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	<title>Scrivolo &#187; Gialli</title>
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	<description>i racconti del nano grafomane</description>
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		<title>La paura, di notte.</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 06:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr J. Iccapot</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gialli]]></category>
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Il commissario Garducci stava dormendo &#8216;il sonno dei giusti&#8217;, come lo definiva ironicamente la moglie, invidiosa della sua capacità, quasi infantile, di staccare i contatti con il mondo, quando fu svegliato da una serie di scossoni proprio dalla consorte. Ci mise poco a capire cosa succedeva: era il cellulare che stava suonando e chi sa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/09/urlo.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1930" title="Urlo" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/09/urlo.jpg" alt="" width="287" height="400" /></a></p>
<p>Il commissario Garducci stava dormendo &#8216;il sonno dei giusti&#8217;, come lo definiva ironicamente la moglie, invidiosa della sua capacità, quasi infantile, di staccare i contatti con il mondo, quando fu svegliato da una serie di scossoni proprio dalla consorte. Ci mise poco a capire cosa succedeva: era il cellulare che stava suonando e chi sa da quanto tempo! &#8220;Grane&#8221; fu appena capace di pensare. &#8220;Sì?&#8221; rispose, concentrando tutta la sua attenzione nel pronunciare con chiarezza quel singolo monosillabo, per non far capire che era ancora intontito; dire anche qualcosa di appena più lungo avrebbe rivelato che aveva la voce ancora impastata dal sonno e che la sua proverbiale lucidità era totalmente assente.</p>
<p>&#8220;Arrivo&#8221; fu la seconda e ultima parola che disse, prima di chiudere la comunicazione e poggiare di nuovo il cellulare sul comodino. Adesso era perfettamente sveglio. Infilò le ciabatte e corse in cucina; accese la &#8216;moka&#8217; elettrica e poi entrò in bagno; non poteva uscire di casa senza aver fatto una doccia e preso un caffè, qualunque cosa stesse succedendo.</p>
<p>Con l&#8217;accappatoio addosso, asciugandosi i capelli, bevve il caffè che lo aspettava, fumante, nella tazzina bianca e spessa; mentre si vestiva pensò a quello che gli avevano detto dal commissariato: il &#8216;118&#8242; era stato chiamato in una appartamento a quell&#8217;ora di notte (in realtà mancava poco all&#8217;alba) dalla telefonata di un uomo che aveva trovato la moglie sul letto matrimoniale, esanime. Ma l&#8217;intervento era stato inutile, la donna era già morta e allora era stata avvertita la volante di turno, che in pochi minuti era arrivata sul posto: i poliziotti avevano accertato la morte nel proprio letto della donna, decesso avvenuto, sembrava dai primi accertamenti, durante una colluttazione. A chiamare i soccorsi era stato il marito che però sosteneva di aver dormito tutta la notte al fianco della moglie e di non saper dare una  spiegazione al l&#8217; accaduto.</p>
<p><span id="more-1929"></span></p>
<p>—</p>
<p>&#8220;Mi sono svegliato all&#8217;improvviso, ho capito che qualcosa non andava, c&#8217;era la luce accesa sul mio comodino, il letto era disfatto e lei era come l&#8217;ha vista &#8211; disse il signor Binetti, marito della vittima, al commissario &#8211; deve essere entrato qualcuno per rubare, non so, forse è venuto in  camera da letto, lei si sarà svegliata e lui&#8230;&#8221;  era ancora in pigiama, a piedi nudi e stava seduto al tavolo di cucina, con la testa tra le mani. Piangeva disperatamente mentre nella camera matrimoniale venivano fatte foto e rilevamenti.</p>
<p>Il commissario entrò nella stanza: Carla, la moglie, vestita con una  tuta blu, giaceva di traverso sulla parte bassa del letto.</p>
<p>Non sembrava una commedia, l&#8217;uomo era sinceramente sconvolto e confuso da quella tragedia improvvisa; dai primi rilevamenti non risultavano però effrazioni alle finestre; i ragazzi del &#8216;118&#8242; confermarono che, al loro arrivo, avevano trovato la porta socchiusa, ma era usuale, nel caso di un intervento urgente, serviva per agevolare il loro ingresso. La porta di sicurezza dell&#8217;appartamento a prima vista non risultava forzata dall&#8217;esterno.</p>
<p>&#8220;Si vesta, signor Binetti &#8211; lo sollecitò il commissario &#8211; deve venire con me in commissariato.&#8221;</p>
<p>L&#8217;uomo si alzò e si diresse meccanicamente verso la camera da letto.</p>
<p>&#8220;No, non può entrare in camera, mi dispiace, le faccio portare io qualcosa da uno dei ragazzi&#8221;, disse il commissario fermandolo. Fece un cenno ad uno dei suoi uomini, che dopo qualche minuto tornò con degli indumenti sottobraccio; appena il Binetti fu vestito, il poliziotto prese in consegna pigiama, slip e maglietta per consegnarli al laboratorio della Scientifica.</p>
<p>—</p>
<p>Svegliati entrambi nel cuore della notte, i due uomini si trovarono a percorrere in auto le strade della città che dormiva ancora; i semafori avevano tutti il lampeggiatore acceso, qualche camion della nettezza urbana e due lente spazzatrici rassettavano le vie pronte ad accogliere il caos quotidiano. Ciascuno era chiuso  nei suoi pensieri.</p>
<p>Il Binetti, in auto, non aveva fatto parola; il commissario ogni tanto lo aveva guardato in faccia, ma lo aveva colto sempre con la stessa espressione accigliata, il labbro inferiore un po&#8217; sporgente quasi a fare il broncio, i capelli, neri,  irti in una parte della testa, come se si fosse addormentato in una posizione strana, dopo essersi girato e rigirato nel letto.</p>
<p>Prima di  interrogare l&#8217;uomo, un bancario da pochi mesi trasferitosi in città a seguito di un tanto atteso &#8216;avvicinamento&#8217;, il commissario fece portare due caffè che entrambi bevvero quasi automaticamente ma il Binetti, avendo utilizzato solo metà dello zucchero della bustina, l’aveva ripiegata accuratamente mettendola sul piattino perché lo zucchero non si spargesse sulla scrivania. &#8220;E&#8217; tornato lucido e cosciente dei suoi gesti&#8221; pensò il commissario.</p>
<p>&#8220;Ho paura &#8221; disse il Binetti, parlando con voce bassa e sollevando piano lo sguardo dalla tazzina vuota alla faccia del commissario. &#8220;Ho paura&#8230;&#8221;</p>
<p>&#8220;Di che cosa ha paura?&#8221;</p>
<p>&#8220;Di quello che è successo, perché non mi rendo conto, non capisco&#8230;&#8221;</p>
<p>&#8220;Lei e sua moglie andavate d&#8217;accordo?&#8221;</p>
<p>&#8220;Sì, certo, stava per cominciare una nuova fase della vita. Dopo alcuni anni passati lontani dalla nostra città questo trasferimento ci era sembrato più di un premio: finalmente saremmo tornati vicini alle nostre famiglie, ai nostri amici, ai luoghi dove siamo cresciuti&#8230; Avremmo potuto mettere al mondo dei figli: Carla li voleva così tanto &#8211; due lacrime gli stavano scivolando lungo le guance &#8211; e con i genitori vicini, che ci avrebbero dato una mano, finalmente sarebbe stato possibile.&#8221;</p>
<p>&#8220;Come siete vestiti quando rimanete in casa, la sera, a guardare la TV?&#8221;</p>
<p>L&#8217;uomo non capiva il senso della domanda, ma rispose: &#8220;Di solito ci mettiamo delle tute, sa quelle tipo &#8216;da ginnastica&#8217;, sono comode&#8230;&#8221;</p>
<p>&#8220;E per andare a letto?&#8221;</p>
<p>Ancora lo sguardo interrogativo del Binetti, dritto in faccia al commissario. &#8220;In pigiama, forse mi ha visto&#8230;&#8221;</p>
<p>&#8220;E sua moglie?&#8221;</p>
<p>&#8220;In pigiama anche lei. A me piacciono quelli di cotone, sa, un po&#8217; stile &#8216;ospedale&#8217;; lei invece va matta per pigiama chiari, a disegnini colorati..&#8221;.  &#8220;Andava matta&#8230;&#8221; si corresse, ammutolendo subito dopo.</p>
<p>&#8220;Mi racconti cosa è successo.&#8221;</p>
<p>&#8220;Gli l&#8217;ho già detto: mi sono svegliato all&#8217;improvviso, il letto era in disordine, mia moglie era sdraiata di traverso, in fondo ai miei piedi.&#8221;</p>
<p>&#8220;E lei cosa ha fatto?&#8221;</p>
<p>&#8220;Cosa ho fatto? Mi sono tirato su, ho cercato di alzarla, chiamandola, pensavo fosse svenuta. Ma la testa le si è piegata sulla spalla, aveva della saliva che le usciva dalla bocca &#8211; distolse lo sguardo del commissario, per fissarlo sulla parete bianca che aveva di fronte &#8211; non sono riuscito a sentire il polso&#8230; Ho chiamato subito il 118.&#8221;</p>
<p>&#8220;In casa non c&#8217;era nessuno?&#8221;</p>
<p>&#8220;No.&#8221;</p>
<p>&#8220;Poi cosa ha fatto?&#8221;</p>
<p>&#8220;Ho aspettato il &#8216;118&#8242;, cercavo di muoverla, di sentire se respirava&#8230; Ma non dava segni di vita.&#8221;</p>
<p>&#8220;Non ha pensato di chiamare i vicini?&#8221;</p>
<p>&#8220;Veramente no, siamo qui da poco e nel palazzo non conosco nessuno, chi potevo chiamare? Mi sono dato da fare intorno a Carla, ho cercato di farle un massaggio cardiaco; ho partecipato ai corsi di pronto soccorso, in Banca&#8230; speravo servisse a qualcosa&#8221;.  La voce, di nuovo, si ruppe.</p>
<p>&#8220;E poi?&#8221;</p>
<p>&#8220;E poi hanno suonato al portone del palazzo, era il &#8216;118&#8242;, li ho fatti entrare.&#8221;</p>
<p>&#8220;E la porta di casa sua era chiusa a chiave?&#8221;</p>
<p>&#8220;Sì, certo. L&#8217;ho aperta per far entrare i soccorritori e sono tornato in camera&#8221; rispose il Binetti, senza neppure stare a riflettere; poi capì il punto. &#8220;E&#8217; una porta di sicurezza e abbiamo anche una di quelle vecchie barre blocca-battenti; sa, Carla aveva paura quando era in casa da sola.&#8221;</p>
<p>&#8220;E quindi era tutto sbarrato, nessuno è potuto entrare in casa sua.&#8221;</p>
<p>&#8220;Già&#8221;. L&#8217;uomo abbassò la testa e passò la mano sinistra un paio di volte sopra i capelli, lisciandoli, per appianare la piega curiosa che avevano preso.</p>
<p>&#8220;A che ora siete andati a dormire ieri sera?&#8221;</p>
<p>&#8220;Non lo so, cioè io verso le undici ma ho lasciato mia moglie davanti alla TV e non l&#8217;ho sentita venire a letto.&#8221;</p>
<p>&#8220;Dorme molto profondamente&#8221; osservò il commissario, sperando che, da questo piccolo sfogo, cominciassero a venir fuori dei dettagli.</p>
<p>&#8220;Sì, e credo che questo sia il problema&#8221;. Fece una pausa, fissando ancora la parete di fronte,  pensando a qualcosa che non voleva dire neppure a se stesso. &#8220;Sì, deve essere questo il problema&#8221; ripeté, guardando il commissario ma distogliendo subito lo sguardo dal suo volto. Si passò ancora una volta la mano sui capelli arruffati.</p>
<p>&#8220;Quale problema? Cosa la preoccupa così tanto?&#8221;</p>
<p>&#8220;Il sonno, commissario, il sonno; avevo paura di quello che poteva succedere, lo avevo detto anche a Carla; all&#8217;inizio ci scherzavamo, ma poi&#8230;&#8221;</p>
<p>Il commissario si fece attento.</p>
<p>&#8220;Vede, da piccolo viveva con noi anche mio nonno materno e qualche volta, la notte, ci svegliava con un suo mugolio piuttosto forte e inquietante; bisognava che qualcuno andasse a svegliarlo, quasi sempre era la mamma; all&#8217;inizio pensavo che fossero dei semplici incubi, ma una volta mi svelò che aveva un sogno ricorrente, quello di essere minacciato da un lupo. La cosa mi fece sorridere, ma lui mi disse che tutto era cominciato con una storia che gli avevano raccontato le sorelle, da piccino, per impaurirlo e per non farlo andare in giro, di sera, nel bosco vicino a casa. Il racconto lo aveva così impressionato che qualche volta, anche adesso che era vecchio, la notte sognava che il lupo stava per saltargli addosso e allora lui urlava per chiedere aiuto e l&#8217;urlo che era nel suo incubo si trasformava nel mugolio lamentoso che sentivamo; qualche volta riusciva a svegliarsi da solo ma molto spesso nel sonno doveva continuare a urlare fino a che qualcuno di noi andava a &#8217;salvarlo&#8217; svegliandolo.&#8221;</p>
<p>&#8220;Ma suo nonno che c&#8217;entra, mi scusi?&#8221; il commissario aveva lo sguardo preoccupato.</p>
<p>&#8220;Non lo so, fatto sta che, verso i vent&#8217;anni, anche io ho cominciato ad avere un incubo ricorrente: sogno che nella mia casa stiano entrando dei ladri, oppure sono io che entro in una stanza dove ci sono dei malfattori; allora vengo preso da una paura terribile e mi metto a urlare, nel sogno. E urlo anche nella realtà, così forte da svegliare tutta la casa. E&#8217; un grido agghiacciante, mi diceva la mamma.&#8221;</p>
<p>&#8220;E questa cosa è continuata nel tempo?&#8221;</p>
<p>&#8220;Purtroppo sì, a fasi alterne. Dopo sposato, quando comincio il mugolio che poi si trasforma in un urlo angoscioso, Carla mi sveglia&#8230; mi svegliava… subito, così evito il fortissimo senso di terrore e di morte imminente che mi prende in queste situazioni.”</p>
<p>&#8220;Vede, commissario, è una sensazione che non le so descrivere ma è molto, molto reale, come quando uno sta per affogare: io annego dentro il mio incubo e annaspo disperato; per uscirne fuori urlo per la paura ma una parte di me sa che urlo anche per svegliarmi o perché arrivi qualcuno che mi svegli. E&#8217; la sensazione più sgradevole che abbia mai provato: ci si deve sentire così quando ci si accorge che si sta per morire.&#8221; Abbassò di nuovo la testa, pensando alla moglie.</p>
<p>&#8220;E sono sicuro che se nessuno mi svegliasse, sarei capace di morire di paura&#8221; aggiunse dopo un attimo, guardando fisso negli occhi il commissario, che si era fatto serio in volto.</p>
<p>&#8220;E quando si sveglia ricorda tutto?&#8221;</p>
<p>&#8220;No, non sempre. Qualche volta mia moglie la mattina mi chiedeva cosa avessi sognato, la notte, perché avevo cominciato ad urlare e lei mi aveva scosso, svegliandomi ma io non ricordavo nulla, né il sogno né il fatto di essere stato svegliato.&#8221;</p>
<p>&#8220;Negli ultimi tempi si era anche un po&#8217; scocciata: diceva che quando mi svegliavo mi tiravo su dal letto guardandola con occhi sbarrati, come fuori di me, senza riconoscerla, terrorizzato e nell&#8217;atteggiamento di chi si senta minacciato; la mattina non ricordavo più nulla; lei credeva che io facessi finta di essere smemorato per prenderla in giro! Alla fine, scherzando, ma ora non so più quanto, mi aveva detto che la prossima volta che avessi fatto una scena del genere mi avrebbe fatto delle foto, così che la mattina dopo non avrei più potuto negare il mio comportamento, di fronte a delle prove.&#8221;</p>
<p>&#8220;Quindi, da quanto mi dice, è possibile che il suo &#8216;incubo&#8217; si sia evoluto e che lei, svegliato in modo diverso dal solito, abbia avuto una reazione violenta?&#8221;</p>
<p>L&#8217;uomo guardò il commissario negli occhi, senza dire nulla.</p>
<p>Il commissario prese il telefono e chiamò il suo vice, che aveva lasciato a seguire le indagini nell&#8217;appartamento. &#8220;Boddi, avete trovato lì una macchina fotografica? Come, che c&#8217;entra, l&#8217;avete trovata o no? Ah, bene. Hai guardato le ultime foto? Guardale adesso, dai. Che vuoi che sia complicato, quelle trappolette sono tutte uguali. Allora se c&#8217;è qualche agente più giovane lì con te, fatti aiutare! Trovato? Bene, allora, le foto? Aspetto… Sì? Somiglia al signor Binetti, i capelli scarmigliati e gli occhi sbarrati da matto? Sì. Che dice il collega? Sì, ho capito, una foto fatta da vicino, ma col flash, molto sovraesposta. Ok, ok, non perdere d&#8217;occhio la macchina fotografica, è importante, poi ti spiego.&#8221;</p>
<p>Chiuse la comunicazione e si rivolse a Marco Binetti.</p>
<p>&#8220;Ha sentito, no? Ora la faccio accompagnare in camera di sicurezza, poi le farò firmare il verbale delle sue dichiarazioni, che abbiamo registrato. Il giudice sarà qui tra qualche ora. Penso che un buon avvocato e con l&#8217;aiuto di uno psichiatra ne possa venir fuori, ma credo anche che avrà bisogno di un forte sostegno psicologico, d&#8217;ora in poi. Noi intanto continueremo gli esami scientifici e di laboratorio, per avere un quadro completo della situazione.&#8221;</p>
<p>—</p>
<p>Il commissario Garducci quella sera rientrò per cena quasi in orario; una volta tanto riusciva a mangiare a casa, tranquillo.</p>
<p>&#8220;La telefonata di stamani?&#8221; gli chiese la moglie, quando furono seduti a tavola di fronte a due piatti di penne al pomodoro e zucchini.</p>
<p>&#8220;Nulla, le solite cose, un marito che ha ammazzato la moglie&#8221; le rispose il commissario, masticando lentamente. &#8220;Senti, vedi ancora quella tua amica&#8230; Laura? Quella che lavora all&#8217;ospedale?&#8221;, le chiese poi.</p>
<p>&#8220;Mah, sì, ci telefoniamo ancora, qualche volta, ma non lavora più all&#8217;ospedale. Perché?&#8221;</p>
<p>&#8220;E cosa fa, adesso?&#8221;</p>
<p>&#8220;Fa la libera professione, ha aperto uno studio, ma per lei è dura: mettersi a fare la psichiatra, in una città come la nostra&#8230;&#8221;</p>
<p>&#8220;Dammi il numero di telefono, domattina la chiamo, ho bisogno di una consulenza&#8221; continuò il commissario, masticando ancora pensosamente.</p>
<p>&#8220;Per il caso di stamani di quello che ha ammazzato la moglie?&#8221;</p>
<p>&#8220;Già. E poi non vorrei &#8211; scherzò versandole nel bicchiere del Montepulciano dalla bottiglia appena aperta &#8211; che tu rischiassi di fare la stessa fine&#8230;&#8221;</p>
<p>&#8220;Chissà come faresti senza di me!&#8221; rispose la moglie con lo stesso tono scherzoso, rispondendo al cenno di brindisi del marito.</p>
<p>&#8220;Ah, stanotte dormirò sul divano, sono agitato, non vorrei svegliarti.&#8221;</p>
<p>&#8220;Con il tuo solito incubo? Giuro che se ti metti di nuovo ad urlare nel sonno, una volta o l&#8217;altra, invece di svegliarti con delicatezza, comincio a prenderti a pugni&#8221; lo minacciò lei, portando in cucina le fondine sporche.</p>
<p>&#8220;Non lo fare&#8221; le gridò dietro il commissario &#8220;non voglio rimanere vedovo.&#8221;</p>
<p>Il commissario Garducci aveva un incubo ricorrente: sognava di ricevere una telefonata, il cui contenuto era sempre lo stesso: dall&#8217;altra parte del filo qualcuno, qualche volta era un uomo, qualche altra volta una donna, lo avvisava che lui, Stefano, era morto. La notizia lo terrorizzava, pensava davvero di essere morto e urlava, urlava a squarciagola, finché qualcuno non arrivava a svegliarlo.</p>
<p>Anche sua madre ogni tanto faceva un sogno simile, dopo che una notte dalla caserma era arrivata la telefonata di un collega del marito che l&#8217;avvertiva che l&#8217;uomo aveva avuto un grave incidente. In realtà era stato appena ucciso in un conflitto a fuoco tra la sua pattuglia e una banda di balordi. Lei sognava ogni tanto di ricevere quella telefonata; lui era piccolino quando il padre era morto e non si ricordava nulla ma conosceva bene il mugolio, in tono crescente, che veniva dalla camera da letto di sua madre e si trasformava poi in un urlo che lo raggelava, se non riusciva a svegliarla subito.</p>
<p>E, da quando aveva quindici anni, anche lui aveva cominciato ad avere il &#8217;suo&#8217; incubo. Ma adesso era ora di chiarire la cosa, perché non era più solo una bizzarra eredità familiare. Non era, lo aveva ben visto, il semplice e innocuo &#8216;Pavor nocturnus&#8217; di un bambino cresciuto.</p>
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	<p class="firma-autore">Dr J. Iccapot</p>


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		<title>Sailing to Byzantium &#8211; 2</title>
		<link>http://www.scrivolo.it/2010/05/sailing-to-byzantium-2/</link>
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		<pubDate>Wed, 12 May 2010 07:02:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gialli]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Condominio]]></category>
		<category><![CDATA[Notaio]]></category>
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		<description><![CDATA[
Seconda Parte.
Qui la Prima Parte.
Il notaio Casimiro Traini era un vecchio di più di ottanta anni e, da tempo, aveva ceduto il suo Studio al figlio Carlo. Saltuariamente però esercitava ancora la professione, soprattutto se si trattava di accontentare la richiesta di clienti di vecchia data e, da oltre mezzo secolo, don Casimiro curava le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/05/Fibonacci.jpg"><img class="size-full wp-image-1538 alignleft" title="Fibonacci" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/05/Fibonacci.jpg" alt="" width="411" height="115" /></a><span style="color: #ff6600;"><br />
<strong><em>Seconda Parte.</em></strong></span><br />
<a href="http://www.scrivolo.it/2010/05/sailing-to-byzantium/"><strong><em><span style="color: #3366ff;">Qui la Prima Parte.</span></em></strong></a></p>
<p>Il notaio Casimiro Traini era un vecchio di più di ottanta anni e, da tempo, aveva ceduto il suo Studio al figlio Carlo. Saltuariamente però esercitava ancora la professione, soprattutto se si trattava di accontentare la richiesta di clienti di vecchia data e, da oltre mezzo secolo, don Casimiro curava le questioni immobiliari ed ereditarie della famiglia del Professore. In certo senso conosceva vita, morte e miracoli dei Coriolano: si era occupato della cessione delle proprietà di famiglia al paese, dell’acquisto e della vendita di vari appartamenti in città, della successione dei nonni e dei genitori di Marcantonio e solo grazie alla sua abile mediazione la complessa causa ereditaria dello zio Achille si era risolta positivamente e fuori dalle aule dei tribunali. Ma questa era una faccenda a parte: si trattava di ripagare un grosso favore che il capitano Achille Coriolano, esperto alpinista per niente intimorito dai ghiacci della steppa, aveva fatto all’imberbe sottotenente Traini durante la ritirata di Russia. Tra notaio e cliente esisteva dunque, in questo caso, un legame che andava ben oltre  il semplice rapporto professionale.</p>
<p>Anche Carlo Traini, il figlio di don Casimiro, conosceva bene quel cliente ‘storico’ dello Studio: ai tempi del Liceo avevano condiviso lo stesso banco per cinque anni.</p>
<p>Il giorno stabilito Coriolano si presentò allo Studio in perfetto orario ed entrò da solo nella sala d’attesa: conosceva la strada. In più di un’occasione aveva passato in quella stanza interminabili minuti con le lacrime agli occhi per la recente morte di un familiare, fissando il curioso paesaggio fiammingo appeso sopra il caminetto, pieno di piccoli personaggi intenti alle più svariate attività. Avrebbe potuto descrivere ad occhi chiusi i quadri appesi alle pareti, il tappeto bukara su cui poggiava i piedi, la pesante tenda color panna con mantovana cremisi da cui filtrava una luce soffusa, i mobili massicci che lo circondavano. Nulla era mutato in cinquant’anni.</p>
<p><span id="more-1560"></span></p>
<p>Carlo, avvertito dalla<em> </em>segretaria, entrò subito nella sala d’attesa per salutare l’amico.</p>
<p>“Come stai, Marcantonio? Sono secoli che non ci vediamo! &#8211; disse all’antico compagno di banco con tono affettuoso &#8211; Lo so che aspetti mio padre, ma intanto puoi venire nel mio ufficio, così facciamo quattro chiacchiere. Da qualche tempo don Casimiro arriva sempre in ritardo agli appuntamenti. Dice che è il solo diritto rimasto ai vecchi”.</p>
<p>Coriolano aveva proprio bisogno di sfogarsi con una persona  amica: raccontò la sua triste vicenda condominiale fin nei  minimi particolari e spiegò di voler fare testamento perché ultimamente “non si sentiva bene”. Carlo però notò subito l’aria abbattuta, la voce stanca, l’atteggiamento dimesso del suo  interlocutore. Non era quello il Marcantonio che conosceva da una vita.</p>
<p>“Secondo me si tratta solo di un momento di depressione, non hai nessuna malattia, non fisica intendo. Ti conosco bene, in fondo sei un uomo forte e razionale: le difficoltà non ti hanno mai sconfitto perché, da bravo matematico, pensi che per ogni problema esista una soluzione. Occorre solo mettersi al tavolino e studiare i dati fino a quando non si accende una lampadina. Non era questo che mi dicevi quando passavamo interi pomeriggi a risolvere quei terribili esercizi sui limiti inventati dal Professor Verdelli&#8230;ti ricordi? Che sadico! quello sì che era un vero professore di matematica, altro che te!”</p>
<p>“Scusami, Carlo, ma non ho voglia di scherzare, &#8211; rispose Marcantonio accennando una smorfia che, nelle sue intenzioni, doveva sembrare un sorriso &#8211; davvero non sto bene; mi sento debole, impotente… evidentemente sono già diventato un  vecchio e forse per questo non riesco ad uscire da un imbroglio che a te sembra banale. Anche un giovane però, nel mio caso, non troverebbe alcun appiglio legale per difendersi”</p>
<p>“Vecchio! Ma che vecchio e vecchio, siamo dello stesso millesimo! Un giovane però almeno menerebbe le mani&#8230;”</p>
<p>“Già, anche da ragazzo, ti ricordi, subivo sempre “stoicamente” le prepotenze dei più robusti, e questo vicino, credimi, è ben peggiore dei nostri compagni di scuola”. Carlo stava per replicare  con una battuta quando la segretaria, senza bussare, entrò annunciando, con una punta di biasimo, che don Casimiro era finalmente arrivato, in ritardo di oltre un’ora.</p>
<p>Il vecchio notaio ma non si scusò, non rientrava nelle sue abitudini, e salutò Coriolano con insolita freddezza.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><em>Segue&#8230;</em></span></p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>


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		<title>Sailing to Byzantium &#8211; 1</title>
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		<pubDate>Wed, 05 May 2010 05:17:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gialli]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Condomini]]></category>
		<category><![CDATA[Notaio]]></category>
		<category><![CDATA[Professore]]></category>
		<category><![CDATA[Rumore]]></category>

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		<description><![CDATA[
That is no country for old men. The young
In one another&#8217;s arms, birds in the trees
—Those dying generations—at their song,
The salmon-falls, the mackerel-crowded seas,
Fish, flesh, or fowl, commend all summer long
Whatever is begotten, born, and dies.
Caught in that sensual music all neglect
Monuments of unaging intellect.
(William Butler Yeats)
-
Prima Parte.
Il prof. Coriolano insegnava matematica agli studenti delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/05/Fibonacci.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1538" title="Fibonacci" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/05/Fibonacci.jpg" alt="" width="411" height="115" /></a><br />
That is no country for old men. The young<br />
In one another&#8217;s arms, birds in the trees<br />
—Those dying generations—at their song,<br />
The salmon-falls, the mackerel-crowded seas,<br />
Fish, flesh, or fowl, commend all summer long<br />
Whatever is begotten, born, and dies.<br />
Caught in that sensual music all neglect<br />
Monuments of unaging intellect.</p>
<p>(William Butler Yeats)</p>
<p>-</p>
<p><strong><em><span style="color: #3366ff;">Prima Parte.</span></em></strong></p>
<p>Il prof. Coriolano insegnava matematica agli studenti delle prime classi del liceo scientifico Fibonacci, un istituto che ancora godeva di buona fama, nonostante i tempi, grazie alla severità dei suoi docenti. E Coriolano era, senza dubbio, tra i più temuti.</p>
<p>Domare gli “onagri”, così i professori del Fibonacci chiamava tra di loro i turbolenti novellini del biennio, diveniva però, anno dopo anno, un’impresa sempre più difficile. Non si trattava solo di colmare le usuali carenze nozionistiche ereditate dalla scuola media: ultimamente le nuove leve manifestavano una strana agitazione psicomotoria che il corpo docente attribuiva alla dipendenza combinata da computer e telefonino. Secondo Coriolano la vera causa del fenomeno era invece l’assorbimento, per via “mediale”, di un’eccessiva quantità di informazioni di basso livello. “Presto raggiungeranno l’entropia mentale – affermava, conversando sull’argomento in sala professori &#8211; il cervello dei ragazzi è continuamente stimolato dall’esterno, ma elabora pensieri di qualità sempre più scadente: sarà questa la fine dell’umanità, altro che guerra nucleare!”.</p>
<p>Nonostante fosse così pessimista riguardo al futuro dell’<em>Homo sapiens</em>, Coriolano non desisteva dal tentativo di svuotare le zucche dei suoi allievi dalla melma d’imbecillità in cui affondavano. “Certo non pretendo di lustrare le stalle di Augìa &#8211; diceva scherzosamente ai colleghi &#8211; ma, almeno per qualche ora alla settimana, costringo i miei studenti a vivere nell’irreale mondo della logica. Probabilmente scambiano la lezione di matematica per una specie di videogioco, ma comprendono al volo che, per vincere la sfida ed evitare le raffiche di iper-insufficienze che sparo con la mia Waterman, occorre usare il cervello, risolvere equazioni, trovare dimostrazioni, applicare teoremi. Tra di loro mi chiamano <em>Coriolanus il retiarius</em> e, a dire la verità, essere un avversario così temuto mi lusinga”. Solo l’insegnate di latino però sorrideva udendo quello strano soprannome, tratto dal gergo gladiatorio.</p>
<p>Coriolano tuttavia non era animato, come altri insegnanti della sua materia, da intenti persecutori: nel giorno del compito in classe, non si metteva certo le scarpe da tennis per saltellare più agilmente tra i banchi ed impedire agli studenti di copiare! Nei confronti dei suoi allievi provava anzi un misto di affetto e compassione: a volte si irritava con i più strafottenti, ma non portava rancore.</p>
<p><span id="more-1537"></span></p>
<p>“Hanno troppi ormoni  e poca esperienza &#8211; pensava tra sé &#8211; ora brucano l’erbetta dei campi e saltellano credendosi arieti, presto però dovranno assaggiare le radici amare della vita: detestano la matematica perché richiede impegno e concentrazione, studiano il meno possibile, fanno forca per evitare il compito in classe o l’interrogazione, ma cosa sono una nota sul diario o un quattro in pagella a fronte della malattia, della morte di una persona cara, delle umiliazioni e dei fallimenti di un’esistenza adulta?!”.</p>
<p>Certo non mancavano le eccezioni. Dopo tante strigliate di razionalità talvolta, dalla massa degli “onagri”, emergeva qualche asino di Baalam, ma Coriolano temeva come la peste gli adolescenti “dotati”: nella sua carriera di docente contava già tre suicidi di studenti “intelligenti” e solo un paio di allievi “geniali” avevano davvero fatto carriera, il più giovane era ricercatore al CNR di Ginevra, l’altro insegnava ad Harvard. Delle “promesse mancate”  aveva da tempo perso il conto.</p>
<p>Di solito iniziava la prima lezione dell’anno spiegando ai neofiti liceali la successione numerica scoperta dall’eponimo dell’Istituto, il “celebre” matematico medievale Fibonacci.</p>
<p>“Fido che?!” rispondeva in coro la classe ridendo ed abbaiando.</p>
<p>Coriolano, da più di venti anni abituato a simili reazioni, si avvicinava tranquillamente alla lavagna e, impugnando un gessetto in grado di produrre un’insopportabile stridore che utilizzava solo per questa speciale occasione, scriveva la formula di Fibonacci:</p>
<p>“Si tratta, in pratica, di sommare un numero intero con il precedente, partendo da 0: quindi 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21 ecc&#8230;” diceva con voce ferma e tranquilla, mentre alle sue spalle gli studenti facevano baccano, masticavano gomma e girellavano per l’aula; abitudini che però perdevano quasi subito perché ai “vagabondi” ed ai “ruminanti” il Professore, senza una parola di rimprovero, assegnava un sostanzioso carico aggiuntivo di compiti a casa.</p>
<p>Coriolano fingeva di non sentire le risatine, le battute, le frasi del genere “Che cretinata”, “Sai che genio”, “Bella scemenza”, “A che cavolo serve?”, poi si voltava di scatto e, con un sorriso ironico, indicando il misterioso geroglifico che aveva disegnato sulla lavagna, aggiungeva: “Questa è la formula che descrive la “semplice” progressione numerica del povero Fi-bo-nacci. A prima vista può sembrare incomprensibile ed anche inutile, ma intanto conoscerla serve a non prendere un brutto voto in caso di interrogazione e poi descrive un’infinità di fenomeni naturali: il numero dei pinoli in una pigna, la moltiplicazione di una coppia di conigli, il movimento di individui in un ambiente ristretto ed è persino collegata alla sezione aurea”</p>
<p>“Allora il suo Fido-nacci ha scoperto come Dio creò la pigna?” replicava il solito spiritoso.</p>
<p>“Chiedetelo all’insegnante di Religione” rispondeva Coriolano imperturbabile, pulendo la lavagna con grande accuratezza.</p>
<p>“E cos’è la reazione aurea&#8230;” domandava di norma il più vispo della classe, incuriosito dall’aggettivo “aurea”.</p>
<p>“Non saprei, sarà forse un fenomeno alchemico, ma per notizie sulla “sezione aurea” rivolgetevi al professore di disegno: vi parlerà dei templi greci ed anche di Leonardo”.</p>
<p>Così Fibonacci diveniva subito un personaggio noto tra gli allievi della prima Liceo: lo trovavano persino simpatico perché, come i loro idoli televisivi, aveva conquistato il successo con poco sforzo, grazie ad un banale giochetto di numeri.</p>
<p>“E’ semplicemente il principio della leva &#8211; diceva tra sé il Professore quando sentiva i suoi studenti parlare con ammirazione di cantanti, veline o piloti da gran premio &#8211; applicando uno sforzo minimo all’asse infinito dei <em>mass media</em> si ottengono risultati straordinari: questa è la realtà di oggi… e pensare che tu, caro il mio Fibonacci, per essere celebre non hai dovuto neppure partecipare ad un <em>reality</em>!”.</p>
<p>La scuola, pur così mal ridotta e in balia del demone riformista, continuava ad appassionare Coriolano come nei primi anni d’insegnamento. Si divertiva ancora quando negli occhi dei suoi studenti, incapaci di risolvere un esercizio alla lavagna, vedeva baluginare l’espressione di rabbia mista a vergogna con cui si dichiaravano sconfitti, oppure osservava i loro cervelli sotto pressione durante un compito in classe: talvolta aveva persino la sensazione di sentire davvero un ronzio vorticoso di rotelle.</p>
<p>A fine anno, comunque, con la sua ironica severità, riusciva quasi sempre a portare tutta la classe ad un livello di preparazione dignitoso: questo, a suo avviso, era il traguardo “minimalista” ma possibile che ogni docente doveva proporsi di raggiungere. E questo era il motivo per cui veniva considerato, da colleghi e genitori, un ottimo insegnante.</p>
<p>Coriolano, terminate le lezioni, si incamminava verso casa, un dignitoso appartamento di cinque vani posto al penultimo piano di una palazzina anni ’60. Non andava mai di fretta: abitava da solo e nessuno lo attendeva per mettersi a tavola. La moglie Marcella era morta ormai da sette anni e la figlia Ada viveva all’estero, tuttavia la mancanza di compagnia non lo intristiva: consumava il pranzo che gli aveva lasciato in caldo la fedele domestica ad ore e poi si metteva a correggeva i compiti, preparava la lezione del giorno dopo, elaborava un “piano di attacco” personalizzato per gli studenti che tentavano di resistere alla sua azione educatrice, rileggeva qualche classico amato in gioventù, ascoltava buona musica, telefonava ad un parente o ad un collega, dormicchiava, guardava un po’ di televisione e, di solito non si annoiava. Certo avrebbe preferito avere un genero con cui conversare, dei nipotini da portare a passeggio, ma Ada, fin da bambina, era stata un’anticonformista ribelle.</p>
<p>La propensione per la matematica è una dote che si eredita, lei però aveva preteso di fare il Conservatorio e, da quasi un decennio, suonava come violino di fila in un’orchestra di Melbourne. L’Australia, è noto, si trova agli antipodi e, con questa scusa, non era più tornata a trovare i genitori. Neppure quando alla madre avevano diagnosticato un tumore.</p>
<p>“Ada diceva di odiare la matematica per farmi dispetto &#8211; pensava a volte Coriolano &#8211; ma la musica, la musica non è forse matematica pura, armonia di rapporti numerici?”.</p>
<p>Nonostante i dispiaceri familiari e l’incipiente maturità, il Professore si considerava comunque un uomo fortunato ed affrontava con serena rassegnazione la vita.</p>
<p>Ultimamente però un problema lo turbava. Al piano superiore abitava da sempre una coppia di impiegati delle poste, i Livoni, gente tranquilla con cui intratteneva ottimi rapporti. La moglie era stata addirittura amica della vicina: di certo si confidavano i dispiaceri causati dalla rispettiva prole, le continue ribellioni di Ada e le malefatte di Guido, il figlio dei Livoni, che non aveva preso neppure il diploma professionale e frequentava cattive compagnie.</p>
<p>I vicini, benché da tempo in pensione, non erano anziani e Coriolano rimase davvero turbato apprendendo la notizia della loro improvvisa morte in un incidente stradale. Il giornalista della televisione locale aveva sadicamente sottolineato che, per recuperare i corpi incastrati sotto un Tir,  i pompieri si erano serviti addirittura di una gru.</p>
<p>“Sono cose che succedono di continuo” ripetevano i casigliani per le scale e al funerale, ma a Coriolano sembrava una fine davvero orrenda e precoce. E poi andarsene così, dopo un’esistenza avara di soddisfazioni, senza lasciare un segno, qualcosa di buono su questa terra, era come non essere mai vissuti. Almeno la sua Ada era una brava musicista e, nella lontana Australia, aveva messo al mondo due meravigliose bambine, benché di padri diversi.</p>
<p>Il dolore per la scomparsa dei vicini fu però subito lenito dal repentino ritorno a casa della pecora nera della famiglia, Guido, divenuto unico proprietario dell’appartamento.</p>
<p>Quando i genitori erano in vita non si vedeva mai ed infatti, dopo quasi vent’anni, il Professore faticò a riconoscere nell’uomo barbuto incontrato casualmente per le scale, carico di valige e pacchi, il ragazzaccio di un tempo.</p>
<p>“Pensavo che avresti venduto l’appartamento” disse  Coriolano.</p>
<p>“Macché, professò, ‘na casa così chi la molla! Peccato che i vecchi hanno scassato la Ford, perché anche la macchina mi serviva proprio &#8211; rispose l’orfanello, visibilmente rattristato per la perdita subita &#8211; Sa, hanno fatto davvero un macello, neppure la ruota di scorta era intera. Una vera frittata, Professo’!”.</p>
<p>Coriolano comprese subito che la convivenza con Guido non sarebbe stata gradevole.</p>
<p>Il giovanotto si manteneva con piccoli lavori occasionali, forse non sempre del tutto leciti: si alzava a mezzogiorno, il pomeriggio si dilettava ascoltando al massimo volume musica “House” e la notte riceveva amici, talvolta dall’aria poco raccomandabile. Di tanto in tanto organizzava feste ‘danzanti’ e, ovviamente, non mancavano quotidiane presenze femminili con cui il giovanotto si intratteneva producendo un intenso scricchiolio di mobilia. E non solo in camera da letto.</p>
<p>In breve l’esistenza del Professore divenne un inferno.</p>
<p>Inizialmente Coriolano si lamentò con il responsabile di quel finimondo, ma Guido non intendeva cambiare abitudini, dopo tutto vivere come voleva era un suo diritto!</p>
<p>“Professò, io in casa mia faccio quello che mi pare…e qui sono a casa mia!” rispose irritato dalla “prepotenza” di quel vecchio che tanto gli ricordava il defunto padre rompiscatole.</p>
<p>“Però anch’io vorrei fare quello che mi pare, in casa mia &#8211; replicò Coriolano, appellandosi al noto principio A=B quindi B=A – tanto per dire studiare, leggere, ascoltare la televisione, dormire, ma il tuo fracasso me lo impedisce”. Guido però non era un “loico”, diritti e doveri per lui non si distribuivano equamente nel mondo.</p>
<p>“Professò, i tempi cambiano, non so’ un ragazzetto e i grandi non mi possono più di’ “stai bòno, stai zitto, stai fermo”. E poi le due, le tre di notte non so’ mica un’ora che si disturba! Si informi, guardi fuori dalla finestra, c’è gente in giro come a mezzogiorno!”.</p>
<p>Rivolgersi all’Amministratore del Condominio fu ugualmente una perdita di tempo. Il condomino Livoni in effetti disturbava anche gli altri abitanti del palazzo ed il regolamento, notoriamente, imponeva il silenzio nelle ore notturne, ma in realtà non esistevano strumenti legali per impedire a chi che sia di fare il proprio comodo in un edificio privato.</p>
<p>“Presenti una denuncia alla Polizia” suggerì la Ragioniera  Amministratrice che ogni anno succhiava al Professore una sostanziosa cifra per gestire, come affermava ad ogni riunione, “nel migliore dei modi” le faccende riguardanti il condominio.</p>
<p>Coriolano chiese consiglio ad un biscugino avvocato che, telefonicamente, lo scongiurò per amore della comune amatissima nonna Adelina di lasciare perdere.</p>
<p>“Credimi, Marcantonio, non  vale la pena di andare per vie legali, così ci rimetti soldi e salute. E alla fine ti prendi il danno e l’uscio addosso. Dammi retta! Ed è anche inutile tentare con i vari sistemi di insonorizzazione, sono solo quattrini buttati via. Vendi, vendi subito e approfitta del momento in cui il “gorilla” va in vacanza, altrimenti l’appartamento te lo valutano  una sciocchezza.”</p>
<p>Coriolano però non voleva lasciare la casa dove era entrato, al ritorno dal viaggio di nozze, giovane uomo pieno di speranze. Lì viveva in compagnia dei suoi ricordi e tra i piccoli oggetti, i mobili, i libri, le luci e le ombre di quel mondo sempre uguale si sentiva al sicuro. Il mese precedente, in un cassetto del guardaroba, aveva trovato un ago con un filo rosa pallido; di certo la moglie lo aveva usato per ricucire il bottone di una camicetta o di un vestito, era un segno del suo passaggio sulla terra che, di tanto in tanto, si manifestava e, per un attimo, dava a Coriolano l’impressione di non essere solo. Perché doveva andare via, svuotare gli armadi e la libreria gettare vecchi mobili malridotti, vestiti non più usati, scarpe sfondate, inutili annate di riviste accumulate in cantina, per entrare in una casa nuova, asettica e sconosciuta. La parola trasloco lo terrorizzava. E poi cambiare edicolante, fruttivendolo, barista, mutare le abitudini di decenni… dopo qualche settimana cominciò a pensare al suicidio. Sì, annientarsi era il solo modo per smettere di soffrire, dato che le possibili soluzioni alternative erano dolorose quanto la morte.</p>
<p>Decise quindi di fare testamento e prese appuntamento con il notaio di famiglia, il dottor Casimiro Traini.</p>
<p><a href="http://www.scrivolo.it/2010/05/sailing-to-byzantium-2/"><span style="color: #ff6600;"><em>Segue&#8230;</em></span></a></p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>


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<br/><br/>]]></content:encoded>
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		<title>Rapito! &#8211; 3</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Apr 2010 08:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gialli]]></category>
		<category><![CDATA[Cagliostro]]></category>
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Terza e ultima parte.
Qui la Seconda parte.
Erano trascorse ormai due settimane dal furto nel Convento di San Giuseppe e le indagini non progredivano, tuttavia ogni mattina il maresciallo Pullizzi, detto Regolo, apriva coscienziosamente il fascicolo ‘Zacchia’, dava un’occhiata alla foto del rapito cercando di scoprire in quell’immagine sfocata un particolare che aveva trascurato, rileggeva le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/03/Cripta.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1394" title="Cripta" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/03/Cripta.jpg" alt="" width="300" height="320" /></a></p>
<p><strong><em><span style="color: #0000ff;">Terza e ultima parte.</span></em></strong></p>
<p><strong><em><span style="color: #0000ff;"><a href="http://www.scrivolo.it/2010/03/rapito-2/"><span style="color: #ff6600;">Qui la Seconda parte.</span></a></span></em></strong></p>
<p>Erano trascorse ormai due settimane dal furto nel Convento di San Giuseppe e le indagini non progredivano, tuttavia ogni mattina il maresciallo Pullizzi, detto Regolo, apriva coscienziosamente il fascicolo ‘Zacchia’, dava un’occhiata alla foto del rapito cercando di scoprire in quell’immagine sfocata un particolare che aveva trascurato, rileggeva le poche carte contenute nel raccoglitore con la speranza di trovare la traccia di una nuova pista da seguire, e si chiedeva a cosa mai potesse servire il corpo di un povero frate. Il movente, lo sapeva bene, è quasi sempre la chiave di lettura di un reato.</p>
<p>La visione del programma ‘Verità nascoste’, la sera precedente, gli aveva suggerito una possibile soluzione: truffa. Da morto il conte Cagliostro aveva solo qualche vaga somiglianza con il povero Zacchia, ma l’età, l’anno di morte, le cause naturali del decesso erano coincidenze sospette, senza contare la strana sensazione di <em>deja vu</em> che aveva provato di fronte al teschio del presunto Balsamo. Chiamò Trotti.</p>
<p>“Dovresti cercare in quel tuo Internet notizie su un certo Balsamo Giuseppe…una specie di mago vissuto nel Settecento.”</p>
<p>“Anche lei, maresciallo, ha visto il programma di Longoni ieri sera? Certo a volte le spara grosse, ma riguardo a Cagliostro non ha detto cavolate; tempo fa ho letto un libro sull’argomento e mi pare che davvero il corpo non sia mai stato trovato. Comunque non mi sembra una gran perdita, considerato che si tratta della tomba di un delinquente, un truffatore che ha vissuto da gran signore. Non mi piace chi si approfitta degli ingenui. Si figuri, fosse per me, quelli che in televisione reclamizzano le creme della giovinezza, i numeri del lotto sicuri, il sale antimalocchio o leggono le carte e fanno l’oroscopo starebbero tutti in galera.”</p>
<p>“A confronto della media dei delinquenti sono moscerini &#8211; replicò Pullizzi &#8211; e oggi manco se ammazzi il Papa ti tengono dentro a vita, figurati se imbrogli qualche allocco!”</p>
<p>“Certo, fanno un danno modesto però colpiscono i più deboli. Magari per una nonnetta pensionata la perdita di cento euro succhiati da quei vampiri equivale al furto di un diamante per Bulgari. Quando sento palare di microcriminalità mi girano…”</p>
<p><span id="more-1439"></span></p>
<p>“Su questo hai ragione, si chiama ‘micro’ perché colpisce gente che, nella nostra società, conta quanto un microbo. Ho conosciuto un vecchio che si è suicidato perché non sopportava la vergogna di essere stato truffato dalle solite false assistenti sociali. E si trattava solo di cinquecento euro, un mese di pensione.”</p>
<p>“Sono reati vigliacchi, ecco perché non li sopporto. Longoni però non truffa nessuno, al massimo qualche volta racconta storielle fantasiose.”</p>
<p>“Già, però sparge in giro la voce che ci sarà la fine del mondo nel dicembre del 2012… e se poi qualche cervello impressionabile si spaventa e si uccide il giorno prima, oppure vende tutto e si costruisce un rifugio antiatomico o compra in televisione la tuta di antimateria che salva dal giudizio universale? <em>la madre dei fessi è sempre incinta</em>”</p>
<p>“In che senso?” chiese Trotti, pensando che la stupidità fosse da attribuire alla madre troppo prolifica.</p>
<p>“Su, appuntato, non perdiamo altro tempo in ciance, fai questa ricerca al computer: voglio sapere vita, morte e miracoli del grande Cagliostro… e cerca anche qualche ritratto dell’epoca o una stampa, vediamo com’era l’aspetto del signor conte in carne, oltre che ossa, magari aveva qualche anomalia.  Ridotto a scheletro chiunque potrebbe somigliare al nostro Zacchia.”</p>
<p>“Non penserà che la faccenda del cadavere di Cagliostro abbia a che fare con il furto al convento?” chiese Trotti, indignato dalla prospettiva che il suo idolo televisivo fosse in qualche modo coinvolto in un raggiro.</p>
<p>“Potrebbe essere una pista. Tu cerca e poi vediamo.”</p>
<p>Trotti eseguì l’ordine senza entusiasmo. Internet eruttò al solito una marea di notizie sull’argomento ed anche qualche immagine del celebre mago, ma era difficile confrontare l’aspetto di un uomo raffigurato da vivo con i resti del povero Zacchia, fotografato con il teschio piegato sul petto, il corpo in gran parte coperto dal saio, le mani scheletrite strette intorno ad un rosario.</p>
<p>Per una volta il maresciallo si pentì di non avere mai voluto comprare un videoregistratore, certo le scemenze che trasmettono in televisione era già troppo vederle una volta, però in questo caso le riprese dell’esumazione notturna gli avrebbero fatto comodo…</p>
<p>“Fai anche una ricerca sul programma di Longoni &#8211; disse a Trotti &#8211; trovami l’indirizzo del suo ufficio e, se ci riesci, le immagini del programma di ieri.”</p>
<p>“Per questo non si preoccupi, ho la registrazione a casa” rispose d’impeto l’appuntato, svelando così di essere un vero <em>fan</em> del programma ‘Verità nascoste’.</p>
<p>Non appena si sparse la notizia che Pullizzi si sarebbe recato in un centro di produzione di televisivo il brigadiere Cascio e il vicebrigadiere Benedetti, infaticabili donnaioli e noti lavativi, si proposero come volontari per collaborare alle indagini.</p>
<p>“Ma sì – disse il maresciallo – venite pure, più siamo più soggezione mettiamo. E poi – aggiunse con aria sorniona &#8211; chi sa quante ‘fimmine’ scostumate ci saranno in uno studio televisivo…” Era contento di prendersi gioco di quella coppia di impuniti rubastipendio.</p>
<p>Il centro di produzione del programma ‘Verità nascoste’ occupava un intero piano di un palazzone di periferia; ovviamente niente studi di registrazione, di ballerine o attricette neppure l’ombra: era una redazione giornalistica e scrivanie, schedari, computer, schermi piatti occupavano tutto lo spazio disponibile.</p>
<p>Quando i carabinieri si presentarono al bancone della <em>reception</em> scoprirono che in quel momento nel centro si trovarono solo alcuni collaboratori del ‘Dottore’: tre laureati in Scienze della Comunicazione che facevano pratica nella ‘Mistery House’, la casa di produzione del Longoni. Il noto giornalista, al momento, era assente.</p>
<p>Di donne neppure l’ombra, a parte la centralinista all’ingresso che però ricordava più un bombolone alla crema che una velina. “Bella figliola, eh! Un po’ in carne, forse” disse Pullizzi, sottovoce, al brigadiere Cascio.</p>
<p>I tre aspiranti giornalisti, probabilmente a causa dei troppi film americani visti nell’infanzia, si trincerarono eroicamente dietro il segreto professionale, rifiutandosi di rivelare le fonti dello <em>scoop </em>su Cagliostro.</p>
<p>Pullizzi si spazientì quasi subito e cominciò a parlare di convocazione in caserma, complicità in furto e truffa, alluse anche a problemi con le autorità religiose e, nel giro di qualche minuto, ebbe tutte le informazioni che desiderava.</p>
<p>I giovani confessarono che, qualche settimana prima, una persona si era presentata al Centro di produzione sostenendo di avere informazioni riguardo al luogo di sepoltura di Cagliostro.</p>
<p>“Questo signore – disse uno degli stagisti – si è presentato come antiquario ed ha raccontato al dottor Longoni che due muratori albanesi, ristrutturando un piccolo edificio nei pressi della Rocca di San Leo, avevano trovato uno scheletro nudo e privo di cassa con un cartiglio stretto tra le mani in cui a fatica si leggeva la scritta ‘Gran Maestro G. B. 1796’. Dato che volevano tenere segreto il ritrovamento per non rallentare i lavori, sul momento avevano pensato di ricoprire di cemento il corpo, poi si erano ricordati di certe storie raccontate al bar dai vecchi del posto riguardo ad un mago, morto nella Rocca e sepolto da qualche parte, in terra sconsacrata, con un tesoro. Così si erano messi a scavare sotto il cadavere, ma invece dell’agognato gruzzolo d’oro avevano rinvenuto solo una monetina della zecca dello Stato della Chiesa risalente alla fine del Settecento. Convinti di essersi imbattuti in un qualsiasi signor G.B. morto da due secoli, avevano richiuso la buca e gettato il cartiglio. Poi però il più sveglio dei due, chiedendo in giro, aveva scoperto che quelle iniziali corrispondevano al vero nome del mago Cagliostro.”</p>
<p>“L’albanese &#8211; aggiunse il più giovane dei tre aspiranti giornalisti – conosce da tempo il nostro informatore perché ha eseguito dei lavori di ristrutturazione nel suo appartamento, per questo si è confidato con lui, sperando di guadagnare qualcosa dal ritrovamento. Il tizio però non ha  affatto l’aria di un antiquario: dalla carta d’identità risulta commerciante e, per essere sinceri, potrebbe al massimo sembrare un rigattiere.”</p>
<p>“Ma il dottor Longoni non è certo uno sprovveduto – aggiunse un secondo stagista – e, inizialmente, si è mostrato scettico. Ha preteso di essere portato sul luogo del ritrovamento per vedere il corpo, si è fatto consegnare la moneta ed un frammento di osso per ulteriori esami scientifici. Voleva anche interrogare gli albanesi ma i due, privi di permesso di soggiorno, nel frattempo, si sono eclissati. Comunque i risultati scientifici riguardo all’età ed alla data di morte hanno confermato l’ipotesi Cagliostro, la storia della ristrutturazione dell’immobile, un rudere risalente al XVI secolo, è risultata vera ed il Dottore, alla fine, si è convinto di avere per le mani uno <em>scoop</em>. Ovviamente l’informatore ha preteso una ricompensa, credo più o meno ventimila euro.”</p>
<p>“Proprio così – ribadì con tono convinto il terzo stagista – il servizio su Cagliostro si basa su prove solide, Longoni non butterebbe mai una cifra del genere se sentisse puzza di bruciato. Come si usa in televisione &#8211; proseguì il giovanotto &#8211; abbiamo organizzato le riprese fingendo che il ritrovamento avvenisse la sera della trasmissione ma poi il corpo è stato immediatamente consegnato alle autorità. Non siamo ladri di cadaveri, noi!”</p>
<p>“Attualmente dove si trovano i resti del presunto Cagliostro?” chiese il maresciallo.</p>
<p>“Sono all’Istituto di Medicina Legale della Sapienza, qui in città, per ulteriori esami. Dopo tutto si tratta di un reperto di interesse storico.”</p>
<p>“Già, direi etnoantropologico – aggiunse il maresciallo &#8211; E il dottor Longoni dov’è?”</p>
<p>“In Sicilia. Intende trovare un discendente del celebre mago per effettuare la prova del DNA ed eliminare definitivamente ogni dubbio. Non sappiamo quando tornerà.”</p>
<p>“Sarà una ricerca lunga perché il cognome Balsamo non è raro da quelle parti &#8211; osservò Pullizzi – comunque telefonate al vostro capo e riferitegli che lo aspetto domani pomeriggio alle sette all’istituto di Medicina Legale. E avvertitelo che si tratta di una convocazione ufficiale, non di un invito per il tè. Altrimenti ci vedremo in seguito, come diciamo noi, al gabbio.”</p>
<p>I quattro carabinieri uscirono rigorosamente in fila per due.</p>
<p>I brigadieri erano immusoniti perché si sentivano gabbati, l’appuntato appariva contrariato per l’insolita rudezza con cui ‘Regolo’ aveva trattato i collaboratori del Longoni. Solo il maresciallo sembrava soddisfatto.</p>
<p>“Al gabbio! Ma quando mai usiamo parole del genere, maresciallo, è roba da film degli anni Cinquanta!” esclamò Trotti amareggiato.</p>
<p>“Siamo in un centro di produzione televisiva, no? ho voluto recitare anch’io” rispose il maresciallo ridendo.</p>
<p>Gli accertamenti sull’informatore, sedicente antiquario, tale Romolo Raponi, diedero i risultati previsti. Si trattava di un pregiudicato di piccolo calibro, un imbroglione che vendeva falsi reperti ai turisti, rubacchiava vecchie croste nelle chiese di campagna e ricettava opere d’arte di modesto valore.</p>
<p>Il suo soprannome, tutti ne hanno uno nell’ambiente malavitoso, era ‘il Chiromante’ perché si dilettava di magia e certo doveva avere letto la storia di Cagliostro in qualche libro della sua personale biblioteca esoterica. Una fervida mente truffaldina sa mettere a frutto qualsiasi informazione, così approfittando della presenza nella zona di San Leo dell’amico albanese, aveva organizzare quella complessa messa in scena per raggirare il Longoni.</p>
<p>Al momento Raponi era irreperibile, di certo si godeva in qualche amena località il non modesto guadagno fatto con quel ‘lavoretto’: senza dubbio i due albanesi che gli avevano retto il sacco a San Leo lo avevano anche aiutato a compiere il furto al convento, ma simili collaboratori si liquidano con quattro lire.</p>
<p>Riguardo alla scelta del povero Zacchia come interprete del losco mago, in certo senso anche Crescentino era stato involontario complice del Raponi. La cripta era nota nella zona, le nonne un tempo ci portavano i nipotini con la speranza di spaventarli e renderli timorosi dell’inferno. Forse Romoletto aveva per la prima volta visto gli scheletri da bambino e, da adulto, era tornato a visitare i frati appesi per scegliere il soggetto più adatto alla sua truffa: Crescentino, con la sua mania dei cartelli informativi, gli aveva indubbiamente facilitato il lavoro.</p>
<p>Dunque occorreva solo fare qualche indagine sui movimenti del sospetto, verificare il tabulato del suo telefonino e gli spostamenti registrati dai vari ripetitori, controllare i libri che conservava in casa, recuperare gli avanzi della somma estorta, infine far confessare Raponi con la promessa dei soliti sconti di pena ed il caso era risolto. Tutte incombenze che potevano svolgere persino Cascio e Benedetti. Trotti se la sarebbe sbrigata anche meglio, ma era solo un appuntato.</p>
<p>Però il maresciallo non si sentiva ancora soddisfatto: intendeva dare una piccola lezione di vita al celebre dottor Longoni, eroe televisivo dell’appuntato Trotti e, soprattutto, di Santuzza, sua moglie.</p>
<p>A forza di frequentare astuti criminali e vecchie volpi scodate, Pullizzi aveva sviluppato una certa malizia: per confrontarsi con i delinquenti doveva entrare, in certo senso, in sintonia con il loro modo di pensare, ma al di fuori del servizio cercava di essere sempre corretto e leale. Questo però era un caso eccezionale ed il maresciallo aveva escogitato un ‘tranello’ per umiliare il borioso Longoni. Non un inganno vero e proprio ma piuttosto un ‘colpo di teatro’.</p>
<p>Il maresciallo non rientrò subito in caserma, scaricò i due pesi morti Cascio e Benedetti alla prima gazzella di passaggio e si fece portare da Trotti a Medicina Legale. Voleva dare una rapida occhiata al corpo del presunto Balsamo Giuseppe per sincerarsi di un particolare.</p>
<p>Il giorno seguente arrivò in anticipo all’Istituto. Conosceva da tempo il professor Pallante, responsabile del reparto, anatomopatologo rinomato e persona dai modi signorili, nonché grande studioso di storia. Con lui Pullizzi conversava sempre volentieri.</p>
<p>Il Professor, dopo le solite quattro chiacchiere, accompagnò il maresciallo nella sala autopsie dove, adagiata su un tavolo, si trovava la salma ritrovata dal Longoni.</p>
<p>“Che ne pensa?” chiese Pullizzi.</p>
<p>“In sintesi direi che si tratta di un uomo di oltre cinquanta anni, morto più o meno due secoli fa per cause naturali, infarto o ictus, In vita deve avere sofferto molto, scarsità di cibo, posture scomode ed anche percosse. Aveva persino segni di scudiscio sulla schiena. Certo, a quei tempi, il carcere non era una vacanza. Per me potrebbe essere effettivamente Giuseppe Balsamo, anche l’altezza, grosso modo, corrisponde. Lo scheletro è quasi integro, a parte qualche scheggiatura, forse dovuta alla vanga utilizzata per la riesumazione, ma le cartilagini hanno tenuto bene e Longoni ha restituito persino l’osso che aveva prelevato per l’analisi con il carbonio 14. Quanto alla moneta presente nella fossa, è un sistema di datazione spesso utilizzato dagli archeologi…”</p>
<p>“Di quelle monete su Internet ne trova quante ne vuole, Professore, ed anche a Porta Portese.”</p>
<p>“Dunque lei pensa che non sia Cagliostro?” chiese incuriosito il Patologo, all’oscuro dei fatti.</p>
<p>Proprio in quel momento entrò il portiere annunciando, con un certo imbarazzo, l’arrivo del sig. ‘Armadio’ Longoni, per il maresciallo Pullizzi’.</p>
<p>“Armodio, Armodio dottor Armodio Longoni” esclamò il noto giornalista dei misteri entrando con disinvoltura nella sala autopsie.</p>
<p>“Sempre meglio che Aristogitone” ribatté in tono ironico Pallante. Il maresciallo non comprese la battuta, aveva frequentato il Professionale.</p>
<p>“I miei collaboratori mi hanno informato della sua visita, maresciallo – disse Longoni &#8211; Dunque lei crede che lo <em>scoop</em> di Cagliostro sia una specie di imbroglio, ma le assicuro che io lavoro sempre con la massima prudenza e dispongo di documenti sufficienti per dimostrare che quello che affermo è, con alto grado di probabilità, vero: questo che vede è quasi certamente il corpo di Giuseppe Balsamo.”</p>
<p>“In Sicilia ha trovato qualche discendete di Cagliostro?” chiese il maresciallo.</p>
<p>“Per il momento no, ma ho già molte prove a disposizione: la moneta, l’età, la data di morte, la notizia nel diario del cappellano del carcere fra’ Cristoforo da Cicerchia riguardo al seppellimento in luogo segreto, fuori dal cimitero e il successivo trasporto del corpo in luogo più degno, appunto la piccola cappella attualmente in ristrutturazione, dove è avvenuto il ritrovamento da parte dei due operai albanesi…e il cartiglio gettato via dai muratori con la scritta <em>Gran Maestro</em>!”</p>
<p>“E’ noto che Cagliostro contribuì a diffondere in Francia la  Massoneria…fondò il rito egiziano, mi pare” osservò il Professore.</p>
<p>A questo punto Pullizzi avrebbe potuto chiudere la discussione svelando che l’informatore di Longoni altri non era che un truffatore complice dei due albanesi, come provavano controlli telefonici, registri di alberghi, testimonianze oculari. Raponi già avvistato nella zona di San Remo, il casinò era una delle sue molte debolezze, era sul punto di essere arrestato.</p>
<p>Invece il maresciallo si frugò in tasca ed estrasse un sacchetto trasparente: era il suo asso, anzi il suo osso, nella manica.</p>
<p>“Vede – disse al Longoni scandendo bene le parole &#8211; questa è la  Prova n. 1 da me raccolta nella cripta del convento di San Giuseppe dove, la notte del 10 settembre, alcuni individui si sono introdotti per asportare il corpo di un frate.”</p>
<p>Quindi prese il piccolo frammento di osso concavo che aveva trovato sotto la nicchia del ‘rapito’, si avvicinò al corpo disteso e, come fosse l’ultima tessera di un puzzle, inserì la scheggia in una frattura a lato del cranio. Combaciavano perfettamente: probabilmente il teschio, staccato in malo modo dal supporto, era caduto di mano ai ladri e si era rotto in un punto più debole.</p>
<p>“Ecco, dottor Longoni, le presento fra’ Zacchia del Monte &#8211; disse con tono trionfante – la sua salma è stata rubata da tale Raponi Romolo detto ‘il Chiromante’, nella cripta del convento di San Giuseppe da Copertino e spacciata per il corpo del mago Balsamo Giuseppe, in arte Cagliostro, con la complicità di due cittadini albanesi attualmente irreperibili”.</p>
<p>“Ma che storia curiosa – esclamò il Professore – pensi che ho sentito dire che  proprio una scheggia del cranio conservata come reliquia ha permesso di identificare i resti di un santo, mi pare Tommaso di Canterbury!”</p>
<p>“Un altro ecclesiastico rapito?” chiese ironico il maresciallo.</p>
<p>“No, no, caro Pullizzi, un vescovo assassinato, ma nove secoli fa. Era un santo molto popolare in Inghilterrra ed Enrico VIII, al tempo della Riforma, ordinò di disperdere le sue ossa.</p>
<p>“Una storia davvero avvincente &#8211; esclamò Longoni con tono entusiasta – sarebbe un ottimo soggetto per ‘Verità nascoste’, il mio programma…neppure io conoscevo per intero la vicenda, a parte il fatto che il vescovo fu ucciso nella Cattedrale, ed era un santo molto venerato dai Cavalieri del Tempio. Potrei fare un servizio comparativo, mostrare i resti del frate, e ricollegarmi alle reliquie di Tommaso Becket conservate nella Chiesa dei Templari a Roma, così metterei in secondo piano la bufala di Cagliostro.”</p>
<p>Il maresciallo accusò il colpo. Quel Longoni era un misirizzi indistruttibile! Aveva già trovato il modo per trasformare la sua figuraccia in un nuovo <em>scoop</em> e magari avrebbe intervistato Crescentino abbracciato a fra’ Zacchia. Questo era troppo.</p>
<p>“Ascolti bene, Longoni, se non vuole passare qualche serio guaio per ricettazione, incauto acquisto, complicità in truffa e tutti i reati connessi che mi verranno in mente da qui in avanti, lasci perdere fra’ Zacchia e Cagliostro. La vicenda è chiusa. Appena acciuffiamo Raponi lei riavrà quel che resta dei suoi soldi, il truffatore si prenderà qualche mese di galera e tutto verrà dimenticato. E lei, Professore, mi faccia la cortesia di disporre il trasporto del corpo al convento: i frati lo rimetteranno al suo posto senza tanto clamore.”</p>
<p>“Come vuole lei maresciallo, mettiamo tutto a tacere…però era una bella storia &#8211; rispose deluso Longoni – vorrà dire che parlerò di Becket ma senza fare riferimento al suo frate, come si chiamava? Ah sì,  Zacchia!</p>
<p>Anche Pullizzi si sentiva deluso, nonostante avesse dimostrato platealmente di avere ragione non era riuscito ad umiliare, come sperava, il suo avversario.</p>
<p>Indossato il cappello in stile Indiana Jones, Longoni si avviò rapidamente all’uscita ma giunto alla porta si voltò di scatto e, con modi gentili, porse al maresciallo una sua foto autografata.</p>
<p>“Che sbadato, stavo per dimenticarmi questa, E’ per il suo appuntato, me l’ha chiesta quando sono entrato dal portone principale. Potrebbe cortesemente consegnarla lei? Io prenderò il taxi all’uscita sul retro.”</p>
<p>“Grazie &#8211; disse automaticamente il maresciallo. Poi sentì la sua voce che diceva &#8211; Sarebbe così gentile da darmi un’altra foto per mia moglie, è una sua ammiratrice.”</p>
<p>“Ma certo, volentieri. E come devo scrivere… il nome della sua signora…”</p>
<p>“.Santuzza, Santuzza Pullizzi”</p>
<p>“Alla cara signora Satuzza Pullizzi, fortunata consorte di uno dei migliori marescialli dell’Arma dei Carabinieri. Va bene così?”</p>
<p>“Certo, troppo gentile” rispose ‘Regolo’ ingoiando saliva a più non posso.</p>
<p>Il maresciallo volle portare di persona la notizia della soluzione del caso al Convento. Crescentino non stava in sé dalla gioia ed appena giunse il carro mortuario provvide subito a ricomporre il corpo di Zacchia con l’aiuto di fili di ferro, ago da materassi e spago. Lo rivestì con un saio non troppo nuovo e gli mise tra le mai un bel rosario. Così il povero frate riprese posto nella sua nicchia. Il funzionario della Soprintendenza, avvertito del ritrovamento, pretese che fosse atteggiato come appariva nella foto.</p>
<p>La moglie del maresciallo gradì moltissimo la foto con dedica del Longoni. Non sapeva nulla della vicenda del Convento, rispettava sempre la regola di non fare al marito domande sul suo lavoro, ma immaginò che avesse indagato su un servizio giornalistico di “Verità nascoste”.</p>
<p>“Si vede che Longoni è un tipo intelligente: ha capito subito di avere di fronte una persona che vale, perché tu sei un uomo che sa il fatto suo, Saro. E sei stato gentile a farmi avere questo autografo, davvero tanto premuroso.”</p>
<p>Dopo qualche giorno il maresciallo tornò al Convento per sincerarsi che tutto fosse a posto e si stupì vedendo una gran folla in fila davanti alla chiesa. Subito cercò padre Bernardino e, al solito, lo trovò nella sua cella, imperturbabile.</p>
<p>“Ma che succede, là fuori?” chiese con tono concitato.</p>
<p>“Il fascino dei media, maresciallo, il quarto potere… Qualcuno ha sparso la voce che il presunto Cagliostro in televisione era fra’ Zacchia e ora tutti vogliono vedere il nostro confratello che ha avuto ‘l’onore’ di interpretare per qualche settimana la parte di un celebre truffatore morto senza sacramenti. E Crescentino è felice di fare da Cicerone. Del resto, per l’opinione pubblica, Cagliostro è un gran personaggio, come si dice in gergo pubblicitario <em>tira</em>.  Il mondo va così!  Sei un delinquente matricolato e tutti si interessano a te, sei un brav’uomo e non conti nulla.</p>
<p>Ma, se ci pensa bene, maresciallo, San Giuseppe da Copertino non l’ha forse aiutata a risolvere il suo problema, come quando era studente? ha chiuso brillantemente il caso. E fra’ Zacchia ci ha fatto la grazia di poter riparare il tetto della chiesa con i proventi delle offerte dei ‘devoti’, ma sarebbe meglio dire fans, che fanno la fila là fuori per vederlo. Non c’è niente di male: tra un po’ nessuno più ricorderà questa storia perché anche quella di Zacchia sarà un’effimera celebrità televisiva. Però di sicuro per parecchi anni non pioverà più in chiesa!</p>
<p>“Già, così va il mondo…” rispose Saro Pullizzi, rassegnato di fronte alla pragmatica saggezza di Padre Bernardino.</p>
<p><strong><em><span style="color: #0000ff;"><span style="color: #ff6600;"><br />
</span></span></em></strong></p>
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<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Erano trascorse ormai due settimane dal furto nel Convento di San Giuseppe e le indagini non progredivano, tuttavia ogni mattina il maresciallo Pullizzi, detto Regolo, apriva coscienziosamente il fascicolo ‘Zacchia’, dava un’occhiata alla foto del rapito cercando di scoprire in quell’immagine sfocata un particolare che aveva trascurato, rileggeva le poche carte contenute nel raccoglitore con la speranza di trovare la traccia di una nuova pista da seguire, e si chiedeva a cosa mai potesse servire il corpo di un povero frate. Il movente, lo sapeva bene, è quasi sempre la chiave di lettura di un reato.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">La visione del programma ‘Verità nascoste’, la sera precedente, gli aveva suggerito una possibile soluzione: truffa. Da morto il conte Cagliostro aveva solo qualche vaga somiglianza con il povero Zacchia, ma l’età, l’anno di morte, le cause naturali del decesso erano coincidenze sospette, senza contare la strana sensazione di <em>deja vu</em> che aveva provato di fronte al teschio del presunto Balsamo. Chiamò Trotti.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Dovresti cercare in quel tuo Internet notizie su un certo Balsamo Giuseppe…una specie di mago vissuto nel Settecento.”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Anche lei, maresciallo, ha visto il programma di Longoni ieri sera? Certo a volte le spara grosse, ma riguardo a Cagliostro non ha detto cavolate; tempo fa ho letto un libro sull’argomento e mi pare che davvero il corpo non sia mai stato trovato. Comunque non mi sembra una gran perdita, considerato che si tratta della tomba di un delinquente, un truffatore che ha vissuto da gran signore. Non mi piace chi si approfitta degli ingenui. Si figuri, fosse per me, quelli che in televisione reclamizzano le creme della giovinezza, i numeri del lotto sicuri, il sale antimalocchio o leggono le carte e fanno l’oroscopo starebbero tutti in galera.”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“A confronto della media dei delinquenti sono moscerini &#8211; replicò Pullizzi &#8211; e oggi manco se ammazzi il Papa ti tengono dentro a vita, figurati se imbrogli qualche allocco!”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Certo, fanno un danno modesto però colpiscono i più deboli. Magari per una nonnetta pensionata la perdita di cento euro succhiati da quei vampiri equivale al furto di un diamante per Bulgari. Quando sento palare di microcriminalità mi girano…”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Su questo hai ragione, si chiama ‘micro’ perché colpisce gente che, nella nostra società, conta quanto un microbo. Ho conosciuto un vecchio che si è suicidato perché non sopportava la vergogna di essere stato truffato dalle solite false assistenti sociali. E si trattava solo di cinquecento euro, un mese di pensione.”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Sono reati vigliacchi, ecco perché non li sopporto. Longoni però non truffa nessuno, al massimo qualche volta racconta storielle fantasiose.”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Già, però sparge in giro la voce che ci sarà la fine del mondo nel dicembre del 2012… e se poi qualche cervello impressionabile si spaventa e si uccide il giorno prima, oppure vende tutto e si costruisce un rifugio antiatomico o compra in televisione la tuta di antimateria che salva dal giudizio universale? <em>la madre dei fessi è sempre incinta</em>”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“In che senso?” chiese Trotti, pensando che la stupidità fosse da attribuire alla madre troppo prolifica.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Su, appuntato, non perdiamo altro tempo in ciance, fai questa ricerca al computer: voglio sapere vita, morte e miracoli del grande Cagliostro… e cerca anche qualche ritratto dell’epoca o una stampa, vediamo com’era l’aspetto del signor conte in carne, oltre che ossa, magari aveva qualche anomalia. <span> </span>Ridotto a scheletro chiunque potrebbe somigliare al nostro Zacchia.”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Non penserà che la faccenda del cadavere di Cagliostro abbia a che fare con il furto al convento?” chiese Trotti, indignato dalla prospettiva che il suo idolo televisivo fosse in qualche modo coinvolto in un raggiro.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Potrebbe essere una pista. Tu cerca e poi vediamo.”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Trotti eseguì l’ordine senza entusiasmo. Internet eruttò al solito una marea di notizie sull’argomento ed anche qualche immagine del celebre mago, ma era difficile confrontare l’aspetto di un uomo raffigurato da vivo con i resti del povero Zacchia, fotografato con il teschio piegato sul petto, il corpo in gran parte coperto dal saio, le mani scheletrite strette intorno ad un rosario.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Per una volta il maresciallo si pentì di non avere mai voluto comprare un videoregistratore, certo le scemenze che trasmettono in televisione era già troppo vederle una volta, però in questo caso le riprese dell’esumazione notturna gli avrebbero fatto comodo…</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Fai anche una ricerca sul programma di Longoni &#8211; disse a Trotti &#8211; trovami l’indirizzo del suo ufficio e, se ci riesci, le immagini del programma di ieri.”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Per questo non si preoccupi, ho la registrazione a casa” rispose d’impeto l’appuntato, svelando così di essere un vero <em>fan</em> del programma ‘Verità nascoste’.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Non appena si sparse la notizia che Pullizzi si sarebbe recato in un centro di produzione di televisivo il brigadiere Cascio e il vicebrigadiere Benedetti, infaticabili donnaioli e noti lavativi, si proposero come volontari per collaborare alle indagini.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Ma sì – disse il maresciallo – venite pure, più siamo più soggezione mettiamo. E poi – aggiunse con aria sorniona &#8211; chi sa quante ‘fimmine’ scostumate ci saranno in uno studio televisivo…” Era contento di prendersi gioco di quella coppia di impuniti rubastipendio.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Il centro di produzione del programma ‘Verità nascoste’ occupava un intero piano di un palazzone di periferia; ovviamente niente studi di registrazione, di ballerine o attricette neppure l’ombra: era una redazione giornalistica e scrivanie, schedari, computer, schermi piatti occupavano tutto lo spazio disponibile. <span> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Quando i carabinieri si presentarono al bancone della <em>reception</em> scoprirono che in quel momento nel centro si trovarono solo alcuni collaboratori del ‘Dottore’: tre laureati in Scienze della Comunicazione che facevano pratica nella ‘Mistery House’, la casa di produzione del Longoni. Il noto giornalista, al momento, era assente.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Di donne neppure l’ombra, a parte la centralinista all’ingresso che però ricordava più un bombolone alla crema che una velina. “Bella figliola, eh! Un po’ in carne, forse” disse Pullizzi, sottovoce, al brigadiere Cascio.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">I tre aspiranti giornalisti, probabilmente a causa dei troppi film americani visti nell’infanzia, si trincerarono eroicamente dietro il segreto professionale, rifiutandosi di rivelare le fonti dello <em>scoop </em>su Cagliostro.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Pullizzi si spazientì quasi subito e cominciò a parlare di convocazione in caserma, complicità in furto e truffa, alluse anche a problemi con le autorità religiose e, nel giro di qualche minuto, ebbe tutte le informazioni che desiderava.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">I giovani confessarono che, qualche settimana prima, una persona si era presentata al Centro di produzione sostenendo di avere informazioni riguardo al luogo di sepoltura di Cagliostro.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Questo signore – disse uno degli stagisti – si è presentato come antiquario ed ha raccontato al dottor Longoni che due muratori albanesi, ristrutturando un piccolo edificio nei pressi della Rocca di San Leo, avevano trovato uno scheletro nudo e privo di cassa con un cartiglio stretto tra le mani in cui a fatica si leggeva la scritta ‘Gran Maestro G. B. 1796’. Dato che volevano tenere segreto il ritrovamento per non rallentare i lavori, sul momento avevano pensato di ricoprire di cemento il corpo, poi si erano ricordati di certe storie raccontate al bar dai vecchi del posto riguardo ad un mago, morto nella Rocca e sepolto da qualche parte, in terra sconsacrata, con un tesoro. Così si erano messi a scavare sotto il cadavere, ma invece dell’agognato gruzzolo d’oro avevano rinvenuto solo una monetina della zecca dello Stato della Chiesa risalente alla fine del Settecento. Convinti di essersi imbattuti in un qualsiasi signor G.B. morto da due secoli, avevano richiuso la buca e gettato il cartiglio. Poi però il più sveglio dei due, chiedendo in giro, aveva scoperto che quelle iniziali corrispondevano al vero nome del mago Cagliostro.”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“L’albanese &#8211; aggiunse il più giovane dei tre aspiranti giornalisti – conosce da tempo il nostro informatore perché ha eseguito dei lavori di ristrutturazione nel suo appartamento, per questo si è confidato con lui, sperando di guadagnare qualcosa dal ritrovamento. Il tizio però non ha <span> </span>affatto l’aria di un antiquario: dalla carta d’identità risulta commerciante e, per essere sinceri, potrebbe al massimo sembrare un rigattiere.”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Ma il dottor Longoni non è certo uno sprovveduto – aggiunse un secondo stagista – e, inizialmente, si è mostrato scettico. Ha preteso di essere portato sul luogo del ritrovamento per vedere il corpo, si è fatto consegnare la moneta ed un frammento di osso per ulteriori esami scientifici. Voleva anche interrogare gli albanesi ma i due, privi di permesso di soggiorno, nel frattempo, si sono eclissati. Comunque i risultati scientifici riguardo all’età ed alla data di morte hanno confermato l’ipotesi Cagliostro, la storia della ristrutturazione dell’immobile, un rudere risalente al XVI secolo, è risultata vera ed il Dottore, alla fine, si è convinto di avere per le mani uno <em>scoop</em>. Ovviamente l’informatore ha preteso una ricompensa, credo più o meno ventimila euro.”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Proprio così – ribadì con tono convinto il terzo stagista – il servizio su Cagliostro si basa su prove solide, Longoni non butterebbe mai una cifra del genere se sentisse puzza di bruciato. Come si usa in televisione &#8211; proseguì il giovanotto &#8211; abbiamo organizzato le riprese fingendo che il ritrovamento avvenisse la sera della trasmissione ma poi il corpo è stato immediatamente consegnato alle autorità. Non siamo ladri di cadaveri, noi!”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Attualmente dove si trovano i resti del presunto Cagliostro?” chiese il maresciallo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Sono all’Istituto di Medicina Legale della Sapienza, qui in città, per ulteriori esami. Dopo tutto si tratta di un reperto di interesse storico.”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Già, direi etnoantropologico – aggiunse il maresciallo &#8211; E il dottor Longoni dov’è?”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“In Sicilia. Intende trovare un discendente del celebre mago per effettuare la prova del DNA ed eliminare definitivamente ogni dubbio. Non sappiamo quando tornerà.”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Sarà una ricerca lunga perché il cognome Balsamo non è raro da quelle parti &#8211; osservò Pullizzi – comunque telefonate al vostro capo e riferitegli che lo aspetto domani pomeriggio alle sette all’istituto di Medicina Legale. E avvertitelo che si tratta di una convocazione ufficiale, non di un invito per il tè. Altrimenti ci vedremo in seguito, come diciamo noi, al gabbio.”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">I quattro carabinieri uscirono rigorosamente in fila per due.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">I brigadieri erano immusoniti perché si sentivano gabbati, l’appuntato appariva contrariato per l’insolita rudezza con cui ‘Regolo’ aveva trattato i collaboratori del Longoni. Solo il maresciallo sembrava soddisfatto.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Al gabbio! Ma quando mai usiamo parole del genere, maresciallo, è roba da film degli anni Cinquanta!” esclamò Trotti amareggiato.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Siamo in un centro di produzione televisiva, no? ho voluto recitare anch’io” rispose il maresciallo ridendo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Gli accertamenti sull’informatore, sedicente antiquario, tale Romolo Raponi, diedero i risultati previsti. Si trattava di un pregiudicato di piccolo calibro, un imbroglione che vendeva falsi reperti ai turisti, rubacchiava vecchie croste nelle chiese di campagna e ricettava opere d’arte di modesto valore.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Il suo soprannome, tutti ne hanno uno nell’ambiente malavitoso, era ‘il Chiromante’ perché si dilettava di magia e certo doveva avere letto la storia di Cagliostro in qualche libro della sua personale biblioteca esoterica. Una fervida mente truffaldina sa mettere a frutto qualsiasi informazione, così approfittando della presenza nella zona di San Leo dell’amico albanese, aveva organizzare quella complessa messa in scena per raggirare il Longoni.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Al momento Raponi era irreperibile, di certo si godeva in qualche amena località il non modesto guadagno fatto con quel ‘lavoretto’: senza dubbio i due albanesi che gli avevano retto il sacco a San Leo lo avevano anche aiutato a compiere il furto al convento, ma simili collaboratori si liquidano con quattro lire.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Riguardo alla scelta del povero Zacchia come interprete del losco mago, in certo senso anche Crescentino era stato involontario complice del Raponi. La cripta era nota nella zona, le nonne un tempo ci portavano i nipotini con la speranza di spaventarli e renderli timorosi dell’inferno. Forse Romoletto aveva per la prima volta visto gli scheletri da bambino e, da adulto, era tornato a visitare i frati appesi per scegliere il soggetto più adatto alla sua truffa: Crescentino, con la sua mania dei cartelli informativi, gli aveva indubbiamente facilitato il lavoro.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Dunque occorreva solo fare qualche indagine sui movimenti del sospetto, verificare il tabulato del suo telefonino e gli spostamenti registrati dai vari ripetitori, controllare i libri che conservava in casa, recuperare gli avanzi della somma estorta, infine far confessare Raponi con la promessa dei soliti sconti di pena ed il caso era risolto. Tutte incombenze che potevano svolgere persino Cascio e Benedetti. Trotti se la sarebbe sbrigata anche meglio, ma era solo un appuntato.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Però il maresciallo non si sentiva ancora soddisfatto: intendeva dare una piccola lezione di vita al celebre dottor Longoni, eroe televisivo dell’appuntato Trotti e, soprattutto, di Santuzza, sua moglie.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">A forza di frequentare astuti criminali e vecchie volpi scodate, Pullizzi aveva sviluppato una certa malizia: per confrontarsi con i delinquenti doveva entrare, in certo senso, in sintonia con il loro modo di pensare, ma al di fuori del servizio cercava di essere sempre corretto e leale. Questo però era un caso eccezionale ed il maresciallo aveva escogitato un ‘tranello’ per umiliare il borioso Longoni. Non un inganno vero e proprio ma piuttosto un ‘colpo di teatro’.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Il maresciallo non rientrò subito in caserma, scaricò i due pesi morti Cascio e Benedetti alla prima gazzella di passaggio e si fece portare da Trotti a Medicina Legale. Voleva dare una rapida occhiata al corpo del presunto Balsamo Giuseppe per sincerarsi di un particolare.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Il giorno seguente arrivò in anticipo all’Istituto. Conosceva da tempo il professor Pallante, responsabile del reparto, anatomopatologo rinomato e persona dai modi signorili, nonché grande studioso di storia. Con lui Pullizzi conversava sempre volentieri.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Il Professor, dopo le solite quattro chiacchiere, accompagnò il maresciallo nella sala autopsie dove, adagiata su un tavolo, si trovava la salma ritrovata dal Longoni.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Che ne pensa?” chiese Pullizzi.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“In sintesi direi che si tratta di un uomo di oltre cinquanta anni, morto più o meno due secoli fa per cause naturali, infarto o ictus, In vita deve avere sofferto molto, scarsità di cibo, posture scomode ed anche percosse. Aveva persino segni di scudiscio sulla schiena. Certo, a quei tempi, il carcere non era una vacanza. Per me potrebbe essere effettivamente Giuseppe Balsamo, anche l’altezza, grosso modo, corrisponde. Lo scheletro è quasi integro, a parte qualche scheggiatura, forse dovuta alla vanga utilizzata per la riesumazione, ma le cartilagini hanno tenuto bene e Longoni ha restituito persino l’osso che aveva prelevato per l’analisi con il carbonio 14. Quanto alla moneta presente nella fossa, è un sistema di datazione spesso utilizzato dagli archeologi…”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Di quelle monete su Internet ne trova quante ne vuole, Professore, ed anche a Porta Portese.”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Dunque lei pensa che non sia Cagliostro?” chiese incuriosito il Patologo, all’oscuro dei fatti.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Proprio in quel momento entrò il portiere annunciando, con un certo imbarazzo, l’arrivo del sig. ‘Armadio’ Longoni, per il maresciallo Pullizzi’.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Armodio, Armodio dottor Armodio Longoni” esclamò il noto giornalista dei misteri entrando con disinvoltura nella sala autopsie.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Sempre meglio che Aristogitone” ribatté in tono ironico Pallante. Il maresciallo non comprese la battuta, aveva frequentato il Professionale.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“I miei collaboratori mi hanno informato della sua visita, maresciallo – disse Longoni &#8211; Dunque lei crede che lo <em>scoop</em> di Cagliostro sia una specie di imbroglio, ma le assicuro che io lavoro sempre con la massima prudenza e dispongo di documenti sufficienti per dimostrare che quello che affermo è, con alto grado di probabilità, vero: questo che vede è quasi certamente il corpo di Giuseppe Balsamo.”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“In Sicilia ha trovato qualche discendete di Cagliostro?” chiese il maresciallo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Per il momento no, ma ho già molte prove a disposizione: la moneta, l’età, la data di morte, la notizia nel diario del cappellano del carcere fra’ Cristoforo da Cicerchia riguardo al seppellimento in luogo segreto, fuori dal cimitero e il successivo trasporto del corpo in luogo più degno, appunto la piccola cappella attualmente in ristrutturazione, dove è avvenuto il ritrovamento da parte dei due operai albanesi…e il cartiglio gettato via dai muratori con la scritta <em>Gran Maestro</em>!”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“E’ noto che Cagliostro contribuì a diffondere in Francia la  Massoneria…fondò il rito egiziano, mi pare” osservò il Professore.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">A questo punto Pullizzi avrebbe potuto chiudere la discussione svelando che l’informatore di Longoni altri non era che un truffatore complice dei due albanesi, come provavano controlli telefonici, registri di alberghi, testimonianze oculari. Raponi già avvistato nella zona di San Remo, il casinò era una delle sue molte debolezze, era sul punto di essere arrestato.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Invece il maresciallo si frugò in tasca ed estrasse un sacchetto trasparente: era il suo asso, anzi il suo osso, nella manica.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Vede – disse al Longoni scandendo bene le parole &#8211; questa è la  Prova n. 1 da me raccolta nella cripta del convento di San Giuseppe dove, la notte del 10 settembre, alcuni individui si sono introdotti per asportare il corpo di un frate.”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Quindi prese il piccolo frammento di osso concavo che aveva trovato sotto la nicchia del ‘rapito’, si avvicinò al corpo disteso e, come fosse l’ultima tessera di un puzzle, inserì la scheggia in una frattura a lato del cranio. Combaciavano perfettamente: probabilmente il teschio, staccato in malo modo dal supporto, era caduto di mano ai ladri e si era rotto in un punto più debole.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Ecco, dottor Longoni, le presento fra’ Zacchia del Monte &#8211; disse con tono trionfante – la sua salma è stata rubata da tale Raponi Romolo detto ‘il Chiromante’, nella cripta del convento di San Giuseppe da Copertino e spacciata per il corpo del mago Balsamo Giuseppe, in arte Cagliostro, con la complicità di due cittadini albanesi attualmente irreperibili”.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Ma che storia curiosa – esclamò il Professore – pensi che ho sentito dire che<span> </span>proprio una scheggia del cranio conservata come reliquia ha permesso di identificare i resti di un santo, mi pare Tommaso di Canterbury!”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Un altro ecclesiastico rapito?” chiese ironico il maresciallo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“No, no, caro Pullizzi, un vescovo assassinato, ma nove secoli fa. Era un santo molto popolare in Inghilterrra ed Enrico VIII, al tempo della Riforma, ordinò di disperdere le sue ossa.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Una storia davvero avvincente &#8211; esclamò Longoni con tono entusiasta – sarebbe un ottimo soggetto per ‘Verità nascoste’, il mio programma…neppure io conoscevo per intero la vicenda, a parte il fatto che il vescovo fu ucciso nella Cattedrale, ed era un santo molto venerato dai Cavalieri del Tempio. Potrei fare un servizio comparativo, mostrare i resti del frate, e ricollegarmi alle reliquie di Tommaso Becket conservate nella Chiesa dei Templari a Roma, così metterei in secondo piano la bufala di Cagliostro.”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Il maresciallo accusò il colpo. Quel Longoni era un misirizzi indistruttibile! Aveva già trovato il modo per trasformare la sua figuraccia in un nuovo <em>scoop</em> e magari avrebbe intervistato Crescentino abbracciato a fra’ Zacchia. Questo era troppo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Ascolti bene, Longoni, se non vuole passare qualche serio guaio per ricettazione, incauto acquisto, complicità in truffa e tutti i reati connessi che mi verranno in mente da qui in avanti, lasci perdere fra’ Zacchia e Cagliostro. La vicenda è chiusa. Appena acciuffiamo Raponi lei riavrà quel che resta dei suoi soldi, il truffatore si prenderà qualche mese di galera e tutto verrà dimenticato. E lei, Professore, mi faccia la cortesia di disporre il trasporto del corpo al convento: i frati lo rimetteranno al suo posto senza tanto clamore.”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Come vuole lei maresciallo, mettiamo tutto a tacere…però era una bella storia &#8211; rispose deluso Longoni – vorrà dire che parlerò di Becket ma senza fare riferimento al suo frate, come si chiamava? Ah sì, <span> </span>Zacchia!</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Anche Pullizzi si sentiva deluso, nonostante avesse dimostrato platealmente di avere ragione non era riuscito ad umiliare, come sperava, il suo avversario.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Indossato il cappello in stile Indiana Jones, Longoni si avviò rapidamente all’uscita ma giunto alla porta si voltò di scatto e, con modi gentili, porse al maresciallo una sua foto autografata.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Che sbadato, stavo per dimenticarmi questa, E’ per il suo appuntato, me l’ha chiesta quando sono entrato dal portone principale. Potrebbe cortesemente consegnarla lei? Io prenderò il taxi all’uscita sul retro.”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Grazie &#8211; disse automaticamente il maresciallo. Poi sentì la sua voce che diceva &#8211; Sarebbe così gentile da darmi un’altra foto per mia moglie, è una sua ammiratrice.”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Ma certo, volentieri. E come devo scrivere… il nome della sua signora…”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“.Santuzza, Santuzza Pullizzi”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Alla cara signora Satuzza Pullizzi, fortunata consorte di uno dei migliori marescialli dell’Arma dei Carabinieri. Va bene così?”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Certo, troppo gentile” rispose ‘Regolo’ ingoiando saliva a più non posso.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Il maresciallo volle portare di persona la notizia della soluzione del caso al Convento. Crescentino non stava in sé dalla gioia ed appena giunse il carro mortuario provvide subito a ricomporre il corpo di Zacchia con l’aiuto di fili di ferro, ago da materassi e spago. Lo rivestì con un saio non troppo nuovo e gli mise tra le mai un bel rosario. Così il povero frate riprese posto nella sua nicchia. Il funzionario della Soprintendenza, avvertito del ritrovamento, pretese che fosse atteggiato come appariva nella foto.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">La moglie del maresciallo gradì moltissimo la foto con dedica del Longoni. Non sapeva nulla della vicenda del Convento, rispettava sempre la regola di non fare al marito domande sul suo lavoro, ma immaginò che avesse indagato su un servizio giornalistico di “Verità nascoste”.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span> </span>“Si vede che Longoni è un tipo intelligente: ha capito subito di avere di fronte una persona che vale, perché tu sei un uomo che sa il fatto suo, Saro. E sei stato gentile a farmi avere questo autografo, davvero tanto premuroso.”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Dopo qualche giorno il maresciallo tornò al Convento per sincerarsi che tutto fosse a posto e si stupì vedendo una gran folla in fila davanti alla chiesa. Subito cercò padre Bernardino e, al solito, lo trovò nella sua cella, imperturbabile.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Ma che succede, là fuori?” chiese con tono concitato.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Il fascino dei media, maresciallo, il quarto potere… Qualcuno ha sparso la voce che il presunto Cagliostro in televisione era fra’ Zacchia e ora tutti vogliono vedere il nostro confratello che ha avuto ‘l’onore’ di interpretare per qualche settimana la parte di un celebre truffatore morto senza sacramenti. E Crescentino è felice di fare da Cicerone. Del resto, per l’opinione pubblica, Cagliostro è un gran personaggio, come si dice in gergo pubblicitario <em>tira</em>.<span> </span>Il mondo va così!<span> </span>Sei un delinquente matricolato e tutti si interessano a te, sei un brav’uomo e non conti nulla.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Ma, se ci pensa bene, maresciallo, San Giuseppe da Copertino non l’ha forse aiutata a risolvere il suo problema, come quando era studente? ha chiuso brillantemente il caso. E fra’ Zacchia ci ha fatto la grazia di poter riparare il tetto della chiesa con i proventi delle offerte dei ‘devoti’, ma sarebbe meglio dire fans, che fanno la fila là fuori per vederlo. Non c’è niente di male: tra un po’ nessuno più ricorderà questa storia perché anche quella di Zacchia sarà un’effimera celebrità televisiva. Però di sicuro per parecchi anni non pioverà più in chiesa!</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Già, così va il mondo…” rispose Saro Pullizzi, rassegnato di fronte alla pragmatica saggezza di Padre Bernardino.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
</div>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>


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		<title>Rapito! &#8211; 2</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Mar 2010 07:34:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gialli]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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		<description><![CDATA[
Seconda parte.
Qui la Prima parte.

L’indomani mattina si presentò al convento un funzionario della Soprintendenza: era stato segnalato il furto di un bene demoetnoantropologico e quindi l’Ufficio competente doveva verificare la situazione ed avvertire il nucleo tutela presso il Ministero dei Beni Culturali.
Il funzionario osservò che le finestrelle a livello del piano stradale non erano sicure [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/03/Cripta.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1394" title="Cripta" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/03/Cripta.jpg" alt="" width="300" height="320" /></a></p>
<p><strong><em><span style="color: #0000ff;">Seconda parte.</span></em></strong></p>
<p><strong><em><span style="color: #0000ff;"><a href="http://www.scrivolo.it/2010/03/rapito/"><span style="color: #ff6600;">Qui la Prima parte.</span></a><br />
</span></em></strong></p>
<p>L’indomani mattina si presentò al convento un funzionario della Soprintendenza: era stato segnalato il furto di un bene demoetnoantropologico e quindi l’Ufficio competente doveva verificare la situazione ed avvertire il nucleo tutela presso il Ministero dei Beni Culturali.</p>
<p>Il funzionario osservò che le finestrelle a livello del piano stradale non erano sicure e questo comprometteva la sicurezza non solo dei ‘mamozzi’ appesi nella cripta, ma anche delle opere  d’arte, grandi pale d’altare del ‘600, conservate nella soprastante chiesa. Al termine del sopralluogo, prima di salire sull’auto di servizio, il funzionario chiese  se era possibile vedere una foto del bene sottratto.</p>
<p>Crescentino avrebbe voluto gridare che non era scomparso un bene ma il corpo di un uomo, anzi, un santo uomo che da morto certamente valeva più di tanti vivi in circolazione, presenti inclusi. Conosceva il suo nome, la data di nascita e di morte, le meditazioni religiose che aveva appuntato sul suo piccolo diario: no, non era un oggetto, era un essere umano che aveva amato e sofferto, era fra’ Zacchia. Però rimase in silenzio e corse in archivio a prendere la foto richiesta. Il funzionario la guardò con visibile disgusto, chiese di tenerla per qualche tempo e l’infilò in tasca sgarbatamente, sbattendo la porta dell’auto.</p>
<p>“Via – disse all’autista – un tipo con la faccia altrettanto scocciata – andiamo a respirare un po’ d’aria fresca.”</p>
<p>Il maresciallo iniziò le sue indagini con il solito giro di valzer dei confidenti, ma nessuno aveva sentito parlare di un furto così bizzarro. Qualcuno rise, qualcuno si abbandonò a gesti scaramantici, corna, toccatine, segni di croce, tutti si stupirono che il maresciallo, persona notoriamente seria e attaccata al lavoro  perdesse il suo tempo dietro a simili sciocchezze. E con quello che succedeva il giro…</p>
<p><span id="more-1420"></span></p>
<p>Venne convocato in caserma anche un inquietante giovanotto nerovestito: era il soggetto adatto per sondare certi ambienti ‘particolari’ con cui la malavita tradizionale non aveva legami. Il ‘satanista’ era in effetti un povero diavolo, un idraulico con la mente un po’ confusa, traviato da cattive compagnie di paese, e doveva un grosso favore al maresciallo per una faccenda di agnelli sgozzati al plenilunio fatta passare per semplice macellazione abusiva. Ovviamente desiderava sdebitarsi con il maresciallo, però non sapeva nulla di scheletri di frati trafugati.</p>
<p>“Roba buona per streghe o negromanti – osservò pensieroso il <em>fan</em> di Lucifero – ma per procurarsi qualche vecchio osso non bisogna più fare tanta fatica. Non occorre neppure infilarsi di notte in un camposanto di campagna o corrompere un becchino, ci sono le discariche dove vengono buttate le bare degli esumati: il comune si preoccupa solo di fare cassa, i posti devono essere liberati e rivenduti, così i ruspisti del cimitero hanno l’ordine di non guardare tanto per il sottile, soprattutto se all’operazione non assistono parenti rompiscatole. E lì trova di tutto…per gli amanti del genere”</p>
<p>“L’esumazione si dovrebbe fare rispettando precise regole…e la dignità del defunto” replicò Pullizzi, turbato all’idea che anche i suoi morti fossero un giorno trattati al pari di spazzatura.</p>
<p>“Maresciallo mio, in questo schifo di mondo non si rispettano neppure i vivi, si ammazza un bambino per un organo da trapiantare e lei si scandalizza per la sorte di qualcuno che ha la fortuna di essere sfrattato e fatto a pezzi quando è già morto e sepolto da dieci anni!”</p>
<p>“Comunque impadronirsi di un cadavere si configura sempre come furto e se il reato si compie in una chiesa è anche sacrilegio.”</p>
<p>La prospettiva di violare la legge divina suscitò nel giovanotto un’involontaria smorfia vagamente demoniaca.</p>
<p>Forse, pensò Pullizzi, l’idraulico non si era del tutto ravveduto e frequentava ancora le cattive compagnie di un tempo.</p>
<p>“Ricordati Bandelli che hai promesso di rigare diritto! – disse ruvido il maresciallo &#8211; se ti pesco di nuovo a saltellare di notte nei boschi con il pentacolo al collo io te lo metto… sai tu dove! Ora puoi andare e fa conto che non ci siamo visti.”</p>
<p>Le indagini per il momento erano ad un punto… ‘morto’. Sulle inferriate della chiesa non avevano trovato nulla, la sera del fatto nessuno aveva visto nei dintorni della chiesa auto o persone sospette. Di certo non era l’impresa di un balordo o di una banda di ragazzini, forse un matto solitario, un collezionista di cadaveri, ed allora si trattava di trovare il famoso ago nel pagliaio.</p>
<p>Il giorno dopo la scomparsa di fra’ Zacchia, nel pomeriggio, il maresciallo Pullizzi, accompagnato dall’appuntato Trotti, tornò sul luogo del delitto. Voleva assicurare i fraticelli che le ricerche continuavano ed il caso, per quanto classificabile come minore, non veniva sottovalutato dalle forze dell’ordine.</p>
<p>Al convento la situazione sembrava tranquilla, il Padre Guardiano si stupì per la solerzia del maresciallo, certo avrebbe voluto recuperare al più presto il povero Zacchia, ma non considerava la sua perdita un evento particolarmente grave. “Dopo tutto, cenere siamo e cenere torneremo ad essere, non importa – osservò con aria grave &#8211; e poi il furto è accaduto nella cripta che non è officiata, la chiesa si è salvata. Anche il signore mandato questa mattina dalla Soprintendenza non sembrava dare troppo peso al fatto.”</p>
<p>“Pare che il reparto preposto alla tutela dei beni artistici in questo momento sia molto impegnato –disse il Maresciallo – quindi per ora non potrà occuparsi del caso…così mi ha riferito al telefono il Funzionario della Soprintendenza, ma io continuerò le indagini e con impegno, soprattutto per rispetto al luogo sacro e per quel povero fra’ Crescentino. Mi è sembrato davvero dispiaciuto.”<br />
“Povero ragazzo – aggiunse il Padre &#8211; non riesce a darsi pace. Pensi che non solo si occupa da anni della manutenzione dei corpi custoditi nel sotterraneo ma, accanto ad ogni defunto, ha applicato una didascalia con nome, luogo di nascita, data di morte, età, incarichi ricoperti e qualche altra notizia curiosa che ha rintracciato tra le antiche carte del convento. L’archivista è un bravo calligrafo e, per assecondarlo, ha trascritto il tutto in caratteri gotici, in verità sono cartelli davvero graziosi, oltre che istruttivi per i visitatori che sembra li gradiscono molto.”</p>
<p>Il maresciallo volle di nuovo visitare la cripta e guardò con attenzione il cartiglio di fra’ Zacchia: morto nel 1796, all’età di cinquantacinque anni, custode della biblioteca del convento, devoto fino al punto di sottoporsi a lunghi digiuni, auto flagellazioni ed altre privazioni per redimere le colpe del mondo. E il mondo gli è stato davvero riconoscente…vai a sacrificarti per gli altri!</p>
<p>“Probabilmente i suo superiori lo consideravano un po’ pazzo &#8211; mormorò il Padre Guardiano, dopo essersi accertato che Crescentino non fosse nei dintorni – ma in altri tempi meno ‘illuminati’ lo avrebbero definito un santo e canonizzato. Il vescovo dell’epoca era persino un simpatizzante dei Giansenisti, si figuri!”</p>
<p>Il maresciallo proprio non sapeva chi fossero i Giansenisti, ma immaginò che non avessero in simpatia i frati zelanti.</p>
<p>“Avete mai ricevuto minacce da parte di qualche setta per così dire ‘anticristiana’, oppure  richieste di denaro, magari un riscatto.”</p>
<p>La domanda sembrò stupire l’anziano frate.</p>
<p>“Caro Maresciallo, noi seguiamo davvero l’esempio di Francesco, la povertà è la nostra sposa. Sono vecchio però non ignoro com’è diventato il mondo di fuori, mi ricordo del cadavere di quel famoso banchiere rubato anni fa, ma solo un folle organizzerebbe un piano del genere per il nostro Zacchia: viviamo in miseria ed anche cento euro per noi rappresentano una cifra enorme!”</p>
<p>“Eppure, mi creda Padre, in giro ci sono dei disperati che rubano i cani ai giardinetti e li restituiscono ai padroni per quattro lire” rispose Pullizzi, infastidito all’idea che un atto del genere non avesse motivazione.</p>
<p>“Magari qualcuno si vuole vendicare di voi Frati, un mendicante molesto che avete allontanato dalla chiesa, oppure un balordo che odia i religiosi. Un personaggio come fra’ Crescentino, ad esempio, potrebbe attirare l’attenzione di qualche squilibrato”</p>
<p>“Cacciare i poveri, proprio noi! Ma via… Tempo fa ho sorpreso un poveraccio che cercava di rubare le elemosine e ho aperto io stesso la cassetta per consegnargli i pochi spiccioli che conteneva. Poi ho deciso di buttare la chiave: chi ha bisogno prenda pure, le elemosine sono per i poveri, frati o laici non fa differenza.”</p>
<p>“E Crescentino?” chiese il maresciallo.</p>
<p>“Quel ragazzo forse sembra un po’ strano, ma è buono come il pane  e gentile con tutti. Esce raramente dal convento e non frequenta nessuno, a parte noi frati che siamo, di fatto, la sua unica famiglia. E tra queste mura, mi creda, regna davvero l’amore, non ci sono rivalità o antipatie”</p>
<p>“A volte quel che sembra non è… in fondo anche gli abitanti di un convento sono esseri umani, non santi!”</p>
<p>“Lei sbaglia strada se cerca tra queste mura la spiegazione di quanto accaduto. Qui vivono dieci povere anime che affrontano insieme il viaggio attraverso questa valle di lacrime con la speranza di raggiungere, un giorno, il Paradiso. Dove sono le ricchezze, le posizioni di potere, le sistemazioni migliori che suscitano l’inimicizia tra gli uomini? ognuno di noi prega e fa quello che si sente di fare: fra’ Girolamo cura la biblioteca e l’archivio, fra’ Donusdeo studia teologia e segue i fedeli che si presentano al convento per un consiglio o per cercare conforto spirituale, fra’ Leone tiene in ordine conti e fatture, fra’ Agapito sta in cucina, fra’ Crispiniano e fra’Isidoro coltivano l’orto, fra’ Marcello alleva polli e conigli nel chiostro più interno, ma non lo dica in giro, credo sia vietato per motivi d’igiene, il nuovo arrivato fra’ Wolfran, un giovane erborista tedesco, si occupa della farmacia e grazie alla vendita dei suoi prodotti, tisane, saponi aromatizzati, unguenti, fortunatamente qualcosa entra in cassa. Poi ci sono i proventi delle offerte dei visitatori della cripta affidata a fra’ Crescentino, ma nessuno tira fuori di tasca più di un euro, mi creda. Ah! Dimenticavo il nostro sacrestano, Aga: è un vecchio senza nessuno al mondo che ospitiamo per carità. Ha l’incarico di aprire la chiesa e, durante il giorno, dovrebbe controllare che nessuno si avvicini all’altare con il Santissimo, ma per lo più dorme su un pancale vicino all’ingresso. Vorrebbe diventare un converso come Crescentino però, nonostante viva con noi da più di dieci anni, non si è mai chiarito a quale credo religioso appartenga. Del resto anche la Natività di Betlemme è custodita da una famiglia mussulmana. Infine ci sono io, fra’ Bernardino da Montecchi, Padre Guardiano di questo piccolo zoo di anime.”</p>
<p>“Può stare certo che non sospetto nessuno di voi, Padre Bernardino, però le confesso che in questo caso, per così dire, brancolo nel buio.”</p>
<p>“Allora pregherò il nostro san Giuseppe da Copertino perché le faccia superare anche questa prova, come quando era ragazzo” replicò sorridendo il Padre Guardiano.</p>
<p>Il Maresciallo Pullizzi si congedò dal frate promettendo di tornare in caso di novità. Aveva voglia di camminare e disse all’appuntato Trotti di rientrare con la macchina in caserma. Il giovane si mostrò subito contrariato: un maresciallo dei carabinieri non se ne va in giro così, non è regolare. E poi lui, da solo, in macchina…no, non era affatto una buona idea.</p>
<p>“Siamo militari, possiamo essere attaccati… allora anche in pattuglia si dovrebbe andare da soli” obiettò l’appuntato.</p>
<p>“Permette almeno che mi fermi qualche minuto su questa panchina, caro Trotti?” chiese scherzosamente Pullizzi. In fondo il ragazzo non aveva tutti i torti.</p>
<p>“Non mi sfotta, maresciallo, lo sa che sono un novellino &#8211; replicò Trotti &#8211; Le cose fuori dalle regole mi fanno venire il nervoso e poi di notte mi sveglio con l’angoscia e la gastrite.”</p>
<p>“Ma lo sai quanto bicarbonato mi sono bevuto io in venti anni di servizio?! Poi ti abitui e diventi indifferente al pericolo e scopri che la maggior parte delle norme in realtà sono inutili e nessuno fa caso se non le rispetti.”</p>
<p>“E’ strano che sia proprio Lei a dire una cosa del genere. In caserma la chiamano il maresciallo ‘Regolo’, attento al Regolamento e diritto come un righello. E, secondo me, è un bel complimento.”</p>
<p>“Non tutto quello che sembra è, Trotti. Neppure il tuo maresciallo, ricordatelo bene. E ora andiamo, torniamo insieme in caserma, ho preso la mia ora d’aria.”</p>
<p>In effetti, Saro Pullizzi era un uomo all’antica, serio e tutto d’un pezzo per le cose che riguardavano la famiglia, l’onestà personale e il prestigio dell’Arma. Non sopportava certi commilitoni che si definivano ‘colleghi’, consideravano il servizio un semplice lavoro e cercavano di faticare il meno possibile. La furbizia era opportuna e legittima nell’attività d’indagine, non certo in caserma o nella vita privata.</p>
<p>Anche in famiglia si comportava con severità ma era un atteggiamento più apparente che reale.</p>
<p>I figli lo rispettavano ma non lo temevano, la moglie Santuzza lo chiamava ‘il Generale’ ma era abituata a mandare avanti la baracca da sola, chiedendo il suo intervento solo in casi eccezionali.</p>
<p>“Vostro padre ha già tanti problemi al lavoro &#8211; diceva ai figli &#8211; così, quando apre la porta di casa e chiede se ci sono novità, il ‘sergente’ Santina risponde: N.N., signor Generale” .</p>
<p>Comunque su determinate questioni Pullizzi era inflessibile: i figli dovevano rientrare non oltre le due di notte, le vacanze si facevano tutti insieme al paese, un grazioso borgo di mare nel Sud, in casa dovevano esserci solo due televisori, uno in soggiorno, l’altro nella camera dei figli. Rigorosamente con tubo catodico e senza canali a pagamento. Il colore era ammesso anche se il bianco e nero, secondo il maresciallo, era meno dannoso per gli occhi. Così, invocando ‘ragioni di salute’, la sera, dopo il telegiornale, indossava pesanti occhiali da sole e, nascosto dietro le lenti scure, poteva dormicchiare sulla poltrona del salotto fingendo di fare compagnia alla moglie. Ogni tanto però doveva svegliarsi e seguire la trasmissione, perché l’indomani Santuzza l’avrebbe interrogato. Dato che in famiglia il maresciallo non parlava mai di lavoro, la moglie aveva stabilito di fare conversazione a tavola prendendo spunto dai programmi televisivi visti, lei credeva insieme, la sera precedente.</p>
<p>La signora Pullizzi comunque non amava i generi più popolari, telenovelas e reality. Guardava volentieri un film, a patto che non fosse troppo violento, o le trasmissioni di intrattenimento ‘intelligente’ degli  Angela, ma in assoluto prediligeva i programmi che affrontavano temi curiosi al limite del paranormale.</p>
<p>Il maresciallo era di conseguenza diventato un esperto di piramidi, Templari, testoni dell’Isola di Pasqua, cerchi nel grano, Vichinghi, falsi allunaggi e, dato che i temi, alla fin fine, erano sempre gli stessi, non rimaneva mai a corto di argomenti, anche se aveva dormito quasi tutta la sera.</p>
<p>La mattina dopo il secondo sopralluogo al convento Pullizzi ricevette la visita del Funzionario della Soprintendenza. Voleva sapere se c’erano novità sul caso, un accadimento a suo avviso chiaramente insignificante, e lasciò al maresciallo la foto dello scheletro che aveva avuto dai frati.</p>
<p>“Tanto l’ho già scannerizzata per la pratica. Speriamo di archiviare tutto al più presto.”</p>
<p>“Speriamo piuttosto di ritrovare al più presto Zacchia” replicò il maresciallo.</p>
<p>“E chi è Zacchia?”</p>
<p>“Come, non sa neppure il nome del reperto rubato? Fra’ Zacchia è il rapito.”</p>
<p>“Francamente, caro maresciallo, in questa storia non ci trovo nulla di divertente – disse il Funzionario, accomiatandosi &#8211; se volevo avere a che fare con gli scheletri, facevo l’archeologo, non lo storico dell’arte. Le pare?”</p>
<p>“Già &#8211; si disse il maresciallo – gli antichi scheletri interessano solo agli archeologi.”</p>
<p>Quella sera Santuzza aveva deciso di seguire un programma di ‘misteri’ e Saro dormiva un sonno agitato a causa delle mummie egizie che di tanto in tanto passavano sullo schermo e gli rammentavano che il caso del convento era ancora in alto mare. Tutenkamon non era figlio di Nefertiti, i microbi contenuti nelle tombe spiegavano la ‘maledizione’ del faraone, i riti egizi della Massoneria introdotti in Francia nel Settecento… una marea di informazioni si confondeva nel cervello del maresciallo che ad un certo punto si svegliò di botto udendo pronunciare il nome Balsamo. Al suo paese viveva un certo Salvatore Balsamo e con una delle sue figlie, Carmelina,  Saro aveva avuto un amorazzo quando era studente delle medie. Solo occhiate e qualche bigliettino, all’epoca usava così. Il Balsamo del servizio televisivo però era ovviamente un’altra persona, un avventuriero morto da secoli, uno stregone, un millantatore che si spacciava per nobile e, con il bizzarro nome di Cagliostro, aveva raggirato le corti di mezza Europa. Poi, ormai più che cinquantenne, a Roma le autorità pontificie lo avevano imprigionato per stregoneria, condannato al carcere e chiuso in una rocca impenetrabile, a San Leo. La storia era ricca di colpi di scena, un vero romanzo ed anche la morte in carcere del mago era avvolta nel mistero. E proprio su quest’ultimo evento dell’esistenza di Giuseppe Balsamo, verificatosi nel 1795, l’autore del programma, il noto Longoni, stava per presentare ai suoi affezionati telespettatori uno sconvolgente scoop: il ritrovamento della tomba di Cagliostro, sepoltura di cui si erano perse le tracce da due secoli.  Secondo il racconto del cappellano della Rocca, Balsamo era stato sepolto nudo in terra non consacrata perché, morto di apoplessia, non aveva voluto ricevere i sacramenti. La leggenda diceva che la tomba era stata volutamente occultata, ma fu ugualmente ritrovata da adepti del santone o forse da soldati dell’armata napoleonica, che provvidero a traslare la salma in luogo più degno ma altrettanto ignoto.</p>
<p>Il Longoni si apprestava quindi a trasmettere le riprese del ritrovamento e dell’apertura della tomba e dimostrare con prove storiche e scientifiche  l’autenticità del suo colpo giornalistico.</p>
<p>La macabra scena, per apparire ancora più inquietante, si svolgeva di notte: all’interno di un rudere, forse una cappellina, due uomini erano intenti a scavare. Dopo un po’ comparvero le ossa, deposte nella terra senza bara, come aveva scritto il cappellano. Sotto il corpo nudo una monetina datata 1794 dimostrava che la sepoltura risaliva grosso modo agli anni della morte del conte Cagliostro. Ma per essere sicuro Longoni aveva fatto effettuare esami più precisi, compreso il carbonio 14. Il cadavere era in parte mummificato, affermava il Longoni, perché la seconda sepoltura nel sotterraneo dell’edificio aveva alterato la naturale decomposizione del corpo. Il teschio, inquadrato più da vicino, sembrò al maresciallo vagamente familiare.</p>
<p><strong><em><span style="color: #0000ff;">Fine Seconda parte.</span></em></strong></p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>


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		<title>Rapito! &#8211; 1</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Mar 2010 07:25:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gialli]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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Prima parte.
Come ogni sera fra’ Crescentino scese la scala della cripta con circospezione: trascinava un carico ingombrante e più di una volta aveva rischiato di rotolare fino in fondo alla rampa con tutto il suo ambaradan.
Del resto spazzole, scope, panni, filo di ferro e un aspirapolvere portatile erano strumenti indispensabili per la toilette dei suoi [...]]]></description>
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<p><strong><em><span style="color: #0000ff;">Prima parte.</span></em></strong></p>
<p>Come ogni sera fra’ Crescentino scese la scala della cripta con circospezione: trascinava un carico ingombrante e più di una volta aveva rischiato di rotolare fino in fondo alla rampa con tutto il suo ambaradan.</p>
<p>Del resto spazzole, scope, panni, filo di ferro e un aspirapolvere portatile erano strumenti indispensabili per la<em> toilette</em> dei suoi “vecchietti”, così chiamava le mummie più o meno scheletrite che pendevano dalle pareti dell’enorme ambiente sottostante la chiesa, frati deceduti ormai da secoli ed esposti come <em>memento mori </em>alla vista dei fedeli o, considerati i tempi, come curiosità per turisti amanti del genere ‘dark&#8217;.</p>
<p>Dopo aver cenato con gli altri fratelli nel piccolo refettorio del convento, Crescentino si recava nel sotterraneo per togliere le ragnatele, riattaccare le ossa cadute, spesso a causa della curiosità eccessiva di qualche visitatore, sistemare le tonache scomposte, spolverare i crani, spazzare ben bene il pavimento. I fedeli non erano più quelli di un tempo: toccavano i defunti, buttavano cartacce e bucce di frutta dappertutto, insomma non avevano più rispetto del luogo sacro!</p>
<p>Fra’ Crescentino era un trovatello, non aveva parenti, ed era felice di vivere come converso nel convento: si sentiva circondato da &#8216;fratelli&#8217;, come in una vera famiglia, ed anche gli ospiti della cripta facevano parte della sua piccola cerchia di affetti. Quelle mummie rappresentavano, in certo senso, i nonni, gli zii, i genitori che non aveva conosciuto e di cui era lieto di prendersi cura per interposta persona.</p>
<p>Quando entrava nella Cripta per prima cosa si inginocchiava e recitava le preghiere dei morti, poi si metteva al lavoro ma non in silenzio: aveva infatti l’abitudine di chiacchierare animatamente con i suoi muti confratelli appesi alle pareti. Durante il giorno Crescentino aiutava il frate archivista e quindi conosceva, attraverso le carte del convento, vita, morte e miracoli degli abitanti del sotterraneo: così, quando si rivolgeva a fra’ Armando, noto per essere stato un severo Padre Guardiano, chiedeva se i visitatori  si erano comportati bene, oppure suggeriva a fra’ Gaudenzio, organista barocco, il tema per qualche nuovo mottetto e non mancava mai di  raccontare a fra’ Galgario, rinomato semplicista al servizio di Benedetto XIV, le malefatte del fraticello teutonico che si occupava da qualche mese dell’officina di erboristeria.</p>
<p><span id="more-1393"></span></p>
<p>“Laureato in botanica non c’è che dire, ma proprio negato per le piante: credimi, quello ha il pollice nero. Di certo non riuscirà mai a riprodurre la formula della tua celebre tisana depurativa, tanto apprezzata dal Santo Padre!”.</p>
<p>Al Venerabile Filippo si rivolgeva sempre con particolare ossequio: lucidava a specchio gli ex voto appoggiati ai piedi del sant’uomo e qualche volta gli chiedeva una piccola grazia, ma a bassa voce, per non ingelosire gli altri. In fondo erano stati tutti buoni cristiani, uomini di fede vissuti in povertà fuggendo da un mondo pieno di tentazioni. E siccome provenivano da nobili casati e a volte avevano dovuto accettare i voti per volontà dei parenti, li ammirava ancora di più.</p>
<p>A tutti voleva bene, ma il suo preferito era senza dubbio fra’ Zacchia, divenuto frate già adulto e stroncato, non ancora vecchio, dalle feroci punizioni che si imponeva per espiare una segreta colpa… forse la morte di una fanciulla. In archivio, leggendo una polverosa lettera indirizzata dal padre del giovane al Guardiano del convento, Crescentino aveva scoperto che la nobile famiglia di Zacchia, al secolo don Ferdinando Del Monte, disapprovava quella tardiva vocazione, attribuita al turbamento per la disgraziata fine di una femmina del popolo. Malattia, suicidio, aborto? Non era dato sapere.</p>
<p>Comunque Crescentino era un romantico e non mancava mai di spolverare il teschio di Fra’ Zacchia, rimproverandolo dolcemente “Ma guarda un po’, un giovane così valente, rovinarsi per amore!”</p>
<p>“Se pure era colpevole – si diceva Crescentino – nei venti anni passati in convento aveva ampiamente espiato tutti i peccati commessi e le sue virtù eroiche erano, a ben guardare, maggiori persino di quelle del venerabile Filippo che, essendo un cadetto, era entrato bambino tra le mura del chiostro e non aveva mai avuto occasione di cadere in fallo”.</p>
<p>Chiacchierando e pregando Crescentino, anche quella sera, aveva quasi portato a  termine il suo lavoro: doveva solo  spazzare lo sconnesso mattonato intorno all’ultima nicchia, quella che ospitava fra’ Zacchia. Stava per prendere dal tascapane il panno morbido per spolverare il teschio del suo ‘Romeo’ quando notò sul pavimento strani frammenti di stoffa e ossa. Alzò gli occhi e ciò che vide, anzi, non vide, lo sconvolse: Zacchia era sparito.</p>
<p>Uno scheletro in tonaca non poteva svanire nel nulla, non si può portare via così, come una scatoletta di carne al supermercato e poi tutti i visitatori, all’uscita, dovevano passare davanti allo scaccino che raccoglieva l’obolo per le anime purganti. E neppure poteva essersi polverizzato, abito e rosario inclusi. Ma era un dato di fatto: lì non c’era più.</p>
<p>Fra’ Crescentino corse a svegliare il Padre Guardiano: i &#8216;vecchietti&#8217; erano per lui intoccabili e l’idea che un pazzo, magari il seguace di una setta satanica, un negromante o un sacrilego antropofago avesse rapito fra’ Zacchia lo terrorizzava.</p>
<p>Il Padre Guardiano tentò di calmarlo “Sarà qualche burlone, magari uno studente di medicina o uno stupidone che vuole festeggiare Halloween spaventando gli amici”.</p>
<p>“Cosa sarebbe questo Halloween? “ chiese Crescentino, poco attento alle nuove mode d’oltreoceano.</p>
<p>“Ognissanti in inglese”.</p>
<p>“E per festeggiare tutti i santi gli inglesi rubano i nostri frati? Ma bravi, roba da non credere!”</p>
<p>In realtà anche il Padre Guardiano aveva subito pensato a qualcosa di brutto, purtroppo il mondo ormai pullulava di figli di Lucifero, cugini di Astarotte, fratelli di Belzebù e le ostie consacrate andavano tenute in cassaforte, ma non era il caso di spaventare ulteriormente quell’anima candida di fra’ Crescentino.</p>
<p>“Chiamo subito i carabinieri, si tratta pur sempre di un furto”.</p>
<p>“E un sacrilegio!” aggiunse Crescentino con le lacrime agli occhi.</p>
<p>Era ormai notte fonda quando una gazzella si fermò davanti alla porta del convento.</p>
<p>Un maresciallo e un appuntato scesero dalla macchina. La segnalazione riguardava un furto, qualcuno aveva portato via da quella chiesa uno scheletro semi-mummificato: una faccenda quasi ridicola in tempi normali, ma con la puzza di zolfo che si sentiva in giro non era da prendere tanto alla leggera.</p>
<p>I militari, guidati dal Padre Guardiano, scesero nella cripta e raggiunsero la scena del crimine, il luogo dove fra’ Zacchia del Monte, appeso come un manichino, aveva trascorso gli ultimi due secoli,  ammonendo i peccatori sul destino che attende ogni uomo.</p>
<p>L’appuntato, un giovanotto alle prime armi, sembrava decisamente spaventato e i singhiozzi disperati di Crescentino, nascosto nel buio, non contribuivano certo a rendere l’atmosfera meno macabra.</p>
<p>“Ma che ci fanno ‘sti scheletri appesi, maresciallo?” chiese preoccupato il giovane.</p>
<p>Il maresciallo era siciliano e trovava quel genere di cripta del tutto normale.</p>
<p>“E’ per devozione delle anime purganti, sono antiche tradizioni religiose. Tutto autorizzato, tranquillo. Piuttosto, come è avvenuto il fatto? Ci sono altre uscite? Qualche sospetto?”</p>
<p>“Fra’ Zacchia, lo scomparso, oggi alle cinque, quando ho chiuso la chiesa, era qui, come sempre. Sono sicuro” disse Fra’ Crescentino uscendo dall’ombra. Si soffiava il naso con gran forza, ma le lacrime continuavano a scorrere.</p>
<p>“E’ un parente del rapito?” chiese l’appuntato con premura.</p>
<p>“Ma Trotti che domande fai! Qui non ci sono rapiti e questi morti sono trapassati da due o tre secoli… il fratello qui presente è dispiaciuto in generale, per il sacrilegio”.</p>
<p>“Ma perché hanno preso proprio fra’ Zacchia, un’anima santa. Maledetti demoni!- esclamò Crescentino &#8211; ma con le sue ossa benedette non potranno fare i loro intrugli malefici. E se dovessero appenderlo in giro come un pupazzo, per scherzo…Un uomo che è vissuto a pane ed acqua, vent’anni in ginocchio a pregare e battersi con il flagello per i nostri peccati!”</p>
<p>“Oggi viviamo proprio in un brutto mondo, &#8211; disse il maresciallo seriamente commosso &#8211; vedremo di risolvere il caso al più presto. Intanto diamo un&#8217;occhiata in giro, da qualche parte deve esserci un’apertura, di certo non sono passati attraverso i muri.”</p>
<p>“Chi?” chiese l’appuntato.</p>
<p>“Ma i ladri, Trotti. Dobbiamo cercare una finestra o una porta, non siamo in  film di Nosferatu!”</p>
<p>Mentre rimproverava benevolmente il suo sottoposto il maresciallo notò a terra un piccolo osso triangolare e concavo. Lo raccolse perché era un investigatore navigato e in Sicilia tante volte aveva partecipato al recupero di resti umani vecchi di decenni, povere vittime della lupara bianca. Lo mise in tasca con aria indifferente.</p>
<p>Dopo una lunga ispezione finalmente venne trovata una finestra a filo della strada con le inferriate divelte. Il muro, umido, si sgretolava facilmente e staccare le sbarre era stato uno scherzo: il passaggio immetteva in un vicoletto buio, proprio dietro il convento. Dei ladri e di fra’ Zacchia nessuna traccia.</p>
<p>“Chiama la scientifica, maresciallo?&#8221; chiese il Padre Guardiano che, tutte le sere, seguiva il telegiornale per tenersi aggiornato e vedeva di continuo investigatori in tuta bianca aggirarsi sul  luogo di efferati delitti.</p>
<p>“A che santo è intitolata la vostra chiesa? – domandò il maresciallo Pullizzi.</p>
<p>“San Giuseppe da Copertino”.</p>
<p>“Ah! da studente a lui mi raccomandavo per gli esami e mai mi ha deluso… allora con l’aiuto del nostro san Giuseppe dei voli e di qualche soffiata vedrete che presto ritroveremo il confratello scomparso,  senza scomodare mari e monti. Farò solo rilevare le impronte sulla finestra.”</p>
<p>I carabinieri salutarono e se ne andarono lasciando il Padre Guardiano un po’ deluso e fra&#8217; Crescentino in lacrime.</p>
<p><strong><em><span style="color: #0000ff;">Fine Prima parte.</span></em></strong></p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>


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		<title>Accadde all&#8217;Osservatorio &#8211; 3</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Mar 2010 14:11:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr J. Iccapot</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Terza e Ultima  Parte &#8211; Qui la seconda parte
Quella notte il commissario Nista sognò cinghiali e cervi che lo inseguivano per gli Uffici della Procura della Repubblica abbigliati in tocco e toga.
Cattiva digestione, pensò al risveglio. In effetti la faccenda dei bracconieri continuava a frullargli per la testa da un po’ e poteva capitare che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/03/Accadde_Osservatorio.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1324" title="Accadde all'Osservatorio" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/03/Accadde_Osservatorio-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a><strong><span style="color: #0000ff;"><em>Terza e Ultima  Parte &#8211; </em><em><span style="color: #ff6600;"><a href="http://www.scrivolo.it/2010/03/accadde-allosservatorio-2/"><span style="color: #ff6600;">Qui la seconda parte</span></a></span></em></span></strong></p>
<p>Quella notte il commissario Nista sognò cinghiali e cervi che lo inseguivano per gli Uffici della Procura della Repubblica abbigliati in tocco e toga.</p>
<p>Cattiva digestione, pensò al risveglio. In effetti la faccenda dei bracconieri continuava a frullargli per la testa da un po’ e poteva capitare che una cena pesante stanasse dal suo inconscio qualche buona intuizione. Occorreva però dare un significato razionale a quelle strane visioni notturne… Cinghiali, cervi, giustizia …mah, forse questioni di corna o litigi tra vicini per questioni legali…</p>
<p>I testimoni parlavano di colpi di fucile sparati in piena notte con strana indifferenza. Bracconieri…dicevano, come se si trattasse di una specie animale compresa nell’ambito della biodiversità. Ed anche gli efficientissimi Forestali, dopo tutto, non sembravano veramente interessati a reprimere un’attività a tutti gli effetti criminosa. Un bracconiere è pur sempre uno sconosciuto che si aggira di notte armato con l’intento di compiere un furto di beni dello Stato!</p>
<p>Il Commissario decise di chiarire la faccenda con il Comandante della locale caserma della Forestale.</p>
<p>Il capo dei “taglialegna” era brav’uomo, un sottufficiale prossimo alla pensione dai modi paterni e rassicuranti: i “loro” bracconieri, affermò, erano solo un innocuo manipolo di poveracci: contadini che consideravano il bosco <em>res nullius</em>, qualche anziano con la pensione al minimo che non poteva permettersi di pagare una licenza di caccia regolare, due o tre disoccupati bisognosi di racimolare qualche spicciolo. E poi la selvaggina da quelle parti era abbondante e spesso danneggiava le coltivazioni&#8230;</p>
<p><span id="more-1371"></span></p>
<p>Nista chiese al Comandante  di convocare per il pomeriggio tutti i bracconieri della zona: girando di soppiatto su e giù per il bosco dovevano pur avere visto o sentito qualcosa la sera dell’omicidio. E in un caso del genere anche una  banale osservazione poteva essere utile alle indagini.</p>
<p>La “retata” portò alla caserma della Forestale una decina di “sospetti” con  precedenti specifici: gli innocui “bricconcelli” del Comandante erano in effetti gente rude e sembravano più rabbiosi che preoccupati. Durante l’interrogatorio tutti negarono spudoratamente di dedicarsi alla caccia di frodo: magari sì, avevano colpito qualche cinghiale ferito che li minacciava, ma per legittima difesa, qualche cervo o istrice in effetti era finito per sbaglio sotto il loro trattore, però negli incidenti stradali non muoiono anche i cristiani?</p>
<p>L’ultimo dei convocati, un vecchietto basso e nervoso, forse irritato dall’attesa, alla fine sbottò: “Non dico per lei, Commissario, che non è di queste parti, ma il Comandante qui presente che ci ha convocato a fare… per romperci l’anima?! Lui lo sa benissimo che la sera in cui hanno ammazzato quel tizio, l’astrologo, era luna nuova. Non siamo mica pipistrelli che svolazziamo di notte al buio! E il radar nelle corna per ora non ce l’abbiamo! Quando è successo il fattaccio, ci può contare, stavamo tutti all’osteria in paese o a casa, a dormire, perché la mattina ci alziamo presto. La terra è bassa, caro il mio Commissario! E ora posso andare che mi girano i turaccioli a stare qui a perdere tempo.”</p>
<p>Quella del vecchio non sembrava una richiesta di congedo ma un’affermazione ed infatti l’uomo si alzò, prese il cappello e uscì, senza neppure salutare. Tutti tacquero.</p>
<p>Nista guardò con aria interrogativa il Comandante che, a mo’ di scusa, mormorò “Sa, mettere un po’ di paura a questa gente con la polizia criminale non è un’occasione che capita tutti i giorni… ma il vecchio Masini ha ragione, probabilmente quella notte nel bosco non c’erano bracconieri.”</p>
<p>Dunque, borbottò tra sé Nista, ho fatto un bel  buco nell’acqua e buttato via un pomeriggio.</p>
<p>“Il custode della villa è cacciatore?” chiese il Commissario uscendo dall’Ufficio</p>
<p>“Chi, il verduraio? &#8211; replicò stupito il Comandante &#8211; per carità, è un animalista convinto, pensi che non mangia neppure le uova!”</p>
<p>“E Paolino?”</p>
<p>“Beh, l’oste ovviamente se la fa con i bracconieri, compra gli animali uccisi di frodo per il suo ristorante. Da un punto di vista legale è un ricettatore, ma non va a caccia, per quanto ne so. Però se guardassi nella sua cella frigorifero ne vedrei di belle!”</p>
<p>“E lei perché non ci guarda?” disse Nista chiudendosi alle spalle la porta della casermetta, un po’ infastidito.</p>
<p>Comunque qualcosa aveva scoperto: quel colpo di fucile nel buio di una notte senza luna poteva sembrare normale solo a chi non avesse pratica di caccia: il custode, Paolino, le donne. Sull’ingegnere milanese però  occorreva indagare ancora.</p>
<p>Mentre saliva in auto si ricordò che entrando nell’osservatorio, oltre all’odore di polvere da sparo e sangue, aveva sentito un olezzo strano, qualcosa di gradevole e familiare. All’improvviso si rivide bambino nel giardino della zia Rosetta in Sicilia ed esclamò ad alta voce: “Gelsomino.”</p>
<p>“Un nuovo indiziato?” chiese Lo Savio mettendo in moto la macchina.</p>
<p>“Chi?”</p>
<p>“Questo ‘Gelsomino’.”</p>
<p>“Ma che indiziato e indiziato, è un fiore. Il vero gelsomino cresce al sud, non ha nulla a che vedere con quella piantaccia puzzolente che vive da queste parti e che chiamano rincospermo. Sì, gelsomino  con una punta di tabacco, ecco l’odore che ho sentito sul luogo del delitto.”</p>
<p>“Da queste parti dubito ci siano cespugli del suo gelsomino verace!” osservò Lo Savio.</p>
<p>“Infatti, era un odore particolare, di certo un’essenza di profumo.”</p>
<p>“Io me lo sentivo, Commissario, gatta ci cova – esclamò trionfante Lo Savio &#8211; il professore non era solo quella sera e si sa, chi dice donna dice danno: cercate <em>la famme</em> e il gioco è fatto.”</p>
<p>“Quando hai esaurito il tuo repertorio di ignoranza popolare, ti dispiacerebbe portarmi in Procura, Totò? E con una certa velocità, devo farmi autorizzare qualche perquisizione.”</p>
<p>“Allora abbiamo davvero dei sospetti?” replicò Lo Savio.</p>
<p>“Per ora indaghiamo sulle signore, come dici tu si comincia sempre dalle  <em>famme</em>” rispose laconico il Commissario. In effetti nessuna delle donne che aveva incontrato fino ad allora odorava di gelsomino, ma la pista andava battuta.</p>
<p>L’indomani mattina, per togliersi subito il pensiero, decise di cominciare dalla casa dei ristoratori. Una perquisizione è pur sempre un’invasione domestica e Paolino protestò rumorosamente. La visita comunque fu breve: l’ostessa non era certo il genere di donna che manda fuori di testa un uomo e sul suo <em>etager</em> il Commissario trovò solo una colonia dozzinale e una boccetta di ‘Tabacco d’Harrar’, un profumo “autarchico” usato un tempo anche dalle signore, ma utilizzato da Paoline che ne faceva uso e, per la verità, abuso, come dopobarba. Si deduceva a naso.</p>
<p>Nista si recò quindi nella villa dei milanesi. La signora Mainardi era sola e lo accolse con stupita gentilezza.</p>
<p>“Vuole perquisire il mio <em>boudoir</em>? Che indelicatezza  &#8211; esclamò ironica &#8211; comunque faccia pure.”</p>
<p>Nista entrò nella stanza della signora, una camera da letto con bagno e spogliatoio, e si  mise ad aprire tutte le boccette sparse sui mobili. Le odorava come fossero vini d’annata. La signora lo osservava, in apparenza divertita.</p>
<p>Dopo un po’ disse: “Lo sa, Commissario, lei è proprio buffo, sembra un cane che cerca tartufi! Guardi che i profumi si provano in modo diverso: deve  versare una goccia sul polso o, meglio, su un cartoncino, perché le sostanze reagiscono con la pelle e l’effetto è diversa da persona a persona, e poi annusare delicatamente. Le narici sono uno strumento raffinato.”</p>
<p>“Lei si intende di profumi?” chiese Nista incuriosito.</p>
<p>“No, ma sono cose che tutte le signore sanno!”</p>
<p>“Beh, io ho sentito dire che una donna veramente di classe usa per tutta la vita lo stesso profumo…”</p>
<p>“Si, in effetti è così. Io, ad esempio, da quando sono sposata uso solo ‘<em>Air of Paris</em>’, è una comodità anche per il marito, sa, quando deve fare un regalo…”</p>
<p>“Certo, per noi uomini è difficile indovinare i gusti di una donna.”</p>
<p>“Davvero ci mancherebbe solo che fossero gli uomini a scegliere i nostri profumi, povere noi! Mi creda, un uomo al massimo può comprare qualcosa per una fraschetta, un’amante occasionale: per fare colpo su quel genere di femmine basta spendere, usano un profumo qualsiasi per tutti i giorni e mettono ‘l’essenza di lusso’ per le occasioni speciali! S’intende quando vanno con il loro amichetto.”</p>
<p>“Già – disse Nista – esiste anche gente senza <em>bon ton</em> a questo mondo” e pensò alla madre che solo la domenica osava mettere con uno spillo una goccia di Chanel n. 5 dietro l’orecchio. Erano i tempi di Marilyn Monroe  e JFK…</p>
<p>Comunque “Air of Paris”, il profumo della Mainardi, odorava di camelia e cannella.</p>
<p>Il Commissario si scusò dell’intrusione e scese nell’appartamento dei custodi.</p>
<p>La verduraia si mostrò infastidita dalla visita, ma non poteva opporsi ad un’intrusione autorizzata dalla Magistratura. Tentò comunque di impedire al Commissario di entrare in camera accampando la scusa del disordine.</p>
<p>“E’ tutto sottosopra – disse con l’aria di vergognarsi, ma in realtà non voleva mostrare il letto matrimoniale sfatto solo da una parte.</p>
<p>“Suo marito non dorme con lei” chiese Nista quasi con noncuranza.</p>
<p>“A volte, quando deve sorvegliare la villa o alzarsi presto per dei lavori, preferisce sdraiarsi sul divano”.</p>
<p>L’attenzione del Commissario fu subito attratta da alcune boccette posate sul comodino. Erano tre tipi diversi di profumo, la verduraia evidentente non era una donna di classe. Nista sniffò il contenuto e finalmente trovò quello che cercava: gelsomino. Il profumo, una vera sinfonia di odori del Sud, si chiamava ‘<em>Estatique</em>’.</p>
<p>“Se non le dispiace porto via queste boccette” disse rivolto alla donna. Se era fortunato la scientifica avrebbe trovato tracce di ‘<em>Estatique</em>’ sui vestiti del morto.</p>
<p>“Non sapevo che il professore fosse morto avvelenato” rispose lei acida, ma non si oppose al sequestro.</p>
<p>Quando Nista entrò in Commissariato con le tre boccette in mano quasi si scontrò con l’ispettrice Biondi che lo apostrofò scherzosamente: “Che fa Commissario, si da alle spese pazze?”</p>
<p>“In che senso?” chiese Nista.</p>
<p>“Ma come, va in giro con un profumo da 250 euro e me lo domanda? Lo so perché l’anno scorso abbiamo regalato una confezione di ‘<em>Estatique</em>’ ad una collega che andava in pensione”</p>
<p>“Beh, anche se è un corpo del reato, finite le indagini glielo regalo, promesso!” disse Nista correndo nel suo Ufficio. Aveva avuto un’illuminazione.</p>
<p>Chiamò la moglie dell’ingegnere e si fece dire il nome della lussuosa profumeria milanese in cui la signora si serviva, poi, con un breve giro di telefonate scoprì che due mesi prima il marito, oltre alla solita coniugale ‘<em>Air of Paris</em>’, aveva acquistato  una confezione di ‘<em>Estatique</em>’.</p>
<p>Bella femmina, la verduraia: marito ingenuo, case comunicanti, letti separati. Una situazione ideale per un’avventura. Poi la donna aveva trovato un nuovo amante, il professore, come provava il profumo di gelsomino sul luogo del delitto ed il milanese evidentemente non aveva digerito il tradimento…Così tutto tornava.</p>
<p>“Lo Savio, in macchina!” gridò quasi allegro il commissario. L’ultimo tassello però non era a posto: doveva ancora incastrare l’ingegnere.</p>
<p>Giunse alla villa con le idee un po’ confuse. La padrona di casa lo accolse con curiosità.</p>
<p>“Ancora con la storia del profumo, Commissario Nista?”</p>
<p>“Ha mai usato un’essenza che si chiama ‘<em>Estatique</em>’ signora?”</p>
<p>“No, come le ho già detto sono fedele al mio ‘<em>Air of Paris</em>’ come a mio marito. Ah, eccolo qui, il mio ‘cumenda’, lupus in fabula!</p>
<p>L’ingegnere entrò nel salotto con aria preoccupata. Non aveva davvero voglia di scherzare.</p>
<p>“Ho sentito che in mia assenza avete perquisito la casa. Non mi pare una procedura corretta, di cosa siamo sospettati?”</p>
<p>“La notte dell’omicidio lei ha dichiarato di avere sentito un colpo di fucile.”</p>
<p>“Sì,  ho pensato fosse opera del solito bracconiere.”</p>
<p>“Lei è cacciatore?” chiese a bruciapelo Nista con tono autoritario.</p>
<p>“Sì, ma non di questa stagione: io non pratico la caccia di frodo” rispose il conte alzando un po’ la voce.</p>
<p>“Non vedo fucili in giro.”</p>
<p>“Ovviamente sono chiusi nella loro cassaforte, come vuole la legge” replicò l’uomo.</p>
<p>“Bene, allora apra l’armadio e consegni agli agenti tutti i fucili e soprattutto le cartucce in suo possesso” ordinò Nista perentorio.</p>
<p>L’ingegnere rimase per qualche secondo  immobile, poi spostò il grande quadro che occultava la fuciliera e diede a Lo Savio la chiave. Gli agenti portarono via il contenuto in grossi sacchi.</p>
<p>“Ma di cosa mi accusa?” chiese il conte.</p>
<p>“Lei quella sera ha davvero pensato ad un bracconiere?”</p>
<p>“Sì, certo, lo confermo.”</p>
<p>“E la luna, la luna, mi dica, in che fase era quella sera la luna?”</p>
<p>L’uomo ammutolì. Poi chiese di far uscire dalla stanza la moglie che iniziava ad agitarsi e chiamò al telefono il suo avvocato.</p>
<p>“Sono sicuro che la Scientifica troverà nella composizione delle sue  cartucce prove sufficienti per incriminarla &#8211; disse Nista &#8211; però mi tolga una curiosità, come ha fatto a capire che la sua amante, la Moretti, si sarebbe recata ad incontrare un altro uomo proprio quella notte?”</p>
<p>L’ingegnere era milanese, non amava perdere tempo e sapeva di essere in trappola, quindi rispose senza imbarazzo.</p>
<p>“Il profumo… io e mia moglie avevamo cenato con amici fino a tardi: sono uscito in giardino per accompagnare gli ospiti alla macchina ed ho sentito una leggera ma inconfondibile fragranza di gelsomino nell’aria. Quella sera non avevo in programma un ‘incontro romantico’ con la mia amante nel capanno degli attrezzi, quindi lei si era profumata per un’altra ‘occasione speciale’. Ho seguito la scia e … il resto lei lo sa già. Comunque meglio che sia finita così. Aveva iniziato a ricattarmi e il suo silenzio mi sarebbe costato troppo caro”</p>
<p>“Molti milioni?” chiese Nista</p>
<p>“No, peggio, voleva essere sposata!”.</p>
<p>“Beh, il suo è stato un delitto passionale, d’impeto, vedrà che la pena sarà contenuta” disse il Commissario, quasi compiangendo il povero milanese vittima della <em>famme fatale</em> delle zucchine e dei carciofi.</p>
<p>L’indomani la gioia del commissario Nista era incontenibile. Titoli sui giornali, richieste di interviste e, soprattutto, la soddisfazione di provare a tanti giovani poliziotti infatuati delle nuove tecniche della scientifica che per essere un buon investigatore occorre soprattutto fiuto.</p>
<p>“Vedi Totò, oltre agli eroi di ‘Criminal Minds’ o ‘C.S.I’. ci sono ancora commissari che risolvono i casi con metodi caserecci, suola di scarpa e cervello.”</p>
<p>Lo Savio sorrise, ma poi, battendosi un pugno sulla fronte esclamò:</p>
<p>“A proposito di tecnologia, due giorni fa il Presidente dell’Associazione Astrofili ha lasciato un messaggio telefonico per lei, forse era importante…Beh, l’ho segnato da qualche parte in questo block notes. Eccolo, ora le leggo l’appunto: “Caro Commissario, resettando la tastiera del puntatore del telescopio trovata accanto al defunto ho notato una cosa decisamente strana che potrebbe avere un qualche peso per le sue indagini. Gli ultimi dati sono stati inseriti dal professore più o meno intorno all’ora della morte e non puntano ad alcun corpo celeste, sembrano addirittura coordinate terrestri. Interpretati come latitudine e longitudine corrispondono alla città di Milano: davvero curioso, non trova commissario?”</p>
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	<p class="firma-autore">Dr J. Iccapot</p>


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		<title>Accadde all&#8217;Osservatorio &#8211; 2</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 08:30:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr J. Iccapot</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gialli]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Astronomia]]></category>
		<category><![CDATA[Marte]]></category>
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		<category><![CDATA[Osservatorio]]></category>

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		<description><![CDATA[Seconda Parte &#8211; Qui la prima parte
L’agente parcheggiò l’auto di servizio accanto all’ingresso del ristorante, non lontano dal sentiero che portava all’osservatorio. Il commissario Nista, con una smorfia di fastidio, notò che nei dintorni erano già ferme altre macchine, la notizia ormai si era sparsa e un paio di giornalisti locali, dei fotografi, un cameraman [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/03/Accadde_Osservatorio.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1324" title="Accadde all'Osservatorio" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/03/Accadde_Osservatorio-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a><strong><span style="color: #0000ff;"><em>Seconda Parte &#8211; </em><em><span style="color: #ff6600;"><a href="http://www.scrivolo.it/2010/03/accadde-allosservatorio/"><span style="color: #ff6600;">Qui la prima parte</span></a></span></em></span></strong></p>
<p>L’agente parcheggiò l’auto di servizio accanto all’ingresso del ristorante, non lontano dal sentiero che portava all’osservatorio. Il commissario Nista, con una smorfia di fastidio, notò che nei dintorni erano già ferme altre macchine, la notizia ormai si era sparsa e un paio di giornalisti locali, dei fotografi, un cameraman di una TV privata li avevano preceduti. In un angolo troneggiava il fuoristrada della Forestale. “Battuti sul tempo persino dai &#8216;taglialegna&#8217; ” pensò tra sé il commissario guardandosi le scarpe, nuove e lucide: non doveva indossarle ma alle sei o poco più di mattina, nella fretta di uscire dopo la chiamata, erano le prime a portata di mano. La sera prima aveva cenato a casa dei suoceri, gente per nulla alla buona in fatto di etichetta: vietato sedersi a tavola in tuta e scarpe sportive. Ora però le avrebbe sporcate di fango, quelle belle scarpe, in quella campagna umida di rugiada, e la moglie lo avrebbe rimproverato.</p>
<p>“Dovrebbe essere da questa parte, poco  più avanti – disse l’agente Lo Savio – qualche centinaia di metri dentro il bosco. Il cadavere lo ha trovato il sorvegliante della villa, stamani presto, durante il suo solito giro. Ha visto la cupola aperta, era già giorno e gli è sembrato strano. E’ andato a vedere e lo ha trovato morto.”</p>
<p>“Chi è questo sorvegliante?” Chiese Nista che, per camminare più agevolmente al centro del sentiero, si era messo alla sinistra dell’agente. Si teneva vicino al suo sottoposto perché da un po’ di tempo aveva l’impressione di vedere il mondo appannato. Forse un inizio di cataratta, come su madre, però precoce, accidenti! A neanche cinquantasei anni.</p>
<p>“E’ un napoletano – disse Lo Savio &#8211; mi sono informato, però gente perbene. Lui e la moglie hanno un negozio di frutta e verdura al paese, ma vivono in una ‘dependance’ della villa: in cambio della sorveglianza e di un po’ di cure al giardino, i proprietari, dei milanesi, gli hanno dato l’alloggio gratis”. Si sentiva un certo tono di invidia, nel racconto di questi dettagli, Lo Savio divideva una cameretta d’affitto con un collega.</p>
<p>“Si dice incensurato, non perbene &#8211; commentò Nista – nessuno è perbene a questo mondo, mettitelo in testa Totò! Sei giovane ma certe cose devi capirle subito se fai questo mestiere. Empitella” aggiunse poi il commissario, muovendo le narici sotto i baffetti brizzolati con l’aria di un cane da tartufi.</p>
<p><span id="more-1322"></span></p>
<p>“Come dice, signor maresciallo?”</p>
<p>“Empitella. Ci devi aver messo i piedi sopra o forse ci hai sfregato i pantaloni.”</p>
<p>Comprese, dal silenzioso disappunto del suo compagno che non lo stava seguendo.</p>
<p>“Sai quell’erbetta… ma tua madre cosa ci mette sui funghi, quando li fa a…”</p>
<p>“Ma, non saprei. Mai sentita, questa empitella dalle mie parti.”</p>
<p>“Ma non senti questo profumo?”</p>
<p>“Veramente, non sento nulla. Il solito odore di campagna… io ci sono nato in un posto come questo”</p>
<p>“Fumi troppo! Le sigarette danneggiano l’olfatto e il gusto. E anche altro.”</p>
<p>“Può essere.”</p>
<p>Svoltarono a destra, salendo ancora un po’.</p>
<p>“Questa invece è mortella, qui intorno ci deve essere una siepe”, fece il maresciallo, fiutando l’aria.</p>
<p>Svoltarono ancora e furono in vista dell’osservatorio. In effetti, a poco distante dalla piazzola d’ingresso c’era una siepe di mortella.</p>
<p>“Questo odore – disse Lo  Savio – sa di cimitero.”</p>
<p>“Ma che razza di terrone sei, che non apprezzi i profumi della terra?”</p>
<p>“Ma, veramente… e poi, anche lei..”</p>
<p>“Io? Io sono un terrone di seconda generazione, sono nato a Livorno!” e lo disse come i livornesi autoctoni: Livòòòrno. Dette una pacca sulla spalla del giovane agente, sorridendo.</p>
<p>Erano sul luogo da poco quando sentirono alle loro spalle la sirena dell’ambulanza che arrivava nel piazzale. Ad attenderla c’erano i “rappresentanti&#8221;  della stampa, sorvegliati dai solerti “taglialegna&#8221;, Paolone, la persona che aveva ritrovato il corpo e qualche vicino accorso dai poderi dei dintorni pensando di “rendersi utile”, come si fa in campagna.</p>
<p>Sul viottolo che usciva dal bosco Nista sentì arrancare le persone del pronto soccorso; dietro salivano anche i giornalisti.</p>
<p>Il commissario si fermò per mettersi le soprascarpe ed indossare una tuta bianca che Lo Savio aveva portato con sé, non dovevano inquinare la scena del crimine prima dell’arrivo della Scientifica! Nuove norme.</p>
<p>Un Forestale, fermo davanti alla porta, lo salutò militarmente e fece rapporto: “Maschio, adulto, sui cinquanta, attinto da due colpi di fucile al torace. Morto da almeno qualche ora.”</p>
<p>“Con truppe così impeccabili magari De Lorenzo avrebbe fatto davvero un colpo di stato” pensò ridendo tra sé Nista.</p>
<p>Entrò nell’osservatorio con un po’ di curiosità, era la prima volta che vedeva una struttura del genere. Lo accolse la musica, un brano di classica diffuso a basso volume faceva da colonna sonora alla scena: un uomo era disteso a terra a faccia in su, la testa rivolta verso la porta d’ingresso, le braccia aperte e il giaccone blu forato in alcuni punti.</p>
<p>Nista girò in senso antiorario, rasente il muro circolare, per arrivargli vicino senza sovrapporre i suoi passi a quelli di chi era entrato: se vai ad ammazzare qualcuno e vieni da un sentiero di terra battuta, non ti fermi certo a pulirti le scarpe prima di entrare e sul pavimento di cemento ci potevano essere degli elementi interessanti che la scientifica poteva valutare.</p>
<p>Lì dentro si sentiva l’odore del bosco, non ancora quello della morte, e neppure quello del sangue, o forse sì. Nista si accorse che i suoi baffetti si agitavano, segno di nervosismo: in effetti, il sangue un po’ si sentiva, anche se, evidentemente. era stato assorbito dal maglione pesante e dal giaccone invernale che l’uomo indossava. C’era poi un sentore di ferro, e anche qualcos’altro. “Interessante”  disse piano a se stesso il commissario, e inspirò profondamente un paio di volte. Alzò la testa e avvertì un ronzare monotono, veniva chiaramente dalla base del pilastro su cui poggiava il telescopio; un motorino elettrico in funzione; ma c’era anche un altro rumore diffuso, di frequenza diversa, che riempiva tutto l’ambiente; Nista ci pensò un attimo. Già, la cupola. Girava anche la cupola, per lasciare l’apertura a vantaggio del telescopio; si guardò intorno ed individuò altri due motori elettrici.</p>
<p>Uscì fuori e dette ordine all’agente della Forestale che, fino a che non fosse arrivata la polizia scientifica, nessuno entrasse nell’edificio e nella piazzola antistante all’osservatorio, tutti i curiosi dovevano tornarsene al parcheggio.</p>
<p>Nista voleva parlare subito con le persone del luogo e scese per il viottolo insieme all’uomo che gli si era presentato come proprietario del ristorante. Quando entrò nel locale Paolone lo fece accomodare in una saletta privata e si mise alla macchina dell’espresso per preparare il caffè.</p>
<p>Ilcommissario cominciò ad interrogarlo ma con l’aria di parlare del più e del meno, così per curiosità. Paolone, preso per il verso giusto, gli raccontò tutto quello che sapeva, o pensava di sapere, del professore: chi era e cosa facesse, del fatto che era arrivato, solo, poco prima della mezzanotte, di che brava e stimata persona fosse sempre stata.</p>
<p>Dopo poco entrò nella saletta la moglie di Paolone, una donna più giovane del marito e molto procace. Disse che il Professore lo conosceva poco, lei stava sempre in cucina (e si vedeva) e lo aveva intravisto qualche volta alla cena annuale che l’associazione astrofili organizzava lì da loro, ma non ci aveva neppure mai parlato. Dagli altri addetti al ristorante Nista seppe anche di meno. A sentire loro, finito il lavoro, tornavano tutti a casa, al vicino paese, e solo Paolone e la moglie rimanevano nell’appartamento sopra il ristorante.</p>
<p>“Se qualcuno ha sparato stanotte, io non l’ho sentito. Ero stanco morto e appena andati a letto sono crollato; e poi alle fucilate di notte ci siamo abituati, non ci facciamo neanche più caso. Sa, maresciallo, i bracconieri …”. Paolone non voleva toccare troppo quel tasto, ogni tanto anche lui comprava della selvaggina di dubbia provenienza, per il suo ristorante, e ci mancava che, a causa di un morto, ci dovesse rimettere lui!</p>
<p>“Anche lei, signora, è andata a letto subito?”</p>
<p>“Non subito, mi sono fatta una lunga doccia calda; è una mia abitudine, sa? Quando vado a letto mi piace andarci pulita, dopo una giornata di lavoro, e poi, se proprio non dorme…”</p>
<p>“E ieri sera? mi scusi, sa – e guardò prima la signora poi il marito – ma ci è voluta entrare lei nel discorso.”</p>
<p>“Anche ieri sera già russava, quando sono uscita dalla doccia.” Sospirò leggermente.</p>
<p>“E durante la notte non avete sentito rumori? Un’auto che arrivava nel parcheggio, voci di persone…”</p>
<p>“No, no, commissario – esclamò il marito &#8211; il nostro è il sonno dei giusti! Dritti filati sino alla sveglia.”</p>
<p>“Si, un sonno come fossimo morti, per svegliarci ci vogliono le trombe del Giudizio” aggiunse la moglie ironica.</p>
<p>&#8212;</p>
<p>L’appartamento del sorvegliante era proprio grazioso, ammise il commissario, arredato con buon gusto, mobili massicci e d’epoca, quadri e arredi di pregio. Certamente era opera dei proprietari, i milanesi, e non dai due &#8216;verdurai&#8217; che usufruivano dell’alloggio. I pavimenti, in cotto, erano lucidi, lucidi. In tutta la casa c’era una pulizia quasi da museo, tutto in ordine, niente polvere o ragnatele; nelle stanze odori di legno e di pietra e di detergenti per pavimenti. Nista si chiese chi dei due si occupasse della casa; quando li vide pensò che doveva essere lui perché lei, così vivace e carina, (beh, molto carina, ammise tra sé, soffermando lo sguardo sul suo fondo schiena mentre lei lo precedeva nel corridoio) durante il giorno doveva essere molto occupata dal negozio, quindi era il marito che svolgeva da solo i mestieri di casa.</p>
<p>Il sorvegliante e sua moglie gli riferirono che di notte qualche sparo ogni tanto si sentiva, ma che ormai non ci facevano più caso. “Già, fece commissario, i bracconieri” “Eh sì, qui è pieno. Sa, è riserva di caccia e quindi cinghiali, lepri, fagiani abbondano…Se uno vuole… ma  la Forestale è sempre sul chi va là!”</p>
<p>Quella notte dunque non avevano sentito niente di particolare, erano andati a letto poco dopo le undici, lui si era alzato verso le sei, per fare un giro, e si era un po’stupito di vedere la cupola dell’osservatorio ancora aperta. Per questo era andato a controllare se per caso il professore si era sentito male e aveva trovato… quello che aveva trovato.</p>
<p>“Conosceva il morto?”</p>
<p>“Sì, era un insegnante del liceo in paese, qualche notte siamo andati a guardare la Luna e Giove, vero Anna?”</p>
<p>La moglie confermò, qualche volta erano stati ospiti dell’osservatorio, e il professore lo aveva visto più volte, in negozio. “Sa, lui e la moglie sono clienti.”, rispose lei, con un’aria civettuola assolutamente fuori di posto.</p>
<p>&#8212;</p>
<p>La signora di Milano accolse ilcommissario avvolta in una lunga veste da camera rossa, pesante. Mora, i capelli lunghi, un seno prosperoso che si intuiva sotto il tessuto damascato. Di certo era molto più giovane del marito, anche lui in veste da camera, di cammello. Il maresciallo rifiutò l’ennesima offerta di una tazzina di caffè, piuttosto aveva fame, e si era dimenticato di fare colazione. Lo stomaco ormai rumoreggiava ferocemente, ma Nista si impose di resistere: voleva conoscere, nell’immediatezza del fatto, le reazioni delle persone vicine al luogo del delitto; anche i due coniugi dichiararono di non sapere nulla dell’accaduto.</p>
<p>Erano arrivati da Milano due giorni prima, per starsene tranquilli qualche giorno tra i boschi, un po’ di pace era necessaria per ritemprare i  nervi del marito, uomo d’affari stressato dai troppi impegni. La sera avevano avuto amici a cena, potevano fornire nomi e indirizzi se al commissario interessavano: verso mezzanotte la serata si era conclusa, gli ospiti erano tornati nella loro lontana città e dopo avere  messo le stoviglie in cucina erano andati a letto. A ripulire avrebbe pensato una donna ad ore che veniva tutti i giorni dal paese in tarda mattinata. Nel grande salone dove era stato ricevuto c’era ancora odore di sigaretta e sigaro, ma anche un certo sentore di quercia e di carni fatte alla brace; le finestre erano appena socchiuse.</p>
<p>&#8220;Rumori di spari durante la notte?&#8221;, chiese il commissario. &#8220;No, nessuno, io in questa casa così isolata dormo come un sasso!&#8221;, rispose la signora. &#8220;Io invece, a metà della notte, qualche colpo di fucile l&#8217;ho sentito. Sa, i bracconieri&#8230;&#8221;</p>
<p>&#8220;Già, qui di notte sembra ci sia sempre la guerra!&#8221; commentò Nista. &#8220;E poi, cosa è successo stamani?&#8221;</p>
<p>&#8220;Il sorvegliante è arrivato alla villa poco dopo le sei. Stavo in cucina – disse il padrone di casa &#8211; e mi preparavo la colazione. Sa, noi milanesi, anche in vacanza, non riusciamo a poltrire a letto. Evidentemente il mio custode ha notato la luce accesa e per questo ha bussato alla porta di servizio. Ho chiamato io la  Forestale perché la caserma è a pochi chilometri da qui, ma poi ho avvertito subito il 113” aggiunse, timoroso di avere involontariamente urtato la suscettibilità professionale del commissario.</p>
<p>“E lei non è andato a vedere?” “No, non vedo perché avrei dovuto? Mi ha detto che c’era un morto, cosa voleva che andassi a vedere…Io ho chiamato le forze dell’ordine e poi gli ho dato un grappino. No, gli ho dato un grappino e poi ho telefonato. Era davvero sconvolto, l’ho tenuto qui in cucina per un po’, fino a che non si è calmato. Dopo qualche minuto è andato a casa, ad avvertire sua moglie.”</p>
<p>“E lei quando lo ha detto alla signora?”</p>
<p>“Beh…quando si è alzata, forse una mezz’ora più tardi. Non la volevo mettere in agitazione per questa cosa.”</p>
<p>“Conosceva l’uomo che è stato ucciso?” chiese Nista alla padrona di casa.</p>
<p>“Il guardiano mi ha detto che era un professore, ma io non lo conoscevo.”</p>
<p>“Non è mai stata a dare un’occhiata all’osservatorio? È una visita interessante, no?”<br />
“Mah, una volta ci siamo stati, io e mia moglie – rispose il milanese &#8211; ma per me, star lì al freddo a fare delle foto a delle cose che, se uno gli interessa, i satelliti vedono meglio e senza tanti disagi, l’è roba da fissati, un po’ bauscia.”</p>
<p>“Anche lei signora pensa che siano un po’ fissati?”</p>
<p>“Sa, commissario, di notte, uno se può fa altre cose&#8230;”</p>
<p><strong>FINE SECONDA PARTE</strong></p>
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	<p class="firma-autore">Dr J. Iccapot</p>


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		<title>Accadde all&#8217;Osservatorio &#8211; 1</title>
		<link>http://www.scrivolo.it/2010/02/accadde-allosservatorio/</link>
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		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 07:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr J. Iccapot</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gialli]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Astronomia]]></category>
		<category><![CDATA[Marte]]></category>
		<category><![CDATA[notte]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatorio]]></category>

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		<description><![CDATA[
Prima parte.
Il professore parcheggiò  nel punto più lontano dall&#8217;edificio, come era sua abitudine.
I soci del Gruppo Astrofili lasciavano le loro auto nel grande piazzale del ristorante &#8220;Da Paolino&#8221; ma, per una regola non detta, si fermavano lontano dall&#8217;ingresso, per lasciare i posti più comodi ai tanti avventori che, nei giorni di festa e in occasione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/02/Accadde-Osservatorio-3.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1290" title="Accadde Osservatorio" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/02/Accadde-Osservatorio-3.jpg" alt="" width="300" height="460" /></a></p>
<p><strong><em><span style="color: #0000ff;">Prima parte.</span></em></strong></p>
<p>Il professore parcheggiò  nel punto più lontano dall&#8217;edificio, come era sua abitudine.</p>
<p>I soci del Gruppo Astrofili lasciavano le loro auto nel grande piazzale del ristorante &#8220;Da Paolino&#8221; ma, per una regola non detta, si fermavano lontano dall&#8217;ingresso, per lasciare i posti più comodi ai tanti avventori che, nei giorni di festa e in occasione di banchetti, comunioni, matrimoni, feste di laurea, affollavano la trattoria gestita da una coppia di pugliesi che aveva trovato lì la loro piccola miniera d&#8217;oro.</p>
<p>Paolino era, come succede, un &#8216;Paolone&#8217;: grasso e gioviale, come la moglie.  Ormai vivevano da anni in quella radura che, quasi sperduta ai margini della macchia, era divenuta meta tradizionale per chi voleva mangiare bene, sano e abbondante, in un ambiente familiare. Avevano riadattato un appartamento sopra il locale e così la loro vita si svolgeva tutta tra casa e ristorante. Del resto non avevano vicini con cui distrarsi, l’edificio più vicino era una villa padronale, spesso disabitata, che un ingegnere milanese e sua moglie avevano comprato prima ancora che venisse aperto il ristorante. Gente <em>chic</em> che non frequentava la trattoria: l’ingegnere era un cacciatore ed a volte si univa alla locale squadra dei cinghialai, ma senza dare troppa confidenza a nessuno.</p>
<p>Il professore scese dalla macchina, prese dal portabagagli il suo zaino di attrezzi ed estrasse la torcia, accendendola. La ghiaia del piazzale scricchiolava rumorosamente sotto le sue scarpe grosse e Paolino, uscito dal locale per farsi una  sigaretta in pace riconobbe subito la sagoma dell’<em>astrologo</em>, come diceva la moglie; davanti all&#8217;ingresso erano parcheggiate solo due o tre macchine, dentro la sala si intravedevano gli ultimi clienti che si  concedevano l’ennesimo bicchiere della staffa.</p>
<p><span id="more-1289"></span></p>
<p>Il professore agitò la torcia verso l’oste, per salutarlo; Paolino rispose muovendo la destra in un gesto ampio che fece un po&#8217; più luminosa la brace della sua sigaretta.</p>
<p>&#8220;Turno di notte, professore?&#8221; disse, appena a portata di voce. &#8220;Eh, sì, lo sa,  stasera  c&#8217;è la congiunzione &#8211; e accennò a un puntino rossastro che, sopra le loro teste, palpitava incerto &#8211; voglio fare qualche foto&#8221;. &#8220;Congiunzione…Bene, mi saluti i marziani, allora. Questa è l’ultima che fumo &#8211; aggiunse buttando per terra il mozzicone quasi con rabbia &#8211; ora mando fuori tutti e vado a letto: sono a pezzi. Buona nottata!&#8221;</p>
<p>&#8220;&#8216;Notte&#8221; gli rispose il Professore, scantonando nel viottolo a lato del ristorante, proprio accanto agli aspiratori della cucina che ancora funzionavano a pieno regime; fu avvolto da un odore misto di carni arrosto e sughi che lo seguì per decine di metri mentre si addentrava nella macchia, illuminando il sentiero  con  la torcia.</p>
<p>La notte era tranquilla e buia; fra una mezz&#8217;ora al ristorante avrebbero spento tutte le luci, anche quella del piazzale, e sopra l&#8217;osservatorio il cielo sarebbe divenuto completamente nero. Lui, finalmente solo, lontano dai problemi del lavoro e della famiglia, per un po’ avrebbe dimenticato la moglie annoiata, il figlio adolescente pieno di problemi, i colleghi arrivisti o rassegnati. Quelle serate di osservazione non avevano un particolare valore scientifico, lo sapeva bene, ma proprio per questo era sicuro che nessuno degli amici dell’Associazione avrebbe voluto condividere con lui la nottata.</p>
<p>Il professore giunse alla fine del sentiero con un po&#8217; di affanno per la salita e spense la torcia. Era un gesto quasi automatico, gli occhi dovevano avere tempo per abituarsi, piano, piano, al buio. Nella radura dell’osservatorio si accesero subito le lucette segna passo che indicavano gli ultimi metri da percorrere per raggiungere la specola, così arrivò senza problemi fino all&#8217;ingresso, aprì la porta. Una corona di faretti rossi si accese, tenue, anche all&#8217;interno. Subito azionò l&#8217;interruttore e la cupola cominciò ad aprirsi; prese il telecomando di puntamento e impostò la ricerca verso Marte; il Cassegrain, un grosso telescopio da venti pollici, cominciò a muoversi lentamente per posizionarsi; il professore intanto aveva aperto il suo computer preparandosi a qualche ora di pace. Accese la radio, sempre sintonizzata su un’emittente locale che trasmetteva solo musica classica: in quell&#8217;ambiente circolare le note risuonavano come in un piccolo auditorio.</p>
<p>Il buio fuori si faceva più profondo, il ristorante non si vedeva più, i lumini segna passo esterni  erano di nuovo disattivati e l’unico rumore che si sentiva proveniva dai motorini del telescopio, ma era solo un leggero ronzio. Ora poteva davvero cominciare a lavorare. Aveva alcune ore a disposizione per fare un po&#8217; di foto, per divertirsi con quel giocattolo per adulti che, in tanti anni, lui e gli amici si erano costruiti. Lo attendevano ore piacevoli, e sarebbero state ancora più piacevoli se&#8230;</p>
<p>Scacciò subito quel pensiero tutt’altro che molesto, non voleva distrarsi invano; lei sicuramente lo aveva visto arrivare, forse avrebbe trovato il modo di venire a trovarlo. Per un attimo si infiammò di desiderio, azzerò il volume della radio e si fermò ad ascoltare i rumori provenienti dalla macchia che circondava l&#8217;osservatorio: frusciare di foglie, animali che si muovevano cautamente, volpi e ricci, qualche cinghiale e poi gufi, civette, allocchi, pipistrelli, piccole creature innocue che emettevano tuttavia suoni inquietanti: i primi tempi gli facevano accapponare la pelle, ma adesso si era abituato a quel lugubre concerto.</p>
<p>Alzò un po&#8217; il volume della radio e riprese a lavorare.</p>
<p>——</p>
<p>Erano quasi le tre quando sentì il clic dell&#8217;alimentatore esterno e intravide una soffusa luce rossastra provenire dalla porta che aveva lasciato accostata: c’erano visite, qualcosa aveva attivato i sensori, forse un animale…Poi la porta si aprì e una silhouette femminile si materializzò sulla soglia: “lei” era davvero venuta,  salendo lungo il sentiero al buio e adesso, prima di entrare nell&#8217;osservatorio, si era fermata incerta. &#8220;Oh, finalmente!&#8221; bisbigliò lui, e le andò incontro, la prese per mano, la tirò a sé e chiuse la porta. La strinse e respirò il suo profumo, intenso; la baciò e la strinse ancora più forte. Era eccitato e voleva che lei lo sentisse. Cominciò a baciarla con desiderio, le mani che le scorrevano lungo la schiena.</p>
<p>&#8220;Turno di notte&#8221; gli passò per la testa, e gli vennero in mente un paio di giochi erotici che voleva fare usando il sedile del telescopio: lei avrebbe gradito senz&#8217;altro. Dio, mi sento come a vent’anni, pensò, mentre le carezzava il seno, sotto il vestito. Era eccitatissimo.</p>
<p>All&#8217;improvviso nel silenzio notturno si sentì nuovamente il clic secco dell&#8217;alimentatore che azionava le luci: qualcuno si avvicinava alla specola, rapidamente, senza incertezza: la porta si spalancò e una figura maschile, minacciosa, entrò puntando una torcia simile ad un faro direttamente contro le facce stupite dei due amanti.  &#8221;Tu? Cosa vuoi?&#8221; fece lei, senza perdere la calma e quasi infastidita. La domanda  aveva un’inequivocabile inflessione di disprezzo .</p>
<p><strong><em>FINE PRIMA PARTE</em></strong></p>
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	<p class="firma-autore">Dr J. Iccapot</p>


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		<title>Una notte, un grido, un viaggio – IV</title>
		<link>http://www.scrivolo.it/2009/12/una-notte-un-grido-un-viaggio-%e2%80%93-iv/</link>
		<comments>http://www.scrivolo.it/2009/12/una-notte-un-grido-un-viaggio-%e2%80%93-iv/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 16 Dec 2009 07:00:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Beatrix</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gialli]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Speciali]]></category>
		<category><![CDATA[attore]]></category>
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		<description><![CDATA[
(pseudo-giallo a puntate)
QUARTA PUNTATA: L’EPILOGO
Qui la terza puntata
Alla fine dell&#8217;interrogatorio Giacomo Forti uscì dalla stanza e si sedette su una gelida panchina di marmo. La donna lo osservò con benevolenza. Se fosse stato il figlio che non aveva avuto, l&#8217;avrebbe abbracciato stretto. Invece si limitò a guardarlo. Ad un tratto il giovane si alzò, prese [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="no_indent">
<p>(pseudo-giallo a puntate)</p></div>
<h3 style="text-align: center;">QUARTA PUNTATA: L’EPILOGO</h3>
<div class="no_indent"><em>Qui la <a href="http://www.scrivolo.it/2009/12/una-notte-un-grido-un-viaggio-%E2%80%93-iii/">terza puntata</a></em></div>
<p>Alla fine dell&#8217;interrogatorio Giacomo Forti uscì dalla stanza e si sedette su una gelida panchina di marmo. La donna lo osservò con benevolenza. Se fosse stato il figlio che non aveva avuto, l&#8217;avrebbe abbracciato stretto. Invece si limitò a guardarlo. Ad un tratto il giovane si alzò, prese la sua valigia e s&#8217;incamminò verso l&#8217;uscita della stazione.</p>
<p>&#8220;Dove vai?&#8221; Qualcuno alle sue spalle aveva parlato. La donna.</p>
<p>&#8220;Non si preoccupi. Hanno detto che non sospettano seriamente di noi. Non sanno nemmeno se è accaduto davvero qualcosa di brutto. Forse è stato solo un incubo, io me ne torno a casa&#8221;</p>
<p>&#8220;Proprio adesso? E&#8217; quasi l&#8217;ora del tuo treno.&#8221;</p>
<p>&#8220;Non lo voglio più prendere, quel treno. Si vede che non era destino&#8221;</p>
<p>&#8220;II destino&#8230; .E tu ci credi?&#8221;</p>
<p>Il ragazzo guardò la donna negli occhi.</p>
<p>&#8220;Che ne vuole sapere lei del mio destino?&#8221; Il tono della sua voce era freddo.</p>
<p>&#8220;Ho sentito il tuo racconto. Siamo soli, io e te, in questo posto desolato. Non te ne andare. Stai cercando il tuo futuro…&#8221;</p>
<p>&#8220;Bella abitudine quella di origliare. Comunque non sono sicuro di avere tutto questo coraggio. Se torno a casa sarà tutto come ieri. Sarò al sicuro.&#8221;</p>
<p>La donna si avvicinò a lui. Gli raccontò della sua vita, del figlio perduto, del marito traditore, della figlia in cerca di felicità. Gli disse di aver rinunciato ai propri sogni per la sicurezza di un matrimonio sbagliato. Avrebbe potuto lavorare, avrebbe potuto viaggiare, avrebbe potuto vivere.</p>
<p>Giacomo Forti confessò di avere paura, perché quello in cui aveva creduto gli si era sgretolato tra le mani. La donna che aveva amato non era stata abbastanza coraggiosa da lasciare il marito per lui, perché lei era una donna e lui solo un ragazzo con il cuore adulto. Parlarono a lungo, a voce bassa, come due fiumi che confondono le proprie acque gettandosi nel mare.</p>
<p>Un fischio lontano annunciò l&#8217;arrivo di un treno. Una voce metallica turbò il silenzio della stazione: <em>Sul binario uno è in arrivo il diretto per Roma. Prossime fermate&#8230;</em></p>
<p>Giacomo Forti salì su quel treno stringendosi ancora nel suo cappotto scuro. Sul marciapiede una donna lo salutò con la mano. Mentre il treno lasciava la stazione Giacomo pensò che quella era stata la notte più straordinaria della sua vita. Quella donna sconosciuta l&#8217;aveva ascoltato e aveva capito. Se non fosse stato per lei non avrebbe più avuto il coraggio di partire. L&#8217;aveva giudicata come spesso gli uomini giudicano le donne, l&#8217;aveva vista ai fornelli, o col marito, o intenta a viziare un figlio. Non aveva colto niente di ciò che aveva dentro. Non l&#8217;avrebbe dimenticata, di questo era sicuro.</p>
<p>Senza sapere neanche il suo nome. Addio, amica mia, e scusami.</p>
<p>Il giorno dopo, a Roma, il ragazzo acquistò un giornale per vedere se le pagine della cronaca riportavano la notizia di un delitto avvenuto nella notte, ma la sua ricerca fu vana. Non era accaduto niente. La donna, a Genova, fece la stessa cosa, con lo stesso risultato. Dalla polizia non ebbero più alcuna notizia.</p>
<p>Qualche anno dopo due bambini si fermarono a giocare intorno alla fontana di fronte al cinema di quella stessa città. Li osservava una donna seduta sopra una panchina. I suoi occhi si fermarono sul manifesto del film in programmazione quella settimana. Si avvicinò per guardare meglio. Tra gli attori della foto le parve di scorgere una faccia nota, in un certo modo familiare. Le tornò alla mente il ragazzo di quella notte trascorsa alla stazione, quella notte che le era rimasta scolpita nella mente, ma che aveva dubitato di aver solo sognato. Forse era lui, che ce l&#8217;aveva fatta a realizzare il suo sogno. Poteva essere così? Non ne era sicura.<br />
Una sola cosa gli parve irrimediabilmente certa: avrebbe potuto essere quel figlio che non aveva mai avuto.</p>
<p><span style="color: #ff6600;">E&#8217; possibile scaricare tutto il racconto, in formato PDF, dall&#8217;<a href="http://www.scrivolo.it/#download">area di download</a>.</span></p>
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	<p class="firma-autore">Beatrix</p>


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