Archivio per la categoria Racconti

Atipico ritratto

Mi guardo allo specchio e non vedo che il mio volto, la barba incolta, qualche capello bianco. Uno come tanti, uno di quelli che non si ricordano, una di quelle facce che se le rivedi non riesci mai ad abbinarle ad un nome. Bello, lo so, non lo sono mai stato. Giovane lo sono ancora, a trent’anni appena compiuti. Dovrei avere un po’ più di metà della vita davanti, stando alle statistiche. Il problema è che dallo sguardo non si vede nient’altro.

I capelli bianchi mi sono venuti all’università, esame dopo esame, come un ricordo degli sforzi fatti per restare sveglio sui libri fino a notte fonda. Me ne sono accorto una mattina d’estate, quando il sole me ne ha indicato un filo. Poi due. Poi tre. E via. Però non sono stempiato come tanti altri della mia età, questo dovrete ammetterlo. Le rughe….beh, solo qualcuna, di quelle che si definiscono “di espressione”, legate alle tensioni che affiorano sul viso man mano che la vita scorre. Di fisico sono sempre stato magro, non sarò perfetto ma mi va bene così. No, non è il mio corpo che non va, non c’entra niente la mia immagine con quello che sento dentro.

Quello che sento dentro è una sensazione strana, come di essere, come dire, sfocato. Provate, solo guardandomi, a capire che cosa faccio nella vita. Non lo indovinerete mai. Non potreste, perché non lo so neanche io. Sul mio curriculum c’è scritto che ho un diploma di maturità scientifica e una laurea in legge. Uno stage di sei mesi in una grande azienda finito con un “ci dispiace molto ma per adesso non abbiamo bisogno di lei; però siamo stati positivamente impressionati dal suo modo di lavorare e se nel futuro ci saranno possibilità di riaverla con noi ne saremo molto lieti”, poi ancora un’estate dietro al bancone di un bar, a servire gelati alle famigliole e alle coppie di innamorati. Al nero, ovviamente. E allora che fare? Rimettiamoci a studiare.

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Beatrix

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Il libro – II


“Si trova scritto che Agostino, quand’era ancora in vita, stava leggendo un testo, quando vide passare davanti a sé un demone che portava sulle spalle un libro”.  (Jacopo da Varagine)

(Qui il  primo racconto di questa serie)

Personaggi:

Agostino

Demone

Adeodato

Rufino

Agata

La scena si svolge ad Ippona, intorno al 400 d. C., all’esterno dell’Episcopio.

Agostino: Ma guarda chi si rivede! Sempre con il tuo librone, non ti stanchi mai di scuriosare nella vita dei poveri peccatori, briccone!

Demone: Lei di certo mi scambia per qualcun altro, è la prima volta che vengo da queste parti.

Agostino: Ma come, non più di una settimana fa abbiamo trascorso insieme un piacevole pomeriggio.

Demone: Ah! Ma non ero io, lei parla di mio fratello (si ferma e posa il libro sulla panca).

Agostino: Com’è che ora sei tu a portare il libro dei peccati.

Demone: Proprio lei mi fa questa domanda? Quando quelli di sotto hanno scoperto che mio fratello si era fatto gabbare a quel modo da un tonsurato, lo hanno messo alla porta. E’ grassa se gli fanno ancora presiedere un sabba di vecchie streghe.

Agostino: Non posso dire che mi dispiaccia, ma devo riconoscere che il ragazzo aveva buona volontà, sebbene orientata al male.

Demone: Sa come si dice, di veramente buono c’è solo una buona volontà! Però mio fratello non si meritava di essere buttato fuori così, su due zampe.

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errebi

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Accadde all’Osservatorio – 2

Seconda Parte – Qui la prima parte

L’agente parcheggiò l’auto di servizio accanto all’ingresso del ristorante, non lontano dal sentiero che portava all’osservatorio. Il commissario Nista, con una smorfia di fastidio, notò che nei dintorni erano già ferme altre macchine, la notizia ormai si era sparsa e un paio di giornalisti locali, dei fotografi, un cameraman di una TV privata li avevano preceduti. In un angolo troneggiava il fuoristrada della Forestale. “Battuti sul tempo persino dai ‘taglialegna’ ” pensò tra sé il commissario guardandosi le scarpe, nuove e lucide: non doveva indossarle ma alle sei o poco più di mattina, nella fretta di uscire dopo la chiamata, erano le prime a portata di mano. La sera prima aveva cenato a casa dei suoceri, gente per nulla alla buona in fatto di etichetta: vietato sedersi a tavola in tuta e scarpe sportive. Ora però le avrebbe sporcate di fango, quelle belle scarpe, in quella campagna umida di rugiada, e la moglie lo avrebbe rimproverato

“Dovrebbe essere da questa parte, poco  più avanti – disse l’agente Lo Savio – qualche centinaia di metri dentro il bosco. Il cadavere lo ha trovato il sorvegliante della villa, stamani presto, durante il suo solito giro. Ha visto la cupola aperta, era già giorno e gli è sembrato strano. E’ andato a vedere e lo ha trovato morto.”

“Chi è questo sorvegliante?” Chiese Nista che, per camminare più agevolmente al centro del sentiero, si era messo alla sinistra dell’agente. Si teneva vicino al suo sottoposto perché da un po’ di tempo aveva l’impressione di vedere il mondo appannato. Forse un inizio di cataratta, come su madre, però precoce, accidenti! A neanche cinquantasei anni.

“E’ un napoletano – disse Lo Savio – mi sono informato, però gente perbene. Lui e la moglie hanno un negozio di frutta e verdura al paese, ma vivono in una ‘dependance’ della villa: in cambio della sorveglianza e di un po’ di cure al giardino, i proprietari, dei milanesi, gli hanno dato l’alloggio gratis”. Si sentiva un certo tono di invidia, nel racconto di questi dettagli, Lo Savio divideva una cameretta d’affitto con un collega.

“Si dice incensurato, non perbene – commentò Nista – nessuno è perbene a questo mondo, mettitelo in testa Totò! Sei giovane ma certe cose devi capirle subito se fai questo mestiere. Empitella” aggiunse poi il commissario, muovendo le narici sotto i baffetti brizzolati con l’aria di un cane da tartufi.

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Dr J. Iccapot

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L’attesa

“Trasmettiamo adesso: notturno italiano” e la radio cominciò a mandare in onda una musichetta leggera adatta per quell’ora così tarda. Giovanni si scosse: era rimasto seduto, lì in cucina, per ogni evenienza, sonnecchiando con la testa appoggiata sulle braccia incrociate sul tavolo, ma erano le undici e ancora non succedeva niente. Adele entrò piano, si richiuse alle spalle la porta del corridoio, enorme e freddissimo, in quella fine di febbraio in cui l’inverno continuava a mordere. “Niente?” fece lui, alla moglie. “No, ancora no” rispose lei, paziente; mise due pezzi di legna nella cucina economica che scaldava la stanza e si sistemò sulla ‘sua’ sedia, una sedia impagliata, un po’ più bassa del normale, che usava quando, come adesso, doveva passare delle ore seduta a sferruzzare.

Adele prese infatti, dalla busta di carta che aveva messo per terra, il lavoro iniziato: ricominciò a lavorare, attenta alle maglie, con la mano che tirava via, poco per volta, il filo di lana celeste che stava prendendo la forma del maglioncino per il bimbo. Perché, anche se non sapeva con precisione quando sarebbe nato, che sarebbe stato un maschio ne era proprio sicura.

“Vai a letto”, fece al marito, “Qui ci resto io, se ha bisogno… Poi c’è Fabio accanto a lei.”

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Dr J. Iccapot

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Avere e non avere

Il giovane ricco entrò quasi al galoppo nel cortile di casa e scese con un salto dalla sua sfarzosa cavalcatura. I servi accorsero per aiutarlo, ma lui li allontanò con un gesto della mano, irritato.

Era di malumore. Entrò nella grande stanza dove la madre trascorreva gran parte del giorno tessendo o filando e la donna, quando lo vide, si alzò dal panchetto del telaio e gli andò incontro con aria interrogativa.

“Hai visto quell’uomo?” chiese esitante la madre.

“Sì, l’ho visto.”

“Hai parlato con lui, cosa ti ha detto? Ti ha ricordato che si deve santificare il giorno del Signore, obbedire ai genitori, non desiderare la roba d’altri, non commettere adulterio…”

“Sì, madre mia, ma sai bene che fin da bambino osservo i comandamenti, rispetto il precetto del sabato e già posseggo tutto quello che è lecito desiderare! Quanto ai genitori, ho solo te che sei la più dolce della genitrici e tra poco sposerò la fanciulla più bella della Samaria. Anche volendo, come potrei peccare?”

“E non ti ha detto altro, qualcosa che non è scritto nella Legge?”, insisteva a chiedere la madre,

“No, che altro doveva dire?” rispose il giovane con tono quasi scherzoso. Ma mentiva: il Galileo aveva detto molte altre cose che però non voleva riferire alla madre, il suo cuore si sarebbe spezzato.

“Ricordati figlio mio della tua sposa – disse la donna, contenta della risposta – più tardi verrà per trascorrere con noi la sera.”

Il giovane ricco lasciò la madre senza replicare e salì nella sua stanza.

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errebi

Accadde all’Osservatorio – 1

Prima parte.

Il professore parcheggiò  nel punto più lontano dall’edificio, come era sua abitudine.

I soci del Gruppo Astrofili lasciavano le loro auto nel grande piazzale del ristorante “Da Paolino” ma, per una regola non detta, si fermavano lontano dall’ingresso, per lasciare i posti più comodi ai tanti avventori che, nei giorni di festa e in occasione di banchetti, comunioni, matrimoni, feste di laurea, affollavano la trattoria gestita da una coppia di pugliesi che aveva trovato lì la loro piccola miniera d’oro.

Paolino era, come succede, un ‘Paolone’: grasso e gioviale, come la moglie.  Ormai vivevano da anni in quella radura che, quasi sperduta ai margini della macchia, era divenuta meta tradizionale per chi voleva mangiare bene, sano e abbondante, in un ambiente familiare. Avevano riadattato un appartamento sopra il locale e così la loro vita si svolgeva tutta tra casa e ristorante. Del resto non avevano vicini con cui distrarsi, l’edificio più vicino era una villa padronale, spesso disabitata, che un ingegnere milanese e sua moglie avevano comprato prima ancora che venisse aperto il ristorante. Gente chic che non frequentava la trattoria: l’ingegnere era un cacciatore ed a volte si univa alla locale squadra dei cinghialai, ma senza dare troppa confidenza a nessuno.

Il professore scese dalla macchina, prese dal portabagagli il suo zaino di attrezzi ed estrasse la torcia, accendendola. La ghiaia del piazzale scricchiolava rumorosamente sotto le sue scarpe grosse e Paolino, uscito dal locale per farsi una  sigaretta in pace riconobbe subito la sagoma dell’astrologo, come diceva la moglie; davanti all’ingresso erano parcheggiate solo due o tre macchine, dentro la sala si intravedevano gli ultimi clienti che si  concedevano l’ennesimo bicchiere della staffa.

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Dr J. Iccapot

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I grandi perché della Storia

Ada aveva appena finito di apparecchiare la tavola quando sentì i passi del Nardi avvicinarsi su per le scale. Per cena aveva preparato brodo e frittata di cipolle. La carne, da qualche anno, era riservata ai giorni di festa.

Il Nardi entrò, dette un’occhiata distratta alla moglie e alla cena che lo attendeva, poi andò a togliersi le scarpe sporche della terra dei campi.

“Si è alzato il vento, ma non ha ancora asciugato il terreno. Giù alla vigna è sempre un mare di fango”- commentò.

Ada guardò fuori dalla finestra, dove le nuvole erano scomparse per merito del vento che violentava gli alberi. Il Nardi accese la radio e si mise a tavola. Il volume era basso e il segnale disturbato, ma si percepiva della musica. Iniziò a mangiare la sua minestra, rumorosamente. Ada lo redarguì: “Nardi, via, non fare tutto questo rumore per un po’ di minestra”. Lo chiamava per cognome fin da quando si erano fidanzati. Un po’ per rispetto, un po’, così le sembrava, per confidenza.

L’uomo non rispose, ma il rimprovero dovette sembrargli giusto, poiché continuò a mangiare in silenzio. Quando iniziò il Giornale Radio Ada girò la manopola del volume per sentire meglio le parole.

“Orientala un po’ di più verso la finestra” le suggerì il marito “altrimenti non si sente niente”

La donna armeggiò per alcuni secondi con l’ingombrante apparecchio che occupava un angolo della cucina e subito la voce divenne più chiara. Ada e il Nardi avevano preso in prestito la grossa radio prelevandola dalla casa del signor Canaloni, un ricco proprietario terriero che la usava solo d’estate, quando veniva in villeggiatura nel podere che si trovava proprio accanto alla piccola vigna del Nardi. Diversi mesi prima, quando nel podere si erano verificate infiltrazioni d’acqua, il Canaloni aveva mandato a dire al Nardi, che accudiva per lui il podere durante l’inverno, di mettere al sicuro la radio perché non si sciupasse con l’umidità. Il Nardi aveva pensato che la cucina di casa sua fosse il posto più sicuro per mantenerla in buono stato. Era il 1936. La voce della radio teneva informati i pochi italiani che potevano permettersela sulle conquiste nelle colonie africane. Ada non aveva esitato ad utilizzare l’apparecchio, poiché anche Carlo, il loro unico figlio, era partito per l’Africa un anno prima. Così ogni sera ascoltavano il notiziario e in silenzio pensavano al figlio lontano.

Ada iniziò a lavare i piatti proprio mentre la radio gracchiava: “Sotto il comando dei nostri generali, l’impero coloniale italiano continua ad espandersi: sul fronte orientale le truppe avanzano, e avanzano anche verso sud…”

Ada smise per un attimo di ascoltare, immersa nei suoi pensieri. Un dubbio la tormentava, quasi ogni sera. Una domanda che tornava a galla nella sua testa ogni volta che sentiva quelle parole. Chissà perché, ma proprio quella sera trovò il coraggio di chiedere al Nardi, che lei riteneva uomo assai intelligente.

Esitò un attimo, poi i suoi pensieri divennero parole: “Nardi….eh, Nardi…pensavo….ma se dice che le truppe avanzano…..” un attimo di silenzio “insomma…se le truppe avanzano….se avanzano, perché questi ragazzi non li rimandano a casa?”

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Beatrix

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Il libro – I

“Si trova scritto che Agostino, quand’era ancora in vita, stava leggendo un testo, quando vide passare davanti a sé un demone che portava sulle spalle un libro”. (Jacopo da Varagine)


Personaggi:

Agostino

Demone

Adeodato

La scena si svolge ad Ippona, intorno al 400 d. C., all’esterno dell’Episcopio.

Agostino (seduto su una lunga panca, alzando gli occhi da un piccolo volume): Strano modo di trasportare un libro, a spalla come fosse un baule o un’anfora di vino.

Demone: In effetti pesa quanto un barile, ho la schiena a pezzi. Vorrei tanto sbatterlo a terra.

Agostino: Per carità! si vede che è un oggetto di valore, io me ne intendo. I libri saranno anche il futuro degli scriptoria, non lo nego, ma più sono grossi e più sono fragili, le legature non reggono e la cartapecora spiomba. Vuoi mettere la comodità del vecchio rotolo: toglievi il papiro dal cilindro, e poi svolgevi ed avvolgevi, svolgevi ed avvolgevi, un po’ per volta, in poco spazio e senza fatica. Per consultare un codice oggi occorre un leggio grande come un catafalco ed i bibliotecari devono avere più muscoli di un gladiatore.

Demone: A chi lo dice! Ma pare che i libri possano contenere testi più lunghi dei rotoli.

Agostino: Ipotesi tutta da dimostrare. Io credo invece che il punto sia un altro: i codici si possono agevolmente riempire di decorazioni e le belle immagini colorate, si sa, piacciono tanto ai lettori più ricchi e meno istruiti.

Demone: Il mio libro comunque non è illustrato. Posso posarlo un attimo sulla sua panca, tanto per riprendere fiato? Però non voglio disturbarla, continui pure a leggere.

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errebi

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Lassù sulle montagne

La notte era fredda e ventosa, folate di ghiaccio scendevano dai monti e correvano lungo la valle: non era ancora inverno ma, da quelle parti, ottobre già portava la prima neve. Nella stua Bettina cullava la piccola Maria, davanti al grande focolare, sulle panche intorno al tavolo giocavano le sue quattro bambine: vestivano di stracci surreali bambolotti fatti con foglie di granturco.

Era sola nella grande casa, con le sue cinque figlie. Il marito lavorava in paesi lontani, Svizzera, Francia, Germania, ma a giorni l’avrebbe rivisto. Ai Santi, come uccelli migratori, gli uomini tornavano al nido poi, in primavera, riprendevano la via della frontiera, lasciando a donne e ragazzi l’ingrato compito di coltivare patate o granturco in campi scoscesi e portare in alpeggio le vacche.

La casa era appoggiata lungo un fianco della valle, l’ultima del piccolo borgo da quel lato: sopra, molto più in alto, stava il paese, con la chiesa, il cimitero e la casa comunale. Davanti si ergeva imponente la grande montagna, uno spuntone di roccia smisurato che rimaneva giorni e giorni nascosto dietro le nuvole e poi, all’improvviso, riappariva, quasi minaccioso. Qualcuno aveva detto a Bettina che la cima era come una grande cattedrale, ma lei non capiva, conosceva solo le piccole chiese dei dintorni. Una volta, per questioni di eredità, con i parenti aveva percorso tutta la valle fino al capoluogo: lì volle vedere la cattedrale, ma non le parve grande come la montagna.

Bettina conosceva ben poco del mondo, non aveva viaggiato per l’Europa come il marito, costruendo camini, non aveva lavorato a stagione nelle filande di Berlino, come le cognate. Si era sposata giovane e, da qualche anno, viveva in quella grande casa, tre piani e la soffitta, con i santi dipinti a fresco, guardiani della porta e la graziosa altana: metteva al mondo figlie, filava la lana, custodiva il focolare, badava alle vacche ed al maiale. Ed aspettava il ritorno del marito.

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errebi

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La nascita del sindacato

“Ehi! Laggiù, pelandroni, si batte la fiacca – gridò con tono autoritario il Fattore, agitando la grassa mano stretta a pugno contro un gruppetto d’operai intenti a cogliere grappoli tra le viti di un lungo filare – E voi, tartarughe! Credete d’essere davanti al botteghino del teatro! – aggiunse, rivolto ad alcuni portatori che, in fila, attendevano il turno per scaricare la loro cesta d’uva nel grande tino.

Il Fattore era sempre arrabbiato, per principio, ma quando il sole cominciava a battere più forte e gocce di sudore geminavano sulla sua flaccida fronte, benché stesse tutto il giorno seduto su una panca sotto un grande fico, diveniva facilmente irascibile.

Gli operai, ormai avvezzi, non prestavano attenzione alle sue grida: continuavano indifferenti a lavorare, senza mutare né ritmo né gesti.

Erano lì dall’alba e, dopo tante ore di lavoro, sporchi e sudati, si sentivano quasi marionette, ma resistevano al caldo e alla stanchezza in attesa che il sole salisse allo zenit: allora, finalmente, si sarebbero seduti all’ombra di una vite maritata, oppure sotto il grande fico, per consumare un magro desinare. I più fortunati avrebbero estratto dalla sacca appesa in vita uno spicchio di formaggio intinto nel miele o un tozzo di pane unto d’olio, molti però avevano con sé solo una piccola fiasca d’acqua a tracolla e piluccavano di nascosto chicchi d’uva, rischiando la frusta.

“Sì, per raddrizzarvi ci vorrebbe la frusta – borbottava fra sé il Fattore guardando di sottecchi tra i filari, mai contento di come procedeva il lavoro. Sorvegliava la vigna con la ferocia di un cane alla catena; al primo stormire di foglie ringhiava sbavando e, come un botolo davanti al suo pagliaio, abbaiava contro gli operai con l’aria di volerli sbranare.

Di fatto però si limitava a fare la voce grossa e tuttavia, nella vigna, nessuno osava mancargli di rispetto. Era temuto ma, a sua volta, temeva il Padrone e teneva corto il guinzaglio agli operai per non subire i suoi rimproveri.

La vendemmia volgeva al termine, l’annata era buona, il tempo caldo e asciutto. Gli operai lavoravano fianco a fianco in silenzio: con quel bollore non conveniva seccarsi la gola cantando o chiacchierando.

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errebi

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Scrivolo - Il nano grafomane