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	<title>Scrivolo &#187; Racconti</title>
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		<title>Sapìa e la pecora nera &#8211; 4</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 06:30:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gialli]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Commissario]]></category>
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		<description><![CDATA[Quarta parte. Qui la terza parte. Ma non sempre. “Mi vuoi spaventare? &#8211; chiese Orlando, guardando con aria [<a href="http://www.scrivolo.it/2012/02/sapia-e-la-pecora-nera-4/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton3209" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2F37CYC&amp;via=scrivolo&amp;text=Sap%C3%ACa%20e%20la%20pecora%20nera%20%26%238211%3B%204&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2012%2F02%2Fsapia-e-la-pecora-nera-4%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><img class="alignleft" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2012/01/scogliera.jpg" alt="" width="250" height="192" /> <strong>Quarta parte.</strong></p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong><a href="http://www.scrivolo.it/2012/01/sapia-e-la-pecora-nera-3/">Qui la terza parte.</a></strong></span></p>
<h3>Ma non sempre.</h3>
<p>“Mi vuoi spaventare? &#8211; chiese Orlando, guardando con aria preoccupata il fratello &#8211; io non so nulla di come si sono svolti i fatti…gli inquirenti parlano di omicidio però, prima o poi, capiranno che non è un delitto e neppure un suicidio ma solo un tragico incidente. Perché dovrei provarti che sono innocente: innocente di che, se non si tratta di un delitto?”</p>
<p>“Il commissario Allegri ha motivo di ritenere che la signora Bertoni non fosse sola al momento della caduta &#8211; disse Sapìa, sforzandosi di mantenere un tono di voce pacato &#8211; se fossi tu la persona presente e ammettessi di trovarti lì, spiegando la dinamica dell’incidente in modo convincente, beh… ti posso garantire che non subiresti grosse conseguenze giudiziarie.”</p>
<p>“Io non devo spiegare proprio nulla al tuo amico Allegri: non ero lì, stavo a letto, te lo metto in musica? E se anche fosse omicidio, a me che importa? Fate voi! io dormivo e non ho movente &#8211; esclamò Orlando risentito &#8211; ma guardati intorno: tra poco dovrò lasciare questa villa, questa vita&#8230; avrei ucciso per i centomila euro di Bertoni? Annalaura li spendeva in due mesi.”</p>
<p>“Complimenti! Avevi un’amante davvero ricca” commentò acido Sapìa.</p>
<p>“Ricca sì, ma solo sulla carta! &#8211; replicò Orlando, accalorandosi &#8211; Bertoni era ignorante, non stupido e conosceva i suoi polli… aveva studiato una specie di “fidecommesso”: dopo la sua morte Annalaura e Luigino avrebbero avuto un sostanzioso assegno mensile ma non la disponibilità dei beni.”</p>
<p>“La moglie e il figlio sono eredi necessari, non si possono escludere dalla successione &#8211; obiettò Sapìa; grazie al feroce professor Cantoni, ricordava ancora a memoria gran parte del Codice Civile &#8211; la legge vieta certi inghippi.”</p>
<p>“All’estero però si possono fare e Bertoni era diventato cittadino di un paradiso fiscale in Polinesia &#8211; disse Orlando &#8211; prima di morire ha trasferito tutto il patrimonio in un fondo fiduciario amministrato a vita dal rag. Rabano, il suo uomo di fiducia… Annalaura scherzando diceva che era lui, Rabano, il vero erede universale del marito!”</p>
<p><span id="more-3209"></span></p>
<p>“Allora neanche Luigino ha un movente: a che scopo uccidere la madre se comunque non poteva mettere le mani sul malloppo?” mormorò Sapìa, deluso dal rapido esaurimento della sua pista familiare.</p>
<p>“Lo sospettavi davvero? Che idea! &#8211; esclamò Orlando stupito &#8211; Luigino sarà anche uno scapestrato perdigiorno ma voleva bene alla sua povera mamma.”</p>
<p>“Il mantenuto della signora Bertoni fa la morale al figlio scapestrato della padrona! Il bue che dice cornuto all’asino!” sibilò Sapìa sarcastico.</p>
<p>“Sfotti, sfotti pure &#8211; mormorò Orlando abbassando la testa &#8211; tanto ormai sono un uomo finito.”</p>
<p>Sapìa guardò il fratello con animo distaccato e, per la prima volta, provò un senso di pena. Nonostante la villa lussuosa, i bei vestiti, la fuoriserie, l’aria da gaudente quello che aveva davanti non era un arrivista pronto a tutto, uno scalatore sociale di successo, ma un povero gigolò da strapazzo con incipiente pancetta e capelli tinti, un disgraziato senza arte né parte che dipendeva dalla benevolenza altrui come un mendicante: un uomo fallito.</p>
<p>Stava per aprire la bocca e ritrattare l’osservazione su Luigino quando un grosso cane entrò di corsa nel salotto.</p>
<p>La bestia, un dogo argentino già adulto, si gettò di peso addosso a Orlando e i due iniziarono a lottare. Sapìa afferrò prontamente un attizzatoio e sollevò l’attrezzo con ambedue le braccia, come fosse una mazza da golf: non avrebbe permesso a un animale feroce di sbranare qualcuno in sua presenza, neppure se quel qualcuno era Orlando. Stava per assestare un colpo alla nuca della bestia quando una voce stridula ma maschile alle sue spalle gridò:</p>
<p>“Fermo! che fa, è impazzito?”</p>
<p>Orlando e il cane interruppero immediatamente la zuffa e si voltarono verso il nuovo arrivato, un giovanotto di corporatura esile, biondo, sui trent’anni che avanzava nel salotto con la sicurezza dell’ospite abituale. Indossava un elegante completo color panna leggermente gualcito: forse era reduce da una breve passeggiata in paese.</p>
<p>“Luigino” pensò subito Sapìa, abbassando la sua arma.</p>
<p>“Mi scusi per l’urlo &#8211; aggiunse il giovanotto premurosamente &#8211; ma Stellina non si meritava davvero una mazzata tra capo e collo: stava solo giocando!”</p>
<p>“Certo, noi due facciamo sempre la lotta, per scherzo &#8211; disse Orlando ridendo, rivolto al fratello &#8211; però non avrei mai creduto che, in una situazione del genere, saresti intervenuto per salvarmi la vita!”</p>
<p>“Chi ti garantisce che volessi colpire il cane?” mormorò Sapìa, gettando a terra l’attizzatoio.</p>
<p>“Divertente! &#8211; esclamò Luigino &#8211; me l’ha detto, Orlando, che lei è un uomo di spirito… Italo, vero? io sono il figlio di Annalaura.”</p>
<p>“Dottor Italo Sapìa” replicò freddamente il commissario, irritato dal tono confidenziale del giovanotto. Ci teneva a ristabilire le distanze.</p>
<p>“Luigi Bertoni… non immagina quanto sono lieto della sua visita: Allegri non esclude che la mamma sia stata uccisa e l’idea che nella villa o nel parco si possa nascondere un assassino… francamente mi mette i brividi: pensi che stanotte, per sicurezza, ho fatto dormire Stellina nella mia stanza… ma con un commissario in casa siamo tutti più tranquilli”</p>
<p>“La prudenza non è mai troppa e un cane del genere mette soggezione” commentò Sapìa, fingendo di non aver sentito le ultime parole pronunciate dal giovane Bertoni. Non era lì per fare la guardia del corpo a uno scioperato.</p>
<p>“E’ solo apparenza, Stellina non farebbe male a una mosca! &#8211; replicò Luigino, carezzando con dolcezza la massiccia testa del dogo &#8211; sente anche lei la mancanza della mamma… povera cucciolona! noi quattro eravamo una famiglia e ora… ora ha solo me e Orlando.”</p>
<p>“Riguardo al decesso di sua madre, si è già consultato con un avvocato?” chiese Sapìa, intenzionato a mettere il fratello nelle mani di un legale e tornare quanto prima a casa.</p>
<p>“No, attendo le conclusioni dell’inchiesta &#8211; rispose tranquillamente Luigino sedendosi sul divano accanto a Orlando &#8211; abbiamo un legale di famiglia, l’avvocato Salani, però si trova in vacanza all’estero e non mi è sembrato il caso di disturbarlo… mi fido delle forze dell’ordine e poi, con tutti i congegni ultramoderni della Scientifica, sono certo che l’indagine si concluderà rapidamente.”</p>
<p>“Anche lei ritiene si tratti di un incidente?”</p>
<p>“Lo sa che mi sembra di parlare con Allegri? avete lo stesso tono da Grande Inquisitore &#8211; rispose Luigino infastidito &#8211; sta svolgendo un’inchiesta parallela anche lei?… vuole scagionare Orlando?”</p>
<p>“No, mi spiace deluderla &#8211; rispose bruscamente Sapìa &#8211; non mi trovo qui nelle vesti di commissario e, tantomeno, di fratello premuroso, comunque posso darle un consiglio, un parere da esperto che vale anche per Orlando: io sono un poliziotto però, al posto vostro, invece di aspettare il trionfo della verità, mi cercherei un bravo penalista.”</p>
<p>“Ma noi siamo innocenti, perché dovrebbero metterci in galera!” esclamò Orlando.</p>
<p>Sapìa fulminò il fratello con un’occhiata.</p>
<p>“E’ vero, in galera vanno i colpevoli, ma non sempre.”</p>
<p>Si alzò e uscì dalla villa senza salutare. Era infuriato: con quei due babbei perdeva solo tempo! Non una lacrima, non un cenno di turbamento o di preoccupazione per le indagini, non un attimo di disperazione: Luigino e Orlando ostentavano la loro incosciente serenità come se fosse una prova d’innocenza ma quell’atteggiamento avrebbero suggerito al commissario Allegri, ai magistrati e, un domani, forse anche ai giudici, esattamente il contrario!</p>
<p>“Certo a volte capita che i familiari della vittima, sul momento, non manifestino dolore – si disse Sapìa &#8211; la loro mente rifiuta di considerare reale il tragico evento e così rimangono calmi, non piangono, rispondono con freddezza alle domande, collaborano alle indagini… ma Luigino e Orlando non sembrano affatto sotto choc: sono tranquilli e distaccati come se la morte di Annalaura non li riguardasse da un punto di vista emotivo… a ben guardare questo depone a loro favore: anche il più stupido degli assassini avrebbe l’accortezza di mostrarsi dispiaciuto!”</p>
<p>“Aspetta, ti devo accompagnare per aprire il cancello &#8211; disse Orlando, raggiungendo il fratello a metà del sentiero. Stellina, con la lingua di fuori e la coda a dondolo, lo seguiva ansimante &#8211; sai qual è il tuo problema, Italo? non ti fidi delle persone: dici che devo difendermi ma difendermi da chi, da cosa, se nessuno mi accusa e sono innocente… tu mi credi, non è vero? e allora! Mettermi sulle difensive non sarebbe un autogol? <em>excusatio non petita accusatio manifesta</em>!”</p>
<p>“Cosa penso io non ha importanza… per me, puoi fare come ti pare, del resto è quello che ti riesce meglio &#8211; disse Sapìa, scuro in volto &#8211; ora devo andare al Commissariato di ** per la faccenda della ragazza assassinata, non ho tempo da perdere.”</p>
<p>“Va bene, ne riparleremo più tardi. Ti aspettiamo per colazione… alle tredici e trenta. Luigino ha invitato anche Rabano, l’eminenza grigia di Bertoni. Un bel tipo, vedrai!” disse Orlando, aprendo il cancello della villa. Sembrava quasi allegro.</p>
<p>“Se riesco a sbrigarmi forse vengo, ma non aspettatemi” rispose Sapìa freddamente. Il misterioso ragioniere che reggeva le corde della borsa in casa Bertoni, in effetti, lo incuriosiva ma era ancora troppo arrabbiato. Mentre apriva lo sportello della sua utilitaria notò che la cabrio gialla era sempre lì, parcheggiata in un angolo della piazzola ghiaiosa.</p>
<p>“Di chi è la fuoriserie?” chiese, immaginando già la risposta.</p>
<p>“Mia, vuoi farci un giro? &#8211; rispose Orlando &#8211; un regalo di Annalaura ma domani mi toccherà restituirla al concessionario: è in leasing!”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sapìa impiegò una mezzora per raggiungere il Commissariato di**.</p>
<p>L’ispettore Liventi, uno degli investigatori incaricati di svolgere le indagini sul delitto della piazzola, lo attendeva con impazienza.</p>
<p>“Si accomodi, dottore &#8211; disse indicando gentilmente una poltroncina imbottita a lato della scrivania &#8211; vuole dare un’occhiata al verbale di stanotte?”</p>
<p>“Neanche per sogno: sono qui in veste di testimone, devo fare la mia deposizione ed essere interrogato, da lei &#8211; rispose seccamente Sapìa, accomodandosi su una dura sedia tonet &#8211; se preferisce, però, posso interrogarmi da solo.”</p>
<p>L’ispettore non sapeva come contenersi: il commissario aveva fatto semplicemente una battuta oppure era irritato all’idea di dover testimoniare come un qualsiasi cittadino e, per giunta, di fronte a un inferiore? Di certo non era un tipo conciliante… aveva rifiutato la poltroncina imbottita con un gesto di fastidio.</p>
<p>“Allora, posso parlare? &#8211; chiese spazientito Sapìa &#8211; ho una grave questione di famiglia in sospeso e non vorrei perdere altro tempo.”</p>
<p>“Certo, parli pure” disse Liventi, mettendo in funzione il registratore.</p>
<p>“Il mio nome è Italo Sapìa, nato a * il 17 gennaio 1955 residente a * in via dell’Oliveta 32, stato civile: coniugato, la professione la sa già… dunque, intorno alle 2 del 14 giugno ultimo scorso, cioè stanotte, mi trovavo nella piazzola della superstrada dei Colli in località Pagliarello. Tempo sereno e luna quasi piena, quindi visibilità ottima&#8230;”</p>
<p>“Aspetti, mi scusi, bisognerebbe specificare il motivo per cui si trovava lì, anche in termini generici: un guasto al motore, un’impellente necessità fisiologica…” disse Liventi, accennando un sorriso che voleva esprimere cortese attenzione ma a Sapìa parve volgarmente insinuante.</p>
<p>“A quale necessità fisiologica allude, ispettore? &#8211; sbottò il commissario indignato &#8211; lo dica pure apertamente: pensa che mi sia fermato per le ragazze?”.</p>
<p>“Ma cosa va a immaginare! Si figuri!” esclamò Liventi… in realtà non aveva affatto pensato a una possibilità del genere ma, a ben vedere, l’ipotesi non era poi tanto peregrina.</p>
<p>“Guardi che io non ho nulla da nascondere” aggiunse il commissario, meravigliandosi di ricorrere alla stessa ingenua strategia di Orlando.</p>
<p>“Questo è ovvio, però anche lei sa bene come vanno le cose: la sua presenza non ha relazione diretta con l’evento però, quando sarà sul banco dei testimoni, a qualche avvocato potrebbe venire in mente di chiedere per quale motivo si trovava là, a quell’ora di notte, da solo. Per screditarla, s’intende.”</p>
<p>“Ha una fantasia sfrenata o forse possiede poteri divinatori? La vittima sta ancora sul tavolo dell’obitorio e lei è già arrivato al processo, magari all’appello! Se riesce anche a vedere in faccia l’imputato il caso è risolto!” replicò Sapìa.</p>
<p>“Insomma, nel verbale dobbiamo dare una spiegazione dei fatti credibile” obiettò debolmente Liventi.</p>
<p>“Ma il fatto in questione non è l’omicidio della povera prostituta?” chiese Sapìa con finto stupore.</p>
<p>“Sì, però deve ammette che è strano trovarsi in un posto del genere, alle due di notte… per caso.”</p>
<p>“Davvero? eppure io ero parcheggiato in quella piazzola e non avevo guasti meccanici o necessità fisiologiche &#8211; replicò ironico Sapìa &#8211; c’è una legge che vieta di fermarsi nelle piazzole? Pensi un po’, fino a un attimo fa ero convinto che esistessero proprio per quello scopo, non si chiamano forse piazzole di sosta?”</p>
<p>“Certo, però non in tutte le piazzole si prostituiscono ragazze extracomunitarie” obiettò imbarazzato Liventi.</p>
<p>“Voglio venirle incontro, ispettore &#8211; disse Sapìa beffardamente &#8211; ipotizziamo che ieri sera avessi davvero voglia di togliermi uno sfizio, siamo uomini o no? da anni non vengo a Cala Marina e, pressato dalla mia peculiare necessità ‘fisiologica’, tra tante piazzole della superstrada dei Colli becco proprio quella dove si esercita il meretricio: evento improbabile anzi, un vero colpo di fortuna, considerato che le passeggiatrici del posto non lavorano sul ciglio della strada e non ho visto cartelli indicatori “qui si…”</p>
<p>“Va bene, ho capito: diciamo che si è fermato così, tanto per fermarsi” lo interruppe Liventi, desideroso di porre fine alla contesa. La conversazione stava prendendo una piega davvero sgradevole.</p>
<p>“Giusto, magari mi piace guardare la luna, leggere il giornale nella penombra oppure fumarmi una sigaretta in pace &#8211; proseguì Sapìa, intenzionato a tenere il punto &#8211; comunque, se proprio vuole saperlo, dovevo telefonare a mio fratello: vive a Cala Marina.”</p>
<p>“Alle due di notte?”</p>
<p>“Alle due e dodici, per esattezza…l’ho svegliato di soprassalto e ricorda con precisione l’ora. Volevo avvertirlo del mio arrivo. Lo sa, vero, che è vietato telefonare guidando? Io sono un tutore della legge e rispetto le norme del Codice Stradale. Può bastare come spiegazione per l’Azzeccagarbugli della difesa?”</p>
<p>“E sia, vada per il telefonino” rispose Liventi con un tono accondiscendente che a Sapìa parve dubbioso.</p>
<p>“Lo dice come fosse una scusa poco convincente: se non mi crede controlli i tabulati!”</p>
<p>“Non deve offendersi, dottor Sapìa! non sto mettendo in dubbio la sua sincerità, faccio solo il mio lavoro…io le credo.”</p>
<p>“Esigo che lei controlli i miei tabulati, non accetto fiducia a credito” disse perentorio Sapìa.</p>
<p>“Va bene, lo farò! così avremo già pronto il materiale per smontare le insinuazioni della difesa.”</p>
<p>“Campa cavallo, caro il mio Liventi! &#8211; pensò Sapìa &#8211; se perdi una mattinata per stabilire cosa faceva sul luogo del delitto un testimone di assoluta fiducia, il processo si terrà alle calende greche!”</p>
<p>Poi, con tono pacato, chiese:</p>
<p>“Permette che concluda mia deposizione? ho fretta di tornare a Cala Marina!”</p>
<p>Liventì accenno di sì con la testa: aprendo bocca temeva di offrire al suo avversario un nuovo motivo d’irritazione.</p>
<p>“Bene! Come ho già detto, intorno alle due e dodici mi trovavo nella piazzola e stavo per chiamare mio fratello. Proprio in quel momento da un cespuglio è sbucata una ragazza bionda in abbigliamento succinto… una bella figliola di circa vent’anni… evidentemente intendeva adescarmi. Il finestrino era chiuso per via dell’aria condizionata, l’ho abbassato respingendo la profferta e lei si è ritirata senza insistere. Dopo qualche minuto una Ford Fiesta metallizzata vecchio modello è entrata nella piazzola. Un uomo di corporatura robusta, uno e settanta, capelli corti, quasi certamente un giovane caucasico, è sceso dalla macchina e si è accompagnato alla donna. Sono subito spariti nel vicino boschetto.”</p>
<p>“Se il guidatore della Ford è il presunto omicida &#8211; lo interruppe Liventi – mi chiedo perché ha commesso il delitto senza preoccuparsi di avere un potenziale testimone a pochi metri di distanza.”</p>
<p>“Evidentemente non ha visto la mia macchina: mi trovavo in un angolo buio, coperto dai cespugli, a fari spenti” rispose Sapìa, rendendosi conto che le sue risposte stavano diventando di nuovo sospette. Sembrava si fosse volutamente nascosto. Dire la verità lo metteva in cattiva luce: altro che la teoria di Orlando sul ‘male non fare paura non avere’! Un innocente rischiava di finire in galera ogni volta che apriva bocca!</p>
<p>L’ispettore Liventi rimase in silenzio, non sapeva più cosa pensare. Il commissario era un guardone? Si diceva in giro che la piazzola fosse un luogo frequentato abitualmente da quel genere di pervertiti, assecondati a pagamento dalle prostitute…</p>
<p>“Certo da guardone ad assassino il passo è lungo &#8211; si disse Liventi &#8211; forse la ragazza lo conosceva, sapeva che era un poliziotto, magari lo ricattava e pretendeva un grosso favore, il permesso di soggiorno oppure una mano per mettersi in proprio… così lui l’ha fatta tacere per sempre, però non si può escludere il raptus: l’andropausa a volte gioca brutti scherzi.”</p>
<p>Sapìa aveva l’impressione di sentire il ronzio sinistro della corrente elettrica che correva freneticamente lungo le sinapsi dell’ispettore, un rumore simile a quello che si avverte in prossimità dei tralicci dell’alta tensione.</p>
<p>“Mi sono, per così dire, occultato allo scopo di non danneggiare gli affari della ragazza – aggiunse, tentando di distrarre Liventi dalle sue elucubrazioni &#8211; ammetto che la mia motivazione può sembrare tirata per i capelli e, al suo posto, la riterrei inverosimile o quasi illecita… tuttavia è la verità: nonostante l’apparenza sono un uomo sensibile…pensa che stia mentendo?”</p>
<p>Liventi non rispose.</p>
<p>“Non si faccia strane idee, ispettore &#8211; esclamò Sapìa irritato &#8211; sappiamo entrambi che non basta essere innocenti, bisogna sembrarlo, però lei ha di fronte un commissario con trent’anni di servizio, non un testimone qualsiasi!”</p>
<p>“Ci mancherebbe altro! io la considero&#8230; affidabile al cento per cento! &#8211; disse Liventi intimorito &#8211; per me la sua estraneità ai fatti è fuori discussione.”</p>
<p>“Bene, allora mi lasci arrivare al punto. La conversazione con mio fratello è stata breve, qualche minuto: avevo appena chiuso la telefonata quando il giovanotto della Ford è salito di nuovo in auto e ha lasciato la piazzola. Non sembrava agitato. Il tempo di prepararmi a partire e qualcuno, nel boschetto, si è messo a gridare… urla femminili. Ovviamente sono accorso e ho visto a terra il cadavere della ragazza, in piedi una giovane collega della vittima si disperava e invocava aiuto.”</p>
<p>“La Ford, lasciando la piazzola, è passata accanto alla sua auto?” chiese Liventi.</p>
<p>“Si, a pochi metri, però non sarei in grado di riconoscere il guidatore: proprio in quel momento una nuvola ha coperto la luna. Il profilo comunque era… caucasico.”</p>
<p>“Ricorda qualche altro particolare?” domandò l’ispettore.</p>
<p>Sapìa chiuse gli occhi, come consigliava di fare ai testimoni quando si trovava dall’altra parte della scrivania, e cercò di rivivere quei momenti: pensò che era lui l’ultima persona che quella povera ragazza aveva guardato negli occhi, a parte il suo assassino… e si era pure divertito a prenderla in giro, ma senza cattiveria… come poteva immaginare un epilogo del genere! Vide le due siluette che si addentravano nel buio… l’uomo era sceso dall’auto prima che la ragazza uscisse dal cespuglio, dunque sapeva che in quel luogo si praticava il meretricio… forse la conosceva… la targa… no, non riusciva a leggerla, troppo lontana, però il motore era di sicuro un diesel.</p>
<p>“Non le viene in mente nient’altro che sia utile per le indagini?” chiese di nuovo Liventi.</p>
<p>“Il motore dell’auto: diesel. E poi l’uomo si è fermato prima che la ragazza uscisse dal cespuglio: probabilmente era un cliente abituale. Quanto al giro dei guardoni è tutto vero e le ragazze sono complici, ma non mi chieda come faccio a saperlo, non voglio aggravare la mia posizione.”</p>
<p>“Rinuncio volentieri a togliermi questa curiosità, per il momento seguirò la pista della Fiesta &#8211; replicò prudentemente Liventi. Il commissario si divertiva a scherzare coi santi, lui invece lasciava stare anche i fanti e preferiva non suscitare vespai – la macchina mi pare un buon punto di partenza… controllerò le auto dei frequentatori della piazzola e gli impianti video della zona.”</p>
<p>“La superstrada non ha caselli sorvegliati da telecamere però ci sono gli autovelox e i distributori di carburante, con un po’ di fortuna potrebbe identificare la macchina del sospetto &#8211; disse Sapìa &#8211; tempo fa, grazie a un video, ho risolto un caso d’omicidio in poche ore. Però non dimentichi la collega della vittima: si trovava sul luogo del delitto e di sicuro sa qualcosa.”</p>
<p>“La ragazza… caucasica… &#8211; mormorò Liventi, sfogliando un piccolo notes &#8211; nel senso che viene dalla Russia meridionale… l’ho torchiata per tre ore senza grossi risultati, è una tosta. A suo dire conosceva appena la vittima… lei è il tipo che si fa i fatti propri e non vuole rogne, vivi e lascia vivere, io sto qui e tu stai lì, insomma i soliti discorsi… quando l’auto del cliente si è allontanata ha cercato la collega per chiedere una sigaretta e così è inciampata nel cadavere.”</p>
<p>“Sa cosa penso &#8211; disse Sapìa &#8211; solo un killer uccide così rapidamente, a freddo, in silenzio: per me non si tratta di un delitto a sfondo sessuale e neppure di una rapina violenta. La ragazza non ha reagito: i vestiti sembravano in ordine, niente lividi da difesa e la borsetta era in un angolo a terra, chiusa. Forse quella poveretta è stata punita per uno sgarro fatto al racket, magari aveva un conto in sospeso che non voleva saldare oppure conosceva un segreto pericoloso.”</p>
<p>“Maniaco o sfruttatore… in questo genere di delitti le piste da seguire, alla fine, sono sempre le stesse” osservò Liventi.</p>
<p>“Beh, ispettore, adesso la devo proprio salutare: i miei ospiti mi attendono a pranzo” disse Sapìa alzandosi dalla sedia. Giunto alla porta dell’ufficio si voltò e aggiunse:</p>
<p>“Non faccia caso ai miei modi un po’ bruschi: oggi sono di pessimo umore.”</p>
<p>La frase gli uscì di bocca quasi da sola. Era stupito: non aveva l’abitudine di scusarsi e poi, nel caso specifico, anche Liventi si era impegnato per rendere spiacevole l’incontro.</p>
<p>“Si figuri!” replicò diplomatico l’ispettore.</p>
<p>“Ho una grana in famiglia che manderebbe fuori dai gangheri anche un santo… ma lasciamo perdere! &#8211; proseguì il commissario &#8211; le auguro di risolvere al più presto il suo caso: se desidera sentirmi di nuovo, come testimone s’intende, può rintracciarmi al cellulare!”</p>
<p>Liventi annuì comprensivo. La Questura di ** era un piccolo mondo e tutti sapevano che Allegri, indagando sulla morte di Annalaura Bertoni, si era imbattuto in un gigolò di mezza età che aveva un fratello commissario.</p>
<p>Sapìa, uscendo dall’ufficio di Liventi, avvertì una piacevole sensazione di leggerezza.</p>
<p>“Sarà perché, una volta tanto, c’è di mezzo un cadavere ma non mi tocca leggere il referto dell’autopsia” si disse. Era un testimone, non doveva indagare.</p>
<p>Però quel delitto, consumato a pochi metri dalla sua macchina, in certo senso lo coinvolgeva personalmente: aveva parlato con la ragazza… forse, se avesse accettato le sue avances, quella poveretta non sarebbe neppure morta: una vita appena iniziata si era incrociata con la sua, per un attimo… prima di spengersi… due genitori, da qualche parte del mondo, avevano perso una figlia e ancora non lo sapevano mentre il colpevole magari era già al sicuro in qualche paese dell’Est, pronto a tornare per commettere nuovi omicidi.</p>
<p>Mentre guidava lungo la provinciale litoranea che da ** portava a Cala Marina Sapìa pensava agli eventi della notte e fremeva d’indignazione per l’ennesima ingiustizia che la disorganizzazione del mondo gli imponeva di sopportare: gli sfruttatori del racket appartenevano a una mafia internazionale che sequestrava, riduceva in schiavitù, uccideva… eppure venivano tollerati come se fossero i pittoreschi papponi di una volta!</p>
<p>“Sarebbe l’occasione giusta per dare una bella ripulita, saprei io come &#8211; pensò, sferrando un pugno al volante &#8211; invece mi tocca occuparmi di gigolò, viveur e tardone.”</p>
<p>“Maledetto Orlando!” mormorò tra i denti.</p>
<p><em><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #ff6600; text-decoration: underline;">Continua&#8230;</span></span></em></p>
<p>&nbsp;</p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
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		<title>Sapìa e la pecora nera &#8211; 3</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 06:34:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gialli]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Commissario]]></category>
		<category><![CDATA[continua]]></category>
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		<category><![CDATA[giallo]]></category>
		<category><![CDATA[Sapia]]></category>

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		<description><![CDATA[Terza parte. Qui la seconda parte. Tra colleghi ci s&#8217;intende. Il commissario Allegri, responsabile delle indagini sulla morte [<a href="http://www.scrivolo.it/2012/01/sapia-e-la-pecora-nera-3/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton3181" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FGehS2&amp;via=scrivolo&amp;text=Sap%C3%ACa%20e%20la%20pecora%20nera%20%26%238211%3B%203&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2012%2F01%2Fsapia-e-la-pecora-nera-3%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><img class="alignleft" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2012/01/scogliera.jpg" alt="" width="250" height="192" /> <strong>Terza parte.</strong></p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong><a href="http://www.scrivolo.it/2012/01/sapia-e-la-pecora-nera-2/">Qui la seconda parte.</a></strong></span></p>
<h3>Tra colleghi ci s&#8217;intende.</h3>
<p>Il commissario Allegri, responsabile delle indagini sulla morte della signora Bertoni, non onorava il suo nome. Era un uomo anziano, triste… un po’ rattrappito: sembrava un travet in bolletta affetto da dispepsia. Entrò nel salotto di villa Bertoni con un incedere incerto e si presentò a Sapìa senza manifestare particolare cordialità.</p>
<p>“Buongiorno, Allegri &#8211; disse, tendendo la mano &#8211; suo fratello mi ha detto che è un collega.”</p>
<p>“Onorato, Italo Sapìa &#8211; rispose il commissario &#8211; sono in servizio a *.”</p>
<p>Stringendo la destra ossuta che gli veniva porta notò nello sguardo di Allegri una luce mansueta, insolita nel loro mestiere</p>
<p>“Bella città, la conosco bene… lì mi sono laureato in Legge, di sicuro qualche anno prima di lei!” disse Allegri.</p>
<p>“Non vorrei che lei fraintendesse il significato della mia presenza qui, commissario &#8211; aggiunse Sapìa &#8211; Orlando, mio fratello, ha solo me al mondo e, capirà, in una situazione del genere non potevo lasciarlo solo.”</p>
<p>Sapìa ci teneva a precisare che avrebbe evitato di ingerirsi nelle indagini. Non era nel suo stile e poi non valeva la pena di compromettersi per quella carogna di Orlando: si permetteva di insultarlo, di chiamarlo fascista… proprio lui, comunista rivoluzionario ganzo di una vecchia riccona!</p>
<p>“Certo, capisco, il sangue non è acqua &#8211; disse Allegri, rassicurato dalla cauta premessa del collega &#8211; tra fratelli ci si aiuta, è naturale.”</p>
<p>“Bene, l’importante è chiarirsi. Ora, se mi vuole scusare, devo chiamarela Questuraper avvertire che oggi sarò assente… per gravi motivi personali.”</p>
<p>“Le spetta un permesso retribuito &#8211; osservò amichevolmente Allegri &#8211; un problema così grave in famiglia mi pare una motivazione più che valida.”</p>
<p>L’osservazione riguardo alla situazione di Orlando parve a Sapìa un cortese avvertimento: non prometteva nulla di buono. Per ingraziarsi il collega decise di telefonare rimanendo in salotto: voleva apparire una persona schietta e corretta, un libro aperto.</p>
<p>Prima di chiamare la Questura fece il numero di casa, doveva tranquillizzare Edda.</p>
<p>“Sono Italo &#8211; disse, prevenendo le domande e i rimproveri della moglie &#8211; ho fatto tardi per motivi… tecnici. Sto bene e ti richiamerò stasera, ciao.” La moglie ebbe appena il tempo di mormorare “Ma…”</p>
<p><span id="more-3181"></span></p>
<p>Poi Sapìa telefonò in Ufficio. Non erano ancora le otto e Magliana di certo si trovava per strada: chiese di parlare con Strambi. Il giovanotto soffriva d’insonnia, si svegliava sempre alle quattro e così, alle sette, era già nel suo stanzino, seduto alla scrivania con lo sguardo perso nel vuoto.</p>
<p>“Sono Sapìa, deve farmi un favore, Strambi: telefoni all’Ufficio Personale e avverta che ho un grave impedimento, un problema improvviso. Insomma oggi non vengo al lavoro e forse neanche domani… mi metto in ferie…anzi, prendo tre giorni di permesso retribuito. Con il Vicequestore me la vedo io, quando torno. E dica a Magliana che mi deve sostituire.”</p>
<p>“Si sente male, dottore? &#8211; chiese Strambi, reso dalla depressione sensibile alla più piccola sfumatura di sofferenza altrui &#8211; se ha bisogno di qualcosa, per quello che posso fare, sono a sua disposizione.”</p>
<p>“La ringrazio ma sto ottimamente, non si tratta di un problema di salute… questioni di famiglia, faccende legali… eredità, scocciature burocratiche insomma. La ringrazio comunque dell’offerta, sarà per un’altra volta…le auguro una buona giornata!”</p>
<p>Strambi, tutto sommato, non si era rivelato peggiore di Magliana: aveva un carattere troppo sensibile per frequentare senza ambasce obitori e carceri o trattare con feroci criminali ma non sembrava stupido… un ingenuo sognatore, come  Morganti  senza il fiuto da segugio dell’ispettore. Però un commissario poteva occuparsi anche di usura, truffa, furti in appartamento:</p>
<p>“Non tutti cantano da basso, ci sono anche i tenori e persino i falsettisti &#8211; si disse riponendo il telefonino nella tasca interna della giacca &#8211; prima o poi devo fare una bella chiacchierata con il giovanotto.”</p>
<p>“Fatto? &#8211; chiese Allegri &#8211; ora, se vuole, l’accompagno a vedere dove abbiamo ritrovato il corpo della povera signora Bertoni.”</p>
<p>“La ringrazio ma, come ho già detto, non voglio mettere il naso in cose che esulano dalle mie competenze… per non parlare del conflitto d’interesse! La metterei in una posizione ambigua.”</p>
<p>&#8220;Via, non sono un ragazzino! so quello che posso o non posso fare: venga a vedere, così, per curiosità, da collega a collega.”</p>
<p>Sapìa decise di accettare la proposta: non aveva sollecitato quel favore ma, visto che Allegri insisteva, perché non accontentarlo?</p>
<p>“Aspettate: faccio strada” disse Orlando, seguendo i due commissari in giardino.</p>
<p>“Non occorre, conosco la strada… lei rimane qui” ordinò Allegri, evidentemente infastidito dall’invadenza di quel giulivo sospettato.</p>
<p>“Desidera rimanere solo con me &#8211; pensò Sapìa &#8211; dunque deve riferirmi qualcosa d’importante e riservato.”</p>
<p>Allegri però si mise a parlare del più e del meno, del panorama, del prezzo degli affitti estivi a Cala Marina, delle meduse che avevano rovinato la passata stagione.</p>
<p>Quando giunsero nel punto del sentiero da cuila Bertoniera precipitata Sapìa si sporse per guardare in basso: lo strapiombo terminava in riva al mare, sei o sette metri sotto.</p>
<p>“Un bel volo, vero? fatale per via delle rocce…se fosse caduta un metro a destra forse si sarebbe salvata.”</p>
<p>“E’ stata spinta?” chiese Sapìa. Visto che Allegri l’aveva tirato in ballo voleva farsi un bel giro di valzer.</p>
<p>“A un primo esame direi che non l’hanno gettata di peso e neppure spinta &#8211; rispose Allegri &#8211; il punto d’impatto non si discosta molto dal dirupo, non ci sono lividi, segni di difesa… insomma sembrerebbe scivolata accidentalmente…però era scalza e aveva le gambe graffiate”.</p>
<p>“Non ci trovo nulla di strano: siamo al mare, capita di camminare a piedi nudi. Quanto alle ferite, saranno dovute alla caduta, non crede? la parete rocciosa è piena di spuntoni.”</p>
<p>“Vede, Sapìa, il fatto è che i graffi sono stati causati da rovi, non da rocce, e le ciabatte della Bertoni si trovavano tra i cespugli sopra il sentiero, una zona del parco lasciata “al naturale”: insomma la povera signora stava correndo in mezzo ai bronchi, fuori dallo stradello, e andava talmente di fretta da perdere i sandali. Poi, secondo la mia ricostruzione, con un balzo è passata dalla collinetta al sentiero ma ha posato male il piede oppure è inciampata, volando nel dirupo. Guardi, non c’è recinzione e il corrimano si trova nella parte interna del camminamento.”</p>
<p>“Insomma, cosa vuole da me? &#8211; domandà Sapìa bruscamente ma senza acrimonia &#8211; dovrei chiedere a mio fratello se inseguiva la sua amante tra i cespugli per ucciderla? farlo confessare?” Con un tipo come Allegri era meglio giocare a carte scoperte.</p>
<p>“Certo che no! &#8211; replicò Allegri pacatamente &#8211; ma anche lei ammetterà che gli indizi suggeriscono una precisa dinamica dell’accaduto… la signora Annalaura stava fuggendo da un aggressore, tuttavia la caduta potrebbe anche essere la conseguenza del tutto involontaria di uno scherzo o di un innocente gioco amoroso… stranezze dei ricchi. Ora, nell’ipotesi che suo fratello sappia che la morte della Bertoni è stata davvero un incidente…al massimo si potrebbe parlare di omicidio colposo, omissione di soccorso. Lei comprende che, in casi del genere, una confessione spontanea può essere determinante in sede processuale:  basterebbe che Orlando mi dicesse come si sono svolti i fatti….”</p>
<p>“Insomma, le sue dichiarazioni dovrebbero concordare la ricostruzione dell’accaduto” osservò Sapìa.</p>
<p>“Per il momento non esiste una ricostruzione ufficiale… il particolare delle ciabatte ritrovate nel parco non è stato ancora divulgato e nessuno ha visto i graffi sulle gambe della signora, a parte i domestici filippini giunti per primi sulla spiaggia. Ines, la cameriera, ha coperto il cadavere con la sua vestaglia.”</p>
<p>“Ma perché mi ha riferito notizie riservate, le ha dato di volta il cervello! &#8211; esclamò Sapìa stupito &#8211; è una violazione del segreto d’ufficio, per giunta, in concorso con il fratello di un sospettato! Ha deciso per caso di metterci nei guai?”</p>
<p>“Ma via! alla mia età e con il lavoro che faccio se non fossi in grado di riconoscere a colpo d’occhio una persona di cui mi posso fidare dovrei cambiare mestiere, non le pare?”</p>
<p>Sapìa si sentì mancare la sabbia sotto i piedi: aveva di fronte un Morganti invecchiato, un servitore della Legge giunto alle soglie della pensione con l’illusione di poter distinguere il male dal bene, come se fossero entità reali e separabili.</p>
<p>“Lei è fortunato, Allegri &#8211; rispose con un sospiro &#8211; io sono l’ultimo dei Moicani…ma non faccia più esperimenti del genere, rimarrebbe deluso.”</p>
<p>“Beh, adesso torniamo alla villa &#8211; disse il collega, fingendo di non aver colto il velato rimprovero &#8211; su, mi dica cosa pensa della mia proposta&#8230; parlerà con suo fratello?”</p>
<p>“Lei deve essere un po’ matto, Allegri &#8211; disse Sapìa &#8211; però ho deciso di assecondare la sua follia. Sonderò il terreno con Orlando ma, se colgo anche solo un barlume di colpevolezza, farò di tutto per mandarlo in galera, anzi, come dice mia moglie in gattabuia!”</p>
<p>“Guardi che mi ha frainteso: io non voglio questo genere di collaborazione! si figuri… neppure la legge pretende che si tradisca il proprio sangue &#8211; replicò costernato Allegri &#8211; le ho parlato solo per vedere se si potevano togliere le castagne dal fuoco senza troppo rumore… risolvere la questione rapidamente, senza lasciare spazio alle chiacchiere… lei è un collega e, mi pare, anche una persona seria, non merita che certi giornalisti d’assalto zuppino il biscotto nei dispiaceri della sua famiglia.”</p>
<p>“La ringrazio, non desidero certo finire nel tritacarne mediatico, ma le garantisco che lei non mi chiede nulla che io non sia disposto a fare spontaneamente &#8211; dichiarò con un certo orgoglio Sapìa &#8211; però non voglio che mi giudichi un bacchettone spietato pronto a sacrificare un fratello sull’altare della Giustizia.”</p>
<p>“Io non la giudico affatto, davvero!” disse Allegri.</p>
<p>Sapìa si fermò bruscamente a qualche metro dalla porta finestra del salotto: voleva concludere quella delicata conversazione lontano da ascoltatori indiscreti.</p>
<p>“Il fatto è che Orlando all’anagrafe può anche risultare mio fratello, ma dentro di me, in fondo al cuore è un estraneo, una tara che ho ereditato come si eredita una malattia vergognosa…già a quindici anni si è messo a fare di testa sua, anche lei ricorderà cosa combinavano gli studenti negli anni Settanta… prima è diventato anarchico, poi militante della sinistra extraparlamentare e sempre con la sua bella canna in tasca, l’eskimo, i capelli lerci a mezza spalla, parolacce e insulti come piovesse: nostro padre era un preside… pensi che umiliazione per un insegnante: qualsiasi genitore poteva dirgli <em>medice, cura te ipsum!</em> Passata la sbronza politica il caro Orlando voleva diventare artista: Accademia di Belle Arti, compagnie strane, viaggi in Oriente&#8230; per strada faceva buffonate che chiamava ‘installazioni’. Meritava lui di essere installato… in un manicomio, ma all’epoca erano già chiusi. Spariva per mesi e poi ricompariva, magro e malaticcio, a caccia di soldi.”</p>
<p>“La prego &#8211; disse Allegri imbarazzato &#8211; non continui, sono cose troppo personali e lei non mi deve nessuna spiegazione.”</p>
<p>“La prego io di ascoltarmi, fino in fondo &#8211; esclamò Sapìa &#8211; abbia la pazienza di sentire tutta la storia: mi preme spiegare le ragioni del mio atteggiamento…innaturale. Per farla breve le continue mattane di Orlando hanno amareggiato a me la giovinezza e ai miei genitori la vecchiaia.”</p>
<p>“Comprendo la situazione: i figli, a volte, sono la croce dei genitori!” disse Allegri, cercando di interrompere una confessione del tutto fuori luogo tra estranei. Inavvertitamente aveva messo il dito non in un normale rapporto fraterno ma in una piaga familiare incancrenita e, ora, si trovava in piena tragedia greca.</p>
<p>“E non sa ancora il peggio &#8211; aggiunse Sapìa &#8211; ma forse la sto annoiando?”</p>
<p>“No, no, parli pure &#8211; rispose rassegnato Allegri &#8211; non mi disturba, sono solo dispiaciuto per lei. Anch’io ho un figlio adolescente che mi da tanti grattacapi… un po’ come suo fratello.”</p>
<p>“Non lo dica neppure per scherzo! altro che grattacapi! C’e una cosa… una cosa che non ho raccontato a nessuno, mai, neppure a mia moglie… un giorno, lavoravo già in Polizia, sopresi Orlando in salotto, con una pistola in mano… minacciava nostro padre per costringerlo ad aprire la cassaforte… doveva saldare un grosso debito con una banda di spacciatori. Il sangue mi andò alla testa: all’epoca ero agile e facevo un po’ di judo così prima mi sfogai pestandolo di santa ragione e poi lo costrinsi a entrare in una comunità. Bene o male si rimise in carreggiata: era cambiato ma aveva una visione della vita altrettanto balorda della precedente. Si vestiva con eleganza, frequentava locali alla moda, amoreggiava con le figlie de… aveva i desideri dell’edonista ma non i mezzi. Per via di un furto avevo conosciuto i Bertoni e così pensai di sistemare Orlando a casa dell’ingegnere: con lui, se non altro, avrebbe fatto la bella vita di riflesso.”</p>
<p>“Il furto in casa Bertoni… ricordo la vicenda, un colpo da cinquecento milioni, un lavoro da professionisti… però sono stati beccati” osservò Allegri.</p>
<p>“Già, li ho incastrati io, recuperando anche il bottino. Bertoni, riconoscente, chiese se poteva sdebitarsi con me in modo legale e io gli raccomandai mio fratello, ovviamente senza nascondere i suoi demeriti… l’ingegnere si mostrò comprensivo e Orlando, per ringraziamento, gli sedusse la moglie. Un fratello scapestrato potevo anche sopportarlo, un gigolò no, era veramente troppo. Nel frattempo i nostri genitori erano morti e decisi di tagliare i ponti… immagini come mi sono sentito quando ieri, dopo tanti anni, Orlando mi ha cercato. Sono venuto qui solo per  trovargli un buon avvocato…niente di più…per amore della povera mamma. Comunque, anche se lo detesto, sono disposto a trattarlo come un qualsiasi estraneo, innocente fino a prova contraria: se mi convincerà al cento per cento di essere estraneo ai fatti bene, altrimenti, caro Allegri, la prego di sbatterlo in galera, per vent’anni… che sconti anche il male fatto alla famiglia.”</p>
<p>“Le prometto che terrò presente la sua valutazione. Sarà un giudice tutt’altro che pietoso!” disse Allegri, un po’ commosso e contento che lo sfogo del collega fosse giunto alla fine.</p>
<p>“Non merita pietà, mi creda!” mormorò Sapìa entrando nella villa.</p>
<p>“Chi non merita pietà?” chiese Orlando, seduto in un angolo ombroso della stanza.</p>
<p>“Chi uccide un bambino…stavamo parlando del caso della piccola uccisa a calci dal convivente della madre” rispose Allegri con insospettabile prontezza.</p>
<p>“Che orrore!” commentò Orlando.</p>
<div></div>
<p><span style="text-decoration: underline; color: #ff6600;">Continua&#8230;</span></p>
<p>&nbsp;</p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
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		<title>Sapìa e la pecora nera &#8211; 2</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 06:37:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Seconda parte. Qui la prima parte. Vita in villa. “Ma dov’eri finito, Italo?! &#8211; esclamò Orlando, aprendo il [<a href="http://www.scrivolo.it/2012/01/sapia-e-la-pecora-nera-2/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton3166" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FSeOHu&amp;via=scrivolo&amp;text=Sap%C3%ACa%20e%20la%20pecora%20nera%20%26%238211%3B%202&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2012%2F01%2Fsapia-e-la-pecora-nera-2%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><img class="alignleft" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2012/01/scogliera.jpg" alt="" width="250" height="192" /> <strong>Seconda parte.</strong></p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong><a href="http://www.scrivolo.it/2012/01/sapia-e-la-pecora-nera-1/">Qui la prima parte.</a></strong></span></p>
<h3>Vita in villa.</h3>
<p>“Ma dov’eri finito, Italo?! &#8211; esclamò Orlando, aprendo il cancello di villa Bertoni, un elegante manufatto in ferro battuto disegnato da uno dei migliori architetti Liberty della Riviera &#8211; perché hai spento il telefonino? Edda è preoccupata… mi ha già chiamato tre volte, poverina.”</p>
<p>“Scusa tanto se sono in ritardo &#8211; rispose ironico Sapìa, chiudendo lo sportello dell’auto &#8211; ma hanno sgozzato una donna vicino alla piazzola dov’ero parcheggiato e gli omicidi sono sempre seccature, ormai dovresti saperlo anche tu!”</p>
<p>“Una donna uccisa ai margini della strada… una battona? E che ci facevi in un posto del genere? ah… capisco, birichino… però un morigerato padre di famiglia non dovrebbe coltivare certi vizi &#8211; esclamò il fratello ridacchiando, sapeva bene che Italo non si concedeva passatempi del genere -  giuro che non dirò nulla a Edda! Non faccio la spia, io.”</p>
<p>“Razza d’imbecille! &#8211; replicò Sapìa bruscamente &#8211; ero fermo sulla piazzola perché stavo parlando con te al telefono!”</p>
<p>“Allora è successo verso le due… alle due e dodici, per esattezza: ho guardato la sveglia quando mi hai fatto sobbalzare nel letto” precisò Orlando.</p>
<p>Sapìa non rispose: in quel momento il delitto della superstrada era l’ultimo dei suoi pensieri.</p>
<p>I due fratelli si avviarono in silenzio lungo lo stretto sentiero a gradini che, dal cancello d’ingresso, portava alla villa. All’orizzonte la sfera del sole era quasi del tutto emersa dal mare: l’alba stava diventando giorno.</p>
<p>“Ecco la modesta magione dei Bertoni” disse Orlando aprendo il portone di casa.</p>
<p>“Vedo che il buonumore non ti manca, nonostante il recente lutto &#8211; replicò il fratello &#8211; certo vivere in un posto del genere mette allegria… caro marxista dei miei stivali.”</p>
<p>“Che ci vuoi fare, Italo, i tempi cambiano e noi mutiamo con loro. Quanto ai miei sentimenti… sono addolorato per la povera Annalaura, ci mancherebbe altro! però ho la coscienza tranquilla: io non sono colpevole e, come diceva sempre mamma, ‘male non fare paura non avere’ &#8211; osservò pacatamente Orlando &#8211; prima o poi la verità verrà fuori…comunque se ti serve un alibi per la ragazza assassinata, io sono qui: tra fratelli questo ed altro!”</p>
<p><span id="more-3166"></span></p>
<p>“Ascoltami bene, Orlando &#8211; disse Sapìa, buttandosi sulla prima poltrona a portata di mano &#8211; per colpa tua non dormo da un giorno, ho passato la notte in compagnia di un cadavere e mi sento la schiena a pezzi: non ho voglia di scherzare. E’ chiaro?”</p>
<p>“Scusa, Italo… con tutto quello che è accaduto sono un po’ fuori di testa” rispose sottovoce il fratello.</p>
<p>“Una sistemazione davvero di lusso &#8211; pensò Sapìa guardandosi intorno &#8211; un parco a picco sul mare, una villa inizi Novecento con mobili d’antiquariato, un’auto sportiva gialla, il colore preferito di Orlando, parcheggiata vicino all’ingresso… e lui: magro, abbronzato, biondo, senza una ruga. Non sembra davvero un uomo di quasi cinquant’anni!”</p>
<p>“Bello  vero?” disse Orlando, notando lo sguardo del fratello che vagava per la stanza.</p>
<p>“Sì, il povero ingegnere aveva buon gusto” osservò Sapìa.</p>
<p>“Figurati! Bertoni era ignorante come una capra, lo conoscevi anche tu… un neandertaliano: ingegnere sulla carta, <em>onoris pecunia &#8211; </em>esclamò Orlando &#8211; io posso ben dirlo! per quindici anni ho fatto il segretario a quell’analfabeta e ti garantisco che non riusciva a scrivere due righe di saluti senza fare tre strafalcioni.”</p>
<p>“Già, tu surrogavi alle sue carenze… in tutti i campi…” disse Sapìa sprezzante. Sapeva che la relazione tra la signora Bertoni e Orlando era nata in epoca ben anteriore alla vedovanza.</p>
<p>“E allora? un marito anziano e ricco con una moglie bella e intelligente: sono forse il primo uomo al mondo che ha approfittato di una situazione del genere? E poi Annalaura era innamorata di me e mi capiva… insisteva perché riprendessi a dipingere!”</p>
<p>“Sì, il cancello della villa &#8211; aggiunse ironico Sapìa &#8211; ma se eravate così uniti perché non vi siete sposati, dopo la dipartita di Bertoni?”</p>
<p>“Per via del figlio… questioni ereditarie” rispose Orlando rattristato.</p>
<p>“Moglie devota e madre ammirabile!” commentò il commissario, sarcastico.</p>
<p>“Non è bello scherzare su una persona morta &#8211; mormorò Orlando &#8211; per me Annalaura era davvero una donna speciale. Mi bastava vivere accanto a lei per sentirmi felice.”</p>
<p>“E chi non sarebbe contento di vivere in un paradiso del genere? spero che tu abbia messo  da parte le briciole di questo Bengodi perché i bravi avvocati costano.”</p>
<p>“Io non ho bisogno di un bravo avvocato, sono innocente! &#8211; obiettò Orlando, prendendo una tazza di caffelatte dal vassoio che una cameriera assonnata aveva appena deposto sul tavolino del salotto. Anche Sapìa si servì generosamente, la mattina aveva sempre fame. Guardò la pendola Luigi XV che troneggiava accanto al caminetto. Erano solo le sei.</p>
<p>“Senti Orlando, io con gli omicidi ci campo e ti garantisco che le cose non vanno sempre lisce come pensi tu &#8211; disse Sapìa con tono amichevole… visto che la logica non faceva breccia nella testa dura del fratello bisognava ricorrere alle armi della persuasione &#8211; noi poliziotti siamo persone normali, a volte prendiamo cantonate e poi abbiamo pregiudizi, sentimenti, antipatie, al pari di tutti gli esseri umani. Ad esempio, non credi che la tua posizione di amante mantenuto dalla vittima ti renda, oltre che sospetto, antipatico? Prova a metterti nei panni del commissario incaricato d’indagare sulla morte della Bertoni… un poveraccio che riceve un modesto stipendio statale e di certo non è molto contento della sua vita: entra in questa villa, vede i mobili d’antiquariato, i quadri antichi, la fuoriserie gialla e, infine, un gigolò abbronzato vestito come un damerino… sai cosa pensa?  guarda che marpione… magari si è liberato della vecchia per amore di una donna più giovane oppure la signora stava per dargli il benservito e lui l’ha prevenuta… insomma l’istinto gli suggerisce di indagare su di te e lui comincia a scavare come un cane da tartufi… e scava, scava, scava finché non trova qualcosa in grado di confermare la sua supposizione.  E ti sbatte dentro con sommo piacere.”</p>
<p>“Io non sono un tartufo e Annalaura non era una vecchia, aveva solo nove anni più di me!” disse Orlando risentito.</p>
<p>“Sei incredibile! Hai cinquant’anni e vivi ancora nel mondo dei sogni: devi metterti in testa che esistono gli errori giudiziari e un bravo avvocato potrebbe darti consigli utili su come affrontare gli interrogatori, presentare un alibi convincente, trovare le parole giuste per fare buona impressione. Quando hai a che fare con poliziotti e magistrati essere innocenti non basta, occorre anche sembrarlo.”</p>
<p>“Io non ho nulla da nascondere, i tuoi colleghi possono sottopormi anche al terzo grado, si accomodino pure!” replicò Orlando.</p>
<p>“Ma quanto sei ingenuo! E se ti confondi? &#8211; esclamò Sapìa &#8211; chi conosce i trucchi del mestiere riesce a farti dire anche quello che non pensi.”</p>
<p>“Che chiedano pure: se dico sempre tutta la verità, solo la verità e nient’altro che la verità, non mi posso confondere!” ribadì convinto Orlando.</p>
<p>“E l’alibi? Ce l’hai almeno uno straccio di alibi? &#8211; domandò Sapìa, spazientito &#8211; dov’eri quando è successo il fatto?”</p>
<p>“Nella mia camera da letto… io e Annalaura avevamo stanze separate. Dormivo con i tappi negli orecchi, come faccio quasi sempre, e non ho sentito nulla: mi ha avvertito dell’accaduto la cameriera, dieci minuti dopo l’incidente. Di sicuro Annalaura stava scendendo alla caletta per vedere il tramonto della luna, le piaceva tanto… avrà messo un piede in fallo, il sentiero è ripido e senza parapetto. Ines, la domestica, è stata svegliata da un urlo. Lei e il marito si sono precipitati fuori e hanno trovato Annalaura sulla spiaggia, già morta. E’ caduta da un’altezza di sei o sette metri… poteva anche salvarsi, la sabbia è morbida, ma ha centrato una roccia. Poverina, era destino che finisse così. Comunque si tratta di una disgrazia e nessuno riuscirà mai a dimostrare che avevo un movente per ucciderla… al contrario: è chiaro che la sua morte mi danneggia, con lei facevo una vita da nababbo e ora tutto il patrimonio passa al figlio Luigino… dovrò campare con un modesto benservito del vecchio Bertoni. L’ingegnere era al corrente della mia relazione con la moglie ma non me ne voleva… nel suo testamento ha disposto una specie di liquidazione, nel caso Annalaura mi avesse lasciato oppure fosse morta: avrò centomila euro e un piccolo appartamento a Montecarlo… lontano dal centro.”</p>
<p>“Poverino… ti toccherà chiedere l’elemosina!” commentò ironico Sapìa che in banca, dopo ventisette anni di onorato servizio, non aveva metà di quella cifra e possedeva un quartierino di quattro stanze in periferia.</p>
<p>“E’ un lascito sostanzioso, lo so, ma si tratta di un’inezia rispetto al patrimonio dei Bertone.”</p>
<p>“Insomma, non sei con il culo per terra &#8211; disse con voce falsamente comprensiva il commissario &#8211; ma temo che dovrai impegnare buona parte delle tue future ricchezze in avvocati e periti. Magari questo Luigino è disposto a farti un prestito: quando arriva?”</p>
<p>“Si trova già qui, da una settimana &#8211; rispose Orlando &#8211; voleva trascorrere una breve vacanza con la mamma.”</p>
<p>“E, quando non è in ferie, cosa fa il povero orfano?”</p>
<p>“Nulla, a parte respirare… come tutti i rampolli della razza padrona.  Non hanno bisogno di guadagnarsi la pagnotta, il loro lavoro è sperperare quello che i genitori e i nonni hanno rubato agli operai. Vivo in questo mondo da tanti anni e li conosco bene: tu t’intendi di assassini, io di ricchi.”</p>
<p>“Onore al compagno Sapìa!” esclamò il commissario alzando il pugno chiuso con una smorfia di scherno.</p>
<p>“Sfotti, sfotti pure, però tu, questa gente, la proteggi in cambio di un miserabile stipendio &#8211; replicò Orlando, divenuto all’improvviso serio e aggressivo &#8211; io invece la sfrutto.”</p>
<p>“<em>Ex ore tua te iudico</em>… &#8211; disse Sapìa &#8211; hai appena detto di essere un parassita e sai che mi viene da pensare, così, a naso?”</p>
<p>“Sentiamo, sono tutto orecchi, signor commissario!”</p>
<p>“Penso che tu e quel perdigiorno di Luigino potreste aver eliminato la povera Annalaura per dividervi il bottino. Ovviamente si tratta solo di un’ipotesi ma non tanto campata in aria.”</p>
<p>“Hai davvero un humour da canonica, Italo &#8211; mormorò Orlando &#8211; credevo che t’importasse qualcosa di me, ma vedo che sei qui solo per prendermi in giro e…vendicarti.”</p>
<p>“E di cosa mi dovrei vendicare? del fatto che sei un idiota e, da più di trent’anni, trascini nel fango un cognome che, detto per inciso, è anche il mio? Un danno del genere non si può risarcire.”</p>
<p>“Lo sai bene di cosa parlo. Il babbo con te ha tenuto la briglia corta, insomma ti ha tartassato ben bene, mentre io ho sempre fatto quello che volevo… eri convinto che fossi il suo favorito, il figlio minore viziato per troppo amore… e sei ancora geloso, persino adesso che lui non c’è più. Ma ti sbagli&#8230; il babbo non mi voleva più bene, era solo diventato più vecchio e più debole. Tra noi corrono quasi dieci anni: dai cinquanta ai sessanta, un uomo cambia, non ha più voglia di lottare. E poi considera che abbiamo caratteri diversi… senza offesa, ma tu sei sempre stato un cagasotto, una vittima predestinata! Lo sai, vero, come ho messo in riga il professor Goffredo Sapìa? Avevo quindici anni, te lo ricordi? Una settimana fuori casa senza dare notizie e il vecchio leone si è sciolto come cera: se osava rimproverami la mamma gli mollava certi calci sotto il tavolo da azzoppare un elefante!”</p>
<p>Sapìa avrebbe preferito dimenticare quel triste episodio ma, suo malgrado, ricordava perfettamente le lacrime della madre e la costernazione del padre, additato da tutti come il tiranno che aveva fatto fuggire il piccolo Orlando.</p>
<p>“Con la tua severità gli farai venire la paranoia, come a quello strambo di Italo” aveva sentenziato la zia Carolina, carezzando la testa dell’angioletto ribelle appena ricondotto in seno alla famiglia da una pattuglia di carabinieri.</p>
<p>Orlando aveva fatto un passo falso evocando un passato così doloroso per il fratello.</p>
<p>“Tu…tu…sei una carogna &#8211; sbottò Sapìa, cercando di scacciare dalla mente quei ricordi angosciosi &#8211; non dovresti neppure nominare i nostri genitori: hai fatto venire il crepacuore alla mamma e il babbo… certi giorni non usciva neppure da casa per timore di vederti in cima al muretto della scuola, con la bandiera rossa in mano e il megafono… tu, il figlio del preside, aizzavi i compagni a scioperare, a occupare il liceo, a imbrattare i muri!”</p>
<p>“In gioventù ho fatto i miei errori e li ho pagati di tasca mia” sentenziò Orlando.</p>
<p>“Ti sbagli, fratello, anch’io ho pagato una parte dei tuoi debiti: vivevamo nella stessa casa e, tutti i giorni, sentivo liti, pianti, discussioni, sempre per colpa tua… e mi sforzavo di fare il figlio ubbidiente per non aggravare la situazione.”</p>
<p>“Invidia, solo invidia! ti disturbava che un ragazzino tenesse testa al vecchio mentre tu strisciavi. Hai sempre avuto il complesso di castrazione: per te il potere paterno, le leggi, l’autorità statale sono sacri e intangibili. Sotto sotto sei un represso…un fascista… non a caso fai il questurino!”</p>
<p>Sapìa saltò in piedi avventandosi contro il fratello come una furia: stava per mettergli le mani alla gola quando il campanello d’ingresso suonò.</p>
<p>“Qualcuno al cancello principale… l’apri-porta è rotto &#8211; disse Orlando, sottraendosi alla presa del fratello &#8211; vado ad aprire. Sarà il commissario Allegri, è un tipo mattiniero. Oggi ha in programma un sopralluogo in giardino con Ines e Adolfo, i camerieri.”</p>
<p>Orlando uscì in fretta dal salotto. Era contento che il duello con Italo si fosse interrotto al primo sangue: in quel momento aveva bisogno del suo aiuto e poi sapeva che le parole del fratello, come un tempo quelle del padre, contenevano una buona dose di dura verità.</p>
<p>Rimasto solo Sapìa lentamente si tranquillizzò. Non doveva arrabbiarsi con Orlando, era come prendersela con la grandine. Alla sua età ragionava ancora come il ragazzino discolo di un tempo: probabilmente sarebbe morto a cent’anni senza rendersi conto del male che aveva fatto ai suoi familiari e, in fondo, anche a se stesso.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><em><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.scrivolo.it/2012/01/sapia-e-la-pecora-nera-3/">Continua&#8230;</a></span></em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
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		<title>Sapìa e la pecora nera &#8211; 1</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 11:28:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Prima parte. Affari di famiglia. Il commissario Sapìa infilò la chiave di casa nella serratura. Una, due, tre [<a href="http://www.scrivolo.it/2012/01/sapia-e-la-pecora-nera-1/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton3143" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FuZtgG&amp;via=scrivolo&amp;text=Sap%C3%ACa%20e%20la%20pecora%20nera%20%26%238211%3B%201&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2012%2F01%2Fsapia-e-la-pecora-nera-1%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2012/01/scogliera.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3144" title="scogliera" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2012/01/scogliera.jpg" alt="" width="500" height="384" /></a></p>
<p><strong>Prima parte.</strong></p>
<h3>Affari di famiglia.</h3>
<p>Il commissario Sapìa infilò la chiave di casa nella serratura. Una, due, tre mandate… almeno questa volta i familiari si erano preoccupati di chiudere la porta. Entrò sbattendo l’anta con energia, per farsi sentire:</p>
<p>“Sono io, Edda,” disse ad alta voce. Voleva evitare che, al solito, la moglie si affacciasse alla cucina esclamando con aria sorpresa ‘ah, sei tu, Italo’.</p>
<p>Da vent’anni rientrava a casa più o meno alla stessa ora e, da vent’anni, Edda si meravigliava che l’intruso con un mazzo di chiavi in mano piantato in mezzo al corridoio non fosse un ladro ma suo marito.</p>
<p>Una volta, fresco sposino, Sapìa aveva chiesto alla moglie perché, nel dubbio di trovarsi faccia a faccia con un malintenzionato, non brandisse un mattarello o un batticarne e lei, con un sorriso serafico aveva risposto: “Ma lo so che sei tu… ti riconosco da come giri la chiave!”</p>
<p>Il commissario rimase immobile accanto alla porta. Le luci erano accese ma la casa sembrava vuota… brutto segno. Dopo qualche secondo la signora Edda fece capolino nell’ingresso ed esclamò:</p>
<p>“Ah, sei tu, Italo! &#8211; dalla voce però sembrava più ansiosa che stupita, evidentemente covava qualche problema… infatti, subito dopo, aggiunse &#8211; ti aspettavo!”</p>
<p>Sapìa, rassegnato alla sventura, entrò in cucina e chiuse la porta.</p>
<p>“Su, dimmi quale disgrazia ci ha colpito, questa volta!” chiese pacatamente, sedendosi al tavolino.</p>
<p>“Togliti almeno la giacca…lo sai quanto costa la lavanderia” replicò la moglie. Cercava di guadagnare tempo, era nervosa, di sicuro non doveva trattarsi di una delle solite sciocchezze: Fredo che prende un brutto voto, Paolino che si sbuccia un ginocchio, la suocera malata o l’arpia del piano di sopra con il suo bucato gocciolante.</p>
<p>Comunque, si consolò Sapìa, non poteva essere un fatto davvero grave, altrimenti Edda avrebbe chiamato sulla ‘linea rossa’ d’emergenza.</p>
<p>“Allora? parla, sono seduto e pronto a tutto.”</p>
<p><span id="more-3143"></span></p>
<p>“Ecco…verso le cinque il telefono ha squillato e io ho risposto… rispondo sempre quando il telefono suona, qualcuno potrebbe sentirsi male, la mamma oppure uno dei ragazzi … e tu fai un lavoro così pericoloso!”</p>
<p>“Certo, potevano chiamare dall’ospedale o dall’obitorio… invece…? Si può sapere chi accidenti ci ha telefonato questo pomeriggio? sei più reticente di un mafioso!”</p>
<p>“Orlando” disse Edda, con l’aria del soldato consapevole di avere tirato la spoletta della bomba a mano troppo presto.</p>
<p>“Orlando!!! &#8211; urlò Sapìa saltando in piedi &#8211; ci mancava solo Orlando, la ciliegina sulla torta, lo sai che non me lo devi neanche nominare!”</p>
<p>“Ma Italo &#8211; obiettò timidamente la moglie &#8211; è pur sempre tuo fratello!”</p>
<p>“Sì, hai ragione, è mio fratello &#8211; replicò Sapìa uscendo dalla cucina imbufalito &#8211; ma io mi considero figlio unico.”</p>
<p>A tavola la signora Edda non tornò sull’argomento: era vietato discutere di questioni importanti di fronte ai figli. Bisognava mantenere la gerarchia familiare: loro due, i genitori, erano gli ufficiali, Annalisa, Goffredo e Paolo i soldati… e la truppa, si sa, deve eseguire gli ordini senza tante spiegazioni.</p>
<p>A mezzanotte Sapìa decise di spengere il televisore: prima o poi doveva pur andare a letto.</p>
<p>“Non vuoi sapere cosa mi ha detto?” gli domandò la moglie, vedendolo entrare in camera. Contrariamente al solito era ancora sveglia e con la luce del comodino accesa.</p>
<p>“Conosco già la risposta: ha bisogno di denaro, è malato oppure sta nei guai… qual è la giusta: a, b o c?” chiese Sapìa. Parlava a bassa voce ma, in cuor suo, stava urlando.</p>
<p>“La terza. Buona notte” rispose Edda, dando le spalle al marito. Era evidentemente indispettita. Dopo tutto il fratello era suo! per lei Orlando si identificava con un giovanotto incontrato solo una volta, al pranzo del matrimonio… un perfetto estraneo. I ragazzi poi non l’avevano mai visto, per loro era uno zio fantasma.</p>
<p>“Non ti metterai mica a dormire proprio adesso! &#8211; disse Sapìa scuotendo per una spalla la moglie &#8211; sputa il rospo!”</p>
<p>“Ma per chi mi hai preso, per uno dei tuoi delinquenti? &#8211; esclamò, sempre sottovoce ma con tono irato, Edda &#8211; se lo vuoi proprio sapere è nei guai… guai brutti, giudiziari… però, se a te non interessa, figurati a me! Può anche passare tutta la vita in prigione.”</p>
<p>“Sta in galera?” chiese stupito Sapìa: Orlando non si era mai spinto tanto avanti su quella che il padre chiamava “la via lastricata dell’Inferno.”</p>
<p>“No, per ora no: si trova a Cala Marina, nella villa dell’Ingegner Bertoni…ma in gattabuia ci finirà presto e con l’accusa di omicidio…”</p>
<p>Sapìa saltò giù dal letto, afferrò i panni che si era appena tolti e, mormorando tra sé, rabbiosamente, ‘gattabuia!’, parola che detestava con tutto il cuore, corse in bagno.</p>
<p>Dopo cinque minuti era già vestito e pronto per uscire.</p>
<p>“Questo è il recapito telefonico che mi ha lasciato &#8211; disse la signora Sapìa, raggiungendo il marito sulla soglia di casa con un foglietto in mano &#8211; la vittima è la vedova dell’ingegner Bertoni, forse si tratta di omicidio… però non correre, Italo, guida con prudenza! per le strade di notte girano tanti ubriachi!”</p>
<p>Sapìa accennò un bacio d’addio sulla guancia della moglie, gesto richiesto dalla drammatica situazione. Edda gli carezzò di sfuggita la fronte poi, notando la mancanza di un elemento essenziale per ogni missione rischiosa, aggiunse &#8211; non porti il cambio della biancheria?”</p>
<p>“No, non ho intenzione di fermarmi, torno in serata… già: vado, l’ammazzo e torno!” rispose Sapìa a bassa voce, chiudendo con attenzione la porta per non svegliare i figli.</p>
<p>Uscire di casa e guidare per due ore, in piena notte e dopo una giornata di lavoro, era quello che il Commissario definiva una ‘stravaccata’ e un fratello come Orlando non meritava davvero un sacrificio del genere.</p>
<p>“In effetti non sono preoccupato per lui &#8211; pensò, turbato dalla terribile ansia che gli serrava lo stomaco &#8211; sto correndo a salvare il buon nome dei Sapìa!”</p>
<p>Orlando aveva sempre creato problemi: ex rivoluzionario senza arte né parte, pittore fallito mantenuto da una matura e facoltosa vedova, era la tipica pecora nera immancabile nelle migliori famiglie…</p>
<p>“Però &#8211; esclamò ad alta voce il commissario &#8211; leggere sui giornali che un certo Orlando Sapìa viene accusato di omicidio è un altro paio di maniche! Non ci chiamiamo mica Rossi o Bianchi!”</p>
<p>Verso le due di notte Sapìa si fermò in una piazzola dell’autostrada per avvertire Orlando del suo imminente arrivo: voleva almeno la soddisfazione di svegliarlo in piena notte. Era sempre stato un dormiglione e, nella sua testa, i pensieri inquietanti ricevevano subito lo sfratto.</p>
<p>Aveva appena spento il motore quando, da un cespuglio, sbucò una giovane donna in abiti succinti. La ragazza si avvicinò alla macchina dicendo, in una lingua di sua creazione ma perfettamente comprensibile, “Tendla eulo.”</p>
<p>Sapìa abbassò il finestrino e, gentilmente, rispose:</p>
<p>“Grazie per la conveniente offerta, signorina, ma sono gay.”</p>
<p>“Tu gualdale, venti eulo.”</p>
<p>“Mi spiace, sono anche cieco” aggiunse un po’ irritato il Commissario, chiudendo bruscamente il vetro.</p>
<p>“Che tempi! &#8211; mormorò tra sé  Sapìa &#8211; una povera donna attraversa il Sahara per venire a fare la vita ai margini di un’autostrada…e noi sogniamo di trasferirci in un’isola sperduta tra i selvaggi!”</p>
<p>A fari spenti spostò la macchina in un angolo buio, per non creare problemi all’attività della regina dei cespugli.</p>
<p>“Favoreggiamento della prostituzione, Italo” si disse, cercando di trovare divertente la situazione.</p>
<p>Fece suonare a lungo il telefono di Orlando: anche in una situazione del genere quel farabutto era capace di dormire con i tappi negli orecchi.</p>
<p>Dopo qualche minuto, mentre ancora tentava di rintracciare la vergogna dei Sapìa, notò che una macchina si stava fermando all’altro capo della piazzola.</p>
<p>Nulla di strano, però la mente del commissario, per deformazione professionale, tendeva a registrare ogni evento al di fuori del quotidiano tran tran piccolo borghese.</p>
<p>Un uomo dall’andatura giovanile, ovviamente un cliente, scese dall’auto e, dopo un attimo, scomparve con la ragazza tra le ombre del boschetto, dietro i cespugli. La luna piena, alta in cielo, illuminava la romantica serata ma, a venti metri di distanza, i contorni della scena apparivano vaghi.</p>
<p>Proprio allora Orlando rispose al telefono, chiedendo con tono sonnolento e per nulla preoccupato: “Chi è?”</p>
<p>“Il diavolo che ti porti, razza di scimunito! sono Italo, per mia disgrazia tuo fratello! Perché hai chiamato Edda? Non devi coinvolgerla nelle nostre questioni, lo sai.”</p>
<p>“Ma tu, quando senti la mia voce, chiudi subito la comunicazione, come faccio a parlarti?” obiettò Orlando.</p>
<p>“Potevi mandarmi una <em>mail</em>!” rispose Sapìa, dopo un attimo d’incertezza. L’obiezione del fratello non era del tutto infondata.</p>
<p>“Non sono cose che si possono dire in due parole… io ed Edda abbiamo parlato più di mezz’ora…è stata molto comprensiva.”</p>
<p>“Allora dovevi scrivermi una lettera, spedire una raccomandata espresso, mandare il <em>pony express</em>, il corriere dello Zar, un piccione viaggiatore… un accidenti che ti pigli, grandissimo imbecille &#8211; esclamò  Sapìa, furioso &#8211; facciamola finita qui… il resto te lo dico di persona! E non andare a dormire!”</p>
<p>Il commissario troncò bruscamente la comunicazione: non aveva voglia di sentire la risposta di quel caprone di Orlando.</p>
<p>Proprio in quel momento, all’altro capo della piazzola, la macchina del cliente accese i fari. Sapìa notò che erano passati solo cinque minuti:</p>
<p>“I giovani di oggi…la mattina leoni e la sera…”</p>
<p>L’auto s’immise in superstrada passando a qualche metro dal nascondiglio del commissario. Sapìa si ritirò nell’ombra notando il modello e, approssimativamente, anche il colore della macchina… abitudini da poliziotto in appostamento… ma non vide la faccia dello sconosciuto: una nuvola aveva appena oscurato la luna.</p>
<p>Stava per girare la chiave dell’accensione quando sentì un urlo terrificante: afferrò la torcia che teneva sul cruscotto e scese di corsa. Le grida provenivano dalla boscaglia… balzò dietro i cespugli pensando “avessi almeno portato la pistola per sparare a Orlando!”</p>
<p>Avanzò facendosi largo tra i rami e, dopo qualche metro, il fascio di luce della torcia illuminò un corpo femminile seminudo steso a terra, All’altezza della testa si allargava una pozza di sangue. Accanto, in piedi, una ragazza bionda si disperava strappandosi i capelli. Sapìa comprese subito che non c’era più nulla da fare per quella poveretta e compose il 113.</p>
<p>Aveva il cuore in gola. Che storia: commissario fermo in una piazzola frequentata da prostitute scopre il cadavere di una ragazza sgozzata… stava andando a trovare il fratello sospettato di omicidio… Davvero una bella famiglia questi Sapìa!</p>
<p><em><span style="text-decoration: underline; color: #ff6600;"><a href="http://www.scrivolo.it/2012/01/sapia-e-la-pecora-nera-2/"> Continua&#8230;</a></span></em></p>
<p>&nbsp;</p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
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		<title>Anche quest’anno è Natale, Sapìa &#8211; 4</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Dec 2011 13:45:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Commissario]]></category>
		<category><![CDATA[continua]]></category>
		<category><![CDATA[giallo]]></category>
		<category><![CDATA[natale]]></category>
		<category><![CDATA[Sapia]]></category>

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		<description><![CDATA[Quarta e Ultima Parte. Qui la Terza Parte. I rapinatori non avevano un’aria professionale: “Vigliacchi che se la [<a href="http://www.scrivolo.it/2011/12/anche-quest%e2%80%99anno-e-natale-sapia-4/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton3131" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2F9a3vQ&amp;via=scrivolo&amp;text=Anche%20quest%E2%80%99anno%20%C3%A8%20Natale%2C%20Sap%C3%ACa%20%26%238211%3B%204&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2011%2F12%2Fanche-quest%25e2%2580%2599anno-e-natale-sapia-4%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><img class="alignleft" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2011/12/Natale-Sapia.jpg" alt="" width="250" height="200" /></p>
<p><strong>Quarta e Ultima Parte.</strong></p>
<p><a href="http://www.scrivolo.it/2011/12/anche-quest%e2%80%99anno-e-natale-sapia-3/">Qui la Terza Parte</a>.</p>
<p>I rapinatori non avevano un’aria professionale:</p>
<p>“Vigliacchi che se la prendono con quattro poveracci che stanno all’ospedale la notte della Vigilia e devono subire anche questo sopruso, come se non bastasse il male fisico &#8211; pensò irato Sapìa &#8211; così agitati di certo sono principianti… ancora più pericolosi… forse mirano all’armadietto della farmacia.”</p>
<p>I due balordi probabilmente avevano davvero in mente di rifornirsi gratuitamente di ‘roba’ ma, tanto per cominciare, si misero a ripulire i presenti.</p>
<p>Mentre il lungo, al centro della stanza, brandiva il taglierino, il bassetto iniziò a strappare catenine dal collo delle signore, rovistare nelle borsette e nei portafogli, sfilare gli anelli dalle dita.</p>
<p>Quando venne il turno di Pepito il delinquente però frugò invano. Irritato, colpì il povero Pampaloni in piena faccia con un pugno, poi gli assestò una ginocchiata nello stomaco e un paio di calci nelle gambe.</p>
<p>“Probabilmente è ‘fatto’ e non si controlla &#8211; pensò Sapìa &#8211; se avesse ancora qualche neurone in vita non perderebbe tempo a pestare un disgraziato senza un soldo in tasca, con il rischio di farsi beccare da un momento all’altro.”</p>
<p>L’aggredito, già stremato dal digiuno e non più giovane, subiva le percosse senza reagire.</p>
<p>“Lascialo stare, non vedi che è un morto di fame! &#8211; esclamò il commissario. Qualche legnata il Pampaloni se la meritava ma l’energumeno adesso stava esagerando! &#8211; perché non prendi il mio portafoglio?”</p>
<p>“Ma sì, hai ragione zio… chi sa quanta grana nascondi sotto quel bel cappottino da elfo” disse il rapinatore, infilando la mano nella tasca interna del loden di Sapìa.</p>
<p>Lo strafatto aprì con mani tremanti il portafogli: il commissario contava sull’effetto che avrebbe prodotto la vista del distintivo su quel mentecatto… non si aspettava certo di avere davanti un poliziotto e si sarebbe spaventato.</p>
<p>La sorpresa, in effetti, fece indietreggiare di qualche passo il rapinatore, dando a Sapìa lo spazio e il tempo per estrarre la pistola di Pepito: un giocattolo… ma chi poteva pensare che un commissario di Polizia andasse in giro con un’arma da bambini!</p>
<p>Il delinquente, convinto di trovarsi di fronte a una vera automatica, gridò al complice:</p>
<p>“Scappa, scappa Peppì, chillu è un figlien’trocchia.”</p>
<p><span id="more-3131"></span></p>
<p>“Muovi un dito, Peppì, e ti mando a conoscere di persona San Gennaro” disse Sapìa con tono da duro del cinema noir. Piccole soddisfazioni del mestiere.</p>
<p>La coppia di balordi, vista la malaparata, alzò le mani e si arrese.</p>
<p>Il commissario però sapeva che, dopo il primo momento di confusione, avrebbero osservato con più attenzione la pistola e notato che era falsa: doveva escogitare subito un diversivo. Stava ancora riflettendo sul da farsi quando Morganti irruppe nella sala d’aspetto con la pistola in mano.</p>
<p>“Ma come sono felice di vederla, ispettore!” disse Sapìa, tirando un respiro di sollievo. Non amava le esperienze da brivido, l’adrenalina gli faceva venire l’acidità di stomaco.</p>
<p>In pochi minuti una volante si portò via i due rapinatori: al momento della separazione i pazienti applaudirono, Pepito invece salutò i colleghi con un sincero ‘vaffa’.</p>
<p>“Che grandissimi cornuti!” commentò, rivolto al commissario.</p>
<p>“Non ti è piaciuto, vero, stare dalla parte della vittima? spero che le legnate ti servano di lezione… scommetto che te la sei fatta sotto.”</p>
<p>“Figuriamoci, erano solo due fessi drogati… si sono spaventati per una pistola giocattolo… un trabiccolo che ho comprato dai cinesi!”</p>
<p>Morganti guardò Sapìa sbalordito.</p>
<p>“Al nostro amico piace scherzare, ispettore &#8211; minimizzò Sapìa &#8211; è una mia vecchia conoscenza, attualmente a piede libero: l’ho incontrato vicino alla Questura, si sentiva male e l’ho accompagnato qui… per far venire di corsa l’ambulanza mi sono inventato che era in arresto per tentata rapina.”</p>
<p>Pepito capì al volo la manovra e rimase in silenzio, accennando un complice sorriso di assenso.</p>
<p>“E’ un pregiudicato?” chiese Morganti.</p>
<p>“Al momento lo definirei un cittadino che ha saldato i conti con la giustizia e cerca di inserirsi di nuovo nella Società… un padre di famiglia che ha bisogno di aiuto per diventare un uomo nuovo… è appunto per questo che l’ho chiamata, Morganti. Lei fa il volontario in un centro di assistenza per ex detenuti e il signor Pampaloni non sta bene, ha bisogno di un alloggio e vorrebbe cambiare vita… magari potrebbe trovargli una sistemazione?”</p>
<p>“Così, su due piedi…”</p>
<p>“Non pretendo miracoli! Per stanotte il signor Pampaloni può rimanere in ospedale, i rapinatori l’hanno pestato di santa ragione… basta che abbia un posticino per domani mattina, va bene?”</p>
<p>“Vedrò cosa posso fare: a Natale i miracoli sono più semplici” rispose Morganti tutt’altro che convinto della veridicità del racconto. Aveva già intuito come si erano realmente svolti i fatti e si sentiva eccitato: gli eventi di quella sera avevano inferto una dura sconfitta al nichilismo del commissario capo Italo Sapìa, costringendolo ad ammettere che, a volte, i peccatori potevano ravvedersi, i delinquenti cambiare vita, i bisognosi trovare aiuto.</p>
<p>Dio, per fare della terra il regno dei cieli, aveva solo bisogno di un aiutino da parte di tutti gli uomini di buona volontà, Sfinge compresa.</p>
<p>Sapìa aveva l’impressione di leggere nella mente dell’ispettore: vedeva il flusso dei pensieri scorrere tra un neurone e l’altro, sentiva cigolare la catena delle deduzioni che, partendo dall’assioma dell’esistenza di Dio, sarebbe presto arrivata al neutrino e poi risalita a livello umano per trasformare il delinquente Pepito in un complice inconsapevole della Provvidenza. Il fratello sfortunato bisognoso di aiuto aveva toccato il cuore del miscredente e cinico Sapìa, divenuto il Buon Samaritano di turno.</p>
<p>“E così sia &#8211; mormorò tra sé il commissario, mettendo in moto la macchina &#8211; Morganti farà la sua opera di misericordia natalizia, io eviterò di mettermi in ridicolo davanti ai colleghi e Pepito potrà sprecare l’ennesima occasione di rifarsi una vita. Amen!”</p>
<p>Quando aprì la porta di casa Sapìa notò subito che le luci erano spente. I suoi, tornati dalla messa, avevano scartato i regali e già dormivano.</p>
<p>Senza fare rumore entrò in salotto. Non occorreva accendere luce, la capanna del presepe con il nuovo arrivato era illuminata e l’albero di Natale risplendeva di colori diversi: prima i led verdi, poi quelli rossi, infine quelli azzurri.</p>
<p>Il commissario, quasi ipnotizzato da quel ritmico brillare, sonnecchiò un paio d’ore sul divano; alle tre, indossò di nuovo giacca, sciarpa, cappotto, cappello, guanti e uscì. Era in ritardo di un’ora sulla tabella di marcia ma il giovane Strambi, alle prese con i feroci rapinatori del Pronto Soccorso, di certo non si era accorto della sua assenza.</p>
<p>Quando arrivò in Questura comprese subito che Morganti aveva già sparso la buona novella: grazie al peccatore Pepito Pampaloni, Dio aveva operato la miracolosa conversione del cuore di Sapìa.</p>
<p>Strambi lo accolse con entusiasmo:</p>
<p>“Mi avevano detto che, per fare il nostro mestiere, bisogna diventare duri quanto i delinquenti e mettere da parte i sentimenti &#8211; disse con foga il giovane Oscar &#8211; però, in certi momenti la bontà non si può nascondere.”</p>
<p>“Come la tosse e l’amore?” chiese ironico Sapìa.</p>
<p>“Stia tranquillo, dottore, non svelerò il suo segreto. Però mi permetta di dirle che lei è davvero una brava persona… sotto la corazza, s’intende. Ma chi si ferma alla superficie cosa capisce del mondo e degli uomini? Un bel niente.”</p>
<p>Sapìa subì rassegnato il panegirico di Strambi. Nei giorni successivi, di sicuro, anche il dottor Magliana, amico intimo di Morganti, l’avrebbe guardato in modo strano, lasciando capire di essere a conoscenza dei fatti. Se era fortunato, il suo processo di beatificazione si sarebbe consumato all’interno di quella piccola cerchia.</p>
<p>“Speriamo che gli altri la prendano a ridere, soprattutto Torrisi!” pensò il commissario salendo di nuovo in macchina.</p>
<p>Con questa nuova preoccupazione tra capo e collo tornò a casa e, finalmente, si mise a letto. Non aveva voglia di fare conversazione e cercò di infilarsi tra le coperte con le mosse di un contorsionista.</p>
<p>“Che è successo?” chiese la moglie. Aveva il sonno leggero e si svegliava facilmente.</p>
<p>“Niente, dormi Edda.”</p>
<p>“Ma come ‘niente’, hai detto che dovevi occuparti di una rapina!” osservò la moglie, ormai del tutto desta.</p>
<p>“Sì, due delinquenti hanno tentato una rapina al Pronto Soccorso, ora sono dentro.”</p>
<p>“Si meritano di passare una brutta notte di Natale!” osservò la moglie, sul punto di assopirsi di nuovo.</p>
<p>“Comunque sempre migliore della mia” disse il marito. La signora Edda non replicò: se avesse sentito quell’affermazione di certo si sarebbe preoccupata di sapere perché Italo si sentiva di quell’umore ma, per l’appunto, era già nel mondo dei sogni e così il commissario rimase a fissare il buio, nel silenzio. Ormai non aveva più neppure voglia di dormire.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><strong>FINE.</strong></span></p>
<p>&nbsp;</p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
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		<title>Anche quest’anno è Natale, Sapìa &#8211; 3</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Dec 2011 22:47:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Commissario]]></category>
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		<category><![CDATA[giallo]]></category>
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		<description><![CDATA[Terza Parte. Qui la Seconda Parte. Sapìa varcò per la seconda volta la soglia della Questura con un [<a href="http://www.scrivolo.it/2011/12/anche-quest%e2%80%99anno-e-natale-sapia-3/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton3128" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FLmcSq&amp;via=scrivolo&amp;text=Anche%20quest%E2%80%99anno%20%C3%A8%20Natale%2C%20Sap%C3%ACa%20%26%238211%3B%203&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2011%2F12%2Fanche-quest%25e2%2580%2599anno-e-natale-sapia-3%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><img class="alignleft" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2011/12/Natale-Sapia.jpg" alt="" width="250" height="200" /> <strong>Terza Parte.</strong></p>
<p>Qui la <a href="http://www.scrivolo.it/2011/12/anche-quest%e2%80%99anno-e-natale-sapia-2/">Seconda Parte</a>.</p>
<p>Sapìa varcò per la seconda volta la soglia della Questura con un po’ d’ansia. Sperava di trovare il collega arzillo ma Strambi, più che sveglio, appariva decisamente agitato: camminava avanti e indietro nel corridoio con occhi spiritati… evidentemente la triplice dose di caffeina aveva prodotto un effetto superiore alle aspettative.</p>
<p>L’ispettore di turno, seduto al posto del piantone, seguiva gli spostamenti di Strambi muovendo la testa come se assistesse a un incontro di tennis.</p>
<p>“Buon Natale, dottore” disse l’ispettore Boscoli, visibilmente sollevato dall’arrivo provvidenziale della Sfinge.</p>
<p>“Una volta tanto qualcuno sinceramente contento di vedermi” pensò Sapia.</p>
<p>“Rocchini è andato a prendere un altro caffè per il commissario, alla macchinetta” aggiunse Boscoli.</p>
<p>“Il caffè se lo può bere lei… il commissario Strambi viene con me” replicò Sapìa, trascinando Oscar nel suo ufficio: era più grande e più comodo dello stanzino del collega.</p>
<p>Alla vista del cibo l’insonne si tranquillizzò, forse aveva solo fame. Mangiarono con voracità, in silenzio, come animali.</p>
<p>“Tutto buonissimo, come a casa della mamma! Meno male che neanche a lei piace il pesce” commentò Oscar, a bocca piena, aprendo il contenitore dell’arrosto.</p>
<p>“Vuole le mie patate? la sera mi restano sullo stomaco” disse, mentendo, Sapìa. Si era accorto che il collega aveva già spazzolato tutto il contorno prima ancora di addentare la carne. Come i bambini… si ricordò che faceva così anche con i suoi figli, quando erano piccoli: lui fingeva di non avere più voglia di mangiare e le piccole manine si precipitavano nel suo piatto contendendosi le patatine.</p>
<p>“Se proprio non le digerisce… le prenderei volentieri” mormorò Oscar, servendosi senza ritegno.</p>
<p><span id="more-3128"></span></p>
<p>Terminato il cenino natalizio, Sapìa si congedò.</p>
<p>“Mia moglie mi aspetta in chiesa, devo andare.”</p>
<p>“Auguro un Buon Natale a tutta la sua famiglia, dottore &#8211; disse Strambi, stringendo con calore la mano del collega &#8211; e ringrazi tanto la signora Edda, la sua cena era magnifica. E poi mi permetta di ringraziare anche lei: con me è stato buono come un padre… lo so che non vuole sentirselo dire perché non ama le sdolcinatezze, ma è vero.”</p>
<p>“Al massimo le consento di considerarmi la sua tata &#8211; si schernì Sapìa &#8211; ci rivediamo verso le due… e, mi raccomando, niente spumante nella saletta ristoro: beva aranciata, altrimenti, con gli intrugli che prende per dormire, si abbiocca di nuovo!”</p>
<p>Quando giunse in strada, Sapìa avvertì uno strano prurito al torace: non sulla pelle, dentro il petto. Si sentiva leggero come se avesse appena risolto un caso.</p>
<p>In cinque minuti raggiunse la piazzetta a due isolati dall’Ufficio dove, di solito, parcheggiava la macchina. Posti liberi nei dintorni della Questura quella sera non mancavano ma, a scanso di problemi, preferiva sempre mantenere attivi gli automatismi quotidiani.</p>
<p>Stava per aprire la portiera dell’auto quando una folata d’aria gelida gli fece volare via il cappello. Lo inseguì fino alla prima traversa, poi in una stradina secondaria. Faticava a correre dietro al farfarello dispettoso che aveva rubato la sua amata lobbia, ma non intendeva mollare la presa: rivoleva a tutti i costi quel cappello, non importava se il vento l’aveva trascinato nelle pozzanghere e sbattuto contro i muri. Alla fine riuscì a placcare il rapito con la punta della scarpa, approfittando di una strettoia tra il muro e un cassonetto dell’immondizia.</p>
<p>“Maledetta tramontana! &#8211; disse ad alta voce &#8211; per fortuna in giro non c’è nessuno, altrimenti sai che risate!”</p>
<p>Si calcò la lobbia in testa fino alle orecchie, tenendola ferma con ambedue le mani. Proprio in quel momento una voce nel buio, alle sue spalle, disse con tono imperioso:</p>
<p>“Caccia il portafoglio o ti sparo!”</p>
<p>Sapìa valutò in un secondo la situazione: si trovava in una stradina deserta e oscura, aveva le mani alzate e qualcuno gli premeva un tubo, probabilmente la canna di una pistola, nella schiena.</p>
<p>In casi del genere la prudenza suggeriva di consegnare quanto richiesto al rapinatore e lasciarlo scappare. In fondo il danno era limitato, si trattava di bloccare le carte di credito e rifare i documenti. Però, nel suo portafoglio, il delinquente avrebbe trovato anche il distintivo… un pegno che non si poteva lasciare in mano a delinquente.</p>
<p>Comunque non aveva modo di difendersi, con le arti marziali non se la diceva e la pistola era rimasta, come sempre, nel cassetto della scrivania, in ufficio… decise di mettere in pratica il piano b: intavolare una trattativa.</p>
<p>“Adesso mi volto, faccio piano piano e tengo le mani in vista” disse con voce calma.</p>
<p>“Niente scherzi o ti stendo secco” replicò il rapinatore con tono aggressivo.</p>
<p>Quando il commissario si trovò ‘faccia a faccia’ con il mascalzone che lo minacciava vide che era davvero armato.</p>
<p>“Dammi il portafoglio &#8211; ripeté l’uomo, agitando minacciosamente la pistola &#8211; che aspetti, bischero!</p>
<p>Il bizzarro insulto, associato a una voce rauca, da forte fumatore, e a una corporatura tozza, un po’ goffa, creò un cortocircuito nella mente di Sapìa. Aveva poca memoria per le preghiere, usciva senza guanti e arrivava tardi agli appuntamenti, però non dimenticava la fisionomia dei suoi clienti… un nome si materializzò davanti ai suoi occhi, come se guardasse una foto segnaletica: Pepito.</p>
<p>“Pampaloni Pietro detto Pepito!” esclamò Sapìa, sollevando la falda della lobbia che faceva ombra al suo viso.</p>
<p>“Commissario!” disse il malvivente, sgranando gli occhi per la meraviglia.</p>
<p>“Ti sei messo a rapinare i poliziotti, ma bravo, vecchio mio!” replicò Sapìa.</p>
<p>L’uomo non sapeva più che dire e farfugliava.</p>
<p>“Scommetto che la pistola è un giocattolo &#8211; disse il commissario &#8211; non sei il tipo di balordo che spara a vanvera. Certo si può sempre peggiorare: prima facevi scippi e furtarelli, ora sei alle scuole superiori… rapina aggravata… e ai danni di un pubblico ufficiale!”</p>
<p>“Ha ragione, per la pistola &#8211; disse Pepito, gettando a terra l’arma &#8211; ma per il resto no, è la prima volta che minaccio qualcuno… così.”</p>
<p>“E hai scelto proprio la notte di Natale per fare questo bel salto di qualità?! Ti sembra il momento giusto per rimetterci la pelle?… la tua, s’intende, brutto caprone!”</p>
<p>“Ma con quel giocattolo non potevo fare male a nessuno, dottore, neanche per sbaglio!”</p>
<p>“Appunto per questo sei un coglione, anzi un bischero, come dici tu… che ne sa chi passa per strada che sei un fesso: tu lo aggredisci con una semiautomatica a fulminanti e lui si sente autorizzato a spararti, ma con una pistola vera! E, se è nervoso, ti buca da parte a parte senza pensarci due volte.”</p>
<p>“Lo so, è una stupidaggine… ma che altro posso fare! &#8211; piagnucolò il Pampaloni &#8211; sono fuori da tre mesi e non ho un lavoro: devo campare anch’io!”</p>
<p>“Guarda un po’ che giustificazione originale, non l’ho mai sentita! &#8211; commentò Sapìa, ironico &#8211; ora mi racconterai che la tua vecchia madre è malata e devi mantenere cinque figli gemelli in fasce.”</p>
<p>“Ma è davvero così, mi creda! &#8211; esclamò quasi gridando Pepito &#8211; volevo portare un regalo di Natale al mio bambino.”</p>
<p>“Andiamo, vieni con me senza fare storie &#8211; disse bruscamente il commissario, afferrando il Pampaloni per un braccio &#8211; mi fai proprio cascare le braccia! e non metterci anche il carico della resistenza.”</p>
<p>“Dove mi porta?” chiese il mancato rapinatore.</p>
<p>“In parrocchia.”</p>
<p>“In chiesa ?” disse Pepito, perplesso.</p>
<p>“Ma che chiesa e chiesa! In Questura!” gridò Sapìa, raccogliendo da terra la pistola giocattolo: era pur sempre una prova.</p>
<p>Il prigioniero si lasciò trascinare docilmente per qualche metro, poi appoggiò una mano al muro, ansimando. Trovò a fatica il fiato per mormorare:</p>
<p>“Non ce la faccio più, commissario… non mangio da tre giorni, mi gira la testa.”</p>
<p>Sapìa stava per partire alla carica ma incrociò lo sguardo davvero sofferente di Pepito. Lo conosceva da molti anni, in certo senso erano invecchiati insieme… non aveva la stoffa del vero criminale: si poteva definire un proletario della delinquenza, un paria ai margini della malavita organizzata. Se fosse nato in una famiglia diversa e in un altro quartiere avrebbe fatto l’operaio o il contadino, senza biasimo e senza lode. Era il soggetto giusto per dimostrare la validità della sua teoria determinista: il destino dell’uomo lo decide il cielo, ovvero il caso.</p>
<p>Intanto Pepito era scivolato a terra, svenuto. Sapìa, accertata la genuinità del malore, chiamò il 118. Si qualificò per ottenere un rapido soccorso: la Notte di Natale l’eccesso di bontà opera a danno dell’efficienza.</p>
<p>In macchina seguì l’ambulanza che portava il suo prigioniero all’ospedale: un abbassamento di pressione dovuto a carenza di zuccheri non richiedeva di certo un ricovero, però era sempre più prudente fare qualche controllo.</p>
<p>Il Pronto Soccorso era affollato e Pepito, codice verde, fu invitato ad accomodarsi in sala d’attesa. All’improvviso Sapìa si ricordò del suo appuntamento davanti alla chiesa. Mancavano ormai pochi minuti a mezzanotte: la moglie lo aveva generosamente salvato dalla cena in famiglia, non meritava certo di rimanere delusa anche questa volta!</p>
<p>Poteva affidare il Pampaloni al posto di guardia dell’ospedale, ma doveva chiamare l’agente, raccontare l’accaduto, mettere in agitazione gli altri pazienti, insomma creare un certo scompiglio. E poi, l’indomani, gli toccava scrivere un rapporto, spiegare per filo e per segno che un piccolo balordo aveva tentato di rapinarlo… i colleghi si sarebbero sganasciati dalle risate.</p>
<p>Che andasse al diavolo, Pepito con tutta la sua razza di mezzi delinquenti sfigati. All’improvviso Sapìa si ricordò dell’ispettore Morganti e del barbone che aveva salvato dalla strada, lo zio Ed, un poveraccio testimone di un brutale omicidio.</p>
<p>Decise di coinvolgere il serafico difensore della legge nel suo guaio: se era fortunato riusciva a passargli la patata bollente e correre in chiesa in tempo per l’<em>ite</em> <em>missa est</em></p>
<p>“E’ mezzanotte, dottore! &#8211; bisbigliò Morganti &#8211; sono a messa, non posso parlare.”</p>
<p>“Ho bisogno di lei: &#8211; disse Sapìa con voce bassa ma decisa &#8211; venga al Pronto Soccorso del Policlinico, con urgenza.”</p>
<p>“Ma devo riaccompagnare mia moglie e il bimbo a casa in macchina!”</p>
<p>“Mi stupisco di lei! Non lo sa che la fede non basta? ci vogliono anche le opere, lo dice San Paolo. Mi serve qui, subito.”</p>
<p>“Una disgrazia?” chiese preoccupato l’ispettore.</p>
<p>“Venga e vedrà con i suoi occhi se valeva la pena di disturbarla” rispose enigmatico Sapìa, chiudendo la comunicazione.</p>
<p>Emergenza, pericolo, soccorso erano parole che agivano sul subconscio di Morganti come magneti: il commissario era certo che l’ispettore si sarebbe precipitato lì in pochi minuti.</p>
<p>Rimaneva ancora in sospeso la questione dell’appuntamento: Sapìa chiamò la moglie:</p>
<p>“Scusami, Edda, sono in ritardo… è capitato un problema, una tentata rapina a mano armata &#8211; si giustificò &#8211; ma non ti preoccupare, roba da poco, arrivo tra una mezz’ora.”</p>
<p>La telefonata era rassicurante ma il tono della voce sottintendeva, volutamente, che si trattava di una faccenda grave.</p>
<p>La signora Edda non fece storie: dopo il primo anno di matrimonio aveva capito che le promesse del marito erano, al massimo, buone intenzioni e non se la prendeva più. Era ancora tutto intero e in salute, il resto aveva poca importanza.</p>
<p>“Non importa, se fai tardi noi torniamo a casa con mio fratello… Buon Natale, Italo” disse la moglie senza rancore.</p>
<p>Sapìa, sollevato, si accomodò di nuovo accanto a Pepito prima, però, prese al distributore una ciambella e un caffè bollente.</p>
<p>“Mangia &#8211; disse al suo prigioniero &#8211; e ringrazia la Convenzione di Ginevra.”</p>
<p>Pampaloni sorrise e, cogliendo uno spiraglio di benevolenza nel sarcasmo del commissario, iniziò a raccontare la sua triste storia:</p>
<p>“Lei ha moglie e figli, dottore?&#8230; sì… allora mi può capire. Quando sono uscito di galera, la quarta volta, ho incontrato una brava ragazza… non sapeva nulla del mio passato, accanto a lei potevo ricominciare a vivere davvero da zero. Per un po’ ho rigato diritto ma poi ci sono ricascato… alla prima complicazione ho ceduto: la disonestà è come un vizio, quando ce l’hai te lo tieni. Niente di speciale, furti su commissione nei negozi ma, dopo tre mesi, mi hanno beccato: lei lo sa che non sono bravo nel mio mestiere. Insomma, mia moglie ha scoperto tutto e se n’è andato, portandosi via il nostro bambino. Non vedo mio figlio da un anno.”</p>
<p>“Non per farmi i fatti tuoi &#8211; disse Sapìa &#8211; ma perché hai preso moglie fuori dal tuo ambiente?”</p>
<p>“Speravo di cambiare! L’amore fa questi scherzi” rispose mestamente il Pampaloni.</p>
<p>Sapìa stava per rispondere che l’amore, a volte, faceva anche miracoli ma un rumore violento lo distrasse. Come tutti i presenti si voltò verso la porta.</p>
<p>Due individui con un paracollo tirato fin sopra al naso erano entrati nella sala d’aspetto rovesciando il portaombrelli.</p>
<p>“Fermi tutti &#8211; gridò il più alto della coppia, brandendo un taglierino &#8211; chi tocca il cellulare lo sgozzo!”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><span style="text-decoration: underline; color: #ff6600;"><a href="http://www.scrivolo.it/2011/12/anche-quest%e2%80%99anno-e-natale-sapia-4/">Continua&#8230;</a></span></em></p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
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		<title>Lieto fine per una fiaba triste</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 11:00:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Beatrix</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[fiaba]]></category>
		<category><![CDATA[natale]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton3121" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2Fmpj2B&amp;via=scrivolo&amp;text=Lieto%20fine%20per%20una%20fiaba%20triste&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2011%2F12%2Flieto-fine-per-una-fiaba-triste%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2011/12/fiammiferaia.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3123" title="fiammiferaia" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2011/12/fiammiferaia.jpg" alt="" width="292" height="392" /></a></p>
<p>L’albero illuminava la stanza di un sommesso calore natalizio quando Giulio si lasciò cadere sul divano. Pensava. La piccola Lisa aveva scartato i doni sotto l’albero solo un’ora prima e adesso dormiva tranquilla nel lettone insieme alla mamma. Nella sua testa, invece, si inseguivano i ricordi. Si alzò dal divano e si avvicinò all’albero. Si chinò ad osservare uno ad uno i regali, poi prese in mano un bel libro di fiabe natalizie, regalo di sua sorella per Lisa. Lo aveva adocchiato subito, tra gli altri, e ora voleva verificare se aveva visto giusto. Lo sfogliò e trovò la conferma di quello che cercava. Con il libro in mano si spostò nello studio. Si armò di forbici, colla e nastro adesivo ed iniziò il lavoro. Tagliò con cura le ultime due pagine e con la colla cercò di nascondere le tracce della mutilazione. Non che non si vedesse che mancava qualcosa…… Giulio osservò le pagine staccate, piene di bei disegni colorati e provò le stesse sensazioni che aveva provato da bambino. I suoi occhi si inumidirono. Gli sembrava assurdo che dopo tutti questi anni bastassero delle illustrazioni a riportare a galla emozioni che ormai sembravano lontane anni luce, eppure era esattamente quello che stava succedendo. Riposizionò il libro insieme agli altri regali, nascose le due pagine tagliate tra i suoi libri e tornò a letto, dove la moglie e la figlia già dormivano serene.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando era piccolo i regali di Natale erano rari e preziosi. Ogni bambino, in casa sua, ne riceveva soltanto uno, ma di solito era sufficiente a renderlo felice. Uno dei regali più graditi, per lui, era stato un libro di fiabe simile a quello che Lisa aveva appena ricevuto. Lo aveva sfogliato mille volte, letto e riletto fino ad impararlo a memoria, aveva osservato le illustrazioni una ad una tanto da imprimerle in maniera indelebile nella sua memoria, dove si trovavano ancora, intatte. Ogni tanto, la sera, pregava la nonna di leggere le fiabe a voce alta per lui.</p>
<p>“Giulio, ma tu sai leggere!” obiettava la nonna.</p>
<p>“E’ vero, nonna, ma tu le sai leggere meglio!”rispondeva lui.</p>
<p>E così la nonna leggeva, con una voce che a Giulio sembrava così dolce da rendere allegre anche le fiabe tristi. Poi, una sera, all’improvviso, la nonna se ne andò per sempre. Giulio sfogliò di nuovo il libro di fiabe, ma lo trovò insolitamente freddo e vuoto. Preso da una rabbia cieca e ingovernabile fuggì nel bosco vicino a casa e sotto un grande albero strappò le pagine della fiaba che da sempre gli era sembrata la più triste e che la voce della nonna non avrebbe più potuto rendere piacevole. Poi pianse a lungo e verso sera, ancora sconvolto, tornò a casa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Era la vigilia di Natale. Grossi fiocchi di neve cadevano sulla gente che si affrettava per gli ultimi acquisti nei negozi sfarzosamente illuminati.</em></p>
<p><em>Una povera bambina cercava di vendere alcune scatole di fiammiferi all&#8217;angolo di una strada. Ma nessuno le prestava attenzione. &#8220;Come sono stanca!&#8221; sospirava. &#8220;Ma non posso tornare a casa senza soldi.&#8221;</em></p>
<p><em>E proseguiva: &#8220;Il mio patrigno mi picchierebbe, dato che non ci sono più né la mia mamma né la mia nonnina a proteggermi!&#8221;</em></p>
<p><em>Per un attimo rimase incantata davanti alla vetrina di una rosticceria ad ammirare quei piatti prelibati e fumanti, ma un commesso la scacciò in malo modo.</em></p>
<p><em>Poco oltre un signore e una ragazzina avvolta in un caldo mantello rosso salirono in una carrozza senza degnarla di uno sguardo.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>“Perché ti sei fermato, papà?” Chiese Lisa, volgendo i suoi occhioni color nocciola verso la faccia di Giulio.</p>
<p>“Non mi sono fermato, ho solo fatto una pausa.” Rispose Giulio “Ti piace la fiaba?”</p>
<p>“Si” Disse Lisa “continua a leggere, però…”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La bambina cercò rifugio in un vicolo, ma anche lì il freddo era terribile. &#8220;Se accendessi qualche fiammifero, forse mi scalderei un po&#8217;&#8221; pensò. Appena accesa, la fiammella si allargò e apparve una grossa stufa che emanava un bel calduccio. Ma come il fiammifero si spense, la stufa sparì e il freddo tornò, più acuto di prima.</em></p>
<p><em>&#8220;Era solo un bel sogno&#8230; Ma&#8230; se riprovassi? Forse la visione tornerebbe.&#8221; Alla fiammella del fiammifero questa volta apparve una stanza con una magnifica tavola su cui erano disposti i cibi più caldi e gustosi e i dolci più invitanti.</em></p>
<p><em>Nella stanza c&#8217;erano anche un grande camino con un bel fuoco scoppiettante e comode poltrone che sembravano dire: &#8220;Siediti e riposati&#8221;. Ma la bimba non fece in tempo ad ammirare tutte quelle cose che la stanza sparì.</em></p>
<p><em>La piccola accese in fretta un altro fiammifero. La luce crebbe fino a mostrare uno stupendo albero di Natale, carico di candeline e di decorazioni scintillanti: ai suoi piedi, tantissimi doni avvolti in allegre carte colorate. La bambina tese le mani verso quella meraviglia, ma ancora una volta tutto scomparve.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“E ora? Papà…guarda… il libro finisce qui.”</p>
<p>“Eh, si” disse Giulio “nel negozio di libri deve essere passato un topo birichino che ha mangiato le ultime due pagine …..”</p>
<p>Il volto di Lisa si dipinse di delusione: “e ora come faccio a sapere come finisce la storia? Dobbiamo tornare al negozio! Devi chiedere a Babbo Natale dove l’ha comprato!”</p>
<p>“No” rispose Giulio sorridendo “non ce n’è bisogno, sei una bambina fortunata perché io conosco questa fiaba e so benissimo come finisce. Te la racconto io la fine” Lisa lo scrutò dubbiosa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La piccola fiammiferaia stava per mettersi a piangere quando vide una bella signora con un bambino per mano andarle incontro. </em></p>
<p><em>“Ciao piccola” disse la bella signora “perché sei qui al freddo da sola?”</em></p>
<p><em> “Vendo fiammiferi, ma per scaldarmi li ho accesi quasi tutti; tornerò a casa senza soldi e il mio patrigno mi picchierà”. </em></p>
<p><em>Gli occhi della signora si riempirono di dolcezza. “Io ho un’altra idea: vuoi venire a passare il Natale da noi? Sono giorni e giorni che ti guardo e ho deciso che, se vorrai, la nostra casa sarà la tua da ora in poi. Avevo una bambina come te, ma una brutta malattia se l’è portata via. Vorrei che prendessi il suo posto. Ti va?” </em></p>
<p><em>La piccola fiammiferaia, incredula, rispose di sì. Quello fu per lei il primo di molti Natali felici, passati insieme alla sua nuova famiglia.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Lisa sembrava soddisfatta: “Scrivila, papà, la fine della storia, così la attacchiamo sull’ultima pagina del libro e avrò la fiaba completa.”</p>
<p>“SìI, mi sembra una buona idea, piccola, lo farò. Ora però, a letto!”</p>
<p>Lisa si incamminò obbediente verso la camera. Giulio cercò tra i suoi libri e, appoggiato alla finestra, solo con se stesso, volle leggere il vero finale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Desolata, la piccola fiammiferaia alzò lo sguardo al cielo e vide la scia d&#8217;argento di una stella cadente. &#8220;Qualcuno sta per salire in cielo&#8221; si disse. &#8220;Me lo raccontava la mia nonnina: se una stella vien giù, un&#8217;anima sale su&#8230;&#8221;</em></p>
<p><em>&#8220;Oh nonna, come vorrei che tu fossi qui con me!&#8221; E accese un altro fiammifero. Nella luce allora le apparve una vecchietta. &#8220;Oh, nonnina, finalmente! Ma aspetta, non sparire anche tu questa volta, ti prego!&#8221; La bambina si mise ad accendere tanti altri fiammiferi e la figura della nonna si mostrò bella e grande, avanzando verso la nipotina a braccia tese.</em></p>
<p><em>La piccola si buttò tra quelle braccia e ad un tratto non ebbe più freddo: la nonna la strinse a sé e la portò in cielo. La mattina dopo, all&#8217;angolo della via, i passanti trovarono il corpo assiderato della piccola fiammiferaia: intorno aveva un po&#8217; di fiammiferi bruciati, ma sul volto le splendeva ancora un sorriso di immensa felicità.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Giulio ripensò a quello che aveva fatto e non sentì neanche un’ombra di pentimento. Aveva risparmiato a sua figlia tristi pensieri sulla vita e sulla morte che avrebbe avuto tutto il tempo di elaborare crescendo. Per adesso, meritava di essere esente dalla sofferenza. Non era questo il modo migliore di augurarle buon Natale?</p>
<p><em> Image credits: <a href="http://www.indire.it/cgi-bin/diapftcgi3?dbnpath=/isis3/dati/dia/immag&amp;mfn=18402&amp;formato=Completo&amp;unico=1&amp;file_header=/archivi/dia/header.php   ">INDIRE</a></em></p>
<p><em> </em></p>
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	<p class="firma-autore">Beatrix</p>]]></content:encoded>
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		<title>Anche quest’anno è Natale, Sapìa &#8211; 2</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 13:44:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Commissario]]></category>
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		<description><![CDATA[Seconda Parte. Qui la Prima Parte. Da molti anni il commissario Sapìa trascorreva la sera del 24 dicembre [<a href="http://www.scrivolo.it/2011/12/anche-quest%e2%80%99anno-e-natale-sapia-2/">continua...</a>]]]></description>
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<p><strong>Seconda Parte.</strong></p>
<p><a href="http://www.scrivolo.it/2011/12/anche-questanno-e-natale-sapia/">Qui la Prima Parte</a>.</p>
<p>Da molti anni il commissario Sapìa trascorreva la sera del 24 dicembre in Questura.</p>
<p>Non era vittima di un’imposizione vessatoria dei superiori e, tantomeno, si sacrificava per compiacere i colleghi, semplicemente trovava piacevole svolgere quel servizio, considerato dall’universo mondo tanto disagiato da meritare un sostanzioso compenso extra.</p>
<p>Quando Sapìa, volenteroso Vicecommissario in carica solo da cinque mesi, per la prima volta si era ritrovato di turno nella notte di Natale, aveva accettato di buon grado la corvè: era un neoassunto e doveva concedere ai colleghi più anziani la possibilità di trascorrere le feste in famiglia, una volta tanto. Poi, però, con grande sorpresa, aveva scoperto che passare in Ufficio la Vigilia non solo non era affatto sgradevole ma, da un punto di vista sociale, veniva considerato un comportamento legittimo, se non addirittura lodevole. Mentre le ‘persone normali’ precipitavano nel caos delle riunioni di famiglia abbuffandosi fino alla nausea di tartine in attesa del cenone, un servitore dello Stato in servizio poteva sottrarsi all’obbligo di recitare la pantomima buonista davanti all’albero di Natale senza scandalizzare il parentado o meritarsi l’appellativo di misantropo.</p>
<p>Così, in seguito, Sapìa aveva chiesto di svolgere volontariamente il turno natalizio: se tutto rimaneva tranquillo in città, trascorreva una Vigilia silenziosa, sobria, rilassante…e senza postumi digestivi: quella sì era davvero una Notte Santa!</p>
<p>La moglie, dopo la terza assenza consecutiva, aveva capito che il marito non era perseguitato da superiori malvagi e si era rassegnata all’idea di non averlo a cena per l’occasione. Il Bambinello sarebbe nato anche senza di lui.</p>
<p>Già nei primi mesi di fidanzamento aveva notato che il suo Italo non si comportava come gli altri innamorati: era introverso, riservato e pieno idiosincrasie però, con tutte le sue stranezze, non superava mai il limite della convenienza e, nelle situazioni importanti, si dimostrava affidabile e capace.</p>
<p>Soppesati i pro e i contro, Edda aveva deciso di sposare ugualmente l’insolito spasimante illudendosi che il matrimonio fosse la lima giusta per smussare gli angoli di un carattere spigoloso. Naturalmente Sapìa non mutò affatto e, dopo la nascita di Annalisa, la moglie decise di tenerselo così com’era, facendo buona faccia a cattivo gioco.</p>
<p><span id="more-3113"></span></p>
<p>La madre Egle, invece, non appena si rese conto di avere messo la figlia nelle mani di un uomo men che perfetto, gli dichiarò guerra: non intendeva accettare un genero <em>sui generis. </em>Ai<em> </em>suoi occhi il ‘questurino’ aveva solo difetti: era un orso, un rospo, uno scorbutico, un bastiancontrario, un misantropo, un meschino, un Barbablù che rendeva impossibile la vita della povera Edda e dei tre sventurati figli.</p>
<p>“Italo non è sociale”, sentenziava, zia Domitilla, sorella di Egle, bollando il marito della nipote con il marchio infamante di nemico del popolo.</p>
<p>Sapìa trovava risibili le critiche delle due vecchie signore e, incurante della loro scandalizzata reazione, anno dopo anno festeggiava con immutata soddisfazione la Vigilia in Ufficio… dopo tutto, non faceva male a nessuno e beneficava se stesso.</p>
<p>Le accuse mosse dalle sorelle Primiero, in effetti, erano in gran parte motivate ma la loro condanna non teneva conto delle attenuanti e, nella contabilità coniugale, i meriti valgono sempre il doippio dei difetti.</p>
<p>“Non bevo, non vado al bar, non gioco a carte, non corro dietro alle donne &#8211; si lamentava Sapìa con la moglie &#8211; sono il ritratto del marito ideale eppure tua madre mi considera un Barabba: per lei conta solo l’apparenza.”</p>
<p>Edda sorrideva e, in cuor suo, dava ragione al marito, però taceva per non rompere il fronte: dopo tutto, nelle piccole guerre domestiche, la signora Egle era un’alleata di tutto rispetto.</p>
<p>Su un difetto però le opinioni di parenti, familiari e conoscenti del commissario concordavano incondizionatamente: Italo era un insopportabile tediosissimo abitudinario.</p>
<p>Sapìa, in realtà, aveva un carattere imprevedibile. Da bambino detestava annoiarsi ma era anche molto distratto e così perdeva i giocattoli, dimenticava di fare i compiti, lasciava a casa il quaderno o il libro, saliva sull’autobus sbagliato. Divenuto adulto, per evitare guai peggiori, aveva imparato a gestire la propria vita in modo ripetitivo: suppliva al deficit di attenzione e di memoria applicando la stessa procedura standard a tutte le operazioni simili. Faceva sempre le stesse cose nello stesso modo e così sapeva sempre cosa aveva fatto anche se non ricordava di averlo fatto e faceva tutto quello che doveva fare anche se aveva la testa altrove. Insomma, era diventato abitudinario per praticità e, alla lunga, il metodo aveva preso il posto della natura.</p>
<p>Sapìa parcheggiava sempre in una certa zona per evitare di vagare ore alla ricerca della macchina, non spostava mai gli oggetti d’uso quotidiano dal loro posto e sapeva in anticipo cosa avrebbe fatto il primo di luglio, la mattina di Capodanno e, naturalmente, la sera della Vigilia. Il rituale del 24 dicembre però era speciale perché aveva anche un valore scaramantico: se tutto filava liscio come sempre anche l’anno a venire non avrebbe riservato cattive sorprese.</p>
<p>A sera della Viglia, alle diciannove, immancabilmente Sapìa faceva uno spuntino, prendeva il caffè guardando il telegiornale e poi usciva per andare al lavoro.</p>
<p>Appena varcata la soglia della Questura criticava scherzosamente lo striminzito alberello di plastica che adornava l’ingresso, lo stesso da vent’anni, elogiando nel contempo lo spirito d’abnegazione dei ‘poveracci’ in servizio. I presenti, già rattristati dall’ingiusto ostracismo che li escludeva dalla gioia collettiva, fingevano di non sentire i suoi ironici commenti.</p>
<p>Il commissario ascoltava il rapporto dell’ispettore di turno, dava qualche disposizione e contribuiva alla colletta per l’acquisto del panettone che avrebbero consumato, tutti insieme, a mezzanotte. Questione di due o tre minuti, auguri pro forma, sbadigli e un ditale di spumante offerto, per tradizione, dal più giovane in servizio.</p>
<p>Poi si chiudeva nel suo ufficio e lì, salvo intoppi, trascorreva il resto della serata. Univa due poltroncine creando un’improvvisata ‘dormeuse’ e, dato che il riscaldamento era al minimo, si copriva con il cappotto. Per confortarsi, teneva a portata di mano un termos di caffè e biscotti.</p>
<p>Alle nove tirava fuori un pacchetto che aveva portato da casa… il regalo di Natale della moglie. Sempre lo stesso eppure sempre diverso: un libro.</p>
<p>Tra la signora Sapìa e la letteratura non correva buon sangue però Edda si preoccupava che il marito avesse sottomano un libro adatto per la sera di Natale, un <em>best seller</em> non troppo stupido e lungo per risparmiare le meningi e gli occhi.</p>
<p>Aveva idee chiare in mente ma, consapevole dei propri limiti culturali, affidava la scelta del titolo al commesso della libreria. Era un po’ come dire al macellaio “una fettina per la pizzaiola”: spettava all’esperto negoziante soddisfare le esigenze della cliente e tagliare la carne!</p>
<p>Verso le undici, per non sembrare un arido egotista, il commissario faceva una breve apparizione domestica: un quarto d’ora di giulebbe natalizio si poteva anche sopportare! Salutava Edda e i figli, la suocera Egle, la zia Domitilla, i cognati e i nipoti, come tutti gli anni ospiti a cena, e se ne tornava in Ufficio.</p>
<p>Quando spariva nel buio gelido della notte, i parenti della moglie lo guardavano, una volta tanto, con ammirazione: in quel momento vedevano in lui un servitore dello Stato che si sacrificava per la patria, eroico quasi quanto il povero capitano Alvise Primiero.</p>
<p>Come abbigliamento forse si somigliavano, ma il novello Comandante Nobile non stringeva sottobraccio la cagnetta Titina bensì una borsa termica ricolma di antipasti, pasta al forno, arrosto con patate e dolce: il rancio della Vigilia.</p>
<p>Sapìa consumava in solitudine, seduto alla scrivania del suo uffico, le leccornie preparate dalle donne di casa e, un minuto prima della mezzanotte, si presentava nella saletta ristoro per brindare con gli agenti e l’ispettore di turno… alla faccia del regolamento. Poi, se la città rimaneva tranquilla, dormicchiava qualche ora, fino all’alba.</p>
<p>Insomma, il 24 dicembre era uno dei giorni, anzi delle notti, che Sapìa preferiva.</p>
<p>Il Vicequestore Torrisi, però, aveva improvvisamente deciso di guastare l’idillio natalizio del suo funzionario. Non approvava che un servizio a turnazione fosse svolto sempre dalla stessa persona benché volontaria: era una situazione troppo logica, quindi contraria al Regolamento e allo spirito della Pubblica Amministrazione.</p>
<p>Così, all’inizio di dicembre Torrisi aveva convocato Sapìa:</p>
<p>“Quest’anno, caro dottore, lei passerà la notte di Natale in famiglia, come tutti &#8211; aveva esordito, con finta premura &#8211; è un suo diritto e, direi, anche un mio dovere, come responsabile del benessere psico-fisico del Personale.”</p>
<p>“Ma per me non è un sacrificio &#8211; aveva prontamente replicato Sapìa, insospettito dal tono benevolo del superiore &#8211; le riunioni conviviali mi annoiano… almeno al lavoro sono utile… anche ai colleghi che hanno impegni di famiglia.”</p>
<p>“Già, i colleghi a parole sono contenti &#8211; aveva insinuato il Vicequestore &#8211; ma poi vengono a lamentarsi da me… il compenso accessorio per il superfestivo fa gola a tutti… le gelosie ci sono sempre… il nostro ambiente, lo sa, è un covo di vipere!”</p>
<p>“Se qualcuno vuole lavorare il 24 sera si faccia pure avanti e io rinuncio!” aveva esclamato Sapìa, indignato dall’allusione di Torrisi ad un presunto tornaconto economico. Tutti sapevano che passava la notte di Natale in Questura per evitare le formalità della festa, non certo per una miseria di stipendio accessorio.</p>
<p>“La turnazione è prevista dal regolamento &#8211; aveva sentenziato Torrisi, tagliando corto &#8211; insomma, la sera di Natale sarà in servizio il dottor Strambi: deve fare pratica e poi qui non ha parenti, passerebbe comunque la notte da solo… e lei potrà finalmente godersi una serena Vigilia con i suoi!”.</p>
<p>Sapìa, in linea di principio, concordava con il suo capo: l’ultimo arrivato doveva sobbarcarsi i lavori peggiori, però bisognava guardare un po’ di fino la pezza di stoffa prima di tagliare il vestito! Strambi era giovane, inesperto e nessuno lo conosceva davvero: forse non aveva abbastanza pratica per gestire un’eventuale situazione di crisi.</p>
<p>Il commissario decise di tentare la carta del pivello.</p>
<p>“Ha ragione, signor Vicequestore, Natale è un momento difficile per chi non vive in famiglia &#8211; disse, tastando la solidità del terreno prima di avanzare con l’artiglieria &#8211; la felicità degli altri rende insopportabile la solitudine.”</p>
<p>“E con questo?” chiese Torrisi incuriosito. Non capiva dove stava andando a parare la Sfinge.</p>
<p>“Beh… il dottor Strambi ultimamente è un po’ depresso… si scontra con le prime difficoltà del nostro mestiere e tende a scoraggiarsi… di fronte a un’emergenza potrebbe anche reagire male, in modo imprevedibile.”</p>
<p>Torrisi, per carattere prudente fino alla pavidità, afferrò subito il messaggio. Non poteva lasciare la Questura in mano a un disgraziato capace di tirarsi una revolverata alla testa per festeggiare il Santo Natale. In effetti bastava un’occhiata per capire che Strambi viveva perennemente sotto stress: si mordeva le dita a sangue, rimaneva in silenzio per ore, non parlava mai di donne… era una bomba a orologeria innescata.</p>
<p>“E lei cosa suggerisce di fare, con Strambi?” domandò Torrisi, conciliante.</p>
<p>Sapìa avrebbe voluto rispondere “maneggiare con cura, pericolo esplosione” ma si trattenne: doveva mostrarsi paternamente preoccupato.</p>
<p>“Se il turno è già di Strambi, l’assegnazione non si può revocare, sarebbe una manifestazione di mancanza di fiducia offensiva &#8211; osservò con pacatezza &#8211; però si potrebbe risolvere il problema affidando a un funzionario anziano il compito di dare un’occhiata e, al bisogno, un consiglio al giovanotto… in forma amichevole, s’intende.”</p>
<p>“Indovino già quale nome suggerirebbe &#8211; replicò ironico Torrisi &#8211; se proprio ci tiene, la metto reperibile, avrà solo quel compenso, poi faccia pure come crede.”</p>
<p>“Non intendo starmene a casa tutta la sera &#8211; disse Sapìa, soddisfatto di avere centrato il bersaglio con tanta facilità &#8211; mi presenterò due o tre volte in Questura, con una scusa, per vedere se Strambi regge bene la tensione e la mancanza di sonno&#8230; sa, quel ragazzo dorme poco e male: si sveglia sempre all’alba… per questo alle sette è già in Ufficio.”</p>
<p>Torrisi annuì, contento di avere salvato la faccia di fronte ai suoi sottoposti: quel Natale Sapìa non avrebbe riscosso l’indennità accessoria ma solo la reperibilità… se poi voleva lavorare <em>gratis et amore dei</em> al posto di Strambi, fatti suoi!</p>
<p>Così, per la prima volta in tanti anni, Sapìa si ritrovò in famiglia la sera della Vigilia.</p>
<p>I parenti di Edda suonarono alla porta di casa verso le otto. Dopo i soliti baci e abbracci i presenti si divisero e, come militari in manovra, raggiunsero le loro postazioni: la moglie, la figlia, la suocera, la zia, la cognata si chiusero in cucina, il figlio Fredo portò i cugini Stefano e Alvise a giocare con il computer in camera, i nipoti più piccoli con Paolino, il figlio minore, si dedicarono alla messa a punto del presepe.</p>
<p>I cognati evidentemente facevano parte delle furerie perché si stravaccarono sul divano davanti al televisore con l’aria più scioperata del mondo: avevano portato da casa un cd con una partita di campionato registrata.</p>
<p>Era il momento giusto per sparire, pensò Sapìa. Ovviamente sarebbe tornato subito, il tempo di controllare se tutto filava liscio in Questura. Nessuno avrebbe notato la sua mancanza e, alle nove, contava di trovarsi di nuovo a casa. Poi, verso le dieci e mezzo, poteva fare un’altra scappata, con la scusa di portare al povero Strambi il rancio: la moglie, cuore di mamma, si era offerta di preparargli un panierino, di sicuro strapieno.</p>
<p>“Così il piccolo Oscar potrà abbuffarsi in santa pace con la sua razione K &#8211; pensò Sapìa &#8211;  pasta al forno e arrosto misto con patate… mentre io, sarò a tavola con le sorelle Primiero e, a mezzanotte, dovrò presentarmi a rapporto in chiesa.”</p>
<p>La supposizione di non essere notato perché presente in via eccezionale aveva però poco fondamento: la moglie si era accorta dei suoi preparativi ma, dato che aveva già messo in conto un’uscita del marito prima dell’ora concordata per il ‘sopralluogo’ in Questura, non si irritò.</p>
<p>“Italo si annoia, non sopporta lo sport, figurati se si mette in poltrona a guardare la partita con gli altri” aveva detto la signora Edda alla madre, per giustificare l’ennesima  ‘scorrettezza’ di Italo.</p>
<p>“Chi non si sopporta il peso della famiglia non deve sposarsi” aveva replicato la signora Egle.</p>
<p>“E se voleva fare l’eremita, doveva andare frate a Vallombrosa” aveva aggiunto la zia Domitilla.</p>
<p>Il commissario raggiunse la Questura in pochi minuti. Prima di varcare il portone guardò l’orologio. Era in anticipo ma non si stupì: la sera della Vigilia, dopo le otto, le strade si svuotavano e la città sembrava disabitata, come se fosse incantata o devastata da una pestilenza:</p>
<p>“Questo è il silenzio che si deve sentire dopo lo scoppio di una bomba atomica” pensò all’improvviso Sapìa e una strana tristezza gli strinse il cuore.</p>
<p>Come ogni anno espresse la sua opinione sull’albero e ironizzò sui colleghi presenti. L’ispettore Boscoli sembrava stranamente contento di vederlo e gli andò incontro ma non per salutarlo: con tono preoccupato gli sussurrò all’orecchio che non vedeva ‘il dottore’ da almeno mezz’ora. Evidentemente Torrisi aveva chiesto anche ad altri di sorvegliare il neocommissario di turno.</p>
<p>Sapìa entrò nell’ex stanzino adibito a ufficio di Strambi con un brutto presentimento. Si stupì di non vedere nessuno seduto al tavolo da lavoro, nonostante la lampada fosse accesa… si guardò intorno perplesso… forse il ragazzo era al bagno. Poi notò una scarpa che sbucava da dietro la scrivania.</p>
<p>Si avvicinò con il cuore in gola: Strambi era a terra, immobile. Ecco cosa succedeva a lasciare un depresso da solo la notte di Natale!</p>
<p>Si piegò per sentire il polso del giacente ma, quando allungò la mano, il presunto morto si scosse e aprì gli occhi, meravigliato.</p>
<p>“Ah, è lei, dottore” disse con voce impastata.</p>
<p>“Ma non soffriva d’insonnia, Strambi?” chiese Sapià bruscamente.</p>
<p>“Certo che sì, prendo sempre un sedativo verso le otto, ma serve a poco” rispose, rialzandosi, Strambi. Sembrava ancora un po’ intontito.</p>
<p>“Guarda che caso proprio oggi ha funzionato a meraviglia! Ma che le è saltato a mente! &#8211; lo rimproverò Sapìa &#8211; prendere un sonnifero quando fa il turno di notte! roba da corte marziale!”</p>
<p>“Non siamo più militari, dottore” osservò Strambi, ormai del tutto sveglio.</p>
<p>“Bene, allora roba da prendersi tre mesi di sospensione dallo stipendio &#8211; replicò il commissario, infuriato da tanta innocente impertinenza &#8211; ma, per questa volta, non dirò a Torrisi che si diverte a fare il morto in ufficio e dorme per terra come i cani… a Natale voglio essere buono.”</p>
<p>“E’ stato un colpo di sonno, mi sono sdraiato solo per un momento!” si difese Oscar.</p>
<p>“Il colpo, qui, l’ho preso io quando sono entrato &#8211; disse Sapìa, uscendo dall’ufficio &#8211; e non si permetta mai più di fare scherzi del genere!”</p>
<p>“Quando torna?” domandò timidamente Strambi. Temeva di essersi giocato il promesso cestino delle undici.</p>
<p>“Come avevamo concordato… alle undici… ma veda di non farsi trovare appeso al lampadario, tanto per ridere!” rispose Sapìa, sbattendo la porta.</p>
<p>Si diresse verso il gabbiotto della portineria: il piantone era concentrato su un rebus della “Settimana enigmistica” particolarmente ostico e non lo sentì arrivare.</p>
<p>“Mi concede un attimo del suo tempo, agente?” domandò con tono sarcastico Sapìa.</p>
<p>“Certo, dottore, mi scusi” esclamò il piantone, schizzando in piedi sull’attenti. Di solito la Sfinge, dopo aver sbattuto una porta, infilava l’uscita infuriato, senza guardare in faccia nessuno.</p>
<p>“Dovrebbe farmi un piacere, Rocchini… porti il caffè al dottor Strambi: uno ogni mezz’ora &#8211; disse Sapìa, posando dieci euro sul bancone &#8211; con il resto si prenda anche lei un paio di caffè: qui c’è troppa calma, sembra di stare all’obitorio!”</p>
<p>Il commissario rientrò a casa poco dopo le nove. La situazione logistica non era mutata: donne in cucina, uomini davanti al televisore, minori intenti a giocare.</p>
<p>Per passare il tempo Sapìa prese dalla montagnola colorata dei regali il pacchetto con il libro preparato dalla moglie e lo aprì.</p>
<p>“Che fai, Italo! &#8211; esclamò scandalizzato il marito della cognata Marisa &#8211; sono solo le nove!”</p>
<p>“Ti confesso un segreto, Raimondo &#8211; disse Sapìa, continuando a scartare &#8211; Babbo Natale è un’invenzione della Coca Cola, non occorre aspettare che passi la sua slitta volante per vedere i regali.”</p>
<p>“Insomma, così rovini la sorpresa &#8211; si intromise l’altro cognato Osvaldo, fratello di Edda &#8211; per tradizione i regali si aprono a mezzanotte: i doni sono il bello della festa!”</p>
<p>“Ma guarda! credevo fosse il Natale di Gesù, invece è San Regalo!”</p>
<p>“Piantala, Italo &#8211; disse la suocera entrando in salotto con un vassoio di frutta secca &#8211; quando la smetterai di fare il rompiscatole! Se non ci sei ci dispiace ma se ci sei ci dispiace anche di più!”</p>
<p>Sapìa non replicò. Stava sfogliando con grande interesse il suo nuovo libro: “Le campane di Bicêtre” di Simenon.</p>
<p>“Non tocco nient’altro, promesso &#8211; disse, dopo qualche secondo &#8211; e la ringrazio, mammina, per l’affettuoso apprezzamento!”</p>
<p>“E’ la verità &#8211; replicò la suocera &#8211; avrai anche dei pregi ma sei un guastafeste! lo sappiamo tutti che non ti piacciono le riunioni di famiglia, è il tuo bel carattere, ma almeno non rovinarci il divertimento!”</p>
<p>Sapìa lasciò cadere l’argomento e si concentrò nella lettura. Rimase tranquillamente sdraiato in poltrona fino alle undici, quando la moglie gli consegnò la cena di Natale per Strambi.</p>
<p>“Ho preparato doppia porzione di tutto &#8211; disse Edda – così, se vuoi, puoi rimanere con il tuo collega… non preoccuparti per noi, siamo abituati a passare la Vigilia senza di te. Però mi raccomando: presentati in chiesa a mezzanotte!”</p>
<p>“Vengo di sicuro… se tutto fila liscio &#8211; rispose Sapìa riconoscente per la grazia ricevuta &#8211; altrimenti non posso lasciare Strambi da solo: è il suo primo servizio superfestivo.”</p>
<p>“Ma che vuoi che succeda…la Notte Santa!”</p>
<p>“Hai proprio una strana idea del mondo, Edda &#8211; replicò il commissario, preparandosi ad uscire &#8211; credi che Natale renda tutti buoni e felici… invece, è vero il contrario: durante le Feste i depressi si ammazzano con più piacere, le abbondanti libagioni eccitano l’aggressività e non c’è momento migliore di un pranzo in famiglia per regolare a pistolettate i conti tra parenti. Presenti esclusi, s’intende.”</p>
<p><span style="text-decoration: underline; color: #ff6600;"><a href="http://www.scrivolo.it/2011/12/anche-quest%e2%80%99anno-e-natale-sapia-3/">Continua&#8230;</a></span></p>
<p>&nbsp;</p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
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		<title>Anche quest&#8217;anno è Natale, Sapìa</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 09:52:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Commissario]]></category>
		<category><![CDATA[giallo]]></category>
		<category><![CDATA[natale]]></category>
		<category><![CDATA[Sapia]]></category>

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		<description><![CDATA[Prima Parte. “Giacca, sciarpa, cappotto, cappello, guanti” mormorò tra sé il commissario Sapìa, avvicinandosi all’attaccapanni nel corridoio. Recitava [<a href="http://www.scrivolo.it/2011/12/anche-questanno-e-natale-sapia/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton3104" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FBTbDt&amp;via=scrivolo&amp;text=Anche%20quest%26%238217%3Banno%20%C3%A8%20Natale%2C%20Sap%C3%ACa&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2011%2F12%2Fanche-questanno-e-natale-sapia%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2011/12/Natale-Sapia.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3108" title="Natale Sapia" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2011/12/Natale-Sapia.jpg" alt="" width="500" height="400" /></a></p>
<p><strong>Prima Parte.</strong></p>
<p>“Giacca, sciarpa, cappotto, cappello, guanti” mormorò tra sé il commissario Sapìa, avvicinandosi all’attaccapanni nel corridoio. Recitava quella giaculatoria per essere certo di indossare tutto il necessario, prima di chiudersi la porta di casa alle spalle.</p>
<p>Detestava perdere tempo in futilità come l’abbigliamento: la mattina, di solito, si preparava in fretta e, al momento di uscire, spesso dimenticava la giacca, la sciarpa oppure i guanti. La moglie sosteneva che, un giorno o l’altro, si sarebbe ritrovato in strada senza pantaloni.</p>
<p>Sapìa, citando la Bibbia, ribatteva che Dio aveva inventato i vestiti per punire il peccato originale: lui non pretendeva certo di passeggiare in costume adamitico ma, osservava, per tutelare il comune senso del pudore ed evitare il raffreddore potevano bastare un plaid oppure un perizoma… insomma, tra coprire le nudità e indossare un abito esisteva una bella differenza.</p>
<p>Vestirsi era, in sostanza, un’operazione di camuffamento sociale e richiedeva un grande impegno: faticose indagini nei cassetti e negli armadi, prove e riprove, valutazione degli accostamenti cromatici, reperimento di accessori coordinati. Così i panni volavano all’aria per ore finché l’immagine riflessa nello specchio non corrispondeva all’idea di sé che si voleva spacciare alla fiera della vanità, spesso abissalmente diversa dal dato reale.</p>
<p>Ovviamente anche Sapìa, in certe occasioni, si metteva in ghingheri: esequie, battesimi, matrimoni, incontri con il procuratore della Repubblica, testimonianze processuali o pellegrinaggi al superiore Ministero richiedevano un abbigliamento adeguato e solo un esibizionista si sarebbe presentato in certi posti vestito alla carlona. “Quando si sa che ‘è gradita la cravatta’ bisogna tirare fuori dall’armadio l’abito della domenica, senza fare storie”,  si diceva il commissario.</p>
<p><span id="more-3104"></span></p>
<p>A volte, però, Sapìa scivolava nel vortice del <em>look</em> senza necessità e per un motivo che nulla aveva a che fare con la frenesia dell’apparenza modaiola. Sentiva all’improvviso il bisogno di indossare qualcosa di ‘giusto’ per compensare una fastidiosa sensazione d’inadeguatezza che poteva avere cause disparate… problemi di lavoro, preoccupazioni per la salute, pensieri negativi che, di tanto in tanto, evadevano dalla memoria e occupavano di prepotenza la coscienza.</p>
<p>Sapia, allora, diventava inquieto, incontentabile, irascibile: all’alba metteva sottosopra il guardaroba a caccia di un particolare indumento che ricordava di possedere ma aveva perso di vista da un po’ di tempo, svuotava lo stanzino per stanare vecchie scarpe che non metteva mai perché strette come una garrota e, se non trovava subito l’oggetto che aveva in mente, si spazientiva. Quella certa camicia diventava all’improvviso indispensabile per raggiungere l’Ufficio, la Stazione, il Tribunale e il commissario, in preda all’ansia, iniziava ad aggirarsi per la camera da letto come una belva in gabbia, urtava i mobili, inciampava nei tappetini, apriva nervosamente i cassetti e, armato di torcia, perquisiva tutti gli angoli della stanza alla ricerca del suo <em>graal</em>, imprecando a mezza voce contro chi gli nascondeva le cose.</p>
<p>In quei momenti invidiava persino i colleghi della Benemerita perché la divisa li sottraeva alla tentazione demoniaca di esercitare il libero arbitrio nel campo dell’abbigliamento.</p>
<p>La signora Edda, stanca di essere importunata all’alba per fornire informazioni atte a reperire qualcosa che, magari, ammuffiva nei magazzini della Caritas oppure si trovava nella cesta dei panni sporchi, da qualche anno aveva introdotto un sistema di vestizione ‘automatica’: la sera, prima di andare a letto, concordava con il marito la <em>mise </em>dell’indomani e sistemava in giro per la casa i vari indumenti secondo uno schema associativo-cronologico. La collocazione degli oggetti rispecchiava la successione delle operazioni e, da un punto di vista logistico, seguiva il percorso abituale di Sapìa: appena sveglio, al buio, il commissario si ficcava nel bagno e qui trovava mutande calzini e maglietta, poi tornava in camera da letto e, a tastoni, afferrava prima i pantaloni appesi all’anta dell’armadio più vicina alla porta, poi la gruccia con la camicia, agganciata alla maniglia dello sportello successivo; quindi si spostava nel corridoio, accendeva la luce e, guardandosi allo specchio, si annodava la cravatta che lo attendeva distesa sul mobile del telefono. Infine prendeva il gilet, posato sulla spalliera di una vicina sedia, e metteva le scarpe. L’operazione si concludeva davanti all’attaccapanni: Sapìa indossava i ‘capi spalla’ con i relativi <em>optional</em> di stagione e, finalmente, poteva uscire di casa.</p>
<p>Con il metodo ‘Edda’ sbagliarsi era impossibile e mancava il tempo o l’occasione  per cercare soluzioni alternative: tra il suono della sveglia e il rumore del portone di casa che si chiudeva non trascorrevano mai più di trenta minuti.</p>
<p>La preparazione delle escursioni pomeridiane e serali, naturalmente, richiedeva meno tempo: occorreva applicare solo il paragrafo finale del protocollo e, per sicurezza, la signora Sapìa aveva imposto al marito di imparare a mente la filastrocca ‘giacca, sciarpa, cappotto, cappello, guanti’.</p>
<p>Uno sforzo non da poco, considerato che la memoria era il tallone d’Achille del commissario. Già ai tempi della Prima Comunione il piccolo Italo si era dannato per imparare il Credo e, al momento della confessione, aveva fatto scena muta: si era scordato non solo l’elenco dei suoi peccatucci ma anche Atto di Dolore! una vera Caporetto! Per fortuna il parroco aveva chiuso un occhio, altrimenti sarebbe diventato il primo bambino bocciato in Catechismo nella storia della Chiesa postconciliare.</p>
<p>Sapìa, fermo davanti all’attaccapanni, guardò l’orologio appeso alla parete: erano le venti, poteva prendersela comoda. Indossò la giacca si accomodò con cura la sciarpa intorno al collo, accostando i lembi sul petto come se fosse un paramento sacro; quindi si mise il cappotto di loden, abbottonandosi fino alla gola. Poi infilò una mano in tasca per controllare che i guanti fossero al loro posto… a volte, rientrando dal lavoro li posava in camera o in salotto. Infine si calcò in testa il cappello, una vecchia lobbia con la falda abbassata da un lato.</p>
<p>Per sincerarsi di essere ‘a posto’ il commissario gettò un’occhiata nello specchio. La bocca si contrasse in una smorfia di autocommiserazione involontaria: l’uomo nella cornice di legno dorata ormai era un vecchio e, così abbigliato, aveva l’aria del senzatetto costretto a bardarsi come un esploratore polare per non morire assiderato… sembrava uno di quei poveracci imbacuccati che, ai margini della città, saltellavano intorno a falò improvvisati da prostitute in <em>mis</em><em>e </em>agostane.</p>
<p>Però, secondo Edda, quello era l’abbigliamento ‘giusto’ per un’escursione dicembrina.</p>
<p>Mentre rifletteva sugli inganni dell’apparenza e sui possibili punti di contatto tra un commissario e un barbone, la moglie gli gridò, dalla cucina:</p>
<p>“Hai messo anche il secondo paio di calze? lo sai che, se prendi freddo ai piedi, ti viene il raffreddore! Garantito!”</p>
<p>Sapìa si era illuso di passare inosservato come un ninjia ma, in realtà, Edda lo stava monitorando già da un po’.</p>
<p>“Le donne hanno un radar incorporato! &#8211; pensò stizzito Sapìa &#8211; altro che sgattaiolare fuori alla portoghese… ora mi tocca la rivista dell’ufficiale di picchetto.”</p>
<p>“Ma, insomma, le hai messe o no?” chiese di nuovo la moglie.</p>
<p>“Certo, ho addosso doppie calze e colbacco &#8211; rispose Sapìa &#8211; così faccio crepare d’invidia il dottor Zivago, quando ci incontriamo qui fuori, in mezzo alla steppa!”</p>
<p>“Scherza, scherza pure… ma il gelo è più pericoloso del fuoco, io lo so bene! &#8211; replicò la moglie, affacciandosi nel corridoio &#8211; con questa stagione si dovrebbero portare stivali foderati di pelliccia, altro che scarpe!</p>
<p>La signora Sapìa si considerava un’autorità in materia di protezione dal freddo per diritto ereditario: il nonno Alvise, ufficiale degli alpini, era scomparso tra i ghiacci della Russia nell’inverno del 1943 e la sua morte senza tomba incombeva sui discendenti come un’ombra oscura, una maledizione che, da un momento all’altro, poteva mietere nuove vittime.</p>
<p>Quando Edda vedeva cadere un fiocco di neve o notava una brusca discesa del termometro subito pensava alla sventura dell’avo disperso nel deserto bianco e costringeva i familiari a coprirsi in modo esagerato. Se poi qualcuno cercava di togliersi di dosso un capo troppo pesante, subito tirava fuori l’artiglieria:</p>
<p>“Fai come ti pare &#8211; diceva con aria di rimprovero &#8211; però, se il povero nonno avesse avuto quel giaccone o quei guanti oppure quella maglia… forse sarebbe ancora qui tra noi, poverino!”</p>
<p>Ovviamente l’ipotesi era del tutto campata in aria perché il capitano Alvise Primiero, classe 1907, probabilmente neanche con tre paia di calze e una troika foderata di pelliccia avrebbe raggiunto la veneranda età di 104 anni, però non si può mai dire…</p>
<p>Grazie all’argomento del nonno alpino, Edda riusciva a condizionare l’abbigliamento dei maschi di casa ma con Annalisa, la figlia maggiore, non la spuntava più. La ragazza voleva vestire <em>trendy</em> e pretendeva di indossare magliette corte e pantaloni a vita bassa, come tutte le sue amiche. Quando Sapìa la vedeva uscire in pieno inverno con i lombi e l’addome all’aria, rabbrividiva: le giovani donne, brave ragazze o peripatetiche, dovevano avere lo stesso sistema di termoregolazione dei pinguini e, quantomeno, erano in grado di sopportare stoicamente qualsiasi dolore imposto dalla moda e dal mestiere. Del resto, a vent’anni, gli ormoni erano benzina per i bollenti spiriti.</p>
<p>Sapìa però aveva varcato la cinquantina e non desiderava raggiungere anzitempo l’eroico nonno Alvise nel paradiso dei servitori della Patria così, pur mugugnando, seguiva i prudenti consigli della moglie.</p>
<p>Anche sua madre, del resto, temeva il freddo più del fuoco. Da bambino lo vestiva come il pupazzo della Michelin: maglietta a maniche lunghe, camicia, maglia, giaccone, passamontagna, berretto, guanti e mantellina incerata bianca con cappuccio… sembrava proprio il figlio di Bibendum!</p>
<p>Mentre aiutava Italo a vestirsi, la povera donna cercava di inculcare nella morbida mente del suo bambino alcuni sani principi: “ricordati, piccolo mio: per togliere c’è sempre tempo mentre per mettere bisogna avere”. Concetto logico valido universalmente e affine al noto detto popolare “nel più ci sta il meno”.</p>
<p>Anche la figlia si affacciò alla porta della cucina per salutare e, dopo un rapido controllo, si avvicinò al padre con la scusa del bacio filiale. In realtà intendeva dargli una ‘sistematina’: evidentemente si esercitava già a recitare il ruolo di moglie e madre.</p>
<p>“E così ti sei messo a fare la balia a Strambi &#8211; disse Annalisa, sbottonando il cappotto del padre per aggiustare la sciarpa, a suo avviso troppo stretta &#8211; ecco, ora sei a posto…  il cervello deve essere irrorato!”</p>
<p>Sapìa grugnì, come per dire che, nella sua testa, il sangue girava sempre a meraviglia.</p>
<p>“Ma che balia e balia! &#8211; replicò la signora Edda &#8211; tuo padre fa una buona azione, passa la notte di Natale in Ufficio per aiutare un collega, anche se non è in servizio: dovremmo prendere esempio da lui, invece di stare qui, rintanati al caldo e con la tavola apparecchiata!”</p>
<p>Sapìa assunse l’espressione dignitosa e indifferente che, nella pittura medievale, caratterizza i martiri sottoposti alle peggiori torture e uscì compiaciuto: non gli capitava spesso di essere additato come modello di abnegazione… soprattutto se non si stava affatto sacrificando.</p>
<p>&nbsp;</p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
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		<title>Dialogo di Natale</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 06:50:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[I racconti dell'Avvento]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Albero di Natale]]></category>
		<category><![CDATA[natale]]></category>
		<category><![CDATA[presepe]]></category>

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		<description><![CDATA[“Guarda chi si rivede!” “Ti avevamo dato per disperso… torni dalla tundra?” “Però non te la sei passata [<a href="http://www.scrivolo.it/2011/12/dialogo-di-natale/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton3095" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FRsE7r&amp;via=scrivolo&amp;text=Dialogo%20di%20Natale&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2011%2F12%2Fdialogo-di-natale%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2011/12/Addobbi-Natale.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3096" title="Addobbi Natale" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2011/12/Addobbi-Natale.jpg" alt="" width="500" height="375" /></a></p>
<p>“Guarda chi si rivede!”</p>
<p>“Ti avevamo dato per disperso… torni dalla tundra?”</p>
<p>“Però non te la sei passata male, sembri lo stesso di trent’anni fa!”</p>
<p>“Bello sforzo, con l’anima di ferro che si ritrova!”</p>
<p>“Beh, amici, vedo che non siete cambiati neanche voi… i soliti burloni… però qualcuno della vecchia compagnia manca, o mi sbaglio?”</p>
<p>“Hai ragione, purtroppo. Ma perché guastare questa bella occasione parlando di chi è finito nella spazzatura… tutto passa… neanche noi che non siamo vivi possiamo aspirare all’eternità.”</p>
<p>“Però passiamo di generazione in generazione, se ci trattano con un po’ di garbo.”</p>
<p>“L’Arrotino ha ragione &#8211; disse il Cammello &#8211; dipende da come veniamo conservati. Io lo posso ben dire perché sono il più anziano, ricordo ancora il Natale del 1946…”</p>
<p>“Risparmiaci la tua storia &#8211; lo interruppe il Puntale &#8211; la sappiamo tutti!”</p>
<p>“Magari l’Albero finto, dopo trent’anni, non la ricorda più &#8211; proseguì imperturbabile il Cammello – dunque, ero esposto nella vetrina di una cartoleria nel vicolo della Stufa e il bisnonno dei nostri ospiti entrò per comprare le statuine del presepe: voleva fare una sorpresa ai figli. Un bel regalo perché, nel dopoguerra, giravano pochi quattrini e quelli che c’erano servivano per mangiare e risuolare le scarpe. Il negoziante era un uomo generoso e mi diede in omaggio, con tre pecore. E sono ancora qui!”</p>
<p>“Sfido che ti tengono di conto! ormai sei un pezzo d’antiquariato: gesso dipinto a mano! &#8211; disse il Puntale &#8211; i miei predecessori di vetro erano altrettanto preziosi ma delicati e hanno avuto vita breve. Per fortuna io sono infrangibile!”</p>
<p><span id="more-3095"></span></p>
<p>“Però anche le palle di plastica campano poco &#8211; disse la Pigna di vetro, polemizzando con il Puntale &#8211; dopo un po’ diventano opache, ammaccate, stinte e vengono gettate via mentre noi decori di vetro, se riusciamo a invecchiare, sembriamo sempre più belli.”</p>
<p>“Già, però i superstiti della vostra razza si contano sulle dita di una mano” canticchiò la Sfera carillon con la neve, accennando qualche nota del motivetto “Jingle Bells”. Era di vetro e di plastica, poteva permettersi di criticare chi voleva.</p>
<p>“Anch’io sono sintetico e destinato a durare &#8211; disse l’Albero finto &#8211; ma per trent’anni mi hanno lasciato in cantina, a prendere la polvere… com’è che sono tornato di moda?”</p>
<p>“Davvero non lo sai? &#8211; chiese stupito il Puntale &#8211; per tutto questo tempo i nostri ospiti hanno festeggiato Natale come sempre però, al tuo posto, mettevano alberi veri.”</p>
<p>“Ginepri?”</p>
<p>“Ma che ginepri! Abeti, abeti grandi e piccoli” rispose la Pigna di vetro.</p>
<p>“Vivi?” domandò incredulo l’Albero finto.</p>
<p>“Vivi e vegeti, persino con le radici… dentro un vaso. Però campavano poco anche loro: il sette gennaio finivano fuori, sul terrazzo, a crepare sotto la canicola o direttamente nella spazzatura.”</p>
<p>“Che spreco!” commentò l’Albero finto, dispiaciuto per il triste destino dei suoi fratelli nobili.</p>
<p>“Quanto allo spreco &#8211; disse San Giuseppe &#8211; ne abbiamo viste di tutti i colori, in questi tre decenni: spese da nababbi per gli adulti e giocattoli che costano un occhio della testa per i bambini.”</p>
<p>“Ai miei tempi non accadeva &#8211; osservò l’Angioletto di gesso che annunciavala Buona Novellaai pastori &#8211; io sono più giovane del Cammello ma mi ricordo ancora quando si ruppe l’ultimo dei re Magi del 1946, Melchiorre…”</p>
<p>“Baldassarre &#8211; precisò il Cammello &#8211; poverino… andò in mille pezzi nel Natale del1963.”</p>
<p>“Erano gli anni del Boom &#8211; mormorò con un filo di voce una libellula fatta di perline di vetro infilate su uno scheletro di metallo &#8211; ci sentivamo ricchi anche senza spendere e spandere: mi ricordo che la famiglia avevano appena comprato la macchina, una Seicento, e la signora Armandaregalò al marito guanti di pelle per guidare: fece scalpore tra i parenti perché era una cosa assolutamente superflua.”</p>
<p>“Una vera chicca! &#8211; osservò ironico l’Angioletto &#8211; in linea con il nuovo spirito del Natale.”</p>
<p>“Hai qualcosa da ridire? &#8211; chiese il Puntale &#8211; per caso sei contrario al consumismo natalizio? Sarebbe come sputare nel piatto dove si mangia.”</p>
<p>“Noi della capanna ci saremmo lo stesso! &#8211; obiettò San Giuseppe &#8211; mai sentito parlare di Greccio e San Francesco?”</p>
<p>“Via, non litigate per queste sciocchezze! Non stavamo festeggiando il ritorno dell’Albero finto?” esclamò il Bue. La sua voce, cavernosa ma bonaria, sovrastò tutte le altre.</p>
<p>“Un urrah! per l’albero finto” ragliò l’Asinello, sempre pronto a spalleggiare il suo compagno di stalla.</p>
<p>Tutti gridarono Urrah! e chi aveva mani applaudì calorosamente.</p>
<p>“Comunque non si possono mettere sullo stesso piano il presepe e l’albero &#8211; incalzò l’Angioletto, abituato a sostenere le proprie idee a oltranza &#8211; l’abete è un simbolo pagano mentre noi rappresentiamo la nascita del Bambinello, senza contare che io sto appeso a questa palma per annunciare la venuta del Redentore <em>in primis</em> ai poveri pastori.”</p>
<p>“Ora ci mettiamo pure a parlare di politica &#8211; esclamò la Pigna di vetro &#8211; possiamo fare conversazione tra noi solo la notte di Natale e perdiamo tempo a discutere di giustizia sociale e automobili!”</p>
<p>“Ma insomma &#8211; chiese innervosito l’Albero finto &#8211; qualcuno vuole spiegarmi perché trent’anni fa mi hanno buttato fuori e ora sono di nuovo qui?”</p>
<p>“Non hai ancora capito! Ho sentito dire che gli alberi non sono tanto svegli ma tu riesci a stupirmi… &#8211; rispose il Cammello &#8211; l’abete vivo profuma di ragia, è naturale, fa atmosfera, tu invece sei kitsch!”</p>
<p>“Cosa sono?”</p>
<p>“Kitsch! Pacchiano, cafone, micragnoso” strillò il Puntale che, a forza di stare in alto, si sentiva superiore agli altri.</p>
<p>“E’ uno sprovveduto, bisogna illuminarlo &#8211; commentò ironica la Pigna &#8211; lasciamo che l’Angioletto lo indottrini!”</p>
<p>“Basta!” gridò una voce che sembrava uscire da un altoparlante.</p>
<p>Tutti si zittirono: il Bambinello parlava di rado ma, quando interveniva nelle conversazioni, si faceva rispettare e nessuno osava contraddirlo.</p>
<p>“Non vi vergognate di ciarlare così? &#8211; proseguì il Bambinello, rompendo il silenzio &#8211; sono un neonato addormentato in una mangiatoia però ci sento benissimo. Il povero Albero finto è all’oscuro di quello che è successo negli ultimi trenta natali e voi, invece di aiutarlo, vi beccate come galline!”</p>
<p>“Quante storie, anche tu sei una statuina di questo teatro” disse il Centurione che faceva la sentinella alla porta di Betlemme.</p>
<p>“Stai zitto, idolatra &#8211; lo rimbeccò l’Angioletto &#8211; ricordati che il mio Galileo, alla fine, ha sconfitto il tuo imperatore!”</p>
<p>“Lascia perdere, il Centurione è un romano &#8211; rombò il Bambinello &#8211; ha diritto di pensare quello che vuole. Io posso sembrare una statuetta come le altre, anzi sono la più piccola di tutte, però qui si rappresenta la mia nascita: chi crede, guardando il presepe, è felice. Anche gli altri, comunque, hanno diritto di festeggiare il 25 dicembre accendendo le lucine colorate dell’abete… ci mancherebbe altro! per i pagani era il giorno della rinascita del sole e, quanto all’albero addobbato, gli abitanti del Nord onoravano così gli spiriti della foresta.”</p>
<p>“Giusto &#8211; brontolò il bue &#8211; non si poteva dire meglio!”</p>
<p>“Anch’io conosco la storia del Natale &#8211; disse l’Albero &#8211; il presepe è sempre esistito mentre noi alberi veniamo dall’estero e siamo arrivati negli anni cinquanta. Le signore ci amavano perché eravamo allegri, moderni e non sporcavamo come il muschio. Anch’io piacevo alla signora Armanda, mi puliva con l’aspirapolvere, prima di ripormi nella scatola… il 7 gennaio. Poi, a quanto dite, sono venuti di moda gli abeti vivi e, fin qui, tutto è chiaro, solo non capisco perché quest’anno hanno messo a soqquadro la cantina per trovarmi e rimettermi al posto d’onore in salotto.”</p>
<p>“Povera signora Armanda &#8211; sospirò l’Angioletto &#8211; è morta vent’anni fa. Ora qui abitano il nipote Stefano con la moglie e due bambini.”</p>
<p>“Mi dispiace &#8211; mormorò l’Albero finto &#8211; ma la notizia non mi stupisce: era già anziana quando mi comprò, il mio predecessore era davvero malconcio e fu messo a decorare il terrazzo, coperto di fili d’oro per nascondere i rametti scheletriti.”</p>
<p>“Una donna all’antica che non amava sprecare” commendò l’Angioletto.</p>
<p>“Dici bene &#8211; aggiunse la Pigna -la signora Armanda incartava le palle di vetro con i fogli di giornale, una per una, così non rischiavamo di romperci. La nuora invece buttava tutto alla rinfusa nella scatola degli addobbi… oltre a me, sono rimasti interi solo la Libellula e il Funghetto. L’Uccellino con la molla e la coda di piume è vivo ma malconcio.”</p>
<p>“Non ho più la coda però canto come prima” gorgheggiò il variopinto volatile.</p>
<p>“La nuora della signora Armanda rompeva apposta il vecchio per comprare il nuovo &#8211; disse il Puntale &#8211; decorazioni bizzarre tutte blu, tutte rosse oppure tutte argentate.”</p>
<p>“La moglie del nipote non si comporta diversamente” rincarò la Pigna.</p>
<p>“E i bambini! Quelli di oggi sono Unni!” aggiunse il Cammello.</p>
<p>“Insomma, volete dirmi perché quest’anno al mio posto non c’è un abete vivo?” chiese spazientito l’Albero finto.</p>
<p>Pastori e addobbi si chiusero in un silenzio imbarazzato. La Sfera con la neve suonava qualche nota del suo motivetto, l’Angioletto canticchiava “Adeste fideles” mentre l’Asino e il Bue improvvisamente avevano un gran bisogno di leccarsi in ogni angolo.</p>
<p>“Dopo la morte della signora Armanda in questa casa la vita è cambiata &#8211; disse San Giuseppe: parlava con una certa reticenza, come se il senso del dovere lo costringesse a rispondere &#8211; il figlio e la nuora guadagnavano bene e poteva levarsi molti sfizi: riempivano il loro Stefano di regali.”</p>
<p>“Stefanino, che birba: &#8211; lo interruppe l’Albero finto &#8211; al tempo del mio ultimo servizio di Natale aveva quattro o cinque anni e l’argento vivo addosso… ricordo che i genitori gli regalarono una pista di macchinine e una bicicletta con le rotelle.La signora Armandainvece aveva comprato per il nipotino un cappotto ma la nuora non gradì il dono: ai bambino, secondo lei, non si dovevano regalare cose utili. I vestiti li compravano i genitori… non era una pezzente, anche se viveva in casa della suocera!”</p>
<p>“Da allora a Stefanino i regali inutili non sono mai mancati e neanche ai suoi figli” commentò l’Angioletto.</p>
<p>“Fu la nuora della signora Armanda a relegarmi in cantina?”chiese l’Albero.</p>
<p>“Già, proprio lei &#8211; rispose l’Asinello &#8211; e la nuora della nuora è persino peggiore: ha tenuto anche noi nella scatola, per tre anni.” Un coro di disapprovazione sanzionò il comportamento della moglie di Stefano.</p>
<p>“Dovevi vedere cosa mettevano sotto quei poveri abeti mezzi morti &#8211; disse il Puntale &#8211; gioielli, orologi, televisori, telefonini, computer, cose che neanche si sa cosa sono.”</p>
<p>“E allora? non ne posso più delle vostre divagazioni!” esclamò l’Albero finto.</p>
<p>“Per farla corta, Stefanino è cresciuto, ha preso moglie e in casa sono entrati due nuovi bambini &#8211; disse la Sfera con la neve &#8211; la famiglia ha sempre fatto l’albero di Natale…”</p>
<p>“A parte quando sono andati in vacanza ai Tropici” aggiunse l’Angioletto.</p>
<p>“Tranne quella volta… però quest’anno è successo qualcosa: ai bambini piace rovesciarmi per sentire la musica e così mi lasciano in giro per la casa… anche nella camera dei genitori… quindici giorni fa ero proprio lì e ho sentito la moglie di Stefanino che si lamentava con il marito… diceva di non voler spendere un soldo per l’abete, che non avrebbe fatto regali di Natale perché non c’era nulla da festeggiare.”</p>
<p>“E Stefanino cosa ha risposto?” chiese l’Albero.</p>
<p>“Niente, non ha aperto bocca, però è sceso in cantina a cercarti”</p>
<p>“E poi?”</p>
<p>“Ti ha montato in salotto, con l’aiuto dei bambini. Terminato quel lavoro, si è messo d’impegno a fare il presepe, come quando era ragazzino.”</p>
<p>“Tutto qui?” chiese l’Albero finto.</p>
<p>“Ti sembra poco? Una mamma che non vuole festeggiare il Natale dei suoi due bambini! &#8211; esclamò scandalizzato il Cammello &#8211; ma che razza di albero sei? hai il cuore di un cactus!”</p>
<p>“Non ti scaldare, alla fine tutto è andato a posto, no?! &#8211; si difese l’Albero finto &#8211; i piccoli hanno avuto i loro decori natalizi e anche i regali, qui sotto vedo dei pacchi infiocchettati.”</p>
<p>“Si, quattro regali avvolti nella carta colorata alla meno peggio, non vengono certo da un negozio” osservò fiocamente la Libellula.</p>
<p>“Zitti, sento dei rumori &#8211; disse il Puntale &#8211; è quasi mezzanotte, stanno venendo… tutti ai posti di combattimento!”</p>
<p>Qualcuno entrò nella stanza e accesela luce. L’Albero riconobbe subito l’intruso: era Stefanino ma quanto diverso dal bimbetto che ricordava in collo alla nonna Armanda.</p>
<p>Stefano posò a terra tre pacchetti, poi accese le luci intermittenti e il lumino dietrola capanna. Fermasulla soglia, una giovane donna in vestaglia lo osservava. Di sicuro la moglie.</p>
<p>“Non ti rassegni, vero?” disse la donna.</p>
<p>“Chiara e Armando devono avere il loro Natale, tutta la famiglia deve averlo” rispose il marito seccamente.</p>
<p>“Avevamo deciso di regalare solo le due macchinine telecomandate &#8211; replicò con tono di disapprovazione la moglie &#8211; ma, al solito, hai fatto di testa tua. Si vede che avevi soldi da buttare.”</p>
<p>“Sbagli a rimproverarmi, Carla &#8211; esclamò Stefano &#8211; non ho speso nulla… sono regali dello zio Francesco che non mi piacevano&#8230; li avevo messi in cantina vent’anni fa, senza neanche aprirli, e sono saltati fuori per caso, cercando l’albero finto della nonna Armanda. Nuovi di trinca!”</p>
<p>“Zitto.. si sono svegliati… &#8211; mormorò Carla &#8211; presto, apri la finestra, io spengo la luce.”</p>
<p>Dopo qualche secondo due bambini in pigiama irruppero nel salotto gridando “Babbo Natale, Babbo Natale!”</p>
<p>“Troppo tardi! &#8211; disse il padre &#8211; è già scappato via, dalla finestra: fuori lo aspettavano le renne.”</p>
<p>“Non ha potuto vuotare tutta la gerla &#8211; aggiunse la mamma &#8211; perché andava di fretta, doveva raggiungere l’Africa.”</p>
<p>I bambini si precipitarono sotto l’albero facendo tremare le decorazioni: la Pigna si afferrò con tutte le forze al rametto di ferro e plastica, la Libellula svolazzò per tenersi in equilibrio mentre il Puntale, ondeggiando, emise strani rumori, come se fosse sul punto di dare di stomaco.</p>
<p>I piccoli strapparono la carta dei loro pacchetti, curiosi di vedere il contenuto: due macchinine, una rossa e una nera, una scatola di Monopoli, un puzzle raffigurante il castello da favola del re Ludwig e una raccolta di giochi da tavolo… dama, scacchi, giro dell’oca, tombola.</p>
<p>Poi corsero nel corridoio per provare le automobiline e sfidarsi in una gara di velocità.</p>
<p>Anche i genitori aprirono i loro regali: una pashmina con berretto per lei, guanti e sciarpa di lana per lui.</p>
<p>“Almeno staremo al caldo” commentò Carla.</p>
<p>“Che ne dici, facciamo una tombolata per l’ultimo dell’anno, tutti insieme?” propose Stefano, inginocchiandosi di fronte all’albero.</p>
<p>“Chiamalo Bingo, sembra più moderno” suggerì Carla.</p>
<p>Stefano aprì la scatola con l’immagine del castello e, con la mano, frugò tra le tessere.</p>
<p>“E’ strano &#8211; mormorò sovrappensiero &#8211; da ragazzo detestavo i puzzle, perdere tempo per mettere insieme cinquemila pezzi mi sembrava una follia, e ora ho voglia di farne uno, per occupare la giornata!”</p>
<p>“Non ti scoraggiare &#8211; disse la moglie, posando affettuosamente una mano sulla spalla del marito &#8211; presto troverai un altro lavoro e tutto tornerà come prima.”</p>
<p>&nbsp;</p>
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