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Principe di Galles

«Pulisciti la faccia, è tutta sporca!»

«Mamma!»

«Che c’è, non ti posso più dire di pulirti la faccia? Prendi il fazzoletto dalla tasca e passalo sulle guance. Anche sotto il naso.»

«Non ho un fazzoletto, mamma!»

«Come, non hai un fazzoletto, io ti mettevo sempre un fazzoletto di cotone makò nella tasca destra dei pantaloni prima che tu uscissi di casa. Tua moglie non lo fa?»

«Il fazzoletto di cotone  ora lo usano solo i vecchietti delle case di riposo. Le persone normali comprano i fazzolettini di carta, usa e getta!»

«E li usi anche tu? E da quando?»

«Oh, ma sei proprio vecchia, sai? Figurati che la prima volta li ho visti in mano alla professoressa di scienze, al liceo, te la ricordi?»

«Certo che me la ricordo! Mi sono mai persa un ricevimento dei genitori? Ma saranno passati trent’anni…»

«Anche di più, mamma, anche di più.»

«E questi fazzolettini di carta dove li tieni? Prendili, sono sempre meglio di niente.»

«Sono nella borsa del computer, in una tasca laterale; ma la borsa non la vedo, adesso; non so dov’è, forse qui accanto a me…»

«Sì, è li accanto, non la vedi, non ce la fai a prenderla?»

«No, mamma, mi fa tanto male la testa e mi sento così stanco.»

«Piccolo mio, ti esce il sangue dal naso, devi tamponarlo!»

«Non ce la faccio, mamma.»

«E poi non devi stare sdraiato per terra con quel bel vestito, un “Principe di Galles” vero? Si sporcherà tutto!»

«Anche babbo aveva un “Principe di Galles”, me lo ricordo.»

«Era il suo unico vestito ‘buono’, quello dei giorni di festa. L’aveva comprato per il matrimonio di tua sorella e lo portava anche quando ti sei sposato tu.»

«Sì, questo l’ho comprato apposta, per avere qualcosa come lui. Io di vestiti ne ho tanti e nel mio armadio ci sono così tante cravatte che non so più dove metterle. Ma il vestito di babbo dove è andato a finire?»

«Non te lo ricordi?!»

«No, mamma.»

«E’ l’ultimo vestito che gli abbiamo messo…sei andato proprio tu a prenderlo a casa quando è successo… il fatto. Non ti ricordi che gli hai anche messo nella tasca interna una foto di tutta la famiglia?»

«Ah già … babbo è morto.»

«Ma cosa ti è successo, perché sei finito lì per terra?»

«Stavo parcheggiando l’auto e un tizio, dietro di me, ha cominciato a suonare il clacson.  Poi è uscito dalla sua auto, ha cominciato a sbraitare, urlava che questo parcheggio era il suo, che lui la sera parcheggiava sempre qui… Sono uscito dall’auto anch’io, lui mi ha aggredito, ha cominciato a picchiarmi…Lo sai che io non ho fatto mai a botte con nessuno…»

«Lo so, lo so, sei sempre stato un bravo bambino!»

«Ma ora non sono più un bambino, mamma, lo sai!»

«E tu lo sai che la differenza di età tra me e te è rimasta la stessa? Per me sarai sempre il mio bambino.»

« … quel tizio mi ha preso a pugni, ho cercato di difendermi, ma che ne so io come si fa…mi ha colpito al fegato, poi un paio di volte in faccia. Mi ha fatto un male terribile, sento le labbra gonfie, deve avermi anche rotto dei denti… poi sono caduto per terra, ho sbattuto la testa sull’asfalto… Mi fa tanto male la testa…»

«Ti esce il sangue da un orecchio…»

«Lo sento, lo sento…. Speriamo che arrivi qualcuno ad aiutarmi. Tu non puoi fare niente per me, mamma?»

«Cosa vuoi che possa fare io, povera vecchia… Prova a darmi una mano, cerco di rialzarti.»

«Non ce la faccio a muovermi, mamma, sono così stanco… devo chiudere gli occhi, ho bisogno di dormire…»

«Ecco, chiudi gli occhi, ma allunga la mano… ancora un po’ … ora ti tengo, piccolo mio, alzati su… Sono venuta a prenderti, vieni con la mamma. Ti porterò dal babbo e dai nonni, tra poco saremo di nuovo tutti insieme. Vero che adesso non senti più dolore?»

«No, mamma, ora non sento più nulla; vengo con te adesso, andiamo.»

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fuchs

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Il posto giusto per vivere

Da una foto di Enrico Maestrini

Scritto in occasione dei 50 anni del mio comune, dedicato agli amici Johann e Augustine.

Quando Johann e Augustine arrivarono qui, oltre trent’anni fa, avevano ancora negli occhi il sole dell’Africa. Avevano ancora nella mente le filastrocche e nelle orecchie le voci dei bambini. Dopo aver visto il deserto non puoi trasferirti in una città. Dopo aver guardato il cielo stellato nel nero assoluto di quelle notti, non puoi più abituarti alla luce forte dei lampioni. Hai bisogno di spazio, di natura, di silenzio, di buio. E’ per questo, forse, che la nostra campagna apparve ai loro occhi come il posto in cui cercare e trovare pace. Il posto in cui lasciare che il tempo facesse il suo corso naturale, ma un tempo più umano e più mite.

E così scelsero la loro casa, giù nella valle sotto il paese, un vecchio podere fatto di mattoni e fatica, di tegole e sogni. Le cose materiali si possono sempre sistemare se dentro di noi l’equilibrio è stabile.

Nella loro nuova casa c’è abbastanza spazio per tutto l’essenziale: tanto spazio per l’arte e per la musica, spazio per ospitare gli amici, spazio fuori per conoscere il sudore di chi coltiva la terra. Per i fiori, per i frutti, per gli animali e per i bambini. Affacciarsi alla finestra vuol dire godere dei campi coltivati dalle mani sapienti dei contadini maremmani, e a guardare bene puoi immaginarti il mare, disteso oltre le colline. Il paese se ne sta abbarbicato sul monte, come una lucertola immobile sotto il sole. Fa compagnia, soprattutto la sera quando si spegne il sole e si accendono le stelle ed il buio, là fuori, è nero come il buio. Notte, silenzio, stelle da osservare e pensieri in viaggio dalla  mente all’infinito. E, con un piccolo telescopio, le mille facce della luna.

Ogni giorno un po’ di tempo per le cose che si amano. La vita si nutre delle piccole occupazioni quotidiane. Può nutrirsi di musica, quando questa fa parte dell’anima. Lassù al paese ci sono persone che sanno suonare e che hanno voglia di cantare. Lassù al paese si può creare qualcosa, magari un coro o un piccolo gruppo di strumenti. Magari si possono incontrare ragazzini con la musica nell’anima, che diventeranno adulti con la musica nell’anima e che continueranno a suonare anche quando le loro vite prenderanno strade diverse. Magari.

E poi il tempo corre e si mangia le stagioni. Gli inverni sono miti, di rado si vede la neve che quando viene dura poco. Le estati sono calde e buone, portano frutti e colori. Nelle valle si continua a suonare, a comporre musica, a dipingere, a creare opere d’arte ispirate alla natura e all’uomo. Si combattono battaglie dure, si vincono guerre importanti. Si fanno viaggi lunghi su strade affollate, ma poi si torna sempre lì, allo stesso indirizzo, come se lì, oramai, ci fossero le radici.

E intanto il futuro diventa passato, come accade sempre. Il coro, insieme ad altri creato e cresciuto, è un figlio che ha avuto nelle gambe abbastanza forza per camminare da solo, lassù al paese. Il gruppo strumentale invece è come un frutto comodamente adagiato sulla pianta, e non cade. Continua ad esistere, con il suo carico di calore umano, fatto di ragazzini diventati adulti ed altri, nuovi, che arrivano.

Fuori dalla finestra il tramonto non è mai cambiato. Il paese è ancora abbarbicato sul monte, immobile sotto il sole. E se guardi bene, con occhi saggi, puoi ancora scorgere il mare, adagiato e calmo, al di là delle colline.



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Beatrix

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Il regalo più gradito

Un racconto di Donatella Quaranta.

“Che brutto tempo!” pensò Linda guardando fuori dalla finestra della sua stanza.

In quel pomeriggio di fine autunno il cielo plumbeo proiettava i suoi riflessi grigiastri sul giardino, rendendo uniforme e incolore il paesaggio. Il vento intenso agitava le fronde di un giovane arancio e, mutando continuamente direzione, strappava dal vecchio noce le ultime foglie avvizzite che, cadendo, senza toccare il suolo, sollevate dai refoli, formavano dei mulinelli qua e là.

Seduta allo scrittoio, Linda giocherellava distrattamente con la matita, immersa nei suoi pensieri.

Aveva aperto il quaderno per svolgere gli esercizi assegnati: due problemi di aritmetica da risolvere. Ma non aveva voglia di fare i compiti.

Da quando la sua mamma era volata in cielo, fare qualsiasi cosa era diventato mille volte più pesante. Senza il suo sorriso, o le sue parole dolci che le davano calore e sollievo, tutto le sembrava duro e faticoso. Anche i compiti scolastici.

Aveva otto anni, soltanto otto anni! Non riusciva a spiegarsi perché alla sua mamma era stato chiesto di andare in cielo e lasciare lei e la sorellina sulla terra, prive del suo affetto, nonostante fossero ancora così piccole! E poi… tra pochi giorni sarebbe stato Natale… il primo Natale senza l’adorata mammina…

Nell’atrio della scuola era stato collocato un abete alto alto. Era stato addobbato con un’ infinità di nastri argentati, con mille sfere colorate e tante lucette bianche intermittenti. Uno splendore.

Come ogni anno, ciascun bimbo, alunno della scuola, avrebbe dovuto scrivere una letterina a Babbo Natale. Le maestre avrebbero appeso ogni letterina all’albero, legandola con un nastrino rosso. L’albero si sarebbe arricchito dei desideri dei bambini, racchiusi in decine e decine di bigliettini.

Anche a Linda era stato chiesto di scrivere la letterina, ma da subito si era dimostrata restìa. Quest’ anno, a differenza degli anni precedenti, non aveva alcuna intenzione di avanzare richieste a Babbo Natale. Non era nella disposizione d’animo adatta.

“Non scriverò quella stupida letterina a Babbo Natale! Non mi va!” pensò, mentre due lacrimoni le rigavano le guance. “Tanto so già che Babbo Natale, quest’anno, non potrà esaudire il mio desiderio! Lui può solo portarmi i giocattoli in plastica, le bambole, i peluche, ma non una persona vera! Invece l’unica cosa che vorrei potergli chiedere è di riportarmi indietro la mia mamma! Ma so che è impossibile”.

Aprì il cassetto alla sua sinistra e tirò fuori un piccolo quadernetto con la copertina di tessuto beige con i fiorellini stampati. Era un diario segreto, con tanto di lucchetto e chiave.

“Serve per annotare i pensieri che attraversano la nostra testa e che non abbiamo voglia di rivelare agli altri” le aveva detto la zia quando glielo aveva regalato. “Il diario è un ottimo amico, potrai confidargli ciò che senti, le tue riflessioni, le tue idee e i tuoi desideri. Lui conserverà tutto ciò che scriverai e sarà muto come un pesce!”.

Linda aveva apprezzato il dono e, ultimamente, faceva ricorso spesso al suo piccolo amico.

Aprì il diario e rilesse ciò che aveva scritto il giorno prima: “Ho sentito in tv che tra pochi anni potrebbe esserci la fine del mondo. Se succedesse, sarei davvero contenta. Non perché io voglia morire, solo perché in questo modo potrei rivedere presto la mia mamma!”.

Linda non scrisse la letterina, non chiese nulla a Babbo Natale e la vigilia di Natale andò a letto, come tutte le altre sere, al solito orario.

All’improvviso una luce sfavillante riempì la sua cameretta come se fosse stata illuminata da migliaia e migliaia di candele. Tutto intorno a lei scintillava. Una sfera bianca luminosissima, della dimensione di una pallina da tennis, ricca di filamenti penduli che si flettevano oscillando, danzava per la stanza. La sfera si avvicinò lentamente a Linda, si posò sul guanciale e, repentinamente, assunse la forma di un bellissimo angelo. Era un angelo di luce bianca, abbagliante, con due ali bellissime e imponenti. Battendole lentamente e continuamente, l’angelo si avvicinò all’orecchio di Linda e le disse: “non essere triste piccola Linda, non sei sola. La tua mammina veglia sempre su di te, qualunque cosa tu faccia. Ti è sempre vicina e lo sarà in ogni momento in cui avrai bisogno di lei. Quando sei stanca, quando ti senti sola, rivolgi a lei il tuo pensiero e vedrai che tutto ti sembrerà più leggero e più semplice. Sorridi perché lei ti vuol bene e ti protegge”.

Linda sussultò e… si svegliò. Aveva sognato, ed era stato un bellissimo sogno. Una ventata d’aria fresca le colpì il viso, un soffio, un alito di vento, il battito d’ala di un angelo… Un largo sorriso si disegnò sulle sue labbra. Si raggomitolò tra le coltri e si riaddormentò.

La mattina di Natale le telefonò la zia, per dirle che, anche senza letterina, Babbo Natale aveva deciso comunque di lasciarle dei doni. Le cuginette l’avrebbero aspettata per aprire i regali.

Linda andò dalla zia, aprì il suo dono e ringraziò col sorriso sulle labbra.

Quel sorriso non fu solo un sorriso di cortesia ma, in cuor suo, un sorriso di felicità per un regalo più grande e importante che aveva già ricevuto: quello notturno, il regalo più gradito.

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La festa del diavolo


- Bella questa festa, dovremmo farne più spesso!
- Eh, ma se ogni volta bevi come stasera…
- Non ho bevuto tanto!
- Arthur, gli hai sgonfiato la cantina!!
E si sentirono delle gran risa dall’altra parte del telefono.
- Ci vediamo domani a lavoro!
- Se ce la fai… Ciao Arthur!

In effetti alla festa aveva bevuto davvero tanto, tre bicchieri di Prosecco, poi un numero imprecisato di cocktail a base di Martini e infine lo avevano coinvolto in un giro di grappa che si era concluso con la bottiglia vuota; tutto questo alcool non era stato accompagnato da molto cibo nello stomaco e adesso era ridotto in condizioni pessime.

Ora sarebbe tornato a casa, dove l’aspettavano una bella doccia e il letto caldo. Doveva resistere il tempo necessario ad arrivare, sperando nella buona sorte: incontrare una pattuglia della polizia in quel momento avrebbe significato sicuramente almeno una multa.

Tutto intento a guardare la strada, la sua attenzione venne all’improvviso distolta da un’auto che viaggiava un po’ a zig-zag.

“Quello deve aver bevuto più di me” pensò Arthur.

Ma poi quello alzò i fari e cominciò a stargli “al culo”.

“Cazzo fai?” e cominciò a lampeggiare col faro antinebbia posteriore e accese le 4 frecce, ma quello non sembrò accorgersi della rabbia di Arthur.

“Vai, giro qui, ci metterò 5 minuti di più, ma almeno mi tolgo questo stronzo da dietro”, ma quello girò nella stessa direzione. Nello stesso momento in cui girava e i fari alti non lo accecavano più, Arthur fece in tempo a vedere la faccia del suo inseguitore. Una faccia rossa, con un naso aquilino, dei denti aguzzi e… erano corna quelle che gli spuntavano tra i capelli? Arthur non poteva credere a quello che aveva visto. Eppure era così, era inseguito dal diavolo!

“Ecco là un altro incrocio, giro a destra…magari quello va a dritto”, ma nuovamente il diavolo svoltò dietro alla macchina di Arthur che sempre più sconvolto prese il cellulare per chiamare qualcuno, la polizia, la fidanzata…ancora non aveva deciso, ma qualcuno che potesse aiutarlo.

Compose in automatico il 112 e appena sentì la voce dall’altra parte urlò “Aiuto, mi sta inseguendo il diavolo!”. Ma senza avere il tempo di finire la frase, il cellulare gli sfuggì di mano e cadde sul tappetino del lato passeggero. Arthur continuò a urlare la sua richiesta di aiuto e allungò una mano per recuperare il telefono. Si piegò appena per provare a raggiungerlo e in quell’istante il pilastro di un sottopassaggio spuntò dal nulla e fermò la fuga di Arthur.

Il diavolo vide la macchina davanti a sé curvare verso sinistra e sbattere a gran velocità nel pilastro del sottopassaggio che avrebbero dovuto imboccare. Mise la freccia e fermò l’auto. Uscì, si avvicinò all’auto tutta accartocciata e vide due occhi spaventati fissarlo da dentro l’abitacolo. Aprì la portiera e cercò di controllare il polso di quell’uomo, ma era ormai morto.

Si tolse allora la maschera dalla faccia e la gettò a terra, gli era passata la voglia di andare a quella festa così stupida.

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Juan

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L’assuefazione

ORE 9:00 – Questa volta sono stata decisa. L’ho trattato male. Gli ho detto di non infastidirmi più, che tanto non mi innamorerò mai di lui. E come potrei innamorarmi di uno che è capace, in una sola mattinata, di scrivermi più di venti messaggi? Ho dovuto togliere la suoneria del cellulare, ho lasciato solo la vibrazione. Ieri mattina, a quest’ora, me ne aveva già mandati cinque con scritto “mi manchi” ed altrettanti con “ti penso sempre”. Gli ho risposto secca con: “Io no”. Ma quanto spende, al mese, di cellulare?

ORE 10.30 – Non ci posso credere….neanche un messaggio. Ah, che meraviglia!

ORE 12.00 – Che bello! Ha funzionato…non ha chiamato, non ha scritto, non è neanche su Facebook. Mi sono collegata poco fa e non ha tentato di iniziare una conversazione in chat, come accadeva negli ultimi tempi ogni volta che osavo accedere. Finalmente mi sento libera.

ORE 13.00 – Gli sarà mica successo qualcosa? Non sarà che l’ho trattato troppo male…?

ORE 14.00 – Bisogna che sappia se è andato in ufficio oppure no, ma senza che lui se ne accorga. Potrei chiamare la sua collega Luisella con la scusa di chiederle quando riapre la palestra di suo marito. Vorrei solo sapere se sta bene. Così sarà tutto risolto.

ORE 14.30 – Ok, in ufficio c’è; l’ho sentito parlare mentre conversavo con Luisella e il tono di voce era quello di sempre. Stava scherzando con qualcuno, forse con quella che lo chiama sempre quando andiamo a cena fuori. Quando andavamo cena fuori, pardon. Ora sono libera di uscire senza sentirmi in dovere di invitarlo. Ah! Che bello!

ORE 15.00 – Tra poco uscirà, non si è fatto sentire per niente. Finalmente. Più tardi esco anch’io e vado a fare spese in centro.

ORE 15.30 – Niente messaggi, niente mail. Ha scritto sulla sua bacheca di Facebook che oggi è una bella giornata di sole. Sta bene, meno male. Meno male, perché io, invece, mi sento terribilmente sola…

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Beatrix

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L’uomo preciso

L’uomo preciso entra nell’ufficio e si siede, in attesa del principale della ditta, con cui deve fare un colloquio di lavoro. Dovrà spiegare perché è appena stato licenziato dal precedente impiego e non sarà facile. Cercherà di far capire a questo sconosciuto che, nonostante le apparenze, lui è un impiegato affidabile che sa fare il suo lavoro. Forse sarà meglio evitare di raccontare della sua vita privata. L’uomo preciso si guarda intorno. Il suo sguardo si fissa sulla maniglia della finestra, che è storta. Chi l’ha chiusa ha fatto un gesto inefficace e approssimato. Sulla scrivania ci sono fogli sparsi, due penne blu senza tappo e un lapis con la punta consumata. Il tampone del timbro è aperto e l’uomo preciso allontana la mano, per essere sicuro di non sporcarsi. No, meglio non raccontare della recente separazione dalla moglie, potrebbe aggravare la situazione. L’uomo preciso guarda l’orologio. Sta aspettando da più di 17 minuti. Decide che aspetterà fino a 30, poi se ne andrà, perché non gli va di lavorare con un capo che non rispetta gli orari. E poi i quadri non sono dritti e le pareti su cui appoggiano andrebbero imbiancate di nuovo. Sul davanzale della finestra, intorno ai gerani in fiore, un nugolo di insetti minuscoli. I fiori portano insetti, si sa.

Dopo 31 minuti dal suo ingresso la segretaria del principale osserva l’uomo preciso uscire dall’ufficio senza aver sostenuto il colloquio. Lo chiama per nome, ma lui non si volta. Dentro l’ufficio la maniglia della finestra è chiusa, i quadri sono stati raddrizzati, i fogli sulla scrivania impilati ordinatamente, le penne blu hanno il tappino e sono state riposte nel portapenne, insieme al lapis, che adesso ha la punta acuminata. Il tampone del timbro è chiuso.

La segretaria sorride e chiude la porta. Quando il capo arriverà saranno grasse risate.

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Beatrix

Pasqualina, la gallina stravagante

Questa è la vera storia della gallina Pasqualina. Da quando era nata, nessuno ricordava di preciso quanti anni prima, aveva sempre manifestato la sua contrarietà e disagio a vivere nel pollaio. Voleva una casa con tutti i comfort, diceva a quelle poche galline che ancora le parlavano. Era considerata stravagante e tutti cercavano di evitarla.

Non passava giorno senza tentare di inventare un nuovo piano per fuggire, ma ogni volta qualcosa non funzionava come lei aveva immaginato, così doveva accontentarsi, derisa da tutte le compagne, del becchime che l’anziano contadino spargeva nel pollaio. Ma tra sé e sé ricambiava ogni risata delle altre galline con nuove promesse di vedere presto il mondo al di fuori del pollaio e di vivere finalmente in una casa vera. E così tornava a pensare ad un nuovo modo per fuggire da quella prigione.

E una volta, finalmente, quella frase prese forma e una notte, neanche riuscendo a capire bene come, si ritrovò fuori dal pollaio.

Pasqualina vagò per qualche ora nelle vicinanze fino a quando venne ammaliata dalle luci di un residence e si avvicinò. Il palazzo era nuovo, con un ampio spiazzo davanti, dove già si immaginava a volteggiare leggiadra. Proprio in quel momento notò anche degli strani oggetti, come delle gabbie sollevate da terra, ma senza esser fatte di rete. Si avvicinò e cominciò a cercare un ingresso a quel palazzo.

Ma mentre la ricerca per entrare nel residence continuava senza successo, Pasqualina venne sorpresa da uno di quegli strani oggetti che le si stava avvicinando. Impaurita, scappò a nascondersi. Ormai stanca e estremamente insicura sul da farsi, si addormentò.

Il giorno successivo si svegliò e con rinnovato coraggio andò alla ricerca di un ingresso. Alla luce del sole riconobbe quegli oggetti che la sera prima l’avevano spaventata: assomigliavano a quello con cui arrivava ogni tanto il nipote del contadino, quando ancora abitava nel pollaio. Le chiamavano auto. Facevano un gran rumore e anche un gran puzzo.

Un po’ di tristezza la prese, un po’ di rimpianto per le sue compagne che erano rimaste in quella gabbia e per la solitudine che la circondava. Ma aveva sognato quel momento per tutta la vita, e per nulla al mondo vi avrebbe rinunciato.

Ad un certo punto vide uscire da una porta un ragazzino. Non aveva mai visto un umano con dei fili che gli cadevano dalle orecchie, pensò che avesse qualche strana malattia, anche perché tutti i bambini che aveva conosciuto, avevano sempre cercato di catturarla, mentre quello se ne stava andando ignorandola completamente. Mentre vedeva il ragazzino allontanarsi, notò che la porta da cui era uscito si stava chiudendo lentamente, così si precipitò nello spiraglio che ancora mancava.

La porta si chiuse sulle sue piume, lasciando la sua coda spelacchiata e immergendola in una penombra a cui fece fatica ad abituarsi.
Si sentì subito osservata, si voltò di scatto e fece un salto all’indietro dopo aver visto quei due occhi verdi che la fissavano nel buio.
“No ti prego” urlò Pasqualina “non mangiarmi!”
E il gatto …

~

Ma nonna – la interruppe la nipote – volevo che mi raccontassi una favola, di quelle che finiscono con il “E vissero felici e contenti!!”

D’accordo – fece la nonna paziente.

~

E il gatto allora le si strofinò addosso e la invitò a mangiare e a bere dalla sua ciotola. Quando fu sazia, le propose di giocare con i suoi gomitoli, ma era troppo stanca e chiese di poter dormire. Aveva ancora paura di quel gatto, ma qualcosa le diceva che poteva fidarsi. Nei giorni successivi, il gatto continuava amorevolmente a prendersi cura di lei, la faceva mangiare, la faceva bere, le lavava le piume con la sua lingua, fino alla sera, quando si addormentavano abbracciati insieme.

E così la loro vita continuò per anni, felici e contenti.

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Juan

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Hanno arrestato il Sindaco

Il sindaco del comune di Caduta in Basso è stato arrestato ieri mattina, alle prime luci dell’alba, dai Carabinieri della locale Tenenza; il mandato di cattura è stato spiccato dal giudice Onofrio Bencivede, il noto magistrato che da anni svolge attività di contrasto alla dilagante corruzione politica e amministrativa ed alla complessa ragnatela di connivenze e fiancheggiamenti tra la politica e le strutture mafiose.
Il sindaco è sospettato, si legge in una dichiarazione ufficiale della procura di Mivànto, di peculato, interesse privato in atti d’ufficio, falso ideologico, corruzione di minorenne, appoggio esterno alla malavita organizzata e mancato pagamento del canone RAI.

I fatti: la magistratura, a seguito di intercettazioni ambientali e del controllo delle utenze telefoniche direttamente o indirettamente collegate al sindaco, non è riuscita, in tre anni di attività investigativa, a captare neanche una sola frase compromettente o dubbia né a sentire un nome di un politico, locale o nazionale o di un qualche prelato. Elementi, questi, più che sufficienti per far sospettare nell’arrestato una abilità nella criptazione delle proprie comunicazioni e una astuzia nell’occultare segreti fatti e misfatti, degna di uno dei più grandi e importanti padrini mafiosi.

I Carabinieri sono usciti dalla casa del Sindaco con un computer portatile  e con alcuni scatoloni pieni di documenti: sembra che il sindaco criptasse la  sua documentazione con quelli che, a prima vista, potevano sembrare i suoi quaderni di classe delle scuole elementari, ma che i ROS di Zanna si spera riusciranno a dimostrare essere le basi della cifratura di tutta la corrispondenza elettronica che il sindaco aveva nonché dei post del suo blog, molto attivo, in cui la scrittura di succinti interventi e recensioni librarie nascondeva, gli inquirenti ne sono sicuri, una vasta rete (internazionale?) di rapporti con la malavitosi.

Insieme al primo cittadino è stata arrestata una donna, sorpresa nello stesso letto, anche lei subito associata alle carceri di Zanna e la cui posizione è al vaglio degli inquirenti; essa sostiene di essere tale Gesuina Incroce, moglie del sindaco e ad asseverare questa affermazione ha prodotto come documentazione una carta di identità che si ritiene falsa e procurata alla giovane dal sindaco stesso, tramite collusione con l’Ufficio Anagrafe del Comune. La donna insiste nella sua posizione, dichiarando di essere anche la madre dei due bambini che sono stati trovati nella casa, e che adesso sono ospiti, per accertamenti, di un reparto della polizia, ascoltati da alcuni psicologi.

Alcune vicine hanno confermato di aver sentito, con cadenza pressoché quindicinale, rumori sospetti nella camera da letto del sindaco, e una voce femminile, con toni supplichevoli e incitanti, rivolgersi a qualcuno appellandolo “Piccolo, piccolo mio” e invitare il soggetto non identificato a compiere indicibili turpi  nefandezze. La durata di tali attività, si presume svolte nelle ore successive nel più completo silenzio, è stato testimoniata in dieci o dodici minuti dalla vedova R. che ha la camera da letto proprio sotto quella del sindaco.

Don Miro Dalontano, parroco del paese e cugino dell’arrestato, giura sull’innocenza del primo cittadino, uomo di specchiata moralità, ancorché non uso a frequentare la parrocchia; su richiesta esplicita di un giornalista il prelato, con molto imbarazzo, è stato costretto a dichiarare che il cugino non si è sposato in Chiesa.

La militanza decennale in un noto partito di Destro-Sinistra è la vera ragione, dichiara l’ufficio stampa del funzionario arrestato, per questo attacco ad personam perpetrato nei confronti di chi, cerchiobottista da sempre, ha per anni amministrato la cosa pubblica nel migliore dei modi possibili; il sindaco ha dichiarato, da parte sua, di credere nell’esistenza della giustizia, anche se questo è un atto di fede che chiunque si trovi nelle sue condizioni compie ormai quasi d’ufficio.

Nella tarda serata, sparsasi la notizia in tutto il circondario, un gruppo di extracomunitari ha organizzato una manifestazione non autorizzata a favore del Sindaco proprio davanti all’ingresso delle carceri di Zanna. Un gruppetto di africani, disperso poi con una certa difficoltà dalle forze dell’ordine, approfittando delle tenebre in cui mimetizzarsi, ha tentato un assalto al posto di custodia.

Il noto partito di Destro-Sinistra, la cui direzione provinciale si è potuta tenere solo nella tarda mattinata di oggi, a causa di improrogabili impegni politici dei componenti, impegnati il giorno precedente in varie sagre gastronomiche che fioriscono in questo periodo nella nostra zona, ha prudenzialmente sospeso il proprio iscritto “sino a quando non sarà fatta piena chiarezza sui fatti” con voto unanime. Il comunicato stampa ribadisce la certezza che “la magistratura farà chiarezza sugli orribili sospetti e la verità, come sempre avviene nel nostro Paese, verrà a galla per rendere giustizia al sindaco.”

Si indaga anche su chi sia il proprietario dell’appartamento, nel centro storico, che il sindaco aveva in affitto, si dice per una cifra simbolica.

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fuchs

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Una elle per ritrovarsi

Lucas non aspettava altro. Da alcuni mesi tormentava la madre per sapere quanto tempo mancasse alla fiera e chiedendole se per quell’occasione ci sarebbe stato anche il padre. Ma il padre era fuggito appena scoperta la gravidanza della compagna. E quella verità non era ancora pronta a raccontarla al figlio, così gli ripeté la solita bugia: “Forse viene, ma lo sai ha molto da lavorare…”

E finalmente il 5 settembre era arrivato. La festa patronale, la fiera con tutti i banchi e tante caramelle e giochi da sognare e scegliere “solo uno, eh! scegli quello che ti piace e compriamo solo quello!”. E poi la sera i fuochi d’artificio. Era davvero eccitato quel giorno, mentre sua madre cercava di farlo star calmo, ma gli aveva promesso che lo avrebbe portato alla festa, e questo bastava a suo figlio.

La madre si era raccomandata per tutto il tragitto in auto “Lucas, ci sarà tanta gente, per cui devi stare attento a non perderti, capito” “Si si, mamma”.

Arrivati in città, una pattuglia di vigili convogliava gli automobilisti verso il parcheggio più vicino. Scesi dalla macchina, Lucas prese la mano della madre e si incamminarono verso la fiera. Era disponibile anche una navetta per raggiungerla, dal parcheggio, ma erano poche centinaia di metri e la fila di persone per il bus era davvero lunga.

I primi banchi erano di vestiti, poi fiori, frutta, ancora vestiti, dolciumi e poi quello che più sperava di trovare Lucas: un banco grandissimo di giocattoli.

Rimase per un attimo stordito da tutte quelle luci e dalle grida dei ragazzini intenti a convincere i loro genitori dell’assoluta necessità di avere quel gioco. Fu solo un attimo. Soltanto un secondo di blackout, ma Lucas non vide sua madre che gli faceva cenno di sbrigarsi, perché aveva visto una signora con cui doveva assolutamente parlare. Era la sua inquilina ed era rimasta indietro con il pagamento delle mensilità. Fu solo un attimo, ma quando Lucas tornò in sé, sua madre era scomparsa, davanti a sé c’erano decine e decine di ragazzini con i loro genitori, ma nessuna traccia di sua madre.

Fu assalito subito dal terrore di non rivederla mai più. Ebbe paura, poi, di quanto forte l’avrebbe sgridato. E forse l’anno successivo non l’avrebbe riportato alla fiera. E sicuramente non gli avrebbe comprato il giocattolo.

Poi tutto ad un tratto tornò lucido, e si ricordò che l’anno prima sua madre gli disse di non perdersi, ma che se fosse successo, si sarebbero ritrovati davanti ad un banco la cui prima lettera del nome era una L, come il suo nome. A quei tempi non sapeva ancora leggere, riconosceva solo qualche lettera e questo era sembrato il modo migliore alla madre per dargli coraggio e avere la speranza di ritrovarlo nel caso in cui si fosse veramente perso. E si ricordò che quel giorno aveva guardato tutte le insegne e ogni volta che incontrava un banco con la L lo diceva alla madre. Chissà se lei, adesso, si ricordava quella vicenda. Valeva la pena provare. Naso all’insù a cercare quell’insegna con la L, era un banco di vestiti: avrebbe aspettato lì sua madre!

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Juan

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L’acceleratore

Che macchina fantastica. Adesso vado da quella stronza e vedrai che tornerà con me. Mio padre mi ha fatto proprio un gran regalo. Cioè poi gli renderò i soldi, è naturale. Questo è soltanto un prestito. Con lo stipendio della caffetteria di questa estate…gli rendo tutto. Le piacerà un casino e tornerà con me. Lei non può stare senza di me.

Togliti nonno. Torna a casa. Vai a coltivare il tuo orto. Levati dalle palle.

Basta ora ti sorpasso, m’hai proprio rotto.

Acceleratore a tavoletta, curva cieca, pochi metri dal sottopassaggio autostradale, inizia il sorpasso, un camion sull’altra corsia, una curva per evitarlo.

Ah! tutta colpa di quel vecchio…comunque è andata bene, ho evitato quel tir e ho sorpassato quel vecchio. Mi sembra di volare, in pochi minuti sono da lei.

Un’altra curva, l’incrocio a destra e poi il cortile della sua villetta. I suoi genitori sono come sempre in giardino a giocare col cane. Sua sorella sarà in giro. La sua macchina è parcheggiata là. La chiamo e scenderà di corsa e mi abbraccerà.

~

Quando l’ambulanza arrivò, Mattia era ormai privo coscienza, adagiato sull’airbag della sua Audi TT, senza cintura di sicurezza, schiantato all’entrata del sottopassaggio autostradale, a pochi chilometri di distanza da casa dei suoi genitori, col piede ancora su un acceleratore ormai esanime.

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Juan

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Idelfonso Nieri, Cento racconti

Dice lo stesso Nieri, nella prefazione:

“Certi di questi Racconti son novelle di meraviglie; altri sono storielline tradizionali, che spiegano o pretendono spiegare qualche proverbio o qualche frase comune: i più sono veritelle, cioè fatti veri accaduti al mio paese o in quel vicinato. Per amor di varietà poi v’ho messo alcuni Caratteri e parlate prese dal vero che mi parevano degne di nota; il qual genere spesso è più ameno, spiritoso e istruttivo che molte facezie tradizionali.”

Digitalizzato da Scrivolo, il libro lo potete scaricare da qui: Idelfonso Nieri, Cento racconti popolari lucchesi (81)

 

 

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Dr J. Iccapot