La Selva Sacra

Dopo il successo dello sceneggiato TV su Sant'Agostino abbiamo accolto l'offerta di errebi di tenere per alcune settimane una rubrica fissa, La Selva sacra, dove verrete a leggere episodi inediti della vita del Santo di Ippona e altre "edificanti" narrazioni di argomento biblico.

Buone letture.

La nascita del sindacato

“Ehi! Laggiù, pelandroni, si batte la fiacca – gridò con tono autoritario il Fattore, agitando la grassa mano stretta a pugno contro un gruppetto d’operai intenti a cogliere grappoli tra le viti di un lungo filare – E voi, tartarughe! Credete d’essere davanti al botteghino del teatro! – aggiunse, rivolto ad alcuni portatori che, in fila, attendevano il turno per scaricare la loro cesta d’uva nel grande tino.

Il Fattore era sempre arrabbiato, per principio, ma quando il sole cominciava a battere più forte e gocce di sudore geminavano sulla sua flaccida fronte, benché stesse tutto il giorno seduto su una panca sotto un grande fico, diveniva facilmente irascibile.

Gli operai, ormai avvezzi, non prestavano attenzione alle sue grida: continuavano indifferenti a lavorare, senza mutare né ritmo né gesti.

Erano lì dall’alba e, dopo tante ore di lavoro, sporchi e sudati, si sentivano quasi marionette, ma resistevano al caldo e alla stanchezza in attesa che il sole salisse allo zenit: allora, finalmente, si sarebbero seduti all’ombra di una vite maritata, oppure sotto il grande fico, per consumare un magro desinare. I più fortunati avrebbero estratto dalla sacca appesa in vita uno spicchio di formaggio intinto nel miele o un tozzo di pane unto d’olio, molti però avevano con sé solo una piccola fiasca d’acqua a tracolla e piluccavano di nascosto chicchi d’uva, rischiando la frusta.

“Sì, per raddrizzarvi ci vorrebbe la frusta – borbottava fra sé il Fattore guardando di sottecchi tra i filari, mai contento di come procedeva il lavoro. Sorvegliava la vigna con la ferocia di un cane alla catena; al primo stormire di foglie ringhiava sbavando e, come un botolo davanti al suo pagliaio, abbaiava contro gli operai con l’aria di volerli sbranare.

Di fatto però si limitava a fare la voce grossa e tuttavia, nella vigna, nessuno osava mancargli di rispetto. Era temuto ma, a sua volta, temeva il Padrone e teneva corto il guinzaglio agli operai per non subire i suoi rimproveri.

La vendemmia volgeva al termine, l’annata era buona, il tempo caldo e asciutto. Gli operai lavoravano fianco a fianco in silenzio: con quel bollore non conveniva seccarsi la gola cantando o chiacchierando.

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errebi

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L’agguato

L’uomo che nutre il suo cibo questa sera nutrirà anche me. Sono giorni oramai che lo osservo. E’ arrivato, come al solito, veloce. Il suo rumore, come al solito, ha fatto tacere per un attimo gli uccelli. Si è fermato, si è liberato svelto della sua corazza colorata, è divenuto piccolo e lento e con le sue gambe si è diretto, ignaro, verso di me. Ho cambiato prospettiva, perché conosco il suo percorso. Non si è accorto di niente, ha fatto quello che fa ogni sera senza neanche guardarsi attorno. Ho visto da dove passa e ho visto da dove passerò io quando sarà calato appena il primo velo della notte. Sarà una notte senza luna, questa notte. Mi siedo dietro la siepe e lo osservo in silenzio. Sono di buon umore, perché sono sicura che andrà tutto bene.

Poco lontano da qui la mia famiglia mi sta aspettando, i piccoli sono ansiosi di vedere che cosa porterò a casa. Ecco, l’uomo tra poco finirà di dispensare cibo al suo cibo e prenderà la strada del ritorno. I miei muscoli sono tesi e pronti. Neanche il cane questa sera si è accorto che sono qui. Di solito abbaia a lungo con il muso verso il cielo, quando mi vede.

Stasera no, stasera è una sera speciale. Stasera l’uomo ha nutrito il suo cibo senza sapere, in realtà, di aver nutrito il mio.

Il mio e quello dei miei figli.

Il mio, e quello dei miei sei bellissimi cuccioli di volpe.


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Beatrix

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La buca

Personaggi:

Primo giovane

Secondo giovane

Un bambino

Una matrona

Un ecclesiastico

Un pittore

La scena si svolge sulla spiaggia di una località dell’Africa settentrionale, nei primi secoli dell’Era Cristiana.

Primo giovane: Questo mi sembra il posto giusto. Su, mettiamoci al lavoro (afferra a due mani la vanga che ha in spalla)

Secondo giovane: Per me siamo troppo vicini a quelle case di pescatori, potremmo dare nell’occhio.

Primo giovane: Senti, prima o poi ci dobbiamo procurare il bambino, quindi tanto vale restare in prossimità dell’abitato. Io scavo e tu porti la rena oltre quella duna.

Secondo giovane: Mi sembra una fatica inutile, potremmo semplicemente raccogliere la sabbia a lato della buca.

Primo giovane: Sei sempre il solito scansafatiche! Eppure lo dovresti sapere, con me le cose si fanno bene o non si fanno. La tua montagnola di sabbia farebbe subito capire che qui c’è una buca.

Secondo giovane: Dicevo così, per dire, il capo sei tu.

Primo giovane: La buca non si deve vedere da lontano, altrimenti manca l’effetto sorpresa e magari “lui” si insospettisce e passa da un’altra parte.

Secondo giovane: Non potrebbe comunque evitarla, la spiaggia in questo punto è stretta e costeggia la pineta.

Primo giovane: Giusto, e “lui” deve per forza passeggiare sulla spiaggia.

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errebi

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Nomen omen

Orazio Pressa era un uomo di poche parole; se in pubblico doveva dire la sua o anche solo rispondere ad una semplice domanda, la timidezza lo paralizzava: si esprimeva a monosillabi, al massimo riusciva a balbettare qualche frase ed infine, il più delle volte, ammutoliva.

Questa era la sua croce fin dall’infanzia. Già all’asilo le suore inutilmente lo esortavano a recitare ad alta voce le preghiere più semplici: lui le sapeva a menadito, meglio degli altri bambini, ma taceva. “Piccolo diavolo disubbidiente, prima o poi ti costringeremo a dire l’Ave Maria”, lo minacciavano le monache, provocate da tanta sulfurea pervicacia, ma nessuno, neanche la Madre superiora, la spuntava con il piccolo Orazio.

A scuola, per fortuna, si accorsero subito che il suo caparbio silenzio non nascondeva un deficit mentale o, tanto meno, una possessione demoniaca. “E’ solo questione di carattere – ripetevano gli insegnanti agli angosciati genitori, gente semplice digiuna di psicologia – vedrete, superata l’adolescenza, diventerà più disinvolto”; ma Orazio, crescendo, rimase un inguaribile taciturno.

Al termine del primo ciclo delle secondarie, su consiglio dei professori, il padre si rassegnò ad iscrivere il suo “zittino”, così lo chiamavano in famiglia, ad un istituto professionale per chimici.

Orazio fu subito contento della scuola scelta dai genitori: si divertiva a trafficare in laboratorio e le formule lo affascinavano, aveva scoperto che quel misterioso linguaggio di segni era in grado di descrivere il mondo senza bisogno di parole.

Nelle materie di cultura generale a fatica raggiungeva la sufficienza, ma si muoveva con padronanza tra provette e fornelli, bilanciamenti stechiometrici, reazioni e combinazioni: certo, nel complesso, non era un allievo brillante, tuttavia giunse ad ottenere buoni risultati.

Completò senza intoppi il triennio e, due anni dopo, superò l’esame di maturità con una votazione più che decorosa. I genitori, per premiare lo zelo del figlio, ancora più meritorio considerato il suo handicap, decisero di tirare un po’ la cinghia e lo mandarono all’università, nella vicina città di S.

Lo “zittino”, scartate subito Chimica e Farmacia, volle a tutti i costi frequentare Biologia: le sue amate formule gli sembrava ancora più interessanti se applicate allo studio della vita. Gli esami consistevano per lo più in test scritti e prove pratiche, così Orazio, che non era affatto uno sciocco e, tanto meno, un perdigiorno, al termine dei prescritti quattro anni si cinse meritatamente d’alloro.

Ottenne qualche incarico a tempo determinato poi, finalmente, vinse un concorso: un posto fisso nel laboratorio della Facoltà di Medicina di S. era senza dubbio un’ottima sistemazione e, frequentando l’ambiente, come capita, si innamorò di un’infermiera intravista al bar dell’ospedale.

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errebi

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Il terrazzino

È per combattere il caldo che c’è in questa brutta città d’estate che abbiamo coperto il terrazzino con delle tende, verdi, come se fosse il baldacchino di un letto: ci ripariamo così dal sole e cerchiamo di tenere fresco il nostro tinello. Dalle cinque di mattina, ora a cui mi alzo puntualmente dal letto, la porta finestra rimane aperta sino a quando, nel pomeriggio, non entra, caldo, il sole.

Sul terrazzo ci sono alcuni vasi con delle piante che soffrono più di noi, nonostante le mie cure; ci sono un tavolo e due sedie di plastica e, in un angolo, un armadietto di metallo color sabbia, per le scope; per fortuna il terrazzino dà sull’interno del condominio, al riparo da traffico e smog, cosicché qualche volta io e mia moglie ci possiamo anche pranzare.

Nell’appartamento sotto al nostro abita una signora di quasi cinquant’anni, con un ragazzino, un dodicenne dall’aria poco sveglia, forse anche per via di certi occhiali spessi, ma molto gentile. Non so come stiano con precisione le cose ma lei ha convissuto con un muratore, da cui ha avuto il bambino; il muratore però era ed è sposato e qualche anno fa li ha lasciati per tornarsene dalla moglie. So che lui tutti i mesi le dà un po’ di soldi, per il ragazzino; lei va a servizio da qualche famiglia della zona; in casa ci sono solo la madre, il figlio e una gatta. “Operata”, come dice la signora.

Da qualche mese il muratore è ricomparso, viene a pranzo quasi tutti i giorni; ha i capelli improvvisamente bianchi, ma sempre foltissimi, e una cera poco in salute, lo sguardo febbricitante, la barba mai fatta di fresco. Lei è contenta di questo ritorno e quando parla di lui dice: “Mio marito”, ma anche il ragazzino sa che non è vero visto che ha il cognome della mamma. Ci salutiamo se ci incontriamo per le scale, ma niente di più; in effetti, niente di più con nessun altro.

Anche loro tengono la porta-finestra del terrazzino aperta e se c’è qualcuno in casa è come essere tutti insieme; quando capita che abbiano ospiti mi ritiro in tinello, chiudendomi dentro: starò al caldo ma così non mi faccio i fatti loro; sono un povero pensionato ma non sono un impiccione, non lo sono mai stato.

Sabato scorso ero sul terrazzino, al fresco; a dire il vero stavo sonnecchiando o mi ero proprio addormentato, subito dopo la prima colazione. Tutto il giorno non ho nulla da fare e, prima della passeggiata che faccio fino al parco e ritorno per aiutare la mia circolazione e mettermi un po’ di appetito in vista del pranzo, ne approfitto per accumulare le forze; la notte non dormo molto e il caldo del pomeriggio è sempre più spossante per la mia età.

Di sotto, all’improvviso, delle voci di donne mi svegliano: due sono più mature, una più giovane. La sorella e la nipote, penso. Il ragazzino è fuori, a scuola di musica, a quest’ora  (abbiamo anche la fortuna degli esercizi musicali, da un po’ di tempo, ma ci penserà la moglie del macellaio a fare una vociata per le scale e a farlo smettere, uno di questi giorni).

“La gatta l’ho fatta operare, sennò era sempre in calore” “….” “Perché così non ci si diverte.”

“E’ per questo che ci si diverte?” chiede la giovane. Si sente un ridacchiare delle signore. “Antonio una volta lo diceva: quando non sono più buono a farlo mi ammazzo. E ora, è in queste condizioni, proprio lui…”. Antonio è il muratore. “Ma adesso come va?” “Come vuoi che vada, fa la terapia, l’hai visto anche tu com’è!”

“Che vuoi, gli uomini sono così, se non lo fanno sono morti!” “E tu?” “Io, un giorno sì e uno no!” risponde la sorella, col tono un po’ grasso di quando ci si confessano faccende goderecce. “Povero babbo!” sogghigna la giovane, pensando al genitore che si sottopone alle fatiche amorose a giorni alterni. Hanno tutte e tre la voce di gola che hanno le donne nei momenti di intimità.

Io, ad essere lì, sono imbarazzato, ma non muovo neanche un muscolo per evitare di essere sentito attraverso il pavimento e mettere a disagio le signore, ma anche me stesso, ad essere sincero.

Le sento ancora parlare, per qualche minuto, ma ora non capisco più cosa dicono: per fortuna si sono ritirate nel tinello; dopo un po’ serrano la porta finestra del terrazzo e sento chiudere il loro portone di casa. A dire la verità lo sente tutto il palazzo, mai che lo accostino piano, girando la chiave e tirandolo a sé dolcemente: sempre un bel colpo netto, che rintrona nella tromba delle scale. Ma la ‘macellaia’ questo non lo sente? Almeno gliene dicesse quattro, una di queste mattine!

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fuchs

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Scrivolo - Il nano grafomane