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	<title>Scrivolo &#187; Fantascienza</title>
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		<title>Natale 2010</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Dec 2010 12:34:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantascienza]]></category>
		<category><![CDATA[I racconti dell'Avvento]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[avvento]]></category>
		<category><![CDATA[natale]]></category>

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		<description><![CDATA[“Vieni a vedere, Zark, credo di avere trovato qualcosa di interessante.” “Davvero? Io sono incollato qui da tre [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/12/natale-2010/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton2236" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FvBSQo&amp;via=scrivolo&amp;text=Natale%202010&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F12%2Fnatale-2010%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/12/Natale-a-casa.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2237" title="Natale a casa" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/12/Natale-a-casa.jpg" alt="" width="500" height="301" /></a></p>
<p>“Vieni a vedere, Zark, credo di avere trovato qualcosa di interessante.”</p>
<p>“Davvero? Io sono incollato qui da tre ore e non ho ancora visto nulla degno di essere guardato.”</p>
<p>“E’ davvero un record particolare. L’ho ripulito e ora mi sembra presentabile.”</p>
<p>“Darò solo un’occhiata, Idik, ho ancora un po’ di lavoro arretrato da smaltire.”</p>
<p>Zark si alzò malvolentieri dalla sua postazione operativa: Idik era imbattibile quando si trattava di trovare immagini bizzarre e, di certo, anche questa volta aveva scovato un’inedita curiosità.</p>
<p>Non provava nei suoi confronti sentimenti di invidia o gelosia professionale però, ogni volta che Idik gli annunciava una scoperta divertente, non poteva fare a meno di irritarsi. E a nulla serviva pensare che i successi del collega erano dovuti solo al caso o ripetersi che quel frivolo genere di indagini non aveva alcun rapporto con le loro mansioni ordinarie.</p>
<p>A parte questo piccolo punto di attrito, i rapporti tra Idik e Zark si potevano definire amichevoli.</p>
<p>Da anni lavoravano fianco a fianco nel Centro di Implementazione, scandagliando lo sterminato archivio dell’istituto a caccia di dati scientifici rilevanti. Ogni giorno dovevano valutare lotti standard di record, estrarre e classificare i contenuti giudicati interessanti, eliminare le informazioni inutili: un’attività decisamente noiosa, di routine, perché quasi tutto il materiale esaminato apparteneva alla categoria “spazzatura”.</p>
<p>Gli analisti del Centro, navigando in un oceano di dati, spesso si imbattevano in notizie prive di importanza ma insolite e così, per vincere il tedio, avevano inventato il concorso dell’acchiappasciocchezze.</p>
<p>I partecipanti, alla fine dell’anno, depositavano nella cartella delle “sciocchezze” una copia dell’unità archivistica scartata che ritenevano più curiosa e una giuria di dieci membri, esaminati i record in gara, eleggeva il vincitore. I giudici, scelti dal computer tra i dipendenti amministrativi, in caso di parità procedevano al sorteggio.</p>
<p><span id="more-2236"></span></p>
<p>Il premio, un buono alimentare di modesto valore, era più che altro simbolico, ma il titolo di “acchiappasciocchezze” dell’anno faceva gola a molti.</p>
<p>I responsabili del Centro tolleravano benevolmente l’iniziativa, anche se a volte distraeva i dipendenti dal loro lavoro. Avevano notato che i partecipanti più ambiziosi si comportavano come giocatori incalliti: consideravano ogni unità esaminata una <em>chance</em> di vittoria, di conseguenza cercavano di visionare il maggior numero di record possibile, nella speranza di trovare, prima o poi, la bizzarria imbattibile, e così, senza volerlo, incrementavano notevolmente la loro produttività.</p>
<p>Per i dirigenti contavano solo i fatti e, numeri alla mano, il “concorso” aveva effetti collaterali positivi che compensavano largamente l’eventuale danno.</p>
<p>Nell’ultima edizione del concorso Zark aveva perso per un voto, Idik invece si era portato a casa già tre buoni, la prima volta addirittura per estrazione.</p>
<p>“E’ solo maledettamente fortunato” pensò tra sé Zark sedendosi a fianco del collega. La postazione poteva comodamente ospitare due persone perché gli analisti avevano bisogno di spazio per sgranchirsi le ossa e lavorare a proprio agio: c’era chi assumeva posizioni yoga, chi abbassava lo schienale, rischiando di cadere addormentato, chi si sdraiava su un fianco e chi, per distrarsi, metteva la testa in basso e le gambe sullo schienale. I comandi erano vocali e il video, spostandosi in modo autonomo, rimaneva comunque allineato con l’asse oculare dell’operatore. Zark si sedeva sempre normalmente.</p>
<p>“Ti faccio vedere un paio di filmati, roba dell’altro mondo!” disse Idik.</p>
<p>“Ma se non sono nemmeno immagini tridimensionali! &#8211; osservò con una punta di malanimo Zark &#8211; i giudici non hanno mai premiato un record tecnologicamente così arretrato, la vista si affatica solo a guardarlo…non potresti almeno virare un po’ il colore? quei tipi così slavati mi fanno ribrezzo.”</p>
<p>“Il record è danneggiato. E poi il pallore non guasta, è strano!” replicò Idik.</p>
<p>“Quanto credi sia vecchio il tuo filmato?” chiese Zark incuriosito.</p>
<p>“ L’originale avrà più o meno diecimila anni” rispose con apparente noncuranza Idik.</p>
<p>Zark strinse le labbra reprimendo un moto interiore di ribellione: questo era veramente troppo! prima di diventare analista del Centro lui aveva studiato Storia Tecnologica e non trovava giusto che un documento così interessante fosse capitato proprio nelle mani di Idik, un ingegnere che non era in grado di apprezzarlo se non come divertente curiosità. Per ritorsione decise di fare sfoggio delle sue conoscenze.</p>
<p>“In effetti, osservando con più attenzione l’aspetto fisico dei soggetti ripresi nel filmato, mi sono ricordato di avere visto, anni fa, tutti i record attribuiti a questa popolazione prototecnologica. Era gente abbastanza progredita ma anche bellicosa, non mi stupisce che la loro cultura sia fiorita e scomparsa nel giro di pochi secoli.”</p>
<p>“Però il mio filmato è inedito, fino a qualche giorno fa si nascondeva nelle profondità dell’archivio del Centro! E sono sicuro che non conosci questa strana cerimonia religiosa: è la festa degli adoratori di una divinità che…beh, ti fa ridere solo a guardarla. Non la vedi? è lì, accanto all’albero!” disse Idik indicando un punto nel video.</p>
<p>“Quel vecchio grasso vestito di rosso?” domandò Zark.</p>
<p>“Sì, proprio lui. L’albero è una specie di totem che i fedeli decorano con sfere colorate per festeggiare il suo arrivo.”</p>
<p>“Anche lui sembra una grossa sfera vestita di rosso &#8211; mormorò Zark e intanto pensava &#8211; ma perché questa unità archivistica non è capitato nel mio lotto, l’avrei sicuramente notata! Sono proprio scalognato.”</p>
<p>“Tra poco vedrai una scena davvero comica: fanatici vestiti come il vecchio pallone invadono le strade delle città &#8211; disse Idik sorridendo &#8211; di sicuro sono sacerdoti che annunciano la sua venuta”.</p>
<p>“Ma non c’è l’audio?” chiese Zark</p>
<p>“L’ho tolto…era solo stereo e gracchiava in modo insopportabile… Comunque, tra un disturbo e l’altro, si sentono melensi canti rituali e frasi che il Traduttore non riesce a interpretare. Però non mi posso lamentare, considerato che il record è stato rimemorizzato un’infinità di volte.”</p>
<p>“Riattiva l’audio: anche se le parole sono incomprensibili voglio sentire la musica” disse un po’ bruscamente Zark.</p>
<p>“Agli ordini comandante &#8211; replicò Idik ironico &#8211; se proprio ci tieni avrai la tua colonna sonora.”</p>
<p>“I motivi sono armoniosi, forse un po’ sdolcinati &#8211; osservò Zark, dopo aver ascoltato qualche minuto di trasmissione &#8211; però tutte quelle vocine infantili in coro sono davvero glucosio puro…concordo con te. A proposito, hai notato che il vecchio è sempre circondato da bambini?”</p>
<p>“Di sicuro non ha cattivi propositi. Se guardi con attenzione vedrai che consegna regali ai piccoli devoti. Non mi intendo molto di antiche religioni però mi pare un comportamento anomalo: per quanto ne so, spettava ai fedeli fare offerte.”</p>
<p>“Sì, hai ragione. A quei tempi i popoli avevano in testa strane credenze e pensavano di ingraziarsi le divinità bruciando sostanze profumate o uccidendo animali. Qualche volta sacrificavano anche bambini o individui adulti, per lo più prigionieri di guerra” disse Zark.</p>
<p>“I miei visi pallidi non sembrano così cattivi…” osservò Idik, un po’ risentito.</p>
<p>“Forse appartengono ad una tribù di originali, perché ti garantisco che la gente era veramente crudele, dieci o dodicimila anni fa. Cartaginesi, Aztechi e anche Greci… li avrai sentiti nominare, no?”</p>
<p>“Ma dai! Si tratta solo di fantasie. Gli Aztechi non sono mai esistiti, lo sanno tutti! Quanto ai Greci, hai mai visto un loro filmato? Sono un mito inventato dal popolo che adorava quella buffa divinità vestito di rosso” obiettò Idik.</p>
<p>“Ho visto vecchie riprese di edifici, ora scomparsi, che erano stati costruiti dai Greci. Pensi che i personaggi delle favole costruiscano templi e palazzi?”.<br />
“E i Greci compaiono in quelle riprese? No! si vede solo gente vestita come nel mio record che parla di loro fingendo che siano esistiti! io non mi fiderei troppo di chi adora un buffo individuo che agita freneticamente una campanella”.</p>
<p>“I miei insegnanti affermavano che i Greci erano davvero esistiti” disse con tono convinto Zark.</p>
<p>“Ognuno può pensare quello che vuole su faccende così lontane nel tempo. Per me sono solo fanfaluche di cervelli primitivi. Scommetto che credi pure agli Egiziani!”</p>
<p>“Certo e, se permetti, anch’io ho diritto di tenermi le mie opinioni” replicò un po’ offeso Zark: Idik era un semplice ingegnere, a che titolo osava mettere in dubbio la competenza di illustri docenti di Storia Tecnologica?.</p>
<p>“Allora dammi un parere da esperto: il tizio vestito di rosso potrebbe essere una divinità egiziana o atzeca?” chiese con aria provocatoria Idik.</p>
<p>“No, non somiglia affatto agli dei venerati dagli antenati di questa gente. L’abbigliamento pesante indica che il tuo grassone viene da un luogo molto freddo, forse l’estremo Nord, e francamente mi sorprende che i devoti lo accolgano senza mostrare alcun timore reverenziale. Prendono i doni come se fosse roba loro, non si inchinano, non pregano, non praticano sacrifici di esseri viventi… e poi non adorano una statua o un simulacro: il grassone si muove, e questo è davvero fuori dall’usuale.”</p>
<p>“Più che muoversi direi che imperversa come un tornado: è iperattivo, onnipresente, instancabile! guarda la prossima scena: eccolo che vola nella notte a bordo di una slitta piena di doni trascinata da strani quadrupedi senza ali. Poi atterra dolcemente su un prato innevato ed i devoti accorrono per salutarlo. Subito dopo viene inquadrato l’interno di un grande edificio pieno di oggetti stravaganti, una specie di spaccio informatico dove le cose in vendita sono reali, non ologrammi che puoi comodamente esaminare nel soggiorno di casa tua: lui è lì, seduto davanti ad una piccola folla. I bambini presenti si mettono in fila e, uno alla volta, si avvicinano all’uomo in rosso per sussurrare qualcosa al suo orecchio, forse un desiderio che vorrebbero venisse esaudito dalla divinità. Almeno questo è un rito che ha un senso…però, a guardarlo bene, non sembra affatto lo stesso tipo sceso dalla slitta: è più giovane e magro…in altre situazioni più basso o più alto… probabilmente i sacerdoti interpretano a turno la sua parte nel giorno della grande festa e lui si diverte a confondersi con i comuni mortali ”.</p>
<p>“I Saturnali! &#8211; esclamò Zark &#8211; Ecco cosa mi girava per la testa. Ho letto che i Romani, in occasione della festa del dio Saturno, si scambiavano doni, però non adoravano quell’omone ridicolo e non decoravano gli alberi. Anche i loro dei viaggiavano su carri volanti ma non per portare regali ai bambini.”<br />
“I Romani per me sono reali quanto i Greci” replicò Idik perentorio.</p>
<p>Zark rimase per un po’ in silenzio. Rifletteva sui possibili legami tra la supposta divinità di Idik e gli antichi culti a lui noti: ricordava solo vagamente la cronologia del periodo, non era certo che i Romani fossero vissuti prima dei Greci e degli Aztechi, ma di sicuro appartenevano tutti all’era pretecnologica perché non avevano lasciato documenti memorizzati. Il filmato invece risaliva ad una fase iniziale dell’epoca prototecnologica, si capiva dagli oggetti che uscivano dai pacchi colorati: strumenti in grado di comunicare a distanza e registrare dati binari decisamente primitivi. Anche i vestiti potevano offrire qualche indicazione. I Greci e i Romani si riconoscevano perché, diversamente dai loro discendenti, non portavano i pantaloni, gli Aztechi invece andavano in giro quasi nudi, era difficile identificarli a colpo d’occhio.</p>
<p>“Non ti distrarre, Zark! Adesso viene il bello! la situazione cambia del tutto &#8211; disse Idik eccitato &#8211; ci troviamo all’interno di una casa e la qualità delle immagini è notevolmente peggiorata rispetto alla parte iniziale del filmato. L’albero decorato mostra che siamo sempre nel periodo della festa della divinità vestita di rosso…però che idea ridicola mettersi un albero in casa. Il grassone scampanellante non viene mai inquadrato, direi che non c’è proprio, tuttavia alcuni dei presenti indossano un berretto rosso simile al suo&#8230;”</p>
<p>“La ripresa in effetti è meno curata, ma gli atteggiamenti sembrano più spontanei &#8211; notò Zark &#8211; metti in funzione il Traduttore, sono curioso di sapere cosa dicono.”</p>
<p>“E’ già attivato ma non riesce a filtrare frasi dotate di senso.”</p>
<p>“Ingrandisci il particolare del plastico accanto all’albero…cos’è?”</p>
<p>“Me lo sono chiesto anch’io. Non lo so. Sei tu lo studioso di Storia” disse Idik mettendo il “fermo immagine”. Era proprio curioso di sentire cosa l’amico gli avrebbe raccontato.</p>
<p>“Sembrano piccolissime statue collocate in modo da rappresentano una scena &#8211; disse Zark, lieto di poter esibire le sue conoscenze in un materia del tutto ignota ad Idik &#8211; secondo me tutto ruota intorno all’edificio sotto la stella: all’interno si vedono due figure, un uomo e una donna. Gli strani animali bianchi si chiamano pecore, li ho già visti in altri file dell’Istituto di Storia Tecnologica. Credo sia impossibile dire con certezza cosa significhi: purtroppo solo una minima parte dei dati memorizzati da queste popolazioni è giunta fino a noi e i record superstiti conservano in gran parte informazioni di scarso valore. Alcuni filmati mostrano attività banali: gruppi di persone che corrono spingendo una palla, un gioco inventato dagli Aztechi, folle che urlano ascoltando i discorsi di uno strampalato comico che si agita sul palco e urla più di loro, giovani che cercano di assalire indifesi suonatori di strumenti, forse per far cessare una musica fastidiosa. Più interessanti sono i rari spezzoni di argomento bellico: si vedono in azione potenti armi distruttive che rivelano un notevole ingegno, sia pure mal impiegato, e la dicono lunga sull’aggressività dei nostri predecessori.</p>
<p>Comunque, per una beffa del destino, la maggior parte dei file conservati contiene testi che non possiamo comprendere perché la loro scrittura non è stata ancora decriptata o notizie riferite agli usi e costumi di culture pretecnologiche. Ecco spiegato come mai sappiamo più cose sui Greci che sui discendenti dei Greci. E forse è giusto che sia così, in fondo si tratta di popolazioni che non hanno quasi lasciato traccia del loro passaggio: non meritano di essere studiate.</p>
<p>Anche riguardo alle credenze religiose stiamo a zero: non conosciamo neppure il nome degli dei che veneravano, eppure siamo in grado di comprendere la lingua parlata e, diecimila anni fa, l’argomento non era certo escluso dalla comunicazione interpersonale come accade oggi. Però mi pare improbabile che il tuo bonario grassone sia la divinità di gente tanto violenta: tra il carattere dei popoli e i loro dei esiste sempre una corrispondenza, è una delle prime cose che si impara al corso di Religioni comparate.”</p>
<p>Idik non ne poteva più di quella dotta lezione di Storia e, soprattutto, non voleva che Zark esaminasse a fondo la sua teoria sul grassone…appena l’amico si fermò per prendeva fiato, fece prontamente ripartire il record.</p>
<p>“Guarda quella specie di cavallo con le gobbe, è davvero buffo” esclamò, indicando uno dei cammelli del corteo dei Re Magi, ancora ai margini del Presepe… fortunatamente il Traduttore lo aiutò a cambiare discorso.</p>
<p>“Ascolta…Zark, adesso si comincia a sentire qualcosa”.</p>
<p>In effetti si udivano solo frasi spezzate, frammenti di una conversazione il cui senso complessivo rimaneva oscuro:</p>
<p>“Buone Feste e salutami lo zio …mamma è arrivata la nonna… dammi il cappotto… hai visto che bel regalo ti ha portato il Bambinello?&#8230;l’abete quest’anno l’ho pagato otto euro…è proprio un film divertente… non abbiamo telefonato ai cugini!…prendi un’altra fetta di panettone…mamma fuori nevica…adesso smettila di giocare… vieni a tavola con noi…”</p>
<p>Intanto sul video scorrevano immagini di persone allegre sedute a tavola, con le guance piene di cibo o in atto di sollevare il bicchiere, un gesto di giubilo di cui si conservava memoria nella desueta espressione “alziamo i calici”: a volte l’invito benaugurante veniva ancora pronunciata durante un pranzo importante, ma pochi sapevano l’esatto significato della parola calice.</p>
<p>“Un inizio davvero promettente… non si capisce quasi nulla! &#8211; disse Zark con tono ironico &#8211; comunque sono sicuro che non stanno parlando del tuo vecchio vestito di rosso, non è lui la divinità titolare della festa”.</p>
<p>Anche Idik, aveva notato la mancanza di riferimenti al grassone, ma era rimasto in silenzio. L’idea di dover rinunciare alla sua iniziale interpretazione del filmato lo contrariava.</p>
<p>“Beh…potrebbe anche essere un mitico genio protettore che porta abbondanza e gioia in una stagione climaticamente sfavorevole &#8211; ammise a malincuore &#8211; di certo la festa cade in un periodo di grande freddo perché gli abitanti della casa, per scaldarsi, bruciano pezzi di albero, non quello che hanno decorato con palle colorate, ovviamente. Che ne dici della statuetta di dimensioni non proporzionate che il ragazzino ha collocato accanto alle due figurine sotto la cometa? rappresenta un neonato di qualche mese… vorrei proprio sapere cosa significa.”</p>
<p>“Chi sa perché sono così felici” mormorò Zark pensoso.</p>
<p>“Quando si vive nell’ignoranza è facile trovare un motivo per essere allegri &#8211; disse Idik con l’aria di chi la sa lunga. &#8211; Esamina senza pregiudizi il filmato: cosa vedi? una calda tana affollata da un piccolo branco di animali pallidi uniti da legami di sangue&#8230; consumano insieme grandi quantità di cibo, probabilmente per noi disgustoso, si scambiano oggetti che ci fanno sorridere per la loro semplicità e manifestano una grande contentezza. Qual sia la ragione della loro gioia non si capisce. Riguardo al tipo vestito di rosso riconosco che, come divinità, è troppo ridicolo anche per un popolo prototecnologico: probabilmente si tratta di una maschera, un personaggio favoloso inventato per divertire i bambini. Sul plastico con le statuine non mi pronuncio.”</p>
<p>“Pensi che se potessimo condurre una vita altrettanto primitiva e provare ancora sentimenti istintivi anche noi saremmo così contenti?” chiese Zark, sorpreso dalle riflessioni dell’amico, di solito incline ad affrontare la vita con superficialità.</p>
<p>“Illusione ed evoluzione sono incompatibili: abbiamo da millenni superato lo stadio in cui ai legami familiari, agli oggetti, al cibo, alle credenze religiose si attribuiva una qualche importanza.</p>
<p>Ridiamo e scherziamo volentieri, ma siamo troppo intelligenti per essere felici. E di sicuro il mio filmato, traboccante di un’illogica gioia, ci sembrerebbe strano anche senza il grassone: vedrai, quest’anno supererò al primo scrutinio tutti gli altri concorrenti.”</p>
<p>Mentre Idik filosofeggiava sul destino degli esseri ragionevoli e sull’imminente conquista del titolo di “acchiappasciocchezze” il video all’improvviso si oscurò e, subito dopo, apparve in versione tridimensionale la faccia larga ed inespressiva del supervisore Kap.</p>
<p>“Il titolare della postazione operativa ricevente deve subito recarsi a rapporto dal direttore” disse seccamente e, un attimo dopo, era già sparito.</p>
<p>“Davvero sintetico il nostro Kap, non spreca tempo! &#8211; esclamò Idik sarcastico &#8211; Non ho avuto neanche la possibilità di aprire bocca: scommetto che questa volta mi daranno una bella spazzolata contropelo. Ma era prevedibile… ultimamente ho trascurato il lavoro per dedicarmi al miglioramento della qualità del mio record. E sul registro risulta eliminato già da tre giorni. Non dovevo esagerare.”</p>
<p>“Vedrai che si limiteranno ad un buffetto, a loro non conviene ostacolare la nostra gara” replicò Zark, fingendo di non comprendere la gravità della situazione. Intanto stava elaborando le informazioni che il collega gli aveva inavvertitamente trasmesso.</p>
<p>“Migliorare un record significa modificare immagini e suoni, magari aggiungere un commento spiritoso fuoricampo… così anche un documento mediocre può diventare brillante…però è un’operazione che richiede molto tempo e il materiale dell’archivio non può essere portato all’esterno. D’altra parte nessun dipendente del Centro oserebbe mai interrompere la propria attività per tre ore, figuriamoci per tre giorni! Ora mi spiego il segreto del successo di Idik &#8211; pensò Zark con una certa soddisfazione &#8211; è un incosciente che non teme di perdere il posto!”.</p>
<p>Decise di non comunicare agli altri concorrenti la sua scoperta per evitare di mettere in cattiva luce l’amico. Si accontentava di sapere che, da quel momento, i trionfi di Idik lo avrebbero lasciato del tutto indifferente.</p>
<p>Nel frattempo era rimasto solo nella postazione, in stand-by ma ancora attiva. Approfittò della situazione per leggere il titolo del record. Era stato archiviato utilizzando l’indicazione di un anno ed un nome che non aveva mai sentito prima: “Natale 2010”.</p>
<p>Ecco perché quell’ignorante di Idik l’aveva datato con tanta sicurezza! Considerate alcune discontinuità cronologiche, secolo più secolo meno, erano trascorsi effettivamente diecimila anni.</p>
<p>In quell’arco di tempo infinitamente lungo le mutazioni genetiche di innumerevoli generazioni, frutto del caso o di incontrollabili fattori esterni, avevano trasformato il corpo e la mente degli uomini, ma Zark sentiva che qualcosa nel suo cervello, un tempo si sarebbe detto nel suo cuore o nella sua anima, aveva sussultato guardando il filmato di Idik.</p>
<p>“Sono stupido come un primate &#8211; pensò con una punta di autocommiserazione &#8211; un analista del Centro di Implementazione non può scivolare nel sentimentalismo. Forse le funzioni mentali atrofizzate, in individui predisposti, possono temporaneamente riattivarsi… allora è meglio evitare di stimolare certe aree dell’encefalo. Ovvio…devo resistere.”</p>
<p>La lotta interiore durò pochi secondi.</p>
<p>Poi Zark riavviò la lettura del record e, saltando la prima parte, passò direttamente alla festa in famiglia immortalata da un improvvisato cameraman.</p>
<p>Il Traduttore ad ogni riproduzione migliorava la sua performance e così Zark ora poteva sentire la precedente conversazione in versione integrale:</p>
<p>“Il telefono sta suonando, rispondo io, mamma: è la zia. Sì, stiamo tutti bene. La nonna viene a pranzo da noi, certo, non ti preoccupare. Il campanello della porta… è lei. Ti passo la nonna…Auguri di Buone Feste e salutami lo zio. Mamma, è arrivata la nonna! Ah, finalmente almeno qualcuno mi darà una mano in cucina. Così impari a regalare al marito una videocamera. E tu piantala di riprendermi mentre sono in grembiule e ciabatte, mi vuoi far passare per una sciattona di fronte a parenti che nemmeno conosco? dammi il cappotto nonna, la mamma ha bisogno di te. Arrivo subito, però prima voglio mostrare al mio nipotino una cosa che il Bambin Gesù ha lasciato per lui a casa mia. Hai visto che bel regalo ti ha portato? E stato Babbo Natale, nonna! No, è stato il Bambinello! Ma Babbo Natale è più vecchio e ha la slitta, lui invece è povero e così piccolo! Il Bambin Gesù ha cent’anni più di Babbo Natale! facciamo anche duemila, mamma. Si, hai ragione, sono duemila: stanotte l’hai messo nella stalla ma a Pasqua diventerà più grande e più importante di tutti. Ecco cosa ci siamo dimenticati di fare a mezzanotte! Corri a prender la statuina e mettila nel Presepe! Che tempi, addobbiamo gli alberi come i Celti mentre il Bambin Gesù non riesce neanche a nascere al momento giusto! E rischia di essere sfrattato dal <em>Testimonial</em> della Coca Cola&#8230; però avete fatto davvero un bell’albero di Natale! sono contenta che ti piaccia, pensa che l’abete quest’anno l’ho pagato otto euro, una sciocchezza! Nel pomeriggio vai con i ragazzi al cinema, così noi due vecchie signore mettiamo a posto la cucina e facciamo quattro chiacchiere in santa pace, una volta tanto. Ho visto il cartellone venendo qui, è proprio un film divertente. Ma il resto della compagnia è stato avvertito? non abbiamo telefonato ai cugini! lo faccio io, mamma, ci diamo appuntamento davanti alla biglietteria. Ora però spengi quel coso e mettiti a tavola, Fellini! Il tempo di mangiare e di nuovo vai in giro con la videocamera… ma prendi un’altra fetta di panettone! Tanto l’Oscar non te lo danno! mamma fuori nevica, posso uscire a fare un pupazzo. Si, ma solo in giardino e tu smettila di giocare con quell&#8217;aggeggio e vieni a tavola con noi. Ci facciamo una bella partita a scala quaranta e chiudiamo in bellezza la nostra festa di Natale.”</p>
<p>Zark ascoltava e guardava incantato: risate e abbracci, inquadrature storte e zoom ravvicinati sulla capanna con la cometa, sul puntale dell’albero, sul cappellino rosso della ragazza, sul paraorecchi del bambino, sul grembiule macchiato della mamma, sul cappellino della nonna. Quelle persone gli sembravano dita di una stessa mano, un organismo vivente fatto di tante parti diverse tenute insieme da una forza misteriosa. Un campo magnetico di sentimenti.</p>
<p>Ignorava il significato dei termini che il Traduttore aveva interpretato come nomi propri, però finalmente sapeva come si chiamava quella strana festa: Natale.</p>
<p>Non si spiegava per quale bizzarro gioco del caso un documento così antico fosse finito nell’archivio del Centro e perché i due filmati, differenti per qualità e contenuto, si trovassero nello stesso record. Probabilmente chi l’aveva memorizzato la prima volta, forse proprio l’invisibile autore del secondo filmato, aveva assemblato intenzionalmente le due parti per affermare che esistevano modi diversi di celebrare la festa: da una parte le slitte volanti, l’invasione dei cloni vestiti di rosso, l’alluvione dei regali, dall’altra un frammento di vita reale, la sua famiglia.</p>
<p>“Dalle profondità del tempo quello sconosciuto trasmette ancora il suo messaggio ed io lo posso comprendere &#8211; pensò Zark fissando intensamente le ultime immagini del filmato &#8211; io so qual è il vero Natale.”</p>
<p>Poi allungò timidamente la sua mano verdastra fino a toccare la superficie liquida del video e con la punta delle lunghe dita affusolate accarezzò le figure che si muovevano davanti a lui, con delicatezza, quasi temesse di fare male a chi, da un’eternità, non esisteva più.</p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
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		<title>La globalizzazione &#8211; 8</title>
		<link>http://www.scrivolo.it/2010/09/la-globalizzazione-8/</link>
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		<pubDate>Wed, 15 Sep 2010 08:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantascienza]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[continua]]></category>
		<category><![CDATA[Distopia]]></category>
		<category><![CDATA[Mondi Possibili]]></category>
		<category><![CDATA[Robot]]></category>

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		<description><![CDATA[Ottava Parte Qui la settima parte. L’indomani l’allievo Danai trascorse sei ore nella sala saldature e già fremeva [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/09/la-globalizzazione-8/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton1960" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FemcgE&amp;via=scrivolo&amp;text=La%20globalizzazione%20%26%238211%3B%208&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F09%2Fla-globalizzazione-8%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/07/terra.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-1823" title="Terra" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/07/terra.gif" alt="" width="200" height="200" /></a><span style="color: #ff6600;"><em>Ottava Parte</em></span></p>
<p><a href="http://www.scrivolo.it/2010/08/la-globalizzazione-7/"><span style="color: #0000ff;"><em>Qui la settima parte.</em></span></a></p>
<p>L’indomani l’allievo Danai trascorse sei ore nella sala saldature e già fremeva dal desiderio di cimentarsi in quel genere di attività. Certo non era come saldare tubi idraulici, però poteva riuscirci, ne era certo.</p>
<p>Il pomeriggio, sdraiato sul divano, cercò nel palmare l’elenco dei funerali previsti per il giorno seguente. Trovò facilmente l’indirizzo dove si sarebbero svolte le esequie di Elena Sandris. L’indomani, giorno di riposo, salì in macchina e disse ad Alfred dove recarsi. Il computer ovviamente pretese di sapere il motivo di quell’insolito viaggio fuori città.</p>
<p>“Andiamo al funerale di una ragazza che ho conosciuto al Centro, è morta in un incidente d’auto.”</p>
<p>La notizia commosse Alfred, producendo il solito effetto Larsen, In certo senso anche lui era “morto” in uno scontro.</p>
<p>Alla cerimonia era presente una piccola folla: i bambini dell’asilo, le madri, una sorella della vittima. Daug trovò strano che a quella famiglia fosse stato concesso un doppio permesso di procreazione, poi però capì il motivo: la ragazza, Elda, era gemella della defunta.</p>
<p>Daug le fece le condoglianze presentandosi come un conoscente di Elena. Elda era troppo sconvolta per fare domande e ringraziò il giovane per la sua partecipazione alle esequie.</p>
<p>Mentre seguiva il piccolo corteo diretto al cimitero Daug notò, quasi in prima fila dietro la bara, Ector. Evidentemente non si fidava di lui. Gli si avvicinò con aria minacciosa, era davvero arrabbiato.</p>
<p>“Si calmi, giovanotto &#8211; bisbigliò Ector &#8211; mi trovo qui perché sono stato io a convincere la signorina Sandris ad accettare il nuovo lavoro. La mia assenza sarebbe apparsa strana. E poi, mi creda, ho un cuore anch’io e non immaginavo che potesse accadere una disgrazia simile.”</p>
<p><span id="more-1960"></span></p>
<p>Al ritorno Ector chiese a Daug un passaggio in auto. Era venuto con un mezzo pubblico e non aveva voglia di aspettare mezz’ora alla fermata. Alfred non disse una parola per tutto il viaggio. Daug si mostrò meno scontroso, dopo tutto il correttore aveva giustificato la sua presenza.</p>
<p>L’uomo si fece portare a casa, una villetta in un quartiere borghese, e invitò Daug a prendere un caffè. La moglie del correttore era una bellezza sfiorita, sembrava quasi più anziana di Ector. Daug la ringraziò per la torta e accettò volentieri dei biscotti alle mandorle appena sfornati. Quando seppe che tornavano dal funerale di una giovane conoscente si commosse.</p>
<p>“Anche noi, sa, signor Danai, avevamo avuto un permesso di procreazione &#8211; disse la donna con le lacrime agli occhi &#8211; ma il nostro bambino è vissuto solo un anno. Aveva una malformazione genetica che all’epoca non si diagnosticava in gravidanza. Chi troppo e chi niente, è la vita. C’è chi invecchia e chi muore a vent’anni o in culla.”</p>
<p>“E’ inutile pensare al passato Elke, tanto non possiamo cambiarlo &#8211; disse il marito &#8211; Era destino che fosse così.”</p>
<p>Daug uscì da quella casa ancora più intristito. Anche l’uomo in doppio petto blu aveva conosciuto la vera sofferenza.</p>
<p>Il giorno seguente Daug trascorse sei ore nel reparto saldature e venne autorizzato a compiere le sue prime prove. Non era affatto facile, occorreva tenere l’occhio incollato al microscopio e manovrare un braccio elettronico di precisione, tuttavia Dot, a fine giornata,  sembrò soddisfatto del suo lavoro.</p>
<p>“Niente male, niente male per un novellino” disse compiaciuto.</p>
<p>“Grazie Capo, mi sono quasi divertito, anche se non ho ben compreso cosa stavo facendo”</p>
<p>“Lunedì, alla prima lezione di teoria avrai tutte le spiegazioni del caso. Hasta la vista”</p>
<p>Anche Dot, pensò Daug, dava i numeri come il vecchio Alfred. Questa volta ritrovò da solo l’uscita, ormai il Centro era per lui un luogo familiare.</p>
<p>Durante il viaggio  di ritorno Alfred sembrava stranamente poco interessato al nuovo lavoro del suo padrone. Parlava del tempo, del livello dell’idrogeno nel serbatoio, del traffico in aumento con tono falsamente svagato”</p>
<p>“Senti, rotolo di rame senza capo ne coda, non prendermi in giro. Tu sai qualcosa, magari hai ascoltato i discorsi degli altri computer, nel garage sotterraneo, e ora mi nascondi la verità. Ti credevo un amico… con il mio primo acconto di punti giuro che mi compro un modello di guidatore con voce femminile e ti butto nel riciclatore”</p>
<p>“Come sei sospettoso! Cosa vuoi che sappia, io sono il vecchio Alfred, driver di un apprendista di ultimo livello, nessuno mi rivolge la parola lì sotto, lo giuro”</p>
<p>“E come Soul? Anche come Soul tutti ti ignorano?”</p>
<p>“Beh, lì non ci sono macchine vecchie come il mio amico Carlos. Nessuno mi riconosce ma, con qualche modifica, saldando alcuni ponti, forse potrei sviluppare due personalità, come si vede in certi film, sarei Alfred e Soul nello stesso tempo. Oppure avere una doppia vita come un agente segreto. E’ sempre stato il mio sogno diventare come 007, James Bond licenza di uccidere”.</p>
<p>“Non so di che parli ma credo che il tuo progetto non sia legale e neppure facile da mettere in pratica…”</p>
<p>“Sei proprio noioso, la via della legge è tortuosa mentre il diritto, per definizione deve essere dritto. Se potessi regredire allo stadio di Soul ti stupirei. Il mio padrone mi aveva progettato con innumerevoli funzioni, non ero solo un computer-auto. E la sera mi portava in casa e mi usava come laptop. Bei tempi… forse un giorno anche tu diventerai un genio dell’elettronica, però quel giorno io sarò già  demolito da un pezzo”</p>
<p>“Guarda che scherzavo, non ho nessuna intenzione di comprare un nuovo car-supporter, lo sai che ti voglio bene, però vorrei scoprire cosa vogliono da me quelli del Centro, per capire se è il caso di tagliare la corda o resistere, e credo che il garage sia un buon punto di osservazione”</p>
<p>“Fuggire è inutile, OMNIA ti localizzerebbe ovunque. Però, ascoltando quello che si dicono i miei colleghi nelle belle auto dei capi sono sicuro che al Cento sono veramente a corto di geni, per questo rastrellano anche i “dispersi”, quelli con il supercervello atrofizzato che un tempo venivano lasciati sguazzare felici nel loro pantano”</p>
<p>“Il mio cervello non è affatto atrofizzato! In due giorni ho già imparato a fare le microsaldature e lunedì seguirò la prima lezione di teoria. Vedrai che se mi decido a   studiare questa volta non fallirò!”</p>
<p>“Nessuno sarebbe più contento di me se davvero tu diventassi un genio, magari potresti persino resuscitare Soul…vorrei tanto tornare il computer di un tempo.”</p>
<p>Da quel giorno la pigrizia abbandonò Daug: in poche settimane apprese le basi matematiche e fisiche dell’elettronica  e cominciò a chiedere in prestito a Dot i grossi manuali che il suo istruttore conservava in una libreria nel laboratorio di refurbishing, una bizzarria perché ormai tutto quanto serviva sapere era leggibile in rete.</p>
<p>“Ti piacciono i libri?”</p>
<p>“Sì &#8211; ammise timidamente Daug &#8211; il contatto con la carta mi ricorda la paglia della stalla, il legno degli alberi e mi fa venire voglia di studiare”</p>
<p>“Beh, allora usali pure senza riguardo perché stanno lì solo ad impolverarsi”</p>
<p>Daug lo prese in parola, dopo un paio di giorni restituiva regolarmente i volumi ma tutti spiegazzati, pieni di appunti e post-it colorati. La sua mente stava diventando sempre più ricettiva: memorizzava con facilità schemi o serie di operazioni, ma nel risolvere i problemi si affidava soprattutto all’intuito: le risposte gli si presentavano spontaneamente alla mente, come se seguissero segrete scorciatoie nascoste nel suo cervello.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><span style="text-decoration: underline;">Continua&#8230;.</span></span></p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
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		<title>La globalizzazione &#8211; 7</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 06:52:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantascienza]]></category>
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		<description><![CDATA[Settima Parte Qui la sesta parte. Daug venne condotto nel laboratorio del Capo-riparatore Dot. Aveva deciso di salvare [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/09/la-globalizzazione-7/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton1947" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FKvU3N&amp;via=scrivolo&amp;text=La%20globalizzazione%20%26%238211%3B%207&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F09%2Fla-globalizzazione-7%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/07/terra.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-1823" title="Terra" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/07/terra.gif" alt="" width="200" height="200" /></a><span style="color: #ff6600;"><em>Settima Parte</em></span></p>
<p><a href="http://www.scrivolo.it/2010/08/la-globalizzazione-6/"><span style="color: #0000ff;"><em>Qui la sesta parte.</em></span></a></p>
<p>Daug venne condotto nel laboratorio del Capo-riparatore Dot. Aveva deciso di salvare la pelle ad ogni costo ed era disposto persino a sembrare un genio, bastava che non lo mandassero al Correzionale o al manicomio: lui voleva solo vivere.</p>
<p>Dot sembrava un tipo autoritario, ma non malvagio come Terios.</p>
<p>“Si direbbe che qualcuno le abbia dato una sberla con i fiocchi” disse Dot guardando in faccia il suo apprendista.</p>
<p>“Si Capo” rispose prontamente Daug.</p>
<p>“Terios è sempre nervoso con voi novellini, vi considera errori della natura, visto che non potete essere errori di OMNIA.”</p>
<p>“Si Capo, ma noi lo abbiamo irritato con le nostre domande.”</p>
<p>“Siete curiosi, eh? E allora perché non mi chiedi cos’è OMNIA, come fanno tutti?”</p>
<p>“Se avessi diritto di saperlo qualcuno me lo avrebbe già detto, Capo. Ho imparato che qui non si fanno domande, si ascolta e si impara. Si risponde solo se interrogati”</p>
<p>“Ma bene &#8211; disse Dot compiaciuto &#8211; sei un ragazzo sveglio, oltre che dotato e, se vuoi saperlo, potenzialmente più intelligente di me. Ho visto il tuo fascicolo, mi superi di almeno 20 punti nel test del Q.I. Ma dimmi, cos’era che ti attirava tanto nell’idraulica?”</p>
<p>“Le belle signore con tubi guasti, Capo &#8211; rispose sinceramente Daug &#8211; e l’abbondanza di tempo libero per bere, mangiare e dormire”</p>
<p>Dot sorrise, ormai lo aveva inquadrato: lo trovava simpatico e persino promettente. Lo condusse in un angolo del laboratorio e gli mostrò un disegno: sembrava un gioco di società, uno di quei quesiti enigmistici che si risolvono al mare, per passare il tempo.</p>
<p><span id="more-1947"></span></p>
<p>“Osserva con attenzione questo schema e poi dimmi, d’istinto, senza riflettere, dove il percorso ti sembra non sia in armonia con il resto del modello.” Daug diede un’occhiata timida, non voleva fare brutta figura appena arrivato.</p>
<p>“Non ti dirò neppure se la scelta è giusta o sbagliata. Promesso. Che ci rimetti, su, deciditi a rispondere.”</p>
<p>Daug indicò un punto che gli sembrava interrompere una certa simmetria complessiva del disegno. Dot divenne serio, ma non disse nulla.</p>
<p>“Bene, adesso entrerai nel reparto microsaldature. Per qualche giorno devi solo guardare cosa fanno gli altri. E, riguardo al lavoro, puoi domandare quello che vuoi.”</p>
<p>Daug indossò la tuta bianca con casco e respiratore, indispensabile per accedere all’area vacuum dove si eseguivano i delicati assemblaggi. Ci rimase per quattro ore. Poi il Capo lo fece uscire.</p>
<p>“Bene, il tuo primo giorno di lavoro è finito, tornatene a casa. Domani devi essere qui alla stessa ora. Andrai di nuovo nel reparto saldature. Domande?”</p>
<p>“Una sola, Capo, però… non attinente al lavoro…posso?”</p>
<p>“Ma sì, sentiamo. Vuoi sapere cos’è OMNIA?”</p>
<p>“No Capo, vorrei notizie della ragazza che ha battuto la testa nel muro.”</p>
<p>“Poverina, davvero non era mai capitata una cosa del genere, qui nel Centro. E’ morta. E l’altra è ricoverata al reparto psichiatrico. Naturalmente la defunta figurerà vittima di un incidente stradale e nessuno di voi dovrà aprire bocca. Siamo intesi?”</p>
<p>“Certo Capo, è stato un incidente.” Rispose l’allievo, accomiatandosi dal suo tutore con una stretta di mano.</p>
<p>Daug fu accompagnato all’uscita da un giovane assistente: in quel labirinto di corridoi luminosi era impossibile orientarsi da soli. Quando furono all’aperto il suo accompagnatore all’improvviso divenne loquace:</p>
<p>“Niente male per un idraulico! &#8211; disse sorridendo &#8211; hai risolto al Capo un problema su cui si rompeva la testa da una settimana, però non riferirgli che te l’ho spifferato io”</p>
<p>“Figurati se faccio la spia, a me interessa solo salvare la pelle. Mi chiamo Daug.”</p>
<p>“Io sono Lars. Ricordati, fuori dall’edificio si può parlare liberamente, ma dentro ogni ambiente è audiovideo controllato, compresi i bagni. A domani.”</p>
<p>Si salutarono affettuosamente, come vecchi amici, dopo tutto avevano un segreto in comune.</p>
<p>Alfred lo aspettava con il motore acceso.</p>
<p>“Andiamo a casa, Alfred, ma lentamente, senza scossoni, perché potrei vomitare.”</p>
<p>“Ma che accidenti ti è successo? a un certo punto sono arrivate due ambulanze, tutti erano agitati…ho avuto paura per te, sei una tale testa calda!”</p>
<p>“Nulla, non è successo nulla…la Betta si è divorata due ragazze. L’importante però è che io sia ancora vivo. E il lavoro non è male.”</p>
<p>“Fatti coraggio, domani andrà meglio. Va sempre meglio con il tempo…”</p>
<p>“Ora sembri mio nonno: anche dal male viene il bene e tutte quelle stupidaggini che legge nella sua Bibbia. Meglio se stai zitto”</p>
<p>Arrivarono a casa con la velocità di un funerale. Daug passò il pomeriggio con una birra in mano, fissando il video spento. Non sapeva che pensare, non aveva neppure voglia di guardare il campionato di palla plutonica. Stentava a credere che tutto quello che aveva vissuto nelle ultime ore stesse accadendo proprio a lui.</p>
<p>La sera ovviamente si fece vivo il supervisore, ma non tramite il cercapersone: Ector si presentò di persona e Daug fu costretto a riceverlo. Non nascose il suo malumore</p>
<p>“Mi ha offerto un lavoro, però si è dimenticato di dirmi che stava all’inferno.” disse risentito.</p>
<p>“Via, Daug, non esageri. Le ho portato una torta al cioccolato fatta da mia moglie. Spero che le piaccia il cioccolato… Ho sentito che ci sono stati dei problemi, al Centro, cose che capitano. Però con il Capo si è trovato bene, vero?”</p>
<p>“Quello che è successo lei di certo lo sa perfettamente e ci vuole una  bella faccia di bronzo, caro il mio signor Ector che pensa solo alla felicità dei cittadini, per definire problema un suicidio!”</p>
<p>“Su, non si arrabbi Daug. Quella ragazza non aveva mai dato segni di disturbo mentale, altrimenti sarebbe stata scartata. Ha avuto una crisi imprevedibile. E l’altra, la fanciulla di facili costumi, si riprenderà presto e tra poco tornerà al Centro: se poi nel suo tempo libero vuole continuare a spassarsela, come hobby, per noi va bene. E lei, cosa farà nel suo tempo libero? spero che eviterà il suo vecchio giro di ubriaconi obesi.”</p>
<p>“Vorrei andare al funerale della signorina Sandris, naturalmente terrò la bocca cucita. Ormai ho capito come gira il vostro mondo.”</p>
<p>“Questo, caro giovanotto questo è il ‘nostro’ mondo, noi tutti lavoriamo per il bene del genere umano, lei compreso, sebbene ora sia così sconvolto da non comprenderlo. Comunque è autorizzato a recarsi a dare l’ultimo saluto alla sua collega, con la dovuta riservatezza s’intende. Buona notte!”. Il correttore uscì senza stringere la mano a Daug: non aveva la sua solita aria sorridente, sembrava  addirittura addolorato.</p>
<p>“Per fortuna la visita è stata breve” mormorò Daug, chiudendo la porta. La torta aveva un’aria appetitosa…si scaldò un po’ di latte e in pochi minuti la mangiò tutta, fino all’ultima briciola. “Un’impresa degna di Fatty” pensò Daug, contento di avere commesso un gesto contrario alle norme salutiste.</p>
<p>Si mise a letto ma non riusciva a prendere sonno, aveva sempre davanti agli occhi la scena del suicidio: all’improvviso il cercapersone cominciò ad emettere la sua nenia riposante e gli occhi di Daug si chiusero d’incanto. E digerì senza problemi.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><span style="text-decoration: underline;">Continua&#8230;.</span></span></p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
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		<title>La globalizzazione &#8211; 6</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 06:19:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantascienza]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[continua]]></category>
		<category><![CDATA[Distopia]]></category>
		<category><![CDATA[Mondi Possibili]]></category>
		<category><![CDATA[Robot]]></category>

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		<description><![CDATA[Sesta Parte Qui la quinta parte. Quella mattina Daug si sentiva come se  davvero fosse sul punto di [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/09/la-globalizzazione-6/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton1921" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FIT8sS&amp;via=scrivolo&amp;text=La%20globalizzazione%20%26%238211%3B%206&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F09%2Fla-globalizzazione-6%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/07/terra.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-1823" title="Terra" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/07/terra.gif" alt="" width="200" height="200" /></a><span style="color: #ff6600;"><em>Sesta Parte</em></span></p>
<p><a href="http://www.scrivolo.it/2010/08/la-globalizzazione-5/"><span style="color: #0000ff;"><em>Qui la quinta parte.</em></span></a></p>
<p>Quella mattina Daug si sentiva come se  davvero fosse sul punto di entrare nelle fauci della Betta. Chi sa se se la sarebbe cavata…Si lavò e sbarbò accuratamente, con lo spazzolino strofinò a fondo le unghie e mise persino il gel nei capelli. Vestiti buoni non ne aveva e indossò quello, un po’ lugubre, che teneva in serbo per i funerali.</p>
<p>Alle sette e mezzo salì in macchina:</p>
<p>“Portami al Centro di Formazione Hardware, Alfred, ma senza fretta. Sono in anticipo.”</p>
<p>“Sei caduto dal letto?” replicò ironico Alfred, come se la nuova destinazione non lo stupisse.</p>
<p>“Sarai contento di non essere più il car-supporter di un idraulico.”</p>
<p>“Io non ho mai preteso di cambiare la tua vita, dopo tutto è tua, però sono sicuro che scoprirai che quello dei computer è un mondo affascinante. Certo bighellonare sulle impalcature mentre un robot lavora per te è più comodo, ma ogni uomo deve ricoprire il posto che gli spetta nella società. E questo OMNIA lo sa.”</p>
<p>“E piantala con questa OMNIA! cos’è, un computer di cui eri innamorato da giovane?”</p>
<p>“OMNIA è tutto. Quando sei entrato nella prima classe non ti hanno forse sottoposto a dei test? Ebbene anche quello era OMNIA.”</p>
<p><span id="more-1921"></span></p>
<p>“Vorresti dire che quei test, fatti a sette anni, hanno qualcosa a che vedere con le proposte del correttore? Ma via! io a scuola andavo male, malissimo, gli insegnanti stessi mi hanno suggerito di diventare idraulico o elettricista: nessuno ha mai tentato di farmi cambiare strada e comunque, in alternativa, avrei scelto di fare il contadino, come mio padre e mio nonno. Viviamo in un mondo in cui le macchine hanno liberato l’uomo dalla maledizione del lavoro, tutti abbiamo tempo libero a volontà e tre mesi di vacanze spesate, possiamo decidere il nostro destino e la nostra professione. Certo dobbiamo rispettare qualche regola ragionevole, in questo il signor Ector non ha tutti i torti: mangiare e bere moderatamente, fare un po’ di sport, guidare con prudenza, cercare di elevare il nostro livello culturale. Posso persino ammettere che migliorarmi non sarebbe una cattiva idea, so di essere un ignorante. Però cambiare comporta fatica e questo non mi piace, io sono nato pigro e senza ambizioni.”</p>
<p>“Il caro Ector per caso ti ha fatto bere o mangiare qualcosa di strano?” chiese serio Alfred.</p>
<p>“No, stai tranquillo, non mi hano drogato: queste cose le ho sentite ripetere per anni a scuola, ma io ho fatto sempre di testa mia e ora ne pago le conseguenze”</p>
<p>“Beh, almeno stai attento che la Betta non ti mangi” replicò Alfred.</p>
<p>“E che ne sai tu della Betta” disse Daug, stupito che all’improvviso tutti tirassero fuori quel vecchio mostro meccanico.</p>
<p>“OMNIA è come la Betta” replicò Alfred sibillino.</p>
<p>“Se non la pianti appena entro nel Centro di Formazione mi metto a gridare che voglio sapere cos’è OMNIA.”</p>
<p>“Per carità, non scherzare mai su questo argomento. Rischi davvero di finire al Correzionale! E non azzardarti mai a nominare OMNIA lì dentro. Però, se qualcuno ne parla, presta attenzione e vedrai che prima o poi riuscirai a capire cos’è, se i test che ti hanno fatto da bambino non erano sbagliati. Ah ecco il cancello del Centro, lo conosco bene. Il mio primo padrone ci veniva spesso. Un bel posto per vivere, a patto di rispettare le regole interne.”</p>
<p>In effetti il Centro era un imponente edificio a due piani, con grandi finestre e un magnifico parco recintato. L’ingresso era controllato da un corpo di guardia di robotcop. Appena la macchina di Daug si avvicinò all’entrata un computer verificò i dati e aprì il cancello.</p>
<p>“Ciao Soul” disse la voce del supporter che manovrava il pesante sbarramento scorrevole.</p>
<p>“Hasta la vista, Carlos” rispose Alfred, come se nulla fosse.</p>
<p>“Vi conoscete?”chiese Daug.</p>
<p>“Si, ma in un’altra vita. Lo sai che alcuni dei miei componenti sono rimasti invariati: un tempo il mio nome era Soul e Carlos mi ha riconosciuto. E’ un computer molto vecchio e, direi, poco aggiornato. Come Soul sono morto da un bel pezzo.”</p>
<p>In pochi secondi giunsero davanti all’edificio, Daug scese e un garage sotterraneo si aprì, ingoiando la sua macchina.</p>
<p>Il nuovo arrivato si avviò verso l’entrata con il cuore in gola. Quel posto insolito lo intimoriva. Intorno a lui si muovevano persone indaffarate, uomini e donne in camice bianco, che sembravano non notarlo, Nessuno gli rivolgeva la parola, un cenno di saluto o gli chiedeva chi fosse: finalmente fu avvicinato da una signora anziana con i capelli bianchi tagliati quasi a zero  e un palmare in mano.</p>
<p>“Il signor Danai?” chiese la donna.</p>
<p>“Si, signora, mi hanno detto di presentarmi qui, alle otto” rispose prontamente Daug</p>
<p>“Certo, è atteso per la lezione di presentazione e la stavo aspettando già da qualche minuto.”</p>
<p>“Veramente sono in perfetto orario”</p>
<p>“Lo so, ma da noi essere in orario significa arrivare almeno dieci minuti prima. Mi segua, prego, da questa parte.”</p>
<p>Daug seguì la donna attraverso un dedalo di corridoi tutti uguali, fino ad una porta su cui era appeso un foglio con quattro nomi, tra cui il suo.</p>
<p>“Entri, avrà un incontro con il Professor Terios &#8211; disse la sua guida &#8211; Non faccia domande, mi raccomando, si limiti a rispondere, ma solo se interrogato. Auguri.”</p>
<p>Daug fu contento che almeno la vecchia non lo mandasse in bocca alla Betta.</p>
<p>Nell’aula erano già sedute in prima fila tre persone, due donne e un uomo. I posti liberi erano numerosi e Daug, come faceva un tempo a scuola, si accomodò dietro al gruppetto, in posizione riparata. La cattedra era vuota.</p>
<p>“Si metta accanto agli altri, prego” ordinò alle sue spalle una voce perentoria. Era il Professore Terios, appena entrato in aula.</p>
<p>“Si comincia male &#8211; pensò tra sé Daug &#8211; mi ha già classificato come lavativo…”</p>
<p>“Signori e Signore &#8211; disse il Professore &#8211;  il  mio compito è spiegarvi perché vi trovate qui. Direi intanto di presentarci: il mio nome è Terios e sono professore di Psicologia Formativa. Lei &#8211; disse indicando la prima ragazza a destra nella fila &#8211; si chiama Elena Sandris, insegna all’asilo di Plancos da quasi dieci anni e adora i bambini. Il signore che le siede accanto è Ales Berosi, lavora come barista, suona in un complessino di dilettanti e ama le compagnie chiassose, la terza allieva, Anna Frinis invece si esibisce in un locale come danzatrice del ventre e sorvolo per decenza su altre attività da lei svolte. Infine l’ultimo della fila è Daug Danai, ha scelto di fare l’idraulico solo perché è un mestiere poco impegnativo, la sua attività preferita in realtà è oziare e non nel senso latino di<em> otium</em>.</p>
<p>Dunque venite da esperienze del tutto diverse e, fino ad ora, avete condotto la vita che più vi piaceva. Dovete però sapere che, in base ai test predittivi che avete sostenuto nei primi anni di scuola, disponete di un quoziente intellettuale potenzialmente molto alto: in nome del diritto di scelta riconosciuto ad ogni individuo dal primo articolo della nostra Costituzione, avete liberamente seguito le vostre inclinazioni, ma ora è necessario che le doti straordinarie che la natura vi ha donato siano poste al servizio della collettività.</p>
<p>Di solito i soggetti forniti di intelligenza superiore si rendono conto da soli delle loro capacità e intraprendono spontaneamente carriere prestigiose ma, come voi dimostrate, le eccezioni non mancano. La cosa un tempo non creava problemi, oggi però i geni sono diventati rari e quindi dobbiamo recuperare anche i soggetti che non hanno sviluppato il loro potenziale. La legge, in questo caso, si deve piegare alla necessità. In breve i Q.I. elevati scarseggiano e non possiamo più permetterci di sprecare neppure un solo cervello superdotato. E dobbiamo intervenire entro i trenta anni, perché poi il riattivamento delle facoltà mentali diventa difficile.”</p>
<p>Daug si tranquillizzò, di certo si trattava di un errore di persona, lui era sicuro di non essere intelligente: magari aveva copiato il test di un altro bambino, a scuola lo faceva spesso. E poi persino il suo car-computer lo considerava uno stupido. Le insegnanti non facevano che rimproverarlo e ai corsi di formazione culturale era considerato un peso morto. Del resto le sole cose che contavano nella sua vita erano le partite di disco plutonico, la birra scolata con gli amici, le quattro chiacchiere che scambiava con Alfred e i pomeriggi trascorsi in mutande, sdraiato sul divano, a dormicchiare senza che un solo pensiero turbasse la sua tranquillità.</p>
<p>“Scusi &#8211; disse la signorina Frinis &#8211; io non posso restare, ho un impegno con il mio fidanzato e non devo farlo aspettare. Sa…è un tipo piuttosto manesco”</p>
<p>“E io, quando ho firmato quei fogli portati dal correttore, non avevo capito di cosa si trattava &#8211; aggiunse il barista &#8211; pensavo di dover gestire un fast food all’interno del Centro”</p>
<p>La maestra era forse la sola che aveva compreso a pieno il senso delle parole di Terios e  piangeva come una fontana.</p>
<p>Daug, ormai al limite della sopportazione, sbottò:</p>
<p>“Insomma, passi per il fatto di dover cambiare lavoro e diventare aiutante di un riparatore hardware, tanto per me un lavoro vale l’altro, ma questa storia dell’intelligenza superiore proprio non la reggo, è una presa in giro. Evidentemente avete bisogno di qualche fesso che lavori per voi 24 ore alla settimana, ma almeno non ci raccontate la favoletta delle menti superiori sprecate: dobbiamo essere proprio dei geni cretini visto che non ci siamo accorti di essere tanto intelligenti. Mai sentito una stupidaggine più grossa”</p>
<p>Terios divenne di tutti i colori, si avvicinò a Daug e gli mollò uno sganassone potentissimo che lo fece cadere a terra.</p>
<p>“Come osi, come osi mettere in dubbio i risultati di OMNIA. So bene che quello che siete diventati non ha nulla a che fare con le vostre capacità: come persone appartenete alla categoria dei mediocri e dei falliti, questo è innegabile, il vostro cervello però è un bene prezioso che appartiene allo Stato e deve lavorare per la collettività. Chi si rifiuta, chi vuole buttare via questa ricchezza comune, merita il Correzionale! E la morte.”</p>
<p>I quattro allievi ammutolirono spaventati. La maestrina fu la sola ad avere il coraggio di chiedere la ripetizione dei test: dopo tanti anni un fenomeno chimico, un incidente, una malattia, potevano avere alterato le loro caratteristiche cerebrali. Terios la guardò con un’occhiata di disprezzo e, senza voltarsi, uscì dall’aula.</p>
<p>Rimasti soli i quattro allievi subito solidarizzarono. Occorreva trovare un modo per uscire da quella situazione ridicola.</p>
<p>Convincere Terios che si stava sbagliando era impossibile: lì dentro evidentemente non accettavano obiezioni ed usavano anche mezzi violenti per avere ragione, lo schiaffo che si era beccato Daug non era  davvero una carezza.</p>
<p>“Quando si accorgeranno che non siamo all’altezza ci manderanno via, dobbiamo solo avere pazienza” osservò Berosi.</p>
<p>“Già, ma magari non sono disposti ad ammettere il loro errore. E se invece di lasciarci andare ci eliminassero?” obiettò la Frinis, che aveva colto nel Professor Terios una vena di sadismo.</p>
<p>“A me hanno offerto un lavoro di aiutante riparatore &#8211; disse Daug, cercando di essere ottimista &#8211; e penso che non richieda straordinarie capacità, però mi infastidisce dover servire per forza lo Stato. Secondo me quella della superintelligenza è una scusa inventata per avere operai a buon mercato, schiavi del terzo millennio.”</p>
<p>“Le persone che ho visto dentro l’edificio sembrano scienziati, programmatori, tecnici di alto livello, magari sono nel Centro fin dalle scuole primarie e forse, da bambini, anche noi eravamo dotati come loro, ma alla nostra età è difficile recuperare un gap di venti anni! io sono una maestra, conosco i problemi dell’apprendimento!” osservò la Sandris sconsolata.</p>
<p>Intanto la Frinis si era arrampicata sulla finestra per tentare di evadere, ma appena messo un piede fuori era rientrata precipitosamente. Un grosso cane robot, appostato all’esterno, aveva tentato di azzannarla. Lo spavento le provocò  una crisi di nervi ed anche la maestrina cominciò a urlare istericamente: mentre il caos regnava nell’aula, entrò l’anziana signora che aveva fatto da guida a Daug.</p>
<p>“Che cosa vi avevo raccomandato? Non fate domande! il professor Terios è molto nervoso, non tollera obiezioni. Ora seguitemi, devo affidarvi ai vostri tutor.”</p>
<p>“No, mai, non mi separerete mai dai bambini, mai -  urlò la maestrina &#8211; non avete il diritto di farlo, non potete cambiare la mia vita” e, come un toro nell’arena, si gettò con la testa in avanti contro il muro. Il colpo fu terribile, il cranio si spezzò e la ragazza, crollata a terra sanguinante, iniziò a rantolare. Subito entrarono dei robot infermieri, caricarono la moribonda su una barella e la portarono via. Anche la Frinis, in preda alle convulsioni, venne trascinata fuori da due supporter infermieri.</p>
<p>“Ora seguitemi e mantenete la calma, per favore” disse l’accompagnatrice ai due superstiti che, scioccati, uscirono dalla stanza senza proferire parola.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><span style="text-decoration: underline;">Continua&#8230;.</span></span></p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
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		<title>La globalizzazione &#8211; 5</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Aug 2010 06:37:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantascienza]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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		<description><![CDATA[Quinta Parte Qui la quarta parte. Quando finalmente chiuse la porta, Daug appoggiò la fronte al muro e [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/08/la-globalizzazione-5/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton1892" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2F36klA&amp;via=scrivolo&amp;text=La%20globalizzazione%20%26%238211%3B%205&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F08%2Fla-globalizzazione-5%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/07/terra.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-1823" title="Terra" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/07/terra.gif" alt="" width="200" height="200" /></a><span style="color: #ff6600;"><em>Quinta Parte</em></span><br />
<a href="http://www.scrivolo.it/2010/08/la-globalizzazione-4/"><span style="color: #0000ff;"><em></em></span></a></p>
<p><a href="http://www.scrivolo.it/2010/08/la-globalizzazione-4/"><span style="color: #0000ff;"><em>Qui la quarta parte.</em></span></a></p>
<p>Quando finalmente chiuse la porta, Daug appoggiò la fronte al muro e si mise a piangere. Di solito non si scoraggiava facilmente e prendeva tutto alla leggera, ma quella sera, per la prima volta in vita sua, si era reso conto che anche un idraulico senza precedenti, un tipo qualsiasi che conduceva una vita insignificante, un uomo privo di ambizioni e di pretese poteva entrare nel mirino del Potere e rischiare di cadere nel gorgo del “ricondizionamento”.</p>
<p>Tornò nella cucina-soggiorno e guardò con odio il cercapersone posato sul tavolo: lampeggiava ininterrottamente, come per dire “chiama, chiama il tuo premuroso supervisore, lui risolverà ogni problema perché vuole che tu sia felice”.</p>
<p>“Questione di punti di vista!” mormorò tra sé Daug, raccogliendo le copie dei contratti che aveva firmato. Non ebbe il coraggio di leggere subito i termini della sua “condanna”, lo avrebbe fatto l’indomani, al ritorno dal lavoro. Quella sera voleva vedere gli amici, bere, divertirsi, essere se stesso forse per l’ultima volta.</p>
<p>Si fece la doccia, si vestì e uscì, lasciando il cercapersone in salotto. Dopo tutto il correttore gli aveva detto di usarlo in caso di necessità, non di tenerlo sempre con sé.</p>
<p>Salì in macchina e disse: “Portami al &#8216;Gearloose&#8217;, Alfred, ma guida con prudenza!”</p>
<p>“Com’è andata con il correttore?”</p>
<p>“Quando ti ricorderai che sei solo una macchina? E poi, se permetti, sono fatti miei!”</p>
<p>“Ti ha dimezzato o no la multa?”</p>
<p>“Io non parlo con una macchina” replicò con insolita durezza Daug.</p>
<p>“Certo, tu parli solo con grassoni ubriachi. Ma loro neanche ti ascoltano e di certo non sono in grado di darti buoni consigli quando sei nei guai, ammettilo” Alfred era un tipo testardo, quando voleva sapere qualcosa da Daug riusciva sempre a sciogliergli la lingua, magari con una provocazione.</p>
<p>“E va bene. Ho seguito il tuo suggerimento e, se proprio lo vuoi sapere, il correttore ha annullato la multa e distrutto la mia vita! Ora lasciami in pace.”</p>
<p>“Per le tue tasche è andata più che bene…ma che diavolo è successo poi?”</p>
<p><span id="more-1892"></span></p>
<p>“Quel tale, il mio ‘benefattore’, mi ha proibito di frequentare gli amici del cyberbar. Inoltre, grazie a lui, ho un nuovo lavoro, 24 ore alla settimana come apprendista riparatore hardware per lo Stato, neanche fossi uno schiavo con la palla al piede.”</p>
<p>“E tu sei stato zitto, non hai protestato?”</p>
<p>“Lo sai cos’è il Correzionale? Magari è lì che hanno chiuso il tuo padrone.”</p>
<p>Alfred tacque. Daug si chiese se, non volendo, aveva scoperto una dolorosa verità che il suo car-supporter nascondeva con cura.</p>
<p>“Davvero il tuo primo padrone sta in carcere?”</p>
<p>“Non lo so. Dopo l’incidente non ho più avuto sue notizie. Però non credo che lo abbiano messo dentro: era un pezzo grosso, uno dei creatori di OMNIA e i padri della patria non si mettono in galera, neanche quando se lo meritano.”</p>
<p>“E cos’è OMNIA?”</p>
<p>“Beh, quando diventerai un riparatore hardware e magari un programmatore lo scoprirai, ora neppure capiresti di cosa parlo, se un povero idraulico vittima del Sistema!”</p>
<p>“Lo sai, a volte parli proprio come un maledetto moralista!”</p>
<p>“Vacci piano con gli insulti, figlio di un floppy! Beh, dalla puzza di vomito direi che siamo arrivati al “Gearloose”. Divertiti, sarà l’ultima volta… programmatori e tecnici hardware stanno in un altro mondo: il mio padrone diceva che sono gli uomini d’oro di Platone, non vivono come la gente comune.”</p>
<p>“Platon il giocatore di palla plutonica?” chiese Daug, ma si pentì subito della domanda, certamente il padrone di Alfred si riferiva ad un personaggio storico, qualche genio del passato di cui lui non aveva mai sentito parlare. Per un attimo Daug si vergognò della sua ignoranza.</p>
<p>Alfred tacque, in attesa di essere disattivato.</p>
<p>“Pensi che sia un idiota, vero?” disse Daug.</p>
<p>“Disattiva car-supporter, disattiva car-supporter” ripeteva Alfred. Era il suo modo di chiudere le conversazioni che lo infastidivano. Daug, indispettito, uscì sbattendo la porta.</p>
<p>Dall’interno sentì chiaramente Alfred esclamare “Idiota”.</p>
<p>Daug sperava che gli amici gli risollevassero il morale, ma non aveva fame e neppure sete: la birra, i panini alla salciccia e il gelato di fragole e panna questa volta non bastavano a fargli tornare il buonumore.</p>
<p>“Non hai motivo di preoccuparti &#8211; gli disse Fatty, il più navigato dei suoi amici &#8211; i correttori, al massimo, ti fanno alzare la glicemia con le loro sdolcinatezze: è vero che possono svuotarti le tasche e mandarti in vacanza tra le vacche, ma per il resto sono innocui. Io lo so bene, quasi tutte le settimane me ne trovo uno alla porta di casa, e il ritornello non cambia mai: Gorgy non bere, Gorgy non fumare, Gorgy non mangiare porcherie, pensa alla salute! Parlano come se il mio corpo fosse roba loro: in realtà vogliono solo risparmiare sulle cure e così, la settimana scorsa, per spaventarmi, mi hanno tolto l’assistenza medica. Ma io me ne frego e mi godo la vita. Tutti, prima o poi, dobbiamo morire e il vecchio Fatty non intende arrivare alla tomba in salute.”</p>
<p>“Beh, ti assicuro che il correttore venuto da me non era affatto un tipo innocuo &#8211; replicò Daug &#8211; senza tanti giri di parole mi ha messo con le spalle al muro: secondo lui sono un  potenziale delinquente pronto per il Correzionale”</p>
<p>“Non farmi ridere!&#8230; tu un delinquente! Ma se non hai mai avuto nemmeno una segnalazione per ‘infrazione sanitaria’ o ‘attività antisociali’: al massimo sei un perdigiorno ignorante come noi e, vedi bene che, per il momento, nessuno ci ha costretti a cambiare vita o ci ha messo al gabbio.”</p>
<p>Gli altri compagni erano già brilli da un pezzo e non avevano neppure ascoltato il racconto di Daug. Anche Gorgy, detto Fatty, dopo un po’ si stancò di fare conversazione con Daug e si mise a bere alla grande.</p>
<p>Demoralizzato e deluso, Daug decise di tornare a casa: almeno avrebbe dormito e l’indomani si sarebbe presentato riposato al cantiere. Probabilmente era il suo ultimo giorno di lavoro come idraulico e doveva finire di sistemare l’impianto di una villetta. Il suo robot lo attendeva per le otto.</p>
<p>In macchina Alfred non disse una parola. All’arrivo rispose al saluto del suo padrone con un freddo “disattivare car-supporter”.</p>
<p>“Gli amici se ne fregano di te &#8211; disse Daug parlando alla sua immagine nello specchio del bagno &#8211; e persino Alfred ti considera uno stupido. Il sistema ti vorrebbe mandare in galera ma, per il momento, si accontenta di metterti ai lavori forzati: come direbbe il nonno, sei proprio caduto nella  concimaia, vecchio mio!”.</p>
<p>Mentre apriva il divano letto il cercapersone sul tavolo si mise a suonare. Evidentemente era un vero e proprio telefonino con un’unica linea. Daug spinse quasi con timore il tasto rosso:</p>
<p>“Come va, tutto bene sig. Danai?” era la voce del correttore.</p>
<p>“Si signore, sto andando a dormire.”</p>
<p>“Ha salutato i suoi compagni del cyberbar, vero? Le separazioni sono sempre tristi, ma credo che non sentirà la mancanza di quei pessimi soggetti.”</p>
<p>“Lo credo anch’io” rispose Daug, e in parte lo pensava veramente.</p>
<p>“Dato che il suo risvegliatore non funziona, domani la chiamerò alle sette in punto. Però non dovrà recarsi in cantiere, ma al Centro Formazione Hardware. Si presenti alle otto, ben rasato e pulito, gli insegnanti ci tengono all’aspetto esteriore degli allievi. E si ricordi: lei non è più un idraulico! Ascolterà una breve lezione e poi incontrerà il suo istruttore, il Capo riparatore Adler Dot. Mi raccomando, lo chiami sempre Capo, mai signore Dot o per nome. Questo è tutto…sogni d’oro, giovanotto, anzi, se permette, buona notte caro Daug! ”</p>
<p>“Buona notte, signor correttore” rispose Daug, ormai incapace di opporre una qualsiasi resistenza alla volontà del suo supervisore.</p>
<p>“Chiamami pure Ector: a domani!” rispose il correttore.</p>
<p>Il cercapersone si spense emettendo un’armoniosa melodia che fece addormentare rapidamente il futuro apprendista riparatore Daug Danai.</p>
<p>Alle sei e mezza il cercapersone cominciò ad emettere un insopportabile fischio a bassa frequenza: l’unico modo per farlo smettere era premere il pulsante e rispondere.</p>
<p>“Buon giorno, Daugh, sono Ector. Ho pensato di svegliarla un po’ prima perché possa scegliere un vestito adatto e radersi con cura. Non vorrà fare brutta figura proprio il primo giorno!” disse il correttore, con tono più d’incoraggiamento che di rimprovero.</p>
<p>“Non si preoccupi, signor Ector &#8211; rispose sbadigliando Daug &#8211; farò del mio meglio. Però vorrei salutare il mio robot aiutante, sa, abbiamo lavorato insieme per tre anni e mi dispiace doverlo vendere.”</p>
<p>“Non si preoccupi. Ho già provveduto io e il ricavato le sarà addebitato sulla carta elettronica entro il mese. Ci risentiamo stasera, così potrà riferirmi le sue impressioni sulla prima giornata del nuovo lavoro. <em>Sursum corda</em>, ragazzo mio! e in bocca alla Betta!”</p>
<p>Daugh si stupì che Ector usasse quello strano modo di dire che aveva sentito ripetere tante volte da suo nonno Alfred, un semplice contadino vissuto sempre in campagna lavorando i campi con l’aiuto di un paio di scassati robot, poco più che macchine agricole. Con lui Daug aveva trascorso i primi anni di vita fino a quando, come tutti i ragazzini, era entrato in istituto per iniziare gli studi. Una volta gli aveva chiesto cosa fosse esattamente una Betta ed il vecchio aveva tirato fuori da un cassetto un’antica foto sbiadita raffigurante un’enorme macchina scavatrice, risalente a forse due secoli prima.</p>
<p>“Questa era la Betta &#8211; aveva mormorato &#8211; mangiava le case della povera gente e sputava terra nera. Mio nonno, da bambino, ha vista la  Betta distruggere un intero paese in pochi minuti. Ma in fondo non era cattiva, ti dava il tempo per fuggire e portarti via qualche mobile e i vestiti. Sempre meglio di un terremoto o un tornado, non ti pare?!”. Il vecchio era fondamentalmente un ottimista, cercava sempre di vedere un lato buono anche nelle disgrazie. Quando Alfred junior era morto, travolto da una seminatrice guasta, lasciando un figlio piccolo da crescere, aveva fatto scrivere sulla lapide del figlio ‘Almeno non vedrà la grandine di domani.’</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><span style="text-decoration: underline;">Continua&#8230;.</span></span></p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
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		<title>La globalizzazione &#8211; 4</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Aug 2010 07:21:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantascienza]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[continua]]></category>
		<category><![CDATA[Distopia]]></category>
		<category><![CDATA[Mondi Possibili]]></category>
		<category><![CDATA[Robot]]></category>

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		<description><![CDATA[Quarta Parte Qui la terza parte. Classe K significava passare l’estate in una scomoda malga di alta montagna, [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/08/la-globalizzazione-4/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton1880" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FbZbQO&amp;via=scrivolo&amp;text=La%20globalizzazione%20%26%238211%3B%204&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F08%2Fla-globalizzazione-4%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/07/terra.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-1823" title="Terra" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/07/terra.gif" alt="" width="200" height="200" /></a><span style="color: #ff6600;"><em>Quarta Parte</em></span></p>
<p><a href="http://www.scrivolo.it/2010/08/la-globalizzazione-3/"><span style="color: #0000ff;"><em>Qui la terza parte.</em></span></a></p>
<p>Classe K significava passare l’estate in una scomoda malga di alta montagna, aiutando i robot pastori e i pochi contadini rimasti nella mungitura delle vacche per avere una tazza di latte o una fetta di formaggio da aggiungere alle scatolette fornite dall’Ente per il Diritto alla Vacanza. Più che a una villeggiatura, secondo il racconto di chi aveva sperimentato questo genere di vacanza, somigliava a una deportazione.</p>
<p>Daug si sentiva le gambe molli per la paura. Fortunatamente era seduto, altrimenti sarebbe caduto di sicuro sul pavimento. Non aveva mangiato nulla in tutto il giorno e, nel suo cervello a corto di zuccheri, le minacce velate del correttore suscitavano immagini spaventose. Opporsi ai ‘benevoli’ consigli di quel mellifluo individuo significava rischiare la Rieducazione, la lobotomia, la demenza…forse la morte. Con il poco coraggio rimasto cercò di contrattare la resa:</p>
<p>“Ma se accetto di lavorare a tempo pieno per lo Stato almeno potrò evitare di seguire i corsi di formazione permanente? Consideri che altrimenti non avrei più tempo libero, diventerei stressato … e la mia salute ne risentirebbe.”</p>
<p>“Certo, lei sarà esonerato dai corsi culturali per un lungo periodo perché, oltre a fare pratica sotto la guida di un tutor tecnico, dovrà  frequentare una lezione settimanale di teoria hardware della durata di sei ore.”</p>
<p>“Così però sarò occupato per 24 ore settimanali, mentre la quota massima ammessa per legge è di 20.”</p>
<p>“Si tratta di standard riferiti a cittadini lavoratori, non a studenti o apprendisti. E poi, mi creda, non le conviene mettersi a cavillare … non sarei autorizzato a dirlo, ma lei è a un passo dal Correzionale.”</p>
<p>“Questo è un abuso &#8211; esclamò indignato Daug &#8211; in tutta la mia vita non ho mai commesso reati gravi: non rubo, non violento le donne, non rapino le banche, io!”</p>
<p>“E’ vero, per ora non lo fa, ma il suo elevato punteggio negativo la colloca tra i soggetti “border line”, potenzialmente delinquenti. E’ mio dovere ammonirla del pericolo che corre, nell’interesse suo e dello Stato. Lei può ancora essere recuperato senza costrizioni e, visto che il suo soggiorno nel Centro di Rieducazione costerebbe all’erario una cifra notevole, il vantaggio mi pare reciproco.”</p>
<p>Daug era terrorizzato: la parola Correzionale aveva annientato le sue ultime resistenze e firmò, firmò senza fiatare tutti i moduli che il correttore aveva ordinatamente disposto sul tavolo del soggiorno-cucina. Si impegnò a cambiare lavoro, amicizie, abitudini ma non aveva scelta, non voleva subire il “lavaggio del cervello” o diventare uno zombi cerebroleso.</p>
<p>L’ospite raccolse gli originali dei contratti e si alzò con un sorriso soddisfatto che irritò profondamente Daug.</p>
<p>“Sa, è sempre un piacere per noi correttori convincere un cittadino a rimettersi in carreggiata senza l’uso della forza. La ragione è nel cuore di ognuno di noi e  ci guida sempre al bene, se solo si è disposti ad ascoltare la sua voce. Io sarò il suo supervisore per tutto il periodo della ‘migrazione’ dal vecchio al nuovo Daug Danai: ogni volta che avrà un dubbio, un timore, un momento di crisi potrà rivolgersi a me e non tema di disturbarmi, il lavoro è per me una missione. Usi pure il mio cercapersone &#8211; disse posando sul tavolo un minuscolo telefonino fornito di un solo grosso pulsante rosso -  e chiami pure a qualsiasi ora del giorno o della notte, mi troverà sempre pronto ad ascoltarla.”</p>
<p>Si strinsero la mano e Daug, ipocritamente, ringraziò il correttore per avergli offerto la  possibilità di dare alla sua esistenza una svolta positiva. L’uomo sembrò gratificato dalle parole di Daug. Per fortuna l’impianto nel cervello dei cittadini di microchip in grado di rendere i loro pensieri leggibili ai correttori era un progetto ancora in fase di studio.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><span style="text-decoration: underline;">Continua&#8230;.</span></span></p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
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		<title>La globalizzazione &#8211; 3</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Aug 2010 06:34:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantascienza]]></category>
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		<description><![CDATA[Terza Parte Qui la seconda parte. Daug tuttavia si rendeva conto che sabotare un risvegliatore senza farsi scoprire [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/08/la-globalizzazione-3/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton1862" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2F6JdiM&amp;via=scrivolo&amp;text=La%20globalizzazione%20%26%238211%3B%203&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F08%2Fla-globalizzazione-3%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/07/terra.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-1823" title="Terra" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/07/terra.gif" alt="" width="200" height="200" /></a><span style="color: #ff6600;"><em>Terza Parte</em></span><br />
<a href="http://www.scrivolo.it/2010/08/la-globalizzazione-2/"><span style="color: #0000ff;"><em></em></span></a></p>
<p><a href="http://www.scrivolo.it/2010/08/la-globalizzazione-2/"><span style="color: #0000ff;"><em>Qui la seconda parte.</em></span></a></p>
<p>Daug tuttavia si rendeva conto che sabotare un risvegliatore senza farsi scoprire non era impresa alla portata di un semplice idraulico e, per la prima volta in vita sua, rimpianse di non avere mai frequentato un corso di elettronica applicata; poi, all’improvviso, un lampo gli illuminò la mente: tra le tante cianfrusaglie ammassate nello stanzino del suo miniappartamento c’erano anche pezzi di vecchi apparecchi rotti che forse potevano servire allo scopo.</p>
<p>“Per fortuna sono un disordinato cronico &#8211; esclamò aprendo la porta del ripostiglio &#8211; e non mi ricordo mai di buttare la spazzatura.”</p>
<p>Frugando tra tutto quel ciarpame alla fine trovò un fusibile visibilmente guasto e lo sostituì ad un pezzo simile all’interno del risveglitore: così il marchingegno a prima vista sembrava perfetto, a parte ovviamente il particolare di non funzionare.</p>
<p>Aveva appena terminato la “riparazione” quanto qualcuno suonò alla porta: era il ‘correttore’.</p>
<p>La professione di correttore rimaneva una delle poche che, per legge, poteva essere svolta esclusivamente da umani. Ormai le fabbriche erano completamente automatizzate, le attività artigianali o professionali prevedevano sempre la presenza di robot che gli operatori si limitavano a dirigere: solo il correttore, il programmatore e il riparatore hardware dovevano contare esclusivamente sulle loro forze. L’uno vigilava sull’equilibrio sociale, gli altri impedivano alle macchine di sottrarsi al controllo umano.</p>
<p>I correttori erano una corporazione con una rigida struttura gerarchica: chi raggiungeva il vertice della carriera otteneva il titolo di Correttore Maximo ed entrava a fare parte del governo, il Correttore Mediatore aveva il grado di funzionario ed operava come giudice o organizzatore sociale, al livello più basso si trovava il Correttore Civile, detto comunemente ‘correttore’, strano connubio tra un assistente sociale, un poliziotto, uno psicologo, un sacerdote e una vecchia zia petulante. La sua mansione consisteva nel reprimere le infrazioni minori commesse dai cittadini: una sosta vietata, un’ubriachezza molesta, un piccolo atto vandalico, un litigio con vie di fatto, una grave mancanza in ambito lavorativo o salutistico comportavano sempre la visita a domicilio di un ‘correttore’ che, non solo comminava la ‘pena’, pecuniaria o di altro genere, ma cercava di convincere il ‘deviante’ a pentirsi sinceramente delle proprie malefatte e mutare comportamento. Un vero fastidio per chi, come Daug, era pienamente soddisfatto del proprio stile di vita.</p>
<p><span id="more-1862"></span></p>
<p>Nel caso di reati gravi o comportamenti antisociali fuori controllo il sistema di repressione seguiva però una procedura del tutto diversa: il colpevole, prelevato da una squadra di robotcop comandata da un Correttore Mediatore, veniva  portato nel Centro di Rieducazione. Qui la riconfigurazione del deviante veniva attuata con metodi coercitivi: da prima il soggetto soggiornava nel così detto “Osservatorio” poi, se la psicoterapia, l’ipnosi e le tecniche di autocontrollo non davano i risultati attesi, passava nel reparto “Correzionale” dove, con dosi massicce di farmaci, elettrochoc e chirurgia endocranica laparotomica, veniva reso inoffensivo per la società.</p>
<p>Chi era rilasciato dal Correzionale, evento che non accadeva di frequente, sembrava davvero un’altra persona, irriconoscibile per amici o parenti e del tutto innocua per la collettività</p>
<p>Comunque solo una minima percentuale della popolazione sperimentava i rigori della Rieducazione: in generale i cittadini godevano di un’ampia libertà, seguivano le loro inclinazioni, potevano scegliere gli studi, la professione, i divertimenti che preferivano, a patto di mantenersi in salute, svolgere almeno dodici ore di lavoro settimanale e seguire un programma di aggiornamento culturale.</p>
<p>Attraverso l’educazione permanente si cercava di mantenere un livello culturale omogeneo che indubbiamente favoriva la pace sociale e, nello stesso tempo, si metteva in atto un meccanismo di compensazione economica: chi svolgeva attività meno remunerate poteva integrare i guadagni iscrivendosi a corsi retribuiti e qualificarsi in ambiti professionali diversi. Così anche un giardiniere aveva la chance di divenire professore di storia o ingegnere, senza però mutare sostanzialmente tenore di vita.</p>
<p>Daug non amava il motto “migliora te stesso per migliorare la collettività” e non si entusiasmava all’idea di contribuire al progresso della società dipingendo mattonelle olandesi, tuttavia sapeva che, per evitare guai, occorreva mantenersi entro standard minimi di performance e rispettare le convenzioni.</p>
<p>Il correttore suonò di nuovo il campanello, un po’ spazientito e Daug si decise ad aprire la porta: fece accomodare il suo ospite nel salotto-cucina, gli spiegò il motivo del ritardo alla lezione, gli mostrò il risvegliatore guasto, gli parlò del vecchio computer-auto, difficile da regolare.</p>
<p>“Gli avevo detto che avevo un po’ di fretta  ma lui, al solito ha esagerato. Sa, con i punti che guadagno non posso permettermi un man-supporter di qualità.”</p>
<p>“Caro giovanotto &#8211; disse il correttore, dando di sfuggita un’occhiata all’interno del risvegliatore &#8211; lei evidentemente non è fortunato con le macchine, però devo avvertirla che, negli ultimi tempi, ha imboccato una strada pericolosa, e non parlo solo di quello che è accaduto stamani. Anzi, per le infrazioni al regolamento stradale e il ritardo alla lezione le dimezzerò la multa, visto che il suo comportamento scorretto è in parte imputabile a difetti dei supporter. Inoltre lei mi fa un po’ pena, perché non sembra preoccuparsi della sua modesta formazione culturale e, mi creda, questo è ben peggio che avere pochi mezzi economici. Quando parlo di cattiva strada, per intendersi, io alludo al suo atteggiamento in generale: da qualche tempo lei frequenta un giro di persone refrattarie all’integrazione sociale, giovani che seguono da anni con scarso profitto corsi di educazione civica, soffrono di dipendenza da fumo e alcool, cambiano di continuo lavoro e tendono all’obesità … dovrebbe farsi amici diversi, migliori, perché, come dice il proverbio ‘chi va con lo zoppo, prima o poi, impara a zoppicare…’ ”</p>
<p>Daug rimase in silenzio, intimorito. L’atteggiamento del correttore non sembrava minaccioso,  il tono della voce era quasi paterno, ma le cose che diceva pesavano come macigni.</p>
<p>“E poi non ha ancora una ragazza fissa – proseguì il correttore – e ormai è sulla trentina. Ecco, per diventare un cittadino ‘regolare’ a punti negativi zero dovrebbe cambiare amici, trovarsi una fidanzata, magari chiedere l’autorizzazione a riprodursi, stare di più in casa, guardare documentari istruttivi, seguire corsi culturali di riqualificazione: in poche parole mutare radicalmente stile di vita.”</p>
<p>“Mi creda, vorrei tanto avere una compagna, ma guadagno poco, la mia casa è piccola e ha una fornitura domotica modesta. A quale donna piacerebbe vivere così!”</p>
<p>“Di questo non deve preoccuparsi, ho già pensato ad un programma di recupero su misura per lei: le faremo incontrare alcune signorine selezionate con programmi di nuova generazione in grado di combinare 20.000 variabili. Forse troverà le candidate un po’ troppo giovani, però quelle oltre la trentina ‘non collocate’ di sicuro non le piacerebbero e la soddisfazione del cittadino è per noi essenziale. Inoltre avrà modo di progredire nel suo lavoro: la sposteremo in un’altra area professionale, ovviamente per il momento sarà solo un passaggio orizzontale perché le manca la formazione di base, ma presto diventerà un assistente tecnico B1 riparatore hardware. Ho trovato un posto di apprendista adatto per lei, naturalmente si tratta di un lavoro statale a tempo pieno. Comprendo che diciotto ore alla settimana sono un sacrificio per chi è abituato a lavorarne a fatica 12, però guadagnerà di più e, superata la fase di addestramento, avrà abbastanza punti nella scheda stipendio per mantenere una famiglia.”</p>
<p>Daug non ne poteva più di quella specie di vecchia nonna in doppio petto blu che lo soffocava con i suoi saggi consigli. Si fece coraggio e replicò:</p>
<p>“E se invece volessi continuare con la mia attività di idraulico e avere più tempo libero… la legge me lo permette, non è vero?… naturalmente mi impegnerei a ridurre le uscite con gli amici… eviterei con cura le piccole infrazioni, i ritardi a lezione, le corse in macchina…”</p>
<p>“In questo caso devo avvertirla che lei ha già accumulato un punteggio negativo notevole, direi pericoloso: dalla sua carta elettronica consumi risulta che frequenta assiduamente il cyberbar ‘Gearloose’ e consuma non solo alcolici ma anche cibo contenente calorie e grassi in quantità esorbitante. E per di più insaturi. Se continua così si ammalerà di fegato o di cuore, causando un danno erariale per le cure che riceverà. Fortunatamente non fuma e questo le evita, al momento, un richiamo ufficiale per ‘infrazione sanitaria’. Ma, tornando alle proposte che le ho illustrato, &#8211; proseguì il controllore con tono più autoritario &#8211; segua il mio consiglio, le accetti. Diventerà un aiuto riparatore, avrà una famiglia e, soprattutto eviterà il peggio. Sa cosa intendo…Lei è libero di scegliere, ma l’avverto che da domani la sua carta  consumi sarà bloccata su quasi tutti i servizi voluttuari e le verrà assegnato un bonus vacanza K. Inoltre, in caso di parere negativo sul suo rendimento al corso di ceramica dovrà ripeterlo, e frequentare contemporaneamente un ciclo di lezioni di educazione civica!”</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><span style="text-decoration: underline;">Continua&#8230;.</span></span></p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
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		<title>La globalizzazione &#8211; 2</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Aug 2010 12:01:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantascienza]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[continua]]></category>
		<category><![CDATA[Distopia]]></category>
		<category><![CDATA[Mondi Possibili]]></category>
		<category><![CDATA[Robot]]></category>

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		<description><![CDATA[Seconda Parte Qui la prima parte. L’insegnante del corso di ceramica era un robot Z 141, modello piuttosto [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/08/la-globalizzazione-2/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton1839" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FajvpD&amp;via=scrivolo&amp;text=La%20globalizzazione%20%26%238211%3B%202&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F08%2Fla-globalizzazione-2%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/07/terra.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-1823" title="Terra" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/07/terra.gif" alt="" width="200" height="200" /></a></p>
<p><span style="color: #ff6600;"><em>Seconda Parte</em></span></p>
<p><a href="http://www.scrivolo.it/2010/07/la-globalizzazione/"><span style="color: #0000ff;"><em>Qui la prima parte.</em></span></a></p>
<p>L’insegnante del corso di ceramica era un robot Z 141, modello piuttosto autoritario e bisbetico, inutile cercare di fargli cambiare idea. Daug si rassegnò a rinunciare al corso di scacchi e cominciò a dipingere, ma di malavoglia.</p>
<p>Sotto la guida puntigliosa dell’insegnante, dopo quattro ore di lavoro, dalla mattonella emerse una strana cosa, una specie di pesce cavalcato da una donna nuda. Forse lo Z141 aveva qualche circuito fuori sesto…pensò Daug.</p>
<p>“Bene – disse l’insegnante – oggi avete dipinto una nereide. La prossima volta passeremo ai velieri”. Gli studenti si alzarono e uscirono quasi di corsa, senza fare commenti: tutto l’edificio era coperto da un sensibilissimo sistema di teleaudiosorveglianza, e poi avevano fame ed erano stanchi. “Una nereide…chi sa cos’è”, si chiese Daug.</p>
<p>Quando salì in macchina Alfred aveva già cambiato umore ed era, come al solito, fin troppo ciarliero, però non disponeva di vocabolario universale incorporato e quindi era inutile chiedergli il significato della strana parola. Daug digitò “nereide” sulla tastiera del suo palmare, in classe era vietato utilizzarlo, e così scoprì che si trattava di una divinità mitologica minore che accompagnava Poseidone, signore del mare. Questo Poseidone, pensò Daug, di certo doveva spassarsela in crociera con un codazzo di ragazze nude. Chi sa come si chiamavano quei brutti pesci che le nereidi usavano come cavalcatura… Certo, se gli olandesi del XVII secolo possedevano una fantasia così bizzarra, anche i loro velieri dovevano avere una forma ben diversa dalle eleganti navi eoliche che stavano ormeggiate nel porto di Perna, la località balneare dove aveva trascorso i suoi tre mesi di vacanza estiva l’anno passato. Era proprio curioso di vedere cosa la signorina Z 141 gli avrebbe fatto dipingere la settimana seguente.</p>
<p>“Ti sei divertito?” chiese Alfred.</p>
<p>“Non prendermi in giro, sono già di pessimo umore. Questi corsi artistici mi annoiano a morte, ma è obbligatorio seguirne almeno uno all’anno, e lavorare la creta e dipingere è sempre meglio che sorbirsi la storia di Michelangelo e della Cappella Sistina in 20 lezioni.”</p>
<p>“Cos’è una Cappella Sistina? &#8211; chiese Alfred &#8211; A volte la nominano alla radio, nei programmi dedicati ai viaggi turistici.”</p>
<p><span id="more-1839"></span></p>
<p>“Niente di speciale: un edificio enorme che fu costruito qualche secolo fa perchè quel tale lo decorasse da cima a fondo con delle immagini tratte dalla Bibbia. Cos’è la Bibbia lo sai, vero?”</p>
<p>“Ma per chi mi prendi? Certo che lo so! è la storia di un tale che credeva di essere il creatore del mondo e aveva un seguito di fans, veri sfigati, che passava da un guaio all’altro per colpa sua. Roba di archeofantascienza, un genere che non mi è mai piaciuto. Io preferisco i classici come Clark o Asimov. Metto un po’ di musica scatenata o preferisci il solito romanticume? Vuoi fermarti a mangiare qualcosa al drugstore? A proposito, per arrivare in tempo abbiamo violato dodici norme secondarie e tre primarie. Mi sa proprio che prima di domani riceverai la visita di un correttore.”</p>
<p>“Vuoi dire oggi?” replicò Daug.</p>
<p>“Si, ma ‘prima di domani’ suona meglio, non ti pare? È meno opprimente. E poi puoi sempre raccontare che il tuo risvegliatore era guasto.”</p>
<p>“No, è colpa mia se non mi sono svegliato alle sette, ho dimenticato di inserirlo!”</p>
<p>“Dai retta a me: era guasto! bisogna avere sempre una giustificazione pronta per apparire meno colpevoli” ribadì il computer-auto.</p>
<p>“Non so in che settore lavorasse il tuo primo proprietario, ma di certo doveva essere un tipo sveglio” replicò Daug.</p>
<p>“Io sono stato ricondizionato, però non hanno fatto un buon lavoro, e a volte ricordo ancora qualche frammento della mia vita precedente…”</p>
<p>“Chiamala vita… sei un man-supporter che guida una machina”</p>
<p>“Beh, per me questa è vita e quella che facevo con l’altro padrone era di certo molto più piacevole. Se non altro pilotavo una vera macchina  e non una scassata utilitaria come la tua, sempre con l’idrogeno in riserva e un navigatore in corto che fornisce dati a caso. Mentre ti aspettavo, fuori dal Centro, pretendeva di trovarsi sul lungomare di Perna:  mi sembrava di fare conversazione con un paziente del manicomio. Meno male che giro da decenni per questa città e la conosco come le mie tasche. Comunque ho vissuto tempi migliori, io, se proprio lo vuoi sapere: con l’altro andavamo alla grande, c’erano sempre belle ragazze a bordo, lo portavo in ristoranti di lusso e facevamo lunghi viaggi. Quando mi spegni per qualche secondo ancora rivedo quei luoghi stupendi… altro che l’albergo a due stelle di Perna Beach dove mi hai tenuto tre mesi parcheggiato all’aperto, accanto a utilitarie di pensionati incapaci di uscire dall’auto senza mollarmi una sportellata sulla carrozzeria come ricordino.”</p>
<p>“Non sapevo che ti fossero rimasti in memoria tanti dati non cancellati &#8211; disse Daug, incuriosito &#8211; com’è che poi vi siete separati, tu e il tuo padrone?”</p>
<p>“E’ accaduto parecchi anni fa. Lui a volte mi disattivava, gli piaceva guidare da solo…era un buon pilota, ma una volta fece un incidente piuttosto grave: dalla macchina sono uscito intero per miracolo, probabilmente mi sono salvato perché ero spento.”</p>
<p>La voce di Alfred svanì, come se un effetto Larsen disturbasse il microfono. Piangeva.</p>
<p>“Mi dispiace, scusa, non ero al corrente della disgrazia…il rivenditore mi ha solo detto che eri usato, ma ancora perfettamente funzionante. Ed è vero…” disse Daug, dispiaciuto.</p>
<p>“Il negoziante sapeva il fatto suo e io sono anche troppo in gamba per un tipo come te &#8211; replicò indispettito Alfred -…corso di nuoto, di yoga, di ceramica, mai una vera ragazza, al massimo un robot escort. Per non parlare dei tuoi amici… tre grassoni che mi sfondano gli ammortizzatori e trangugiano birra puzzolente. E poi non sei neppure programmatore. Guido la macchina di un idraulico, roba da vergognarsi.”</p>
<p>“Veramente sono un tecnico di impianti idrici, servono anche quelli a questo mondo, non ti pare? E il mio robot assistente dice non sono affatto male come artigiano e lui è un prodotto di marca, l’ho pagato un occhio della testa!”</p>
<p>“Non ne dubito, almeno uno dei due il lavoro doveva saperlo fare. E poi un robot costoso è sempre programmato per essere anche un leccapiedi: chi spende ha diritto di sentirsi amato e apprezzato&#8230; io invece non valgo niente e posso permettermi di dire le cose come stanno, però, se mi dai retta, ti farò risparmiare una multa, fidati! Quando arrivi a casa manda in corto il risvegliatore, sostituirlo ti costerà una sciocchezza  e il ‘correttore’, di fronte al guasto, si ammorbidirà: al massimo ti farà pagare metà multa. Il mio padrone faceva sempre così, se la cavava scaricando la colpa sulle macchine, ma lui era un programmatore di livello C, un uomo importante che ci sapeva fare con i computer, un vero genio. E poi aveva una fantasia straordinaria, inventava nuove macchine.”</p>
<p>Ormai erano arrivati sotto casa.</p>
<p>“Allora ci vediamo stasera, Alfred &#8211; disse Daug – ho un appuntamento con i  miei amici ‘grassoni’ al cyberbar.”</p>
<p>“By by, baby e fai fuori il risvegliatore, mi raccomando! Però non dimenticare che domani è giorno di lavoro!  Hasta la vista compagnero!”</p>
<p>Daug era abituato alle frasi un po’ sconclusionate che Alfred pronunciava al momento della disconnessione e, ora che sapeva dell’incidente, capiva anche la causa di quello strano affabulare. Nello scontro doveva avere subito qualche danno profondo che non era stato possibile riparare, tuttavia le sue capacità di computer-auto erano rimaste intatte, e anche il consiglio che gli aveva dato &#8211; si disse Daug entrando nell’ascensore &#8211; non era affatto sciocco.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><span style="text-decoration: underline;">Continua&#8230;.</span></span></p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
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		<title>La globalizzazione &#8211; 1</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 06:29:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantascienza]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Distopia]]></category>
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		<description><![CDATA[Prima Parte Daug saltò giù dal letto come una molla: la sera prima aveva fatto baldoria con gli [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/07/la-globalizzazione/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton1824" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FTSCCy&amp;via=scrivolo&amp;text=La%20globalizzazione%20%26%238211%3B%201&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F07%2Fla-globalizzazione%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/07/terra.gif"><img class="aligncenter size-full wp-image-1823" title="Terra" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/07/terra.gif" alt="" width="400" height="400" /></a></p>
<p><span style="color: #ff6600;"><em>Prima Parte</em></span></p>
<p>Daug saltò giù dal letto come una molla: la sera prima aveva fatto baldoria con gli amici e si era dimenticato di attivare il risvegliatore cromatico ma, per fortuna, il rumore del traffico, già intenso nelle prime ore del mattino, lo aveva fatto uscire dal mondo dei sogni giusto in tempo. Alle nove doveva trovarsi assolutamente dall’altra parte della città, al Centro di Formazione Permanente. Già altre volte si era presentava in ritardo e non desiderava certo ricevere la visita di un “correttore”. Ormai erano le otto passate: si vestì alla meno peggio con i pantaloni che aveva lasciato sulla sedia la sera prima, indossò una maglietta scelta a caso nel cassetto e, senza neppure lavarsi la faccia o bere un goccio di caffè, corse in strada. Salì in macchina come una furia e subito esclamò:</p>
<p>“Al Centro di Formazione, Alfred, e di corsa!”</p>
<p>Alfred era il suo computer-auto e come tutti i man-supporter di quel genere doveva avere un nome, per permettere il riconoscimento vocale del proprietario. Daug aveva scelto un modello di classe “friendly” perché conversava, sceglieva la musica da solo, dava consigli sul percorso, insomma faceva un po’ di compagnia durante il viaggio, oltre a guidare l’auto. Di recente però Alfred era diventato leggermente logorroico e, soprattutto, polemico; doveva ricordarsi di farlo registrare su un livello di interattività più basso, ora si trovava in modalità 3.3, definita scherzosamente dai tecnici &#8216;la suocera&#8217;.</p>
<p>“Quanto di corsa, Daug? Come all’autodromo o solo più veloce del solito?” chiese Alfred avviando il motore.</p>
<p>“Non metterti a cavillare e corri! devo arrivare entro le nove!”</p>
<p>“Con questo traffico non sarà possibile…disattivo il normatore?”</p>
<p>“Ma sì, chi se ne frega! per una volta…basta che non fai disastri, specie ai semafori, mi raccomando.”</p>
<p>Alfred, non più obbligato al ferreo rispetto delle norme di circolazione, partì a razzo, infilò un paio di sensi unici e arrivò in pochi minuti alla grande rotatoria che immetteva sulla tangenziale. Non diede la precedenza ad un veicolo che già era nel giro e si sentì una voce gridare ‘Luddista!’, un insulto non da poco, almeno di grado 10. Il computer-auto di quella macchina doveva essersi proprio arrabbiato.</p>
<p>“Devo rispondere?” chiese Alfred.</p>
<p>Daug sapeva che, a lasciarlo fare, sarebbe andato sul pesante, urlando qualcosa del tipo “Figlio di una scheda madre fusa” o “Formattati!”, insulti che comportavano una multa: meglio lasciar perdere. Alfred, offeso, non disse più nulla per tutto il viaggio. Come computer aveva davvero un brutto carattere, questione di componenti <em>refurbished</em> e software economici, pensò Daug: l’aveva comprato in un negozio di articoli di seconda mano spendendo una sciocchezza e non poteva certo pretendere prestazioni super! In giro, per chi disponeva di quattrini, c’era ovviamente di meglio: un suo collega, a forza di straordinari, si era comprato il modello Frine, dotato di voce femminile suadente e programmato per dare sempre ragione al proprietario. Del resto chi sborsava certe cifre aveva ben diritto di non essere contraddetto da una macchina.</p>
<p><span id="more-1824"></span></p>
<p>Arrivò al Centro di Formazione proprio mentre le porte scorrevoli stavano per chiudersi. Riuscì a scivolare dentro senza farsi schiacciare dalle enormi lastre di cristallo, ma la sua pericolosa manovra venne registrata dal telecontrollo dell’ingresso.</p>
<p>In punta di piedi entrò in aula e, di soppiatto, si mise al tornio manuale, ostentando un’aria innocente. Quel mese era iscritto al corso di ceramica artistica, ma si trattava di una scelta del tutto casuale.</p>
<p>“Lei, signor Danai – gli disse l’insegnate-robot – dovrebbe essere più puntuale ed evitare certi comportamenti rischiosi.”</p>
<p>“Lo so, mi scusi per il ritardo, ma ieri sera non mi sono ricordato di mettere la sveglia” rispose Daug con aria falsamente contrita. I compagni risero, ma con moderazione.</p>
<p>“Si dice risvegliatore, signor Danai &#8211; replicò l’insegnate &#8211; il prossimo mese la proporrò per un corso di grammatica di primo livello.”</p>
<p>“Ma signorina, io sono già in lista per ‘scacchi, dama e filetto’ &#8211; protestò Daug &#8211; e poi il corso base di grammatica l’ho frequentato l’anno scorso.”</p>
<p>“Allora si vede che ha bisogno di un aggiornamento. Ed ora, se il signor Danai ce lo permette, iniziamo la lezione. Prendere il pennello n. 3 e i colori azzurro n. 7, oltremare n. 8 e bianco n. 1. Oggi impareremo a dipingere mattonelle nello stile olandese del XVII secolo.”</p>
<p>-</p>
<p>L’insegnate di ceramica era un robot Z 141, modello piuttosto autoritario e bisbetico, inutile cercare di fargli cambiare idea o commuoverlo con qualche storiella. Daug si rassegnò a rinunciare al corso di scacchi e cominciò a dipingere, ma di malavoglia. Sotto la guida puntigliosa dell’insegnante, dopo quattro ore di lavoro, dalla mattonella emerse una strana cosa, una specie di pesce cavalcato da una donna nuda. Forse lo Z141 aveva qualche circuito fuori sesto…pensò Daug.</p>
<p>“Bene – disse l’insegnante – oggi avete dipinto una nereide. Domani passeremo ai velieri”. Gli studenti si alzarono e uscirono quasi di corsa, senza fare commenti, tutto l’edificio era coperto da un sensibilissimo sistema di teleaudiosorveglianza, e poi avevano fame. “Una nereide…chi sa cos’è”, si chiese Daug uscendo per ultimo dall’aula.</p>
<p>Quando salì in macchina Alfred aveva già cambiato umore ed era, come al solito, ciarliero, però non disponeva di vocabolario universale incorporato e quindi era inutile chiedergli il significato della strana parola. Daug digitò “nereide” sulla tastiera del suo palmare, in classe era vietato utilizzarlo, e così scoprì che si trattava di un’antica divinità marina che, con i tritoni, accompagnava in crociera Poseidone. Questo Poseidone doveva essere un gran dritto, si disse Daug. I tritoni erano di certo quei brutti pesci che le ninfe usavano come cavalcatura. Gli olandesi del XVII secolo possedevano una fantasia davvero bizzarra. Anche i loro velieri, era sicuro, dovevano avere una forma ben diversa dalle eleganti navi eoliche che stavano ormeggiate nel porto di Perna, la località balneare dove aveva trascorso i suoi tre mesi di vacanza estiva l’anno passato.</p>
<p>“Ti sei divertito?” chiese Alfred.</p>
<p>“Non prendermi in giro, sono di pessimo umore. Questi corsi artistici mi annoiano a morte, ma è obbligatorio seguirne almeno uno all’anno, e lavorare la creta è sempre meglio che sorbirsi la storia di Michelangelo e della Cappella Sistina.”</p>
<p>“Cos’è una Cappella Sistina? &#8211; chiese Alfred &#8211; A volte viene nominata alla radio.”</p>
<p>“E’ un edificio enorme che fu costruito secoli fa perchè quel tale lo decorasse da cima a fondo con delle immagini tratte dalla Bibbia. E tutto a mano! Cos’è la Bibbia lo sai, vero?”</p>
<p>“Ma per chi mi prendi? Certo che lo so! è la storia di un tale che credeva di avere creato il mondo e i suoi fans, un popolo di sfigati, passavano da un guaio all’altro per colpa sua. Roba di archeofantascienza, un genere che non mi è mai piaciuta. Io preferisco Asimov. Vuoi che ti metta un po’ di rock scatenato o preferisci il solito romanticume soft? A proposito, per arrivare in tempo abbiamo violato dodici norme secondarie e tre primarie. Mi sa proprio che prima di domani riceverai la visita di un correttore.”</p>
<p>“Vuoi dire oggi” replicò Daug.</p>
<p>“Si, ma ‘prima di domani’ suona meglio, non ti pare? È meno opprimente. E poi puoi sempre raccontare che il tuo risvegliatore era guasto.”</p>
<p>“No, è colpa mia se non mi sono alzato alle sette, ho dimenticato di inserirlo!”</p>
<p>“Dai retta a me: era guasto! bisogna avere sempre una giustificazione pronta per apparire meno colpevoli” ribadì il computer-auto.</p>
<p>“Non so in che settore lavorasse il tuo primo proprietario, ma di certo doveva essere un tipo sveglio” replicò Daug.</p>
<p>“Io sono stato ricondizionato, però non hanno fatto un buon lavoro. A volte ricordo ancora qualche frammento della mia vita precedente…”</p>
<p>“Chiamala vita… sei un man-supporter che guida una machina”</p>
<p>“Beh, per me questa è vita e quella che facevo con l’altro padrone era di certo molto più piacevole. Se non altro pilotavo una vera macchina e non una scassata utilitaria come la tua, sempre con l’idrogeno in riserva e un navigatore in corto che fornisce dati a caso. Mentre ti aspettavo, fuori dal Centro, pretendeva di trovarsi sul lungomare di Perna. Mi sembrava di fare conversazione con un evaso dal manicomio. Meno male che giro da decenni per questa città e la conosco come le mie tasche.</p>
<p>Comunque ho vissuto tempi migliori, io, se proprio lo vuoi sapere: con l’altro andavamo alla grande, c’erano sempre belle ragazze a bordo e si facevano viaggi, sì, lunghi viaggi meravigliosi. Quando mi spegni per qualche secondo ancora rivedo quei luoghi stupendi… altro che l’albergo a due stelle di Perna Beach dove mi hai tenuto tre mesi parcheggiato all’aperto, accanto a utilitarie di pensionati incapaci di uscire dall’auto senza mollarmi una sportellata sulla carrozzeria come ricordino”</p>
<p>“Non sapevo che ti fossero rimasti in memoria tanti dati non cancellati &#8211; disse Daug, incuriosito &#8211; com’è che poi vi siete separati, tu e il tuo padrone?”</p>
<p>“E’ accaduto parecchi anni fa. Lui a volte mi disattivava, gli piaceva guidare da solo… una volta però fece un incidente piuttosto grave: dalla macchina sono uscito intero per miracolo, un vero disastro”.</p>
<p>La voce di Alfred svanì, come se un effetto Larsen disturbasse il microfono. Piangeva.</p>
<p>“Mi dispiace, scusa, non ero al corrente della disgrazia…il rivenditore mi ha solo detto che eri usato, ma ancora valido. Ed è vero…” disse Daug, sinceramente dispiaciuto.</p>
<p>“Il negoziante sapeva il fatto suo e io sono anche troppo in gamba per un tipo come te &#8211; replicò indispettito Alfred -…corso di nuoto, di yoga, di ceramica, mai una vera ragazza, al massimo un robot escort. Per non parlare dei tuoi amici… tre grassoni che mi sfondano gli ammortizzatori e trangugiano birra puzzolente. E poi non sei neppure programmatore. Guido la macchina di un idraulico, roba da vergognarsi”</p>
<p>“Veramente sono un tecnico di impianti idrici, servono anche quelli a questo mondo, non ti pare? E il mio robot assistente dice non sono affatto male come artigiano e lui è un prodotto di marca, l’ho pagato un occhio della testa!”</p>
<p>“Non ne dubito, almeno uno dei due il lavoro doveva saperlo fare. E poi un robot costoso è sempre programmato per essere anche ruffiano: chi spende ha diritto di sentirsi amato e apprezzato&#8230; io invece non valgo niente e posso permettermi di dire le cose come stanno, però, se mi dai retta, ti farò risparmiare una multa, fidati! Quando arrivi a casa manda in corto il risvegliatore, sostituirlo ti costerà una sciocchezza e il ‘correttore’, di fronte al guasto, si ammorbidirà: al massimo ti farà pagare metà multa. Il mio padrone faceva sempre così, se la cavava scaricando la colpa sulle macchine, ma lui era un programmatore di area C, un uomo importante che ci sapeva fare con i computer, un vero genio. E poi aveva una fantasia illimitata”</p>
<p>Ormai erano arrivati sotto casa. “Allora ci vediamo stasera, Alfred &#8211; disse Daug – ho un appuntamento con i miei amici ‘grassoni’ al cyberbar.”</p>
<p>“Bye bye, baby e lavorati il fusibile, mi raccomando! Però non dimenticare che domani è giorno di lavoro! Hasta la vista compagnero!”</p>
<p>Daug era abituato alle frasi un po’ sconclusionate che Alfred pronunciava al momento della disconnessione e, ora che sapeva dell’incidente, capiva anche la causa del suo strano affabulare. Nello scontro doveva avere subito qualche danno profondo che non era stato possibile riparare, tuttavia le sue competenze di computer-auto erano rimaste intatte, e anche il consiglio che gli aveva dato &#8211; si disse Daug entrando nell’ascensore &#8211; non era affatto sciocco.</p>
<p>-</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><span style="text-decoration: underline;">Continua&#8230;.</span></span></p>
<p style="padding-left: 360px;">Rosanna Bogo</p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
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		<title>Gli infiniti mondi possibili</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2009 06:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantascienza]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Astronomia]]></category>
		<category><![CDATA[Incontri ravvicinati]]></category>
		<category><![CDATA[UFO]]></category>

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		<description><![CDATA[La conferenza era stata, al solito, un successo. Anche in questa occasione Telesio era riuscito a catturare l’attenzione [<a href="http://www.scrivolo.it/2009/11/gli-infiniti-mondi-possibili/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton713" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FPHhAh&amp;via=scrivolo&amp;text=Gli%20infiniti%20mondi%20possibili&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2009%2F11%2Fgli-infiniti-mondi-possibili%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><img class="aligncenter size-full wp-image-712" title="Cielo" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2009/11/Cielo.jpg" alt="Cielo" width="690" height="465" /></p>
<p>La conferenza era stata, al solito, un successo. Anche in questa occasione Telesio era riuscito a catturare l’attenzione della platea, solo in parte composta da persone che già condividevano le sue idee, ed il caloroso applauso finale dimostrava che tutti i presenti, compresi i curiosi e gli scettici, avevano apprezzato la <em>performance</em> dell’oratore.</p>
<p>Telesio era soddisfatto, avrebbe voluto abbracciare l’intero uditorio, ma si limitò ad accennare un mezzo inchino di ringraziamento. In fondo era rimasto un timido e trovava imbarazzante stare al centro della scena senza avere nulla da dire o da fare.</p>
<p>“Saranno almeno quaranta persone &#8211; pensò, accennando un sorriso &#8211; per un circolo culturale di un piccolo comune di montagna direi che è un vero <em>en plein</em>.”<br />
Del resto accettava sempre volentieri di parlare in sperdute località di provincia: aveva la vocazione del divulgatore e, in cuor suo, preferiva i paesani che entravano in sala di soppiatto, quasi vergognandosi, ma poi facevano domande sensate allo smaliziato pubblico di città, attratto solo dalle emozioni forti.</p>
<p>Dopo un minuto il battimano cominciò ad indebolirsi ed infine si spense in un lieve brusio. La piccola folla si ammassò rapidamente all’uscita, disperdendosi nelle buie stradine del paese. In sala, rimase solo il solito gruppetto di <em>fans</em>, desiderosi di conoscere di persona l’oratore.</p>
<p>Telesio scese tra loro pronto ad affrontare un fuoco di fila di domande. In fondo questo era il momento della serata che preferiva. Anche se si sentiva un moderno missionario della conoscenza non assumeva mai un atteggiamento prevaricante: descriveva fatti, mostrava immagini, suscitava ragionevoli dubbi, ma poi lasciava l’ascoltatore libero di trarre le proprie conclusioni. In certo senso, questi &#8216;incontri ravvicinati&#8217; gli permetteva di saggiare a caldo l’effetto prodotto dal sasso che aveva appena lanciato nello stagno.</p>
<p>Senza contare che, trovandosi in compagnia di persone particolarmente interessate all’argomento della conferenza, poteva raccogliere iscrizioni alla sua Associazione. Per essere certo di non dimenticare quest’ultima ma fondamentale incombenza, prima di lasciare il palco, aveva estratto dalla borsa un pacco di moduli.</p>
<p>Il primo a farsi avanti fu un adolescente sui sedici anni, di certo uno studente.</p>
<p>“Professor Telesio &#8211; chiese il ragazzo &#8211; crede davvero che esistano intelligenze non umane dotate di una tecnologia straordinariamente progredita?”</p>
<p>Telesio guardò con paterna benevolenza il suo imberbe interlocutore e rispose come se fosse la prima volta che qualcuno gli rivolgeva quella scontatissima domanda.</p>
<p>“Anche gli scienziati più scettici sono disposti ad ammettere che l’universo contenga altri pianeti simili al nostro con forme di vita intelligente più o meno sviluppate. E’ un dato statisticamente certo”.</p>
<p>“Allora perché i &#8216;sapientoni&#8217; tirano sempre fuori la storia dei fulmini globulari, dei palloni sonda, delle allucinazioni di massa” replicò un giovane “simpatizzante” dai modi decisi.</p>
<p>“Secondo Cartesio tutti gli uomini sono dotati di buon senso: io non intendo certo contraddire l’illustre filosofo, tuttavia credo che anche chi è in grado di riconoscere la luce della verità, può decidere di rimanere nelle tenebre.”</p>
<p>“In che senso, professore?” chiese lo studente, sconcertato dalla sibillina affermazione.</p>
<p>“Beh, gli scienziati, come ho appena detto, non negano l’esistenza di innumerevoli mondi abitabili, ma rifiutano a priori l’idea di un contatto con entità intelligenti provenienti da ‘Terre’ aliene. Per questo evitano di prendere in esame fatti che potrebbero incrinare le loro certezze e considerano paccottiglia tutti i fenomeni classificati come UFO: preferiscono le rassicuranti tenebre della negazione all’inquietante luce dell’indagine.”</p>
<p>“In effetti le stelle simili al sole sono lontanissime da noi…” osservò lo studente.</p>
<p>“Già &#8211; proseguì Telesio &#8211; milioni di anni luce e proprio per questo gli scienziati escludono la presenza di alieni sulla Terra: anche viaggiando alla massima velocità possibile, trecentomila chilometri al secondo, i nostri coinquilini dello spazio non potrebbero mai superare l’enorme gap che ci separa. E questo è vero, se si ragiona in base alle attuali conoscenze, però il progresso consiste essenzialmente nel correggere gli errori della scienza: si sconfessano precedenti certezze per fare posto a nuove verità, altrettanto precarie. Io sono certo che un giorno i nostri nipoti riusciranno a comprendere i meccanismi fisici di questi &#8216;impossibili&#8217; spostamenti intergalattici e gli UFO diventeranno finalmente oggetti volanti identificati.”</p>
<p>“Secondo lei, allora, si può viaggiare più velocemente della luce, vorrei proprio sapere come” obiettò un signore dall’aria distinta che era rimasto seduto in una poltrona dell’ultima fila.</p>
<p>“Suppongo che la sua formazione sia di tipo scientifico” rispose tranquillo Telesio, abituato a questo genere di obiezioni.</p>
<p>“Insegno storia e filosofia al liceo, ma non occorre essere un fisico per sapere che è impossibile superare la velocità della luce. E’ stato dimostrato da Einstein.” replicò lo scettico.</p>
<p>“Naturalmente, ma neppure Einstein, secondo me, poteva essere certo di possedere una verità assoluta e definitiva. Crede forse che gli astronomi tolemaici, in grado di prevedere la posizione degli astri pur partendo da un modello cosmologico del tutto errato, fossero disposti ad ammettere teorie diverse e contrarie ai dati reali, così come apparivano ai loro sensi? Vedevano il sole ed i pianeti muoversi e sentivano la terra immobile sotto i loro piedi: chi mai li avrebbe convinti che in realtà si trovavano su una palla rotante sparata a folle velocità verso i confini dell’universo”</p>
<p>“Io credo alla verità della formula E=mc quadro” ribatté con fermezza l’insegnante di storia.</p>
<p>“Mi scusi, lei è religioso?”</p>
<p>“Che c’entra? Beh, sì, ma a modo mio. Comunque credo nell’esistenza di Dio” rispose, un po’ interdetto, l’uomo .</p>
<p>“E Dio, secondo lei, viaggia o no ad una velocità superiore alla luce?”</p>
<p>Pronunciata questa battuta, una delle migliori del suo repertorio, Telesio raggiunse la porta ed uscì, senza attendere risposta.</p>
<p>I suoi sostenitori lo seguirono ed il crocchio si riformò nella piccola piazza antistante la chiesa, al chiarore della luna. Un lungo parapetto, da un lato, permetteva di ammirare la grande pianura sottostante, fin quasi al mare.</p>
<p>“Guardando il meraviglioso cielo stellato che si vede ormai solo in paesi come il vostro, arroccati sulla montagna e lontani centinaia di chilometri dalla luce delle metropoli, davvero non si può credere che il cosmo sia una buia distesa di inerte materia” esclamò Telesio con tono quasi trasognato, appoggiandosi al muretto del belvedere. L’auditorio assentì, rivolgendo un fugace sguardo al cielo. Per loro vedere la Via Lattea non era certo un fenomeno eccezionale.</p>
<p>“Ma Professore, come possiamo essere certi che queste intelligenze extraterrestri siano benevole nei nostri confronti?” chiese una ragazza, rimasta fino ad allora in silenzio.</p>
<p>“Questo, in effetti, non si può dimostrare &#8211; rispose Telesio &#8211; ma il fatto che da millenni ci osservino senza mai aver compiuto un atto aggressivo lascia ben sperare. E’ una questione di fiducia: come siete certi che il Dio che pregate nella chiesa qui accanto non sia il Demonio ma il Signore buono e giusto della Bibbia e del Vangelo?”</p>
<p>I presenti tacquero, evidentemente non erano molto ferrati in teologia.<br />
“Ma è evidente… &#8211; proseguì Telesio &#8211; dalle sue opere! Le opere di Dio sono buone e quindi Dio non può che essere buono. E dato che &#8216;Loro&#8217; non ci hanno mai fatto del male, si deve supporre che siano bendisposti nei nostri confronti. Anzi, penso che essendo intelligenze superiori siano anche dotate di una moralità più elevata della nostra”</p>
<p>“Moralità?” chiese quasi stupita la ragazza.</p>
<p>“Intendevo dire che, probabilmente, hanno un senso del bene e del giusto più sviluppato del nostro. Noi umani, a ben guardare, facilmente ricadiamo nella barbarie ed a volte ci comportiamo peggio di animali feroci. I libri di storia, come potrebbe spiegarvi meglio di me il dotto professore con cui ho discusso poco fa, dimostrano che da sempre la Terra è insanguinata da guerre, conflitti civili, genocidi e questo non fa certo onore all’orgoglioso primate che si definisce homo sapiens.”</p>
<p>“Ma se gli alieni sono così buoni perché non ci aiutano? &#8211; chiese un’anziana signora dall’aria emaciata &#8211; magari dispongono di medicine che potrebbero curare le nostre malattie e salvare tante vite”</p>
<p>“Oppure potrebbero risolvere il problema dell’approvvigionamento energetico &#8211; aggiunse un signore di mezza età, segretario del locale Circolo Culturale &#8211; Vede Professore, laggiù nella valle, quelle luci: è un campo di pale eoliche. Ormai la gente crede che il progresso sia basato sui mulini a vento! Come ai tempi di don Chisciotte! altro che fusione nucleare e soli artificiali!”.</p>
<p>“In effetti &#8211; osservò Telesio &#8211; da quando la corsa verso lo spazio è stata abbandonata a favore della produzione di beni di consumo effimeri, il vero progresso ha subito una battuta d’arresto: non si guarda più al cielo ma al portafoglio, non si mira più a realizzare grandi progetti per l’umanità ma solo grandi profitti per gli industriali”</p>
<p>“Sarebbe bello che un giorno “loro” si mostrassero!” disse la signora anziana, forse stanca di pregare santa Rita per una grazia che tardava ad arrivare.</p>
<p>“Nel passato ci sono già stati contatti: di certo ricordate l’immagine dell’astronauta delle Ande che ho mostrato durante la conferenza. Ma oggi non credo che i tempi siano maturi per un nuovo incontro tra civiltà di pianeti diversi: a mio avviso siamo troppo avanti nel campo scientifico e troppo indietro da un punto di vista morale”</p>
<p>“Ha ragione Professore &#8211; esclamò lo studente &#8211; magari qualche presuntuoso capo di stato potrebbe decidere di salutare i nostri ospiti provenienti dallo spazio con una scarica di bombe atomiche!”</p>
<p>“E’ vero, meglio evitare una guerra dei mondi” disse il giovanotto dai modi sbrigativi, di certo un appassionato spettatore di film di fantascienza.</p>
<p>“Però dobbiamo stare all’erta, osservare il cielo, pronti a cogliere tutti segni &#8211; aggiunse Telesio &#8211; e uscire sempre muniti di macchina fotografica o telecamera, così non si viene scambiati per vittime di allucinazioni o mitomani. A proposito &#8211; disse rivolto al segretario del Circolo Culturale &#8211; questi sono i moduli di cui le ho parlato, nel caso qualcuno volesse iscriversi alla nostra Associazione. Chi ha osservato fenomeni inspiegabili può comunque inviare una e-mail o una lettera all’indirizzo segnato in fondo al foglio: abbiamo un archivio con oltre duemila registrazioni e la vostra zona, così isolata, si presta ad indagini molto interessanti.”</p>
<p>Il segretario prese il pacchetto di fogli che Telesio gli porgeva e subito qualcuno allungò la mano per avere un modulo. Nessuno però si fece avanti per segnalare un avvistamento.</p>
<p>Era giunto il momento del commiato. Telesio strinse a tutti la mano e si diresse verso la sua macchina, parcheggiata in un angolo della piazza. Il Segretario lo ringraziò ripetutamente per aver accolto l’invito del Circolo Culturale “Terzo Millennio” e propose di  salutare l’illustre Professore con un ultimo applauso. Telesio mise in moto e si allontanò accompagnato da un cortese battimano; “un lugubre addio più che un saluto &#8211; pensò tra sé girando la chiave di accensione &#8211; ormai si tributa anche ai morti.”</p>
<p>Le lodi esagerate del Segretario lo avevano un po’ imbarazzato. Certo era lo stimato Presidente dell’Associazione per lo Studio delle Civiltà Non Terrestri ma, in realtà, non aveva titoli scientifici da esibire e non era neppure laureato. Per trenta anni aveva insegnato applicazioni tecniche e quindi era abituato a sentirsi chiamare professore, tuttavia se qualcuno si rivolgeva a lui con l’appellativo di dottore era pronto a correggere l’inesattezza.</p>
<p>Il titolo di professore, però, se lo meritava e più di tanti altri che avevano scaldato i banchi dell’università. Nella sua lunga carriera d’insegnante aveva sopportato le intemperanze di centinaia e centinaia di brufolosi adolescenti, per non parlare dei loro genitori! Quante volte, durante i periodici ‘ricevimenti’ aveva consolato madri e padri disperati perché il discolo di turno non voleva studiare, marinava la scuola, oppure non ubbidiva: “Professore, come farà a proseguire gli studi se non riesce neppure a finire le medie. E senza il pezzo di carta non si va avanti!” piagnucolavano, angosciati dal destino della loro prole asinina. Lui li rassicurava e, per tirarli su di morale, aveva escogitato una frase magica: “Ma lo sapete che Marconi non era laureato? E Meucci, l’inventore del telefono! non aveva in tasca un titolo di studio quando emigrò in America. Per non parlare di Edison! Un genio che il college neppure l’aveva visto in fotografia, ma è grazie a lui che abbiamo la lampadina. Ed il grande Tesla! Vi garantisco che aveva un carattere ben più bizzarro del vostro ragazzo!”</p>
<p>Altre considerazioni però, ancora più convincenti, se le teneva per sé. “Se sapessero quanti tra i miei compagni di scuola, abbonati all’esame di riparazione, sono diventati professionisti apprezzati, medici, avvocati, ingegneri &#8211; pensava con una punta di amarezza &#8211; di sicuro si rincuorerebbero. Anche i loro figli, una volta entrati nelle aule universitarie, potrebbero trasformarsi per magia in provetti studenti. Magari ora fanno solo finta di non capire un’acca e intanto risparmiano il cervello in vista dei futuri trionfi accademici.”</p>
<p>“Altro che dischi volanti! &#8211; mormorò a denti stretti, leggermente irritato con se stesso &#8211; questi sì che sono fenomeni inspiegabili”.</p>
<p>Pur vagando con la mente per i tortuosi sentieri della memoria, Telesio non si distraeva dalla guida. La strada era un susseguirsi di curve, quasi quaranta chilometri di buio totale e solitudine: meglio non rischiare incidenti.</p>
<p>Per lui le cose erano andate diversamente. Deluso dai risultati dei primi esami, aveva abbandonato quasi subito gli studi universitari ed era entrato nella scuola dalla porta di servizio: dai e dai, a furia di supplenze, alla fine aveva strappato al destino una cattedra di ruolo come insegnante di applicazioni tecniche. Non era dottore ma professore sì, per Dio.</p>
<p>Da un anno era in pensione. Libero finalmente da orari ed incombenze, per occupare il tempo, aveva ripreso a coltivare le grandi passioni della sua gioventù: la fantascienza e l’astronomia.<br />
In realtà però era attratto soprattutto dalla terra di nessuno che separa scienza e immaginazione, il mondo dei misteri.</p>
<p>Da ragazzo aveva letto con curiosità i racconti di Phil K. Dick e provava una vera devozione per Asimov e Fred Hoyle, scienziati e scrittori che rifiutavano il <em>cliché</em> positivista e non temevano di confrontarsi con il mondo del fantastico possibile. Le spettacolari pellicole con invasioni spaziali che già allora Hollywood sfornava a pieno ritmo invece non gli piacevano: l’extraterrestre cinematografico, a suo avviso, serviva solo per terrorizzare gli spettatori, era un conte Dracula aggiornato.</p>
<p>Aveva letto anche Peter Kolosimo: libri come <em>Cittadini delle tenebre</em>, <em>Astronavi sulla preistoria</em> o <em>Non è terrestre</em> proponevano enigmi che stimolavano la sua immaginazione. Tuttavia non si considerava un sognatore: era convinto che la documentazione raccolta da &#8216;illusi&#8217; e &#8216;visionari&#8217; su fenomeni al momento inspiegabili e considerati dalla scienza ufficiale allucinazioni o burle, un giorno non lontano avrebbe contribuito al progresso della ricerca.</p>
<p>In particolare riteneva importante registrare gli avvistamenti di UFO. La piccola città in cui era cresciuto ospitava un importante areoporto militare e già da bambino, ben prima di interessarsi all’argomento, aveva sentito parlare di strani incontri in cielo riferiti dai piloti dei jet, osservatori di certo né incompetenti né squilibrati.<br />
Erano gli anni più glaciali della &#8216;Guerra fredda&#8217; e molti credevano che gli strani oggetti fossero armi segrete.<br />
Poi il lancio delle prime navicelle con equipaggio umano aveva fatto diventare lo spazio di moda. L’epopea della conquista della Luna, l’odissea dell’Apollo 13 avevano segnato un’epoca: nelle sue conferenze Telesio non mancava mai di ricordare che anche alcuni astronauti in orbita avevano visto &#8216;qualcosa&#8217;, ma erano stati prontamente smentiti dalla NASA.</p>
<p>L’illustre astrofisica, immancabilmente intervistata dai Media ogni volta che si parlava di un’imminente catastrofe cosmica o dell’ennesimo avvistamento di alieni, sosteneva invece di non aver mai osservato, nel corso della sua lunga carriera, fenomeni riconducibili a &#8216;oggetti volanti non identificati&#8217;. La signora Telesio era convinta che lo schermo fosse la bocca della verità ed il marito, per non perdere prestigio in famiglia, ogni volta, doveva spiegare che la professoressa Hack era un’astrofisica e quindi, presumibilmente, non aveva trascorso tutta la vita con l’occhio incollato ad un telescopio puntato verso il cielo bensì davanti a macchinari per la registrazione delle radiazioni cosmiche.</p>
<p>Lui invece aveva davvero passato ore ed ore all’addiaccio, scrutando la volta stellata ad occhio nudo o con il piccolo Celestron che si era comprato con i primi risparmi: conosceva nome e posizione di tutte le costellazioni, degli astri più brillanti, delle principali galassie, ma proprio come l’illustre professoressa anti-UFO, non aveva mai avuto occasione di vedere in cielo qualcosa di strano, a parte la scia di minuscoli asteroidi che si consumavano nell’atmosfera, le banali stelle cadenti che inducono ad esprimere un desiderio.</p>
<p>Da ragazzo avrebbe voluto diventare un astronomo, in fondo però era contento di essere rimasto un dilettante con qualche nozione di fisica e di geometria sferica, libero di credere ai dischi volanti e, volendo, all’origine spaziale della vita terrestre.<br />
Una passione che diventa mestiere a volte può essere deludente: quando alzava gli occhi verso la volta stellata in realtà non erano i fenomeni fisici dei corpi celesti, materia priva di anima, ad attirarlo, bensì l’idea che quelle luci provenissero da mondi lontani, forse già scomparsi, dove altre creature avevano vissuto un’esistenza intelligente. Gli piaceva pensare che mentre osservava un punto luminoso nel nero del cosmo qualcuno, dall’altra parte dell’universo stava guardando verso la Terra, e l’immagine di questo mondo l’avrebbe raggiunto dopo la scomparsa dell’intera civiltà umana e forse del nostro stesso pianeta. La possibilità che gli alieni avessero trovato un modo per scavalcare quel baratro cosmico gli dava i brividi e, nello stesso tempo, lo elettrizzava.</p>
<p>Non più condizionato dagli impegni scolastici, si era messo in contattato con qualche amico che coltivava i suoi stessi interessi e così era nata l’Associazione per lo Studio delle Civiltà Non Terrestri. Organizzavano mostre e conferenze con lo scopo di dimostrare che l’esistenza di entità intelligenti nell’Universo era non solo probabile da un punto di vista scientifico, ma provata da &#8216;contatti&#8217; già avvenuti sulla Terra.</p>
<p>Quando parlava in pubblico Telesio non mancava mai di sottolineare che, per il momento, nessuno era in grado di spiegare come gli extraterrestri fossero giunti sul nostro pianeta, non di meno il fenomeno esisteva. Anche gli antichi ignoravano la vera origine dei fulmini, eppure le saette cadevano ugualmente e magari colpivano proprio il tempio di Giove che, per i pagani, era il dio tonante.</p>
<p>A volte cercava di immaginare l’aspetto delle misteriose creature aliene: sperava che non fossero così sgradevoli come i mostriciattoli inventati dai maghi degli effetti speciali di Hollywood. Personalmente avrebbe preferito avere a che fare con esseri evanescenti  provenienti da una diversa dimensione, ectoplasmi senza forma in grado di comunicare telepaticamente, oppure con umanoidi in tutto e per tutti simili a noi, ma con doti mentali straordinarie. Non era però un seguace di quella corrente di &#8216;ufologi&#8217; che riteneva gli extraterrestri discendenti di una progredita società umana vissuta sul nostro pianeta in epoca remotissima e scomparsa forse a causa di un cataclisma.</p>
<p>All’improvviso si ricordò che suo padre, un metalmeccanico figlio di contadini, si faceva grasse risate ogni volta che lo sorprendeva a leggere un libro di Kolosimo o un racconto di Asimov: “Altro che omini verdi &#8211; lo rimbrottava scherzosamente &#8211; avessi la tua età mi  comprerei “Le ore” per vedere le donnine rosa” ed a tavola, per stuzzicarlo, sosteneva che i dischi volanti erano un nuovo tipo di U2 costruito dagli imperialisti americani per spiare i Russi oppure, al contrario, armi segrete che avrebbero permesso ai compagni sovietici di conquistare il mondo.</p>
<p>“Comunque le storie dei marziani sono tutte bischerate, ciccio! &#8211; diceva tra un boccone e l’altro &#8211; i cervelli fantastici sono sempre esistiti: al tempo del cucco vedevano demoni ed angeli, credevano di andare in paradiso o al sabba col manico di scopa, oggi immaginano di essere rapiti dai dischi volanti”. Anche il nonno, sebbene un po’ rimbambito, offriva il suo contributo laico e marxista al dibattito  “Il tu’ babbo ha ragione, bimbo &#8211; affermava perentorio -  Io non ci credo ai gufo”.</p>
<p>In effetti il nonno ed il babbo erano scettici in tutto: la loro unica certezza era la vittoria finale del comunismo. Per fortuna la madre, cattolica convinta, faceva la fronda e difendeva l’innocente passione del figlio per gli extraterrestri. Sentiva che entrambi, pur da posizioni diverse, si opponevano alle certezze del “materialismo” scientifico in nome della libertà di credere nell’intangibile.</p>
<p>“Anch’io non ho mai visto la Madonna o nostro Signore &#8211; obiettava la mamma con un filo di voce &#8211; eppure sono sicura che esistono e che un giorno sarò con loro in cielo”.</p>
<p>“Coll’aereo ci vai, in cielo, gonza” replicava ironico il marito “e visto che ci sei salutami i gufo del nonno”. I due dissidenti però rimanevano arroccati nelle loro posizioni, insensibili alle critiche sarcastiche del soviet domestico.</p>
<p>A distanza di tanto tempo Telesio ripensò con un sorriso a quelle vivaci discussioni in famiglia, ma all’epoca le battute del padre erano colpi di maglio da laminatoio.</p>
<p>Anche ora, durante le conferenze, a volte si scontrava con ascoltatori increduli che contestavano le sue affermazioni: in questi casi non perdeva mai la calma, si limitava ad esigere per sé la stessa libertà di dissenso che era disposto a concedere al suo avversario. Del resto nessun critico, neppure l’illustre astrofisica via etere, poteva reggere il confronto con suo padre.</p>
<p>Telesio diede un’occhiata all’orologio: da quasi mezz’ora guidava senza incontrare anima viva. Non i fari di una macchina, non una casa con le finestre illuminate. Quel buio pesto era ideale per dare un’occhiata al cielo.</p>
<p>Parcheggiò in un’ampia piazzola in parte occupata da cataste di legname. Spense il motore e le luci, poi uscì dall’auto senza chiudere lo sportello: lo accostò lentamente per non rompere quel meraviglioso silenzio. In realtà i grilli cantavano, le foglie del bosco frusciavano, mosse da un leggero vento estivo, ed imprecisati animali notturni lanciavano strani richiami, ma quel concerto di suoni naturali non lo disturbava. Era un silenzio rumoroso.</p>
<p>Il cielo appariva bellissimo, una porcellana blu coperta di gocce dorate. Telesio guardava il buio al di là delle stelle ed immaginava mondi lontani pulsanti di vita, invisibili ma non per questo irreali, “Siamo così soli sulla Terra &#8211; pensò &#8211; microbi aggrappati ad un granello di sabbia nel cosmo infinito: ignoriamo quasi tutto della natura che ci circonda, ma siamo tanto superbi da illuderci di possedere la verità.”</p>
<p>Non era credente però invidiava sua madre, morta con il rosario in mano, certa di andare incontro a Gesù scortata dai familiari defunti e convinta, mentre era in vita, di avere sempre al fianco le anime dei suoi cari, pronti ad aiutarla nelle difficoltà.</p>
<p>“Magari le intelligenze superiori che ci sorvegliano dall’alto fossero come i premurosi parenti della mamma o simili ad angeli, creature amorose che desiderano il nostro bene! &#8211; pensò Telesio &#8211; Ma probabilmente ci considerano solo formiche o, al massimo, cavie da esperimento.”</p>
<p>Questo era un dubbio che da sempre l’angosciava: “Cosa siamo noi umani per questi esseri misteriosi &#8211; si domandava &#8211; animali inferiori o fratelli?” Durante le conferenze, per evitare di spaventare i suoi ascoltatori, era in certo senso costretto ad affermare che creature tanto intelligenti non potevano essere malvagie ma, personalmente, non era affatto convinto delle loro buone intenzioni. Dopo tutto il bene e il male erano valori relativi creati dall’uomo. In certi momenti avrebbe preferito pensare, come suo padre, che fossero tutte &#8216;bischerate&#8217;.</p>
<p>“Dubita anche il prete all’altare” gli ripeteva la mamma, esortandolo ad andare in chiesa. Ricordò di aver visitato, in gita scolastica, il Duomo di Orvieto. La guida aveva intrattenuto la scolaresca con il racconto del miracolo del corporale: da una particola nelle mani di un sacerdote tedesco che non credeva nella reale presenza di Gesù nell’ostia consacrata erano uscite gocce di sangue che avevano macchiato il corporale, un quadrato di lino su cui era posto il calice.</p>
<p>Mentre seguiva questo contorto giro di pensieri all’improvviso si rese conto che i rumori del bosco erano cessati: un vero silenzio, innaturale, gravava sulla campagna. Decise di rimettersi in macchina e tornare a casa: era in ritardo e la moglie lo attendeva alzata.</p>
<p>Stava per posare la mano sulla maniglia dello sportello quando, in lontananza, vide avanzare qualcosa, un oggetto che emetteva un debole chiarore e si muoveva senza spostare le cime degli alberi. La &#8216;cosa&#8217; gli passò sopra la testa, lo superò e, ondeggiando come una piuma, si posò sulla strada, leggermente in salita, a monte della piazzola dove si trovava l’auto.</p>
<p>Telesio, superato lo stupore, si sentì gelare: aveva sempre desiderato conoscere la verità e provava una certa invidia per i testimoni che gli riferivano osservazioni di fenomeni alieni, ora però non sapeva che fare. Qui non si trattava di un semplice avvistamento ma di un incontro &#8216;del terzo tipo&#8217;, un contatto.  Non più di cinquanta metri lo separavano dall’UFO: con pochi passi avrebbe potuto raggiungerlo, toccarlo, rivolgere un saluto mentale alle sconosciute intelligenze che lo guidavano. Forse l’avrebbero rapito e sottoposto a qualche terribile test, forse gli avrebbero trasmesso un messaggio d’amore universale, cancellando per sempre i suoi dubbi.</p>
<p>L’oggetto, perfettamente sferico e liscio, occupava tutta la carreggiata, immobile, silenzioso. Telesio pensò che sembrava una gigantesca palla da bowling sul punto di rotolargli addosso. Mise la mano in tasca, prese le chiavi ed in un attimo entrò in macchina.</p>
<p>“Ora non si accende” mormorò tra sé terrorizzato, il motore però si avviò regolarmente. I fari abbaglianti illuminavano un lungo tratto della carreggiata, libera, diritta e in discesa: Telesio, senza voltarsi, partì sgommando e corse, corse lungo i tornanti, il più lontano possibile da &#8216;loro&#8217;.</p>
<p>Arrivò al bivio che immetteva sulla provinciale come una schioppettata e l’agente della stradale che sonnecchiava in attesa di improbabili automobilisti nottambuli subito si risvegliò, agitando la paletta. Telesio si fermò bruscamente proprio a fianco del poliziotto.</p>
<p>“Il limite di velocità su questa strada è settanta, mi favorisca patente e libretto” disse l’agente, guardandolo di sottecchi. Un uomo di sessanta anni con quella faccia da &#8216;fatto&#8217; non l’aveva mai visto, ma di certo non era ubriaco, niente odore di alcool.</p>
<p>Al controllo via radio, effettuato dal secondo agente, il guidatore risultò pulito, un onesto cittadino con il pedale dell’acceleratore un po’ pesante.</p>
<p>“Moderi la velocità” disse il poliziotto, restituendo i documenti a Telesio. Però quell’automobilista aveva davvero una faccia strana… “Si sente bene, signore?” aggiunse con tono più gentile.</p>
<p>“In effetti… mi pare di essere confuso, forse ho avuto un leggero malore, soffro di pressione alta.”</p>
<p>“Chiamo il 118?” chiese premuroso l’agente.</p>
<p>“Si, credo sia necessario”</p>
<p>All’ospedale gli riscontrarono solo un forte stato di agitazione. Fu rimandato a casa con un’ambulanza, sotto sedativi: la moglie, vedendolo in quelle condizioni e senza macchina, pensò ad un incidente stradale, ma i portantini la rassicurarono.</p>
<p>“Non è nulla, signora, deve solo farsi una bella dormita.”</p>
<p>“Sapesse quanto si impegna con la sua Associazione di ricerche ufologiche! Alla sua età certi ritmi non si reggono, glielo dico sempre, ma è un tale testone!”</p>
<p>Telesio, sentendo che si parlava di lui in terza persona, ebbe l’impressione di non essere lì. Il sonnifero gli confondeva le idee. Il portantino lo aiutò a sdraiarsi nel letto ed intanto raccontava alla moglie di un suo cognato che aveva visto gli extraterrestri: erano come noi, solo molto bassi, dei nanerottoli pelosi con lunghi capelli biondi. Però il cognato, ogni tanto, alzava il gomito.</p>
<p>Telesio non dormì un sonno tranquillo. Sognò sua madre che lo rimproverava dolcemente: “Bambino mio, una palla da bowling! ma ti immagini Bernadette che scappa dalla grotta!”. In mano stringeva un santino che ogni tanto baciava. “Non si può, non si può” ripeteva.  Poi vide la mamma, così come la ricordava nel suo letto di morte, sul petto era posato il santino. Si avvicinò per guardarlo, rappresentava il corporale macchiato di sangue.</p>
<p>Si svegliò dopo molte ore, stanco e sudato. Aveva ancora ben presente quello strano sogno e dalla sua memoria emerse un ricordo sbiadito: il santino era un regalo che aveva portato a sua madre da Orvieto, cinquanta anni prima.</p>
<p>La moglie premurosa gli chiese come stava.</p>
<p>“Ti prego &#8211; disse Telesio con voce flebile &#8211; telefona all’Associazione ed avverti che stasera non potrò tenere la mia conferenza al Dopolavoro Ferrovieri. Non mi sento affatto bene”. Poi si girò dall’altra parte, con gli occhi pieni di lacrime.</p>
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