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Arcano è tutto, fuor che il nostro dolor

Image credits: disegno di Reed Crandall

Eravamo seduti alle nostre scrivanie, le poltroncine girate l’una verso l’altra in modo da poterci guardare in faccia; rimasti soli in ufficio, come spesso ci capitava durante l’ora di pranzo, parlavamo di cose futili, per fare più tardi e per diluire la noia di quell’ora calda di fine estate.

Lei cominciò a raccontarmi, senza enfasi particolare, gli avvenimenti delle sue ultime settimane riguardanti il trasloco nella nuova casa, più grande e adatta alla famiglia che era cresciuta e stava ancora crescendo, come dimostrava il suo pancione.

Voleva, Silvia, dirmi qualcosa di preciso, desiderava raccontarmi un’emozione particolare, un brivido che l’aveva percorsa in quei giorni: lo capivo dai suoi occhi, sempre fissi sui miei, lo vedevo dall’agitarsi delle mani.

La casa ‘nuova’ era, in realtà, una vecchia abitazione della famiglia del marito, dove avevano già vissuto alcune generazioni e che l’ultimo abitante, un nonno molto vecchio e con una salute malandata, affezionatissimo al piccolo bis-nipote, aveva voluto cedere alla giovane coppia per ritirarsi in un luogo dove farsi curare e accudire sarebbe stato molto più semplice.

Parlammo, io e Silvia, come capita in queste occasioni, dello stress dei traslochi: degli scatoloni che si accumulano, della velocità con cui si perde presto il controllo delle nostre cose, impacchettate con cura e messe però chissà dove. Anch’io ho subito il trauma di numerosi cambiamenti d’abitazione: dell’ultimo ricordo la disperazione della mamma, ormai molto anziana, perché alcune scatole con le ‘sue’ cose erano andate irrimediabilmente perdute; ma, per tenermi leggero nella conversazione, descrissi con brio solo certi spostamenti, per decine e decine di chilometri e per più volte, della mia utilitaria piena sino all’inverosimile di piante verdi di rampicanti, di vasi di limoni, di vecchi orci d’olio trasformati in contenitori ‘vintage’ e quanto dovevo sembrare ridicolo, a chi mi vedeva passare, nascosto nel verde di un’affollata, arruffata e multiforme serra semovente.

La feci sorridere, ma Silvia voleva continuare a raccontarmi il ‘suo’ trasloco: c’era qualcos’altro che aveva bisogno di dirmi; lasciai che il suo racconto continuasse, smorzando la mia ironia sugli strani accidenti che capitano quando si cambia casa.

Alcune delle loro scatole, proseguiva Silvia, furono portate all’interno dell’appartamento e subito la giovane coppia cominciò a distribuire nella dispensa, negli armadi lasciati vuoti dal nonno, sugli scaffali, i propri piatti, i bicchieri, la biancheria da bagno, gli abiti. Gran parte degli scatoloni, contenenti cose ritenute meno utili nell’immediato di quella prima giornata nella casa nuova, furono lasciati, ben disposti, dentro una grande rimessa al piano terra, all’asciutto e al sicuro.

Fra i ‘bagagli’ che avevano seguito la coppia al nuovo indirizzo c’era anche una gatta, amatissima dal marito ma che secondo Silvia era solo un grasso e pigro animale con due scopi nella vita, mangiare e dormire, che cercava di realizzare sempre limitando al massimo lo sforzo fisico.

Per non traumatizzare la bestiola spostata all’improvviso in un nuovo appartamento, tutto ancora da riordinare, fu deciso che la prima notte avrebbe dormito da basso, nel garage, accanto alla rimessa che aveva dato ricovero ai pacchi e alle scatole del trasloco; per far sentire a suo agio la gatta le era stata accomodata la sua vecchia poltrona personale in una posizione da cui potesse controllare tutto l’ambiente circostante col minimo sforzo. Per terra furono disposti, prima che i coniugi si ritirassero per la notte, le scodelle con i croccantini favoriti, i bocconcini più appetitosi e un’abbondante ciotola di acqua fresca e pulitissima.

Il sonno prese subito i due ragazzi, la giornata era stata molto impegnativa e faticosa: la nuova casa ‘giocava’ a nascondere le cose appena riposte e c’era da far di nuovo l’abitudine a ritrovare anche gli oggetti più comuni; un nottata tranquilla era quello che ci voleva per affrontare, la mattina dopo, il resto del lavoro.

Dopo qualche minuto Silvia però si risvegliò; sarà la stanchezza, pensò girandosi nel letto accanto al marito che riposava profondamente. Dalle persiane chiuse tremolava la luce dei lampioni, creando bizzarri disegni sulle pareti della stanza nell’incontrare le fronde, che sembravano agitate dal vento, di un vecchio e colossale albero che cresceva proprio davanti al portone d’ingresso della casa; questa immagine la inquietava. Era stato il rumore delle fronde smosse dal vento a svegliarla, un qualche cigolio di un ramo contro un muro?

Per un po’ rimase a occhi chiusi, tentando di riaddormentarsi; poi le sembrò di sentire il rumore come di mani che tentassero di aprire un pacco, poi ancora uno scartoccìo; accese la luce e si mise, coraggiosamente, a girare per la casa: no, non c’era nessuno, eppure…

I rumori ripresero, più intensi, sembravano provenire dalla rimessa, proprio sotto la stanza da letto. Che ci fossero dei ladri? Quando sentì il miagolio della gatta trasalì: il povero animale era scappato dal garage e adesso si era seduto sotto la finestra della camera; il suo pianto continuo, incessante, era una preghiera per farla entrare in casa; un comportamento che in vita sua quella bestia, tranquilla e indipendente, non aveva mai avuto.

Silvia non sapeva cosa fare. Svegliare il marito e farsi prendere in giro per i rumori della vecchia casa? Cercare di riaddormentarsi, dicendosi che era solo la stanchezza e che domani, con le prime luci del sole, avrebbe pensato a quelle ore come a una sciocchezza?

Tornò piano piano a letto ma il cuore le batteva forte; nella rimessa il rumore si era fatto più intenso e deciso: delle mani sfioravano e forse aprivano le scatole, scartavano i pacchetti affondati nei sacchi del trasloco; la gatta continuava a lamentarsi sotto la loro finestra con quel suo miagolio agghiacciante, senza sosta, senza sosta…

Silvia non ce la fece più, scosse il marito per le spalle, riuscì a svegliarlo.

- Ci sono dei rumori, di sotto. Forse sono dei ladri…. E’ da un po’ che li sento….

Il marito tese le orecchie, anche lui nel silenzio della notte distingueva chiaramente quei suoni che provenivano proprio dalla stanza sotto la loro camera.

- Sono la ‘nonna’ e il suo bambino – rispose, riadagiandosi sul materasso come se quelle parole potessero rassicurare la moglie, che però non capiva.

- La ‘nonna’! Te l’ho detto che questa casa fu costruita tanti anni fa dalla mia famiglia. Noi la chiamiamo ‘la nonna’, è stata la prima proprietaria: se ne va in giro, di notte, col suo bambino. Era piccolo quanto il nostro Emanuele quando piantarono per lui l’albero che è all’ingresso; dopo pochi mesi il bimbo morì improvvisamente e la sua mamma non se ne dette pace, morì anche lei, di dolore, poche settimane dopo. Da allora sono rimasti qui, nella casa, anche dopo morti; di notte se ne vanno in giro, curiosano, proteggono le varie generazioni che ci hanno abitato… Non devi avere paura, hanno visto tutto questo movimento e si saranno messi a spiare, a cercare di capire chi sono i nuovi ospiti della loro casa, cosa hanno portato nei loro sacchi e nei loro scatoloni. Non ti preoccupare, andranno un po’ in giro e poi si metteranno buoni. Su, torna a letto.

Silvia quella notte non dormì molto, girandosi e rigirandosi al minimo rumore proveniente dalla rimessa, senza avere neppure il coraggio di scendere le scale per far salire la gatta e farle smettere quel miagolio disperato e impaurito.

La mattina dopo tutto era di nuovo tranquillo ma da allora quella gatta, che aveva tanto odiato e maltrattato, è diventata la sua migliore amica e quando è a casa sta sempre con lei e non se ne separa mai: sa che l’animale, con la sua ferina sensibilità, può segnalare la presenza della ‘nonna’ e del bambino, e Silvia non ci tiene proprio a fare la conoscenza diretta con questi lontani avi del suo piccolo Emanuele.

 

 

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fuchs

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Modelle sulla spiaggia

Sulla spiaggia assolata gli ombrelloni colorati si confondono ed il caldo rende la sabbia rovente, mentre l’acqua si rifrange tranquillamente su se stessa seguendo il ritmo del vento.

Qualcosa, però, attrae l’attenzione dei bagnanti.  Non i bambini, ma gli adulti si voltano quasi tutti. Non è inusuale vedere sulla spiaggia un fotografo, tuttavia c’è qualcosa che stona, nella scenetta che è sotto i loro occhi in questo momento. Colui che imbraccia la macchina fotografica è completamente vestito, con tanto di camicia a maniche lunghe, scarpe sportive, cappellino e occhiali da sole. Chiaramente è lì per lavorare e non per prendere il sole.

Con lui ci sono due modelle e sono loro ad attrarre l’attenzione dell’intera spiaggia. Una delle due è decisamente bella: capelli lunghi e scuri, fisico scultoreo, un bikini rosso ed essenziale. L’altra non le somiglia affatto: fisico giunonico, forme e rotondità che non si limitano al sovrappeso; la ragazza, peraltro di graziosi lineamenti, è senza dubbio una grande obesa ed indossa un due pezzi che non lascia nulla all’immaginazione.

È lei la prima ad essere fotografata. Gioca con uno scialle dai colori accesi, cambia posa e si mostra senza riluttanza. È questo che sorprende: non tanto le sue forme, quanto il fatto che si esponga con tanta tranquillità agli sguardi di tutti e che si lasci fotografare con tanta disinvoltura.

È il turno della ragazza magra. Lei sì che sembra una modella, con le gambe lunghe e affusolate, i fianchi stretti, il seno prominente. Gli sguardi di tutti stavolta approvano le pose e i movimenti rapidi del fotografo.

“La bella e la bestia” mormora un uomo che ha interrotto la passeggiata per assistere allo spettacolo. I vicini approvano borbottando.

Intanto la ragazza obesa si è sdraiata nell’acqua bassa, in cerca di una posizione che le sembri degna di essere immortalata. Sembra completamente incurante di quello che le accade intorno, è tutta concentrata su ciò che sta facendo. Si mette una farfalla tra i capelli e muove la testa per vedere che effetto fa. “Oh, guarda, si è arenata una balena!” grida un ragazzo sghignazzando con gli altri del suo branco. Lei deve averlo sentito, ma rimane impassibile. Il fotografo si volta e le dà istruzioni su come muoversi. Le gira intorno e scatta, esattamente come ha fatto poco fa con l’altra, con la stessa cura ed attenzione ai particolari.

La ragazza bella si è messa una maglietta color arancio, che spicca nel contrasto con la sabbia dorata. Anche l’altra cerca nella borsa, estrae una maglietta identica ma visibilmente più grande e la indossa. Poisi passa le mani tra i capelli con un gesto a cui non si può non riconoscere una certa sensualità e toglie il fermaglio a forma di farfalla. In pochi attimi le loro sagome spariscono tra gli ombrelloni. Lo spettacolo è finito, la spiaggia può tornare al suo ozio, sonnolenta ed accaldata.

Image credits: postcardroundup

 

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Beatrix

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L’inseguimento

Gemma uscì dalla casa di Pamela dopo un intenso pomeriggio di studio. La maturità era ormai alle porte e la tensione le attanagliava il petto al solo pensiero di poter sbagliare qualcosa di troppo. I suoi voti non erano poi così brillanti e un esame mediocre poteva anche essere rischioso.

Mentre rimuginava su questi pensieri si avviò con passo deciso verso la fermata dell’autobus. Non c’era nessuno per strada e Gemma poteva udire i propri passi sull’asfalto. Fatti i primi cento metri sentì che qualcuno stava camminando proprio dietro di lei.

Non c’era niente di strano, eppure ebbe un sobbalzo. Si voltò.

Erano due uomini di colore, entrambi con le mani infilate saldamente nelle tasche dei jeans.  Procedevano nella sua stessa direzione; le sembrò che la stessero guardando. Sapeva che lì vicino si trovava un punto di accoglienza per i profughi provenienti dalla Libia: di sicuro venivano da là.

Si ripeté che non c’era motivo di allarmarsi, poiché di certo non stavano seguendo lei. Tra pochi passi avrebbe svoltato l’angolo e non avrebbe più avuto alle spalle la loro ombra minacciosa. Con un certo disappunto dovette constatare che anche i due uomini avevano svoltato e sembravano aver affrettato il passo, quasi a volerla raggiungere.

L’inquietudine si fece paura.

Si affrettò verso le scalette che l’avrebbero condotta sulla strada principale, sicuramente più frequentata. Anche i due iniziarono a camminare più velocemente.

Quando, alla sommità delle scalette, sentì i passi degli uomini avvicinarsi ancora e prendere di nuovo la sua stessa direzione, fu sicura che stessero davvero seguendo lei e un rivolo di panico si trasformò in sudore sulla sua fronte. Faceva caldo, in effetti.

I suoi piedi procedevano speditamente, gli occhi cercavano inutilmente per la strada qualche persona conosciuta, il cuore le batteva in gola; il laccio dello zaino le tormentava la spalla, ma non poteva certo fermarsi: i passi dei due neri dietro di lei le rimbombavano nelle orecchie in ogni istante, rallentando e accelerando esattamente negli stessi istanti in cui la sua fuga diveniva più o meno stanca.

Quando fu nei pressi della piazza, dopo minuti che le parvero infiniti, volse con ansia lo sguardo verso la fermata dell’autobus, in cerca di qualche faccia amica. Non c’era nessuno, tranne uno stuolo di vecchi seduti sulle panchine sotto le piante. Si diresse verso di loro. Almeno, pensò, erano armati di bastoni….

Si appoggiò ad un muretto, ancora spaventata; era quasi curiosa di vedere le mosse degli inseguitori. Aveva riacquistato un po’ di tranquillità perché ormai si trovava in un luogo abbastanza affollato inadatto ad un gesto di violenza e poi mancavano pochi minuti all’arrivo dell’autobus.

I due si avvicinarono.

Gemma guardò altrove, sforzandosi di sembrare a suo agio ma gli uomini si appoggiarono allo stesso muretto, esattamente accanto a lei. Non poté fare a meno di guardare per un attimo il più vicino. Indossava una giacca di jeans e Gemma ebbe la sensazione che con la mano sinistra l’uomo stesse cercando qualcosa all’interno dell’indumento.

Sperò che non estraesse una pistola o un coltello.

Il terrore le aveva di nuovo invaso la mente.

Effettivamente l’uomo stava cercando qualcosa dentro la tasca interna della giacca, ma non era una pistola. Neanche un coltello, né un temperino. Tirò fuori una rosa gialla, un po’ stropicciata ma ancora intatta e, sfoderando un sorriso di denti bianchissimi, la porse a Gemma.

Inutile dire che la ragazza rimase di stucco. Girò la faccia dall’altra parte, quasi a far intendere di non aver capito che quel gesto galante era diretto a lei ma l’uomo, senza proferire parola, rimase impalato lì, con la rosa sempre nella stessa inequivocabile posizione. Gemma non sapeva che cosa fare, per questo il sollievo fu grande quando vide arrivare l’autobus e le parve che la fretta di doverlo raggiungere fosse una buona giustificazione per ignorare la rosa e la mano tesa del nero. Salì avidamente ed occupò il primo posto che le capitò. Dal finestrino poteva vedere i due appoggiati al muretto. Anche loro la guardavano, ridendo.

Quello con la rosa gialla stretta tra le dita lanciò via il fiore, che scomparve dietro il muro. Poi strinse le spalle, come per dirle che, se non l’aveva voluta, non poteva fare altro che buttarla via; con l’altra mano le fece un cordiale cenno di saluto, senza smettere di sorridere. Gemma si lasciò andare sulla poltroncina, finalmente rilassata. Mentre osservava i palazzi scorrere uno dopo l’altro ed il paesaggio farsi sempre più campagna, un sorriso divertito le comparve sulla faccia.

 

 

 

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Beatrix

La Fondazione


Già da alcuni anni Marco Benelli lavorava nel gruppo guidato dal dottor Paolini; Paolini era un professionista tranquillo, preciso, poco espansivo e molto quotato nel suo ambiente; aveva affidato a Benelli incarichi via via più complessi che erano stati portati sempre a termine in maniera impeccabile. I due non erano certo diventati amici: Paolini ci teneva a mantenere le distanze, con tutti, ma si vedeva bene, anche dai rapporti che intratteneva con gli altri impiegati dell’ufficio, che il giudizio del funzionario nei confronti di Benelli era più che benevolo.

Nel salutarsi, come sempre formalmente, la sera di un venerdì Paolini aveva sollevato la testa, guardando direttamente negli occhi il suo collaboratore: era evidente che doveva comunicargli qualcosa di importante. “Senta, Benelli, Lei è mai stato alla ‘Fondazione’?”. Benelli fu preso da un improvviso batticuore. “In ‘Fondazione’? No, dottore, non ho mai avuto…” non trovò le parole, come poteva essere andato, proprio lui, alla ‘Fondazione’?

“Bisognerebbe ci andasse: lunedì, quando rientra, chiami la segretaria e prenda un appuntamento con Fabrizio, mi raccomando, si ricordi, con Fabrizio. Dica alla signora che ho consigliato io la visita.” “Va bene, dottore, La ringrazio veramente…”. “Lasci stare, Benelli, lasci stare. Vada, vada..”. Benelli chinò un poco il busto in avanti, abbassò rispettosamente la testa, ed uscì. Il freddo della maniglia della porta di Paolini gli fece sentire quanto era sudata la sua mano.

Per strada, tornando a casa, guidò e poi camminò distrattamente. Quello sì che era un riconoscimento, alla ‘Fondazione’, lui!
Non fecero che parlarne, quel fine settimana, Benelli e sua moglie. Lui che diceva “Ma, in fondo, perché dovrebbe premiarmi così? Ho sempre fatto solo il mio lavoro, come tutti”. E sua moglie a dirgli che erano anni che lavorava, e lavorava bene, che il suo ambiente era pieno di pressappochisti e di persone poco preparate, che era giusto che finalmente Paolini si fosse accorto di lui e della sua bravura.

“Ti rendi conto dell’intelligenza di Paolini? Ti premia in maniera così vistosa, ti fa fare una gran bella figura nel tuo ufficio, ma anche fuori, in tutta la città!” Questo, Benelli lo capiva bene: si sentiva di non meritare quella visita e sapeva che questo lo avrebbe segnato, lo avrebbe fatto passare dalla parte di quelli che, anche se non erano pochissimi, ‘andavano in Fondazione’, come si diceva in città. Un “oggi vado in ‘Fondazione’ “ detto all’interno di una discussione riusciva spesso a modificare l’atteggiamento dell’interlocutore; un “ho visto Tizio in ‘Fondazione’ l’altro giorno” sottintendeva chissà quali legami, quali conoscenze delle segrete cose.

Lunedì mattina, poco prima delle dieci, Benelli telefonò alla ‘Fondazione’. Alla signora che cortesemente rispose chiese un appuntamento con il signor Fabrizio, facendole presente, come gli era stato detto, che stava seguendo un consiglio del dottor Paolini, dell’Ufficio xxx.

La signora lo fece attendere qualche secondo, poi gli rispose “Sì, signor Benelli, il signor Fabrizio La potrebbe ricevere il prossimo giovedì pomeriggio, alle diciotto. Può andar bene per Lei?” “Altroché” pensò. “Sì, certo, La ringrazio” disse invece.

Una segretaria intelligente: gli aveva messo il fiocco sul regalo fatto da Paolini. L’appuntamento lo aveva fissato in tempo perché arrivasse, con tutta calma, dal suo ufficio, dopo l’orario di chiusura e poi di giovedì, così che il venerdì mattina tutti i colleghi lo avrebbero visto di ritorno, e avrebbero saputo. Anche in questa sensibilità straordinaria non si poteva che sentire lo spirito della ‘Fondazione’.

Il giovedì sera arrivò davanti al palazzo della ‘Fondazione’ con un leggero anticipo; il grande portone in legno era aperto e la luce, dalla strada, illuminava l’androne e una breve, ampia scalinata che, salendo sul lato destro, portava al piano nobile. Salì, arrivando ad una semplice porta a vetri trasparenti che dava su una saletta d’aspetto in panno rosso. Suonò ed una signora arrivò subito ad aprire. “Buonasera, sono Benelli, ho un appuntamento con il signor Fabrizio”. La signora annuì con la testa. “Si accomodi, signor Benelli”. Dalla voce riconobbe la segretaria con cui aveva fissato l’appuntamento qualche giorno prima. “Venga, le chiamo un commesso”. Lo fece accomodare in un salottino, che si apriva a sinistra della porta di ingresso, fuori dagli sguardi di chi saliva.

Benelli si accomodò su un molle divano rosso, in quell’ambiente così particolare, con grandi specchi in cornici dorate alle pareti. Salutò, cortesemente, altri due signori che erano lì, come lui, evidentemente in attesa, e ne fu affabilmente ricambiato. Passarono pochi minuti ed un giovane meridionale, vestito impeccabilmente e molto compreso della sua posizione, gli si rivolse con garbo: “Signor Benelli, se mi vuol seguire…”. Benelli si alzò, docile, salutò i signori che rimanevano ad aspettare, e che prontamente contraccambiarono, e seguì i passi del giovane.

“Si accomodi pure” gli disse il commesso “il signor Fabrizio sarà subito da Lei” e gli indicò la poltrona. Benelli lo ringraziò con un cenno del capo, mentre l’altro si ritirava. “Addirittura guanti bianchi di filo” osservò fra sé e si sentì a disagio; era in ‘Fondazione’.

La stanza dove era stato accompagnato non era grande, pochi, massicci mobili d’epoca, alcuni stupendi quadri della famosa collezione alle pareti; si mise a guardarli con interesse e lo riempirono di meraviglia, quando decifrò alcune famosissime firme. Lui, Marco Benelli, era lì dentro!

Fece alcuni passi verso il finestrone che, appena velato da una tenda bianca sottilissima, accompagnata una pesante contro tenda marrone dorato tenuta aperta da un cordone bianco, si apriva sullo spettacolo della Piazza, un colpo d’occhio unico che solo chi entrava in ‘Fondazione’ poteva godersi. Il Palazzo Comunale, rosso del sole che tramontava, la cappelletta a lato, già nella luce bluastra dell’ombra. La Piazza poi, nella sua bizzarra geometria, nel suo silenzio di là dal vetro; “Vetri corazzati, di sicurezza” pensò Benelli, posando di nuovo lo sguardo sui quadri. Voltò la testa in giro, a cercare il sistema di allarme: alcuni sensori, discreti, lampeggiavano negli angoli della stanza. Si godette dieci minuti di quelle emozioni, nel silenzio più assoluto, quasi fosse, lì dentro, il padrone.

Lo scricchiolio della vecchia porta gli annunciò che non era più solo. Si voltò. “Buonasera signor Benelli, sono Fabrizio” il sorriso a denti scoperti, candidi ancora di più sulla vistosa abbronzatura, accompagnava la mano tesa che gli veniva porta. Una mano calda, asciutta, piacevole da stringere. Il tono della voce, il sorriso, la stretta di mano gioviale lo avevano messo a suo agio. “Ma si accomodi, cosa fa lì in piedi? Arrivo subito” disse il signor Fabrizio, indicandogli la poltrona e spostandosi in un angolo della stanza.

Benelli prese posto nella poltrona di pelle nera, profumata, con i braccioli lunghi e comodi. Il signor Fabrizio fu subito da lui; con un gesto veloce del polso su cui, notò Benelli, brillava una grossa catena d’oro, lo coprì con un lenzuolo spesso, morbido, di un colore avana caldo, rassicurante e odoroso di talco.

Benelli si affondò, rilassato, nella poltrona; il signor Fabrizio, con un tocco, lo spostò nella miglior posizione per poter lavorare. “Allora, disse a Benelli, per il tipo di taglio si fida di me?” e gli si avvicinò alla testa con pettine e forbici.

 

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Dr J. Iccapot

Il mazzetto di ciclamini

Image credits: www.librizziacolori.eu

Un racconto a quattro mani di Beatrix e J. Iccapot.

Due settimane fa ci siamo divertiti, Beatrix ed io, a scrivere, a distanza, unacosetta’ nata da una sua iniziativa: un po’ di righe per uno, accodate usando il simpatico Corkboard.
Un’esperienza come quella di due solisti, insomma, che prendendo la scena uno dopo l’altro, improvvisino su un tema appena abbandonato dal collega che ha preceduto, senza nessun accordo preventivo su dove possano andare a finire. [Ma di questo, lei che è musicista, saprebbe dire meglio di me]. Il tutto è stato scritto, salvo una revisione finale, nell’arco di una giornata, rubando il tempo alla pausa pranzo, al caffè o alla sigaretta. Ne è venuta fuori una favoletta che forse a qualche bambino si potrebbe ancora leggere. J.I.

-

C’era una volta, in un tempo così antico che nessuno ne ha memoria, un giovane fornaio che ogni giorno impastava focacce per la gente del paese. Ogni focaccia costava un soldino, o una coppia di uova fresche, o un mazzo di erbetta, o un quartino di buon vino rosso. Nel suo forno era tutto un vai e vieni di persone, un chiacchiericcio continuo che metteva di buonumore il giovane, di carattere assai  gioviale. Ma un bel giorno dalla porticina del forno che dava sulla strada, entrò lei.

La vecchina varcò la soglia camminando a fatica, appoggiata a un bastone curvo ancora più della sua schiena; indossava una grande e pesante mantella verde scuro che la copriva tutta e in mano aveva un mazzetto di ciclamini.

“Dai una focaccia anche a me, buon giovane?” chiese la vecchina quando arrivò il suo turno. Il ragazzo gliene presentò una ancora calda, appena sfornata; la vecchia la ghermì velocemente e la nascose in una tasca interna della mantella.

“Ecco – fece la vecchia porgendo al ragazzo il mazzetto di fiori – questi sono per la focaccia”. Il ragazzo la guardò scontento: “Fiori, e che me ne faccio io dei fiori?”. “Li darai alla tua innamorata”, rispose la vecchia, guardandolo di sotto in su da dietro la selva dei sopraccigli. “Dei semplici ciclamini di bosco…”. “Oh, ma questi sono dei ciclamini speciali – fece la vecchia, uscendo dalla porticina del forno – sono dei ciclamini magici!” Il giovane, perplesso, rimase con il mazzetto di fiori in mano. Dato che era un ragazzo di buon cuore, considerò di aver regalato la focaccia alla vecchia e mise i fiori in una piccola brocca d’acqua per regalarli poi, la sera, alla sua giovane innamorata.

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Il risveglio

La badante irrompe nella stanza dell’anziana signora ed apre le tende. I raggi del sole entrano prepotentemente dalla finestra e colpiscono gli occhi stanchi ed assonnati della donna.

“Su, su!” grida la giovane “o quanto vuole dormire oggi, signora? E’ la quarta volta che provo a svegliarla. Comincio a pensare che non stia bene. E’ mezzogiorno passato, io ho già preparato il pranzo! Sveglia!! Sveglia!!”

La mente della signora tenta faticosamente di riemergere dal sonno, anzi, da un sogno ambientato in un passato dimenticato. Gli occhi, feriti dalla luce improvvisa, si aprono a stento, le parole della badante le agitano i pensieri. Non sto bene? Ho dormito fino a mezzogiorno, io che mi sveglio sempre presto? Forse non sto bene davvero. Del resto, sono vecchia.

Prova al alzarsi, ci riesce. Appoggia i piedi sul pavimento e cerca le pantofole.

Ecco che dalla porta fa capolino la badante: “Signora? E’ già sveglia? Ma che fa, si alza già alle otto del mattino?” La signora si ferma un attimo. Pensa di aver sognato. E’ confusa.

“Signora! Le ho fatto uno scherzo! Pesce d’Aprile!!!!!!”

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Vorrei rivederti ancora

Un racconto di: Antonella Marrocco.

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Il 31 marzo sei andata via.

Solo tornare col ricordo a quella mattina mi riempie gli occhi di lacrime.

Eravamo Tutti lì vicino a te, ormai non parlavi più, e il medico diceva che non sentivi più il dolore. Ma noi sapevamo che potevi ancora ascoltarci, che in qualche modo anche se non potevi parlare, riconoscevi le nostre voci e i nostri movimenti.

Sono certa che è stato difficile anche per te lasciarci. Ma non c’era più altra soluzione, e forse già lo sapevi anche tu. Sappiamo che ora stai bene lì dove sei, e anche se non è una consolazione, stiamo bene anche noi.

Ricordo il tuo volto con gli occhi sbarrati, il tuo respiro affannoso …. anche una lacrima rigò il tuo ormai esile viso prima di andare via.

Portavi con te poche cose, l’essenziale, avevi bisogno di poco.

“Spero che le scarpe che ti ho comprato per il viaggio siano comode! Sai che ho il pallino per le scarpe!”

Tua cognata ti ha portato la giacca nera, quella di lana, che aveva indossato tua madre. Lei dice che ti servirà per il freddo.

Ma quel nero sul volto ti intristiva ancora di più.

Tua figlia ha voluto metterti il foulard che portavi sempre al collo.

Forse ognuno di noi avrebbe voluto che portassi qualcosa con te per il viaggio, ma non avevi valigia, e forse non avresti saputo dove mettere tutte le nostre cose.

Sono certa che ci porti ogni istante nei tuoi pensieri, lì dove sei.

Sei tornata qualche istante per dirmi grazie. Ho sentito la tua voce, ho riconosciuto il tuo accento, ne sono certa eri tu!

I pensieri mi affollano la mente, le lacrime scendono da sole … non devo piangere, lei non vuole che io pianga.

Spero di rivederti ancora!

 

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10 ragazze per me… posson bastare

Un racconto di: KEKKO.

Sono un ragazzo di quattordici anni che frequenta la quarta ginnasio di un Liceo Classico.

Fino allo scorso anno ero abituato a stare in una classe formata da un numero uguale di maschi e femmine; quest’anno, e questo mi crea non pochi guai, mi sono ritrovato ad essere l’unico componente maschio della mia nuova classe.

All’inizio dell’anno scolastico pensavo di poter “sopravvivere” senza la minima difficoltà, ma ora mi accorgo che nella classe non ho un punto di riferimento, un migliore amico, un compagno con cui parlare di calcio, di moto o della scuola.

In classe, quando le ragazze parlano tra di loro,  sono costretto a stare in silenzio perché discutono solamente di ragazzi e di vestiti, ed io su questi due argomenti non saprei proprio cosa dire.

Quando i professori entrano in classe, la mattina, ci salutano con un:  “Buongiorno ragazze” e io mi chiedo se sono trasparente; la rara volta che un professore dice: “Buongiorno ragazzi” le mie compagne lo fulminano con uno sguardo assassino e io mi sento come un esile gnu tra tante leonesse feroci pronte a divorarselo.

Ma i disagi e le difficoltà arrivano soprattutto quando andiamo in palestra o in piscina.

In palestra per cambiarmi e indossare la tuta ci impiego cinque minuti, mentre loro si fanno attendere molto, neanche dovessero andare ad un matrimonio.

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Principe di Galles

«Pulisciti la faccia, è tutta sporca!»

«Mamma!»

«Che c’è, non ti posso più dire di pulirti la faccia? Prendi il fazzoletto dalla tasca e passalo sulle guance. Anche sotto il naso.»

«Non ho un fazzoletto, mamma!»

«Come, non hai un fazzoletto, io ti mettevo sempre un fazzoletto di cotone makò nella tasca destra dei pantaloni prima che tu uscissi di casa. Tua moglie non lo fa?»

«Il fazzoletto di cotone  ora lo usano solo i vecchietti delle case di riposo. Le persone normali comprano i fazzolettini di carta, usa e getta!»

«E li usi anche tu? E da quando?»

«Oh, ma sei proprio vecchia, sai? Figurati che la prima volta li ho visti in mano alla professoressa di scienze, al liceo, te la ricordi?»

«Certo che me la ricordo! Mi sono mai persa un ricevimento dei genitori? Ma saranno passati trent’anni…»

«Anche di più, mamma, anche di più.»

«E questi fazzolettini di carta dove li tieni? Prendili, sono sempre meglio di niente.»

«Sono nella borsa del computer, in una tasca laterale; ma la borsa non la vedo, adesso; non so dov’è, forse qui accanto a me…»

«Sì, è li accanto, non la vedi, non ce la fai a prenderla?»

«No, mamma, mi fa tanto male la testa e mi sento così stanco.»

«Piccolo mio, ti esce il sangue dal naso, devi tamponarlo!»

«Non ce la faccio, mamma.»

«E poi non devi stare sdraiato per terra con quel bel vestito, un “Principe di Galles” vero? Si sporcherà tutto!»

«Anche babbo aveva un “Principe di Galles”, me lo ricordo.»

«Era il suo unico vestito ‘buono’, quello dei giorni di festa. L’aveva comprato per il matrimonio di tua sorella e lo portava anche quando ti sei sposato tu.»

«Sì, questo l’ho comprato apposta, per avere qualcosa come lui. Io di vestiti ne ho tanti e nel mio armadio ci sono così tante cravatte che non so più dove metterle. Ma il vestito di babbo dove è andato a finire?»

«Non te lo ricordi?!»

«No, mamma.»

«E’ l’ultimo vestito che gli abbiamo messo…sei andato proprio tu a prenderlo a casa quando è successo… il fatto. Non ti ricordi che gli hai anche messo nella tasca interna una foto di tutta la famiglia?»

«Ah già … babbo è morto.»

«Ma cosa ti è successo, perché sei finito lì per terra?»

«Stavo parcheggiando l’auto e un tizio, dietro di me, ha cominciato a suonare il clacson.  Poi è uscito dalla sua auto, ha cominciato a sbraitare, urlava che questo parcheggio era il suo, che lui la sera parcheggiava sempre qui… Sono uscito dall’auto anch’io, lui mi ha aggredito, ha cominciato a picchiarmi…Lo sai che io non ho fatto mai a botte con nessuno…»

«Lo so, lo so, sei sempre stato un bravo bambino!»

«Ma ora non sono più un bambino, mamma, lo sai!»

«E tu lo sai che la differenza di età tra me e te è rimasta la stessa? Per me sarai sempre il mio bambino.»

« … quel tizio mi ha preso a pugni, ho cercato di difendermi, ma che ne so io come si fa…mi ha colpito al fegato, poi un paio di volte in faccia. Mi ha fatto un male terribile, sento le labbra gonfie, deve avermi anche rotto dei denti… poi sono caduto per terra, ho sbattuto la testa sull’asfalto… Mi fa tanto male la testa…»

«Ti esce il sangue da un orecchio…»

«Lo sento, lo sento…. Speriamo che arrivi qualcuno ad aiutarmi. Tu non puoi fare niente per me, mamma?»

«Cosa vuoi che possa fare io, povera vecchia… Prova a darmi una mano, cerco di rialzarti.»

«Non ce la faccio a muovermi, mamma, sono così stanco… devo chiudere gli occhi, ho bisogno di dormire…»

«Ecco, chiudi gli occhi, ma allunga la mano… ancora un po’ … ora ti tengo, piccolo mio, alzati su… Sono venuta a prenderti, vieni con la mamma. Ti porterò dal babbo e dai nonni, tra poco saremo di nuovo tutti insieme. Vero che adesso non senti più dolore?»

«No, mamma, ora non sento più nulla; vengo con te adesso, andiamo.»

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fuchs

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Il posto giusto per vivere

Da una foto di Enrico Maestrini

Scritto in occasione dei 50 anni del mio comune, dedicato agli amici Johann e Augustine.

Quando Johann e Augustine arrivarono qui, oltre trent’anni fa, avevano ancora negli occhi il sole dell’Africa. Avevano ancora nella mente le filastrocche e nelle orecchie le voci dei bambini. Dopo aver visto il deserto non puoi trasferirti in una città. Dopo aver guardato il cielo stellato nel nero assoluto di quelle notti, non puoi più abituarti alla luce forte dei lampioni. Hai bisogno di spazio, di natura, di silenzio, di buio. E’ per questo, forse, che la nostra campagna apparve ai loro occhi come il posto in cui cercare e trovare pace. Il posto in cui lasciare che il tempo facesse il suo corso naturale, ma un tempo più umano e più mite.

E così scelsero la loro casa, giù nella valle sotto il paese, un vecchio podere fatto di mattoni e fatica, di tegole e sogni. Le cose materiali si possono sempre sistemare se dentro di noi l’equilibrio è stabile.

Nella loro nuova casa c’è abbastanza spazio per tutto l’essenziale: tanto spazio per l’arte e per la musica, spazio per ospitare gli amici, spazio fuori per conoscere il sudore di chi coltiva la terra. Per i fiori, per i frutti, per gli animali e per i bambini. Affacciarsi alla finestra vuol dire godere dei campi coltivati dalle mani sapienti dei contadini maremmani, e a guardare bene puoi immaginarti il mare, disteso oltre le colline. Il paese se ne sta abbarbicato sul monte, come una lucertola immobile sotto il sole. Fa compagnia, soprattutto la sera quando si spegne il sole e si accendono le stelle ed il buio, là fuori, è nero come il buio. Notte, silenzio, stelle da osservare e pensieri in viaggio dalla  mente all’infinito. E, con un piccolo telescopio, le mille facce della luna.

Ogni giorno un po’ di tempo per le cose che si amano. La vita si nutre delle piccole occupazioni quotidiane. Può nutrirsi di musica, quando questa fa parte dell’anima. Lassù al paese ci sono persone che sanno suonare e che hanno voglia di cantare. Lassù al paese si può creare qualcosa, magari un coro o un piccolo gruppo di strumenti. Magari si possono incontrare ragazzini con la musica nell’anima, che diventeranno adulti con la musica nell’anima e che continueranno a suonare anche quando le loro vite prenderanno strade diverse. Magari.

E poi il tempo corre e si mangia le stagioni. Gli inverni sono miti, di rado si vede la neve che quando viene dura poco. Le estati sono calde e buone, portano frutti e colori. Nelle valle si continua a suonare, a comporre musica, a dipingere, a creare opere d’arte ispirate alla natura e all’uomo. Si combattono battaglie dure, si vincono guerre importanti. Si fanno viaggi lunghi su strade affollate, ma poi si torna sempre lì, allo stesso indirizzo, come se lì, oramai, ci fossero le radici.

E intanto il futuro diventa passato, come accade sempre. Il coro, insieme ad altri creato e cresciuto, è un figlio che ha avuto nelle gambe abbastanza forza per camminare da solo, lassù al paese. Il gruppo strumentale invece è come un frutto comodamente adagiato sulla pianta, e non cade. Continua ad esistere, con il suo carico di calore umano, fatto di ragazzini diventati adulti ed altri, nuovi, che arrivano.

Fuori dalla finestra il tramonto non è mai cambiato. Il paese è ancora abbarbicato sul monte, immobile sotto il sole. E se guardi bene, con occhi saggi, puoi ancora scorgere il mare, adagiato e calmo, al di là delle colline.



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Beatrix

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

errebi, Il Natale di Idik

Un Natale diverso, lontano nel tempo e nello spazio.

Qui il link per scaricare il file: errebi, Il Natale di Idik (33)

 

 

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