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Il diario di Martino – La lettera – III

Terza e ultima parte.

Qui la seconda parte.

All’improvviso rividi la scena, come se non fossero passati gli oltre settant’anni che me ne separavano.

Era una giornataccia d’inverno, fuori pioveva e io avevo portato il mio libro sul tavolino di cucina; la mia stanzetta era freddissima in quella stagione perciò, quando potevo, mi rifugiavo nella grande camera da pranzo dove, tra l’acquaio e il focolare, la mamma preparava cena. Lì c’era caldo e anche una illuminazione più viva; quella sera il vapore della pentola del minestrone di verdure riempiva l’aria di un buon odore.

Babbo Tommaso era rientrato da poco dal lavoro, stanco come al solito, e si era seduto sulla sua sedia impagliata che aveva avvicinato al focolare, mettendo sotto i piedi un panchetto di legno per tener le suole delle scarpe meglio esposte al calore; sonnecchiava.

Io, col librone di “Coltivazione delle miniere” aperto stavo facendo un esercizio assegnatoci per il giorno dopo; con la mia boccettina d’inchiostro poggiata con cura su un angolo del tavolo, scrivevo formule, buttavo giù calcoli, mi appuntavo i valori intermedi su un quadretto di carta di brutta copia per riportarli poi su un quaderno.

All’improvviso, fuori era già notte e, come dicevo, stava piovendo, si sentirono due colpi alla porta, secchi: un bussare che ci era noto.

“Zio Giovanni!” annunciai alla mamma, che si voltò semplicemente per dire “Entra, Giovanni”: sapeva che lo zio non si sarebbe mai permesso di girare la chiave, che era nella porta, ed entrare senza che qualcuno gliene avesse dato il permesso.

Lo zio entrò, gocciolando di pioggia, e mise l’ombrellone verde accanto alla porta della cucina, che era poi la prima stanza a cui si aveva accesso da fuori. La mamma mi dette un’occhiata ma io sapevo già cosa fare: presi una sedia e la misi davanti al focolare, lo zio si tolse la giacca, fradicia, e si mise a sedere ad asciugarsi un po’ i pantaloni mentre il babbo, destato da quel po’ di trambusto, tornava cosciente e cominciava a scambiare le prime usuali frasi di convenevoli.

Giovanni era diventato mio zio da poco tempo: aveva sposato da pochi mesi Adele, la più giovane delle sorella di mamma Maria, ma il loro fidanzamento era durato diversi anni e così da tempo era diventato di casa anche da noi.

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Dr J. Iccapot

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Al Dio Precario – 3

Terza e ultima parte.

Qui la seconda parte.

La notizia dell’incidente si diffuse tra i dipendenti della INTERLIFE la mattina seguente: la polizia non aveva trovato i documenti di Andrea ma, da una tasca, era saltato fuori, ancora leggibile, un foglietto con il numero telefonico della signorina Samantha, segretaria factotum dello Sgamba.

Vittorio, accusando un inesistente malore, corse subito all’ospedale con un’enorme valigia piena di biancheria, pacchi di biscotti, cioccolata, succhi di frutta, asciugamani, sapone, dentifricio, libri e giornali.

Andrea era ancora sotto sedativi e appena lo riconobbe. L’infermiera del Reparto Psichiatrico, immobile accanto alla porta della stanza, guardò tutto quel ben di dio che Vittorio cercava di sistemare nel comodino o sotto il letto dell’amico con un risolino sprezzante. Poi, tirando fuori una vocina acida che istigava all’omicidio, disse:

“S’è dimenticato di portare anche l’armadio quattro stagioni, per il suo amico. Noi non ci s’ha, un siamo mica l’Albergo Imperiale.”

“Lo so chi siete e proprio per questo ho messo in valigia anche le cose che dovrebbe passare l’Ospedale…caso mai qualcuno le avesse dirottate a casa propria, per arrotondare, tanto gli zombi che tenete qui neanche si ricordano se hanno mangiato o no.”

“Che per caso insinua qualcosa? Guardi che chiamo il Primario!” rispose prontamente la donna, mettendosi sulle difensive: quello non era un paziente e aveva l’aria di essere non solo perfettamente sano di mente ma anche di  molto incavolato.

“Non occorre, Madre Teresa, vado io a parlare col suo capoccia” disse Vittorio uscendo.

Trovò il Primario in corridoio, già con il cappotto in mano.

“Bruni, il suicida della stanza 15, non ha problemi mentali – disse Vittorio – io lo conosco bene, è solo un ragazzo disperato…prometto di occuparmi di lui, se vuole mi impegno anche per scritto…qui in città non ha parenti e io posso ospitarlo.”

Il Professore rimase per qualche secondo pensieroso, poi decise di non rischiare: quel giovanotto, proprio perché non era matto, aveva tutte le caratteristiche del recidivo organizzato.

Così Andrea uscì dall’Ospedale solo alla scadenza del periodo di degenza stabilito dal protocollo dell’Azienda Ospedaliera per la sua patologia psichiatrica; nel frattempo la bronchite si era aggravata ma per, andare nel reparto di pneumologia, doveva passare dal Pronto Soccorso.

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Rosanna Bogo

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Al Dio Precario – 2

Seconda parte.

Qui la prima parte.

Il generoso amico di Andrea abitava in un monolocale carino, arredato di tutto punto, e la serata fu piacevole: Vittorio se la cavava come cuoco e a tavola raccontò certe sue avventure ‘professionali’ al limite del comico, con un manager davvero fuori di testa.

“Meglio matto che cattivo come Sgamba” commentò Andrea.

“Però poi il mio pazzerellone ha mandato la ditta a gambe all’aria. I negrieri strappano la pelle ai lavoratori e tengono a galla la barca… è proprio il  sistema del mondo che è sbagliato.”

Andrea parlò dei genitori, poveri contadini dell’Appennino che di continuo gli chiedevano di tornare a casa, almeno con loro avrebbe mangiato e dormito nel suo.

“Tanta gente che ha studiato torna a lavorare la terra, magari produce ‘biologico’ – osservò Vittorio – avere un padre esperto può essere un vantaggio.”

“A me non piace l’odore della stalla e poi di roba sana ne ho già mangiata a sufficienza da ragazzo – replicò Andrea, un po’ irritato – non ho studiato duro, sempre con l’incubo di perdere la borsa di studio, per fare il contadino…m’intendo di Economia, io, non di maiali e castagne!”

“Tra competenze e lavoro oggi non c’è più corrispondenza, però capisco che quel genere di vita sembri più attraente a chi non lo conosce per esperienza diretta – disse, conciliante, Vittorio – anche ora, comunque, non ti occupi di trend e spread.”

“Quattro anni fa il padre della mia fidanzata mi ha pagato un corso di “Architettura Web”, è stato utile per cominciare a lavorare.”

“Un uomo generoso…tu e la tua ragazza dovreste fargli un monumento!”

“Non è più la mia ragazza – rispose rattristandosi Andrea – si è stancata di aspettare e ha sposato un altro… un fornaio.”

“Mica scema, un marito che sta fuori di notte… noi informatici invece siamo sempre lì, in casa, attaccati al computer come paguri – commentò scherzosamente Vittorio, per alleggerire l’atmosfera – vieni, ti faccio vedere un nuovo gioco che ho sul mio portatile.”

Il computer di Vittorio era l’ultimo modello della Apple… roba da ricchi, adatto per fare lavori di qualità!

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Rosanna Bogo

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Al Dio Precario – I

Prima parte.

Andrea camminava lentamente, lo sguardo fisso ai lastroni sconnessi che pavimentavano il Corso, orgoglio della competente U.O. (Unità Operativa) comunale e campo di battaglia dove spesso cadevano, imprecando contro il sindaco, anziani traballanti e donne con tacchi a spillo. Anche se l’aria autunnale conservava un piacevole tepore settembrino, teneva le mani infilate nelle tasche del bomber, così poteva rimbalzare tra i passanti frettolosi come una palla imbottita, limitando l’effetto dei continui urti e impigli dovuti a quel suo modo di avanzare a testa bassa.

Non aveva voglia di salutare eventuali conoscenti, perdere tempo per cortesia, ascoltare o raccontare inezie… e poi, perché doveva alzare gli occhi? ormai conosceva tutti i muri, gli angoli, i negozi di quella strada e guardare nelle vetrine cose che non si possono comprare a che serve? Lui non sognava più, da tanto tempo.

Come molti ragazzi della sua età, portava vistosi auricolari bianchi ficcati nelle orecchie ma non ascoltava musica a tutto volume: di prima mattina il chiacchiericcio a vuoto della gente nel tram e per la strada, i rumori acuti dei motorini, gli urli degli infanti, le risate smodate degli adolescenti lo nauseavano e così aveva trasformato le cuffiette di uno scassato ipod in occulti tappi, ideali per isolarsi temporaneamente dal mondo.

Chi lo incontrava, a quell’ora, poteva scambiarlo per un vagabondo senza meta o un alienato perso nei suoi incubi eppure, entro le otto, doveva assolutamente trovarsi all’altro capo del Corso, davanti al numero 97, un edificio, basso e stretto nobilitato da false bifore medievaleggianti. A livello della strada troneggiava il negozio INTERLIFE di Sgamberoni rag. Alfiero, al piano nobile si allocava l’appartamento privato del proprietario e, nel mezzanino, lavoravano i collaboratori esterni della ditta dedita, come rivelava un’insegna scritta in improbabili caratteri gotici, alla creazione di “Siti web su misura”.

Non a caso il padre del sig. Alfiero, Foresto, per quarant’anni aveva esercitato, proprio in quel luogo, la professione di sarto per signora, sempre marcato ‘a uomo’ dalla moglie Marisa, brava modista-ricamatrice e, soprattutto, Argo molto apprezzato dai mariti delle clienti. Lavorando e risparmiando Foresto e Marisa avevano comprato l’immobile e fatto studiare il loro unigenito Alfiero… dimostrando così che anche dalle migliori intenzioni può derivare un gran male.

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Rosanna Bogo

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Il diario di Martino – La lettera – II

Seconda parte.

Qui la prima parte.

Quella mattina lo sguardo mi era caduto su una costola blu che non vedevo più da anni, il testo litografico della “Coltivazione delle Miniere ad uso degli allievi della Regia Scuola Mineraria di Massa Marittima” dell’ing. G. Merlo, un volumone dalla copertina verde scuro; quando arrivò la donna le chiesi di prendermi quello, e solo quello: volevo, sfogliandolo con calma, ripercorrere gli anni trascorsi all’Istituto Minerario. Sul frontespizio il libro riporta la data della prima redazione delle dispense, il 1889, addiritura prima che nascessero i miei genitori.

Aperto il volume sulla scrivania, ne voltavo le grandi pagine alla ricerca di miei appunti o di un disegno che mi portasse alla mente qualche fatto singolare e significativo della mia vita del tempo.

Qua e là mi imbattevo in grandi fogli a quadretti che avevo riempito con la mia scrittura aguzza, ora a fare un sunto di un capitolo, ora ad approfondirlo evidentemente dalle lezioni del professore; tra gli appunti c’erano anche esercizi svolti e sviluppati con grande cura. Tutte queste carte erano fogli a quadretti, che si dicevano ‘protocollo’, scritti col lapis o con una penna ad inchiostro nero bluastro che è rimasto pressoché immutato con gli anni. I testi scritti a lapis, con tratto più veloce e grafia più trasandata dovevano essere le ‘brutte copie’ dei compiti che ci assegnavano in classe.

Riandavo col pensiero ai professori, ai compagni di classe, al caro compagno di banco. Lo sguardo non vedeva più i vecchi fogli e le dita parevano carezzare in un gesto d’affetto quelle antiche pagine. E furono proprio le dita a farmi riprender coscienza del libro. I pensieri ormai vagavano ai tempi lontani, gli occhi si inumidivano dietro le mie grosse lenti, offuscando quel poco che c’era da vedere, una mano correva veloce nella tasca della giacca da camera ad afferrare un fazzoletto che avrebbe salvato il libro dal minaccioso gocciolare del naso. Lo sapete, a noi vecchi basta un briciolo di ricordo per inumidirci gli occhi.

Ma la mano che era rimasta sul libro aveva sentito qualcosa di diverso; mi asciugai il naso, pulii le lenti un po’ appannate e mi misi a guardare quello che avevo trovato.

Erano due fogli, non rigati, piegati l’uno dentro l’altro e, per quello che potevo vedere, vergati da una sola parte. Non riconobbi di che si trattasse e mi chiesi, con il cuore che palpitava, cosa la mia ricerca avesse portato alla luce. Ero sicuro che si trattasse di qualcosa che mi riguardava da vicino, certo molto più da vicino che un esercizio sui freni a ceppo che avevo appena riletto.

Aperti i due fogli, risultarono quelli di una minuta, scritta da me con un inchiostro diverso da quello che avevo usato per le note e per gli esercizi, un inchiostro che sulla carta, ormai di color avorio, era diventato di un marrone rugginoso.

Dicevano le due paginette, che ricopio testualmente:

Sono ormai alla fine dei miei studi e mi sento quindi in dovere di procurarmi quel benedetto posto che toglierà i miei genitori dai sacrifici che hanno fin qui fatto per farmi studiare, come lei saprà benissimo. Però, dove occuparmi se i posti sono così difficili? Ci vuole almeno una buona e gentile persona che influendo su «qualche pezzo grosso»  faccia appunto che dette difficoltà vadano a sparire. E cercando questa buona quanto gentile persona, ho trovato appunto lei che, volendo, molto può fare. Mi spiego. Ho saputo che a cotesto paese in cui molto lodevolmente svolge le funzioni di Arciprete, ci sta anche il comm. Carletti, il quale è semplicemente uno dei più forti azionisti della Montecatini e che lei è con esso in ottimi rapporti. Cosa le chiedo, quindi? Di mettere presso il comm. Carletti una buona parola per me, affinché possa egli per piacere a lei, appoggiarmi in qualche modo pressola Società Montecatini o altrove, per un posticino per un addetto. Dico, per un addetto, in quantoché anche se non è in miniera è tanto meglio date le mie condizioni fisiche specialmente degli occhi. Mi farà lei questo immenso piacere di cui le serberò riconoscenza eterna? Non ne dubito, conoscendolo troppo bene quali vecchi conoscenti ed amici, se io mi posso dichiarare amico di una sì degna persona. In ogni caso la prego di rispondere subito. Mi voglia intanto perdonare il disturbo che le procuro con questa mia, e mentre la sua bontà me ne fa quasi sicuro, con l’ossequio dovuto al grado e meriti di lei, mi dichiaro il suo umilissimo servitore

Martino A.

Massa Marittima.

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Continua…

 

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Dr J. Iccapot

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Arcano è tutto, fuor che il nostro dolor

Image credits: disegno di Reed Crandall

Eravamo seduti alle nostre scrivanie, le poltroncine girate l’una verso l’altra in modo da poterci guardare in faccia; rimasti soli in ufficio, come spesso ci capitava durante l’ora di pranzo, parlavamo di cose futili, per fare più tardi e per diluire la noia di quell’ora calda di fine estate.

Lei cominciò a raccontarmi, senza enfasi particolare, gli avvenimenti delle sue ultime settimane riguardanti il trasloco nella nuova casa, più grande e adatta alla famiglia che era cresciuta e stava ancora crescendo, come dimostrava il suo pancione.

Voleva, Silvia, dirmi qualcosa di preciso, desiderava raccontarmi un’emozione particolare, un brivido che l’aveva percorsa in quei giorni: lo capivo dai suoi occhi, sempre fissi sui miei, lo vedevo dall’agitarsi delle mani.

La casa ‘nuova’ era, in realtà, una vecchia abitazione della famiglia del marito, dove avevano già vissuto alcune generazioni e che l’ultimo abitante, un nonno molto vecchio e con una salute malandata, affezionatissimo al piccolo bis-nipote, aveva voluto cedere alla giovane coppia per ritirarsi in un luogo dove farsi curare e accudire sarebbe stato molto più semplice.

Parlammo, io e Silvia, come capita in queste occasioni, dello stress dei traslochi: degli scatoloni che si accumulano, della velocità con cui si perde presto il controllo delle nostre cose, impacchettate con cura e messe però chissà dove. Anch’io ho subito il trauma di numerosi cambiamenti d’abitazione: dell’ultimo ricordo la disperazione della mamma, ormai molto anziana, perché alcune scatole con le ‘sue’ cose erano andate irrimediabilmente perdute; ma, per tenermi leggero nella conversazione, descrissi con brio solo certi spostamenti, per decine e decine di chilometri e per più volte, della mia utilitaria piena sino all’inverosimile di piante verdi di rampicanti, di vasi di limoni, di vecchi orci d’olio trasformati in contenitori ‘vintage’ e quanto dovevo sembrare ridicolo, a chi mi vedeva passare, nascosto nel verde di un’affollata, arruffata e multiforme serra semovente.

La feci sorridere, ma Silvia voleva continuare a raccontarmi il ‘suo’ trasloco: c’era qualcos’altro che aveva bisogno di dirmi; lasciai che il suo racconto continuasse, smorzando la mia ironia sugli strani accidenti che capitano quando si cambia casa.

Alcune delle loro scatole, proseguiva Silvia, furono portate all’interno dell’appartamento e subito la giovane coppia cominciò a distribuire nella dispensa, negli armadi lasciati vuoti dal nonno, sugli scaffali, i propri piatti, i bicchieri, la biancheria da bagno, gli abiti. Gran parte degli scatoloni, contenenti cose ritenute meno utili nell’immediato di quella prima giornata nella casa nuova, furono lasciati, ben disposti, dentro una grande rimessa al piano terra, all’asciutto e al sicuro.

Fra i ‘bagagli’ che avevano seguito la coppia al nuovo indirizzo c’era anche una gatta, amatissima dal marito ma che secondo Silvia era solo un grasso e pigro animale con due scopi nella vita, mangiare e dormire, che cercava di realizzare sempre limitando al massimo lo sforzo fisico.

Per non traumatizzare la bestiola spostata all’improvviso in un nuovo appartamento, tutto ancora da riordinare, fu deciso che la prima notte avrebbe dormito da basso, nel garage, accanto alla rimessa che aveva dato ricovero ai pacchi e alle scatole del trasloco; per far sentire a suo agio la gatta le era stata accomodata la sua vecchia poltrona personale in una posizione da cui potesse controllare tutto l’ambiente circostante col minimo sforzo. Per terra furono disposti, prima che i coniugi si ritirassero per la notte, le scodelle con i croccantini favoriti, i bocconcini più appetitosi e un’abbondante ciotola di acqua fresca e pulitissima.

Il sonno prese subito i due ragazzi, la giornata era stata molto impegnativa e faticosa: la nuova casa ‘giocava’ a nascondere le cose appena riposte e c’era da far di nuovo l’abitudine a ritrovare anche gli oggetti più comuni; un nottata tranquilla era quello che ci voleva per affrontare, la mattina dopo, il resto del lavoro.

Dopo qualche minuto Silvia però si risvegliò; sarà la stanchezza, pensò girandosi nel letto accanto al marito che riposava profondamente. Dalle persiane chiuse tremolava la luce dei lampioni, creando bizzarri disegni sulle pareti della stanza nell’incontrare le fronde, che sembravano agitate dal vento, di un vecchio e colossale albero che cresceva proprio davanti al portone d’ingresso della casa; questa immagine la inquietava. Era stato il rumore delle fronde smosse dal vento a svegliarla, un qualche cigolio di un ramo contro un muro?

Per un po’ rimase a occhi chiusi, tentando di riaddormentarsi; poi le sembrò di sentire il rumore come di mani che tentassero di aprire un pacco, poi ancora uno scartoccìo; accese la luce e si mise, coraggiosamente, a girare per la casa: no, non c’era nessuno, eppure…

I rumori ripresero, più intensi, sembravano provenire dalla rimessa, proprio sotto la stanza da letto. Che ci fossero dei ladri? Quando sentì il miagolio della gatta trasalì: il povero animale era scappato dal garage e adesso si era seduto sotto la finestra della camera; il suo pianto continuo, incessante, era una preghiera per farla entrare in casa; un comportamento che in vita sua quella bestia, tranquilla e indipendente, non aveva mai avuto.

Silvia non sapeva cosa fare. Svegliare il marito e farsi prendere in giro per i rumori della vecchia casa? Cercare di riaddormentarsi, dicendosi che era solo la stanchezza e che domani, con le prime luci del sole, avrebbe pensato a quelle ore come a una sciocchezza?

Tornò piano piano a letto ma il cuore le batteva forte; nella rimessa il rumore si era fatto più intenso e deciso: delle mani sfioravano e forse aprivano le scatole, scartavano i pacchetti affondati nei sacchi del trasloco; la gatta continuava a lamentarsi sotto la loro finestra con quel suo miagolio agghiacciante, senza sosta, senza sosta…

Silvia non ce la fece più, scosse il marito per le spalle, riuscì a svegliarlo.

- Ci sono dei rumori, di sotto. Forse sono dei ladri…. E’ da un po’ che li sento….

Il marito tese le orecchie, anche lui nel silenzio della notte distingueva chiaramente quei suoni che provenivano proprio dalla stanza sotto la loro camera.

- Sono la ‘nonna’ e il suo bambino – rispose, riadagiandosi sul materasso come se quelle parole potessero rassicurare la moglie, che però non capiva.

- La ‘nonna’! Te l’ho detto che questa casa fu costruita tanti anni fa dalla mia famiglia. Noi la chiamiamo ‘la nonna’, è stata la prima proprietaria: se ne va in giro, di notte, col suo bambino. Era piccolo quanto il nostro Emanuele quando piantarono per lui l’albero che è all’ingresso; dopo pochi mesi il bimbo morì improvvisamente e la sua mamma non se ne dette pace, morì anche lei, di dolore, poche settimane dopo. Da allora sono rimasti qui, nella casa, anche dopo morti; di notte se ne vanno in giro, curiosano, proteggono le varie generazioni che ci hanno abitato… Non devi avere paura, hanno visto tutto questo movimento e si saranno messi a spiare, a cercare di capire chi sono i nuovi ospiti della loro casa, cosa hanno portato nei loro sacchi e nei loro scatoloni. Non ti preoccupare, andranno un po’ in giro e poi si metteranno buoni. Su, torna a letto.

Silvia quella notte non dormì molto, girandosi e rigirandosi al minimo rumore proveniente dalla rimessa, senza avere neppure il coraggio di scendere le scale per far salire la gatta e farle smettere quel miagolio disperato e impaurito.

La mattina dopo tutto era di nuovo tranquillo ma da allora quella gatta, che aveva tanto odiato e maltrattato, è diventata la sua migliore amica e quando è a casa sta sempre con lei e non se ne separa mai: sa che l’animale, con la sua ferina sensibilità, può segnalare la presenza della ‘nonna’ e del bambino, e Silvia non ci tiene proprio a fare la conoscenza diretta con questi lontani avi del suo piccolo Emanuele.

 

 

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fuchs

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Il diario di Martino – La lettera

Montacarichi a due gabbie per pozzo di miniera, da “Coltivazione delle Miniere ad uso degli allievi della R. Scuola Mineraria di Massa Marittima” dell’ing. G. Merlo

Prima Parte

Ormai sono vecchio, anche troppo vecchio, più vecchio di quanto sia giusto diventare: ho più anni di quanti ne aveva zio Giovanni quando è morto e ho sempre pensato che la sua fosse un’età ragguardevole: i novanta anni li ho superati da un po’ e sono ancora qua. Che ci faccio? Non lo so davvero, ma nessuno lo sa e allora si continua, facendo finta di niente, illudendosi di essere impegnati in qualcosa.

L’idea di tenere un diario l’ho avuta da poco e mi sto chiedendo, anche in questo momento, se non sia una sciocchezza annotare pensieri e resoconti di avvenimenti vecchi quasi quanto me: a chi potrà mai importare qualcosa di quello che penso, che ho fatto, che ho provato? Eppure, ora che dalla morte mi divide solo una tremante e sfrangiata cortina, mi dispiace andarmene senza avere lasciato un segno.

Segni ne tracciamo tutti: segni di lavori fatti, di figli generati e cresciuti, di nipoti, ma questi segni li lasciamo con la stessa noncuranza e casualità con cui li lasciano gli animali: gratuitamente, senza necessità, senza considerazione, senza studio. Io vorrei invece, ora, lasciare un segno che dia modo di riflettere, per far sì che qualcuno passi un po’ del proprio tempo non a guardare le cose, per poi dimenticarle, ma a pensare a quello che è successo ad un uomo, anche se un uomo qualunque.

-

Non so bene da dove cominciare, quale fissare come data di inizio, e non ho neppure una vaga idea su come annotare le cose; scrivere per me è una novità perché se nei decenni del mio lavoro passato ho scritto tanto, erano però relazioni, bilanci, progetti di finanziamento, erano cioè scritti ‘tecnici’ dove non c’ero io, non c’era Martino: c’erano i fondamenti della scienza delle costruzioni, le regole di bilancio, le usuali frasi della contabilità, i prospetti e le colonne di numeri, i riferimenti a leggi e regolamenti.

Allora comincerò semplicemente dal raccontare cosa ha dato il via alla mia voglia di scrivere.

-

Nella stanza più fredda e meno illuminata della casa (non ha neppure una finestra) decisi anni fa di raccogliere e ordinare la mia biblioteca. Mi sono trascinato in giro, per l’Italia prima e per vari appartamenti di questa cittadina di mare poi, un gran numero di libri, per lo più risalenti agli anni di università e ai periodi iniziali di lavoro; i primi erano necessari per gli studi, i secondi per tenermi aggiornato nei vari incarichi lavorativi che ho svolto e che sono stati di diversa natura: ho diretto alcune piccole miniere, dove ho progettato laverie e impianti di aereazione; sono stato direttore amministrativo di due o tre compagnie estrattive; negli ultimi anni, prima della pensione, mi sono rifugiato nell’insegnamento nella scuola pubblica, in lontani anni in cui le scuole superiori dei paesetti erano ancora frequentate da bravi ragazzi, magari somari e svogliati, e anche se qualche collega che non aveva mai lavorato altrove si lamentava di essere sottopagato, quella per me si poteva davvero definire una sinecura, come avrebbe senz’altro detto il mio vecchio compagno di seminario.

Ogni tanto, come tutti i vecchi, mi piace sfogliare qualcuno di quei libri: mi ricordano anni lontani, persone con cui ho lavorato e vissuto fianco a fianco, brave persone e anche persone meno brave, e persino artisti che ho conosciuto. I libri che mi sono più cari sono grandi e pesanti: da solo non posso più salire su una scala col rischio di rovinare giù sul pavimento e allora la mattina di buon ora, prima che arrivi la donna a sbrigare le faccende di casa, infagottato anche d’estate in una pesante veste da camera, entro nella biblioteca, accendo il vecchio lampadario a dodici luci e guardo, di sotto in su, gli scaffali, scorrendo con lo sguardo le costole ingrigite dalla polvere, alla ricerca di qualcosa da sfogliare.

Quando poi arriva la donna, un’ucraina robusta e rossiccia, le indico i volumi che mi interessano e lei sale a prenderli per poggiarmeli, a portata di mano, sul grande tavolo scuro della biblioteca; così me ne posso impadronire con agio e li porto nello studio, sulla mia scrivania dove troneggia ancora una macchina da scrivere elettrica Olivetti; la scrivania è piena di carte inutili, di vecchie bozze di compiti assegnati decenni fa a giovanotti e signorine che ormai forse saranno nonni, di sezioni di laverie ormai franate, di bollette pagate che dovrei mettere in ordine, di estratti conto della banca e di non so cos’altro; da anni e anni non tocco più nulla ma accumulo, uno sull’altro, strati di nuovi documenti: mi dico sempre, come scusa, che tanto tra poco morirò e mettere in ordine non ha più alcuna importanza.

La donna ha il divieto assoluto di entrare nella stanza se io non ci sono e di toccare alcunché, anche se non c’è una porta che posso chiudere ma solo un grande tendone verde, pesante come quelli dei cinema, che tengo aperto o serrato, seconda gli umori, la stagione o l’odore che viene dalla cucina o dai prodotti di pulizia con cui lava i pavimenti.

La signora è molto diligente: pulisce con buona cura ma può spazzare e lavare il pavimento nello studio solo a patto che dentro ci sia io, seduto in poltrona; non può toccare assolutamente nulla, né sulla scrivania, né negli armadi o sopra gli scaffali. Non le è consentito riordinare i miei fogli, spolverarli, spostare le pile di documenti che crescono anche sulle due sedie e qualche volta sul tappeto di fronte alla poltrona. All’inizio protestava, dura; ma se lei è ucraina, io sono una gran testa dura e non c’è voluto molto per farle capire come potevamo convivere senza litigare. E poi, sono io che pago, e anche bene, e allora deve fare come dico, sennò…. marsch! Sono stato in un campo di prigionia tedesco, figuriamoci se mi faccio intimorire da una domestica!

Continua…

 

 

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Dr J. Iccapot

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

errebi, Il Natale di Idik

Un Natale diverso, lontano nel tempo e nello spazio.

Qui il link per scaricare il file: errebi, Il Natale di Idik (33)

 

 

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