causa di un problema di soldi. In effetti il marito ha sperperato tutto il loro patrimonio al gioco. Quell’uomo è totalmente sfortunato: pensi che l’anno scorso ha acquistato 50 biglietti della lotteria di capodanno e non ha vinto nulla!

- O-o f-forse h-ha na-nascosto i so-soldi…

- Beh, questo non si sa, comunque i due erano già divorziati, consensualmente. E il marito sosteneva che era lei a portargli sfiga!

- V-vai av-av-avanti!!

- Non trovando nulla di interessante sui genitori, ho provato ad andare ancora più indietro e ho scoperto che anche la trisavola di Sara era stata rapita, e anche in quel caso non c’erano elementi di lotta sul luogo. Era semplicemente scomparsa lasciando una finestra spalancata.

“U-una fi-finestra spa-palancata? C-come Sa-sara…”

- A-anc-che sta-tavol-lta c-c’è un-na fi-finestra spa-palancata!

- Che coincidenza strana…

- E-e que-quella ba-bambina scompa-pa pa-parsa… S-se n-n’è sa-saputo-to nu-nul-l-la?

- Non molto, solo che qualche giorno dopo, la denuncia venne ritirata, visto che la bambina era tornata da sola. Si disse che era scappata e non avendo nulla da mangiare era tornata a casa.

- V-va b-b-bene… pu-pu-puoi anda-da-dare Fab-bris! Fa-fa…fai ci-circola-lare qu-ques-s-sta fo-foto…

- Va bene, signor commissario…

La coincidenza di un’altra sparizione in famiglia era davvero strana, chissà cosa c’era dietro… E con questi pensieri, tornò a casa. La moglie gli aveva fatto trovare la tavola imbandita e 2 coperti in più… Si era dimenticato che quella sera c’erano ospiti i suoceri… proprio una giornata di merda.

~

Il giorno dopo trascorse senza che venissero rilevati indizi interessanti e ormai la scomparsa della bambina diventava un caso ufficiale e avrebbe dovuto fare rapporto al questore.

La mattina successiva, appena arrivato in ufficio si mise a leggere, come al solito, la cronaca locale, sfogliava gli articoli alla ricerca di qualche titolo che riguardasse Sara; ma subito l’agente di turno bussò alla porta per far entrare la signora De Lucis, la madre di Sara. Come due giorni prima, la signora si sedette immediatamente, senza attendere il commissario, e come la volta precedente, cominciò subito a parlare.

- Crede a Babbo Natale, signor commissario?

- N-no, ce-certo c-che no!

“M-ma c-che do-domande-de f-fa?”

- Neanche io…fino a ieri sera…

- C-che vuol-l di-dire? S-si-si spiegh-gh-ghi!

- Le racconterò una storia di tanti anni fa.

«Quando ero piccola, mia mamma mi raccontava sempre che dovevo fare la brava perché mia nonna, la Befana, se non fossi stata brava mi avrebbe portato il carbone… io allora urlavo che ero brava e che volevo che mi portasse i dolci… Quando compii 10 anni, mia madre disse che era venuto il momento di raccontarmi la storia di sua madre. E così mi disse che la nonna era scomparsa di casa quando aveva 10 anni, proprio come me, all’epoca. Era scomparsa senza lasciare tracce il 4 gennaio per poi ricomparire il 7 gennaio. Da allora, la nonna “scompariva” ogni anno negli stessi giorni, perché doveva prepararsi per portare i doni ai bambini… era la Befana, come lo era stata, prima di lei, la trisnonna, e così indietro per generazioni. Quella prima notte che era scomparsa, era stata invitata dalla Befana, sua trisnonna, a vedere “il lavoro”, una sorta di apprendistato per quella che sarebbe diventata, una volta morta la trisavola, la sua occupazione.»

- Non mi crede, vero?

- No no, co-contin-nui…

Ma non riusciva a nascondere il suo divertimento…

- Va bene, continuo, anche se è chiaro che non mi crede… Crescendo, ho pensato che quella fosse soltanto una storia, ho pensato come lei che Babbo Natale e la Befana sono soltanto un’invenzione, una bella favola da raccontare ai bambini e che mia madre aveva soltanto inventato qualche particolare in più. E l’ho pensato fino a questa notte… Si chiederà che cosa è successo questa notte… Mia figlia è venuta a trovarmi, sulla scopa, insieme alla Befana!

- Va-va b-bene, signo-ora… vu-vuole riti-tira-rare la-la denun-n-ncia?

“E do-dopo che ra-racconto a-al que questore?”

- Già fatto, grazie… ero venuta solo per raccontarle questa storia, ma tanto vedo che non vuole credermi. La saluto, signor commissario, può tranquillamente pensare che io sia pazza…

E se ne andò, questa volta senza strapazzargli la mano.

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Juan

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Non è una festa per vecchi

Babbi

L’Arca di Noè si reclamizzava come la sola agenzia in grado di rispondere a qualsiasi richiesta di personale qualificato per servizi a domicilio: l’Arca, in poche ore, recapitava a casa dei clienti un cuoco giapponese, un dog-sitter, una badante italiana, un’istitutrice svizzera, un facchino, un’infermiera, un giardiniere bonsai, un pianista jazz, un clown, una guardia del corpo, un coiffeur e, sotto le Feste, ovviamente anche un Babbo Natale.

Quest’ultimo settore, stagionale ma particolarmente redditizio, era affidato alla signorina Varzi, responsabile “Santa”, una zitella autoritaria e molto organizzata: aveva un Book sempre aggiornato in cui registrava età, condizioni di salute, peso, attitudini, gusti, livello d’istruzione di quella che definiva  la sua “scuderia di Babbi” e non assegnava mai un incarico a caso.

Per ottenere un buon risultato, affermava la signorina Varzi, occorreva prima di tutto comprendere le esigenze del cliente e poi scegliere il “cavallo” più adatto: il suo motto era “non esiste un Babbo Natale per tutte le situazioni, ma ogni situazione ha un Babbo Natale”.

Stefano aveva lavorato per venti anni in fabbrica. Svitava ed avvitava bulloni, montava componenti elettriche, sorvegliava macchinari però non aveva mai ben capito a cosa servisse quello che produceva. Un giorno il padrone aveva deciso di “delocalizzare” la ditta in un paese dell’Est e così, a cinquanta anni, Stefano si era ritrovato disoccupato e senza un mestiere. Per non sentirsi un peso morto sulle spalle della moglie, bidella in una scuola, si era adattato a fare mille lavoretti, finché non aveva sentito parlare dell’Arca di Noè. Pensò che forse lì avrebbero accolto anche un animale inutile come lui: si presentò e venne registrato come dog-sitter, giardiniere generico e facchino.

Dato che aveva il fisico giusto, vita larga, pelle chiara, un sorriso simpatico, fu segnalato anche alla signorina Varzi. Purtroppo non era un tipo spigliato e, con tanti pensieri per la testa, non sprizzava certo allegria, così l’implacabile zitella lo aveva inserito nella categoria “cavallo da miniera”, il livello appena sopra “macelleria equina”: non a caso la sua scheda era la più breve del Book.

Nel complesso però Stefano non poteva lamentarsi del suo rapporto con l’Arca. Ogni mese aveva tre o quattro chiamate, per lo più come facchino o dog-sitter, e riusciva a mettere insieme qualche centinaio di euro. Sotto Natale il lavoro aumentava: la Varzi gli affidava tutti gli incarichi che gli altri “Santa” rifiutavano: carceri, cliniche psichiatriche, istituti per disabili, ospizi. Così non si stupì quando, la mattina della Vigilia, aprendo la busta recapitata dal pony dell’Arca, scoprì dove doveva recarsi quella sera alle otto: Casa di Riposo delle sorelle di Vita Eterna, via del Forno Vecchio 3.

Arrivò all’ospizio in autobus con mezz’ora di anticipo: di solito si metteva il costume sul posto, non era facile girare sui mezzi pubblici vestito da Babbo Natale. Suonò il campanello ed una suora venne ad aprire la porta.

Stefano si chiuse nel bagno e, dopo dieci minuti, uscì con il vestito rosso, la barba e il cappello. Le sopracciglia ed i capelli bianchi erano i suoi.

La suora gli mostrò il sacco con i doni da distribuire: spazzolini da denti, saponette, mollette per capelli colorate, smalto per le unghie, dopobarba dozzinali, fazzoletti, una borsa dell’acqua calda ed altro ciarpame del genere. Tra sé pensò che, nel buglione, mancavano solo i pannoloni per incontinenti e qualche pasticca di cianuro.

“Sono cose da poco – disse la suora, notando il disappunto di Stefano – ma tanti ospiti neppure capiscono dove si trovano o chi sono, e poi i mezzi di cui disponiamo sono modesti…avevamo chiesto un aiuto economico ai parenti per fare un Natale più bello ai nostri vecchietti, ma con poco successo. Domani comunque qualche familiare verrà di sicuro a portare un regalino.

L’unico che ci ha dato qualcosa per la festa è il signore che si è offerto di noleggiare anche un Babbo Natale per la consegna dei regali. Di solito facevamo venire un bambino e lo vestivamo da piccolo Gesù.”

“Immagino che per voi fosse più normale. Babbo Natale non c’entra nulla con la religione” rispose Stefano.

“Però ormai è di moda. Oggi non si festeggia più la nascita di Nostro Signore ma l’arrivo dell’uomo vestito di rosso che distribuisce regali. Pare sia più divertente.”

“A Gesù, in effetti, i regali li portavano” disse Stefano.

“Eh sì, i Magi per l’Epifania” aggiunse la suora sorridendo.

Con il suo sacco di miserie Stefano entrò nel Refettorio, per l’occasione trasformato in sala delle feste grazie a qualche palloncino colorato, tre o quattro rami di pungitopo ed uno striminzito albero di Natale. Una trentina di anziani, uomini e donne tutti oltre la settantina, alcuni in carrozzella, altri seduti su poltroncine o sedie, lo accolsero con un debole applauso.

Le suore approfittarono della presenza di Stefano per andare a pregare in cappella. Per un po’, dei loro ospiti, si sarebbe occupato l’uomo in rosso.

“Buon Natale a tutti” esclamò Stefano con la voce più gioiosa che riuscì a tirare fuori.

Prese una sedia libera e si  accomodò accanto all’albero di Natale, al centro della stanza. Il presepe di sicuro era stato preparato altrove, forse in cappella.

“Vogliamo cantare una canzone natalizia?” propose Stefano.

Nessuno dei presenti disse sì. Avevano appena il fiato per campare, di cantare non se la sentivano proprio.

“Allora vi racconto una bella storia di Natale”. La signorina Varzi aveva consegnato a tutti i “Santa” della sua scuderia uno stampato con alcuni racconti d’argomento natalizio, un escamotage per trarsi d’impaccio in situazioni difficili.  Il preferito di Stefano era “Il regalo dei Magi” di O. Henry.

“In una grande città vivevano due sposi che si volevano tanto bene. Erano così poveri che non avevano neppure il denaro per farsi un regalo a Natale…”

I vecchietti ancora lucidi sembravano seguire con interesse il racconto, alcuni però dormivano già, altri non capivano neppure di cosa parlasse.

Alla fine ci fu un timido battimano. Le espressioni però rimanevano sempre tra l’inebetito e il depresso.

“Natale è la festa più bella dell’anno, tutti ci ricordiamo qualche bel Natale della nostra vita, non è vero? – Stefano cercava un appiglio per sollevare il morale del suo pubblico. Quelle facce senza più speranza e futuro, già viste in altri luoghi simili in precedenti Natali, lo sconfortavano – da bambini ricevevamo regali,  poi siamo stati noi a fare regali ai figli, è la ruota della vita. Ma anche chi non ha niente può regalare una parola buona…”

Il suo discorso però non produsse alcun effetto. I vecchi non avevano voglia di ricordare la loro infanzia più o meno felice. Erano stati bambini in tempo di guerra e molto prima del Boom, di certo a quei tempi il Natale si festeggiava molto modestamente.

Stefano pensò di passare subito alla distribuzione dei così detti “doni” e levarsi di torno al più presto. Anche lui non era più tanto giovane e di guai ne aveva a bizzeffe: se continuava a stare lì  sentiva che, prima o poi, si sarebbe messo a piangere.

“Bab-bo Na-tale non… esiste” balbettò una vecchietta in carrozzella, apparentemente in stato di semi-incoscienza.

“Avete sentito?- disse la donna anziana che le sedeva accanto – Marisa ha parlato! ed ha pure detto una cosa sensata.”

Qualche anziana rise mettendosi la mano davanti alla bocca.

“Mi arrendo – esclamò Stefano – Marisa mi ha smascherato: mi chiamo Stefano e non vengo dal Polo Nord ma dall’Agenzia Arca di Noè. Forse ha ripetuto una cosa che pensava da bambina: quando mi ha visto, quelle parole le sono tornate in mente.”

“E’ vero! alla nostra età se pensiamo qualcosa dopo un minuto la dimentichiamo, eppure ci ricordiamo fatti accaduti tanto tempo fa” commentò la vicina di Marisa.

“Allora facciamo un gioco: Babbo Natale vi regala cinque minuti per dire quello che pensate in questo momento. Se poi ve lo scordate non importa!”

I vecchi rimasero in silenzio.

“Per incoraggiarvi vi do un tema, come a scuola” Stefano voleva provare a rianimare, almeno per un attimo, quei cervelli spenti. Era un punto d’onore: doveva comunicare un po’ di vita e d’allegria a quella platea di zombi, altrimenti la sua missione di Babbo Natale sarebbe stata un  fallimento e la Varzi avrebbe avuto ragione di metterlo nel reparto “Macelleria equina”, con  nota di demerito sul Book.

“Bene allora ditemi, ma con tre parole, cosa pensate dei…figli.”

“Una mamma guarda dieci figli, dieci figli non guardano una mamma” sentenziò una donna anziana con la faccia pensierosa.

“E’ vero! Mi sono sacrificata per loro tutta la vita e poi mi hanno messo all’ospizio” disse un’altra voce, acuta e piena di rancore.

“Io sono venuto qui per lasciargli la mia casa e loro neanche si fanno vedere la domenica” esclamò un vecchio dall’aria decorosa ma leggermente sbavante.

Le voci intanto si accavallavano, ma il senso delle parole era, più o meno, lo stesso.

“Mi vogliono bene ma hanno sempre qualcosa da fare, non li vedo quasi mai” disse una signora che si vergognava di essere stata abbandonata.

“Io non ho figli, però mi pare che alla fine faccia poca differenza, a parte quando si presentano nella camera mortuaria e piangono che sembrano davvero dispiaciuti” esclamò una vecchia signora dall’aria ancora piacente.

“Coccodrilli” disse ad alta voce un vecchio che, per l’occasione, si era messo giacca e cravatta, ostentando un’antica dignità che, in quel luogo, sembrava quasi ridicola.

“Io stavo con mia figlia, ma per lei ero un peso perché non riuscivo più a fare i mestieri, – esclamò un’anziana tutta pelle e ossa – anche i figli piccoli però sono un peso, eppure non li mettono mica all’orfanotrofio!”

“La mia figliola invece era tanto affettuosa ma è morta prima di me. Non è giusto” borbottò una vecchia quasi piegata in due dall’osteoporosi.

Anche Marisa tentò di dire qualcosa:“I figli – sussurrò – i figli… non… so-no nostri”

“Giusto, facciano pure la loro vita e intanto noi gli teniamo il posto caldo. Prima o poi verranno qui anche loro, accompagnati dai nostri cari nipotini. Chi la fa l’aspetti” disse la donna con la voce acuta.

“Ora cambiamo tema – propose Stefano, sorpreso dalla reazione risentita dei vecchietti – che mi dite della vecchiaia?”

“Peggio della galera” esclamò perentorio un nonnetto che prima non aveva osato aprire bocca.

“Se per questo anche peggio della morte” aggiunse il suo vicino, il signore in giacca e cravatta.

“Però quando c’è la salute e si sta a casa propria è un’altra faccenda” disse la vicina di Marisa

“Salute e quattrini. E si sta bene, da giovani come da vecchi” disse l’anziano bavoso.

“Anche i quattrini e basta, ma tanti” ribadì l’uomo che si sentiva in galera.

“Tanto non c’è alternativa. O si muore o si diventa come noi” replicò il signore in cravatta.

“Ma, invecchiando, non si diventa saggi?” chiese Stefano.

“Oh Babbo Natale, non ci prendere per i fondelli! Scemi si diventa, che non ti ricordi neanche dove stai di casa e ti mettono qui perché sei Zaime” bofonchiò un vecchio con il naso rosso.

“Alzhei-mer, Alzheimer!” ripetè Marisa: il suo cervello funzionava come un lampeggiante, spento e acceso, ma con la luce si illuminava davvero.

“Ai tempi del mi’ babbo i vecchi si rispettavano – disse una signora molto anziana – e gli si baciava la mano quando s’andava a letto”

“Ma che rispetto e rispetto. Siamo qui perché non ci possono affogare nella tinozza” disse il nonnetto con il naso rosso.

“Allora se la vecchiaia fa così schifo parliamo della giovinezza – propose Stefano, alla ricerca di un argomento più leggero – che ne pensate in questo momento?

“ E’ troppo breve e quando c’è non te ne accorgi” rispose la vecchia signora pensierosa

“Non ti fa male nulla: corri, salti, balli. E pensi sempre a cosa farai domani” aggiunse la vicina di Marisa

“E tutti ti dicono bellina di qua, carina di là. Poi sei sempre la stessa persona, ma ti chiamano vecchiaccia!” borbottò l’anziana in cui qualcosa ancora traspariva della passata avvenenza.

“Oh, io da giovane ero proprio matto, ho fatto tante di quelle scemenze che mi vergogno a pensarci. Ora mi  sembrano ricordi di un altro” esclamò un settantenne ancora prestante.

“Ma guarda! abbiamo trovato un vecchio saggio!” ribatte con un sorrisetto ironico l’amica di Marisa.

“Certo a trenta o quaranta anni hai tanti problemi, devi mandare avanti la famiglia, lavorare duro. Però sei tu che conti in casa, nessuno a tavola ti dice ‘stai zitto vecchio’ ” aggiunse, quasi riflettendo ad alta voce, il signore in cravatta.

“Io non vorrei tornare indietro nella vita – replicò l’uomo che in gioventù aveva combinava tanti guai – mi basterebbe avere dieci anni di meno.”

“Da giovani però c’è anche l’amore…” disse Stefano, pensando di avere trovato un argomento più stimolante.

Il vecchietto col naso rosso prese subito la palla al balzo e cominciò a cantare, con tutto il fiato che gli rimaneva in corpo, una vecchia canzone.

“Amore amore, amore un corno… la gioventù finisce, la mamma more…”

Altri si unirono al coro, tutti conoscevano il motivetto:

“ti resta la fregatura del primo amore!”

Molti dei presenti si misero a ridere di cuore.

“Ma via, signor Babbo Natale, le pare il caso di parlare di certe cose con dei cadaveri!” lo rimproverò con tono semiserio il vecchio in giacca e cravatta.

“Di tutti gli scherzi della vita è il meno brutto, però meglio non pensarci” aggiunse la vicina di Marisa.

“Eh sì,  siamo tutti vedove e vedovi!” aggiunse, mogia mogia, una nonnina in carrozzella.

“Oh, allora sposiamoci tra di noi, che fa allegria!” esclamò scherzoso l’uomo con il naso rosso.

Stefano era abbastanza soddisfatto dell’agitazione che aveva invaso la sala. Almeno sembravano vivi, incavolati con il mondo, scocciati di essere vecchi, ma vivi.

“E ora l’ultimo gioco della serata – disse, battendo le mani per riportare all’ordine il suo uditorio – l’elezione del più brutto regalo di Natale. Attenti! pescherò dal sacco un oggetto alla volta, voi  dovete dare un punteggio da 1 a 5 con le dita di una mano: naturalmente 5 vuol dire che il regalo vi fa proprio schifo.”

Lo spazzolino da denti totalizzò ben 90 punti ed anche la medaglietta con san Cristoforo si piazzò bene, forse perché le suore erano in cappella a pregare, però peggior regalo di Natale venne eletto trionfalmente un quadretto con un’autentica stella alpina. Per un qualche motivo la maggior parte dei presenti lo trovava orribile.

Poi Stefano passò a distribuire scherzosamente tra il suo pubblico tutta quella paccottiglia, ognuno prese qualcosa, ma come fosse un gioco. Marisa volle la stella alpina, con la mano aveva votato 1, le piaceva davvero!

Gli ospiti del ricovero iniziarono a scambiarsi battute su chi doveva avere la saponetta perché così finalmente si lavava  o il fazzoletto perché piangeva sempre o il filo interdentale perché aveva solo tre denti e li doveva legare insieme. Sembravano ragazzini in gita scolastica.

Le suore, finite le orazioni in cappella, entrarono all’improvviso nel Refettorio e inorridirono di fronte alla scena: i loro ospiti ridevano, si davano pacche sulle spalle, si tiravano mollette e spazzolini. E in mezzo a quel gran baccano Stefano sorrideva compiaciuto.

“Ma cosa ha fatto! Li ha messi in agitazione, stanotte non dormiranno!” esclamò la madre superiora scandalizzata. Stefano non tentò neppure di giustificarsi: uscendo dalla stanza salutò allegramente il suo pubblico: “Buon Natale! Buon Natale a tutti, di cuore” gridò. I vecchietti gli tributarono un caloroso applauso.  “Ciao, Ste-fano” disse Marisa agitando scompostamente la mano.

Intanto la confusione non si placava:“Silenzio, basta!” strillavano le suore raccogliendo da terra i “regali”. Qualche molletta colorata arrivò anche in testa alla madre superiora.

Stefano andò a levarsi il costume. Con i suoi vestiti addosso tornò ad essere un uomo qualsiasi, soffocato da problemi e frustrazioni, ma quando giunse a casa il suo umore era migliore del solito: in bagno si mise addirittura a canticchiare.

La moglie, incuriosita da un’allegria tanto insolita, gli chiese dove fosse stato.

“In un ospizio, dove finiremo tra un po’ anche noi, se non riusciamo a morire prima” rispose Stefano tranquillamente.

La moglie si girò dall’altra parte del letto e aggiunse con voce seria.

“Speriamo di no…che Dio ci lasci invecchiare insieme fino alla morte, uno cieco e l’altro sordo, ma insieme”.

L’indomani mattina alle otto in punto, nonostante fosse Natale, la Varzi telefonò a Stefano.

“Ma che hai combinato ieri sera al Ricovero di Vita Eterna? – strillò la signorina – Le suore mi hanno cercato a casa per protestare. Hai scatenato la fine del mondo!”
“Davvero? C’è stata anche qualche resurrezione? – chiese Stefano con tono ironico – Comunque  io ho fatto solo il mio dovere: Babbo Natale deve portare gioia e sorrisi. Non è questo che ci dice sempre?  E gli ospiti delle sorelle di Vita Eterna meritavano di passare almeno la sera della Vigilia in allegria perché Natale, mi creda, signorina Varzi, non è una festa per vecchi!”.

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Rosanna Bogo

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

errebi, Il Natale di Idik

Un Natale diverso, lontano nel tempo e nello spazio.

Qui il link per scaricare il file: errebi, Il Natale di Idik (33)

 

 

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admin