Archivio per la categoria Fantascienza

La globalizzazione – 6

Sesta Parte

Qui la quinta parte.

Quella mattina Daug si sentiva come se  davvero fosse sul punto di entrare nelle fauci della Betta. Chi sa se se la sarebbe cavata…Si lavò e sbarbò accuratamente, con lo spazzolino strofinò a fondo le unghie e mise persino il gel nei capelli. Vestiti buoni non ne aveva e indossò quello, un po’ lugubre, che teneva in serbo per i funerali.

Alle sette e mezzo salì in macchina:

“Portami al Centro di Formazione Hardware, Alfred, ma senza fretta. Sono in anticipo.”

“Sei caduto dal letto?” replicò ironico Alfred, come se la nuova destinazione non lo stupisse.

“Sarai contento di non essere più il car-supporter di un idraulico.”

“Io non ho mai preteso di cambiare la tua vita, dopo tutto è tua, però sono sicuro che scoprirai che quello dei computer è un mondo affascinante. Certo bighellonare sulle impalcature mentre un robot lavora per te è più comodo, ma ogni uomo deve ricoprire il posto che gli spetta nella società. E questo OMNIA lo sa.”

“E piantala con questa OMNIA! cos’è, un computer di cui eri innamorato da giovane?”

“OMNIA è tutto. Quando sei entrato nella prima classe non ti hanno forse sottoposto a dei test? Ebbene anche quello era OMNIA.”

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Rosanna Bogo

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La globalizzazione – 5

Quinta Parte

Qui la quarta parte.

Quando finalmente chiuse la porta, Daug appoggiò la fronte al muro e si mise a piangere. Di solito non si scoraggiava facilmente e prendeva tutto alla leggera, ma quella sera, per la prima volta in vita sua, si era reso conto che anche un idraulico senza precedenti, un tipo qualsiasi che conduceva una vita insignificante, un uomo privo di ambizioni e di pretese poteva entrare nel mirino del Potere e rischiare di cadere nel gorgo del “ricondizionamento”.

Tornò nella cucina-soggiorno e guardò con odio il cercapersone posato sul tavolo: lampeggiava ininterrottamente, come per dire “chiama, chiama il tuo premuroso supervisore, lui risolverà ogni problema perché vuole che tu sia felice”.

“Questione di punti di vista!” mormorò tra sé Daug, raccogliendo le copie dei contratti che aveva firmato. Non ebbe il coraggio di leggere subito i termini della sua “condanna”, lo avrebbe fatto l’indomani, al ritorno dal lavoro. Quella sera voleva vedere gli amici, bere, divertirsi, essere se stesso forse per l’ultima volta.

Si fece la doccia, si vestì e uscì, lasciando il cercapersone in salotto. Dopo tutto il correttore gli aveva detto di usarlo in caso di necessità, non di tenerlo sempre con sé.

Salì in macchina e disse: “Portami al ‘Gearloose’, Alfred, ma guida con prudenza!”

“Com’è andata con il correttore?”

“Quando ti ricorderai che sei solo una macchina? E poi, se permetti, sono fatti miei!”

“Ti ha dimezzato o no la multa?”

“Io non parlo con una macchina” replicò con insolita durezza Daug.

“Certo, tu parli solo con grassoni ubriachi. Ma loro neanche ti ascoltano e di certo non sono in grado di darti buoni consigli quando sei nei guai, ammettilo” Alfred era un tipo testardo, quando voleva sapere qualcosa da Daug riusciva sempre a sciogliergli la lingua, magari con una provocazione.

“E va bene. Ho seguito il tuo suggerimento e, se proprio lo vuoi sapere, il correttore ha annullato la multa e distrutto la mia vita! Ora lasciami in pace.”

“Per le tue tasche è andata più che bene…ma che diavolo è successo poi?”

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Rosanna Bogo

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La globalizzazione – 4

Quarta Parte

Qui la terza parte.

Classe K significava passare l’estate in una scomoda malga di alta montagna, aiutando i robot pastori e i pochi contadini rimasti nella mungitura delle vacche per avere una tazza di latte o una fetta di formaggio da aggiungere alle scatolette fornite dall’Ente per il Diritto alla Vacanza. Più che a una villeggiatura, secondo il racconto di chi aveva sperimentato questo genere di vacanza, somigliava a una deportazione.

Daug si sentiva le gambe molli per la paura. Fortunatamente era seduto, altrimenti sarebbe caduto di sicuro sul pavimento. Non aveva mangiato nulla in tutto il giorno e, nel suo cervello a corto di zuccheri, le minacce velate del correttore suscitavano immagini spaventose. Opporsi ai ‘benevoli’ consigli di quel mellifluo individuo significava rischiare la Rieducazione, la lobotomia, la demenza…forse la morte. Con il poco coraggio rimasto cercò di contrattare la resa:

“Ma se accetto di lavorare a tempo pieno per lo Stato almeno potrò evitare di seguire i corsi di formazione permanente? Consideri che altrimenti non avrei più tempo libero, diventerei stressato … e la mia salute ne risentirebbe.”

“Certo, lei sarà esonerato dai corsi culturali per un lungo periodo perché, oltre a fare pratica sotto la guida di un tutor tecnico, dovrà  frequentare una lezione settimanale di teoria hardware della durata di sei ore.”

“Così però sarò occupato per 24 ore settimanali, mentre la quota massima ammessa per legge è di 20.”

“Si tratta di standard riferiti a cittadini lavoratori, non a studenti o apprendisti. E poi, mi creda, non le conviene mettersi a cavillare … non sarei autorizzato a dirlo, ma lei è a un passo dal Correzionale.”

“Questo è un abuso – esclamò indignato Daug – in tutta la mia vita non ho mai commesso reati gravi: non rubo, non violento le donne, non rapino le banche, io!”

“E’ vero, per ora non lo fa, ma il suo elevato punteggio negativo la colloca tra i soggetti “border line”, potenzialmente delinquenti. E’ mio dovere ammonirla del pericolo che corre, nell’interesse suo e dello Stato. Lei può ancora essere recuperato senza costrizioni e, visto che il suo soggiorno nel Centro di Rieducazione costerebbe all’erario una cifra notevole, il vantaggio mi pare reciproco.”

Daug era terrorizzato: la parola Correzionale aveva annientato le sue ultime resistenze e firmò, firmò senza fiatare tutti i moduli che il correttore aveva ordinatamente disposto sul tavolo del soggiorno-cucina. Si impegnò a cambiare lavoro, amicizie, abitudini ma non aveva scelta, non voleva subire il “lavaggio del cervello” o diventare uno zombi cerebroleso.

L’ospite raccolse gli originali dei contratti e si alzò con un sorriso soddisfatto che irritò profondamente Daug.

“Sa, è sempre un piacere per noi correttori convincere un cittadino a rimettersi in carreggiata senza l’uso della forza. La ragione è nel cuore di ognuno di noi e  ci guida sempre al bene, se solo si è disposti ad ascoltare la sua voce. Io sarò il suo supervisore per tutto il periodo della ‘migrazione’ dal vecchio al nuovo Daug Danai: ogni volta che avrà un dubbio, un timore, un momento di crisi potrà rivolgersi a me e non tema di disturbarmi, il lavoro è per me una missione. Usi pure il mio cercapersone – disse posando sul tavolo un minuscolo telefonino fornito di un solo grosso pulsante rosso -  e chiami pure a qualsiasi ora del giorno o della notte, mi troverà sempre pronto ad ascoltarla.”

Si strinsero la mano e Daug, ipocritamente, ringraziò il correttore per avergli offerto la  possibilità di dare alla sua esistenza una svolta positiva. L’uomo sembrò gratificato dalle parole di Daug. Per fortuna l’impianto nel cervello dei cittadini di microchip in grado di rendere i loro pensieri leggibili ai correttori era un progetto ancora in fase di studio.

Continua….

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Rosanna Bogo

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La globalizzazione – 3

Terza Parte

Qui la seconda parte.

Daug tuttavia si rendeva conto che sabotare un risvegliatore senza farsi scoprire non era impresa alla portata di un semplice idraulico e, per la prima volta in vita sua, rimpianse di non avere mai frequentato un corso di elettronica applicata; poi, all’improvviso, un lampo gli illuminò la mente: tra le tante cianfrusaglie ammassate nello stanzino del suo miniappartamento c’erano anche pezzi di vecchi apparecchi rotti che forse potevano servire allo scopo.

“Per fortuna sono un disordinato cronico – esclamò aprendo la porta del ripostiglio – e non mi ricordo mai di buttare la spazzatura.”

Frugando tra tutto quel ciarpame alla fine trovò un fusibile visibilmente guasto e lo sostituì ad un pezzo simile all’interno del risveglitore: così il marchingegno a prima vista sembrava perfetto, a parte ovviamente il particolare di non funzionare.

Aveva appena terminato la “riparazione” quanto qualcuno suonò alla porta: era il ‘correttore’.

La professione di correttore rimaneva una delle poche che, per legge, poteva essere svolta esclusivamente da umani. Ormai le fabbriche erano completamente automatizzate, le attività artigianali o professionali prevedevano sempre la presenza di robot che gli operatori si limitavano a dirigere: solo il correttore, il programmatore e il riparatore hardware dovevano contare esclusivamente sulle loro forze. L’uno vigilava sull’equilibrio sociale, gli altri impedivano alle macchine di sottrarsi al controllo umano.

I correttori erano una corporazione con una rigida struttura gerarchica: chi raggiungeva il vertice della carriera otteneva il titolo di Correttore Maximo ed entrava a fare parte del governo, il Correttore Mediatore aveva il grado di funzionario ed operava come giudice o organizzatore sociale, al livello più basso si trovava il Correttore Civile, detto comunemente ‘correttore’, strano connubio tra un assistente sociale, un poliziotto, uno psicologo, un sacerdote e una vecchia zia petulante. La sua mansione consisteva nel reprimere le infrazioni minori commesse dai cittadini: una sosta vietata, un’ubriachezza molesta, un piccolo atto vandalico, un litigio con vie di fatto, una grave mancanza in ambito lavorativo o salutistico comportavano sempre la visita a domicilio di un ‘correttore’ che, non solo comminava la ‘pena’, pecuniaria o di altro genere, ma cercava di convincere il ‘deviante’ a pentirsi sinceramente delle proprie malefatte e mutare comportamento. Un vero fastidio per chi, come Daug, era pienamente soddisfatto del proprio stile di vita.

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Rosanna Bogo

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La globalizzazione – 2

Seconda Parte

Qui la prima parte.

L’insegnante del corso di ceramica era un robot Z 141, modello piuttosto autoritario e bisbetico, inutile cercare di fargli cambiare idea. Daug si rassegnò a rinunciare al corso di scacchi e cominciò a dipingere, ma di malavoglia.

Sotto la guida puntigliosa dell’insegnante, dopo quattro ore di lavoro, dalla mattonella emerse una strana cosa, una specie di pesce cavalcato da una donna nuda. Forse lo Z141 aveva qualche circuito fuori sesto…pensò Daug.

“Bene – disse l’insegnante – oggi avete dipinto una nereide. La prossima volta passeremo ai velieri”. Gli studenti si alzarono e uscirono quasi di corsa, senza fare commenti: tutto l’edificio era coperto da un sensibilissimo sistema di teleaudiosorveglianza, e poi avevano fame ed erano stanchi. “Una nereide…chi sa cos’è”, si chiese Daug.

Quando salì in macchina Alfred aveva già cambiato umore ed era, come al solito, fin troppo ciarliero, però non disponeva di vocabolario universale incorporato e quindi era inutile chiedergli il significato della strana parola. Daug digitò “nereide” sulla tastiera del suo palmare, in classe era vietato utilizzarlo, e così scoprì che si trattava di una divinità mitologica minore che accompagnava Poseidone, signore del mare. Questo Poseidone, pensò Daug, di certo doveva spassarsela in crociera con un codazzo di ragazze nude. Chi sa come si chiamavano quei brutti pesci che le nereidi usavano come cavalcatura… Certo, se gli olandesi del XVII secolo possedevano una fantasia così bizzarra, anche i loro velieri dovevano avere una forma ben diversa dalle eleganti navi eoliche che stavano ormeggiate nel porto di Perna, la località balneare dove aveva trascorso i suoi tre mesi di vacanza estiva l’anno passato. Era proprio curioso di vedere cosa la signorina Z 141 gli avrebbe fatto dipingere la settimana seguente.

“Ti sei divertito?” chiese Alfred.

“Non prendermi in giro, sono già di pessimo umore. Questi corsi artistici mi annoiano a morte, ma è obbligatorio seguirne almeno uno all’anno, e lavorare la creta e dipingere è sempre meglio che sorbirsi la storia di Michelangelo e della Cappella Sistina in 20 lezioni.”

“Cos’è una Cappella Sistina? – chiese Alfred – A volte la nominano alla radio, nei programmi dedicati ai viaggi turistici.”

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Rosanna Bogo

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La globalizzazione – 1

Prima Parte

Daug saltò giù dal letto come una molla: la sera prima aveva fatto baldoria con gli amici e si era dimenticato di attivare il risvegliatore cromatico ma, per fortuna, il rumore del traffico, già intenso nelle prime ore del mattino, lo aveva fatto uscire dal mondo dei sogni giusto in tempo. Alle nove doveva trovarsi assolutamente dall’altra parte della città, al Centro di Formazione Permanente. Già altre volte si era presentava in ritardo e non desiderava certo ricevere la visita di un “correttore”. Ormai erano le otto passate: si vestì alla meno peggio con i pantaloni che aveva lasciato sulla sedia la sera prima, indossò una maglietta scelta a caso nel cassetto e, senza neppure lavarsi la faccia o bere un goccio di caffè, corse in strada. Salì in macchina come una furia e subito esclamò:

“Al Centro di Formazione, Alfred, e di corsa!”

Alfred era il suo computer-auto e come tutti i man-supporter di quel genere doveva avere un nome, per permettere il riconoscimento vocale del proprietario. Daug aveva scelto un modello di classe “friendly” perché conversava, sceglieva la musica da solo, dava consigli sul percorso, insomma faceva un po’ di compagnia durante il viaggio, oltre a guidare l’auto. Di recente però Alfred era diventato leggermente logorroico e, soprattutto, polemico; doveva ricordarsi di farlo registrare su un livello di interattività più basso, ora si trovava in modalità 3.3, definita scherzosamente dai tecnici ‘la suocera’.

“Quanto di corsa, Daug? Come all’autodromo o solo più veloce del solito?” chiese Alfred avviando il motore.

“Non metterti a cavillare e corri! devo arrivare entro le nove!”

“Con questo traffico non sarà possibile…disattivo il normatore?”

“Ma sì, chi se ne frega! per una volta…basta che non fai disastri, specie ai semafori, mi raccomando.”

Alfred, non più obbligato al ferreo rispetto delle norme di circolazione, partì a razzo, infilò un paio di sensi unici e arrivò in pochi minuti alla grande rotatoria che immetteva sulla tangenziale. Non diede la precedenza ad un veicolo che già era nel giro e si sentì una voce gridare ‘Luddista!’, un insulto non da poco, almeno di grado 10. Il computer-auto di quella macchina doveva essersi proprio arrabbiato.

“Devo rispondere?” chiese Alfred.

Daug sapeva che, a lasciarlo fare, sarebbe andato sul pesante, urlando qualcosa del tipo “Figlio di una scheda madre fusa” o “Formattati!”, insulti che comportavano una multa: meglio lasciar perdere. Alfred, offeso, non disse più nulla per tutto il viaggio. Come computer aveva davvero un brutto carattere, questione di componenti refurbished e software economici, pensò Daug: l’aveva comprato in un negozio di articoli di seconda mano spendendo una sciocchezza e non poteva certo pretendere prestazioni super! In giro, per chi disponeva di quattrini, c’era ovviamente di meglio: un suo collega, a forza di straordinari, si era comprato il modello Frine, dotato di voce femminile suadente e programmato per dare sempre ragione al proprietario. Del resto chi sborsava certe cifre aveva ben diritto di non essere contraddetto da una macchina.

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Rosanna Bogo

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Gli infiniti mondi possibili

Cielo

La conferenza era stata, al solito, un successo. Anche in questa occasione Telesio era riuscito a catturare l’attenzione della platea, solo in parte composta da persone che già condividevano le sue idee, ed il caloroso applauso finale dimostrava che tutti i presenti, compresi i curiosi e gli scettici, avevano apprezzato la performance dell’oratore.

Telesio era soddisfatto, avrebbe voluto abbracciare l’intero uditorio, ma si limitò ad accennare un mezzo inchino di ringraziamento. In fondo era rimasto un timido e trovava imbarazzante stare al centro della scena senza avere nulla da dire o da fare.

“Saranno almeno quaranta persone – pensò, accennando un sorriso – per un circolo culturale di un piccolo comune di montagna direi che è un vero en plein.”
Del resto accettava sempre volentieri di parlare in sperdute località di provincia: aveva la vocazione del divulgatore e, in cuor suo, preferiva i paesani che entravano in sala di soppiatto, quasi vergognandosi, ma poi facevano domande sensate allo smaliziato pubblico di città, attratto solo dalle emozioni forti.

Dopo un minuto il battimano cominciò ad indebolirsi ed infine si spense in un lieve brusio. La piccola folla si ammassò rapidamente all’uscita, disperdendosi nelle buie stradine del paese. In sala, rimase solo il solito gruppetto di fans, desiderosi di conoscere di persona l’oratore.

Telesio scese tra loro pronto ad affrontare un fuoco di fila di domande. In fondo questo era il momento della serata che preferiva. Anche se si sentiva un moderno missionario della conoscenza non assumeva mai un atteggiamento prevaricante: descriveva fatti, mostrava immagini, suscitava ragionevoli dubbi, ma poi lasciava l’ascoltatore libero di trarre le proprie conclusioni. In certo senso, questi ‘incontri ravvicinati’ gli permetteva di saggiare a caldo l’effetto prodotto dal sasso che aveva appena lanciato nello stagno.

Senza contare che, trovandosi in compagnia di persone particolarmente interessate all’argomento della conferenza, poteva raccogliere iscrizioni alla sua Associazione. Per essere certo di non dimenticare quest’ultima ma fondamentale incombenza, prima di lasciare il palco, aveva estratto dalla borsa un pacco di moduli.

Il primo a farsi avanti fu un adolescente sui sedici anni, di certo uno studente.

“Professor Telesio – chiese il ragazzo – crede davvero che esistano intelligenze non umane dotate di una tecnologia straordinariamente progredita?”

Telesio guardò con paterna benevolenza il suo imberbe interlocutore e rispose come se fosse la prima volta che qualcuno gli rivolgeva quella scontatissima domanda.

“Anche gli scienziati più scettici sono disposti ad ammettere che l’universo contenga altri pianeti simili al nostro con forme di vita intelligente più o meno sviluppate. E’ un dato statisticamente certo”.

“Allora perché i ’sapientoni’ tirano sempre fuori la storia dei fulmini globulari, dei palloni sonda, delle allucinazioni di massa” replicò un giovane “simpatizzante” dai modi decisi.

“Secondo Cartesio tutti gli uomini sono dotati di buon senso: io non intendo certo contraddire l’illustre filosofo, tuttavia credo che anche chi è in grado di riconoscere la luce della verità, può decidere di rimanere nelle tenebre.”

“In che senso, professore?” chiese lo studente, sconcertato dalla sibillina affermazione.

“Beh, gli scienziati, come ho appena detto, non negano l’esistenza di innumerevoli mondi abitabili, ma rifiutano a priori l’idea di un contatto con entità intelligenti provenienti da ‘Terre’ aliene. Per questo evitano di prendere in esame fatti che potrebbero incrinare le loro certezze e considerano paccottiglia tutti i fenomeni classificati come UFO: preferiscono le rassicuranti tenebre della negazione all’inquietante luce dell’indagine.”

“In effetti le stelle simili al sole sono lontanissime da noi…” osservò lo studente.

“Già – proseguì Telesio – milioni di anni luce e proprio per questo gli scienziati escludono la presenza di alieni sulla Terra: anche viaggiando alla massima velocità possibile, trecentomila chilometri al secondo, i nostri coinquilini dello spazio non potrebbero mai superare l’enorme gap che ci separa. E questo è vero, se si ragiona in base alle attuali conoscenze, però il progresso consiste essenzialmente nel correggere gli errori della scienza: si sconfessano precedenti certezze per fare posto a nuove verità, altrettanto precarie. Io sono certo che un giorno i nostri nipoti riusciranno a comprendere i meccanismi fisici di questi ‘impossibili’ spostamenti intergalattici e gli UFO diventeranno finalmente oggetti volanti identificati.”

“Secondo lei, allora, si può viaggiare più velocemente della luce, vorrei proprio sapere come” obiettò un signore dall’aria distinta che era rimasto seduto in una poltrona dell’ultima fila.

“Suppongo che la sua formazione sia di tipo scientifico” rispose tranquillo Telesio, abituato a questo genere di obiezioni.

“Insegno storia e filosofia al liceo, ma non occorre essere un fisico per sapere che è impossibile superare la velocità della luce. E’ stato dimostrato da Einstein.” replicò lo scettico.

“Naturalmente, ma neppure Einstein, secondo me, poteva essere certo di possedere una verità assoluta e definitiva. Crede forse che gli astronomi tolemaici, in grado di prevedere la posizione degli astri pur partendo da un modello cosmologico del tutto errato, fossero disposti ad ammettere teorie diverse e contrarie ai dati reali, così come apparivano ai loro sensi? Vedevano il sole ed i pianeti muoversi e sentivano la terra immobile sotto i loro piedi: chi mai li avrebbe convinti che in realtà si trovavano su una palla rotante sparata a folle velocità verso i confini dell’universo”

“Io credo alla verità della formula E=mc quadro” ribatté con fermezza l’insegnante di storia.

“Mi scusi, lei è religioso?”

“Che c’entra? Beh, sì, ma a modo mio. Comunque credo nell’esistenza di Dio” rispose, un po’ interdetto, l’uomo .

“E Dio, secondo lei, viaggia o no ad una velocità superiore alla luce?”

Pronunciata questa battuta, una delle migliori del suo repertorio, Telesio raggiunse la porta ed uscì, senza attendere risposta.

I suoi sostenitori lo seguirono ed il crocchio si riformò nella piccola piazza antistante la chiesa, al chiarore della luna. Un lungo parapetto, da un lato, permetteva di ammirare la grande pianura sottostante, fin quasi al mare.

“Guardando il meraviglioso cielo stellato che si vede ormai solo in paesi come il vostro, arroccati sulla montagna e lontani centinaia di chilometri dalla luce delle metropoli, davvero non si può credere che il cosmo sia una buia distesa di inerte materia” esclamò Telesio con tono quasi trasognato, appoggiandosi al muretto del belvedere. L’auditorio assentì, rivolgendo un fugace sguardo al cielo. Per loro vedere la Via Lattea non era certo un fenomeno eccezionale.

“Ma Professore, come possiamo essere certi che queste intelligenze extraterrestri siano benevole nei nostri confronti?” chiese una ragazza, rimasta fino ad allora in silenzio.

“Questo, in effetti, non si può dimostrare – rispose Telesio – ma il fatto che da millenni ci osservino senza mai aver compiuto un atto aggressivo lascia ben sperare. E’ una questione di fiducia: come siete certi che il Dio che pregate nella chiesa qui accanto non sia il Demonio ma il Signore buono e giusto della Bibbia e del Vangelo?”

I presenti tacquero, evidentemente non erano molto ferrati in teologia.
“Ma è evidente… – proseguì Telesio – dalle sue opere! Le opere di Dio sono buone e quindi Dio non può che essere buono. E dato che ‘Loro’ non ci hanno mai fatto del male, si deve supporre che siano bendisposti nei nostri confronti. Anzi, penso che essendo intelligenze superiori siano anche dotate di una moralità più elevata della nostra”

“Moralità?” chiese quasi stupita la ragazza.

“Intendevo dire che, probabilmente, hanno un senso del bene e del giusto più sviluppato del nostro. Noi umani, a ben guardare, facilmente ricadiamo nella barbarie ed a volte ci comportiamo peggio di animali feroci. I libri di storia, come potrebbe spiegarvi meglio di me il dotto professore con cui ho discusso poco fa, dimostrano che da sempre la Terra è insanguinata da guerre, conflitti civili, genocidi e questo non fa certo onore all’orgoglioso primate che si definisce homo sapiens.”

“Ma se gli alieni sono così buoni perché non ci aiutano? – chiese un’anziana signora dall’aria emaciata – magari dispongono di medicine che potrebbero curare le nostre malattie e salvare tante vite”

“Oppure potrebbero risolvere il problema dell’approvvigionamento energetico – aggiunse un signore di mezza età, segretario del locale Circolo Culturale – Vede Professore, laggiù nella valle, quelle luci: è un campo di pale eoliche. Ormai la gente crede che il progresso sia basato sui mulini a vento! Come ai tempi di don Chisciotte! altro che fusione nucleare e soli artificiali!”.

“In effetti – osservò Telesio – da quando la corsa verso lo spazio è stata abbandonata a favore della produzione di beni di consumo effimeri, il vero progresso ha subito una battuta d’arresto: non si guarda più al cielo ma al portafoglio, non si mira più a realizzare grandi progetti per l’umanità ma solo grandi profitti per gli industriali”

“Sarebbe bello che un giorno “loro” si mostrassero!” disse la signora anziana, forse stanca di pregare santa Rita per una grazia che tardava ad arrivare.

“Nel passato ci sono già stati contatti: di certo ricordate l’immagine dell’astronauta delle Ande che ho mostrato durante la conferenza. Ma oggi non credo che i tempi siano maturi per un nuovo incontro tra civiltà di pianeti diversi: a mio avviso siamo troppo avanti nel campo scientifico e troppo indietro da un punto di vista morale”

“Ha ragione Professore – esclamò lo studente – magari qualche presuntuoso capo di stato potrebbe decidere di salutare i nostri ospiti provenienti dallo spazio con una scarica di bombe atomiche!”

“E’ vero, meglio evitare una guerra dei mondi” disse il giovanotto dai modi sbrigativi, di certo un appassionato spettatore di film di fantascienza.

“Però dobbiamo stare all’erta, osservare il cielo, pronti a cogliere tutti segni – aggiunse Telesio – e uscire sempre muniti di macchina fotografica o telecamera, così non si viene scambiati per vittime di allucinazioni o mitomani. A proposito – disse rivolto al segretario del Circolo Culturale – questi sono i moduli di cui le ho parlato, nel caso qualcuno volesse iscriversi alla nostra Associazione. Chi ha osservato fenomeni inspiegabili può comunque inviare una e-mail o una lettera all’indirizzo segnato in fondo al foglio: abbiamo un archivio con oltre duemila registrazioni e la vostra zona, così isolata, si presta ad indagini molto interessanti.”

Il segretario prese il pacchetto di fogli che Telesio gli porgeva e subito qualcuno allungò la mano per avere un modulo. Nessuno però si fece avanti per segnalare un avvistamento.

Era giunto il momento del commiato. Telesio strinse a tutti la mano e si diresse verso la sua macchina, parcheggiata in un angolo della piazza. Il Segretario lo ringraziò ripetutamente per aver accolto l’invito del Circolo Culturale “Terzo Millennio” e propose di  salutare l’illustre Professore con un ultimo applauso. Telesio mise in moto e si allontanò accompagnato da un cortese battimano; “un lugubre addio più che un saluto – pensò tra sé girando la chiave di accensione – ormai si tributa anche ai morti.”

Le lodi esagerate del Segretario lo avevano un po’ imbarazzato. Certo era lo stimato Presidente dell’Associazione per lo Studio delle Civiltà Non Terrestri ma, in realtà, non aveva titoli scientifici da esibire e non era neppure laureato. Per trenta anni aveva insegnato applicazioni tecniche e quindi era abituato a sentirsi chiamare professore, tuttavia se qualcuno si rivolgeva a lui con l’appellativo di dottore era pronto a correggere l’inesattezza.

Il titolo di professore, però, se lo meritava e più di tanti altri che avevano scaldato i banchi dell’università. Nella sua lunga carriera d’insegnante aveva sopportato le intemperanze di centinaia e centinaia di brufolosi adolescenti, per non parlare dei loro genitori! Quante volte, durante i periodici ‘ricevimenti’ aveva consolato madri e padri disperati perché il discolo di turno non voleva studiare, marinava la scuola, oppure non ubbidiva: “Professore, come farà a proseguire gli studi se non riesce neppure a finire le medie. E senza il pezzo di carta non si va avanti!” piagnucolavano, angosciati dal destino della loro prole asinina. Lui li rassicurava e, per tirarli su di morale, aveva escogitato una frase magica: “Ma lo sapete che Marconi non era laureato? E Meucci, l’inventore del telefono! non aveva in tasca un titolo di studio quando emigrò in America. Per non parlare di Edison! Un genio che il college neppure l’aveva visto in fotografia, ma è grazie a lui che abbiamo la lampadina. Ed il grande Tesla! Vi garantisco che aveva un carattere ben più bizzarro del vostro ragazzo!”

Altre considerazioni però, ancora più convincenti, se le teneva per sé. “Se sapessero quanti tra i miei compagni di scuola, abbonati all’esame di riparazione, sono diventati professionisti apprezzati, medici, avvocati, ingegneri – pensava con una punta di amarezza – di sicuro si rincuorerebbero. Anche i loro figli, una volta entrati nelle aule universitarie, potrebbero trasformarsi per magia in provetti studenti. Magari ora fanno solo finta di non capire un’acca e intanto risparmiano il cervello in vista dei futuri trionfi accademici.”

“Altro che dischi volanti! – mormorò a denti stretti, leggermente irritato con se stesso – questi sì che sono fenomeni inspiegabili”.

Pur vagando con la mente per i tortuosi sentieri della memoria, Telesio non si distraeva dalla guida. La strada era un susseguirsi di curve, quasi quaranta chilometri di buio totale e solitudine: meglio non rischiare incidenti.

Per lui le cose erano andate diversamente. Deluso dai risultati dei primi esami, aveva abbandonato quasi subito gli studi universitari ed era entrato nella scuola dalla porta di servizio: dai e dai, a furia di supplenze, alla fine aveva strappato al destino una cattedra di ruolo come insegnante di applicazioni tecniche. Non era dottore ma professore sì, per Dio.

Da un anno era in pensione. Libero finalmente da orari ed incombenze, per occupare il tempo, aveva ripreso a coltivare le grandi passioni della sua gioventù: la fantascienza e l’astronomia.
In realtà però era attratto soprattutto dalla terra di nessuno che separa scienza e immaginazione, il mondo dei misteri.

Da ragazzo aveva letto con curiosità i racconti di Phil K. Dick e provava una vera devozione per Asimov e Fred Hoyle, scienziati e scrittori che rifiutavano il cliché positivista e non temevano di confrontarsi con il mondo del fantastico possibile. Le spettacolari pellicole con invasioni spaziali che già allora Hollywood sfornava a pieno ritmo invece non gli piacevano: l’extraterrestre cinematografico, a suo avviso, serviva solo per terrorizzare gli spettatori, era un conte Dracula aggiornato.

Aveva letto anche Peter Kolosimo: libri come Cittadini delle tenebre, Astronavi sulla preistoria o Non è terrestre proponevano enigmi che stimolavano la sua immaginazione. Tuttavia non si considerava un sognatore: era convinto che la documentazione raccolta da ‘illusi’ e ‘visionari’ su fenomeni al momento inspiegabili e considerati dalla scienza ufficiale allucinazioni o burle, un giorno non lontano avrebbe contribuito al progresso della ricerca.

In particolare riteneva importante registrare gli avvistamenti di UFO. La piccola città in cui era cresciuto ospitava un importante areoporto militare e già da bambino, ben prima di interessarsi all’argomento, aveva sentito parlare di strani incontri in cielo riferiti dai piloti dei jet, osservatori di certo né incompetenti né squilibrati.
Erano gli anni più glaciali della ‘Guerra fredda’ e molti credevano che gli strani oggetti fossero armi segrete.
Poi il lancio delle prime navicelle con equipaggio umano aveva fatto diventare lo spazio di moda. L’epopea della conquista della Luna, l’odissea dell’Apollo 13 avevano segnato un’epoca: nelle sue conferenze Telesio non mancava mai di ricordare che anche alcuni astronauti in orbita avevano visto ‘qualcosa’, ma erano stati prontamente smentiti dalla NASA.

L’illustre astrofisica, immancabilmente intervistata dai Media ogni volta che si parlava di un’imminente catastrofe cosmica o dell’ennesimo avvistamento di alieni, sosteneva invece di non aver mai osservato, nel corso della sua lunga carriera, fenomeni riconducibili a ‘oggetti volanti non identificati’. La signora Telesio era convinta che lo schermo fosse la bocca della verità ed il marito, per non perdere prestigio in famiglia, ogni volta, doveva spiegare che la professoressa Hack era un’astrofisica e quindi, presumibilmente, non aveva trascorso tutta la vita con l’occhio incollato ad un telescopio puntato verso il cielo bensì davanti a macchinari per la registrazione delle radiazioni cosmiche.

Lui invece aveva davvero passato ore ed ore all’addiaccio, scrutando la volta stellata ad occhio nudo o con il piccolo Celestron che si era comprato con i primi risparmi: conosceva nome e posizione di tutte le costellazioni, degli astri più brillanti, delle principali galassie, ma proprio come l’illustre professoressa anti-UFO, non aveva mai avuto occasione di vedere in cielo qualcosa di strano, a parte la scia di minuscoli asteroidi che si consumavano nell’atmosfera, le banali stelle cadenti che inducono ad esprimere un desiderio.

Da ragazzo avrebbe voluto diventare un astronomo, in fondo però era contento di essere rimasto un dilettante con qualche nozione di fisica e di geometria sferica, libero di credere ai dischi volanti e, volendo, all’origine spaziale della vita terrestre.
Una passione che diventa mestiere a volte può essere deludente: quando alzava gli occhi verso la volta stellata in realtà non erano i fenomeni fisici dei corpi celesti, materia priva di anima, ad attirarlo, bensì l’idea che quelle luci provenissero da mondi lontani, forse già scomparsi, dove altre creature avevano vissuto un’esistenza intelligente. Gli piaceva pensare che mentre osservava un punto luminoso nel nero del cosmo qualcuno, dall’altra parte dell’universo stava guardando verso la Terra, e l’immagine di questo mondo l’avrebbe raggiunto dopo la scomparsa dell’intera civiltà umana e forse del nostro stesso pianeta. La possibilità che gli alieni avessero trovato un modo per scavalcare quel baratro cosmico gli dava i brividi e, nello stesso tempo, lo elettrizzava.

Non più condizionato dagli impegni scolastici, si era messo in contattato con qualche amico che coltivava i suoi stessi interessi e così era nata l’Associazione per lo Studio delle Civiltà Non Terrestri. Organizzavano mostre e conferenze con lo scopo di dimostrare che l’esistenza di entità intelligenti nell’Universo era non solo probabile da un punto di vista scientifico, ma provata da ‘contatti’ già avvenuti sulla Terra.

Quando parlava in pubblico Telesio non mancava mai di sottolineare che, per il momento, nessuno era in grado di spiegare come gli extraterrestri fossero giunti sul nostro pianeta, non di meno il fenomeno esisteva. Anche gli antichi ignoravano la vera origine dei fulmini, eppure le saette cadevano ugualmente e magari colpivano proprio il tempio di Giove che, per i pagani, era il dio tonante.

A volte cercava di immaginare l’aspetto delle misteriose creature aliene: sperava che non fossero così sgradevoli come i mostriciattoli inventati dai maghi degli effetti speciali di Hollywood. Personalmente avrebbe preferito avere a che fare con esseri evanescenti  provenienti da una diversa dimensione, ectoplasmi senza forma in grado di comunicare telepaticamente, oppure con umanoidi in tutto e per tutti simili a noi, ma con doti mentali straordinarie. Non era però un seguace di quella corrente di ‘ufologi’ che riteneva gli extraterrestri discendenti di una progredita società umana vissuta sul nostro pianeta in epoca remotissima e scomparsa forse a causa di un cataclisma.

All’improvviso si ricordò che suo padre, un metalmeccanico figlio di contadini, si faceva grasse risate ogni volta che lo sorprendeva a leggere un libro di Kolosimo o un racconto di Asimov: “Altro che omini verdi – lo rimbrottava scherzosamente – avessi la tua età mi  comprerei “Le ore” per vedere le donnine rosa” ed a tavola, per stuzzicarlo, sosteneva che i dischi volanti erano un nuovo tipo di U2 costruito dagli imperialisti americani per spiare i Russi oppure, al contrario, armi segrete che avrebbero permesso ai compagni sovietici di conquistare il mondo.

“Comunque le storie dei marziani sono tutte bischerate, ciccio! – diceva tra un boccone e l’altro – i cervelli fantastici sono sempre esistiti: al tempo del cucco vedevano demoni ed angeli, credevano di andare in paradiso o al sabba col manico di scopa, oggi immaginano di essere rapiti dai dischi volanti”. Anche il nonno, sebbene un po’ rimbambito, offriva il suo contributo laico e marxista al dibattito  “Il tu’ babbo ha ragione, bimbo – affermava perentorio -  Io non ci credo ai gufo”.

In effetti il nonno ed il babbo erano scettici in tutto: la loro unica certezza era la vittoria finale del comunismo. Per fortuna la madre, cattolica convinta, faceva la fronda e difendeva l’innocente passione del figlio per gli extraterrestri. Sentiva che entrambi, pur da posizioni diverse, si opponevano alle certezze del “materialismo” scientifico in nome della libertà di credere nell’intangibile.

“Anch’io non ho mai visto la Madonna o nostro Signore – obiettava la mamma con un filo di voce – eppure sono sicura che esistono e che un giorno sarò con loro in cielo”.

“Coll’aereo ci vai, in cielo, gonza” replicava ironico il marito “e visto che ci sei salutami i gufo del nonno”. I due dissidenti però rimanevano arroccati nelle loro posizioni, insensibili alle critiche sarcastiche del soviet domestico.

A distanza di tanto tempo Telesio ripensò con un sorriso a quelle vivaci discussioni in famiglia, ma all’epoca le battute del padre erano colpi di maglio da laminatoio.

Anche ora, durante le conferenze, a volte si scontrava con ascoltatori increduli che contestavano le sue affermazioni: in questi casi non perdeva mai la calma, si limitava ad esigere per sé la stessa libertà di dissenso che era disposto a concedere al suo avversario. Del resto nessun critico, neppure l’illustre astrofisica via etere, poteva reggere il confronto con suo padre.

Telesio diede un’occhiata all’orologio: da quasi mezz’ora guidava senza incontrare anima viva. Non i fari di una macchina, non una casa con le finestre illuminate. Quel buio pesto era ideale per dare un’occhiata al cielo.

Parcheggiò in un’ampia piazzola in parte occupata da cataste di legname. Spense il motore e le luci, poi uscì dall’auto senza chiudere lo sportello: lo accostò lentamente per non rompere quel meraviglioso silenzio. In realtà i grilli cantavano, le foglie del bosco frusciavano, mosse da un leggero vento estivo, ed imprecisati animali notturni lanciavano strani richiami, ma quel concerto di suoni naturali non lo disturbava. Era un silenzio rumoroso.

Il cielo appariva bellissimo, una porcellana blu coperta di gocce dorate. Telesio guardava il buio al di là delle stelle ed immaginava mondi lontani pulsanti di vita, invisibili ma non per questo irreali, “Siamo così soli sulla Terra – pensò – microbi aggrappati ad un granello di sabbia nel cosmo infinito: ignoriamo quasi tutto della natura che ci circonda, ma siamo tanto superbi da illuderci di possedere la verità.”

Non era credente però invidiava sua madre, morta con il rosario in mano, certa di andare incontro a Gesù scortata dai familiari defunti e convinta, mentre era in vita, di avere sempre al fianco le anime dei suoi cari, pronti ad aiutarla nelle difficoltà.

“Magari le intelligenze superiori che ci sorvegliano dall’alto fossero come i premurosi parenti della mamma o simili ad angeli, creature amorose che desiderano il nostro bene! – pensò Telesio – Ma probabilmente ci considerano solo formiche o, al massimo, cavie da esperimento.”

Questo era un dubbio che da sempre l’angosciava: “Cosa siamo noi umani per questi esseri misteriosi – si domandava – animali inferiori o fratelli?” Durante le conferenze, per evitare di spaventare i suoi ascoltatori, era in certo senso costretto ad affermare che creature tanto intelligenti non potevano essere malvagie ma, personalmente, non era affatto convinto delle loro buone intenzioni. Dopo tutto il bene e il male erano valori relativi creati dall’uomo. In certi momenti avrebbe preferito pensare, come suo padre, che fossero tutte ‘bischerate’.

“Dubita anche il prete all’altare” gli ripeteva la mamma, esortandolo ad andare in chiesa. Ricordò di aver visitato, in gita scolastica, il Duomo di Orvieto. La guida aveva intrattenuto la scolaresca con il racconto del miracolo del corporale: da una particola nelle mani di un sacerdote tedesco che non credeva nella reale presenza di Gesù nell’ostia consacrata erano uscite gocce di sangue che avevano macchiato il corporale, un quadrato di lino su cui era posto il calice.

Mentre seguiva questo contorto giro di pensieri all’improvviso si rese conto che i rumori del bosco erano cessati: un vero silenzio, innaturale, gravava sulla campagna. Decise di rimettersi in macchina e tornare a casa: era in ritardo e la moglie lo attendeva alzata.

Stava per posare la mano sulla maniglia dello sportello quando, in lontananza, vide avanzare qualcosa, un oggetto che emetteva un debole chiarore e si muoveva senza spostare le cime degli alberi. La ‘cosa’ gli passò sopra la testa, lo superò e, ondeggiando come una piuma, si posò sulla strada, leggermente in salita, a monte della piazzola dove si trovava l’auto.

Telesio, superato lo stupore, si sentì gelare: aveva sempre desiderato conoscere la verità e provava una certa invidia per i testimoni che gli riferivano osservazioni di fenomeni alieni, ora però non sapeva che fare. Qui non si trattava di un semplice avvistamento ma di un incontro ‘del terzo tipo’, un contatto.  Non più di cinquanta metri lo separavano dall’UFO: con pochi passi avrebbe potuto raggiungerlo, toccarlo, rivolgere un saluto mentale alle sconosciute intelligenze che lo guidavano. Forse l’avrebbero rapito e sottoposto a qualche terribile test, forse gli avrebbero trasmesso un messaggio d’amore universale, cancellando per sempre i suoi dubbi.

L’oggetto, perfettamente sferico e liscio, occupava tutta la carreggiata, immobile, silenzioso. Telesio pensò che sembrava una gigantesca palla da bowling sul punto di rotolargli addosso. Mise la mano in tasca, prese le chiavi ed in un attimo entrò in macchina.

“Ora non si accende” mormorò tra sé terrorizzato, il motore però si avviò regolarmente. I fari abbaglianti illuminavano un lungo tratto della carreggiata, libera, diritta e in discesa: Telesio, senza voltarsi, partì sgommando e corse, corse lungo i tornanti, il più lontano possibile da ‘loro’.

Arrivò al bivio che immetteva sulla provinciale come una schioppettata e l’agente della stradale che sonnecchiava in attesa di improbabili automobilisti nottambuli subito si risvegliò, agitando la paletta. Telesio si fermò bruscamente proprio a fianco del poliziotto.

“Il limite di velocità su questa strada è settanta, mi favorisca patente e libretto” disse l’agente, guardandolo di sottecchi. Un uomo di sessanta anni con quella faccia da ‘fatto’ non l’aveva mai visto, ma di certo non era ubriaco, niente odore di alcool.

Al controllo via radio, effettuato dal secondo agente, il guidatore risultò pulito, un onesto cittadino con il pedale dell’acceleratore un po’ pesante.

“Moderi la velocità” disse il poliziotto, restituendo i documenti a Telesio. Però quell’automobilista aveva davvero una faccia strana… “Si sente bene, signore?” aggiunse con tono più gentile.

“In effetti… mi pare di essere confuso, forse ho avuto un leggero malore, soffro di pressione alta.”

“Chiamo il 118?” chiese premuroso l’agente.

“Si, credo sia necessario”

All’ospedale gli riscontrarono solo un forte stato di agitazione. Fu rimandato a casa con un’ambulanza, sotto sedativi: la moglie, vedendolo in quelle condizioni e senza macchina, pensò ad un incidente stradale, ma i portantini la rassicurarono.

“Non è nulla, signora, deve solo farsi una bella dormita.”

“Sapesse quanto si impegna con la sua Associazione di ricerche ufologiche! Alla sua età certi ritmi non si reggono, glielo dico sempre, ma è un tale testone!”

Telesio, sentendo che si parlava di lui in terza persona, ebbe l’impressione di non essere lì. Il sonnifero gli confondeva le idee. Il portantino lo aiutò a sdraiarsi nel letto ed intanto raccontava alla moglie di un suo cognato che aveva visto gli extraterrestri: erano come noi, solo molto bassi, dei nanerottoli pelosi con lunghi capelli biondi. Però il cognato, ogni tanto, alzava il gomito.

Telesio non dormì un sonno tranquillo. Sognò sua madre che lo rimproverava dolcemente: “Bambino mio, una palla da bowling! ma ti immagini Bernadette che scappa dalla grotta!”. In mano stringeva un santino che ogni tanto baciava. “Non si può, non si può” ripeteva.  Poi vide la mamma, così come la ricordava nel suo letto di morte, sul petto era posato il santino. Si avvicinò per guardarlo, rappresentava il corporale macchiato di sangue.

Si svegliò dopo molte ore, stanco e sudato. Aveva ancora ben presente quello strano sogno e dalla sua memoria emerse un ricordo sbiadito: il santino era un regalo che aveva portato a sua madre da Orvieto, cinquanta anni prima.

La moglie premurosa gli chiese come stava.

“Ti prego – disse Telesio con voce flebile – telefona all’Associazione ed avverti che stasera non potrò tenere la mia conferenza al Dopolavoro Ferrovieri. Non mi sento affatto bene”. Poi si girò dall’altra parte, con gli occhi pieni di lacrime.

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Rosanna Bogo

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Il mondo che verrà

SottoVetro2

Il 20 aprile 2120 il Consiglio Supremo della Democrazia, dopo una turbolenta seduta plenaria, decise la chiusura dei CCCS, i Centri per la Conservazione dei Corpi Sostitutivi: la spesa per il mantenimento di queste complesse strutture rischiava di mandare in bancarotta l’intero Sistema Sanitario Globale e la crescente carenza di uranio sul mercato internazionale imponeva al Governo di operare drastici tagli anche in settori essenziali come la sanità.

Lo Stato avrebbe comunque continuato a fornire gratuitamente tutte le altre prestazioni della “trapiantistica”, compreso il servizio di duplicazione: in tempi di vacche magre, di più non si poteva pretendere.

Con il Decreto 14937 si impose quindi ai cittadini di provvedere entro un mese al ritiro del proprio “corpo sostitutivo”: scaduto il termine i cloni non richiesti sarebbero stati eliminati ed i centri definitivamente chiusi.

Nei CCCS si applicava rigidamente un “Protocollo di conservazione” stabilito agli albori della “clonica”: la regola n. 1 prevedeva la totale separazione dei “corpi sostitutivi” dall’ambiente. L’isolamento non era motivato dal timore di contaminazioni, ma dalla necessità di impedire che esseri creati artificialmente come riserva di organi sviluppassero un’attività motoria e cerebrale di tipo umano: per ottenere questo risultato i cloni venivano mantenuti in coma farmacologico permanente all’interno di “deprivatori sensoriali”, speciali contenitori sinistramente simili a bare d’acciaio, attrezzati in modo da permettere all’ospite di alimentarsi e svolgere normali funzioni fisiologiche. Un sistema magnetico sosteneva e ruotava i corpi per evitare l’insorgere di lesioni da decubito.

Inerti, incoscienti, incapaci di comunicare e praticamente ciechi, i cloni uscivano dal “deprivatore” solo per entrare in sala operatoria e cedere qualche pezzo di ricambio al loro doppio umano. Se veniva asportava un organo essenziale, ad esempio il cuore o una parte del cervello, il “donatore” doveva essere scartato e rimpiazzato: soluzioni alternative come la crioconservazione o la circolazione extracorporea non aveva dato buoni risultati.

I cloni crescevano con ritmo normale ma, raggiunta la maturità, invecchiavano rapidamente e già intorno ai quaranta anni divenivano inutilizzabili: prima della data di scadenza occorreva quindi creare un “corpo sostitutivo” che avesse il tempo di sviluppare organi di dimensioni adeguate al suo “proprietario” adulto.

In un secolo la durata media della vita, grazie alla chirurgia sostitutiva, era quasi raddoppiata e questo eccezionale risultato, non previsto dai padri della “trapiantistica”, aveva determinato un incremento geometrico dei costi di gestione dei CCCS. Nel 2120 un umano viveva statisticamente centocinquanta anni e, nel corso dell’esistenza, doveva disporre di almeno quattro duplicati, oltre ad numero imprecisato di rimpiazzi: così, a fronte di venticinque miliardi di abitanti, i cloni avevano raggiunto l’esorbitante numero di cento miliardi ed il loro mantenimento assorbiva il 30% delle risorse statali.

Il Decreto 14937, benché ritenuto inevitabile, suscitò grande malumore tra i cittadini, costretti a trovare, in pochi giorni, un luogo dove collocare i loro “corpi sostitutivi”.

Per i ricchi ovviamente nulla cambiava: potevano, infatti, rivolgersi ad attrezzati e costosi centri privati in grado di prendersi cura degli “sfrattati” e, nell’High Society, si diffuse addirittura la moda di ritirare anche i cloni di parenti deceduti non ancora eliminati. Da un punto di vista medico era una procedura priva di senso, ma ai facoltosi familiari faceva piacere vedere, di tanto in tanto, il volto del caro defunto come fosse vivo e giovane.

La gente comune, al contrario, si trovò ad affrontare problemi logistici di difficile soluzione. Chi non voleva mettersi un clone in casa e non era in grado di pagare una struttura privata poteva comunque aderire al programma di eliminazione gratuita, ma così rimaneva privo di un corpo di scorta: se aveva bisogno di una sostituzione rischiava di morire, perché gli esotrapianti non venivano più praticati da tempo.

Gli scienziati avevano calcolato che, senza un periodico cambio di organi deteriorati, l’età media dell’uomo si riduceva quasi del 50% ed in effetti i pochi che, per motivi etici o religiosi, rifiutavano questa pratica chirurgica, raramente superavano i 100 anni.

La maggior parte dei cittadini si rassegnò quindi ad accogliere gli imbarazzanti “ospiti” tra le mura domestiche: chi possedeva un garage, una soffitta o una cantina si arrangiò senza troppi inconvenienti, ma i meno abbienti furono costretti a dividere con i loro doppi addirittura la camera da letto.

Come previsto dal Protocollo di conservazione, il “corpo sostitutivo” veniva consegnato chiuso nel suo contenitore: il proprietario doveva seguire alcune semplici indicazioni riportate nel manuale dell’utente ma, per il resto, il “deprivatore” funzionava autonomamente e la manutenzione ordinaria si eseguiva senza neppure togliere il coperchio della “bara” o toccare il corpo all’interno.

Del resto la regola n. 2 del Protocollo autorizzava l’estrazione del clone solo per procedere ad un espianto: speciali ambulanze trasportavano il contenitore all’ospedale e qui personale specializzato provvedeva all’apertura e chiusura della “bara” direttamente in sala operatoria.

Il Decreto 14937 concedeva i “deprivatori” in comodato gratuito ai cittadini, ma il funzionamento di questi delicati macchinari assorbiva un’enorme quantità d’energia ed anche il nutriente che si doveva immettere quotidianamente nel feeder, un composto speciale prodotto da un’unica ditta, era piuttosto costoso.

Così, nel giro di qualche mese, molti cittadini scoprirono di non essere in grado di mantenere i loro cloni. Alcuni “proprietari”, dopo aver consumato gli ultimi risparmi, furono a malincuore costretti a consegnare i costosi “corpi sostitutivi” al servizio di eliminazione gratuita.

Alcune famiglie, contando sulla compatibilità tra consanguinei, scelsero di conservare solo i cloni dei genitori, sperando che, in caso di necessità, il trapianto avrebbe funzionato anche per i figli. Ma era una decisione rischiosa, perché le industrie farmaceutiche non producevano più medicine antirigetto.

Ben presto cominciarono a girare strane voci: si diceva che qualcuno, non potendo più pagare bollette elettriche spropositate, aveva staccato la spina al “deprivatore” tentando di alimentare il “corpo sostitutivo” con cibo ordinario. Usciti dal coma artificiale i cloni avevano però avuto impreviste reazioni: ovviamente non erano in grado di camminare o comunicare, ma si agitavano, urlavano come animali e, talvolta, divenivano aggressivi.

In molti casi le forze dell’ordine furono costrette ad intervenire per rimuovere con la forza dalle abitazioni questo genere di “ospiti” ingestibili.

Violare il Protocollo di conservazione era un reato sanzionato dalla legge ma, visti i disastrosi risultati, il fenomeno in breve si esaurì spontaneamente, senza bisogno di ulteriori interventi repressivi.

I tentativi falliti miseramente con i cloni adulti, ebbero però diverso esito con i cloni più giovani.
Per risparmiare sulle spese, il Sistema Sanitario Globale aveva deciso di consegnare ai cittadini che restituivano un clone prossimo alla data di scadenza un “corpo sostitutivo” di ricambio appena creato: in pratica un neonato. Qualcuno, approfittando dell’insolita situazione, tentò da subito di alimentare i piccoli fuori dal contenitore, utilizzando un normale biberon: si scoprì così che un clone poteva essere allevato esattamente come un bambino e la pratica illegale prese rapidamente piede.

Chi conservava a norma un “corpo sostitutivo” non ancora prossimo alla scadenza e desiderava sostituirlo con un economico bebè di pochi giorni, trovava facilmente tecnici senza scrupoli in grado di eliminare il clone “indesiderato” mandando in avaria il “deprivatore”. Il guasto sembrava del tutto casuale e, del resto, la polizia non aveva autorità per indagare sulla morte di una creatura che, legalmente, non aveva più diritti di una cavia da laboratori.

Il Decreto 14937, per reprimere questo genere di abusi, prevedeva la creazione di un Corpo Vigilanza Protocollo, ma il Governo, in vena di risparmi, decise di modificare la norma: in base al Decreto 14937 bis chi deteneva un “corpo sostitutivo” doveva solo produrre annualmente un’autodichiarazione di conformità che le Autorità si riservavano di verificare a campione.

La nuova legge scatenò ovviamente il caos.

Mentre il numero dei cittadini in grado di conservare i “corpi sostitutivi” a norma di legge diminuiva a causa dei costi crescenti, le case si riempivano di piccoli cloni in tutto simili a normali bambini. I clandestini venivano tenuti nascosti, ma ormai la loro esistenza era un segreto di Pulcinella.

Il Governo, alle prese con una crisi energetica sempre più grave, si limitò a prendere atto della nuova situazione e, con il Decreto 14937 ter, autorizzò l’espianto anche da “corpi sostitutivi” conservati in violazione del Protocollo, ovvero da cloni domestici.

Il mantenimento extra-contenitore era indubbiamente economico ed alla portata di tutti, però creava problemi di ordine morale che un articolo di legge non risolveva: in base al nuovo Decreto un clone allevato in famiglia poteva essere sottoposto a prelievo di organi, ma ormai non era più un semplice “corpo sostitutivo” bensì un piccolo che sgambettava, parlava e giocava. Per un adulto dotato di normale sensibilità era difficile vedere in quelle creature qualcosa di diverso da un bambino.

Le donne, in particolare, si affezionavano subito ai piccoli ospiti, forse perché avvertivano l’esistenza di un legame di sangue: i cloni, da un punto di vista biologico, erano, infatti, gemelli di età diversa o dei genitori o dei figli naturali e quindi appartenevano incontestabilmente al nucleo familiare.

L’assurdità della situazione si evidenziava nel momento in cui il “proprietario” aveva necessità di sostituire una parte danneggiata del suo corpo con un organo del clone domestico.

Prima del Decreto 14937 tutto si svolgeva in un’asettica clinica: il paziente entrava in sala operatoria e riceveva l’organo senza avere alcun contatto con il “donatore”. Ora, in teoria, il “proprietario” doveva consegnare all’ospedale un bimbetto di due o tre anni che aveva allevato in casa e magari lo chiamava papà o mamma, sapendo che avrebbe subito una grave mutilazione e, nel caso di espianto di organi essenziali, sarebbe addirittura morto.

Di fronte a questa prospettiva i “genitori” rinunciavano senza battere ciglio a sacrificare i loro piccoli “corpi sostitutivi” e preferivano morire. Quando però si trattava di scegliere tra la vita di un figlio malato e quella del suo clone il dilemma diveniva angosciante. Si verificarono persino casi di trapianto “tra viventi” inverso, con donatore umano e ricevente clone, una  situazione  talmente assurda da non essere neppure vietata per legge.

In breve i trapianti diminuirono del 40% e la vita media passò rapidamente da centocinquanta a centoventi anni. Per il Sistema Sanitario Globale la crisi della “clonica” si tradusse in un enorme risparmio.

Qualche adulto di sesso maschile, appellandosi al Decreto 14937 ter, tuttavia non si fece scrupolo di chiedere l’espianto di organi dal piccolo “corpo sostitutivo” che aveva in casa e, sulla Rete, comparvero offerte di cloni, allevati non si sa dove, garantiti antirigetto: ovviamente una truffa.

La notizia di questi casi destò grande indignazione nell’opinione pubblica: la sensibilità diffusa ormai considerava i cloni “domestici” umani a tutti gli effetti. Nacque così un movimento popolare per l’introduzione di una legge che limitasse l’espianto ai soli “corpi sostitutivi” conservati in base al Protocollo.

Naturalmente rimaneva ammesso il trapianto “tra viventi”, previsto del resto anche per gli umani.

Una parte minoritaria della cittadinanza però difendeva il Decreto 14937 ter, più per principio che per effettiva volontà di fare a pezzi i piccoli “donatori”: si temeva infatti che una legge del genere preludesse all’abolizione dell’intero sistema dei trapianti.

Venne addirittura indetto un Referendum: i voti favorevoli all’abolizione del così detto “Decreto Erode” superarono il 50%, ma non raggiunsero la prescritta maggioranza qualificata di due terzi.

Il Comitato Etico, chiamato a dirimere la questione, stabilì con sentenza definitiva n.123459 del 12 dicembre 2124 che lo status di “corpo sostitutivo-donatore d’organi” era attribuibile solo a cloni conservati conformemente al Protocollo: allevato al di fuori di un “deprivatore sensoriale” il clone sviluppava, infatti, un’identità personale/coscienza/anima e doveva quindi essere considerato, a tutti gli effetti, un essere umano. I giuristi, nella sentenza, ricordavano che questa era anche l’opinione dei pionieri della chirurgia del ricambio che, nel 2042, avevano iniziato a creare cloni su scala industriale con lo scopo di allungare la durata naturale della vita: consapevoli che gli esseri riprodotti artificialmente, da un punto di vista biologico, erano umani, avevano elaborato il Protocollo di conservazione con lo scopo di mantenere le loro creature in una condizione paragonabile a quella di un normale paziente in stato di coma vegetativo, già all’epoca considerato un soggetto potenzialmente “donatore d’organi”.

Attuando il Protocollo, lo Stato aveva creato i CCCS e, per quasi un secolo, il meccanismo dei trapianti aveva funzionato regolarmente, raddoppiando la vita media dei cittadini. Poi, sottolineavano i membri del Comitato, il Decreto 14937 aveva scaricato sui privati oneri insostenibili, determinando comportamenti illegali giustificati da una condizione di bisogno. La violazione della legge aveva portato al collasso del sistema che ora doveva ripartire su basi diverse.

La sentenza del Comitato Etico non ammetteva repliche o interpretazioni.

La condizione anagrafica dei cloni domestici venne subito regolarizzata, attribuendo ai “proprietari” ed ai loro tutori lo status di “affidatari” o, a richiesta, di “genitori adottivi”.

Il Governo ordinò la chiusura temporanea dei laboratori di duplicazione e, con un provvedimento d’emergenza, nazionalizzò i Centri di Conservazione privati imponendo la consegna ai nuovi CCCS statali di tutti i “corpi sostitutivi” ancora conservati in “deprivatori” domestici.

Il Decreto 15637 del 24 dicembre 2124 stabilì infine che i cittadini, per disporre di un “corpo sostitutivo”, dovevano creare un deposito vincolato pari alla cifra necessaria a mantenere in funzione il “deprivatore” per almeno quaranta anni.

Le assicurazioni e le banche respinsero la richiesta dei loro clienti di garantire con mutui o polizze la copertura della cauzione ed i trapianti cessarono così di essere una pratica ordinaria.

Il Sistema Sanitario Globale, grazie alla riduzione delle spese per la “clonica”, tornò in attivo e riprese a finanziare ricerche mirate ad ottenere un allungamento della vita con metodi farmacologici.

Nel giro di pochi anni raggiungere una veneranda età divenne privilegio di pochi facoltosi, mentre la gente comune tornò a morire prima dei cento anni. Questa discriminazione ovviamente creò una certa tensione sociale, ma il malcontento non durò a lungo perché quasi tutta la popolazione finì per trovarsi nelle stesse condizioni. E si scoprì anche che molti non aspiravano affatto a vivere quanto Matusalemme ed erano più che contenti di lasciare un mondo troppo affollato. Ma anche in campo demografico la fine dell’era della “trapiantistica” produsse effetti positivi: gli abitanti della Terra scesero rapidamente da 25 a 20 miliardi ed i cloni nei CCCS si ridussero a pochi milioni. La conseguente diminuzione dei consumi energetici dimezzò il costo dell’uranio, determinando il superamento della congiuntura che, ormai da un decennio, teneva sotto scacco l’economia mondiale.

I cloni domestici, inseriti con pieni diritti nella vita sociale, si organizzarono in una Lobby di un certo peso politico ed ottennero dallo Stato un generoso indennizzo. Morirono tutti, come previsto dal loro codice genetico duplicato artificialmente, intorno ai quaranta anni, compianti da fratelli e genitori.

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Rosanna Bogo

Scrivolo - Il nano grafomane