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Renzino e l’albero di Natale

Renzino era stanco: faticava a seguire la mamma su e giù per le affollate vie del centro e si lasciava trascinare svogliatamente per una mano, come un peso morto.

La nonna, ogni tanto, si voltava per rimproverarlo: se non smetteva di piagnucolare, minacciava, avrebbe scritto una letterina a Babbo Natale per raccontare quanto era capriccioso. Così, invece dei regali, sotto l’albero avrebbe trovato il carbone.

Renzino ignorava cosa fosse il carbone comunque, se si portava ai bambini cattivi, non doveva trattarsi di un giocattolo: era piccolo ma abbastanza sveglio da capire che gli conveniva comportarsi bene e, per un po’, si zittiva, asciugandosi con la mano guantata le lacrime e il moccio; dopo qualche minuto, però, riprendeva a lamentarsi: non faceva le bizze, soffriva davvero!

Da tre ore arrancava dietro alle due donne, con le sue gambette corte, schiacciato tra adulti incappottati, carrozzine, pacchi, cani, borse borchiate e ombrelli.

I passanti, agitati come onde in un mare tempestoso, sembravano tutti impazienti di arrivare a una meta. Anche la mamma e la nonna camminavano in fretta però, di tanto in tanto, si fermavano bruscamente davanti a una vetrina e parlottavano… a volte decidevano di entrare nel negozio. Renzino le seguiva a malincuore in quel pigia pigia: per i grandi era facile affrontare la ressa dei clienti, il caldo, la confusione, avevano la testa in alto e la forza per farsi largo! a livello di bambino, invece, mancavano spazio e aria.

Verso le sette la nonna e la mamma decisero di rincasare. Non avevano esaurito le energie e, tantomeno, la lista dei regali, semplicemente erano cariche di pacchi e pacchetti oltre il limite di guardia.

Si incamminarono verso il parcheggio. Quando passarono davanti alla piazza in fondo al corso, Renzino costrinse la mamma a fare una deviazione. Voleva controllare, sbirciando tra le gambe dei passanti, se nella piazza c’era l’abete alto come un palazzo che aveva visto l’anno prima.

Ricordava che era tutto scintillante di luci, decorato con un’infinità di palle colorate e davvero gigantesco, soprattutto per lui che non arrivava a un metro. Era rimasto a bocca aperta. A casa aveva visto la mamma e il babbo che addobbavano il piccolo abete in salotto, ma chi mai aveva messo le lucine e i fili dorati fin lassù, quasi in cielo?

I genitori gli avevano spiegato che, nottetempo, uno gnomo al servizio di Babbo Natale aveva annaffiato il centro della piazza e l’albero, come un fungo, era sbucato fuori: il folletto, saltando di ramo in ramo, aveva appeso le decorazioni e, all’alba, era tornato al Polo Nord per costruire altri giocattoli da portare ai bambini buoni.

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Rosanna Bogo

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Cortocircuito in cielo

In principio, si sa, era il Logos. Del Verbo onnipotente che ha creato l’Universo la parola degli uomini contiene solo un’ombra ma quel poco basta alla mente per trasformare le cose in pensieri e costruirsi un mondo reale fatto d’illusioni.

Non a caso le cliniche di lusso e le strutture private che ospitano anziani o malati di mente hanno spesso nomi graziosi e rassicuranti: Villa dei Glicini, Soggiorno Stella Maris, Casa del Buon Ritiro, Casa di Cura Santa Lucia (oculistica) o Santa Rita (per le patologie più serie), Istituto Salus… tutto un programma.

Un tempo questi edifici si chiamavano semplicemente ospedale, ospizio o manicomio ma oggi i manager dell’assistenza devono blandire la loro clientela e termini troppo espliciti potrebbero deprimere il morale di ricoverati e familiari. Chi è costretto a varcare la soglia di luoghi così tristi, caso mai, avrebbe bisogno di un po’ d’incoraggiamento e il marketing insegna che l’associazione con immagini positive come fiori, paesaggi romantici, bambini sorridenti, personaggi ammirati o star dello spettacolo, può far apparire accattivante anche un prodotto sgradevole.

Suggestionare la mente, in fondo, non è difficile: basta sostituire un taumaturgo all’attore testimonial, evocare sensazioni di benessere oppure promettere soggiorni sereni e voilà! si trasforma un deposito di sfasciacarrozze umane in ‘resort’ per anziani, con magnifico parco, servizi a quattro stelle e presidio sanitario garantito 24 ore su24’.

Così, quando i figli proposero al signor Ottavio di trasferirsi a Villa Quieta, il padre accettò di buon grado: amava la tranquillità, era vedovo e mal sopportava le turbolenze degli amati nipotini. Aveva già settantacinque anni e pensò:

“Lì almeno starò in pace: passeggerò in un giardino silenzioso con coetanei che non giocano a palla e non pattinano nel soggiorno; potrò tacere o parlare quando voglio, mangiare quello che mi va… si tratta di pazientare ancora qualche anno, poco male!”

Nella casa di riposo Ottavio si trovò subito bene: aveva l’impressione di stare all’albergo. Anche quando portava la famiglia al mare preferiva la pensione all’appartamento. Lui, la moglie e i tre figli trascorrevano la prima quindicina di luglio in un alberghetto a conduzione familiare, frequentato solo da habitué… dopo trent’anni ricordava ancora il nome: Piccolo Hotel del Golfo.

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Rosanna Bogo

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Violenti temporali

Pioveva. Da tre giorni un cielo color topo rovesciava gavettoni sui passanti e, dalle gronde, traboccavano improvvisi scrosci che si abbattevano sui marciapiedi come colpi di frusta. L’acqua rimbalzava qua e là, scorreva in mille rivoli ai lati della strada, trascinava detriti e foglie, allagavano i vialetti dei giardini, riempivano le cunette di mota.

Intorno ai tombini si formavano grandi pozze che le auto solcavano sollevando onde melmose: i pedoni che non avevano l’accortezza di camminare rasente ai muri, investiti dall’inattesa doccia di fango, guardavano increduli i loro vestiti imbrattati da schizzi, mentre i guidatori si allontanava indifferenti.

La terra ormai era satura e le fogne non riuscivano a ingollare tutto quel diluvio.

Di tanto in tanto le nuvole si aprivano, l’azzurro occhieggiava e, per qualche ora, gli ombrelli si chiudevano. Ma era solo una pausa: le gocce riprendevano a tamburellare, sempre più rumorose, fino a diventare di nuovo un unico fragoroso rombo.

“Una volta si chiamavano acquazzoni – disse Silvestro, guardando fuori dalla finestra – però ‘bombe d’acqua’ suona meglio: sembra di stare in guerra.”

“Tu ci scherzi, ma il clima è davvero cambiato – obiettò il collega, seduto alla scrivania – quando eravamo ragazzi, non pioveva così: ti ricordi l’alluvione del ’66? fu un evento eccezionale.”

“Per i contadini non è un gran male: la primavera è stata asciutta… i campi hanno sete – replicò Silvestro – almeno siamo sicuri di non rimanere a secco, la prossima estate. E poi, se non piove in autunno, quando dovrebbe piovere?”

“Per me anche tutti i giorni, ma con un po’ di garbo – osservò il collega – non con questa violenza: in poche ore viene giù quello che dovrebbe cadere in un mese. Ti sembra normale il nubifragio là fuori?”

“Macché nubifragio! non lo vedi che è un uragano tropicale? – rispose ironico Silvestro, prendendo impermeabile e ombrello dall’attaccapanni della stanza.

“Allora, caro dottor Danti – disse il collega – se domani non vieni in ufficio, avverto la Protezione Civile?”

“Certo! e ricordati: Via De Gasperi 21, primo piano!” esclamò Silvestro, uscendo.

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Rosanna Bogo

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La festa nel parco

Picnic

La signora Maria arrivò portando con sé una sediolina impagliata e una busta di tela chiara con il lavoro a maglia; era una donna bassa e pingue; i capelli, non ancora completamente bianchi nonostante l’età, erano raccolti in uno chignon alto sulla nuca. Giunta vicino al gruppetto salutò tutti con un cenno della testa, si accomodò sulla sua sedia poi tirò fuori i ferri con un lavoro già iniziato e cominciò subito a sferruzzare.

«E il tuo Martino, quant’è che non lo vedi?» le chiese la sorella Adele che era arrivata col marito Giovanni un po’ prima di lei e si era seduta in quella zona più illuminata, dove poteva lavorare a maglia più a suo agio. «Da qualche giorno – rispose Maria – ma ci sentiamo tutte le sere.» «Sta bene» proseguì, osservando da sopra gli occhiali il cognato che, già un po’ annoiato, si guardava intorno cercando qualche conoscente. «E’ presto, Giovanni – fece Maria – la festa è cominciata ora e i vecchietti come noi ce ne mettono di tempo ad arrivare. Io vengo da vicino, ma i tuoi amici chissà quanta strada devono fare!»

Giovanni si appoggiò allo schienale della panchina, le grandi mani aperte con le palme appoggiate sullo spesso velluto dei pantaloni marroni. Faceva freddo, come quasi sempre in occasione della festa annuale, e  si era vestito con attenzione: la bronchite era sempre in agguato ma lui non poteva mancare a quella riunione.

Qua e là erano stati accesi i primi fuochi, gruppetti di persone si fermavano a parlare, qualcuno si sedeva vicino ai conoscenti sulle panchine oppure sulle sedie che i più previdenti si erano portati appresso e avevano disposto a gruppi sotto i vecchi alberi, dritti e scuri, che di giorno ombreggiavano tutta la spianata.

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Dr J. Iccapot

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Finalmente Halloween

Filippo stava per uscire di casa quando, dalla camera da letto, sua moglie gridò: “Prendi il cappello, che fuori fa freddo!” Già, il cappello; non lo aveva preso.

Come facesse sua moglie Elvira, rannicchiata nel caldo del letto, a sapere che fuori faceva freddo e, soprattutto, che lui non aveva preso il cappello, era un mistero su cui non valeva la pena indagare, anche perché rischiava di arrivare in ritardo al lavoro.

“Me lo metto, stai tranquilla!” rispose Filippo, tornando sui suoi passi. Aprì il guardaroba e scelse una coppola: marrone, per rimanere in tono con il cappotto color cammello che indossava.

D’inverno Elvira aveva la fissa del cappello; lo costringeva a tenerlo sempre in testa con la scusa che ‘nelle sue condizioni’ rischiava di prendersi un brutto colpo di freddo ogni volta che metteva il naso fuori di casa. In effetti la capigliatura di Filippo, anno dopo anno, si era diradata e un cappello, oltre a tenere al caldo il suo cranio lucido, nascondeva la calvizie. “Non mi piacciono né gli uomini grassi né quelli calvi” ripeteva spesso la moglie. Non voleva che ingrassasse: la pancetta che arrivava con la maturità era notoriamente nociva. Filippo era rimasto longilineo ma contro la calvizie, ahimé, non c’erano stati rimedi.

Con le chiavi già in mano per aprire il portoncino dell’appartamento, ben attrezzato per affrontare la giornata fredda, fu raggiunto da un nuovo richiamo: “E stasera ricordati di entrare dal giardino!”

Filippo si fermò: perché diamine doveva rientrare passando dal cancelletto del giardino? Era una qualche nuova stravaganza della moglie? Rimase un attimo con il mazzo di chiavi a mezz’aria, poi chiese perplesso “Perché?”

La voce della moglie, ancora assonnata, aveva il tono di un rimprovero: “Oggi è Halloween, te lo sei scordato?”

“No, come potrei! “ rispose Filippo, che proprio se ne era dimenticato.

Poi aggiunse “A stasera!” e uscì di casa.

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Dr J. Iccapot

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Il diario di Martino – La lettera – III

Terza e ultima parte.

Qui la seconda parte.

All’improvviso rividi la scena, come se non fossero passati gli oltre settant’anni che me ne separavano.

Era una giornataccia d’inverno, fuori pioveva e io avevo portato il mio libro sul tavolino di cucina; la mia stanzetta era freddissima in quella stagione perciò, quando potevo, mi rifugiavo nella grande camera da pranzo dove, tra l’acquaio e il focolare, la mamma preparava cena. Lì c’era caldo e anche una illuminazione più viva; quella sera il vapore della pentola del minestrone di verdure riempiva l’aria di un buon odore.

Babbo Tommaso era rientrato da poco dal lavoro, stanco come al solito, e si era seduto sulla sua sedia impagliata che aveva avvicinato al focolare, mettendo sotto i piedi un panchetto di legno per tener le suole delle scarpe meglio esposte al calore; sonnecchiava.

Io, col librone di “Coltivazione delle miniere” aperto stavo facendo un esercizio assegnatoci per il giorno dopo; con la mia boccettina d’inchiostro poggiata con cura su un angolo del tavolo, scrivevo formule, buttavo giù calcoli, mi appuntavo i valori intermedi su un quadretto di carta di brutta copia per riportarli poi su un quaderno.

All’improvviso, fuori era già notte e, come dicevo, stava piovendo, si sentirono due colpi alla porta, secchi: un bussare che ci era noto.

“Zio Giovanni!” annunciai alla mamma, che si voltò semplicemente per dire “Entra, Giovanni”: sapeva che lo zio non si sarebbe mai permesso di girare la chiave, che era nella porta, ed entrare senza che qualcuno gliene avesse dato il permesso.

Lo zio entrò, gocciolando di pioggia, e mise l’ombrellone verde accanto alla porta della cucina, che era poi la prima stanza a cui si aveva accesso da fuori. La mamma mi dette un’occhiata ma io sapevo già cosa fare: presi una sedia e la misi davanti al focolare, lo zio si tolse la giacca, fradicia, e si mise a sedere ad asciugarsi un po’ i pantaloni mentre il babbo, destato da quel po’ di trambusto, tornava cosciente e cominciava a scambiare le prime usuali frasi di convenevoli.

Giovanni era diventato mio zio da poco tempo: aveva sposato da pochi mesi Adele, la più giovane delle sorella di mamma Maria, ma il loro fidanzamento era durato diversi anni e così da tempo era diventato di casa anche da noi.

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Dr J. Iccapot

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

errebi, Il Natale di Idik

Un Natale diverso, lontano nel tempo e nello spazio.

Qui il link per scaricare il file: errebi, Il Natale di Idik (33)

 

 

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admin