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Gennaio – Nuvole

Acrilico, 39×50 cm (2012)

 

Nuvole, ovvero strutture frattali, fatte di vapore acqueo, apparizioni quotidiane che possono però assumere varie configurazioni come per esempio una grigia coltre di nebbia alta o cumuli di nuvole temporalesche che vengono minacciose dall’orizzonte. Sono senza dubbio le nuvole cumuliformi a stimolare la nostra fantasia. Per molti artisti furono fonte d’ispirazione, temi per le loro opere che tuttora non hanno perso il loro fascino. Pensiamo solo a W. Turner, C.D. Friedrich e tanti altri che potevano creare delle atmosfere ed emozioni forti con le nuvole, svegliando sentimenti e presagi. Possono suscitare vaga fiducia, disgrazia incombente, processi misteriosi e inquietanti, ma anche nostalgia, serenità interiore e felicità. Qualcuno vede dei cavalli selvaggi impennati, un altro uno gnomo sogghignante, forse persino quello che lancia i fulmini. Tutte queste visioni hanno contribuito al concetto che l’uomo, già in tempi remoti, abbia collocato l’olimpo degli dei nel firmamento.

Il cielo con le sue nuvole e oltre questo, l’infinito dell’universo…
… non rimane più tanto spazio nascosto per gli dei.

Nel Caucaso la nuvola rappresenta anche un importante elemento stilistico per l’arte della tessitura dei tappeti. Oltre le forme stilizzate la nuvola (Bulut) assume spesso delle forme fantastiche di bestie terrificanti, di figure fiabesche e di esseri paranormali.

Anche nella musica di Aram Khachaturian ci sembrano far capolino da una nuvola degli esseri immaginari che vengono poi, in un attimo, dispersi e cancellati dal vento.

(Traduzione di R. Battilani)

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Johann Widmer

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Novembre – Ritmico

Acrilico, 35 x 50 cm (2011)

 

Rosso-magenta, un rosso che non diventa mai veramente allegro, che ha perso il suo calore per opera di una leggera sfumatura blu, diminuendo la forza intrinseca del rosso. Nella freddezza del colore si intuisce una silenziosa maliconia, il rosso vivace del sangue diventa colore di lutto. E’ il colore dei martiri come il rosso-carminio in fondo al quadro, forse meglio intenso come colore del fanatico. Il rosso ha nuovamente acquisito calore senza tuttavia essere un fuoco divampante, è piuttosto il colore della brace misteriosa, un focolaio che – in ogni momento – potrebbe trasformarsi in una tempesta di fuoco.

Ma quello che conferisce veramente vita al quadro sono le linee e i punti.

La orizzontale, simbolo di sicurezza, sensazione di terra e fermezza diventa qui un fattore imprevedibile, addirittura „insicurezza“, dovuta alla piega che la orizzontale prende verso il basso. La linea sottrae all’osservatore la terra sotto i piedi e lo trascina con sé fino al punto più profondo. La linea stessa si è sciolta, è fatta di piccoli segni diffusi che si possono interpretare come una specie di scrittura che suggerisce una sorta di comunicazione proveniente da un mondo sconosciuto.

Mentre la orizzontale è sinonimo di equilibrio statico e di esistenza immobile, la verticale è sempre legata al movimento; cade dal cielo o cresce dal basso verso l‘alto. In qualsiasi direzione si muovano le verticali – allineate come in questo quadro – rappresentano una divisione del tempo, una sequenza di ritmi, sono musica. Come per esempio la musica di Philip Glass che scrisse delle composizioni nelle quali si ripetono sempre sequenze di suoni simili che possono ispirare un quadro come questo.

Non è una musica facile ma ci si può immedesimare e imparare ad apprezzarla ascoltandola attentamente, trovando il tempo necessario e disponendo di una certa calma interiore.

(Traduzione di R. Battilani)

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Johann Widmer

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Ottobre – Orizzonte

Acrilico su tavola, 48 x 45 cm (2011)

 

Al giorno d’oggi è ancora lecito dipingere dei paesaggi o quadri che ricordano paesaggi nel momento che la pittura è stata dichiarata morta e superata? Possiamo ancora dipingere dei quadri che prendono in considerazione i nostri sentimenti estetici e che rallegrano il nostro animo? “Con la pittura non si può esprimere più niente”. Questa è la frase che attualmente si sente dire spesso e senza pensarci troppo. Ma – siamo sinceri – cosa esprimono le tante sciochezze postmoderne e concetti d’arte pseudo-intellettuali?

Ma tralasciamo la polemica e rallegriamoci dei quadri che ci piacciono. Hegel riteneva che un’opera d’arte non esiste per sè stessa ma per un pubblico che, guardando e godendola, riesca a instaurare un dialogo con l’opera. Una opinione obsoleta?

Come se l’uomo, da allora, si fosse evoluto “in avanti”, diventando più moderno. Dovunque stiamo la nostra esistenza è delimitata da un’orizzonte che non si allarga nemmeno stando sulla punta dei piedi. Anche il nostro pensare ha i suoi limiti, anche qui viene stabilita una linea d’orizzonte che di volta in volta si allarga o si restringe. Potrebbe persino darsi che la nostra linea d’orizzonte abbia l’impronta della regione dove siamo cresciuti e nella quale viviamo. Se si tratta di una linea lontana dove il cielo e la terra si toccano in una pianura quasi sconfinata o di una linea tagliente, dentellata, di vette montane che spingono il cielo più in alto; tutto questo ha sicuramente un’ influenza sul nostro comportamento e sul carattere delle persone.

Persino nel mondo urbano troviamo una linea d’orizzonte che spesso fugge al nostro sguardo, essendo molto in alto tra i grattacieli. All’improvviso il primo piano diventa importante: vetrine, passanti, macchine, cartelli stradali, colori, luci, movimento, fretta… É un mondo senza orizzonte, privo del passaggio dalla terra al cielo, senza alcuna linea che stuzzica la nostra curiosità per vedere cosa ci possa essere oltre…

Ma mai si potrà oltrepassare questa linea.

Qualche volta però constatiamo con stupore che la linea d’orizzonte è sparita o percepita solo vagamente perchè si è aperta una nuova dimensione; la nebbia che lascia sparire gli orizzonti interni ed esterni.

Un preludio per pianoforte di Claude Debussy “Brouillard” esprime molto bene l’atmosfera di questo quadro, pur non essendoci delle sfumature blu-grigie e gialle come nella musica. Ma questo è già il motivo per un quadro nuovo.

(Traduzione di R. Battilani)

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Johann Widmer

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Settembre – Cerchio Bianco

Acrilico, 50 x 60 cm (2011)

 
Due sono i componenti dominanti in questo quadro: il color verde e il cerchio.

Partendo dal centro il verde chiaro cresce e infine scompare nell’oscurità del verde-pino. Questo colore trova spesso resistenza, forse per la mancanza di luminosità, necessario per la crescità e prosperità. Ma nella sua profondità il verde scuro è persistente, duraturo e calmante. Assomiglia al colore di una dea tibetana: la verde Tara. É la dea della calma, della dolcezza e della conciliazione.

Da questa fondamenta di calma statica irrompe il verde chiaro della primavera, della vita e del rinnovamento. C’è il verde di quella pietra che promette l’immortalità. Nella zona di passaggio dei colori si trova un cerchio bianco, delimitazione verso l’esterno e l’interno.

Il cerchio come movimento intorno ad un centro, simbolo dell’eterno ritorno, un segno che ci suggerisce sicurezza, protezione ma anche limitatezza e difficoltà. Dipende da quale parte della periferia ci troviamo. Il cerchio può anche contenere un volume, può essere inteso come sfera. Essa è il risultato della gravitazione poichè tutte le forze agiscono in maniera uguale verso l’interno, verso il centro. Non esiste un “sotto” nè un “sopra”, in tutte le posizioni domina la stessa curvatura, il simbolo della perfezione.

Il nostro mondo attuale viene dominato dalla linea retta, allineata prevalentamente orizzontale o verticale. Ci troviamo in un ambiente che nega tutte le forme naturali e contemporaneamente vuole incasellare il nostro pensiero in scattole quadrate. La cella in forma di cubo dovrebbe suggerire la perfezione. La linea curva agisce direttamente come provocazione.

La linea curva e il cerchio non sono soltanto piacevoli sorprese al nostro sguardo. Ci consentono anche un importante ampliamento dell’orizzonte nel nostro mondo quadrato.

Godiamoci la sensazione piacevole e tonda che ci trasmette una mela nella nostra mano e dimentichiamo per un momento di essere noi stessi prigionieri in uno spazio cubico.

(Traduzione di R. Battilani)

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Johann Widmer

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Agosto – Valzer


Acrilico, 50 x 60 cm (2011)

 

In questo quadro domina meno il colore e più la forma, il triangolo.

Nei suoi scritti teorici W. Kandinsky associa al triangolo il colore giallo. Non c’è tanto da stupirsi poichè recepisce gli angoli appuntiti in modo agressivo e attivo, caratteristiche anche attribuite al giallo.

Il nostro triangolo dev’essere più aperto, offrire molteplici possibilità di interpretazione e deve conferire al giallo una certa allegria. Non dovrebbe essere una figura rigida, statica, bensì un campo mobile.

La rastremazione verso l’alto fa pensare ad una certa crescita organica, al volare, al superamento della forza di gravità che a sua volta si attiva verso il basso, conferendo alla base del triangolo peso e stabilità. É la forza che impedisce agli alberi di crescere fino in cielo. Secondo i pitagorici queste due forze opposte creano le forze del mondo, tra queste agisce la forza che unisce il tutto, la forza che genera la vita.

La più semplice tra le figure geometriche – formato da tre punti uniti tra di loro – ha sempre affascinato l’essere umano. In tutte le culture di tutti i tempi riemerge questo simbolo semplice del “numero magico”, tre.

Non c’è due senza tre.

Nella musica riconosciamo il ritmo ternario soprattutto nel valzer. Una danza sospesa e volteggiante, un lento scivolare che ci libera dalla gravità, che ci fa desiderare il volo, conferendo al colore giallo un carattere allegro.

Il valzer è l’opposto della marcia che ci lega con entrambe le gambe al suolo. Ci racconta della guerra, della morte dell’eroe, del dovere e dell’ordine, della bandiera e della patria. Allora è meglio restare con il valzer e lasciarsi trascinare dai suoi suoni e dal suo ritmo verso mondi migliori.

(Traduzione di R. Battilani)

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Johann Widmer

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Luglio – NIU

Acrilico, 50 x 50 cm (2011)

 

In Cina il colore giallo riscuote una valutazione molto positiva. Giallo è il colore del quinto punto cardinale, del “centro”, è il colore della terra e dell’imperatore. Il giallo è la metafora della gloria e dello sviluppo permanente.

Nella nostra cultura il giallo ha spesso una cattiva reputazione poiché viene associato all’invidia, all’avarizia e alla falsità.

Il pittore Kandinsky trova che il giallo abbia un effetto eccitante e “punge, agita e mostra il carattere del colore che agisce sull’animo in modo sfacciato e impertinente… potrebbe agire come espressione colorita della pazzia.”

Van Gogh era senza dubbio un grande maestro del colore giallo. Nei suoi quadri ritroviamo il calore dorato del sole nel giallo-oro dei campi di grano accanto al giallino di un “cielo limone-pallido contro pini in preda alla disperazione.”

L’ambivalenza del giallo dimostra quanto questo colore sia scomodo: soltanto il giallo puro e vero possiede la brillantezza e la forza e solo quando tende leggermente al rosso diffonde calore. Schiarendo il giallo esso appare opaco e malaticcio, scurendolo invece appare sporco e perde la sua dinamica.

In Cina l’elemento terra viene rappresentato tramite un quadrato giallo, è il mondo che porta il cielo e nutre uomini e animali. La terra è il destino del contadino cinese.

Lo scrittore cinese Shen Congwen scriveva negli anni quaranta del secolo scorso la novella “il bue”, in cinese “Niu”.

I personaggi principali sono un contadino e il suo bue. La dipendenza reciproca dell’uomo e dell’animale e la loro comune lotta per la sopravvivenza sulla terra gialla descrive le fondamenta dell’agricoltura cinese. Lo zio Niu e il suo bue riescono a sfidare l’avversità delle intemperie, della terra arida e della fame incombente fin quando un giorno il governo distrugge questa alleanza tra l’uomo e l’animale portando via il bue al contadino. Ciò che rimane è il giallo della terra che senza cure e sudore diviene sterile. Il giallo del suolo Loess diventa il giallo della sabbia del deserto. È la polvere gialla che in certe giornate dell’anno oscura il sole di Pechino.

È il ricordo al contadino e al suo bue.

È il monito per un futuro senza contadini.

(Traduzione di R. Battilani)

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Johann Widmer

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Giugno – Il piccolo giardino della felicità

Acrilico, 60 x 60 cm (2011)

 

Quando il grande nichilista Nietzsche parla della vegetazione della felicità con le seguenti parole “vicinissimo alle pene del mondo e spesso sul suo terreno vulcanico l’uomo ha creato i suoi piccoli giardini della felicità” intende la rassegnazione derivata dalla conoscenza, la pacatezza che spesso l’uomo sviluppa invecchiandosi.

La terra vulcanica, generalmente di un colore rosso-marrone è conosciuta per la sua particolare fertilità. E’ il colore della rassegnazione, il colore dell’agiatezza e della sicurezza. La forza vitale del rosso viene spezzata. Nell’arancione si intuisce ancora un po’ la forza del rosso, ma non appare più come un fuoco ardente e divampante, ma fa soltanto l’effetto di una sorgente calda, in particolare laddove diventa il colore marrone della terra. Un colore che conferisce un aspetto vagamente arcaico, comodo, persino un po’ piccolo-borghese e non vuole più evocare qualcosa di grandioso; rappresenta la rassegnazione, l’arrendersi al destino e la tipica saggezza dell’età avanzata. Ma in questo contesto rilassante riemergono dei ricordi, ricordi dei tempi passati quando il rosso era ancora il colore dominante. Dunque, il mondo probabilmente in nessuna epoca non era né meglio né peggio, è sempre stato quello che noi ne abbiamo fatto. E noi, gli esseri umani… ma questa sarebbe un’ altra storia.

Per accompagnare il tutto con un sottofondo musicale gratificante si potrebbe ascoltare il concerto per fagotto di W.A. Mozart. Questo è veramente un piccolo giardino della felicità.

(Traduzione di R. Battilani)

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Johann Widmer

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Maggio – Il fiore blu

Acrilico, 40 x 50 cm (2011)

 

Il sogno del “fiore blu” o meglio detto il desiderio di una vita sensata, la nostalgia di eterna fedeltà e l’intuizione di un mondo migliore – da qualche parte nella lontananza blu – sono dei concetti del romanticismo, che possono però tuttora avere validità.

Il blu, questa luce fresca della lontananza e dell’ampio cielo risveglia anche in noi la nostalgia.

Può sollecitare in noi la voglia di un viaggio, di tranquillità e di rilassamento, può favorire la nostra creatività o condurci ad una conoscenza spirituale, in ogni modo comunque ci mette sempre le ali.

Il blu chiaro nella cornice scura porta verso l’alto, è la luce della speranza, senza la quale una vita gratificante sarebbe inimmaginabile.

Sentimenti e impressioni simili possono essere svegliati in noi dalla musica, come per esempio il genere “Blues”. In esso troviamo spesso una sfumatura di melancolia, quasi malinconico, il profondo blu, che fluttua tra gli estremi del viola al turchese, e al di sopra una voce che sale in alto, che sogna nostalgia, cinta da un sentimento di fiducia. Messaggi chiari, senza esagerazione e senza falso pathos. Poesia del fiore blu.

Il Blues che va dritto nell’anima, per esempio quello cantato da Bessie Smith, potrebbe essere adatto a questo quadro come musica di fondo.

(Traduzione di R. Battilani)

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Johann Widmer

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Aprile – Oro

Acrilico, 40 x 40 cm (2011)

 

Ci si può domandare, se l’oro possa essere considerato un autentico colore, o piuttosto una lucentezza colorata. La luminosità del giallo viene cambiata e intensificata tramite il brillio metallico, in modo tale da rendere difficile la classificazione dell’oro all’interno dei colori “comuni”.

Il suo uso crea inoltre non poche difficoltà nell’accostarlo agli altri colori. Meglio si coniuga l’oro con le tonalità del giallo, come per esempio il giallo di Napoli nel nostro quadro. Il giallo pallido accoglie in sè, quasi senza stacco, il disco dorato e la lucentezza dorata si disperde gradualmente verso il bordo del quadro.

L’oro in pittura non è mai stato e non è tutt’ora particolarmente apprezzato. Veniva soprattutto impiegato per rappresentare il “divino” nelle pitture sacre del Medioevo. Anche successivamente, ogni tanto, da qualche parte fa capolino una chiazza dorata. Tuttavia essa compare sotto forma di un “giallo oro” caldo, ma privo di lucentezza. Un grande maestro nell’uso dell’oro fu senza dubbio il pittore Liberty Gustav Klimt, che aveva capito come mantenere la sua caratteristica dorata, senza farlo degenerare in orpello kitsch.

É interessante mettere in contrasto l’oro con gli altri colori.

Nel Medioevo si evidenzia spesso la combinazione di un blu profondo (il mantello della Madonna) con l’oro. Così il blu viene rafforzato e trasmette una sensazione di calma, quasi meditativa; l’oro brilla sullo sfondo scuro in modo intenso.

Inoltre la stessa combinazione riuscita si può osservare sulla bandiera europea, dove troviamo un profondo blu con il cerchio di stelle dorate: “l’armonia tra persone della stessa opinione in un cerchio dorato”

Nel nostro quadro il rosso di Borgogna presenta, nel centro, il contrasto con il disco lucente, tale da rafforzare la brillantezza dorata e scurire il rosso intenso. Quest’ultimo diventa una forza che agisce verso l’interno, unendo il tutto e preservando il cerchio esterno dal suo scioglimento definitivo.

É il colpo del Gong nella musica, il breve, duro e oscuro colpo, al quale seguono una vibrazione metallica, un canto dorato e un volteggiare leggero, che porta fino ad una sfumatura lontana. Il suono del Gong ha qualcosa di imponderabile e risveglia una sensazione tale e quale a quella forse provata da un cercatore d’oro, nel trovare nella padella la sua prima grande luccicante pepita.

(Traduzione di R. Battilani)

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Johann Widmer

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Marzo – Sacre du Printemps (Sagra di Primavera)

Acrilico, 60 x 70 cm (2011)

 

Il rosso è un colore statico. Contrariamente alla dinamica del blu e del giallo, il rosso rimane fermo al suo posto, vigoroso e carico di energia, agendo dall’interno. La larga gamma dei rossi può essere utilizzata come espressione di fuoco, calore, aggressione e ira, fino ad arrivare alla morte e allo spargimento di sangue.

Il rosso può anche essere inteso come simbolo d’amore o, nella cultura cinese, come colore della fortuna.

Se il rosso tende verso il giallo, ovvero quando vi si mescola del giallo, il colore rosso inizia a splendere e il calore diventa piacevole, l’aggressione diventa ottimismo e l’ira diventa coraggio. Tutto si sviluppa fino al momento in cui il rosso e il giallo raggiungono un punto morto nell’arancione. Qui la forza e la dinamica si annullano a vicenda.

Quando il rosso tende al blu il fuoco divampante si spegne velocemente e diventa brace, mutandosi in riflessivo e misterioso. É il fuoco sull’altare di una ceremonia sacrificale e notturna.

Alla proprietà statica del colore rosso si addice la forma del cerchio. La forza concentrata del colore viene tenuta insieme dalla circonferenza.

Quello che ci fa tendere l’orecchio è il colpo di timpano, sono i momenti potenti, carichi di energia e di tensione.

Sono gli accenni vigorosi che fermano per un attimo il flusso del tempo. La musica è in gran parte il frutto del costante fluire del tempo nel quale si susseguono in una sequenza variopinta, colore su colore, intorno ai fari rossi della forza e del fuoco.

Ad uno di questi fari della “SACRE DU PRINTEMPS” di Igor Strawinsky è dedicato questo quadro.

(Traduzione di R. Battilani)

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Johann Widmer

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Lev Tolstoj, Il servo e il padrone

Spostarsi quando c’è la neve è sempre stato difficile; basta poco per sfiorare un dramma.
Se Mark Twain ci racconta quello che può succedere in un viaggio in treno, Lev Tolstoj narra invece di uno spostamento in slitta.

Lo potete scaricare da qui: Lev Tolstoj, Il servo e il padrone (12).

 

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Dr J. Iccapot