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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Archivio per la categoria I Corti

Come salvai Saussure

Fuori era caldo ma le finestre appena accostate e le porte delle stanze spalancate creavano una deliziosa corrente d’aria. Per evitare che le imposte di quel salotto, esposto a sud, battessero rumorosamente, era stato messo a contrasto, tra la battuta e il battente, un libro; il venticello gonfiava la rada tenda color sabbia, l’imposta si apriva sino ad arrestarsi contro il tessuto che si spostava appena un po’ poi il richiamo d’aria la faceva tornare indietro; si sarebbe chiusa rumorosamente se non fosse stato per quel libro.
Ancora e ancora, quel moto perpetuo sembrava essere l’unica cosa viva nella sonnolenza della stanza. Il continuo accanimento contro quelle pagine mi dava fastidio, quasi come un gesto fuor di creanza, ripetuto all’infinito davanti a me.
Mi alzai con pesantezza dal divano sperando che si trattasse di uno di quei libretti, da pochi centesimi, che giornali senza idee regalano a lettori senza idee: l’avrei lasciato lì, mi sarei messo l’animo in pace e sarei tornato a oziare in quella stanza luminosa ma non calda, scambiando rade parole con l’ospite che ero andato a visitare.
Invece riconobbi nel libro, verdolino, un Laterza. Lo presi in mano, spostandolo dal davanzale dove era stato messo con cura e non per la prima volta. L’imposta l’aveva ferito, ripetutamente, ma sempre nello stesso punto; lo sfogliai: la stilettata era penetrata per una ventina di pagine, nella parte anteriore; anche il dorso, però, risultava offeso.
Lo reggevo con una mano, l’altra a tenere l’imposta, ché non sbattesse.
“Ti interessa?” fece il mio ospite, che aveva seguito incuriosito quei miei movimenti. “Prendilo, deve essere qualcosa di uno dei miei figli, lasciato qui da tanti, tanti anni. Ormai non se ne farebbero più di nulla.” La voce si incrinò un po’, i vecchi non vogliono vivere da soli ma spesso devono.
“Aspetta, torno subito” rimisi il libro al suo posto e uscii dalla casa lasciando il portoncino d’ingresso aperto; il riscontro d’aria si fece più forte. Dal mio appartamento, lì, sullo stesso pianerottolo, presi un gancetto di plastica, uno di quei dispositivi che tenevo in casa perché facessero, ma senza strazio, lo stesso lavoro del libro, e rientrai dal mio ospite.
“Ecco, vedi, usa questo” e gli mostrai come utilizzare il gancetto: la finestra restava socchiusa ma bloccata: non c’era più neppure il rischio che una folata di vento più forte la facesse impigliare nella lunga tenda.
“Il libro…” lo allungai verso il mio ospite che era ancora seduto in poltrona.
“No, tienilo tu, io che me ne faccio… so che anche a te i libri piacciono.”
Quanto dolore e rimpianto c’erano in quell’«anche».

 

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fuchs

Un’infanzia dorata

Quando penso alla mia infanzia, a quelle briciole di ricordi che iniziano coi primi anni di vita e finiscono con l’ingresso alle scuole medie, vedo un’indistinta luce calda e dorata e sento di aver vissuto un periodo di calma e di pace, senza dolori, senza affanni: il più bello della vita. Ho la vaga percezione di quel benessere, di quell’aura speciale che mi avvolgeva e mi proteggeva dal mondo e dai pericoli, dal dispiacere e dal male.

Intravedo quegli anni come in una immagine sfocata, ne rammento pochi episodi ma ho la sensazione piacevole di un periodo unico, magico, luminoso, proprio come una giornata di sole alla fine di maggio.

C’è una luce calda che entra nella stanza e la illumina, è la luce del sole del primo pomeriggio. I raggi non entrano direttamente a ferire la stanza, le persiane devono essere leggermente accostate ma di fronte non ci sono palazzi che bloccano la vista e se mi mettessi in piedi su una sedia, proprio di fronte alla finestra, per quanto piccino sono sicuro che vedrei la pineta e il mare.

Il sole entra nella stanza e io sono attratto dalla sua luce, guardo verso la finestra; c’è anche una tenda chiusa che fa da schermo ma con poca convinzione. E’ una bella tenda, ha il colore della paglia, una trama larga che fa passare quasi tutta la luce e la indora ancora di più.

Mi piace quella tenda, che la mamma ama tanto, perché ha un cordone che termina in una buffa nappa e io ho imparato da poco a usarlo: tirando il filo da una parte la tenda si divide piano piano a metà, il tessuto traforato si fa più serrato, le plissettature si avvicinano, nella stanza entra un po’ più luce. Se tiro dall’altra parte la tenda si riunisce, come se due dei miei soldatini si mettessero, braccia e spalle larghe, a guardia della finestra per impedire a chiunque di entrare e di uscire.

Rido, quando faccio questo gioco che ho appena scoperto, e anche la mamma ride e allora io rido ancora di più.

Guardo la finestra: entra la luce, vorrei andare verso quella luce, sono agitato.

Mi piace stare nella camera dei miei genitori: ci sono tante cose strane, lì dentro. C’è un armadio grandissimo che nasconde e fa ricomparire i vestiti, un settimino più alto di me con dei cassetti dai quali la mamma tira fuori le mie magliette, i pantaloncini, i calzini. Sono mobili strani, bombati, curvilinei, di un legno di castagno scuro, quasi nero; mi fanno un po’ paura ma per fortuna le pareti sono bianche e riflettono la luce che entra dalla grande finestra. E poi sul settimino ci sono cose buffe. Ce n’è una con una curiosa nappa, quasi come quella del cordone delle tende ma fatta a palloncino. La mamma me l’ha fatta usare: lei teneva in mano una specie di bottiglietta tutta vestita come fosse un bambino piccolissimo e io ho potuto stringere quella nappa che era morbida morbida e ogni volta che la stringevo c’erano tante goccioline profumate che uscivano dalla bottiglietta e sparivano magicamente nel vestito della mamma.

Sono in piedi sul lettone dei miei genitori e se guardo dalla parte opposta alla finestra vedo bene il piano dove sono allineate la bottiglietta, la foto di un bambino con la mano in quella del suo babbo e una scatola di legno a mezzaluna che fa tic tac; dietro c’è uno specchio che riflette la mia testa, bionda bionda, e la mia faccia imbronciata; preferisco però guardare dove c’è la finestra, dove c’è il sole.

Saltello sul lettone dei miei genitori; ero dentro il letto ma ne sono uscito all’improvviso e ora saltello, saltello sul materasso. Nella stanza non sono solo, non ci sarei mai potuto entrare, c’è sicuramente un adulto con me.

Salto sul letto ma non sono tranquillo, ho paura e guardo verso la luce. Oltre la tenda, oltre i vetri della finestra, al di là delle persiane un po’ accostate c’è il cielo, c’è l’aria, l’aria fresca dove ho visto volare le rondini; chissà come stanno bene le rondini nel cielo, in tutto quel mare d’aria, come respirano felici!

Io non sto bene, invece; non so cosa mi succede, salto disperatamente sul letto; c’è il babbo con me, ora lo so. Dovrei essere tranquillo invece sono terrorizzato; salto sul letto, verso il bordo, verso la finestra; ho caldo, tanto caldo, devo essere paonazzo.

Una mano mi afferra, un braccio forte mi impedisce di andare avanti; non saltello più, non ne avrei neppure la forza.

Un’altra mano mi prende per la gola, mi stringe, non capisco cosa succede; è il babbo, mi ha fatto voltare verso di sé,  non vedo più la finestra, sono spossato e riesco appena a stare in piedi, intorno a me si sta facendo buio.

La mano stringe il mio collo e, all’improvviso, la caramella che mi ostruiva la gola schizza fuori dalla bocca, cade sulla coperta, rotola coprendosi di peletti e atterra silenziosa sul tappeto di lana che è ai piedi del letto. Riprendo a respirare.

Stavo soffocando, me lo ricordo bene anche se avevo poco più di tre anni, e sarei morto se non fosse stato per la mano del babbo venuto a darmi di nuovo la vita.

 

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Dr J. Iccapot

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La chiave

Lei in  un fresco vestito rosa antico con dei sandali bianchi. Lui con un completo avana e dei classici mocassini marroni. Sono sul treno per raggiungere la figlia nella città capoluogo. Un viaggio che fanno spesso da quando tanti anni fa la loro piccola prese coraggio e si trasferì lontano.

Il viaggio corre lento come ogni volta e per scacciare la noia i due sono forniti di quotidiani di ogni genere: ne posso contare almeno quattro di espressione politica simile e un inserto di cui ormai sono sempre più pieni i giornali.

Si scambiano poche parole sui vari articoli che stanno leggendo e sul viaggio che ogni volta sembra non finire mai. Poi l’uomo ha un piccolo sussulto nell’accorgersi dell’etichetta della lavanderia in bella vista cucita alla manica sinistra della giacca. E’ un po’ titubante nel confessare all’antica moglie il misfatto già conoscendo quella che sarà la sua reazione.

Certo non può stare tutto il giorno così e se lei lo dovesse scoprire da sola, la reazione sarebbe ancora peggiore, così allunga la sinistra e mostra l’etichetta alla moglie che con uno sguardo irritato, che afferma ancora una volta nella loro vita la superiorità della donna, cerca il modo di togliere quella bruttura. Tenta di strappare delicatamente l’etichetta ma ogni sforzo è evidentemente vano, l’etichetta non ha intenzione di lasciare quella manica. Così l’uomo azzarda un’altra disperata azione per migliorare la sua posizione e tenta di strappare con forza quell’ignominia dal suo braccio. Lo sguardo della moglie si incupisce ancora di più pregustando già le parole terribili che lancerà contro il maldestro marito che si troverà presto due buchi sulla manica. Nel frattempo cerca nella borsa qualcosa che possa recidere la cucitura che unisce l’etichetta alla giacca.

Ma il marito la precede ed un lembo dell’etichetta già volteggia libero mostrando un piccolo buco nella manica. Insignificante per lui, raccoglie tutto l’astio della donna che tenta di recuperare l’irrimediabile azione. Poi nel mazzo di chiavi che aveva tirato fuori dalla borsa sceglie quella che secondo lei potrà recidere più facilmente quell’ultimo mazzetto di fili e comincia a tagliarlo. Finalmente libero, l’anziano signore si sente sollevato ma sa che lo sguardo e il pensiero della moglie è ancora nero.

All’improvviso la mano di lei si allunga alla ricerca dell’antica compagna per un’affettuosa riconciliazione.

 

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Juan

L’uomo sfortunato

Un racconto di Idelfonso Nieri da: “Cento racconti popolari lucchesi“.

Da questo racconto  l’ispirazione per “La Clausola

 C’era una volta un uomo il più disgraziato che si potesse dare nel mondo. Aveva tentato tutte le vie per uscire dalla miseria, aveva fatto della sua vita torchio per montare uno scalino; ma quanto più s’ ingegnava e più sprofondava nella bigongia: se si metteva a fare una Madonna, gli riusciva un soldato! Avrebbe dato l’animaccia al diavolo per due soldi. Una volta che era più scannato del solito e non sapeva come riprillarsi dai debiti, girava da una stanza all’altra che pareva una tigre nella gabbia e sagrava come un dannato dalla gran rapina che lo divorava dentro vivo; quando tutt’a un tratto gli apparse il diavolo. — «C’è da piangere? ‘un son qua io?! Mira, eccoti qui cinquecento scudi un sopra l’altro belli pari; io te gl’impresto senz’un centesimo d’interesse, purché fra un anno in punto in questo giorno e a quest’ora precisa tu me li renda! 499 più uno». — «E se non te li rendo?» — «Se tu non gli hai da rendermeli, fratello, mi devi accontrattare l’anima; l’anima tua è mia, e io la potrò pigliare tutte le volte e quando mi parerà e piacerà». — «O cosino! ma l’anima non è mica ròccia!» — «O cosóne! ma neanche cinquecento scudi li trovi nella spazzatura! E oh! eccoli qui spulati, ballanti e sonanti, nuovi di zecca». — «Basta, dice lui, sentiremo un po’ la moglie come la pensa!» Ma aveva già l’acquina in bocca. Vanno di là e raccontano il negozio alla donna, patti e condizioni, tutto per filo e per segno. Risponde lei: — «Mi piace e ci sto; ma ci vo’ mettere una condizione anch’io». — «Che condizione?» dice Brucino. — «Se fra un anno preciso il mi’ omo non ti può ridare i tu’ soldi, l’anima sua è tua, ma purché tu, prima di poterla pigliare, tu ritrovi tre cose». Figuratevi! il diavolo che sa tutto, non se lo fece ripetere due volte: «Sta bene! Sta benone! Accetto!» Consegna i cinquecento scudi a quell’uomo e dice: «Ohe! fratelli, ricordiamoci bene i patti! Io la memoria l’bo buona; fra un anno preciso a quest’ora sono qui; occhio alla penna!» e sparisce.

A quel poveraccio quand’ebbe i cinquecento scudi in mano gli parve d’essere il più omo ricco del mondo e di potere scrivere al Papa: «Carissimo cugino!» Cinquecento monete! Cinquecento scudi lustrenti che acciecavano! Gli pareva che non avessero a finir mai. Ma una parte se ne dovette andar subito nel tappare i buchi più grossi, vo’ dire nel pagare i debiti più pressanti, perchè a que’ tempi sgusciavano in gatta ferrata come nulla anche i debitori; una parte gli ci vollero per comprarsi un po’ di biada e rifornirsi di qualche attrezzo più necessario, che la su’ casa oramai pareva quella dei topi, e rivestirsi alla meglio, che mostravan le gomita, ridotti propio, come dice il proverbio, con uno zoccolo e una ciabatta. Con quelli che gli rimasero comincio a trafficare e a volere ingegnarsi; le studiava tutte, ma aveva la sperpetua nell’ossa: quando gli diceva bene ce li perdeva mezzi; tanto più ora che il diavolo ci si era messo di piccia a mandargli tutto a trottoloni e a rovesciargli addosso il corbello delle disgrazie; di maniera che, per farvela lunga e corta, passato l’anno e venuto il momento di rirendere la somma, era asciutto come l’esca e pulito come una pianta di mano.

Allo scatto di quell’ora eccoti gii si presenta l’Omo nero: — «Amico, adsum! I miei cinquecento scudi!» — «Caro et amato Asdrubale, hai sbagliato uscio!» — «Come a dire?» — «Come a dire che in sacca mi ci ha tirato vento!» — «Ma io rivoglio i miei cinquecento scudi!» — «O leva sangue a una rapa! Quando non ce n’è, quare conturbas me?» — «Dunque l’anima tua è mia!» — «Adagio! disse Biagio; l’hai a mente i patti? Prima devi trovare le tre cose». — «Sta bene! Eccomi qua!» L’omo va dalla moglie e dice che di là c’è l’Amico Ceragia «e è venuto per quella bazzecola dei cinquecento scudi, se no….» — «Va sulla scogliera del fiume nel punto dove il razzalo è più tirente e buttaci questo sacco di panico, e digli che lo ritrovi tutto fino a un pippolino». Vanno; l’uomo rovescia nella corrente il sacco e dice: «Ritrovami tutti i granellini fino a uno!» E il diavolo si butta giù a forone e in un àmme lo ripesca tutto e lo riporta a quell’uomo. Torna dalla moglie: — «Ragazza mia, la vedo incornata male! Eccolo qui! me l’ ha ripescato tutto!» — «Coraggio e niente paura! To’ piglia questo corbello di penne; buttale al vento nel punto dove ci tiri più forte e digli che te le riporti tutte». Vanno con queste penne, le sparge al vento e gli dice: — «Ritrovale tutte; se ce ne manca una, siamo sciolti!» E il diavolo via a volo come un tappo di saetta! corri di qua, scappa di là, voltati da una parte, prillati da quell’altra, torna indietro, schizza in avanti, gira, frulla e rigira, in un lampo le ripiglia tutte e rimette il corbello pieno in mano a quel poveraccio. Torna dalla moglie co’ capelli ritti: — «Ohimè, Caterina, l’affare ingrossa! Eccoti qui le tu’ penne; le ha ritrovate tutte. Ora ci sono io alla concia del cuoio!» — «Come sei citrullo! tu affoghi propio in un bicchier d’acqua! To’, mangia questi fagiuoli qui anco che siano pogo cotti e rodili bene! poi…» e gli soffiò una cosina in una ciocca d’orecchio. Lui c’impiegò un po’ di tempo a bella posta e quando gli parve d’essere al punto giusto, dice al diavolo: «A noi». — «Che ho a fare?» — «Trovare la terza cosa». — «Lo sapevo; ma si deve camminar molto? E un pezzo che aspetto e io ho il tempo contato». — «No! no! possiamo rimanere anco qui». — «Meglio!» — «Ma tu trovi tutto?» — «Tutto! Hai visto? Io trovo tutto!» — «O be’! allora trovami questa!» e mandò un gran suono per via di que’ fagiuoli mezzi crudi! E il diavolo restò lì propio come Berlicche, senza sapere nè che dire, nè che fare. E quando si rinvenne disse: — «Di lì ci spirò l’anima Giuda! Corda, Crocifisso e boia! Per lo Zio! me l’hai fatta sul grilletto! Ma questa è farina della tu’ donna, perchè tu di tuo, mammalucco, non ci arrivavi». E l’omo rideva. — «Ghigna, ghigna, ladrone! ma il sole non è anche andato sotto, e prima che il giuoco resti, c’è il caso che tu o quel bel mobile della tu’ moglie mi capitiate tra le granfie, e allora ride ben chi ride l’ultimo!»

«Bellissima novella da vero! dirà il lettore; meritava proprio il conto di metterla alle stampe! E che morale ne ricavi?» E e’ è proprio bisogno di ricavare una lezione di morale in modis et formis da tutto quello che si dice e si fa? una semplice risata, se si ottiene, non è già qualche cosa? Tanto mancano le noie nella vita! Tanto delle prediche se ne sente poche da un anno all’altro! Ma poi quando fosse quel momentaccio, non saresti buono di levarci nulla da questo racconto buffonesco? Non vedi che l’uomo non va ridotto alla disperazione, se no è capace di buttarsi a ogni rimedio estremo e gioca di tutto, anco dell’animaccia sua?! E non vedi che siamo in balìa della sorte e che ci sono i fortunati e i disgraziati, che se si mettono a fare i cappelli, nascono gli uomini senza, testa? «Dunque, dirai, tu ammetti la fortuna? Ma chi ammette la fortuna, nega Dio!» Io non ragiono tanto dal tetto in su; io parlo dal tetto in giù e chiamo fortuna tutto quello che mi succede senza che io ci abbia nè colpa ne peccato, ne merito ne demerito. Se son bello o brutto, biondo o nero, fìgliuol d’un ricco o d’un povero, d’un galantuomo o d’un birbante; se son nato con tutti e due i piedi o con uno solo, in città o in campagna, se…. Una volta in una strada c’era un carro fermato davanti a una porta, senza buoi, nè cavalli, nè muli; era là verso le due dopo mezzo giorno. Sulla porta non c’era nessuno, sul carro non c’era nessuno, per quella strada non c’era altro che un ometto che se ne veniva tranquillo pe’ fatti suoi. Arrivato al carro passò dalla parte della porta, chè da quell’altra a mala pena ci si capiva fra il mòzzo e il muro; quando fu precisamente contro la porta, púnfete! un mattonacelo nella testa! e giù in terra mezzo morto. Che era stato? Era stato che nell’orto di quella casa ci lavoravano; dovevan portar via dei sassi, e cinque o sei s’erano messi in fila e facevano il passa passa o la lombardata, come dicono nel Fiorentino, dal dentro al fuori, e l’ultimo di sulla soglia che era giù bassa li buttava sul carro. Eran le due, avevano ricominciato allora e quel pover’uomo si trovò proprio di contro al primo che era scaturito. Domando e dico se poteva mai figurarselo e badarsene! Dirai: «la colpa fu di quelli di dentro, che dovevano attenderci loro e avvisare!» Sta bene; ma per l’uomo di fuori fu una disgrazia che li ci fossero degli scervellati. Anche il figliuolo d’un birbante è nello stesso caso: la colpa è del padre, ma il disgraziato è lui, che non poteva scegliersi da chi nascere! Eccoti lì un ceppo di terra giglia o argilla, to’! è tutta terra a un modo, spolverizzata colla stessa mazzeranga, impastata colla stessa acqua e dallo stesso mattonaio, che farà altrettanti mattoni o mezzanelle o sestini o quadroni colla stessa forma e li cocerà nella stessa fornace; e be’! uno viene più bello, uno meno bello, uno più cotto e uno meno cotto, uno diritto e uno storto e sformato; dieci o dodici di quella ceppata si romperanno e serviranno da pezzame per rincalzi, e quegli altri una parte gioveranno per un altare, una parte per un salotto, una per un pavimento di stabbiolo e una anche per peggio.

Ma giacchè tracchè, dicono a Camaiore, questa novella della fortuna è cominciata alquanto sudicetta, non deve finire molto pulita. Caro lettore, ci vuole un poco di tutto, e sempre in sulle quintessenze dei profumi non ci si può stare. O senti! C’era un uomo al mio paese che in verità era sfortunatissimo. Un giorno fra gli altri aveva giocato a tutti i giuochi che conosceva e aveva perso a tutti. All’ultimo, non sapendo che tentare, fece con uno, che ho conosciuto anch’io, a chi sputava più lontano e giocarono di mezzo paolo, ventotto centesimi. Sputò quell’altro il primo; sbagliò e si sputò ai piedi. «Per die! vincerò questa volta!» e s’imposta empiendosi la pancia di fiato; ma nell’atto di sputare gli venne un colpo di tosse e si sputò sulla barba!!!

Raccontava poi che una volta aveva giocato al giuoco del pidocchio e aveva perso anche a quello. Era un divertimentino che aveva imparato in S. Giorgio una volta che ci era dovuto stare due mesetti per via di certi sgrugnoni dati giusto in sul giuoco al suo avversario. Il bellissimo giuoco del pidocchio dunque consiste nel fare tanti circoli uguali colle seste quanti sono i giocatori; ognuno di questi poi chiappa un inquilino della sua testa, se ce gli ha, e, se non ha la fortuna di possederne, lo piglia in prestito da qualche compagno, e lo posa precisamente nel centro del suo circolo e lì li tengono fermi fino al segno delle mosse. Data la mossa: uno! due! tre! li lasciano liberi, e il primo che esce fuori del circolo, il suo padrone vince. O be’, quella volta che giocò lui, il suo pidocchio s’accucciò lì bello pari come fosse nel suo nidio e quello di quell’altro arrancava verso la circonferenza come se avesse gli sbirri dietro! E poi non c’è la fortuna!!

 

 

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contributi

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Lo zio Gino

Quando la mattina presto arrivo nel palazzo dove c’è l’ufficio dell’azienda per cui lavoro, la prima persona che vedo è lo zio Gino; di solito cammina avanti e indietro vicino all’ingresso del suo negozio oppure è appena al di là della vetrina, a sistemare qualcuna delle sue cianfrusaglie.

Intendiamoci, non è davvero mio zio. Uno zio Gino in famiglia l’avevo realmente, anni fa, ma anche lui non era proprio uno zio. Per quelle parentele alla lontana caratteristiche delle vecchie famiglie, anche le sorelle di mia nonna erano ‘zie’ e i loro mariti, di conseguenza, si guadagnavano il titolo di zio.

Zio Gino era pingue, sudaticcio, quasi calvo; una faccia butterata e bianca ne denunciava il cattivo stato di salute e io, da bambino, mi chiedevo come avesse fatto la zia Raffaella a sposare un uomo così brutto e grasso; mi sfuggiva che il loro matrimonio fosse avvenuto almeno venti anni prima, quando forse le cose erano diverse; continuavo tuttavia a sentire zio Gino veramento poco ‘zio’.

Lo zio Gino che incontro tutti i giorni è un cinese di età indefinibile, potrebbe avere quarant’anni come sessanta, ha il fisico asciutto, i capelli neri, lucidi e corti ed è vestito immancabilmente con un paio di blue-jeans. Lo chiamo zio Gino perché non conosco il suo vero nome e immagino, comunque, sia impronunciabile: l’ho ribattezzato così una mattina, per scherzo, e adesso tutti i colleghi, in azienda, usano questo nome.

Mario, come l’ho sentito chiamare qualche volta in negozio, è il nipote di zio Gino: dubito che sia registrato così all’anagrafe cinese e certamente non è nato in Italia perché l’italiano non lo parlano granché bene né lui né la moglie. La coppia gestisce il negozio di carabattole con l’aiuto di Emma, anche lei cinese, che chissà come si chiama: sarà, immagino, un nome di comodo che aiuta i clienti a distinguerla dall’altra donna. Emma, al contrario degli altri, parla in un buon italiano e in maniera molto veloce; riesce a capire perfettamente i clienti ed è in grado di chiacchierare con più persone e rispondere al telefono contemporaneamente. Emma deve essere anche l’anima ‘commerciale’ dell’azienda: è spesso al telefono e la si sente parlare in cinese ma anche in un inglese fluente e corretto ma così rapido che mi è quasi impossibile cogliere più di un paio di parole per ogni frase che dice.

Lo zio Gino è il proprietario, così abbiamo ricostruito, di questo negozio e di un altro paio, in centro, ma lui se ne sta fisso qui, accanto ai ‘nipoti’. Come stiano in effetti le cose non lo sappiamo e con i colleghi dell’ufficio ci siamo spesso chiesti che razza di azienda sia la loro: vendono orologi da parete, ombrelli, pile elettriche, lampadine a risparmio energetico, abbigliamento, borse in finta pelle (o magari sarà pelle vera… di cane?) e tutta una paccottiglia che è inutile enumerare; insomma, un vero bazar di prodotti cinesi.

Il negozio ha un buon flusso di clienti: facendo l’orario continuato dalle 9 alle 19 è mèta, specie all’inizio della mattina e nella pausa pranzo, di molti impiegati che lavorano in questo quartiere di uffici. Un salto dal ‘cinese’ si fa sempre volentieri, dopo un pranzo veloce alla tavola calda (cinese) o un panino trangugiato al bar, dove cinesi sono gran parte degli avventori.

Qui intorno, oltre agli uffici di grandi aziende d’informatica e d’elettronica, fra cui alcune multinazionali, ci sono anche un grande insediamento di una famosa firma della moda italiana e alcune decine di anonimi capannoni. Dall’interno dei nostri uffici, che sono a un piano alto, riusciamo qualche volta a sbirciare dentro quei contenitori oscuri e vediamo muoversi avanti e indietro persone con tratti asiatici che spostano scatole di merce o caricano e scaricano anonimi camioncini entrati passando da cancelli automatici sorvegliati da video e impianti d’allarme. Che cosa producano o cosa facciano è però un mistero.

La mia antipatia per zio Gino è nata da una banalità: le poche volte che sono andato a comprare qualcosa da lui non mi ha mai dato lo scontrino fiscale ma una semplice strisciata di carta di una calcolatrice con i prezzi di quello che avevo comperato. Io lavoro tutto il santo giorno, ho uno stipendio da sopravvivenza, i clienti faticano a pagarci e questo ‘muso giallo’ evade a man bassa. Parlandone con qualche collega ho scoperto che si comporta così quasi con tutti. “Ma cosa credi che faccia tutto il giorno, lì fuori, a passeggiare avanti e indietro? È la civetta sulla cròccia!” mi ha detto una volta un collega lucchese “Sta di vedetta, se arriva la Finanza è pronto ad avvertire i ‘nipoti’ “.

Prima rispondevo sbadatamente a qualche stentata frase in italiano che mi rivolgeva quando passavo, tipo “Bella giornata oggi” oppure “Piove!”, ma da un po’ ho smesso di entrare nel suo negozio e di salutarlo, anche solo con un cenno della testa. Ci fissiamo, muti, un po’ in cagnesco, e basta. Il più delle volte evito anche di incrociare il suo sguardo.

Dall’alto dell’ufficio, dove spesso mi trattengo oltre l’orario di lavoro, mi è capitato di osservare, un paio di volte la settimana e quando fa già buio, uno strano movimento: un camioncino si avvicina a retro marcia alla porta posteriore del negozio e lo zio Gino, aiutato da Mario, scarica dal portellone scatoloni o bracciate intere di abiti già infilzati nelle loro grucce; prima di iniziare questa operazione, lo zio Gino fa sempre un ampio giro, a piedi, nel cortile poco illuminato: evidentemente controlla che non ci siano sorprese.

Una mattina in cui ero particolarmente scontento di me e delle notizie sui traffici illeciti dei cinesi in città, ho chiamato il 117, raccontando degli scontrini, dello strano traffico notturno, di misteriose telefonate…. Non mi aspettavo una qualche reazione da parte della Guardia di Finanza e, invece, qualche giorno dopo ho trovato il negozio chiuso; mi sono avvicinato è ho letto un cartello affisso in bella mostra all’interno della porta a vetri: “Esercizio chiuso per reiterate violazioni degli obblighi di emissione degli scontrini e/o delle ricevute fiscali, ai sensi dell’art….”. E’ bastato un attimo e il vetro della porta ha mandato indietro il ghigno della mia faccia.

Zio Gino adesso, quando passo, mi guarda con odio e Mario, sempre così loquace quando ci incontravamo al bar, fa finta di non vedermi.

Pochi minuti fa, intorno alle diciannove, sono sceso nel garage sotterraneo degli uffici per prendere la macchina e tornare a casa. Ho notato un’auto ferma davanti alla sbarra automatica dell’uscita. Ho suonato il clacson però non si sono mossi, anzi hanno spento il motore. Qualcuno è sceso, sono cinesi: mi fissano.  Fingo di parlare al telefono per guadagnare qualche minuto. Qui dentro non c’è campo ma forse loro non lo sanno; non posso chiamare aiuto e registro questo messaggio nel dittafono del cellulare sperando che qualcuno lo ascolti, prima o poi. Sono impazienti di avvicinarsi, aspettano che chiuda la comunicazione poi… poi si faranno avanti e succederà qualcosa.

Ecco, stanno arrivando…

 

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fuchs

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Arcano è tutto, fuor che il nostro dolor

Image credits: disegno di Reed Crandall

Eravamo seduti alle nostre scrivanie, le poltroncine girate l’una verso l’altra in modo da poterci guardare in faccia; rimasti soli in ufficio, come spesso ci capitava durante l’ora di pranzo, parlavamo di cose futili, per fare più tardi e per diluire la noia di quell’ora calda di fine estate.

Lei cominciò a raccontarmi, senza enfasi particolare, gli avvenimenti delle sue ultime settimane riguardanti il trasloco nella nuova casa, più grande e adatta alla famiglia che era cresciuta e stava ancora crescendo, come dimostrava il suo pancione.

Voleva, Silvia, dirmi qualcosa di preciso, desiderava raccontarmi un’emozione particolare, un brivido che l’aveva percorsa in quei giorni: lo capivo dai suoi occhi, sempre fissi sui miei, lo vedevo dall’agitarsi delle mani.

La casa ‘nuova’ era, in realtà, una vecchia abitazione della famiglia del marito, dove avevano già vissuto alcune generazioni e che l’ultimo abitante, un nonno molto vecchio e con una salute malandata, affezionatissimo al piccolo bis-nipote, aveva voluto cedere alla giovane coppia per ritirarsi in un luogo dove farsi curare e accudire sarebbe stato molto più semplice.

Parlammo, io e Silvia, come capita in queste occasioni, dello stress dei traslochi: degli scatoloni che si accumulano, della velocità con cui si perde presto il controllo delle nostre cose, impacchettate con cura e messe però chissà dove. Anch’io ho subito il trauma di numerosi cambiamenti d’abitazione: dell’ultimo ricordo la disperazione della mamma, ormai molto anziana, perché alcune scatole con le ‘sue’ cose erano andate irrimediabilmente perdute; ma, per tenermi leggero nella conversazione, descrissi con brio solo certi spostamenti, per decine e decine di chilometri e per più volte, della mia utilitaria piena sino all’inverosimile di piante verdi di rampicanti, di vasi di limoni, di vecchi orci d’olio trasformati in contenitori ‘vintage’ e quanto dovevo sembrare ridicolo, a chi mi vedeva passare, nascosto nel verde di un’affollata, arruffata e multiforme serra semovente.

La feci sorridere, ma Silvia voleva continuare a raccontarmi il ‘suo’ trasloco: c’era qualcos’altro che aveva bisogno di dirmi; lasciai che il suo racconto continuasse, smorzando la mia ironia sugli strani accidenti che capitano quando si cambia casa.

Alcune delle loro scatole, proseguiva Silvia, furono portate all’interno dell’appartamento e subito la giovane coppia cominciò a distribuire nella dispensa, negli armadi lasciati vuoti dal nonno, sugli scaffali, i propri piatti, i bicchieri, la biancheria da bagno, gli abiti. Gran parte degli scatoloni, contenenti cose ritenute meno utili nell’immediato di quella prima giornata nella casa nuova, furono lasciati, ben disposti, dentro una grande rimessa al piano terra, all’asciutto e al sicuro.

Fra i ‘bagagli’ che avevano seguito la coppia al nuovo indirizzo c’era anche una gatta, amatissima dal marito ma che secondo Silvia era solo un grasso e pigro animale con due scopi nella vita, mangiare e dormire, che cercava di realizzare sempre limitando al massimo lo sforzo fisico.

Per non traumatizzare la bestiola spostata all’improvviso in un nuovo appartamento, tutto ancora da riordinare, fu deciso che la prima notte avrebbe dormito da basso, nel garage, accanto alla rimessa che aveva dato ricovero ai pacchi e alle scatole del trasloco; per far sentire a suo agio la gatta le era stata accomodata la sua vecchia poltrona personale in una posizione da cui potesse controllare tutto l’ambiente circostante col minimo sforzo. Per terra furono disposti, prima che i coniugi si ritirassero per la notte, le scodelle con i croccantini favoriti, i bocconcini più appetitosi e un’abbondante ciotola di acqua fresca e pulitissima.

Il sonno prese subito i due ragazzi, la giornata era stata molto impegnativa e faticosa: la nuova casa ‘giocava’ a nascondere le cose appena riposte e c’era da far di nuovo l’abitudine a ritrovare anche gli oggetti più comuni; un nottata tranquilla era quello che ci voleva per affrontare, la mattina dopo, il resto del lavoro.

Dopo qualche minuto Silvia però si risvegliò; sarà la stanchezza, pensò girandosi nel letto accanto al marito che riposava profondamente. Dalle persiane chiuse tremolava la luce dei lampioni, creando bizzarri disegni sulle pareti della stanza nell’incontrare le fronde, che sembravano agitate dal vento, di un vecchio e colossale albero che cresceva proprio davanti al portone d’ingresso della casa; questa immagine la inquietava. Era stato il rumore delle fronde smosse dal vento a svegliarla, un qualche cigolio di un ramo contro un muro?

Per un po’ rimase a occhi chiusi, tentando di riaddormentarsi; poi le sembrò di sentire il rumore come di mani che tentassero di aprire un pacco, poi ancora uno scartoccìo; accese la luce e si mise, coraggiosamente, a girare per la casa: no, non c’era nessuno, eppure…

I rumori ripresero, più intensi, sembravano provenire dalla rimessa, proprio sotto la stanza da letto. Che ci fossero dei ladri? Quando sentì il miagolio della gatta trasalì: il povero animale era scappato dal garage e adesso si era seduto sotto la finestra della camera; il suo pianto continuo, incessante, era una preghiera per farla entrare in casa; un comportamento che in vita sua quella bestia, tranquilla e indipendente, non aveva mai avuto.

Silvia non sapeva cosa fare. Svegliare il marito e farsi prendere in giro per i rumori della vecchia casa? Cercare di riaddormentarsi, dicendosi che era solo la stanchezza e che domani, con le prime luci del sole, avrebbe pensato a quelle ore come a una sciocchezza?

Tornò piano piano a letto ma il cuore le batteva forte; nella rimessa il rumore si era fatto più intenso e deciso: delle mani sfioravano e forse aprivano le scatole, scartavano i pacchetti affondati nei sacchi del trasloco; la gatta continuava a lamentarsi sotto la loro finestra con quel suo miagolio agghiacciante, senza sosta, senza sosta…

Silvia non ce la fece più, scosse il marito per le spalle, riuscì a svegliarlo.

– Ci sono dei rumori, di sotto. Forse sono dei ladri…. E’ da un po’ che li sento….

Il marito tese le orecchie, anche lui nel silenzio della notte distingueva chiaramente quei suoni che provenivano proprio dalla stanza sotto la loro camera.

– Sono la ‘nonna’ e il suo bambino – rispose, riadagiandosi sul materasso come se quelle parole potessero rassicurare la moglie, che però non capiva.

– La ‘nonna’! Te l’ho detto che questa casa fu costruita tanti anni fa dalla mia famiglia. Noi la chiamiamo ‘la nonna’, è stata la prima proprietaria: se ne va in giro, di notte, col suo bambino. Era piccolo quanto il nostro Emanuele quando piantarono per lui l’albero che è all’ingresso; dopo pochi mesi il bimbo morì improvvisamente e la sua mamma non se ne dette pace, morì anche lei, di dolore, poche settimane dopo. Da allora sono rimasti qui, nella casa, anche dopo morti; di notte se ne vanno in giro, curiosano, proteggono le varie generazioni che ci hanno abitato… Non devi avere paura, hanno visto tutto questo movimento e si saranno messi a spiare, a cercare di capire chi sono i nuovi ospiti della loro casa, cosa hanno portato nei loro sacchi e nei loro scatoloni. Non ti preoccupare, andranno un po’ in giro e poi si metteranno buoni. Su, torna a letto.

Silvia quella notte non dormì molto, girandosi e rigirandosi al minimo rumore proveniente dalla rimessa, senza avere neppure il coraggio di scendere le scale per far salire la gatta e farle smettere quel miagolio disperato e impaurito.

La mattina dopo tutto era di nuovo tranquillo ma da allora quella gatta, che aveva tanto odiato e maltrattato, è diventata la sua migliore amica e quando è a casa sta sempre con lei e non se ne separa mai: sa che l’animale, con la sua ferina sensibilità, può segnalare la presenza della ‘nonna’ e del bambino, e Silvia non ci tiene proprio a fare la conoscenza diretta con questi lontani avi del suo piccolo Emanuele.

 

 

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fuchs

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Modelle sulla spiaggia

Sulla spiaggia assolata gli ombrelloni colorati si confondono ed il caldo rende la sabbia rovente, mentre l’acqua si rifrange tranquillamente su se stessa seguendo il ritmo del vento.

Qualcosa, però, attrae l’attenzione dei bagnanti.  Non i bambini, ma gli adulti si voltano quasi tutti. Non è inusuale vedere sulla spiaggia un fotografo, tuttavia c’è qualcosa che stona, nella scenetta che è sotto i loro occhi in questo momento. Colui che imbraccia la macchina fotografica è completamente vestito, con tanto di camicia a maniche lunghe, scarpe sportive, cappellino e occhiali da sole. Chiaramente è lì per lavorare e non per prendere il sole.

Con lui ci sono due modelle e sono loro ad attrarre l’attenzione dell’intera spiaggia. Una delle due è decisamente bella: capelli lunghi e scuri, fisico scultoreo, un bikini rosso ed essenziale. L’altra non le somiglia affatto: fisico giunonico, forme e rotondità che non si limitano al sovrappeso; la ragazza, peraltro di graziosi lineamenti, è senza dubbio una grande obesa ed indossa un due pezzi che non lascia nulla all’immaginazione.

È lei la prima ad essere fotografata. Gioca con uno scialle dai colori accesi, cambia posa e si mostra senza riluttanza. È questo che sorprende: non tanto le sue forme, quanto il fatto che si esponga con tanta tranquillità agli sguardi di tutti e che si lasci fotografare con tanta disinvoltura.

È il turno della ragazza magra. Lei sì che sembra una modella, con le gambe lunghe e affusolate, i fianchi stretti, il seno prominente. Gli sguardi di tutti stavolta approvano le pose e i movimenti rapidi del fotografo.

“La bella e la bestia” mormora un uomo che ha interrotto la passeggiata per assistere allo spettacolo. I vicini approvano borbottando.

Intanto la ragazza obesa si è sdraiata nell’acqua bassa, in cerca di una posizione che le sembri degna di essere immortalata. Sembra completamente incurante di quello che le accade intorno, è tutta concentrata su ciò che sta facendo. Si mette una farfalla tra i capelli e muove la testa per vedere che effetto fa. “Oh, guarda, si è arenata una balena!” grida un ragazzo sghignazzando con gli altri del suo branco. Lei deve averlo sentito, ma rimane impassibile. Il fotografo si volta e le dà istruzioni su come muoversi. Le gira intorno e scatta, esattamente come ha fatto poco fa con l’altra, con la stessa cura ed attenzione ai particolari.

La ragazza bella si è messa una maglietta color arancio, che spicca nel contrasto con la sabbia dorata. Anche l’altra cerca nella borsa, estrae una maglietta identica ma visibilmente più grande e la indossa. Poisi passa le mani tra i capelli con un gesto a cui non si può non riconoscere una certa sensualità e toglie il fermaglio a forma di farfalla. In pochi attimi le loro sagome spariscono tra gli ombrelloni. Lo spettacolo è finito, la spiaggia può tornare al suo ozio, sonnolenta ed accaldata.

Image credits: postcardroundup

 

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Beatrix

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L’inseguimento

Gemma uscì dalla casa di Pamela dopo un intenso pomeriggio di studio. La maturità era ormai alle porte e la tensione le attanagliava il petto al solo pensiero di poter sbagliare qualcosa di troppo. I suoi voti non erano poi così brillanti e un esame mediocre poteva anche essere rischioso.

Mentre rimuginava su questi pensieri si avviò con passo deciso verso la fermata dell’autobus. Non c’era nessuno per strada e Gemma poteva udire i propri passi sull’asfalto. Fatti i primi cento metri sentì che qualcuno stava camminando proprio dietro di lei.

Non c’era niente di strano, eppure ebbe un sobbalzo. Si voltò.

Erano due uomini di colore, entrambi con le mani infilate saldamente nelle tasche dei jeans.  Procedevano nella sua stessa direzione; le sembrò che la stessero guardando. Sapeva che lì vicino si trovava un punto di accoglienza per i profughi provenienti dalla Libia: di sicuro venivano da là.

Si ripeté che non c’era motivo di allarmarsi, poiché di certo non stavano seguendo lei. Tra pochi passi avrebbe svoltato l’angolo e non avrebbe più avuto alle spalle la loro ombra minacciosa. Con un certo disappunto dovette constatare che anche i due uomini avevano svoltato e sembravano aver affrettato il passo, quasi a volerla raggiungere.

L’inquietudine si fece paura.

Si affrettò verso le scalette che l’avrebbero condotta sulla strada principale, sicuramente più frequentata. Anche i due iniziarono a camminare più velocemente.

Quando, alla sommità delle scalette, sentì i passi degli uomini avvicinarsi ancora e prendere di nuovo la sua stessa direzione, fu sicura che stessero davvero seguendo lei e un rivolo di panico si trasformò in sudore sulla sua fronte. Faceva caldo, in effetti.

I suoi piedi procedevano speditamente, gli occhi cercavano inutilmente per la strada qualche persona conosciuta, il cuore le batteva in gola; il laccio dello zaino le tormentava la spalla, ma non poteva certo fermarsi: i passi dei due neri dietro di lei le rimbombavano nelle orecchie in ogni istante, rallentando e accelerando esattamente negli stessi istanti in cui la sua fuga diveniva più o meno stanca.

Quando fu nei pressi della piazza, dopo minuti che le parvero infiniti, volse con ansia lo sguardo verso la fermata dell’autobus, in cerca di qualche faccia amica. Non c’era nessuno, tranne uno stuolo di vecchi seduti sulle panchine sotto le piante. Si diresse verso di loro. Almeno, pensò, erano armati di bastoni….

Si appoggiò ad un muretto, ancora spaventata; era quasi curiosa di vedere le mosse degli inseguitori. Aveva riacquistato un po’ di tranquillità perché ormai si trovava in un luogo abbastanza affollato inadatto ad un gesto di violenza e poi mancavano pochi minuti all’arrivo dell’autobus.

I due si avvicinarono.

Gemma guardò altrove, sforzandosi di sembrare a suo agio ma gli uomini si appoggiarono allo stesso muretto, esattamente accanto a lei. Non poté fare a meno di guardare per un attimo il più vicino. Indossava una giacca di jeans e Gemma ebbe la sensazione che con la mano sinistra l’uomo stesse cercando qualcosa all’interno dell’indumento.

Sperò che non estraesse una pistola o un coltello.

Il terrore le aveva di nuovo invaso la mente.

Effettivamente l’uomo stava cercando qualcosa dentro la tasca interna della giacca, ma non era una pistola. Neanche un coltello, né un temperino. Tirò fuori una rosa gialla, un po’ stropicciata ma ancora intatta e, sfoderando un sorriso di denti bianchissimi, la porse a Gemma.

Inutile dire che la ragazza rimase di stucco. Girò la faccia dall’altra parte, quasi a far intendere di non aver capito che quel gesto galante era diretto a lei ma l’uomo, senza proferire parola, rimase impalato lì, con la rosa sempre nella stessa inequivocabile posizione. Gemma non sapeva che cosa fare, per questo il sollievo fu grande quando vide arrivare l’autobus e le parve che la fretta di doverlo raggiungere fosse una buona giustificazione per ignorare la rosa e la mano tesa del nero. Salì avidamente ed occupò il primo posto che le capitò. Dal finestrino poteva vedere i due appoggiati al muretto. Anche loro la guardavano, ridendo.

Quello con la rosa gialla stretta tra le dita lanciò via il fiore, che scomparve dietro il muro. Poi strinse le spalle, come per dirle che, se non l’aveva voluta, non poteva fare altro che buttarla via; con l’altra mano le fece un cordiale cenno di saluto, senza smettere di sorridere. Gemma si lasciò andare sulla poltroncina, finalmente rilassata. Mentre osservava i palazzi scorrere uno dopo l’altro ed il paesaggio farsi sempre più campagna, un sorriso divertito le comparve sulla faccia.

 

 

 

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Beatrix

La Fondazione


Già da alcuni anni Marco Benelli lavorava nel gruppo guidato dal dottor Paolini; Paolini era un professionista tranquillo, preciso, poco espansivo e molto quotato nel suo ambiente; aveva affidato a Benelli incarichi via via più complessi che erano stati portati sempre a termine in maniera impeccabile. I due non erano certo diventati amici: Paolini ci teneva a mantenere le distanze, con tutti, ma si vedeva bene, anche dai rapporti che intratteneva con gli altri impiegati dell’ufficio, che il giudizio del funzionario nei confronti di Benelli era più che benevolo.

Nel salutarsi, come sempre formalmente, la sera di un venerdì Paolini aveva sollevato la testa, guardando direttamente negli occhi il suo collaboratore: era evidente che doveva comunicargli qualcosa di importante. “Senta, Benelli, Lei è mai stato alla ‘Fondazione’?”. Benelli fu preso da un improvviso batticuore. “In ‘Fondazione’? No, dottore, non ho mai avuto…” non trovò le parole, come poteva essere andato, proprio lui, alla ‘Fondazione’?

“Bisognerebbe ci andasse: lunedì, quando rientra, chiami la segretaria e prenda un appuntamento con Fabrizio, mi raccomando, si ricordi, con Fabrizio. Dica alla signora che ho consigliato io la visita.” “Va bene, dottore, La ringrazio veramente…”. “Lasci stare, Benelli, lasci stare. Vada, vada..”. Benelli chinò un poco il busto in avanti, abbassò rispettosamente la testa, ed uscì. Il freddo della maniglia della porta di Paolini gli fece sentire quanto era sudata la sua mano.

Per strada, tornando a casa, guidò e poi camminò distrattamente. Quello sì che era un riconoscimento, alla ‘Fondazione’, lui!
Non fecero che parlarne, quel fine settimana, Benelli e sua moglie. Lui che diceva “Ma, in fondo, perché dovrebbe premiarmi così? Ho sempre fatto solo il mio lavoro, come tutti”. E sua moglie a dirgli che erano anni che lavorava, e lavorava bene, che il suo ambiente era pieno di pressappochisti e di persone poco preparate, che era giusto che finalmente Paolini si fosse accorto di lui e della sua bravura.

“Ti rendi conto dell’intelligenza di Paolini? Ti premia in maniera così vistosa, ti fa fare una gran bella figura nel tuo ufficio, ma anche fuori, in tutta la città!” Questo, Benelli lo capiva bene: si sentiva di non meritare quella visita e sapeva che questo lo avrebbe segnato, lo avrebbe fatto passare dalla parte di quelli che, anche se non erano pochissimi, ‘andavano in Fondazione’, come si diceva in città. Un “oggi vado in ‘Fondazione’ “ detto all’interno di una discussione riusciva spesso a modificare l’atteggiamento dell’interlocutore; un “ho visto Tizio in ‘Fondazione’ l’altro giorno” sottintendeva chissà quali legami, quali conoscenze delle segrete cose.

Lunedì mattina, poco prima delle dieci, Benelli telefonò alla ‘Fondazione’. Alla signora che cortesemente rispose chiese un appuntamento con il signor Fabrizio, facendole presente, come gli era stato detto, che stava seguendo un consiglio del dottor Paolini, dell’Ufficio xxx.

La signora lo fece attendere qualche secondo, poi gli rispose “Sì, signor Benelli, il signor Fabrizio La potrebbe ricevere il prossimo giovedì pomeriggio, alle diciotto. Può andar bene per Lei?” “Altroché” pensò. “Sì, certo, La ringrazio” disse invece.

Una segretaria intelligente: gli aveva messo il fiocco sul regalo fatto da Paolini. L’appuntamento lo aveva fissato in tempo perché arrivasse, con tutta calma, dal suo ufficio, dopo l’orario di chiusura e poi di giovedì, così che il venerdì mattina tutti i colleghi lo avrebbero visto di ritorno, e avrebbero saputo. Anche in questa sensibilità straordinaria non si poteva che sentire lo spirito della ‘Fondazione’.

Il giovedì sera arrivò davanti al palazzo della ‘Fondazione’ con un leggero anticipo; il grande portone in legno era aperto e la luce, dalla strada, illuminava l’androne e una breve, ampia scalinata che, salendo sul lato destro, portava al piano nobile. Salì, arrivando ad una semplice porta a vetri trasparenti che dava su una saletta d’aspetto in panno rosso. Suonò ed una signora arrivò subito ad aprire. “Buonasera, sono Benelli, ho un appuntamento con il signor Fabrizio”. La signora annuì con la testa. “Si accomodi, signor Benelli”. Dalla voce riconobbe la segretaria con cui aveva fissato l’appuntamento qualche giorno prima. “Venga, le chiamo un commesso”. Lo fece accomodare in un salottino, che si apriva a sinistra della porta di ingresso, fuori dagli sguardi di chi saliva.

Benelli si accomodò su un molle divano rosso, in quell’ambiente così particolare, con grandi specchi in cornici dorate alle pareti. Salutò, cortesemente, altri due signori che erano lì, come lui, evidentemente in attesa, e ne fu affabilmente ricambiato. Passarono pochi minuti ed un giovane meridionale, vestito impeccabilmente e molto compreso della sua posizione, gli si rivolse con garbo: “Signor Benelli, se mi vuol seguire…”. Benelli si alzò, docile, salutò i signori che rimanevano ad aspettare, e che prontamente contraccambiarono, e seguì i passi del giovane.

“Si accomodi pure” gli disse il commesso “il signor Fabrizio sarà subito da Lei” e gli indicò la poltrona. Benelli lo ringraziò con un cenno del capo, mentre l’altro si ritirava. “Addirittura guanti bianchi di filo” osservò fra sé e si sentì a disagio; era in ‘Fondazione’.

La stanza dove era stato accompagnato non era grande, pochi, massicci mobili d’epoca, alcuni stupendi quadri della famosa collezione alle pareti; si mise a guardarli con interesse e lo riempirono di meraviglia, quando decifrò alcune famosissime firme. Lui, Marco Benelli, era lì dentro!

Fece alcuni passi verso il finestrone che, appena velato da una tenda bianca sottilissima, accompagnata una pesante contro tenda marrone dorato tenuta aperta da un cordone bianco, si apriva sullo spettacolo della Piazza, un colpo d’occhio unico che solo chi entrava in ‘Fondazione’ poteva godersi. Il Palazzo Comunale, rosso del sole che tramontava, la cappelletta a lato, già nella luce bluastra dell’ombra. La Piazza poi, nella sua bizzarra geometria, nel suo silenzio di là dal vetro; “Vetri corazzati, di sicurezza” pensò Benelli, posando di nuovo lo sguardo sui quadri. Voltò la testa in giro, a cercare il sistema di allarme: alcuni sensori, discreti, lampeggiavano negli angoli della stanza. Si godette dieci minuti di quelle emozioni, nel silenzio più assoluto, quasi fosse, lì dentro, il padrone.

Lo scricchiolio della vecchia porta gli annunciò che non era più solo. Si voltò. “Buonasera signor Benelli, sono Fabrizio” il sorriso a denti scoperti, candidi ancora di più sulla vistosa abbronzatura, accompagnava la mano tesa che gli veniva porta. Una mano calda, asciutta, piacevole da stringere. Il tono della voce, il sorriso, la stretta di mano gioviale lo avevano messo a suo agio. “Ma si accomodi, cosa fa lì in piedi? Arrivo subito” disse il signor Fabrizio, indicandogli la poltrona e spostandosi in un angolo della stanza.

Benelli prese posto nella poltrona di pelle nera, profumata, con i braccioli lunghi e comodi. Il signor Fabrizio fu subito da lui; con un gesto veloce del polso su cui, notò Benelli, brillava una grossa catena d’oro, lo coprì con un lenzuolo spesso, morbido, di un colore avana caldo, rassicurante e odoroso di talco.

Benelli si affondò, rilassato, nella poltrona; il signor Fabrizio, con un tocco, lo spostò nella miglior posizione per poter lavorare. “Allora, disse a Benelli, per il tipo di taglio si fida di me?” e gli si avvicinò alla testa con pettine e forbici.

 

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Dr J. Iccapot

Il mazzetto di ciclamini

Image credits: www.librizziacolori.eu

Un racconto a quattro mani di Beatrix e J. Iccapot.

Due settimane fa ci siamo divertiti, Beatrix ed io, a scrivere, a distanza, unacosetta’ nata da una sua iniziativa: un po’ di righe per uno, accodate usando il simpatico Corkboard.
Un’esperienza come quella di due solisti, insomma, che prendendo la scena uno dopo l’altro, improvvisino su un tema appena abbandonato dal collega che ha preceduto, senza nessun accordo preventivo su dove possano andare a finire. [Ma di questo, lei che è musicista, saprebbe dire meglio di me]. Il tutto è stato scritto, salvo una revisione finale, nell’arco di una giornata, rubando il tempo alla pausa pranzo, al caffè o alla sigaretta. Ne è venuta fuori una favoletta che forse a qualche bambino si potrebbe ancora leggere. J.I.

C’era una volta, in un tempo così antico che nessuno ne ha memoria, un giovane fornaio che ogni giorno impastava focacce per la gente del paese. Ogni focaccia costava un soldino, o una coppia di uova fresche, o un mazzo di erbetta, o un quartino di buon vino rosso. Nel suo forno era tutto un vai e vieni di persone, un chiacchiericcio continuo che metteva di buonumore il giovane, di carattere assai  gioviale. Ma un bel giorno dalla porticina del forno che dava sulla strada, entrò lei.

La vecchina varcò la soglia camminando a fatica, appoggiata a un bastone curvo ancora più della sua schiena; indossava una grande e pesante mantella verde scuro che la copriva tutta e in mano aveva un mazzetto di ciclamini.

“Dai una focaccia anche a me, buon giovane?” chiese la vecchina quando arrivò il suo turno. Il ragazzo gliene presentò una ancora calda, appena sfornata; la vecchia la ghermì velocemente e la nascose in una tasca interna della mantella.

“Ecco – fece la vecchia porgendo al ragazzo il mazzetto di fiori – questi sono per la focaccia”. Il ragazzo la guardò scontento: “Fiori, e che me ne faccio io dei fiori?”. “Li darai alla tua innamorata”, rispose la vecchia, guardandolo di sotto in su da dietro la selva dei sopraccigli. “Dei semplici ciclamini di bosco…”. “Oh, ma questi sono dei ciclamini speciali – fece la vecchia, uscendo dalla porticina del forno – sono dei ciclamini magici!” Il giovane, perplesso, rimase con il mazzetto di fiori in mano. Dato che era un ragazzo di buon cuore, considerò di aver regalato la focaccia alla vecchia e mise i fiori in una piccola brocca d’acqua per regalarli poi, la sera, alla sua giovane innamorata.

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Beatrix

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (485)

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Dr J. Iccapot