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	<title>Scrivolo &#187; La Selva Sacra</title>
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		<title>Scandalo!</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Apr 2010 08:58:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Selva Sacra]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Demone]]></category>
		<category><![CDATA[Meretrice]]></category>
		<category><![CDATA[Monaco]]></category>
		<category><![CDATA[Selva Sacra]]></category>

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		<description><![CDATA[Dramatis Personae: Vitale: monaco e buontempone Vecchio demone Giovane demone Pulcheria: meretrice Primo cliente Secondo cliente Passante La [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/04/scandalo-2/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton1456" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FFSrvG&amp;via=scrivolo&amp;text=Scandalo%21&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F04%2Fscandalo-2%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/04/jacopo-varagine-legenda-aurea.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1464" title="Jacopo da Varagine, Legenda aurea" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/04/jacopo-varagine-legenda-aurea.jpg" alt="Jacopo da Varagine, Legenda aurea" width="473" height="380" /></a></p>
<p><strong>Dramatis Personae:</strong></p>
<p><em>Vitale: monaco e buontempone</em></p>
<p><em>Vecchio demone</em></p>
<p><em>Giovane demone</em></p>
<p><em>Pulcheria: meretrice</em></p>
<p><em>Primo cliente</em></p>
<p><em>Secondo cliente</em></p>
<p><em>Passante</em></p>
<p><span style="color: #800080;">La scena si svolge nella città di Alessandria.</span></p>
<p><strong>Vecchio demone</strong>: Allora, ce l’hai la lista? Ce l’hai? Suvvia, tirala fuori, sono sui tizzoni accesi!</p>
<p><strong>Vitale</strong>: Ma che impazienza! Come se non ti piacesse stare al calduccio… e poi lo sai, appena arrivo in una città mi procuro subito l’elenco che tanto ti piace e, purtroppo per le anime degli abitanti, non è un’impresa difficile.</p>
<p><strong>Vecchio demone</strong>: Dai, leggi, leggi, che aspetti maledetto cuculluto!</p>
<p><strong>Vitale</strong>: Sei sempre il solito eh… vecchio come ti ritrovi, ancora ringalluzzisci per simili bagattelle?</p>
<p><strong>Vecchio demone</strong>: Dovevi conoscermi quando ero giovane e lavoravo con quelle femmine, non per nulla le chiamano ragazze allegre, allora sì che mi s’alzava la cresta (ride lubricamente).</p>
<p><strong>Vitale</strong>: Basta sciocchezze, spirito malvagio: ora ti leggerò la lista delle belle generose d’Alessandria, ascolta: Taide, Teodora, Pulcheria, Fulgenzia, Frine, Margarita…</p>
<p><strong>Vecchio demone</strong>: Pulcheria mi piace, voto subito per lei: andiamo.</p>
<p><strong>Vitale</strong>: E sia: abita vicino al mercato del pesce, nella casa accanto alla fontana.</p>
<p><strong>Vecchio demone</strong>: Su, muoviti! Non vedo l’ora di verificare se davvero è bella come dice il suo nome.</p>
<p><strong>Vitale</strong>: Però non farti vedere finché non ti chiamo, se entri al momento sbagliato rovini tutto.</p>
<p><strong>Vecchio demone</strong>: Stai tranquillo, sarai contento di me. Ma a questo giro voglio almeno tre ipocriti: lo sai che ogni volta che ti aiuto poi mi prendo un bel po’ di frustate dal mio capo, là di sotto! Ed il suo gatto a nove code non è morbido come il flagello dei vostri santi.</p>
<p><strong>Vitale</strong>: E sia. Questa volta saranno tre.</p>
<p><span id="more-1456"></span></p>
<p>Nella piazza del mercato del pesce di Alessandria, vicino alla fontana.</p>
<p><strong>Vitale</strong> (bussando alla porta): C’è nessuno in casa?</p>
<p><strong>Pulcheria</strong>: Chi è, non aspetto nessuno…Ah!  Per l’elemosina, buon padre, va’ alla porta sul retro, in cucina.</p>
<p><strong>Vitale</strong>: Non chiedo l’obolo, se busso qui vuol dire che sono un cliente, ti pare? Voglio passare la notte con te.</p>
<p><strong>Pulcheria</strong>: Un cliente? Da non credere! Un vecchio con i capelli bianchi e, per giunta, monaco che vuole venire con me. Ma hai di che ricompensarmi?</p>
<p><strong>Vitale</strong>: Non ti preoccupare, ti ricompenserò. Allora, che si fa?</p>
<p><strong>Pulcheria</strong>: Entra pure. Quando lo racconterò alle mie amiche non mi crederanno.</p>
<p>Interno della casa di Pulcheria.</p>
<p><strong>Vitale</strong>: Bella mobilia, tappeti, essenze profumate, frutta fresca, fiori e cuscini morbidi. Tratti bene il tuo corpo, Pulcheria.</p>
<p><strong>Pulcheria</strong>: Certo, è il mio strumento di lavoro, forse che il falegname  non cura la sua pialla e non tiene affilate le sgorbie e gli scalpelli?</p>
<p><strong>Vitale</strong>: E l’anima?</p>
<p><strong>Pulcheria</strong>: Quella, ahimè, quella è già morta da tempo.</p>
<p><strong>Vitale</strong>: Perché parli così, nessuno è dannato prima del giudizio universale. E finché c’è vita si può espiare.</p>
<p><strong>Pulcheria</strong>: Magari fosse vero. Ma proprio tu mi parli di espiazione e sei qui per peccare con me.</p>
<p><strong>Vitale</strong>: Veramente ho detto che intendevo passare la notte con te, non che volevo fornicare.</p>
<p><strong>Pulcheria</strong>: Hai detto che mi avresti pagata.</p>
<p><strong>Vitale</strong>: Veramente ho promesso che ti avrei ricompensata e lo farò. Se mi concedi questa notte mi metterò in un angolo della tua casa e pregherò per te fino all’alba. Vedrai quanto valgono le mie preci quando saranno poste sul piatto della stadera che con la tua povera anima: forse ti salveranno dall’Inferno. Guarda cosa potrebbe accaderti… Ecco il Maligno.</p>
<p><strong>Vecchio demone</strong> (compare all’improvviso e, facendo smorfie orribili, tenta di ghermire Pulcheria): Vieni bellezza, lasciati strapazzare un po’…</p>
<p><strong>Pulcheria</strong>: Via, via, essere immondo, giù le mani! Via! Scaccialo, padre santo.</p>
<p><strong>Vitale</strong> (facendo un segno d’intesa al demone): <em>Vade retro</em>, feccia dell’Erebo, verme immondo, rospo ripugnante non avrai la sua anima, io la difenderò.</p>
<p><strong>Vecchio demone</strong>: Sì, me ne vado, ma ci rivedremo al tuo letto di morte bellezza e allora, cara mia, non potrai respingere i miei abbracci (sparisce).</p>
<p><strong>Vitale</strong>: Visto? Se n’è andato, ma tornerà davvero se non cambierai vita, figlia mia.</p>
<p><strong>Pulcheria</strong> (piangente): Prega, prega tanto per me, santo monaco, non voglio cadere nelle mani di quel mostro.</p>
<p><strong>Vitale</strong>: Abbi fede, Pulcheria. Ricordi cosa disse il Signore all’adultera? “Io non ti condanno, va’ e non peccare più”. Però prometti di non svelare a nessuno cosa è accaduto stanotte. Lascia pure che i tuoi concittadini credano il peggio, mi giudichino male e gettino le loro pietre su di me. Chi giudica senza criterio sarà giudicato senza pietà. In un’altra città una ragazza come te raccontò la verità e non fu creduta: gli ipocriti, oltre che sono sciocchi, sono ciechi.</p>
<p>La mattina seguente, a giorno fatto. Vitale esce dalla casa di Pulcheria attardandosi volutamente sulla porta.</p>
<p><strong>Primo cliente</strong>: Roba da matti! Un monaco che fornica così, senza ritegno, sulla pubblica piazza.</p>
<p><strong>Vitale</strong>: E che, non ho un corpo anch’io: sono un uomo come tutti gli altri.</p>
<p><strong>Secondo cliente</strong>: Ma allora, cos’è questa ressa, dobbiamo fare la fila per vedere Pulcheria?</p>
<p><strong>Primo cliente</strong>: Guarda questo monaco, pretende di avere anche lui diritto di andare a donne.</p>
<p><strong>Secondo cliente</strong>: Certo, vuole divertirsi come noi ma poi, dal pulpito ci fulmina d’anatemi.</p>
<p><strong>Vitale</strong>: Io non giudico i miei fratelli se non con animo pietoso.</p>
<p><strong>Primo cliente</strong>: Visto che ardi tanto, vecchio monaco, lascia la tonaca e prendi moglie, così non sarai pietra di scandalo.</p>
<p><strong>Secondo cliente</strong>: Le pietre a quel vecchio porco bisognerebbe tirargliele!</p>
<p><strong>Vitale</strong>: Perché non vi fate i fatti vostri? Tutto il giorno state a misurare la festuca degli altri e non vedete la vostra trave: è scritto che solo chi è senza peccato può scagliare la prima pietra. E comunque non siete voi che dovete giudicarmi  ma qualcuno molto, molto più in alto.</p>
<p><strong>Passante</strong>: Cos’è questa canea, ah! Si fa chiasso davanti alla casa della meretrice… bisognerebbe tagliare la testa a voi ed a lei.</p>
<p><strong>Secondo cliente</strong>: Davvero? Novello Salomone, mi pare di conoscerti…mi pare proprio di averti visto tempo fa uscire da questa porta.</p>
<p><strong>Primo cliente</strong>: E come fai a sapere che qui vive una meretrice?<br />
<strong>Passante</strong>: beh!&#8230;L’ho sentito dire.</p>
<p><strong>Vitale</strong>: A proposito, visto che siete tutti e tre pratici dell’ambiente, sapete indicarmi la casa della bella Frine?</p>
<p><strong>Primo cliente</strong>: Disgraziato, quando la finirai con le tue scellerataggini? (dà uno schiaffo a Vitale).</p>
<p><strong>Secondo cliente</strong>: Toh, piglia! (tira sassi al monaco).</p>
<p><strong>Passante</strong>: Senti se ti piace questo (lo schiaffeggia).</p>
<p><strong>Vitale</strong>: Ma bene, ora vi farò assaggiare io uno schiaffo che tutta la città verrà a vedere (fa un fischio e se ne va).</p>
<p><strong>Vecchio demone</strong>: (appare con l’aspetto di un gigantesco moro e schiaffeggia sonoramente i tre): Questi schiaffi ve li manda l’abate Vitale (quindi si impossessa dei tre sventurati che, tormentati dal Male, emettono urla tremende: la folla accorre dal mercato).</p>
<p>Nei dintorni di Alessandria.</p>
<p><strong>Vitale</strong>: Allora, non ti sembra di avere esagerato?</p>
<p><strong>Vecchio demone</strong>: Li ho tormentati ben bene per tre ore, alla fine avevano i vestiti stracciati e la bava alla bocca. Ci penseranno due volte, in futuro, prima di emettere un giudizio avventato.</p>
<p><strong>Vitale</strong>: Però non dovevi insistere.</p>
<p><strong>Vecchio demone</strong>: Abate mio caro, sono quasi quaranta anni che stiamo insieme e devi ammettere che fare il diavolo custode di un sant’uomo come te non è una goduria. Ogni volta che scendo per la periodica verifica mi becco un bel po’ di frustate perché ancora non ti ho portato alla perdizione ed ogni tanto ti assecondo nei tuoi giochetti a fin di bene. D’altra parte solo così mi posso divertire a far del male a questa razzaccia umana, non sai che piacere sia schiaffeggiare a sangue quei sepolcri imbiancati.</p>
<p><strong>Vitale</strong>: Ma io non voglio che tu faccia loro del male, mi basta scandalizzarli senza motivo e spaventarli un po’, forse così comprenderanno che non si deve giudicare prima del tempo. Però il gioco è durato un po’ troppo.</p>
<p><strong>Vecchio demone</strong>: Su, muoviamoci. E’ ora di rientrare in città, non ricordi? Dobbiamo andare dalla meretrice Frine.</p>
<p><strong>Vitale</strong>: Non mi ascolti? Ti ho detto che non intendo continuare a prendermi gioco così degli uomini, non vorrei che questi disgraziati finissero davvero per morire senza comprendere in tempo il loro errore. Il mio scopo non è certo mandare nuovi dannati all’inferno, se li svergogno con una beffa è per indurli al pentimento.</p>
<p><strong>Vecchio demone</strong>: Non capisco perché vuoi smettere. Il tuo scherzo è a fin di bene, ridicolizzi gli ipocriti e, di tanto in tanto, riesci persino a convertire qualche ragazza perduta. Sono convinto che Pulcheria prima o poi entrerà in convento.</p>
<p><strong>Vitale</strong>: No, ho già deciso. Non vorrei che, per causa mia, a qualcuno fosse imputato come colpa grave scandalizzarsi ingiustamente.</p>
<p><strong>Vecchio demone</strong>: In effetti è una colpa grave. Quante volte quei velenosi maldicenti hanno sentito dire dal prete in chiesa “Non giudicare se non vuoi essere giudicato” senza per questo pentirsi. E poi non hanno pietà dell’anima delle povere donne che inducono a peccare con il loro denaro.</p>
<p><strong>Vitale</strong>: No, non reciteremo più la nostra farsa in città, ho deciso.</p>
<p><strong>Vecchio demone</strong>: Allora, temo, non potrò più restare (sparisce).</p>
<p>Davanti ad una grotta nell’eremo della Tebaide.</p>
<p><strong>Vitale</strong> (inginocchiato smette di pregare): E tu chi sei?</p>
<p><strong>Giovane demone</strong>: Sono il tuo nuovo demone custode.</p>
<p><strong>Vitale</strong>: E il titolare che fine a fatto?</p>
<p><strong>Giovane demone</strong>: Quel vecchio rimbambito? È rimasto giù; sta tutto mogio in un angolino ed a fatica riesce a dare qualche colpo di forcone ai dannati meno svelti. Ormai la sua carriera è finita e non credo che il capo gli darà un’altra<em> chance.</em> Ora sono io il demone custode di quel mattacchione dell’abate Vitale.</p>
<p><strong>Vitale</strong>: E tu non sei rimbambito, vero? Sei giovane, pieno d’energia e di idee</p>
<p><strong>Giovane demone</strong>: Si vede, no? Ho un sacco di progetti su di te, vedrai…Conosci la storia dei quattro diavoli?</p>
<p><strong>Vitale</strong>: In verità no.</p>
<p><strong>Giovane demone</strong>: Te la racconto in breve. Il Principe delle tenebre chiama a rapporto quattro demoni, il primo si vanta di aver scatenato guerre civili con morti e feriti, il Signore delle mosche chiede in quanto tempo, lui risponde “trenta giorni”, troppo tempo, risponde il Malefico e lo fa frustare. Il secondo demone dice di aver scatenato tempeste terribili facendo affogare molti uomini, in venti giorni e viene anche lui frustato. Stessa sorte tocca al terzo, che ha suscitato in trenta giorni una rissa ad un matrimonio portando a morte lo stesso sposo. Il quarto demone confessa tutto timoroso di avere inutilmente tentato un santo monaco nel suo eremo per quaranta anni, riuscendo solo alla fine ad indurlo al peccato della carne. Baalzebù allora lo abbraccia, gli offre la sua corona e lo fa sedere sul trono con lui.</p>
<p><strong>Vitale</strong>: Molto istruttivo, una storia davvero edificante, direi.</p>
<p><strong>Giovane demone</strong>: Tu farai la mia fortuna.</p>
<p><strong>Vitale</strong>: Ma io non vivrò altri quaranta anni, sono già molto vecchio.</p>
<p><strong>Giovane demone</strong>: Ovvio, ma io conto di riuscire nella mia impresa in quaranta giorni.</p>
<p><strong>Vitale</strong>: Vedremo.</p>
<p>Davanti ad una grotta nell’eremo della Tebaide, qualche giorno dopo.</p>
<p><strong>Vitale</strong>: Non ti sei ancora stancato di stare qui fuori?</p>
<p><strong>Giovane demone</strong>: Aspetto che tu ti decida ad uscire. Sono tenace io. Non hai più voglia di scherzare, non vuoi salvare qualche fanciulla corrotta? Su, andiamo in città a prenderci gioco degli ipocriti!</p>
<p><strong>Vitale</strong>: No, mi sono ripromesso di non fare più quello sciocco scherzo ai miei fratelli peccatori. Sto pensando a qualche nuova innocente burla che educhi alla virtù, ma non mi viene in mente nulla. La tua sicumera mi togli l’allegria e, a dire il vero, anche l’appetito. Come mi affaccio e ti vedo, così pieno di te, torno nella mia grotta e mi rimetto a pregare. Non mi va giù neanche un tozzo di pane ammollato nell’acqua.</p>
<p><strong>Giovane demone</strong>: Aspetterò, vedremo chi la spunta tra noi.</p>
<p>Passarono ancora quaranta giorni e Vitale, a digiuno da due mesi, all’improvviso morì: l’angelo custode scese a prendere la sua anima senza farsi vedere ed insieme risalirono in cielo travestiti da gazze. Il vecchio abate lasciò uno scritto in cui svelava la verità, pregando i monaci di avvertire le vittime dei suoi scherzi. Come un tempo aveva mandato i suoi schiaffi ora mandava il suo ammonimento: non giudicate prima del tempo.</p>
<p>Il giovane demone, scornato, venne assegnato ad un altro servizio e, dagli Annali di laggiù, non risulta che meritasse mai l’abbraccio del Principe delle Tenebre.</p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
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		<title>La piscina</title>
		<link>http://www.scrivolo.it/2010/03/la-piscina/</link>
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		<pubDate>Fri, 26 Mar 2010 12:11:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Selva Sacra]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo]]></category>
		<category><![CDATA[Gesù]]></category>
		<category><![CDATA[Miracolo]]></category>
		<category><![CDATA[Paralitico]]></category>
		<category><![CDATA[Piscina]]></category>
		<category><![CDATA[Selva Sacra]]></category>

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		<description><![CDATA[“Eccola, eccola, lì, a destra…” “Sì, sì, l’acqua s’increspa, guardate laggiù” “Si vede appena…Presto, questo è il momento [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/03/la-piscina/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton1407" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2F9EtXL&amp;via=scrivolo&amp;text=La%20piscina&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F03%2Fla-piscina%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/03/Piscina-Tintoretto-Part.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1406" title="Tintoretto, La Piscina Probatica (part.)" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/03/Piscina-Tintoretto-Part.jpg" alt="Tintoretto, La Piscina Probatica (part.)" width="526" height="392" /></a></p>
<p>“Eccola, eccola, lì, a destra…”</p>
<p>“Sì, sì, l’acqua s’increspa, guardate laggiù”</p>
<p>“Si vede appena…Presto, questo è il momento migliore!”</p>
<p>Le grida, sempre più concitate, si rincorrevano da un punto all’altro dei cinque porticati della Piscina, amplificate dall’eco delle volte: in un attimo la piccola comunità di infermi sparsa nei dintorni passò da un’apatia degna degli ozi di Baia alla più frenetica agitazione ed una folla di derelitti si precipitò verso l’acqua, come fuggisse da una casa in fiamme.</p>
<p>Zoppi e sciancati si trascinavano con ogni mezzo, i ciechi avanzavano a tastoni con le mani in avanti, i lebbrosi si facevano largo mostrando le loro piaghe purulente: tutti cercavano di superare i compagni, incuranti di urtare, rovesciare, calpestare corpi umani, oggetti o animali, spesso poveri agnelli desinati ad essere sacrificati nel Tempio. Chi cadeva si rialzava rabbiosamente tentando di riconquistare la posizione perduta e nessuno mostrava pietà per i più deboli o si fermava a soccorrere i compagni a terra.</p>
<p>Elifaz il paralitico fece appena in tempo a ripararsi dietro una colonna e, usando il suo lettino come scudo, evitò a stento di essere travolto da quel torrente antropomorfo. In altre occasioni era stato meno fortunato o svelto e portava ancora i segni di recenti lividi e vecchie fratture; “agli zoppi calci negli stinchi” diceva, tra sé, per consolarsi.</p>
<p>Del resto l’acqua increspata dalle ali dell’angelo avrebbe guarito uno solo dei bagnanti, il più veloce a raggiungere la polla ribollente dello spirito divino, e così i poveri malati erano costretti a rivaleggiavano come atleti alle Olimpiadi, pronti a tutto pur di ottenere l’ambito alloro.</p>
<p>I devoti che frequentavano la Piscina di Betzaeta per fare opera di misericordia, sostenevano che la folle corsa servivano a rendere gli infermi degni del divino perdono, ma ad Elifaz quella gara per la salvezza non era mai andata a genio. A volte pensava che i soldati romani di guardia alla Porta delle Pecore in fondo non avevano torto a farsi ogni volta grasse risate irriverenti.</p>
<p><span id="more-1407"></span></p>
<p>Certo anche lui, come tutti, avrebbe voluto guarire: non era nato storpio, un tempo faceva il carpentiere e aveva casa, moglie e figli. Poi un giorno la trave di un tetto si era rotta e gli aveva spezzato la vita&#8230; la volontà di Dio non si può giudicare.</p>
<p>Da allora erano passati quasi quattro decenni ed ogni anno, all’inizio della primavera, Elifaz veniva a “passare le acque” a Gerusalemme con la speranza di essere risanato, ma i pochi risparmi messi insieme dai parenti per l’occasione e le elemosine dei devoti che si lavavano la coscienza buttando qualche monetina sul suo lettuccio di paralitico non bastavano a mantenere in città anche un parente in grado di gettarlo in acqua al momento opportuno, le sue probabilità di cogliere l’alloro del “vincitore” erano quindi quasi nulle. Ma in cos’altro poteva sperare?</p>
<p>I posti migliori, sul bordo della vasca, erano monopolizzati dai lebbrosi, gente notoriamente poco accomodante, e molti degli infermi che alloggiavano sotto i portici erano in grado di camminare, se non addirittura di correre: i ciechi, in particolare, grazie al loro udito fino, sentivano per primi il fruscio delle ali angeliche e battevano tutti alla partenza, ma poi spesso si precipitavano nella direzione sbagliata.</p>
<p>Ogni tanto Elifaz si lamentava della sua sorte con  il Rabbi del villaggio: “Proprio tu che ti chiami come l’amico di Giobbe, Elifaz il Temanita &#8211; rispondeva il sant’uomo &#8211; non comprendi perché si deve accettare con pazienza la sventura?! Il Signore è sempre giusto: ci punisce perché abbiamo peccato e proprio attraverso il dolore diveniamo degni del Suo perdono. Giobbe alla fine della prova ebbe di nuovo mogli, figli, armenti, e divenne ricco più di prima<em>. Felice l’uomo che è corretto da Dio: perciò tu non sdegnare la correzione dell’Onnipotente, perché egli fa la piaga e la fascia, ferisce e la sua mano risana</em>. Così è scritto”.</p>
<p>Frequentando la Probativa Piscina Elifaz però si era convinto che il dolore non serve a rendere gli uomini migliori: gli infermi che aveva incontrato sotto i portici di Betzaeta, per lo più, sembravano poveri diavoli colpiti a caso dalla vendetta divina, senza contare che tra i ciechi e gli storpi abbondavano i mendicanti professionisti e i tagliaborse incalliti.</p>
<p>“Certo nessuno può dirsi innocente di fronte al Signore – si ripeteva Elifaz – anch’io sono un peccatore: da giovane spesso litigavo con i genitori e maltrattava la  moglie, se capitavo in una rissa menavo volentieri le mani e il sabato, lo ammetto, a volte finivo qualche lavoretto arretrato, ma mai, mai, ho commesso un atto davvero malvagio. Eppure sono stato punito con severità ed ho perso tutto. Ma ribellarsi all’Onnipotente è impossibile”.</p>
<p>“Chi è l’eletto che è stato risanato?” chiese Elifaz a Natan il tisico, di ritorno tutto grondante dall’inutile tuffo. Tra i due era nata da qualche tempo una sincera amicizia, forse perché entrambi non sperava davvero di ottenere il miracolo.</p>
<p>“Sirach, lo sciancato &#8211; rispose Natan con una punta di sarcasmo &#8211; una vera carogna! E pensare che lo scorso anno anche suo fratello Eliau il cieco, ha riacquistato la vista, eppure sta ancora agli angoli delle strade e chiede l’elemosina lamentandosi come una gatta in calore! <em>Un soldino, un soldino per un pover’uomo che non sa cosa sia la luce del sole</em>, grida con voce stridula, però è veloce a contare le monete nel cappello.”</p>
<p>“Su via, Natan, non t’inquietare: a noi uomini non è concesso giudicare la volontà di Colui che ha creato l’Universo. Il Signore si comporta sempre da giusto, siamo noi a non comprendere&#8230; le sue opere.”</p>
<p>“Beh, allora sarò colpa dell’angelo… forse è invecchiato e non ci vede più bene perché svolazza a caso” borbottò Natan battendo i piedi per riscaldarsi. Era giovane, ma da un anno soffriva di mal di petto ed i ripetuti bagni non faceva che peggiorare le sue condizioni. Era così debole che a fatica riusciva a camminare e neppure nei momenti migliori avrebbe potuto trascinare l’amico paralizzato fino al bordo della piscina.</p>
<p>“Senti com’è ancora caldo il sole al tramonto &#8211; disse Elifaz, tanto per cambiare argomento &#8211; sdraiati accanto a me ed asciugati. Nel libro di Giobbe sta scritto&#8230;”</p>
<p>Mentre Elifaz indottrinava il suo deluso amico con le parole che il Rabbi del suo paese gli aveva ripetuto un’infinità di volte, la folla cominciò nuovamente ad agitarsi.</p>
<p>Qualcuno gridò “Eccolo, eccolo, torna di nuovo!”</p>
<p>Due discese in uno stesso giorno! Non era possibile&#8230;Elifaz, incuriosito, si alzò sui gomiti e vide davvero l’iridescente ala risanatrice che sfiorava le acque della piscina. Rimase allibito.</p>
<p>L’angelo, risalendo verso il cielo con incredibile velocità, per un attimo lo fissò con un’espressione che al povero paralitico sembrò beffarda. “Sarà un’allucinazione – pensò tra sé Elifaz – dopo tutto non mangio un boccone dall’alba&#8230; è la penitenza che mi ha consigliato il Rabbi per espiare più rapidamente i miei peccati”.</p>
<p>“Hai visto qualcosa?”chiese a Natan, per assicurarsi di avere avuto una visione dovuta al digiuno.</p>
<p>“Si, l’acqua ribolliva e qualcuno si è gettato nella vasca” rispose l’amico che già si era alzato per andare a cercare informazioni più precise.</p>
<p>Ormai la malattia del giovane era senza speranza e per questo, ogni volta che assisteva al miracolo, Natan si sentiva vittima di un’ingiustizia e voleva a conoscere il nome ed i meriti di colui che gli era stato preferito. Di solito non approvava la scelta divina e per qualche ora protestava rumorosamente lamentandosi con Elifaz.</p>
<p>A volte i Farisei che frequentavano la Probatica lo accusavano di bestemmiare, ma il giovane non li temeva perché ormai sentiva di avere ben poco da vivere.</p>
<p>L’eccezionalità del caso aveva lasciato basiti come statue di sale i frequentatori abituali dei portici, solo una donna elegantemente vestita che si aggirava intorno alla piscina con l’aria di una benefattrice aveva avuto la prontezza di gettarsi subito in acqua. Uscita dalla vasca, si era allontanata circondata da un gruppo di ancelle.</p>
<p>Quando tornò accanto al lettuccio di Elifaz, Natan si sdraiò in silenzio. Aveva l’aria di un cane bastonato.</p>
<p>“Chi era la donna?” chiese il paralitico, incuriosito più dall’insolito mutismo dell’amico che dall’identità della miracolata.</p>
<p>“Forse farei meglio ad attaccarmi una mola al collo e buttarmi in un pozzo, che ne dici?” rispose a denti stretti Natan.</p>
<p>“Su, non me la nevo che non hai scoperto il nome di quella femmina!”</p>
<p>“Ci voleva poco sforzo, credimi!. La conoscono tutti. Lo sai chi era? Debora la meretrice, l’amica del Pubblicano Manasse, quel maledetto riccone. Aveva una malattia provocata dalla sua lussuria ed ora se ne può tornare, bella, bella, dal suo amante che non la voleva più per via della piaga purulenta che stava proprio lì. Lì, mi capisci? Che bella storia edificante da raccontare ai figli, se ne avessi. E invece morirò senza generare e nessuno onorerà la mia tomba o chiamerà il mio nome  quando sarò nel buio dello Sheol&#8230;”</p>
<p>Natan tremava come una foglia al vento, ma non per la rabbia. Aveva la febbre e dalla sua bocca cominciò ad uscire un rivolo di sangue. Poi si mise a tossire e l’emottisi fu più abbondante del solito.</p>
<p>Elifaz piangeva e non sapeva come aiutare l’amico. Per fortuna proprio in quel momento giunse Uria, il servitore che, ogni sera, riportava a casa il giovane malato.</p>
<p>I genitori di Natan erano benestanti e non gradivano che l’infermità del giovane venisse esibita pubblicamente: qualche maligno avrebbe potuto pensare che la maledizione di Dio avesse dei motivi per colpire la loro casa. Tre figli più grandi erano già morti a causa dello stesso morbo, di  nascosto, in un podere di famiglia isolato tra le montagne, ed i due vecchi non se la sentivano di negare all’ultimo sopravvissuto della loro nidiata la speranza di un miracolo. Però, per mostrarsi contrariati, lo lasciavano solo tra i derelitti della Piscina fino a sera.</p>
<p>Elifaz invece trascorreva la notte all’aperto, avvolto in una vecchia coperta. Solo quando pioveva a dirotto si stringeva con gli altri infermi sotto i porticati, sistemazione asciutta ma pericolosa per la borsa perché molti mendicanti erano lesti di mano.</p>
<p>Prima di addormentarsi sgranocchiava qualche frutto comprato dai venditori ambulanti che si aggiravano intorno alla piscina e per ultime teneva le gallette dolci che Natan gli regalava con la scusa di non avere appetito. Dolci di lusso che la madre cucinava ogni mattina apposta per il suo sfortunato ragazzo.</p>
<p>L’indomani Elifaz attese invano il ritorno dell’amico. Forse si sentiva peggio del solito ed era rimasto a letto. Ma in questi frangenti Uria veniva sempre ad avvertire il povero paralitico della momentanea assenza del suo padrone.</p>
<p>Verso mezzogiorno Elifaz cominciò a preoccuparsi davvero per il ritardo di Natan.</p>
<p>Mentre guardava tra le colonne dei portici notò un improvviso movimento e si illuse che fosse l’amico portato in barella, come era accaduto qualche rara volta in precedenza.</p>
<p>Purtroppo non vide i servitori del suo amico, bensì uno straniero che avanzava lentamente fendendo la folla: i presenti si ritiravano timorosi al suo passaggio, eppure era un uomo ancora giovane, d’aspetto modesto e vestito con abiti semplici. Il suo incedere aveva tuttavia qualcosa di regale.</p>
<p>“Forse è un malato della casa di Erode in incognito…– pensò Elifaz – accompagnato da un seguito di servitori travestiti da poveracci. A volte la spada del Signore colpisce in alto, accadde anche a re Saul”.</p>
<p>Lo sconosciuto intanto si faceva sempre più vicino ed il povero paralitico si tirò la coperta sopra la testa: cosa mai poteva volere da lui un simile personaggio?</p>
<p>L’uomo si fermò proprio davanti al lettuccio di Elifaz, lo scoprì e gli rivolse la parola come se lo conoscesse da sempre:</p>
<p>“Vuoi guarire?” chiese con voce gentile.</p>
<p>La domanda non sembrò ad Elifaz molto sensata: secondo Sua Signoria cosa ci stava a fare uno sciancato accanto alla piscina di Betzaeta, le sabbiature? Ma forse era uno straniero e non conosceva le virtù taumaturgiche dell’acqua&#8230;Però, anche se veniva da lontano, perché mai chiedeva ad un malato se preferiva stare bene o patire le pene dell’inferno in un lettuccio pieno di pulci?</p>
<p>“Probabilmente vuole burlarsi di me di fronte ai suoi cortigiani &#8211; pensò tra sé Elifaz &#8211; quasi, quasi gli rispondo che ci godo ad essere paralitico e sto qui per scaldarmi al sole&#8230;Una volta il Rabbi del paese mi raccontò la storia di un greco che viveva in una botte e osò dire al più potente dei re  <em>spostati che mi fai ombra</em>”.</p>
<p>“Allora, perché non mi rispondi? Vuoi guarire?” chiese di nuovo lo straniero, questa volta con voce imperiosa.</p>
<p>Elifaz considerò che, dopo tutto, non era saggio irritare uno sconosciuto: in Grecia la gente è  tutta un po’ matta e ama lo scherzo, ma a Gerusalemme bisogna tenere a freno la lingua.</p>
<p>Disse allora, quasi sussurrando “Certo che vorrei guarire…vengo qua da trentotto anni&#8230; in questa piscina si sanano le infermità, però non ho nessuno che mi getti dentro la vasca quando l’ala dell’angelo rende miracolosa l’acqua.”</p>
<p>“E tu credi che siano le  piume di un uccello a sanarti ?”</p>
<p>“Non un uccello, Signore, forse sei straniero e non comprendi bene le mie parole: ho detto un angelo, un angelo che scende  tra noi e agisce secondo la misteriosa volontà di Dio e guarisce a caso un infermo. Sapessi, Signore, in quasi quaranta anni, quanti indegni e malvagi ho visto tornare sani come pesci e rimanere carogne come prima, mentre il mio amico Natan, un ragazzo così buono e gentile, forse non è più su questa terra. E intanto Debora la meretrice folleggia nei banchetti dei Pubblicani.”</p>
<p>“Si, ammetto con te che la giustizia divina non andrebbe chiamata giustizia ma volontà, ovvero caso. Ma non si deve spiegare l’assurdo: da una stoffa misurata con un metro falsato non puoi ricavare che un vestito da buffone, questo è il mondo agli occhi dell’uomo veramente saggio. E magari le meretrici e i pubblicani alla fine entreranno per primi nel Regno dei Cieli e avranno un posto d’onore alla tavola imbandita per i giusti.”</p>
<p>“Ci mancherebbe anche questa, tu fai vacillare la mia fede! <em>Vade retro</em> demone straniero, parli per paradossi come un greco&#8230;che questa gente goda pure sulla terra tutte le gioie e i vizi del mondo, abbia denaro, donne, prole ed anche miracoli a bizzeffe, ma nel seno di Abramo, almeno lì, riposino in pace solo i poveri ed i sofferenti.”</p>
<p>“Hai ragione. Si sente che la tua fede nasce dal cuore e poi sei davvero un uomo paziente. Non è giusto che quell’uccello da trentotto anni si faccia beffe di te, no, io non lo voglio più&#8230; su, alzati, prendi il tuo lettuccio e tornatene al paese.”</p>
<p>Elifaz si sentì all’improvviso invaso da un vortice di calore ed eseguì l’ordine dello straniero senza pensare neppure per un attimo all’assurdità di quelle parole: si mise in piedi agilmente e, come un automa, si diresse con il suo lettuccio in spalla verso la vicina Porta delle Pecore per andare a casa. Fatti pochi passi, tornò cosciente e, pieno di stupore, si voltò cercando tra la folla il volto del suo benefattore. Ma l’uomo era scomparso.</p>
<p>I presenti intanto discutevano animatamente intorno all’inusuale evento.</p>
<p>“Elifaz non è mai entrato nella piscina eppure è guarito!” notavano alcuni.</p>
<p>“Forse quel tipo nascondeva nella mano un po’ d’acqua miracolosa.”</p>
<p>“Ma se non l’ha neppure sfiorato!” obiettavano altri.</p>
<p>“ E poi lo straniero è venuto e se n’è andato attraverso i porticati, senza  degnare d’uno sguardo la vasca.”</p>
<p>“Sarà un mago che possiede il potere della parola.”</p>
<p>“Comunque sia, se si sparge la voce che i miracoli non dipendono dall’acqua della piscina siamo rovinati” disse uno dei venditori di frutta.</p>
<p>“Ho saputo di un Galileo che fa cose straordinarie non lontano da qui: rende la vista ai ciechi, resuscita i morti, risana gli arti secchi. E non rispetta il giorno del Signore, perché dice che se la pecora di un Fariseo cade nel pozzo il padrone non la lascia morire ed un uomo vale certo più di una bestia!”</p>
<p>“Calunnie, sono solo calunnie infami – gridarono alcuni Farisei presenti – e tu, Elifaz, perché trasporti il tuo lettuccio di  sabato, non sai che non è lecito?”</p>
<p>Elifaz non credeva alle sue orecchie: quella gente tanto devota lo aveva visto patire e trascinarsi sui gomiti per anni ed ora, invece di stupirsi del miracolo avvenuto e lodare la bontà dell’Altissimo che gli aveva reso la salute, si scandalizzava perché portava in spalle le sue povere cose nel giorno del Signore. Per loro uno sciancato tornato sano era evidentemente meno importante di un lettuccio trasportato di sabato.</p>
<p>“Ho obbedito alle parole dello sconosciuto ed ora cammino, benché sia sabato! &#8211; disse Elifaz sempre più irritato dall’ipocrisia di quei devoti &#8211; e, per la verità, di questo letto di stracci me ne sbatto, ve lo potete tenere” così dicendo gettò, con rabbia, il misero ammasso di pali e corde ai piedi dei suoi censori e subito fuggi via, perché i Farisei erano notoriamente vendicativi.</p>
<p>Passò vicino alla casa di Natan ed udì preghiere miste a lamenti: la famiglia era in lutto.</p>
<p>Avrebbe tanto desiderato che l’amico lo vedesse ora, agile e pieno di forze. Si sentiva di nuovo vent’anni, almeno nelle gambe: poteva addirittura correre e saltare: i passanti probabilmente lo ritenevano un innocuo folle che si credeva re  Davide danzante.</p>
<p>Decise di recarsi al Tempio per ringraziare il Signore della guarigione e chiedere pietà per Natan, disceso nelle tenebre di Sheol.</p>
<p>Il cortile era come sempre occupato dai venditori di animali destinati ai sacrifici, intenti a contrattare con i loro clienti. Anche Elifaz comprò una colomba, spendendo le ultime monete rimaste.</p>
<p>All’improvviso in un angolo del cortile apparve lo straniero: sorrise ad Elifaz e con le mani gli fece capire che doveva lasciar volare via la colomba.</p>
<p>Elifaz si avvicinò timoroso all’uomo “Non posso liberarla, Rabbi! Tu mi hai guarito, ma per grazia divina, e questa è la mia offerta di ringraziamento al Signore. E poi voglio onorare un mio giovane amico che è morto proprio oggi.”</p>
<p>“Lasciala andare, chi sa che non sia un angelo in incognito! Così porterà in un istante la tua preghiera fino al trono di Dio” rispose lo straniero sorridendo.</p>
<p>Elifaz, quasi senza accorgersene, allentò la presa e l’animale si eclissò nell’azzurro del cielo. Qualcuno tra i presenti notò la scena e si mise a gridare, molti disapprovavano il gesto di Elifaz e le voci di protesta in breve divennero un coro minaccioso.</p>
<p>“Bestemmiatore, empio, le offerte del Tempio spettano al Signore.”</p>
<p>“L’Altissimo ama l’odore della carne che brucia, per lui è un olezzo, non lo sai razza di caprone samaritano, figlio di Baal!?”</p>
<p>“E i Sacerdoti! che ci stanno a fare i Sacerdoti? e di che vivrebbero senza offerte?”</p>
<p>Elifaz per un attimo pensò che sarebbe stato lapidato seduta stante, ma lo sconosciuto lo rassicurò:</p>
<p>“Non temere questa gente, non può nulla contro di te. Torna a casa e vivi da uomo onesto. Loda il Signore per la sua misericordia e non piangere per il tuo amico: non è morto.”</p>
<p>“Fosse così! ma la sua casa è in lutto. Ho sentito con le mie orecchie i lamenti dei parenti. No, no, è morto, è morto,!”</p>
<p>“Ma come puoi dire con certezza che è morto se conosci solo la vita?”</p>
<p>“Non prenderti gioco di me, straniero! Tutti sanno cos’è la morte: come il sonno è l’opposto della veglia così la morte è il contrario della vita!”</p>
<p>“Davvero? E allora chi ti garantisce che questo non sia solo un bel sogno? magari tra un po’aprirai gli occhi nel tuo lettuccio accanto alla Piscina. Dimmi, ora sei sveglio o stati dormendo? Pensaci bene prima di rispondere…perché i morti forse siamo noi e lui, il tuo amico, si è appena risvegliato nel mondo dei vivi”.</p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
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		<title>Il Libro &#8211; III</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Mar 2010 09:29:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Selva Sacra]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Adeodato]]></category>
		<category><![CDATA[continua]]></category>
		<category><![CDATA[Demone]]></category>
		<category><![CDATA[S. Agostino]]></category>
		<category><![CDATA[Selva Sacra]]></category>

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		<description><![CDATA[Epilogo non tanto allegro “Si trova scritto che Agostino, quand’era ancora in vita, stava leggendo un testo, quando [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/03/il-libro-iii/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton1382" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2F25BTj&amp;via=scrivolo&amp;text=Il%20Libro%20%26%238211%3B%20III&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F03%2Fil-libro-iii%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/03/Il-Libro-3.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1383" title="Michael Pacher - Agostino, il diavolo e il libro dei peccati" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/03/Il-Libro-3.jpg" alt="" width="297" height="341" /></a></p>
<p><em><strong>Epilogo non tanto allegro</strong></em></p>
<p>“Si trova scritto che Agostino, quand’era ancora in vita, stava leggendo un testo, quando vide passare davanti a sé un demone che portava sulle spalle un libro”.  (<em>Jacopo da Varagine)</em></p>
<p><em>(<span style="color: #ff6600;"><span style="color: #000000; font-style: normal;"><em><a href="http://www.scrivolo.it/2010/02/il-libro-ii/"><span style="color: #ff6600;">Qui il  secondo racconto di questa serie</span></a></em><em>)</em></span></span></em></p>
<p><strong><span style="color: #0000ff;">Personaggi:</span></strong></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Agostino</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Demone</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Adeodato</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Rufino</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Villano</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Prima Villana</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Seconda Villana</span></p>
<p>La scena si svolge ad Ippona, intorno al 400 d. C., all’esterno dell’Episcopio e, successivamente, in un vicino villaggio.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Adeodato, presto un cavallo!</p>
<p><strong>Adeodato</strong>: Ma babbo noi non abbiamo un cavallo, sai bene che la nostra vita è austera, non possediamo nulla di superfluo ed ammetterai che un cavallo, di questi tempi, è un lusso. Per trasportare i bagagli nei viaggi più lunghi basta l’asinello Teodoro.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Quello non è un asino, è una vecchia tartaruga. Portami subito un cavallo, chiedilo in prestito ai vicini.</p>
<p><strong>Adeodato</strong>: I nostri vicini sono persone di condizione modesta…non hanno neppure l’asino.</p>
<p><strong>Agostino</strong> (agitato): Insomma, stai a vedere che proprio ad Ippona non c’è un cavallo: trovami un destriero veloce come il vento, è questione di vita o di morte, va e rubalo se necessario!</p>
<p><strong>Adeodato</strong>: Questo poi no davvero. Rubare è peccato mortale.</p>
<p><strong>Agostino</strong> (con voce melliflua): Senti figliolo, devo al più presto raggiungere il paese di Agata: se non sarò lì prima dell’arrivo di Rufino temo che possa succedere il peggio.</p>
<p><strong>Adeodato</strong>: E allora? Se si comincia a cavillare sulle motivazioni si finisce per giustificare anche l’omicidio ed io non voglio dannarmi l’anima, sia quel che Dio vuole, per salvare la vita di qualcuno.</p>
<p><strong>Agostino</strong> (rassegnato): Sei un bel testone! Ma non perdiamo altro tempo, porta qui Teodoro.</p>
<p>Due ore dopo, in un villaggio nei pressi di Ippona:</p>
<p><strong>Villano</strong>: Il vescovo in visita nel nostro povero villaggio e nessuno ci ha avvertiti della sua venuta!</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Non è una visita ufficiale, figliolo.</p>
<p><span id="more-1382"></span></p>
<p><strong>Villano</strong>: Ma com’è che è tutto scarmigliato? E le sue vesti… sono stracciate per non dire dei lividi in faccia.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Non ne parliamo! Poco fuori d’Ippona i Circoncellioni mi hanno assalito. Da quando i Donatisti hanno promesso il perdono di tutti i peccati a chi mi ucciderà, quei pazzi fanatici mi danno una caccia spietata. Ma proprio nel momento in cui stavo per soccombere si è alzato un gran vento ed una nube di polvere mi ha miracolosamente sottratto alla vista dei demoni eretici. Sono scampato alla morte, ma il povero Teodoro non si è salvato!</p>
<p><strong>Villano</strong>: Sarà ricompensato nei cieli con la corona del martirio.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Era un asino!</p>
<p><strong>Villano</strong>: Beh, non tutti possiamo essere istruiti  ed il Signore non guarda a certe cose: beati i poveri di spirito perché erediteranno il Regno dei cieli, è scritto. Comunque il soccorso divino poteva anche arrivare un po’ prima, direi che i Circoncellioni erano già a buon punto con il loro lavoro.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Bando alle ciance, villano, dimmi piuttosto dov’è la casa del calzolaio.</p>
<p><strong>Villano</strong>: Rufino abita qui vicino, lungo la strada.</p>
<p><strong>Prima Villana</strong> (gridando): Soccorso, soccorso! Rufino è impazzito! Presto, uomini, venite a fermarlo, se non fate qualcosa uccide la moglie.</p>
<p><strong>Seconda Villana</strong>: Troppo tardi, povera Agata, ha finito di soffrire.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Che succede, donne?</p>
<p><strong>Seconda Villana</strong>: Quel maledetto ubriacone di Rufino ha rotto la testa alla moglie che ora giace a terra senza vita. Presto chiamate i parenti di quella poveretta.</p>
<p><strong>Villano</strong>: Prendetelo, prendetelo! Ecco l’assassino che viene da questa parte!</p>
<p><strong>Villane</strong> (fuggendo): Ha le mani sporche di sangue. Corriamo a chiuderci in casa.</p>
<p><strong>Rufino</strong>: Agostino, Agostino! Aiutami, ti prego, io ero fuori di me…quando bevo perdo la testa. Mi sentivo nelle orecchie le risate della gente e poi mi immaginavo Agata e  quel giovane, ieri notte…</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Che hai fatto, disgraziato: erano tutte falsità, invenzioni del tuo cervello di vecchio ubriacone. Agata è l’onestà in persona! Cosa hai fatto, cosa hai fatto!</p>
<p><strong>Rufino</strong> (piangendo): Non so com’è accaduto, davvero è stato un attimo di rabbia, ma lei , poverina, non ha neppure tentato di fuggire: se era innocente, se ho tolto la vita ad un’anima santa, la mia colpa è davvero imperdonabile, non mi resta che appendermi all’albero nell’orto.</p>
<p><strong>Villano</strong> (prende Rufino per un braccio): Vieni, Rufino, andiamo dagli anziani del villaggio e si vedrà cosa è meglio fare in questa situazione (si allontanano insieme).</p>
<p><strong>Demone</strong> (sbucando fuori come dal nulla): Agostino, ti aspetto da un bel po’: dovevi essere più solerte, ormai la frittata è fatta.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Il Cielo mi è testimone che ho cercato in tutti i modi di affrettarmi con il mio asinello ma poi, a metà strada, i Circoncellioni mi hanno aggredito e quasi ucciso.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Dunque sei stato trattenuto da cause indipendenti dalla tua volontà. Purtroppo, se speravi di salvare l’anima di Rufino e la vita di Agata, arrivi fuori tempo massimo: <em>Omnia consumata sunt.</em></p>
<p><strong>Agostino</strong>: Sacrilego, non osare citare le Scritture.  Dicevi di essere un ignorante ed ecco che parli in latino.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Non si alteri, Dottore, sono cosette che ci insegnano a scuola, tanto per far credere agli esorcisti più ingenui che conosciamo tutte le lingue note, greco, sanscrito, ebraico, latino, cinese ma in realtà impariamo solo qualche frase a memoria.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Mistificatore!</p>
<p><strong>Demone</strong>: Lei mi lusinga, i complimenti mi fanno arrossire.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Assassino!</p>
<p><strong>Demone</strong>: Un momento! Non voglio meriti che non mi spettano, lei sa bene che noi non abbiamo potere di vite e di morte sui figli di Adamo, altrimenti di certo non ne lasceremmo vivo sulla terra neppure uno. Noi odiamo gli uomini sopra ogni cosa perché siamo stati cacciati dal Cielo mentre loro, spiriti infimi, con qualche preghierina ed un po’ di elemosina vengono accolti lassù come figli prediletti. E’ stato il marito a spedire tra gli angeli la sua Agata.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Ma davvero Agata è morta? potrebbe essere solo ferita…</p>
<p><strong>Demone</strong>: Ho visto con i miei occhi Rufino colpirla alla testa con un granchio da calzolaio, un attrezzo di ferro a tre bracci, pesante e appuntito. Non ha avuto scampo e, come piace sentir dire a voi umani,  è morta senza soffrire.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Sarai stato contento, maledetto.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Sono cattivo, che ci posso fare? Non ho il libero arbitrio, io!</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Anche se Rufino ha colpito tu sei il vero responsabile del suo atto mostruoso. Ti gli hai armato la mano, tu l’hai sobillato…</p>
<p><strong>Demone</strong>: Era libero di resistermi.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: E prima l’hai fatto bere perché sapevi che quando è ubriaco non ragiona.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Prego: io gli ho offerto una fiaschetta e lui l’ha presa. Poteva rifiutare il dono, sapendo che bere gli avrebbe dato alla testa. Non vorrà giustificare un omicida perché era in stato di ebbrezza? Casomai è un’aggravante! E io non gli ho certo messo in corpo il vino con l’imbuto.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Tu hai creato le condizioni perché quest’orribile peccato fosse commesso.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Infatti, proprio così. Questo è il mio compito nell’ordine complessivo del Creato: gli uomini devono resistermi, questo è il loro merito. Così va il mondo da quando Adamo ed Eva sono stati giustamente cacciati dall’Eden. “Colui che è” credeva di aver fabbricato esseri ubbidienti, amorevoli, devoti ma è stato deluso e, al primo sgarro, li ha sbattuti fuori, proprio come aveva fatto con noi, però è disposto a cancellare le loro colpe, se si pentono. Noi invece siamo troppo orgogliosi per chiedergli perdono. Insomma, non si discute, Rufino è nostro, ma almeno Agata si è guadagnata la palma del martirio!</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Beh, non esattamente, non è morta per la fede…</p>
<p><strong>Demone</strong>: Ma bene, siete pronti a mettere l’aureola a quei fanatici degni di stare a pari dei Circoncellioni che, pur di non fare un piccolo sacrifico agli dei imperiali, si sono offerti in pasto ai leoni e non considerate martire una poveretta straziata così dal marito?</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Fossi arrivato un minuto prima…</p>
<p><strong>Demone</strong>: L’asinello Teodoro non era un Bucefalo ed i Circoncellioni…mica li ha chiamati lei!</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Tu, tu, maledetto…Ora capisco, sei tu che li hai avvertiti del mio passaggio, per questo sapevano dove e quando trovarmi.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Lo ammetto, il giochetto mi è riuscito, ma poi il Cielo ha suscitato quel gran vento…volendo però poteva anche far precipitare quei pazzi fanatici in un burrone prima che arrivassero al luogo dell’agguato.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Il male, il male ci assedia ovunque!</p>
<p><strong>Demone</strong>: Non se la prenda, Dottore, è solo una temporanea mancanza di bene, ne abbiamo già discusso. Rufino, come tutti gli umani, è dotato di libero arbitrio, ha scelto la sua strada e si è dannato. Si metta l’animo in pace, non è colpa sua se non l’ha salvato.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Lui ha preso la via del male ma tu l’hai spinto e sempre tu hai condizionato il corso del destino impedendomi di giungere in tempo a soccorrere le misere pecorelle del mio gregge. Maledetto lupo malvagio.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Questa è davvero un’accusa ingiusta, non è colpa mia se esistono i Circoncellioni, e poi sta a vedere che Rufino è giustificato perché era sbronzo ed io, che sono quel che sono non per mia scelta, devo sentirmi responsabile di essere come sono. Io non mi sono creato da me!</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Smettila con questi scioglilingua pseudo-filosofici, Spirito perverso! Mi verrebbe voglia di darti una lezione, meriteresti una bella scarica di legnate…Ti spaccherei volentieri in testa quel tuo librone dei peccati!</p>
<p><strong>Demone</strong> (a parte): Provocare questo sant’uomo è una vera goduria, ma con lui non la spunto, ha troppa parlantina e poi è così buono!</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Non rispondi, figlio di Baal? Hai paura di me?</p>
<p><strong>Demone</strong>: Suvvia, non ci scaldiamo. Lo stesso Rufino ha ammesso la sua responsabilità: se non ricordo male non ha detto “Uno sconosciuto incontrato ad Ippona mi ha indotto ad uccidere mia moglie” bensì “Ho tolto la vita ad un’innocente, la mia colpa è imperdonabile.”</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Il Maligno è così astuto che s’impossessa di un’anima sprovveduta senza farsi scoprire</p>
<p><strong>Demone</strong>: Ma la  Chiesa dovrebbe proteggere i suoi figli più ingenui come una leonessa difende con i denti e gli artigli i suoi piccoli. Devo ricordarle che tutta questa catastrofe ha avuto inizio dalla sua eccessiva smania di verità? Bastava dire a Rufino che Agata aveva dormito con le suore, nel convento retto da sua sorella,  e tutto si sarebbe appianato.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Ma bene, ora il colpevole sono io.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Proprio così: con libero arbitrio lei ha deciso di dire la verità ad ogni costo eppure, in quel caso, mentire sarebbe stata davvero una piccola colpa ed avrebbe evitato un grandissimo peccato com’è l’omicidio. La sua scelta è stata fatale per Agata e Rufino: ma si sa, non vale la pena di dannarsi l’anima per salvare il corpo. Però, in questo caso, l’anima era sua ed il corpo di Agata.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Basta, non ti sopporto più.</p>
<p><strong>Rufino</strong> (viene condotto dal villano con le mani legate): Agostino, mi conducono in città dai magistrati, prega per me. Agata, Agata perdonami! Che ho fatto, mio Dio.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Pentiti figliolo ed Agata ti perdonerà, anzi, sono certo che ti ha già perdonato ora che è tra i beati in cielo!</p>
<p><strong>Villano</strong> (trascinando via Rufino, inebetito dal dolore): Si fa presto a dire perdono, ma chieda ai parenti della moglie se la pensano così.</p>
<p><strong>Demone</strong> (gridando all’indirizzo di Rufino che si allontana): Non preoccuparti Rufino, il rimorso negli uomini dura poco e poi, sai come si dice: “Dolore di vedovo, dolore di gomito”, ti passerà alla svelta.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Sono certo che Agata sia in Paradiso, ieri sera si è confessata e certo non ha avuto modo di commettere peccati: è morta in grazia di Dio.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Lo penso anch’io, da noi non è arrivata, mi avrebbero avvertito perché sarebbe un dannato in più da segnare a mio carico. Comunque anche lei non era perfetta, poverina. Compariva nel mio librone dei peccati, ma solo per qualche bugia detta al marito.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Davvero? Non mi sembra possibile.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Mi deve credere: ad esempio una volta regalò un paio di sandali ad un mendicante e raccontò a Rufino che li aveva persi per strada…non le dico gli schiaffi volati in quell’occasione.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Perché non ebbe il coraggio di dire la verità, doveva svelare la buona azione compiuta.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Certo, bravo micco! Così Rufino sarebbe corso a casa del povero, si sarebbe ripreso i calzari ma non prima di averlo riempito di botte.</p>
<p><strong>Agostino</strong> (fra sé, pensoso): Che fare, il male è ovunque, non ci sono vie sicure per evitarlo. Forse Agata era destinata a perire, prima o poi, in modo così tragico.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Perché parlare di destino quando ci sono tanti responsabili? Pensi ai parenti che le hanno impedito di entrare in convento facendola sposare con il suo carnefice, pensi a Rufino divenuto ubriacone per colpa delle cattive compagnie incontrate a Roma, ai vecchi del villaggio che non si sono preoccupati di una povera moglie percossa perché il marito ha sempre ragione, è il capo della famiglia ed ha diritto di correggere, si fa per dire, i più deboli a legnate. E che mi dice del suo confessore che la esortava a sopportare un uomo così malvagio perché la moglie devota santifica anche il marito peccatore? E di certo qualcuno in chiesa avrebbe potuto avvertirla che la sera era vicina e doveva tornare a casa. Condannare solo Rufino equivale a lavarsi le mani, come fece quel certo Ponzio Pilato.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Rufino però, volendo, poteva resistere al male.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Anche gli altri, volendo, avrebbero potuto comportarsi diversamente.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Ma gli altri non pensavano di dover scegliere tra commettere o non commettere un atto peccaminoso.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Davvero? E che mi dice del vescovo di Ippona? Tra peccare e non peccare ha scelto di dire la verità a Rufino. Poveri uomini, a volte mi fate pena, così in bilico tra bene e male, liberi e non liberi nello stesso tempo. Almeno io, in ogni occasione, so con certezza cosa scegliere: il male</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Sono cose che tu non puoi comprendere ed io stesso, del resto, rimango interdetto davanti a certi misteri. Gli arcani della predestinazione, della grazia, dell’origine del male mi sembrano impenetrabili ed allora voglio credere piuttosto che capire: mi affido alla fede ed alla Scrittura perché una santa ignoranza vale più di un’inutile scienza.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Sì, però poi lei scrive, scrive, scrive ed altri leggono, leggono e tra secoli leggeranno ancora: e tra coloro che crederanno di capire in quei libri le cose che lei stesso non comprende vedo già, nelle nebbie del futuro, un certo Martino agostiniano, un suo seguace, guarda caso, e poi ancora più lontano un tale Jansenio. E giù odio, processi, uccisioni, sofferenze per innocenti e colpevoli, senza distinzione. Certo tutto lavoro in più per la mia ditta, ma che inutile spreco di malvagità!</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Mi rimproveri di aver custodito il mio gregge ed illuminato le menti perché conoscessero la verità e la bellezza di Dio?</p>
<p><strong>Demone</strong>: Sa cosa si dice dalle mie parti, Dottore? “La via dell’Inferno è lastricata di buone intenzioni”.</p>
<p><strong>Villano (arriva di corsa)</strong>: Ahimè che disgrazia, che disgrazia!</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Che altro succede?</p>
<p><strong>Villano</strong>: Rufino, poveretto,  è sfuggito alla sorveglianza degli sgherri e si è gettato da un precipizio</p>
<p><strong>Demone</strong>: E’ morto?</p>
<p><strong>Villano</strong>: Certo, s’è sfracellato come un uovo in fondo al burrone. Vado a riferirlo ai parenti (esce)</p>
<p><strong>Demone</strong>: Ma bene (apre il suo libro).</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Che fai, segni l’omicidio a carico di Rufino?</p>
<p><strong>Demone</strong>: Signor mio no. Abo, ado, ago…ecco Agostino.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Di cosa mai mi vuoi incolpare? Ho fatto di tutto per salvare Agata, tu stesso l’hai riconosciuto.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Certo, e posso ammettere che non sia lecito mentire per evitare la morte corporale di qualcuno, perché la salvezza dell’anima vale più della salvezza del corpo, ma in questo caso, per preservare la sua anima, ha mandato sotto terra il corpo di Agata e all’inferno l’anima del marito! la sua verità ha dannato Rufino e quindi, Dottore, Lei ha mancato di carità: ha preferito sé al calzolaio, e questo è il peccato che registro nel mio libro.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Tu stravolgi le mie parole… io non potevo sapere che il marito si sarebbe ucciso. Questi sono ragionamenti da sofista, capziosità… dialettiche, ragionamenti tirati per le corna.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Ah sì? Ma lei non sapeva ch’io fossi loico?</p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
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		<title>Ama il prossimo tuo</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 06:27:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Selva Sacra]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel villaggio il fattore era considerato un’autorità: in prima fila nella sinagoga, capotavola alle feste di nozze, quando [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/03/ama-il-prossimo-tuo/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton1359" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FHnyNN&amp;via=scrivolo&amp;text=Ama%20il%20prossimo%20tuo&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F03%2Fama-il-prossimo-tuo%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/03/Campagna.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1360" title="Campagna" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/03/Campagna.jpg" alt="" width="690" height="460" /></a></p>
<p>Nel villaggio il fattore era considerato un’autorità: in prima fila nella sinagoga, capotavola alle feste di nozze, quando passava per la via tutti gli cedevano il passo ed ovunque veniva ricevuto con ossequio: nessuno osava ricordare che, in fondo, era solo il figlio di un modesto vasaio divenuto, quasi per caso, uomo di fiducia di un ricco proprietario.</p>
<p>Davanti alla sua casa, ogni giorno, stazionava una piccola folla in perenne agitazione: contadini che chiedevano un aiuto per arrivare a fine mese, braccianti con troppi figli a carico, stranieri provenienti da contrade vicine in cerca di lavoro, artigiani in cattive acque. Chi chiedeva denaro per sistemare una ragazza da marito, chi aveva necessità di olio o farina perché il raccolto era stato scarso, chi aveva fatto poche giornate in campagna per una malattia o un incidente e non aveva nulla in dispensa, chi doveva pagare le medicine per la moglie allettata, chi semplicemente era disoccupato e non sapeva come sbarcare il lunario.</p>
<p>Le vigne, i campi, i granai, le botti di vino, gli orci d’olio, il denaro appartenevano al padrone, un ricco signore che viveva in città, ma il fattore, a forza di disporre liberamente dei beni che aveva in custodia, si comportava come fossero roba sua. Non per questo era generoso: ai mendicanti faceva l’elemosina solo quando era sicuro di essere notato, pagava con parsimonia i giornalieri e, di norma, non concedeva prestiti disinteressati.</p>
<p>In pubblico però si atteggiava a devoto fariseo. Digiunava due volte alla settimana, celebrava le ricorrenze religiose, mostrava di rispettare la  Legge e nessuno avrebbe mai osato sostenere che un così degno membro della comunità, fosse un usuraio: ma se prestava cento, al debitore dava di fatto novanta e, nel libro dei conti che inviava al padrone, segnava novantacinque, oppure nulla. La differenza, s’intende, la teneva per sé, come ricompensa per il fastidio di dover trattare, ogni giorno, con quella folla di petulanti bisognosi. Dopo tutto così faceva guadagnare anche il padrone che stava in città e se la spassava con gli amici tra musici e ballerine. Se poteva vivere in panciolle senza badare a spese doveva ringraziare lui che, in campagna, tutto il giorno combatteva con i contadini e si faceva l’anima nera col dare ed avere. “E poi &#8211; si diceva il fattore -  la “cresta” che mi prendo è solo un’inezia rispetto ai guadagni, non manda certo in rovina la sua casa!”.</p>
<p><span id="more-1359"></span></p>
<p>Non temeva di essere scoperto: il proprietario raramente visitava le sue terre e di certo non avrebbe mai sprecato un’oncia di tempo per leggere i noiosi e complicati rendiconti che il fattore gli inviava. E poi, quale padrone avrebbe mai dubitato della fedeltà di un servitore che lo rendeva sempre più ricco?</p>
<p>Il fattore si considerava talmente indispensabile per il buon andamento degli affari del suo signore che non aveva neppure accumulato un gruzzoletto di risparmi: di suo non possedeva quasi nulla, né una casetta in città né un fazzoletto di terra. Sperperava tutto quello che racimolava, più o meno lecitamente, per vivere agiatamente, senza preoccuparsi di suscitare invidie o maldicenze. Sapeva di avere molti nemici, gente del posto irritata dal suo successo, fattori dei villaggi vicini scandalizzati dalle vesti di bisso e porpora che indossava, ma le dicerie non lo spaventavano: il podere rendeva bene ed ogni mattina, per accattivarsi il suo signore, inviava in città denaro, frutti della terra, agnelli, vitelli e porcellini.</p>
<p>Un giorno però le voci sul suo immodesto tenore di vita giunsero all’orecchio del padrone. Le malignità dei domestici, le chiacchiere di altri proprietari, le insinuazioni degli amici alla fine gli insinuarono nella mente il veleno del dubbio: forse il suo preposto non era onesto, forse lo truffava da anni: decise quindi recarsi nelle sue terre per mettere alle strette quel servo infedele.</p>
<p>Così una sera, tornando dalla campagna, il fattore trovò sulla porta di casa il padrone in compagnia di un giovane dall’aria distinta: si stupì di quella visita immotivata perché tutto filava liscio come l’olio, nulla di particolare era accaduto al bestiame o ai contadini e nessun furto era stato di recente segnalato. Il padrone notò con fastidio che l’abbigliamento e la cavalcatura dell’uomo erano quelli decritti dalle malelingue: quando il fattore lo aspettava evidentemente indossava, per ingannarlo, una semplice veste di lana.</p>
<p>Si convinse così che le voci malevole raccolte in città avevano davvero un fondamento e, adirato, liquidò il fattore su due piedi, ingiungendogli di consegnare al più presto i registri al giovane che lo accompagnava: il cittadino dall’aria istruita era evidentemente un contabile. I due visitatori risalirono quindi a cavallo e partirono di gran carriera.</p>
<p>La moglie del fattore aveva seguito la scena alla finestra ed aprì la porta la marito con aria afflitta.</p>
<p>“Come faremo? Ti caccia così, senza preavviso, e non abbiamo un posto dove andare!”</p>
<p>“Non ti preoccupare &#8211; replicò il fattore &#8211; ora è arrabbiato per qualche cattiveria che ha sentito sul mio conto, ma domani vedrà dai registi che la mia gestione è stata buona e, se non è sciocco, si terrà stretto un amministratore capace di mandare avanti alla grande gli affari della sua casa, facendo fruttare i campi ed il denaro. E poi &#8211; aggiunse con tono meno sereno  -  anche se non abbiamo accumulato un tesoro, possiamo sempre ricavare molto denaro dalle vesti, dal mobilio, dai cavalli e dai gioielli che possediamo”</p>
<p>“A patto che il padrone non se li prenda come indennizzo per le tue malversazioni &#8211; replicò la moglie, angosciata &#8211; Magari potrebbe addirittura decidere di venderci, noi due e i bambini, come schiavi! E di sicuro nessuno ci darà una mano o parlerà in nostra difesa: non sei stato certo generoso con i poveracci che ti chiedevano aiuto.”</p>
<p>Quella sera, nonostante fosse una bella notte di luna a mezza estate, il fattore non uscì a prendere il fresco passeggiando, come sempre, per il paese con la sua veste più elegante. Aveva l’impressione che in tutte le case non si parlasse d’altro che della sua disgrazia e, in effetti, la scena della defenestrazione si era svolta all’aperto, sulla pubblica via e sotto lo sguardo di decine di persone che certo non avevano tenuto la bocca chiusa.</p>
<p>La moglie aveva ragione di preoccuparsi, pensò il fattore posando la testa sul suo morbido cuscino di piume, se perdeva quel posto cosa poteva fare? I signori dei dintorni non avrebbero mai preso a servizio un amministratore cacciato perché disonesto e, del resto, non aveva una professione, non sapeva fare il bracciante, il militare o l’artigiano, neppure il vasaio, mestiere tradizionale nella sua famiglia. Per tutta la vita si era limitato a dirigere il lavoro di altri, era in grado di  far fruttare il denaro e la terra, ma non sapeva piantare una cipolla. E non aveva certo l’istruzione necessaria per fare lo scriba in città: in fondo era solo un bifolco  che sapeva leggere, scrivere e far di conto. Anche la moglie non aveva mai lavorato, giovanissima era entrata nella casa del marito fattore e, per dimenticare di essere la bella figlia di un capraio, aveva vissuto nell’ozio, circondata da serve.</p>
<p>Il fattore si addormentò a fatica ed all’alba un contadino venne in paese per avvertirlo che il padrone lo atteneva al pozzo di Miriam. Si recò in fretta, a piedi, fino al luogo convenuto, sperando di rabbonire il suo irato signore. Quando giunse alla vigna lo vide intento a discutere con un uomo anziano che riconobbe subito: era Mahatat, un fattore che, qualche mese prima, era stato cacciato dal proprietario di un podere vicino, un ricco vizioso, perché si era rifiutato di cedergli la figlia come concubina. Un tipo all’antica, affidabile, pensò tra sé il fattore, sebbene non molto sveglio negli affari.</p>
<p>Si avvicinò e sentì che parlavano di vite maritata e di filari, il vecchio sosteneva che far crescere la pianta come un rampicante appoggiato ad un albero dava minor prodotto ma il vino era di qualità migliore: quando il padrone vide arrivare il suo fattore, senza complimenti o giri di parole, lo informò seccamente che Mahatat lo avrebbe sostituito e, di nuovo, gli ordinò di consegnare al contabile venuto dalla città i libri delle entrate e delle uscite. Il fattore si scusò per non avere ancora provveduto e, per mostrarsi pieno di buona volontà, si offrì di recuperare in giornata non solo i prestiti in scadenza ma tutti i beni  ed il denaro che i debitori ancora non avevano reso. Il padrone con un cenno d’approvazione lo congedò e riprese a parlare con Mahatat.</p>
<p>I fattore tornò a casa demoralizzato. La moglie nel frattempo non era rimasta con le mani in mano, aveva sguinzagliato amiche e serve per scoprire il motivo dello strano comportamento del padrone, così aveva saputo che l’uomo stava per sposarsi ed il futuro suocero, un vecchio attaccato alla terra ed alle tradizioni, prima delle nozze pretendeva una verifica puntuale del patrimonio del futuro genero.</p>
<p>“Il padrone non si meritava un fattore bravo come te &#8211; commentò la donna, informata dei fatti accaduti nella vigna &#8211; ed anche i contadini ti rimpiangeranno! vedrai, il suocero ordinerà di spolpare questa povera gente per far vivere nel lusso più sfrenato la sua cara figliola. Certo Mahatat è un buon vecchio, ma quel giovane che tiene i conti ha l’aria di essere senza cuore”</p>
<p>“Per il momento dovrò andare io a spolpare questi poveracci &#8211; disse l’uomo amareggiato – per chiudere il registro dei prestiti”.</p>
<p>La donna rimase un po’ soprappensiero, poi consigliò al marito di mostrarsi generoso con i debitori: “Prendi dove puoi prendere e lascia stare i poveri e gli sventurati, ricordati che tra poco anche noi cadremo in disgrazia e avremo, come loro, bisogno di pietà e comprensione. Fa che ti ricordino come un benefattore, un misericordioso”.</p>
<p>Il suggerimento parve al fattore più che saggio: si tolse le vesti raffinate, indossò un mantello di lana e prese da un cofano chiuso a doppia mandata l’elenco autentico dei debitori, ben diverso dai registri ufficiali che inviava in città. Avrebbe recupero i crediti da chi poteva pagare senza problemi e poi, con il piccolo tesoro raccolto, si sarebbe recato di nuovo dal padrone chiedendo perdono. Ma in cuor suo non contava di salvarsi dalla rovina: la ruota della fortuna era ormai inesorabilmente girata.</p>
<p>Uscì di casa e raggiunse il podere di Anania: un piccolo proprietario sfortunato che l’anno prima aveva avuto il pozzo seccato. Tra rabdomante ed operai aveva speso tutti i suoi risparmi, senza trovare una nuova vena d’acqua: così aveva chiesto un prestito di duecento denari al fattore; la situazione però non era migliorata, il terreno appariva spoglio, le bestie pativano la sete ed il raccolto era stato di certo scarso.</p>
<p>Anania e la moglie, con la numerosa prole, erano a tavola quando il fattore bussò alla porta: pasto misero, pensò l’ospite ricusando l’invito, peraltro puramente formale, della padrona di casa.</p>
<p>“Devi saldare il tuo debito &#8211; disse il fattore &#8211; è scaduto”</p>
<p>“Io vorrei invece una proroga del termine!- rispose Anania &#8211; non abbiamo ancora trovato l’acqua ma il rabdomante dice che ormai siamo vicini”.</p>
<p>“Non posso, il padrone vuole che renda conto del suo denaro. Non hai i duecento denari che mi devi?”</p>
<p>“Certo che no” rispose Anania, e la moglie aggiunse “A fatica abbiamo di che mangiare per l’inverno”. E non aveva l’aria di esagerare troppo la miseria di famiglia. Il fattore aveva fretta di racimolare un po’di denaro e chiese a bruciapelo “Quanto hai in cassa?”</p>
<p>“Cinquanta denari, quanto basta per fare scavare un nuovo pozzo”</p>
<p>“Bene, disse il fattore &#8211; dammi il denaro e qualche gioiello di tua moglie: io segnerò che ti ho prestato cento ed hai saldato il dovuto.”</p>
<p>Anania non se lo fece ripetere due volte, contento di togliersi di torno il pensiero ossessivo di quel grosso debito. Avrebbe scavato il pozzo da sé, pagando solo la consulenza del rabdomante.</p>
<p>Il fattore lasciò la casa seguito dalle benedizioni e dai ringraziamenti di Anania e di tutta la sua famiglia.</p>
<p>Si recò quindi da un bracciante che, per festeggiare le nozze della figlia, aveva chiesto in prestito vino, olio ed un capretto, beni per un valore di circa cinquanta denari. Certo, si disse il fattore, quando si hanno solo gli occhi per piangere, non si dovrebbero organizzare banchetti: lì, era sicuro, non avrebbe ricavato gran che.</p>
<p>Si fece coraggio ed entrò nella bicocca chiedendo il pagamento del debito. Il bracciante Isai, con il figlio maggiore, era da poco tornato dalla costa; avevano lavorato duro al porto portando a casa un piccolo gruzzolo: “Dei cinquanta denari che mi devi &#8211; chiese il fattore &#8211; quanto puoi darmi? Isai rispose con sincerità : “Tutto, ma poi non avrei più nulla per tirare avanti nei  prossimi mesi, e  sai che ho molti figli piccoli ed una vecchia madre in casa. Posso darti venti denari”.</p>
<p>“Allora nel registro scriverò che avevi ricevuto venti denari ed hai pagato”, disse il fattore, segnando il nuovo importo sul libro dei conti, poi prese la piccola somma che il salariato gli porgeva, incredulo di fronte a tanta generosità, e si alzò per uscire. Quando ormai era alla porta Isai, senza malizia, gli chiese:</p>
<p>“Per te non chiedi nulla?”</p>
<p>“No, devo far presto, il padrone vuole i suoi soldi, si deve sposare!”</p>
<p>“I matrimoni sono un gran guaio: mia figlia ha voluto a tutti i costi prendere marito e, prima che la tenda del pranzo di nozze fosse smontata, già si era pentita”</p>
<p>Il fattore sorrise e, in cuor suo, si augurò che la stesa sorte toccasse al padrone, magari con l’aggiunta di una meritata corona di corna.</p>
<p>Il terzo debitore era un osso duro, un vecchio ormai inabile al lavoro: da poco aveva perso il figlio, un giovanotto scapolo che andava a giornata, e non aveva più nessuno che lo mantenesse. Tempo addietro gli aveva dato qualche misura di grano e un po’ di vino. Bussò alla porta e gli lasciò cinque denari d’elemosina. Il vecchio, si stupì di ricevere un aiuto dall’uomo che era suo creditore, lo ringraziò con sincerità, promettendo di portare in dono alla moglie i frutti del fico che aveva nel cortile, non appena maturi. “Non sarà possibile &#8211; rispose il fattore &#8211; perché tra poco lasceremo il villaggio. Mangiati pure i fichi alla mia salute, buon vecchio”.</p>
<p>Decise quindi di recarsi dal guaritore del villaggio. L’uomo aveva un bel giro di clienti e si poteva considerare quasi ricco, ma si era incaponito di far studiare il figlio, un gran asino, e per questo, l’anno prima, aveva chiesto al fattore un grosso prestito. Era da poco passata la mietitura e nelle casse della fattoria il denaro liquido abbondava.</p>
<p>Giunto alla casa del guaritore, celebre in tutta la regione per la sua abilità nel curare le fratture, il fattore vide un elegante carro imbottito di cuscini ed un uomo in vesti suntuose che attraversava il cortile zoppicando, sorretto da uno stuolo di servitori.</p>
<p>“Una brutta caduta da cavallo” spiegò il “giustaossi”, salutando con la mano il suo sfarzoso cliente che si allontanava comodamente sdraiato sul carro.</p>
<p>“Succedesse anche al mio padrone”, mormorò tra sé il Fattore; poi, ad alta voce, aggiunse:</p>
<p>“Sono qui per riscuotere il tuo debito. So che la cifra è enorme ed il termine non è ancora scaduto, ma il padrone si è adirato con me ed esige un rendiconto immediato”</p>
<p>“Non devi preoccuparti, &#8211; rispose il guaritore &#8211; il giovane che hai visto uscire poco fa è un principe della casa d’Erode e mi ha ben compensato per la sua preziosa gamba. Per me non è un problema pagare il mio debito, ma maledetto sia il giorno che ho deciso di chiederti quel denaro!”</p>
<p>“Perché dici così &#8211; chiese incuriosito il fattore &#8211; forse che tuo figlio non apprende bene?” aggiunse con l’aria di volersi informare solo per cortesia.</p>
<p>“E chi lo sa? &#8211; rispose l’uomo &#8211; da mesi quel gaglioffo non manda notizie, invece di studiare ad Alessandria si è messo in viaggio con cattive compagnie: credo si trovi in Grecia, ma qualcuno dice di averlo visto a Roma, nella Suburra. Nella Suburra! &#8211; ripeté con orrore, quasi avesse detto nella Geenna &#8211; Avrei fatto meglio a non indebitarmi per un simile sciocco, ma speravo di ricavarne un vero dottore, di quelli che vivono a corte e curano i vapori nervosi delle regine!”</p>
<p>Il fattore, contento di aver incassato senza problemi una somma così grande, continuò con più tranquillità il suo giro ed a sera, tra denaro, gioielli olio, vino e grano, si accorse di aver messo insieme una piccola fortuna: nel tempo aveva dato molto a molti, sebbene non del suo, ed era contento di riprendersi, ora, solo il giusto: molto da chi poteva, poco da chi non aveva,  rimettendo il debito ai poveri. Tanto ormai era rovinato.</p>
<p>Tornato a casa vide la moglie che, circondata da un crocchio di comari, teneva un accorato discorso sull’irriconoscenza umana e sull’avidità dei padroni:</p>
<p>“Mio marito, lo sapete, non è come loro, è un uomo semplice, figlio di un vasaio. Noi siamo gente del popolo, mio padre faceva il capraio, quello che abbiamo fatto di male era per ordine del padrone, per soddisfare le sue continue richieste di denaro: lui gozzovigliava in città mentre il mio uomo lottava con la grandine e la siccità, lui si divertiva con le ballerine mentre voi contadini sudavate nei campi! Ed ora vuole mettere nel podere un nuovo cane da guardia con la bava alla bocca per far vivere nel lusso la sua mogliettina”. La folla delle comari accompagnava con grugniti di approvazione il comizio della fattoressa.</p>
<p>Dopo aver contato il suo tesoro il fattore si mise a compilare libri e registri: metteva dati di fantasia, ma credibili, per giustificare la somma che aveva raccolto. Non tenne per sé neppure uno spillo: tanto era l’odio che aveva per il padrone e l’ira per l’ingiustizia subita che volle consegnare intatti,  per la prima e  ultima volta, i frutti del suo lavoro. Così trascorse l’intera la notte nella sua stanza da lavoro, senza un attimo di riposo.</p>
<p>L’indomani portò al giovane contabile venuto dalla città i libri ed i crediti riscossi, poi diede a Mahatat le chiavi dei cancelli, delle tinaie, delle cantine, dei granai. Bussò quindi alla porta della villa chiedendo di salutare il padrone, ma venne cacciato in malo modo.</p>
<p>Con aria abbattuta tornò in paese e passò il resto della giornata vendendo tutto ciò che non poteva portare con sé: la legna, il cavallo, qualche oggetto più pesante, il mobilio. Non però le vesti di lusso: erano poco ingombranti e di certo avrebbe spuntato un prezzo migliore in città.  Poi, sul far della sera, aiutato dalla moglie e dai figli, raccolse in poche ceste i beni rimasti e caricò il bagaglio su un carretto tirato da un vecchio asino, la bestia più male in arnese della sua stalla, rifiutata da tutti i compratori, compreso il macellaio. Anche la casa era del padrone e doveva essere liberata prima di notte.</p>
<p>Il fattore era disperato, non sapeva dove andare, non aveva un mestiere, non aveva parenti facoltosi disposti ad ospitare la sua famiglia: l’improvvisa resa dei conti l’aveva colto di sorpresa, come la morte.</p>
<p>Mentre attraversava il villaggio notò che una piccola folla lo seguiva in silenzio. Era un corteo mesto, nessuno, notò stupito, lo sbeffeggiava o approfittava della situazione per vendicarsi di qualche sopruso ricevuto nel passato. “Sono brava gente &#8211; pensò tra sé – ho fatto male ad essere egoista, ho sperperato sempre pensando solo a me ed alla mia famiglia, dovevo essere più generoso con loro”.</p>
<p>Alle ultime case del paese il fattore si fermò a salutare i compaesani. Ormai era quasi buio, ci voleva coraggio per mettersi in strada dopo il calar del sole con una donna e dei bambini.</p>
<p>Quando il fattore prese la cavezza dell’asino e fece per partire, alcuni uomini, un po’ timorosi, quasi vergognandosi, si avvicinarono per offrirgli un alloggio, almeno per quella la notte.</p>
<p>I debitori che aveva visitato durante il giorno non erano rimasti a bocca chiusa e la notizia delle sue generose imprese aveva fatto il giro di tutta la contrada. I beneficiati erano tutti lì, confusi tra la folla presente al commiato: Anania gli diede il nome di un suo fratello che possedeva un piccolo podere in un vicino villaggio e poteva offrirgli qualche giornata di lavoro, il “giustaossi” gli consegnò un biglietto di raccomandazione per un suo ricco paziente cittadino che, forse, aveva bisogno di un servitore abile nel gestire gli affari, altri segnalarono parenti cui appoggiarsi per dormire o mangiare durante il viaggio. Le donne avevano portato cestini e fagotti con cibo: la moglie del fattore era così abbattuta all’idea di spengere per sempre il fuoco di casa che non si era preoccupata di cucinare qualcosa per il viaggio.</p>
<p>Il fattore volle ugualmente partire, ma se ne andò con il carretto pieno di regali e di biglietti di raccomandazione, accompagnato dalla benedizione dei suoi paesani.  Lungo la strada, ormai rischiarata solo dalla luna, furono raggiunti dal padrone a cavallo: il fattore si spaventò, pensò ai discorsi della moglie e già si vide con le catene alle caviglie, chiuso nel buio di una miniera, mentre la sua donna veniva venduta come schiava ed i figlioletti, in lacrime, seguivano qualche lubrico mercante greco. I potenti, si sa, fanno quello che vogliono quasi fossero Dio in terra. Il padrone però non sembrava arrabbiato:</p>
<p>“Non è certo onesto quello che hai fatto per tanti anni &#8211; gli disse con tono severo &#8211; sei stato un servitore infedele, tuttavia vedo che non ti sei arricchito, te ne vai con un povero carretto, non hai né tesori né palazzi. Ho sentito le chiacchiere che girano in paese, sei un briccone ma, nella disgrazia, ti dimostri accorto. Vai pure, con Dio, ti perdono! e parlerò bene di te con gli altri proprietari della regione, così potrai guadagnarti da vivere con il tuo lavoro”.</p>
<p>Il fattore tirò un sospiro di sollievo e, accompagnato in coro dalla moglie e dai figlioletti, ringraziò il padrone, benedicendolo per la sua straordinaria generosità, ma tra sé mormorò di cuore “Che tu possa crepare!”.</p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
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		<title>Il libro &#8211; II</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 07:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Selva Sacra]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Adeodato]]></category>
		<category><![CDATA[continua]]></category>
		<category><![CDATA[Diavolo]]></category>
		<category><![CDATA[Jacopo da Varagine]]></category>
		<category><![CDATA[Libro]]></category>
		<category><![CDATA[Peccati]]></category>
		<category><![CDATA[S. Agostino]]></category>
		<category><![CDATA[Selva Sacra]]></category>

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		<description><![CDATA[“Si trova scritto che Agostino, quand’era ancora in vita, stava leggendo un testo, quando vide passare davanti a [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/03/il-libro-ii/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton1340" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FcCycD&amp;via=scrivolo&amp;text=Il%20libro%20%26%238211%3B%20II&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F03%2Fil-libro-ii%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/03/Libro-2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1341" title="Michael Pacher - Agostino, il diavolo e il libro dei peccati" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/03/Libro-2.jpg" alt="" width="297" height="341" /></a><br />
“Si trova scritto che Agostino, quand’era ancora in vita, stava leggendo un testo, quando vide passare davanti a sé un demone che portava sulle spalle un libro”.  (<em>Jacopo da Varagine)</em></p>
<p><em>(<span style="color: #ff6600;"><span style="color: #000000; font-style: normal;"><em><a href="http://www.scrivolo.it/2010/02/il-libro-i/"><span style="color: #ff6600;">Qui il  primo racconto di questa serie</span></a></em><em>)</em></span></span></em></p>
<p><strong><span style="color: #0000ff;">Personaggi:</span></strong></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Agostino</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Demone</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Adeodato</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Rufino</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Agata</span></p>
<p>La scena si svolge ad Ippona, intorno al 400 d. C., all’esterno dell’Episcopio.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Ma guarda chi si rivede! Sempre con il tuo librone, non ti stanchi mai di scuriosare nella vita dei poveri peccatori, briccone!</p>
<p><strong>Demone</strong>: Lei di certo mi scambia per qualcun altro, è la prima volta che vengo da queste parti.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Ma come, non più di una settimana fa abbiamo trascorso insieme un piacevole pomeriggio.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Ah! Ma non ero io, lei parla di mio fratello (si ferma e posa il libro sulla panca).</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Com’è che ora sei tu a portare il libro dei peccati.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Proprio lei mi fa questa domanda? Quando quelli di sotto hanno scoperto che mio fratello si era fatto gabbare a quel modo da un tonsurato, lo hanno messo alla porta. E’ grassa se gli fanno ancora presiedere un sabba di vecchie streghe.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Non posso dire che mi dispiaccia, ma devo riconoscere che il ragazzo aveva buona volontà, sebbene orientata al male.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Sa come si dice, di veramente buono c’è solo una buona volontà! Però mio fratello non si meritava di essere buttato fuori così, su due zampe.</p>
<p><span id="more-1340"></span></p>
<p><strong>Agostino</strong>: Comunque l’attività è rimasta in famiglia, a quanto vedo. Riprenderai il lavoro dove è stato interrotto? Ad esempio, con la faccenda degli elenchi topografici, a che punto sei?</p>
<p><strong>Demone</strong>: Topoche?&#8230; Non so di che parla.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Vedo che l’ignoranza nella vostra famiglia è ereditaria. Si tratta dell’elenco dei peccatori suddivisi a secondo del luogo, ad esempio tutti i peccatori di Siracusa, di Pergamo, di Smirne, di Mileto…</p>
<p><strong>Demone</strong>: E magari di Ippona…</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Sì, appunto.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Tutto a monte: quelli di sotto si accontentano di un semplice elenco alfabetico dei peccatori. Il troppo stroppia e mio fratello, per voler apparire più istruito di quanto fosse, sì è giocato la carriera.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: A mio parere un elenco topografico sarebbe un ottimo sistema per organizzare la gran messe di informazioni che tuo fratello ha raccolte e non nego che mi piacerebbe disporre di una lista dei peccatori di Ippona, tanto per farmi un’idea della situazione.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Potrebbe farselo da sé, l’elenco, registrando i peccati in confessione.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Non è la stessa cosa, solo una piccola parte dei peccatori si confessa, gli altri restano occulti.</p>
<p><strong>Demone</strong>: E così non possono essere salvati dal loro solerte vescovo…Ma carpirmi i nomi sarebbe concorrenza sleale, non le pare? Quelli sono già nostri.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Di che ti preoccupi? E’ vero che il libero arbitrio ci consente di scegliere tra bene e male, tuttavia i salvati dalla grazia divina sono predestinati, né tu né io possiamo cambiare il futuro.  Il Signore non vuole che gli uomini siano dannati ma nell’Apocalisse si legge “Chi non fu trovato scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco”, ricordi?</p>
<p><strong>Demone</strong>: Eccome, è uno dei miei libri preferiti! Ma la prego, non cominci con la solfa della predestinazione e della grazia! Mio fratello mi ha avvertito di guardarmi dai suoi giochetti di parole. “Tende una rete e in tre salti ti arrotola”- mi ha detto &#8211; attento a non farti fregare dalla sua parlantina”.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Non per fare gli immodesti, Essere Malefico, ma io sono il primo filosofo della Cristianità, non ho la parlantina, sono facondo: disquisisco, esamino, valuto, deduco, non raggiro, non mento, non inganno. Non so cosa ti abbia raccontato tuo fratello, ma di certo è una menzogna.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Guardi, Dottore, che tra noi di sotto non ci mentiamo mai: che senso avrebbe! Peggio ci comportiamo e più siamo apprezzati. Le bugie si dicono per apparire migliori, per far credere che si fa bene quando si fa male, per fare male senza farsi scoprire. Nel nostro mondo questo genere di bugie non può esistere. Qualcuno esagera un po’ nel descrivere la propria malvagità, ma sono come le storie dei pescatori: la sardina diventa sempre una balena.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: L’esempio non è ben scelto perché i termini del confronto appartengono a ordini diversi, ma ho capito. Però la menzogna è sempre una cosa cattiva in sé, la verità, al contrario, è sempre buona. Quindi tra voi praticate, senza volere, la virtù.</p>
<p><strong>Demone</strong>: I suoi ragionamenti scorrono bene ma devono avere una falla perché sono assolutamente certo di non essere virtuoso. Però non so che dire per smentirla.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Non mi stupisce, per fare il polemista devi padroneggiare gli strumenti del mestiere Non si trovano argomenti per il contraddittorio così, sollevando sassi.</p>
<p><strong>Demone</strong>: In effetti sotto i sassi si trovano animaletti simpatici come scorpioni e vipere, è un gioco che da noi fanno i bambini. Magari potrebbe spiegarmi come si fa una polemica, invece di insistere sulla faccenda degli elenchi dei peccatori.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Che strano, come tuo fratello manifesti un desiderio di conoscenza che davvero non si addice a spiriti delle tenebre.</p>
<p><strong>Demone</strong>: E’ vero, mi piace ragionare, ma così alla buona, usando il senso comune: non capisco tutti quei discorsi che nascono l’uno dall’altro, a catena, e sembrano un indovinello ma poi ti strangolano come un cappio, come si chiamano… ismi qualcosa.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Sillogismi?</p>
<p><strong>Demone</strong>: Sì, sillogismi.  Io preferisco parlare di cose più terra, terra; ad esempio, quando afferma che noi siamo virtuosi perché tra compagni ci diciamo la verità, mi pare che lei trascuri i contenuti ed i fini per guardare solo alla forma: dalle mie parti non diciamo la verità perché consideriamo la verità cosa buona, saremmo in contraddizione con la nostra natura che ci spinge a prediligere il male, ma perché mentire ostacolerebbe l’adempimento della nostra missione. Metta caso che io sia sul punto di indurre un giovane a sedurre una fanciulla oppure stia spingendo un padre di famiglia a buttarsi in un pozzo ed un collega mi chieda come mi vanno gli affari: io, temendo che l’amico mi sottragga la preda, tra noi non è infrequente, potrei fingere che non ho nulla per le mani ma, considerato che il mio fine è dannare gli uomini, dico la verità perché l’importante è raggiungere lo scopo e poco rileva se il merito di aver portato alla perdizione un’anima andrà a me o a un mio compagno.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Beh, in certo senso mostri di non essere vanitoso e ti comporti seguendo un criterio ragionevole, anteponi all’egoismo individuale il bene della collettività cui appartieni…</p>
<p><strong>Demone</strong>: Qui il mio buon senso d’ignorante comincia a pizzicarmi e capisco che lei sta pi…, mi scusi,  volevo dire sta andando fuori strada. Io compio atti nefandi, sono malvagio, amo le tenebre, odio gli uomini e se le sembra che, ogni tanto, faccia qualcosa di buono, mi creda, ha le traveggole! Noi siamo il male ed il male esiste grazie a noi.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Prego, il male non esiste: ciò che chiamiamo male in realtà è solo mancanza del bene, , altrimenti da dove avrebbe origine? Non da Dio, da cui proviene tutto ciò che esiste ed in effetti è il solo “essere” che possa dire “Io sono”, perché Dio è buono.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Io non so più che dire: non ho capito nulla di quello che ha detto, però sono sicuro di esistere. E, del resto, come potrei pensare di non essere!</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Certo, tutti sappiamo di essere e se anche ci sbagliassimo al riguardo, saremmo comunque  “noi che siamo” a sbagliarci: chi “non è” ovviamente non può sbagliarsi. Io ho confutato Manichei e Scettici della Nuova Accademia, credimi, non parlo a vanvera!</p>
<p><strong>Demone</strong>: Di tutto il suo ragionamento, al solito, non ho capito un’acca, però non mi pare molto sensato sostenere che il male non esiste perché non si sa da dove venga. Non si guarda mai intorno? Bisogna venire dal paese del sapone per non vedere quanto fa schifo questo mondo. Ormai, secondo me, siamo al tempo predetto dall’Apostolo delle genti, gli uomini hanno raggiunto il colmo della perversione, sono egoisti, avidi, vanitosi, orgogliosi, bestemmiatori, ingrati, sleali, maldicenti, intemperanti. Il perché non è chiaro, ma magari l’origine del male è un segreto che il Creatore tiene per sé, chi può obbligarlo a dire tutto? Però se un fulmine mi incenerisce posso dire che il fulmine non esiste perché non so come accade che quella gran luce scenda dal cielo? Chi può pretendere di sapere tutto! Sarà che sono un ignorante, ma io non mi vergogno di dire che non so o non capisco qualcosa. E poi, in questo genere di ragionamenti,  ci vuole buon senso ed a me pare innegabile che il male esista perché è il fine degli  atti nefandi che io compio ogni giorno. Anche uno sciocco le dirà che il Maligno non fa mai opere di bene e solo un filosofo con la testa tra le nuvole può pensare il contrario: se l’uomo che ho convinto ad uccidere i genitori per godersi l’eredità mi chiede dove sono il padre e la madre ed io glielo rivelo, determinando così la morte di quei poveretti, non vorrà sostenere che sono meritorio perché non ho mentito all’assassino! ho consapevolmente detto una verità che avrà come conseguenza l’ennesima vittoria del male. In queste cose conteranno qualcosa pure l’intenzione ed il risultato finale, non le pare?!</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Le tue parole mi fanno comprendere che non è possibile disquisire filosoficamente con chi, non avendo studiato, non possiede le basi della logica ed oppone argomenti banali, il così detto “buon senso”, ai ragionamenti consequenziali dei dotti. Esistono principi che sono assiomi.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Assi e sesterzi, per me è lo stesso! mi pare proprio che usiamo due lingue diverse, ma può parlare quanto vuole, non mi convincerà mai che il male non esiste, mai!</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Sono comunque lieto che i pezzi grossi di laggiù vi lascino languire nell’ignoranza, non oso pensare ai danni che potrebbe produrre una mente vivace come la tua educata al ragionamento.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Basta guardarsi intorno! Non sono vivaci menti malvagie quelle dei capi delle sette che si scannano, si combattono, si calunniano al grido di “Deo laudes”? Donatisti, ariani, manichei, pelagiani,  che sono, se non figli delle tenebre particolarmente astuti : si presentano parlando in nome del buon Dio e della verità ma poi agiscono da malvagi.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: A sentirti sembri ben più ragionatore di tuo fratello.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Ma no, sono anch’io un povero ignorante e quello che dico è frutto dei miei pensieri, tutta farina del mio sacco.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Dì pure crusca (ride) Ma perché trascini ancora il tuo libro per questo Mondo se ormai il lavoro è terminato? L’elenco dei peccatori di tuo fratello era completo, figurati che aveva pure registrato quell’inezia a mio carico.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Lo so, mio fratello è scrupoloso, un gran lavoratore, io invece preferisco chiacchierare, per questo ho successo soprattutto con il sesso femminile. Però sul segreto di servizio lui faceva il colabrodo. Sono faccende delicate, i capi non hanno tutti i torti, se prendi all’amo un vescovo non devi fartelo scappare… Comunque nessun’opera è perfetta.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Allora il motivo che ti porta da queste parti, con quel librone in spalla, ha a che fare con l’elenco dei peccatori.  C’è forse da queste parti un dannato di particolare interesse, una colpa che non è stata registrata, oppure qualcuno è sul punto di commettere un crimine eccezionale, magari qualcosa di nefando bolle in pentola tra i miei fedeli …Adeodatooo!</p>
<p><strong>Adeodato</strong> (da dentro): Vengo, babbo!</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Figlio mio, hai sentito  dire in giro di qualche fatto grave, un’ incursione di fanatici Donatisti, scontri di chierici, screzi tra vicini? Hai controllato che prete Abundanzio non si occupi più di cura d’anime? E con le vergini del convento c’è qualche problema? Ho sempre l’impressione di non fare abbastanza per il mio gregge: a forza di occuparmi di cosa fanno i cristiani eretici finisce che mi dimentico di contrastare il Maligno.</p>
<p><strong>Adeodato</strong>: I tuoi ordini sono stati eseguiti, tutto è normale. Quanto ai brutti fatti che possono accadere, bisognerebbe essere astrologi per prevederli.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Neppure loro sono in grado di farlo, t’assicuro, in gioventù ho studiato quella falsa scienza e so che non porta a nulla… (tra sé) Dunque tutto è tranquillo nella mia diocesi, salvo che un diavolo si aggira con un gran registro, per prendere nota di chi sa quale gran peccato.</p>
<p><strong>Demone</strong>: E’ già mezzogiorno, devo rimettermi in cammino o arriverò, come al mio solito, in ritardo al mio appuntamento.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Vai lontano?</p>
<p><strong>Demone</strong>: No, devo raggiungere un paese nei dintorni…</p>
<p><strong>Adeodato</strong>: Di questi tempi quelle non sono contrade da frequentare! I Circoncellioni fanno continue incursioni nei villaggi, uccidono, mutilano, versano calce negli occhi. Sono dei veri diavoli!</p>
<p><strong>Demone</strong>: Figuriamoci! Con me trovano pane per il loro denti.</p>
<p><strong>Adeodato</strong>: Dunque non temi il martirio, sei davvero un uomo di fede ammirabile!</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Figlio mio, forse è meglio se rientri in casa e metti al fuoco il nostro pranzo. (Adeodato esegue l’ordine).</p>
<p><strong>Demone</strong>: Addio, Dottore (fa per riprendere il libro).</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Ma no, aspetta ancora. Dimmi, vai in quel villaggio per incontrare un peccatore?</p>
<p><strong>Demone</strong>: Non vorrei fare la fine di mio fratello…</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Ma che dici, non potrei certo impedirti di compiere il tuo dovere se il peccatore, per sua libera decisione, ha deciso di seguire la via del male.</p>
<p><strong>Demone</strong>: In realtà non so esattamente di cosa si tratta, è un lavoro che aveva iniziato mio fratello. Devo contribuire a  risolvere un problema coniugale, credo.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Nella mia diocesi?</p>
<p><strong>Demone</strong>: Si, da queste parti… Conosce un certo Rufino calzolaio?</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Perché me lo chiedi?</p>
<p><strong>Demone</strong>: Non conosce Rufino? Non è forse lui che ha fabbricato i sandali che porta?</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Beh, posso ammettere di conoscerlo, l’ho visto un paio di volte, per ordinare i calzari</p>
<p><strong>Demone</strong>: Insomma questo Rufino, dopo aver fatto il caligaro militare a Roma, è tornato tempo fa al paese e ha preso moglie, una bella ragazza, Agata. La conosce?</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Umh… io conosco tanta gente, i fedeli della mia chiesa, cristiani d’ogni parte del mondo che mi vengono a trovare, chierici d’altre diocesi che vogliono un parere, pie dame della buona società, donne semplici che vengono dalla campagna…Diciamo che conosco anche Agata</p>
<p><strong>Demone</strong>: Infatti è Agata che le ha portato proprio ieri quelle scarpe e, con la scusa di fare questa commissione, le ha raccontato certi fatterelli  di famiglia…</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Quello che si apprende in confessione non può essere rivelato, mai!</p>
<p><strong>Demone</strong>: Ma a me non interessano affatto i peccatucci di Agata, figuriamoci. È una santa donna, molto devota, poverina, con un marito che le fa vedere i sorci verdi: beve, la picchia, sperpera i guadagni.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Lo dico sempre al mio Adeodato, bisogna rimanere celibi. E’ troppo difficile meritarsi il cielo con una famiglia a carico: si discute con la moglie o il marito, si sta sempre in pensiero per i figli e le preoccupazioni economiche hanno il primo posto. Tuttavia anche il matrimonio è una santa condizione, una istituzione legittima, non a caso il Signore si recò alle nozze di Cana.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Dunque Agata è stata qui ieri, ma poi non è tornata a casa. Il marito non s’è accorto della sua mancanza perché, tanto per cambiare, era ubriaco, però da qualche ora è sveglio e sta girando per il paese chiedendo notizie. Anzi, eccolo che arriva.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Non posso incontrarlo. Se mi cercano non ci sono, non ci sono per nessuno  (si precipita in casa e chiude la porta).</p>
<p><strong>Rufino</strong> (al demone): Signore, ha visto per caso una donna giovane, con uno scialle a righe ed un sacco pieno di calzari da vendere…Doveva venire da queste parti per portare i sandali nuovi al vescovo d’Ippona. L’ho cercata dappertutto, dai parenti, dalle amiche, ma sembra svanita nel nulla</p>
<p><strong>Demone</strong>: Questo è l’Episcopio, batti alla porta e informati, io sono di passaggio.</p>
<p><strong>Rufino</strong>: Non vorrei disturbare.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Ma com’è che tua moglie sta qui, dal vescovo? Ho sentito dire che non accoglie nessuna femmina nella sua casa, neppure le nipoti e la sorella vedova.</p>
<p><strong>Rufino</strong>: Lei sa che è qui? ma allora l’ha vista!</p>
<p><strong>Demone</strong>: Tu hai detto che doveva venire all’Episcopio, se non è da nessuna parte sarà qui, ti pare?</p>
<p><strong>Rufino</strong>: Magari è in chiesa… Quando a casa non la trovo mi dice sempre che è stata in chiesa.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Basta crederci, del resto quando un uomo della tua età sposa una donna giovane deve prepararsi al peggio. E tu hai l’aria di uno che si beve tutto, a casa come all’osteria. La chiesa però è una bella trovata, fa tanto donna devota, al di sopra di ogni sospetto.</p>
<p><strong>Rufino</strong>: Perché non dovrei credergli?</p>
<p><strong>Demone</strong>: Sono cose che succedono, non sei certo il primo. Torni al paese con un gruzzoletto, vedi una bella ragazza e la chiedi in moglie: nessuno se l’è presa, magari ha qualche magagna, ma tu vieni da fuori e non ti fai domande. Alla famiglia i quattrini piacciono, così l’affare va in porto e tu ti metti nel letto la tua rovina.</p>
<p><strong>Rufino</strong>: I parenti hanno detto che non si voleva sposare per rimanere vergine del Signore.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Bella scusa. Prima è tutta rose e fiori, ma appena ti si piazza in casa cominciano le discussioni perché lei vuole che tu faccia questo e quello ma non quell’altro e pretende d’insegnare a te, che sei uomo maturo ed hai trascorso tanti anni a  Roma, come si vive.</p>
<p><strong>Rufino</strong>: Qualche discussione in casa c’è sempre.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Come no! Poi lei comincia a chiederti soldi…</p>
<p><strong>Rufino</strong>: Per le elemosine, dice.</p>
<p><strong>Demone</strong>: S’intende, è tanto generosa con i poveri giovani. Ed è sempre fuori casa, in chiesa ovviamente.</p>
<p><strong>Rufino</strong>: Così si giustifica.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Intanto ti trascura e qualche volta viene in città da sola, per pregare nella grande chiesa o per confessarsi dal vescovo, e poi, un bel giorno, passa fuori tutta la notte, tanto tu sei un povero ubriacone e dormi come un ghiro, non ti sveglierebbero neanche le trombe di Gerico. Così la mattina te ne vai in giro cercandola come un allocco ed i paesani ti ridono dietro: meno male che non sei geloso e non te la prenderai quando ti appenderanno un corno alla porta di casa.</p>
<p><strong>Rufino</strong>: Io? io sono geloso marcio, potrei uccidere per molto meno! Ma magari Agata ha fatto tardi vendendo sandali al mercato e si è fermata a dormire qui. Quale posto è più sicuro per una donna onesta della casa di un santo vescovo.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Sarà, ma in giro si sentono dire tante cose e gli uomini sono uomini anche con la tonsura, peccano per natura. E poi, vieni da Roma e non conosci le storie che girano su certe dame dell’alta società amiche del pio Girolamo, la moglie del senatore Tessozio e sua figlia Eustochio? Certo il vescovo d’Ippona è un uomo anziano, nessuno ha mai osato mettere in dubbio la sua onestà, anche se un tempo era davvero scapestrato. Pensa che ha persino un figlio naturale, un giovanotto di trent’anni che vive con lui nell’Episcopio, non lo conosci? Gli somiglia tanto. Magari lui e tua moglie hanno passato insieme la notte a veglia, pregando s’intende.</p>
<p><strong>Rufino</strong>: No, non lo conosco, ho vissuto lontano per molti anni e poi non sono religioso, bazzico poco questi posti.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Te lo presento subito! Adeodato, Adeodatooo!</p>
<p><strong>Adeodato</strong> (si affaccia): Chi mi chiama?</p>
<p><strong>Demone</strong>: Adeodato, quest’uomo cerca il vescovo Agostino. Non dirmi che non è in casa perché l’ho visto entrare poco fa.</p>
<p><strong>Agostino</strong> (esce dalla porta): Eccomi, cosa vuoi Rufino?</p>
<p><strong>Rufino</strong>: Voglio mia moglie, subito, qui fuori!</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Non so di cosa parli.</p>
<p><strong>Rufino</strong>: Visto? non è qui, ma allora dov’è, dov’è quella femmina falsa e ingannatrice? ieri mi ha detto che veniva all’Episcopio ma forse era una scusa. Magari non è venuta in città, potrebbe anche essere andata in un altro villaggio dal suo amante.</p>
<p><strong>Demone</strong> (ad Agostino): Rufino chiede se sua moglie ha passato la notte ad Ippona oppure no.</p>
<p><strong>Agostino </strong>(rivolto a Rufino): Ad Ippona, sì: è venuta in città per portare i calzari ai tuoi clienti e poi si è attardata a pregare in chiesa ed io le ho consigliato di fermarsi qui. Dopo il tramonto, con quei maledetti Circoncellioni in giro, la strada del villaggio è pericolosa.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Rufino, chiedigli se Agata ha dormito nella casa delle vergini dedicate a Dio o qui, nell’Episcopio.</p>
<p><strong>Rufino</strong>: E dove ha dormito Agata?</p>
<p><strong>Agostino</strong> (tergiversando): In verità qui.</p>
<p><strong>Rufino</strong> (iratissimo): Allora mia moglie e quel giovanotto, Adeodato, hanno davvero passato la notte sotto lo stesso tetto?</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Non posso negarlo, ma in modo innocente.</p>
<p><strong>Rufino</strong>: Sì certo, in modo innocente. E io ci credo! Se non c’era nulla da nascondere perché non l’hai detto subito, prete. Con le tenaglie te l’ho dovuto tirare fuori! Ora vado a casa e regolo i conti una volta per tutte con quella svergognata.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Ma no, Rufino, ti sbagli a pensare male.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Bravo Rufino, fatti valere, ricordati della moglie del senatore… e prendi questo orciolo di vino, tanto per rinfrescarti la gola mentre torni in paese (offre a Rufino una fiasca che aveva a tracolla).</p>
<p><strong>Rufino</strong> (bevendo, sempre più agitato): Ora la sistemo io, non mi farò più prenderà in giro da quella femmina, non sono un vecchio ubriacone che balla come un orso per  divertire i paesani ! Giuro che prima del tramonto rimango vedovo (se ne va correndo).</p>
<p><strong>Demone</strong>: Prevedo un finale tragico per questa commedia.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Povera Agata, pensare che ieri si è attardata in chiesa pregando per il marito, spera di convertirlo ad una vita cristiana con il suo esempio ma, temo, che questa sarà la sua rovina.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Certo con una piccola innocente bugia… si poteva far credere a quel bruto che la moglie avesse dormito con le suore…Tutti sanno che il vescovo non fa entrare in casa neppure sua sorella vedova. Così, almeno, la poverina evitava le busse e forse anche qualcosa di peggio.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Ma Agata era stanca, aveva passato ore in ginocchio a pregare, e si è addormentata nel cortile, non la voleva disturbare. L’ho lasciata dormire lì, con una misera coperta come tetto.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Io comunque ho un brutto presentimento: stasera sono atteso a casa di Rufino. Ma ovviamente la verità, la santa verità passa avanti a tutto e la menzogna, anche a fin di bene, è sempre peccato: l’ho letto in un suo libro, il <em>De Mendacio</em>.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Dunque non sei così ignorante come dici, studi teologia.</p>
<p><strong>Demone</strong>: In effetti qualche zinzino ne mastico anch’io, in certo senso la professione me lo impone; e, visto che siamo in tema, le confesso che mi ha colpito molto anche quel passo in cui lei parla del peccato contro la verità per omissione. Sa, le sue argomentazioni sono talmente buone che ho convinto i miei capi a segnare a suo carico lo scherzetto che ha giocato a mio fratello, era per dirle questo che sono passato di qui, prima di andare al villaggio. Ecco, guardi (apre il libro) … ora registro di nuovo Agostino di Tagaste tra i peccatori: colpevole di menzogna.</p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
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		<title>Avere e non avere</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2010 07:49:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Selva Sacra]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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<p>Il giovane ricco entrò quasi al galoppo nel cortile di casa e scese con un salto dalla sua sfarzosa cavalcatura. I servi accorsero per aiutarlo, ma lui li allontanò con un gesto della mano, irritato.</p>
<p>Era di malumore. Entrò nella grande stanza dove la madre trascorreva gran parte del giorno tessendo o filando e la donna, quando lo vide, si alzò dal panchetto del telaio e gli andò incontro con aria interrogativa.</p>
<p>“Hai visto quell’uomo?” chiese esitante la madre.</p>
<p>“Sì, l’ho visto.”</p>
<p>“Hai parlato con lui, cosa ti ha detto? Ti ha ricordato che si deve santificare il giorno del Signore, obbedire ai genitori, non desiderare la roba d’altri, non commettere adulterio…”</p>
<p>“Sì, madre mia, ma sai bene che fin da bambino osservo i comandamenti, rispetto il precetto del sabato e già posseggo tutto quello che è lecito desiderare! Quanto ai genitori, ho solo te che sei la più dolce della genitrici e tra poco sposerò la fanciulla più bella della Samaria. Anche volendo, come potrei peccare?”</p>
<p>“E non ti ha detto altro, qualcosa che non è scritto nella Legge?”, insisteva a chiedere la madre,</p>
<p>“No, che altro doveva dire?” rispose il giovane con tono quasi scherzoso. Ma mentiva: il Galileo aveva detto molte altre cose che però non voleva riferire alla madre, il suo cuore si sarebbe spezzato.</p>
<p>“Ricordati figlio mio della tua sposa &#8211; disse la donna, contenta della risposta &#8211; più tardi verrà per trascorrere con noi la sera.”</p>
<p>Il giovane ricco lasciò la madre senza replicare e salì nella sua stanza.</p>
<p><span id="more-1301"></span></p>
<p>In realtà il rabbi l’aveva sfidato: alla sua domanda su come divenire perfetti agli occhi di Dio aveva risposto: “Va’, vendi tutta la tua roba e dà il ricavato ai poveri.”. Semplice da dire quando si possiede solo una povera veste ed un paio di sandali: tempo addietro aveva raccolto qualche notizia su quel nuovo profeta che si aggirava per i villaggi della Galilea e della Samaria. Gli avevano riferito che era un poveraccio, figlio di un vecchio falegname squattrinato, la madre invece veniva da una buona famiglia ed era giovane. Un matrimonio indubbiamente strano, pensò il giovane ricco, ovvio che, all’epoca, avesse suscitato malevoli commenti.</p>
<p>Entrò nella sua camera e si tolse le ricche vesti. Poi si sdraiò sui cuscini del suo grande letto guardandosi intorno: le stoffe raffinate alle pareti, i mobili, i tappeti che lo circondavano non erano per lui semplici cose, aveva scelto con cura ogni singolo oggetto che si trovava nella stanza e gli artigiani, tessitori, ebanisti, muratori, avevano eseguito il loro lavoro secondo disegni da lui stesso tracciati. Ma la cosa più importante, pensò, era il piccolo scrigno d’avorio intarsiato posato sulla mensola accanto al letto, un regalo che il padre gli aveva portato da un lungo viaggio in Oriente, tanti anni prima. Quelle raffinate figurine, da bambino, lo avevano fatto sognare: principesse e cavalieri in armatura, servi, cacciatori, conigli e cinghiali di certo rappresentavano episodi di un poema amoroso persiano, ma il piccolo figlio del ricco mercante Efrem ignorava la trama del racconto e così, di volta in volta immaginava una storia diversa. Allungò una mano verso lo scrigno e toccò la liscia superficie del coperchio, decorato con girali di frutta e fiori: si sentì ghermire il cuore dal ricordo del padre e dell’infanzia,  mai avrebbe permesso a mano estranea di possedere il suo piccolo tesoro, preferiva distruggerlo.</p>
<p>Anche le vesti gli erano care, così colorate e leggere: quando cavalcava sembrava una nuvola dai mille colori; la sua pelle era abituata alle carezze del lino più sottile, del bisso, della seta: provò ribrezzo al pensiero d’indossare ruvida canapa o stracci di lana, come il nuovo profeta.</p>
<p>Aveva un bel dire quell’uomo “Guardate i gigli dei campi, non tessono e non filano ma neppure Salomone ha mai avuto veste più bella”. Forse nel Paradiso terrestre Adamo ed Eva potevano vivere così, a cuor leggero, ma non certo gli ebrei nel mondo presente, costretti a pagare le tasse ai Romani e la decima al Tempio. E poi, che esempio! gli uccelli si nutrono di quel che trovano, ma un uomo non può prendere ciò che gli serve dove capita. I passerotti beccano impunemente i frutti più succosi, ma un viandante che raccoglie il frutto del lavoro d’altri rischia le busse, e anche peggio. Sembra quasi un invito a vivere in ozio, pensò il giovane, abituato a considerare i poveri alla stregua di sfaccendati, ma che accadrebbe se tutti ci affidassimo alla carità del prossimo ed alla provvidenza divina? Quando viene l’inverno, senza farina in dispensa e senza legno per il caminetto, ti passa la voglia di fare il giglio! Certo il Signore ha fatto scendere la manna dal cielo, ma si trattava di un evento eccezionale, un miracolo.</p>
<p>Il giovane ricco pensò quindi alla fidanzata ed al suocero: come avrebbero preso la rottura della promessa di matrimonio? Per un attimo si chiese se la fanciulla l’avrebbe voluto anche in povertà: di certo no, era una ragazza vanesia, passava ore con sua madre parlando del futuro banchetto di nozze, dei gioielli che avrebbe indossato, delle serve che suo padre le aveva promesso in dote. La madre, donna di costumi semplici, la sopportava perché era bella e pensava che il figlio l’avrebbe presa volentieri in moglie, se non altro per la sua avvenenza.</p>
<p>E poi c’erano i cavalli ed i cani, anche loro avrebbero avuto un nuovo padrone: come poteva privarsi di creature che lo amavano, tanto valeva ucciderle.</p>
<p>Per tutto il pomeriggio non uscì dalla stanza. Sul far della sera la madre mandò un servo a cercarlo. L’uomo entrò, lo vide immobile sul letto, con gli occhi sbarrati, senza espressione e, spaventato, si precipitò ad avvertire la padrona. Il giovane non dormiva, correva dietro ai suoi tristi pensieri e per questo non aveva fatto caso all’intruso. La madre allora salì nella stanza del figlio, succedeva di rado, per vedere se stava bene: rassicurata, di nuovo chiese “Ti ha detto altro il rabbi?”. Il giovane mentì ancora: “No, solo quello che ti ho già riferito.”</p>
<p>“Tra poco arriverà la tua sposa, fa in modo che non debba dolersi di te”, aggiunse uscendo la madre. Non intendeva rimproverarlo, ma spesso questi incontri non erano gradevoli: il figlio taceva oppure faceva discorsi che dispiacevano alla ragazza e non si poteva certo mandare a monte il matrimonio proprio ora che il giorno della grande festa era vicino.</p>
<p>Il giovane indossò un prezioso abito e scese.</p>
<p>A tavola disse solo qualche parola di cortesia. La fidanzate e la madre parlavano tra di loro, come fossero sole. Al termine della cena la serva portò in tavola un corbello di fichi, i frutti preferiti dal giovane padrone.</p>
<p>“Il fattore del podere del Terebinto ha appena portato questo cesto di fioroni &#8211; disse la madre &#8211; sono quelli della tua pianta”, era un albero che il padre aveva piantato per celebrare la sua nascita, tanti anni prima.</p>
<p>Il Galileo, pensò il giovane, in effetti lo aveva guardato con un certo disprezzo, come se già ritenesse l’impresa superiore alle sue forze. Era il figlio di Efrem, il nipote di Caleb di Betania, non aveva paura di nulla e la sua volontà era una roccia: quando voleva, voleva e, se decideva di rinunciare alla ricchezza, non una festuca sarebbe rimasta nelle sue mani.</p>
<p>Respinse quindi il fico che la madre gli porgeva: tanto per cominciare, poteva fare a meno di quel frutto prelibato, sebbene avesse già l’acquolina in bocca. La donna rimase perplessa, con il fico sollevato nella mano, e l’aria di chi ha visto volare un asino:</p>
<p>“Stai male, figlio mio?” chiese con tono ansioso: come poteva rifiutare un frutto di quella pianta, anche per la memoria del padre che l’aveva messa a dimora il giorno della sua nascita?</p>
<p>“No, ma ho già mangiato a sazietà” rispose il giovane  guardando altrove.</p>
<p>“A me, a me &#8211; disse, emettendo gridolini di gioia, la fidanzata &#8211; per me non sono mai troppi”. Era contenta che quel capriccio del suo sposo le lasciasse tutti i frutti del cesto: si  mise a mangiare con ingordigia, impiastricciandosi di semi zuccherini tutta la faccia. La scena disgustò il giovane che tra sé pensò: “tre anni e sarà grassa sfatta come una giovenca”. Si alzò e, senza scusarsi uscì a passeggiare. Era un uomo, il capofamiglia, non aveva bisogno di giustificarsi di fronte a due donne.</p>
<p>La notte fuori era serena e la luna rischiarava i campi. Passeggiò avanti ed indietro intorno alla casa: anche quei campi illuminati appena dal chiarore selenico e le mura di quella grande casa erano roba sua, roba da dare via. La madre non intendeva di certo allontanarsi da quel luogo, aveva trascorso lì tutta la vita, era la casa della sua famiglia, ma la dote non sarebbe bastata a mantenerla nel lusso abituale. Poteva forse scegliere la perfezione della miseria anche per lei?</p>
<p>Era piacevole camminare sotto la luna, ammirare la grandezza di Dio che promanava da quel cielo infinito colmo di stelle, ma ancora più piacevole, si disse il giovane, sapere che, lì vicino, lo attendeva un comodo letto con lenzuoli candidi e leggeri, un cuscino di piume ed un servitore pronto ad allontanare le mosche. Tornò in casa e ordinò di portare un caraffa di vino nella sua stanza. Pensò che l’indomani, stordito dall’ebbrezza, si sarebbe svegliato di un altro umore. Non voleva più pensare a quella pazzia della perfezione. Tanto nessuno è perfetto agli occhi del Signore, pensò, a Lui tutto è concesso, anche salvare un peccatore e dannare un giusto. I sacerdoti insegnano che si doveva rispettare la Legge e sperare in bene, ma la volontà di Dio è imperscrutabile.</p>
<p>Il rabbi l’aveva interrogato ed alla prova non era stato trovato mancante perché, fin dalla fanciullezza, rispettava con scrupolo i comandamenti. Non riuscendo a scoprire una pecca nella sua vita, il figlio del falegname aveva tirato fuori quell’enormità: “Spogliati di tutte le tue ricchezze” gli aveva detto, invidioso dei suoi bei vestiti!  Ma da quando in qua l’indigenza assoluta è la sola condizione gradita a Dio? Forse che i padri della Bibbia non avevano armenti, mogli, case, poderi. A Giobbe, uomo ricchissimo i beni furono tolti e poi restituiti centuplicati: se la povertà era condizione perfetta perché renderlo di nuovo immensamente ricco e quindi imperfetto? E Davide o Salomone, avevano forse calzari sfondati? Il giovane ricco si sentì invaso da un’ira tremenda. Aveva sempre pensato di camminare sulla via dei giusti, ma ora quel Galileo gli aveva insinuato il tarlo del dubbio.</p>
<p>L’indomani, di buon’ora, si svegliò, triste come il giorno prima. Decise quindi di andare a portare una pietra sulla tomba del padre, una grotta scavata nella roccia delle vicine colline. Il giovane ricco si recava spesso a visitare il sepolcro: voleva abituarsi al posto perché, pensava, prima o poi, anche lui avrebbe varcato quella soglia. Dentro, nel buio, numerosi loculi attendevano i discendenti della stirpe di Caleb di Betania, padre di Efrem: lui, il figlio di Efrem, e poi nipoti e pronipoti di future generazioni.</p>
<p>Anche se Pasqua era passata da tempo il sepolcro recava ancora i segni della pittura a calce. Si imbiancavano le tombe per rendere visibili i luoghi contaminati dalla morte ai viandanti diretti a Gerusalemme per celebrare la grande festa, ma molti evitavano di passare da quelle parti anche in altri periodi dell’anno; al giovane invece piaceva trascorrere qualche ora, ogni tanto, nel silenzio della necropoli, in compagnia del padre, quasi attendendo una parola di consolazione dal defunto. Quella mattina però non rimase a lungo seduto presso la tomba di famiglia: stranamente, si sentì quasi subito annoiato e decise di tornare a casa. Teneva il cavallo al passo: era ancora presto, non aveva fretta. Prese la via che attraversava i suoi poderi. A metà strada si fermò e scese dal fidato Balbal, veloce e bello come una giovane schiava mora dai lunghi capelli. All’improvviso aveva sentito il desiderio di calpestare la sua terra. Lì nessuno poteva dirgli “alzati e va’ via”, ogni uomo che incontrava era un suo servo, ogni pianta portava frutti che poteva cogliere perché già destinati alla sua tavola. In verità  poche miglia quadrate di terra nulla valevano a fronte del Regno dei cieli, ma suo padre era vissuto così, e prima di lui suo nonno, forse che per le loro ricchezze, pur essendo uomini giusti, erano stati dannati?</p>
<p>Pensò poi ai suoi servitori, soprattutto a quelli che in qualche occasione aveva punito severamente: vedendolo divenuto uno di loro, ed anche meno, forse  si sarebbero vendicati e, di certo, lo avrebbero deriso. Ora era il padrone, dopo sarebbe stato un mendicante, cacciato dall’uscio delle case, senza un giaciglio, esposta alle prepotenze dei contadini e degli artigiani che ora si inchinavano al suo passaggio. E per cosa? Era un uomo orgoglioso e la prospettiva di essere umiliato non lo attirava. Doveva riflettere bene sulla risposta del Galileo, prima di prendere decisioni avventate. Invece di dare via tutto, ad esempio, poteva ritirarsi in eremitaggio nel deserto lasciando i suoi beni in tutela alla madre, così, se mai si fosse accorto di non avere abbastanza fede, non avrebbe avuto difficoltà a tornare sui suoi passi. Non voleva certo bruciare le navi come avevano fatto i guerrieri del poema che aveva letto da ragazzo, quando studiava greco con un maestro che il padre aveva fatto venire da Alessandria. Chi può dire quanto grande sia la sua forza finché non si mette alla prova?</p>
<p>Il sole era ormai alto in cielo e camminare con la calura lo affaticava: decise quindi di fermarsi presso un pozzo, all’ombra di un grande olivo. Dopo un po’ i contadini smisero di fare caso alla sua presenza ed il giovane si sentì finalmente a proprio agio.</p>
<p>Notò una ragazza che varie volte era tornata a prendere l’acqua con una brocca, forse, si disse, lei l’avrebbe voluto come sposo anche senza ricchezze. Era bella ed iniziò a corteggiarla, così, per vedere se ci stava, senza cattive intenzioni. Non era certo la donna d’altri, troppo giovane, e poi non si sarebbe spinto oltre, per non violare il comandamento. Tanto tra poco avrebbe avuto onestamente la sua fidanzata. Ma il pensiero non lo rese lieto quanto si sarebbe aspettato.</p>
<p>Quando, all’ora di pranzo, giunse a casa trovò  la madre in compagnia di un mercante dall’aria volpina. Lo attendevano. L’uomo era un gioielliere: gli mostrò qualche anello, due bracciali, una lunga catena con chicchi d’oro e perle. Il giovane tergiversava, del resto, pensava tra sé, che senso aveva coltivare un frutteto, abbellire una casa, comprare gioie, sapendo che prima o poi, magari tra un minuto,  si doveva emigrare, senza bagaglio, per l’altro mondo. E se decideva di vendere tutto per seguire in povertà il Maestro, a che scopo comprare pietre preziose per festeggiare un matrimonio che non ci sarebbe stato? La madre, per evitare di fare una magra figura con  il mercante, comprò una collana da regalare alla sposa.</p>
<p>Il giovane ricco era stato sempre contento della sua vita, gli piacevano la famiglia in cui era nato, potente e stimata, le terre e le case che aveva ereditato dal padre, il corpo sano che Dio gli aveva donato: poi, un giorno, passando per un villaggio dei dintorni aveva sentito dire che un rabbi straniero predicava in un luogo vicino al paese e faceva miracoli. Per curiosità aveva deciso di andare a vedere quel nuovo portento: non era certo insolito incontrare in quei tempi un profeta in Samaria, ma questo giovane Maestro incantava davvero la gente: uomini, donne e bambini lo ascoltavano rapiti. I sacerdoti ed i dotti, al contrario, lo disprezzavano e contestavano le sue affermazioni, ma dalla contesa uscivano sempre sconfitti. “Di certo costui conosce le scritture e non è privo d’ingegno &#8211; aveva pensato il giovane d’acchito, sentendo per la prima volta il rabbi predicare &#8211; forse davvero è ispirato da Dio”.</p>
<p>Senza un vero motivo lo aveva seguito per un po’ nei suoi spostamenti, ascoltando incuriosito gli strani racconti morali con cui intratteneva la folla, poi si era deciso a farsi avanti, certo con un po’ di albagia, rivendicando la sua esistenza integerrima e conforme alla Legge. Si sentiva già degno della misericordia divina e voleva solo che quell’uomo, tanto sagace, confermasse la sua convinzione. Ma il Galileo se n’era uscito con quella storia della ricchezza, come se agli occhi di Dio “avere” fosse una colpa e “non avere” un merito. L’inattesa risposta lo aveva sconcertato e se n’era andato con aria abbattuta. Mentre si allontanava, aveva udito il Maestro dire ai suoi seguaci, stupiti dall’insolito consiglio “E più facile che un cammello passi per la cruna di un ago piuttosto che un ricco per la porta del Paradiso”. Un cammello! Che esagerazione. Il profeta sembrava quasi irritato dall’insipienza dei suoi fedeli discepoli e, per tagliare corto, aveva aggiunto: “I primi saranno gli ultimi e gli ultimi saranno i primi”. In che senso andava interpretato questa frase degna di una Sibilla pagana, si chiedeva il giovane. Forse che nel mondo regolato dalla giustizia divina, come nel carnevale celebrato dai Romani, tutto andava alla rovescia e per un giorno eterno i servi vestivano gli abiti dei padroni ed i signori servivano in tavola? Non era questa la sua idea di giustizia divina: se così doveva essere, forse conveniva adorare Baal e gli altri demoni. Si rese conto di non aver mai avuto prima, in vita sua, un pensiero tanto blasfemo.</p>
<p>Una volta, di fronte ad una folla di poveri contadini, aveva sentito il profeta ripetere un vecchio detto: lo schiavo non ha mai due padroni, nessuno può servire Dio e Mammona. Però, per quanto lo riguardava, benché ricco, non si sentiva affatto servo del denaro, non viveva per accumulare beni come un avaro, non era ossessionato dal timore di perdere i suoi averi, non usava il denaro per corrompere: considerava l’oro un mezzo per rendere piacevole la vita, comprando belle cose, e purificare l’anima, facendo generose elargizioni ai poveri ed al Tempio.  Se l’oro era solo lo sterco del diavolo, come poteva servire anche per fini buoni e giusti come soccorrere il prossimo ed onorare il Signore?</p>
<p>Quella sera non scese neppure a mangiare, disse al servo di preparare la cena nella sua stanza: ordinò un pane nero ed una brocca d’acqua, nient’altro. La madre salì di persona a portare il misero pasto: era spaventata, temeva che il figlio avesse commesso qualche grave peccato. Forse il pensiero del male fatto lo tormentava, togliendogli il gagliardo appetito di sempre, forse aveva deciso di espiare la colpa privandosi del cibo. Il digiuno purificava, ma il rimorso poteva uccidere.</p>
<p>“Hai fatto qualcosa che non dovevi?” chiese al figlio quasi sottovoce.</p>
<p>“Di che ti preoccupi, donna, non mi conosci? Fin da bambino ho sempre rispettato i comandamenti e, a parte qualche sciocchezza nella prima gioventù, nessuno può trovare riprovevole la mia condotta.”</p>
<p>“Un errore involontario, un atto compiuto d’impulso… nessuno è immune dal peccato, neppure i giusti del Signore” replicò la madre timidamente.</p>
<p>“Stai in pace, nulla di male è accaduto” disse il giovane ricco voltandosi nel letto con la faccia al muro “lasciami dormire, sono stanco”.</p>
<p>La madre, come tutte le madri, pervicace nel proteggere il figlio, decise di chiedere aiuto ad un parente del marito, un vecchio che, come tutti i vecchi, aveva fama di essere saggio. Di certo era un uomo esperto della vita, avendo trascorso sotto il cielo il doppio di una normale esistenza.</p>
<p>Il parente, chiamato in famiglia zio Eleazar, venne subito a trovare il giovane.</p>
<p>“C’è un pensiero che ti rattrista? &#8211; chiese subito al suo ospite, con l’aria del dottore che, appena giunto al capezzale del paziente, s’informa sui sintomi &#8211; Sei forse contrariato dall’imminente matrimonio, ami un’altra fanciulla oppure sei malato e non vuoi far preoccupare tua madre?”.</p>
<p>Il vecchio Eleazar era testardo e non avrebbe accettato il silenzio come risposta, il giovane decise quindi di rivelargli la verità che aveva nascosto alla madre:</p>
<p>“Conosci il nuovo profeta che si aggira nei villaggi dei dintorni?”</p>
<p>“Si, l’ho sentito con le mie orecchie scagliarsi contro i Farisei. Eppure fa sue le loro regole e ripete “ciò che non piace a te non fare ad altri”. Tutti sanno che i Farisei, mostrandosi rispettosi della Legge e dei rituali, indicano la via della salvezza al popolo, eppure questo finto Maestro li chiama sepolcri imbiancati, li maledice e sostiene che l’uomo è il padrone del Sabato! Ma se tutto è di Dio, di chi sarà mai il suo giorno!”</p>
<p>“Dunque anche tu hai udito le sue prediche”</p>
<p>“Una cosa è ascoltare, altra cosa acconsentire: quando mi trovo tra la folla io sostengo le tesi dei suoi contestatori, urlo contro di lui ed applaudo a favore degli avversari: figurati che tempo fa, tornando da Gerusalemme, l’ho sentito predicare che nel regno dei cieli non saremo più né uomini é donne! Se nel seno di Abramo dovrò diventare un eunuco o un ermafrodito, francamente preferirei vivere eternamente su questa terra.”</p>
<p>“Forse intendeva la cosa in altro senso. Comunque non voglio parlarti della Legge, anzi, i comandamenti non c’entrano nulla, ne sono sicuro, con quello che voglio dirti”</p>
<p>“E poi &#8211; proseguì il vecchi Eleazar, riscaldandosi &#8211; un amico mi ha riferito che addirittura condanna il ripudio, tanto che i suoi seguaci non vogliono più sposarsi! E’ forse questo il pensiero che ti angoscia, temi di non poterti legittimamente liberare, un domani, di una moglie molesta? So che la tua sposa è bella ma sciocca ed una donna stolta può distruggere la casa del marito.”</p>
<p>“Ma no, è una faccenda del tutto diversa: devi sapere che l’altro giorno, in un villaggio della Giudea, mentre benediva dei bimbetti dispettosi accompagnati dalle loro madri, mi sono avvicinato a lui e gli ho chiesto “Buon Maestro, cosa devo fare per meritare la vita eterna?”</p>
<p>“Sì, mi hanno riferito che ti sei pure inginocchiato e, credimi, non sta bene che il nipote del nobile Caleb, in pubblico, si prostri ai piedi del figlio di un falegname!”</p>
<p>“Se davvero è ispirato da Dio, chi non dovrebbe piegare umilmente la testa… ma comunque non è questo il punto. Il rabbi mi ha chiesto se rispettavo i comandamenti ed amavo il mio prossimo, io ho risposto ovviamente di sì, sai bene come la mia famiglia mi ha allevato, allora mi ha detto che per essere certo di avere la vita eterna dovevo vendere i miei beni e dare il ricavato ai poveri”  “Bestemmia! Bestemmia! &#8211; gridò il vecchio, come fosse stato punto da un calabrone &#8211; ma dove mai è scritta questa eresia. Costui pretende di rovesciare il mondo e mettere in alto i miserabili, certo avrà un gran seguito tra coloro che odiano i ricchi e vorrebbero assassinali tutti per prendere la loro roba. E’ un discorso degno di Gesù Barabba, il ladrone che spogliava i poveri viandanti. Fortuna che gli infedeli Romani l’hanno imprigionato e vedrai, non passerà molto tempo, che prenderanno anche quest’altro Barabba.”</p>
<p>“Non voleva certo per sé le mie ricchezze, zio Eleazar &#8211; replicò un po’ infastidito il giovane &#8211; e poi, guardandomi fisso negli occhi, ha aggiunto “quando ti sarai liberato delle catene di Mammona, seguimi, ma senza tornare a casa a salutare i tuoi: chi mette mano al mio aratro non deve voltarsi indietro.”</p>
<p>“Lo vedi, è peggio di un ladrone! non si accontenta di portare via il denaro, addirittura vuol rubare i figli ai genitori: pensa alla tua povera madre, se ti perdesse così morirebbe di crepacuore! Tu sei l’unico erede di questa casa, la sola difesa dei tuoi parenti più poveri, colui che sta saldo di fronte alla porta e scaccia il nemico. Sei nato ricco e, per meritarti la vita eterna, devi essere un ricco onesto, generoso, giusto, rispettoso della legge. Questo si sa: nell’Ecclesiastico sta scritto “beato il ricco che è trovato senza macchia”, infatti “colui che, provato con l’oro, è trovato perfetto” merita di certo la vita eterna perchè pur potendo peccare non peccò, pur potendo fare del male non lo fece. Ognuno si conquista la salvezza nella condizione in cui Dio l’ha posto, lo schiavo da schiavo, il ricco da ricco, il re da re, la donna da donna. Forse che una ragazza può venire qui e pretendere che tu rinunci alle tue prerogative maschili e ti metta il velo come lei e cammini a testa bassa, tre passi indietro! Sono discorsi contro natura, non devi turbarti per queste sciocchezze. Pensi forse che il Signore abbia in odio me, tuo padre, tuo nonno o i sacerdoti del tempio per il lusso della nostra vita, credi che ami davvero solo i poveri? Perché mai dovrebbe preferirli a noi che rispettiamo la Legge e le usanze? E poi, se li ama davvero tanto, perché non li riempie di doni? Nella scrittura si legge che Dio ricompensa con figli, armenti e vittorie sui nemici coloro che predilige. Chi soffre fisicamente o non possiede i mezzi necessari per vivere invoca l’aiuto Dio, chiedendo di tornare in salute ed avere i beni mancanti, hai mai udito qualcuno pregare per divenire povero o malato? Eppure tutti desideriamo conquistare la salvezza. Nel Libro dei Proverbi si legge che “i beni e i mali, la vita e la morte, la povertà e la ricchezza vengono da Dio ” perciò, figlio mio “confida in Dio e rimani al tuo posto” come ordina la Scrittura e non farti trascinare da inutili scrupoli: anche il saggio Salomone mette in guardia dalla smania di perfezione quando dice “Guardati dall’essere troppo giusto”!”</p>
<p>“Credi che non mi sia detto queste cose? Sono giovane ma conosco i Libri del Signore e comprendo che il mondo non si può capovolgere, che la salute è preferibile alla malattia ed avere a non avere. Se il Signore ritenesse davvero la povertà essenziale per la nostra salvezza, sulle sue sante Tavole, accanto a “non rubare, non fornicare, non uccidere” avrebbe scritto “non essere ricco! Perché nasconderci questo comandamento, se davvero è la sola via per la vita eterna?”</p>
<p>“Ti sei risposto da solo, figlio mio! &#8211; concluse trionfante Eleazar &#8211; Non è essenziale, anzi, non esiste proprio una legge del genere. Lascia pure che il Galileo lodi di fronte al popolo la miseria in cui deve vivere, meglio così per noi possidenti, ma non cadere nella tentazione di unirti ai suoi miserabili seguaci, non gettare la vergogna sulla tua famiglia.”</p>
<p>Eleazar, compiuta la sua missione, se ne andò con l’animo sollevato. Perorando la causa dei ricchi per convincere il suo giovane parente a non seguire il profeta si era rincuorato: quando, passando vicino alla piscina probativa, vedeva i malati in attesa di un miracolo oppure uscendo dalla Sinagoga respingeva lo sciame dei mendicanti, dando solo ai più agili e forti in prima fila il suo obolo, a volte si chiedeva con quale criterio di giustizia Dio distribuisse il male tra gli uomini ed in silenzio dubitava della sua bontà; “è così perché così deve essere” si rispondeva, ma la spiegazione gli sembrava francamente stupida.</p>
<p>Eleazar era stato un mercante ed aveva viaggiato per tutto il mondo conosciuto: talvolta pensava con terrore all’immagine della psicostasi che, in Egitto, aveva visto dipinta su una tavoletta. Se nell’aldilà la mia anima sarà pesata, si chiedeva, le grandi ricchezze che ho avuto in vita verranno compensate dalle mie opere di bene?  e segretamente invidiava i pagani perché non si arrovellavano intorno a questi dilemmi: dovevano solo preoccuparsi di conquistare il favore delle loro viziose divinità con banali offerte materiali, erano fortunati schiavi di padroni malvagi ma prevedibili e, per giunta, poco esigenti.</p>
<p>Il giovane, rimasto solo, cadde di nuovo nel circuito doloroso dei suoi pensieri.</p>
<p>La madre, premurosa, lo invitò a tavola: per rallegrarlo aveva fatto venire dalla città dei musici. Ordinò loro di suonare, anche se il figlio aveva deciso di restare nella sua camera, la melodia l’avrebbe comunque raggiunto. Saul, divenuto sgradito a Dio, si consolava udendo la cetra di Davide e anche il giovane si tranquillizzò ascoltando quella dolce musica. In breve l’armonia si impossessò della sua mente ed i brutti pensieri si nascosero nell’angolino più scuro dell’anima.</p>
<p>Il suocero, informato dell’umore strano del genero, temendo di perdere l’occasione d’imparentarsi con una famiglia così ricca e consapevole delle modeste qualità della sua bella figlia, venne per parlare con la madre ed il tutore del giovane, il parente più stretto del defunto marito che la donna, contravvenendo agli usi, non aveva voluto sposare. Il suocero, mostrandosi preoccupato per la salute dello sposo, propose di affrettare le nozze, sostenendo che le gioie del matrimonio, specie nei primi tempi, erano un potente antidoto per la tristezza di un uomo.</p>
<p>Il parente giudicò la richiesta saggia, la madre invece si spaventò, immaginando la reazione del figlio, per niente desideroso di prendere moglie.</p>
<p>Il giovane fu chiamato e scese: non poteva rifiutarsi di ubbidire ad un ordine del tutore. Ascoltò la proposta del suocero con indifferenza ed acconsentì per evitare di discutere. Così, il giorno stesso, iniziarono i preparativi per la festa.</p>
<p>Tornato nella sua stanza, il giovane pensò per un attimo di fuggire davvero da casa per seguire il rabbi. Come sarebbe bello, mormorò tra sé, poter vagare libero come gli uccelli dei boschi, senza temere di perdere ciò che si possiede perché nulla si ha, senza paura della morte perché la vita non ha piaceri o lusinghe per trattenerci, senza soffrire per la perdita di chi si ama perché amiamo tutti allo stesso modo, ed infine entrare nel regno di Dio ed essere i primi non in terra per qualche attimo, ma in cielo per l’eternità. Sentiva però di non avere in animo forza bastante per compiere un atto che avrebbe prodotto tante conseguenze: le lacrime della madre, l’ira del suocero, i rimbrotti dei parenti, i commenti malevoli degli amici, gli sberleffi dei servi. E poi l’idea di separasi dalle cose che gli appartenevano, gli oggetti che conservava fin da bambino, le vesti, i cavalli, l’arredo della sua stanza lo faceva soffrire come un coltello piantato nel petto. Il cibo squisito quando si ha fame, il vino quando si ha sete, i morbidi cuscini quando si ha sonno, sembrano cose scontate e futili solo fin che si posseggono. Come possiamo immaginare di perdere tutto, si chiedeva il giovane, se non con la morte, che ci priva anche dal nostro corpo.</p>
<p>Il giovane aveva uno specchio d’argento, un oggetto più futile che lussuoso, ricordo di un breve soggiorno ad Alessandria, in compagnia del suo maestro di greco. Sul retro aveva fatto incidere un uomo che, a mani nude, uccide un leone, ovviamente il giudice Sansone, ma con un sorriso ricordò che all’orafo egizio, per evitare inutili spiegazioni, aveva chiesto di rappresentare Ercole ed  il leone nemeo. Guardò intensamente il suo volto riflesso sull’argento liscio e, mentalmente, si disse: “Rispondi al rabbi”. La faccia nello specchio disse ad alta voce e senza incertezze “No”.</p>
<p>Fece preparare il suo cavallo più veloce, prese con sé una grossa somma di denaro e disse alla madre di avere importanti commissioni da sbrigare in città. Sarebbe tornato l’indomani, in tempo per celebrare le nozze, come stabilito. La povera donna ebbe un cattivo presentimento, ma lo scacciò subito: era troppo impegnata nei preparativi della grande festa per preoccuparsi.</p>
<p>Il giovane raggiunse una lontana città della costa e si fece indicare la casa della più celebre meretrice del luogo: era davvero ricco ed aveva portato con sé molto denaro. Si offrì di pagare un grande baccanale, vennero prostitute e perdigiorno da ogni contrada dei dintorni, il vino corse a fiumi ed il giovane bevve, bestemmiò e straviziò tutta la notte. L’indomani dormì, poi il pomeriggio, con il suo veloce cavallo ben riposato, tornò in breve tempo a casa.</p>
<p>La sposa e tutti i parenti l’attendevano, impazienti. La festa ebbe inizio. Il giovane sembrava allegro, il suocero sorrideva, la madre non credeva ai suoi occhi. Anche Eleazar, conoscendo il segreto motivo della tristezza dei giorni precedenti, trovò strano quell’improvviso mutamento d’umore. Appena colse il momento opportuno, tra una danza e l’altra, trascinò il giovane in un angolo appartato: “Che ti succede, figlio mio? Cos’ha scacciato i tuoi pensieri neri, non certo la prospettiva di passare la vita o anche solo una notte con quella stupidella! &#8211; la voce del vecchio era vagamente supplichevole, si capiva che era davvero interessato a scoprire cosa era accaduto di tanto sconvolgente.</p>
<p>“La mia risposta non ti piacerà, zio Eleazar” disse il giovane, distogliendo gli occhi dallo sguardo del vecchio. Eleazar lo scrutava con aria inquisitoria, attendendo spiegazioni .</p>
<p>“Sai bene che l’idea di dover scegliere tra le ricchezze della terra ed i tesori del cielo mi angosciava &#8211; proseguì lo sposo &#8211; non sapevo che fare: con il latte di mia madre avevo appreso a temere Dio e desiderare la sua benevolenza, volevo riposare nel seno d’Abramo, godere delle gioie del paradiso, essere perfetto per meritare davvero la vita eterna. Ma il Galileo mi ha tolto ogni speranza, mi ha fatto comprendere che c’era qualcosa al mondo che amavo più di Dio: essere come sono, il figlio del ricco Efrem, lo sposo della bella Micol, il padrone di queste terre. Non solo non sono perfetto come pensavo, ma in verità non credo davvero in Dio, altrimenti avrei offerto in olocausto le mie ricchezze come Abramo offrì la vita di Isacco, obbediente ad un ordine insensato e malvagio del suo Signore. Potrei però affidarmi come tutti alla misericordia di dio, ma io non sopporto l’idea di trascorrere tutta la vita nell’incertezza, attendendo una sentenza finale che sarà, per l’eternità, salvezza o dannazione. Non è nel mio carattere. Dunque ho deciso di divenire perfetto nel male, così almeno vivrò nella certezza di essere perduto.”</p>
<p>“Figlio mio, nessuno è perduto se Dio non vuole” rispose Eleazar accorato.</p>
<p>“Ho scelto, vedrai che sarò scellerato abbastanza da meritare di essere precipitato nel fuoco eterno. Il Galileo mi ha sfidato ed ha vinto, il mio cammello non passerà per la cruna dell’ago!”</p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
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		<title>Il libro &#8211; I</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Feb 2010 07:54:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
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<p>“Si trova scritto che Agostino, quand’era ancora in vita, stava leggendo un testo, quando vide passare davanti a sé un demone che portava sulle spalle un libro”. <em>(Jacopo da Varagine)</em></p>
<p><em><span style="color: #0000ff;"><br />
</span> </em></p>
<p><span style="color: #0000ff;"><strong>Personaggi:</strong></span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Agostino</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Demone</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Adeodato</span></p>
<p>La scena si svolge ad Ippona, intorno al 400 d. C., all’esterno dell’Episcopio.</p>
<p><strong>Agostino</strong> (seduto su una lunga panca, alzando gli occhi da un piccolo volume): Strano modo di trasportare un libro, a spalla come fosse un baule o un’anfora di vino.</p>
<p><strong>Demone</strong>: In effetti pesa quanto un barile, ho la schiena a pezzi. Vorrei tanto sbatterlo a terra.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Per carità! si vede che è un oggetto di valore, io me ne intendo. I libri saranno anche il futuro degli <em>scriptoria</em>, non lo nego, ma più sono grossi e più sono fragili, le legature non reggono e la cartapecora spiomba. Vuoi mettere la comodità del vecchio rotolo: toglievi il papiro dal cilindro, e poi svolgevi ed avvolgevi, svolgevi ed avvolgevi, un po’ per volta, in poco spazio e senza fatica. Per consultare un codice oggi occorre un leggio grande come un catafalco ed i bibliotecari devono avere più muscoli di un gladiatore.</p>
<p><strong>Demone</strong>: A chi lo dice! Ma pare che i libri possano contenere testi più lunghi dei rotoli.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Ipotesi tutta da dimostrare. Io credo invece che il punto sia un altro: i codici si possono agevolmente riempire di decorazioni e le belle immagini colorate, si sa, piacciono tanto ai lettori più ricchi e meno istruiti.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Il mio libro comunque non è illustrato. Posso posarlo un attimo sulla sua panca, tanto per riprendere fiato? Però non voglio disturbarla, continui pure a leggere.</p>
<p><span id="more-1283"></span></p>
<p><strong>Agostino</strong>: Faccio volentieri una pausa, il mio libro non è interessante: la solita polemica fritta e rifritta contro Origene…</p>
<p><strong>Demone</strong>: Io ne so poco di quel signore, ma pare pretenda di mandarci tutti a spasso. Divertente!</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Anch’io dubito che l’Inferno chiuderà mai bottega.  Ma deposita pure la tua soma. Strano che un uomo ben messo come te fatichi tanto a trasportare un volume di qualche libbra, per caso i piatti sono di metallo?</p>
<p><strong>Demone</strong>: No, non credo. E’ così pesante per via del contenuto: è il libro dei peccati.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Ma senti…gli angeli dell’Apocalisse hanno il libro della vita con l’elenco dei beati, voi avete quello dei peccati. Magari i peccati del mondo fossero così pochi da entrare tutti nel tuo scartafaccio. Ma esattamente a che serve un simile libro? È una specie di scadenzario delle anime, per non dimenticare di andare a prendere il malcapitato di turno quando è giunta la sua ora?</p>
<p><strong>Demone</strong>: E’ un’invenzione recente, non so bene a che serva dato che fino ad ora ne abbiamo fatto a meno senza problemi, ma le posso assicuro che i peccati sono tutti qui, accuratamente annotati da me, uno per uno.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Dunque, ognuno di noi, squadernando il tuo libro, potrebbe leggere, nero su bianco, l’elenco delle sue colpe…</p>
<p><strong>Demone</strong>: Proprio così, se fosse permesso consultarlo.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Devi avere sudato le proverbiali sette camicie per mettere insieme una simile lista: immagino che insinuarsi nei palazzi dei potenti, entrare di soppiatto nelle stamberghe dei miserabili, nascondersi sotto il letto delle etere, nei retrobottega dei ligrittieri, nei camini delle cucine o nelle fosse dei campi per indurre in tentazione i poveri discendenti di Adamo sia un lavoro assai duro.</p>
<p><strong>Demone</strong>: In realtà farli cadere in peccato è una sinecura. Gli uomini sono perfettamente in grado di dannarsi da soli, basta creare la situazione favorevole: una bella fanciulla discinta, qualche gioiello, un po’ di monete d’oro ed il gioco è fatto. Il peggio è sciropparsi tutto il giorno gente meschina dedita a piccoli traffici, malversazioni, adulteri, truffe: i malvagi da strapazzo, mi creda, a lungo andare tediano a morte ed i grandi criminali sono più rari di quanto si pensi. Sì, ho dovuto sudare ma sono certo che nessuna malefatta è sfuggita al mio occhio indagatore.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Un’impresa davvero titanica, da far tremare le vene e i polsi ai dotti d’Alessandria, per quanto non lodabile. E quale sistema  di indicizzazione hai adottato?</p>
<p><strong>Demone</strong>: Sistema… Non so, mi hanno detto di segnare tutto e così ho fatto. Non sono un letterato io, di solito mi occupo di faccende pratiche. Però so leggere e scrivere perché ho vissuto a lungo con un “posseduto” che insegnava ai ragazzini l’abbecedario e per questo i pezzi grossi in alto, cioè… in basso,  hanno mi hanno affidato l’incarico. Lei non ha idea di quanto mi piacerebbe fare bella figura con i superiori, a volte essere considerati ignoranti è così umiliante.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Allora formulerò la mia domanda in modo più semplice, perché tu possa capire: nel tuo libro hai registrato i peccatori seguendo l’ordine delle lettere che compongono alfabeto?</p>
<p><strong>Demone</strong>: Certo, in ordine alfabetico, per nome! E con accanto tutti i peccati commessi. A volte sono <em>papier</em> di mezza pagina!</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Però, volendo, avresti potuto basare il tuo elenco su un dato diverso dal nome, <em>verbigratia</em> il tipo di peccato,  furto, sodomia, omicidio,  oppure la località in cui i rei vivono, Efeso, Gerusalemme, Cartagine e così via. In realtà tanti sono gli elenchi possibili quanti sono i dati che possiedi e, combinando le diverse liste, con un colpo d’occhio, sapresti dire quanti adulteri vivono nella città di Tessalonica o quale vizio prediligono gli abitanti di Atene.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Quello è risaputo, non sarebbe una grande scoperta (ridacchia lubrico). Ma non vedo perché dovrei complicarmi la vita scrivendo altri libri quando ne basta uno.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Forse un esempio concreto potrebbe illuminarti in merito alla complessità del tuo lavoro: apri il libro e dimmi se tra i peccatori compare un certo Agapito.</p>
<p><strong>Demone</strong> (apre il libro che ha posato sulla panca): Come no! Ce ne sono 3.500.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Bene, e quanti Agatopodi?</p>
<p><strong>Demone</strong> (sfogliando rapidamente le pagine): adirittura 12.000!</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Per distinguere un Agapito dall’altro puoi considerare il tipo di peccato commesso, poniamo che l’uno sia un omicida e l’altro un ladro che ha rubato un agnello, ma nel caso la colpa sia la stessa, per differenziarli, devi disporre di qualche informazione aggiuntiva, ad esempio il nome della località in cui vivono, l’anno di nascita…</p>
<p><strong>Demone</strong>: Sì, è ovvio… Ecco, qui c’è un Agatemero che ha ucciso la moglie a Tessalonica e, due righi sotto, un altro Agatemero uxoricida ma ad Efeso. Ma poi, in fondo alla pagina, vedo un secondo Agatemero efesino che si è liberato della sua dolce metà. L’affare si complica! Però sarebbe più grave scambiare tra di loro due Agatopodi di Rodi; il primo è uno schiavo che ha ucciso il suo padrone, l’altro un giovane che ha sedotto una fanciulla consenziente: c’è una bella differenza di pena! Ha ragione, Dottore, con tanti nomi si rischia davvero di fare confusione. E in questioni molto delicate.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Ovvio, la terra è un formicaio umano e tutti pecchiamo, sebbene non nello stesso modo. Immagino che il signore dell’Erebo non tollererebbe errori di persona.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Francamente non avevo idea di tutte queste complicazioni: ora mi avvedo che il libro di cui andavo fiero è l’opera di uno sciocco.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Non ti abbattere! Nessuno si improvvisa pensatore. Io stesso ho scritto centinaia di testi di teologia ed ancora non sono del tutto soddisfatto di me. L’importante è capire dov’è l’errore e correggerlo, fin che si è in tempo: “Intellige quod non intelligis ne totum non intelligas”!.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Dottore, la prego, mi risparmi almeno gli indovinelli!</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Su via, vedrai che capire il meccanismo è più facile di quanto pensi. Per comodità farò riferimento a me stesso: Agostino Aurelio, figlio di Patrizio, nato a Tagaste il 13 novembre del 354, cerca dunque il mio nome nel tuo libro…</p>
<p><strong>Demone</strong>: Ma si figuri, un sant’uomo come lei! Comunque, se proprio insiste, controllo: Abundanzio, Acacio, Agapio, Afrodisio… in effetti c’è un Agostino di Tagaste residente a Ippona ma, le assicuro, per una cosa da niente, una sciocchezza.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Sono di certo io: aggiungi “Aurelio” e “di Patrizio”, nonché l’anno di nascita, 354, ed avrai identificato in modo inequivocabile un peccatore. Vedi, così è impossibile confondermi con un altro.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Le dispiace se metto anche “vescovo”? Sui pezzi grossi di sotto farà  sicuramente impressione.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Fai pure, non mi vergogno di essere un peccatore. In gioventù ho condotto una vita assai disordinata: amavo amare ed essere amato,  davo infiniti dispiaceri alla mia povera madre Monica e, benché dotto, camminavo nelle tenebre. Ero già un uomo fatto quando la grazia divina mi ha finalmente illuminato, non di meno le mie colpe da sole basterebbero a riempire il tuo libro.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Sarà, ma devono essere peccati caduti in prescrizione, perché a suo carico risulta solo una piccola menda,  un’inezia.</p>
<p><strong>Agostino</strong> (rattristato): Tale sembra ai tuoi occhi, incapaci di conoscere il bene. Ma per me questo è il segno che forse, ahimè, non sono predestinato, come credevo, alla beatitudine eterna.</p>
<p><strong>Demone</strong>:  Ma no! mi creda, non si va all’inferno per così poco, una mancanza che neppure ricorda</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Le colpe più gravi sono proprio quelle che nascondiamo a noi stessi. Forse è un atto malvagio commesso nell’esercizio del mio ministero? Nulla è peggio del pastore che travia con il cattivo esempio le sue pecorelle. Oppure ho mancato di carità nei confronti dei miei avversari?  Senza amore verso Dio e verso il prossimo, dice San Paolo, a nulla servono fede e speranza.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Via, mi creda, sono tutte esagerazioni; non potrei… ma se proprio deve farne un dramma, sono disposto a rivelarle il peccatuccio che tanto la preoccupa, così si mette l’anima in pace: tempo fa, non so dirle esattamente quando, si è dimenticato di recitare l’offizio di compieta.</p>
<p><strong>Agostino:</strong> Beh, per un ecclesiastico non è poco dimenticarsi di pregare Dio, ma mi aspettavo di peggio.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Ora che si è tolto il pensiero, possiamo tornare a parlare del mio libro? Vorrei che mi spiegasse da capo come funziona tutta la faccenda delle voci e degli indici.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Beh, a questo punto credo che tu già conosca le nozioni principali, ma è sempre bene  fissare i punti più importanti di un argomento prendendo qualche appunto, come fanno gli studenti. Occorrono dunque uno stilo ed un rotolo di papiro.  Adeodato, Adeodato!</p>
<p><strong>Adeodato</strong> (affacciandosi ad una finestra del I piano): Mi chiamavi, babbo?</p>
<p><strong>Demone</strong>: Babbo?!</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Credevi che scherzassi quando ti ho parlato della mia turbolenta gioventù? Adeodato, scendi, ho bisogno di te (Adeodato con tre salti è in strada).</p>
<p><strong>Adeodato: </strong>Dimmi pure in cosa posso servirti, babbo.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Intrattieni per qualche minuto il nostro ospite, ti prego: io devo andare nel mio studio a prendere il necessario per scrivere (esce).</p>
<p><strong>Demone</strong>: Sarai di certo orgoglioso di tuo padre, è un uomo di grande sapienza.</p>
<p><strong>Adeodato</strong>: Certo! E’ il teologo più celebre della Cristianità, un illustre studioso lo ha definito <em>in omnia excellentissimus</em>. E poi è un nemico giurato degli eretici, ma più benevolo del grande Girolamo che, tra l’altro, come pensatore non gli lega neanche i calzari. Pensi che i Donatisti, in più occasioni, hanno attentato alla sua vita.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Io lo trovo una persona davvero squisita, mi ha trattato amabilmente, quasi ignorasse certe mie mancanze… In vita mia ho incontrato molti filosofi e letterati, ma erano tutti superbi, maleducati e  saccenti.</p>
<p><strong>Adeodato</strong>: Anche lei è un teologo?</p>
<p><strong>Demone</strong>: No, direi proprio di no, posso anzi affermare che la teologia non mi interessa affatto. Per svolgere il mio lavoro sono sufficienti poche nozioni di base. Le dispute complesse le lascio ai settari che alimentano le bocche dell’inferno.</p>
<p><strong>Adeodato</strong>: In effetti, le eresie che proliferano di questi tempi sono un gran danno per la  Chiesa. Pensi che se ne contano più di settanta! I nemici della verità gridano “Deo laudes” per celare le loro menzogne ed intanto risse, calunnie, odi, assassinii avvelenano l’aria nella casa di Dio… Per fortuna il nostro vescovo Agostino è un uomo senza pecche, un modello per tutti i fedeli. Sul suo conto i nemici di Dio diffondono malevole menzogne, ma mio padre risponde alle accuse con carità fraterna. Pensi che nel refettorio del convento, qui vicino, ha fatto scrivere che quella tavola non deve ospitare chi danneggia il prossimo con la calunnia.</p>
<p><strong>Agostino </strong>(Torna con alcuni rotoli ed un cestino di frutta): Gradite una persica?</p>
<p><strong>Demone</strong>: No, no, ho fretta:  voglio subito fare tesoro dei suoi consigli e copiare come modello la voce che la riguarda…(apre il libro) con le aggiunte che mi ha suggerito. Era qui…Ab, Ag, Ago…strano, non la trovo, eppure sono certo che era qui, a metà di questa pagina. (cerca nervosamente, scorrendo il dito avanti e indietro, il nome nell’elenco) Deve essere qui per forza! (alza lo sguardo stupito, rivolto ad Agostino).</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Qualcosa non va?</p>
<p><strong>Demone</strong>: Non c’è più, il suo nome è sparito. Un fenomeno del genere ha una sola spiegazione, ma io non posso credere che lei abbia ordito un simile inganno ai miei danni. Un integerrimo uomo di chiesa come lei aborre la menzogna, non può essere un bugiardo, non tende tranelli.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Tranelli? In che senso ritieni che io ti abbia ingannato? Ti ho forse mentito su qualcosa? Se, per esempio, avessi detto, “vado nello studio e non entro in chiesa per recitare l’offizio di compieta che ho dimenticato di dire qualche giorno fa” sarei un bugiardo, io però mi sono limitato ad affermare che sarei andata nello studio, cosa che ho effettivamente fatto. Quella che tu chiami menzogna è propriamente una semplice omissione: ti ho detto la verità ma non tutta la verità:.. e non ho annunciato che sarei andato in chiesa così come non detto che sarei tornato con un cestino di frutta fresca. Ti sembra una colpa averti offerto una pesca?</p>
<p><strong>Demone</strong>: Così però non vale, non è giusto: un santo non mente mai, neanche per ingannare un povero diavolo. E un vescovo non racconta frottole ma parabole.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Quanta petulanza, e poi tu stesso hai detto che la mia colpa era una cosa da nulla.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Sì, ma un vescovo in lista poteva far colpo sui miei capi. Invece sono stato imbrogliato da un bugiardo tonsurato.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Ricordati che sono l’autore del “De mendacio”: io venero la verità e reputo sempre illecita la menzogna.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Bugie, solo bugie!</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Ma sei proprio fissato! Ragiona: se la mia omissione fosse una menzogna, quindi un peccato, ora il mio nome sarebbe di nuovo scritto nel tuo libro.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Lasci stare i giochetti logici, tanto non li capisco, però so che queste cose tra gentiluomini non accadono. Io passavo per strada, non davo noia a nessuno, e mi sono fermato solo per riposare un attimo. (Cerca di sollevare il suo pesante libro per andare via). Non volevo fare conversazione, io!</p>
<p><strong>Agostino</strong> (a Adeodato): Figlio mio, aiuta il nostro ospite a caricarsi in spalla il suo libro, e mettigli sotto le ascelle questi rotoli di pergamena.</p>
<p><strong>Demone</strong>: Gabbato! Me lo merito, così imparo a fidarmi dei baciapile. Però non è bello approfittarsi del prossimo, abusare di chi è meno smaliziato. Sempre la solita musica: il dotto si prende gioco dell’ignorante e lo mette alla berlina di fronte ad amici e superiori.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Beh, non occorre sbandierare la faccenda ai quattro angoli della terra. Meglio tacere, credimi: a nessuno dei due giova che si diffonda la storiella del vescovo peccatore e del diavolo ingenuo. E poi, via, tutta questa canea per  un ufficio di compieta mancato!</p>
<p><strong>Demone</strong>: Dice bene, ma la fatica l’ho fatta io.</p>
<p><strong>Agostino</strong>: Quale fatica? Non hai neppure dovuto tentarmi, si è trattato di una semplice svista, una banale dimenticanza dovuta forse all’età. L’hai detto tu che per queste inezie non si va all’inferno.</p>
<p><strong>Demone</strong> (allontanandosi con il libro in spalla): Non ci si può più fidare di nessuno, come ti distrai ti fregano. Bella giustizia, bell’amore della verità!</p>
<p><strong>Agostino</strong> (al figlio Adeodato): E poi dicono “furbo come un diavolo”!</p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
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		<title>La nascita del sindacato</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Feb 2010 07:40:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
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<p>“Ehi! Laggiù, pelandroni, si batte la fiacca &#8211; gridò con tono autoritario il Fattore, agitando la grassa mano stretta a pugno contro un gruppetto d’operai intenti a cogliere grappoli tra le viti di un lungo filare &#8211; E voi, tartarughe! Credete d’essere davanti al botteghino del teatro! &#8211; aggiunse, rivolto ad alcuni portatori che, in fila, attendevano il turno per scaricare la loro cesta d’uva nel grande tino.</p>
<p>Il Fattore era sempre arrabbiato, per principio, ma quando il sole cominciava a battere più forte e gocce di sudore geminavano sulla sua flaccida fronte, benché stesse tutto il giorno seduto su una panca sotto un grande fico, diveniva facilmente irascibile.</p>
<p>Gli operai, ormai avvezzi, non prestavano attenzione alle sue grida: continuavano indifferenti a lavorare, senza mutare né ritmo né gesti.</p>
<p>Erano lì dall’alba e, dopo tante ore di lavoro, sporchi e sudati, si sentivano quasi marionette, ma resistevano al caldo e alla stanchezza in attesa che il sole salisse allo zenit: allora, finalmente, si sarebbero seduti all’ombra di una vite maritata, oppure sotto il grande fico, per consumare un magro desinare. I più fortunati avrebbero estratto dalla sacca appesa in vita uno spicchio di formaggio intinto nel miele o un tozzo di pane unto d’olio, molti però avevano con sé solo una piccola fiasca d’acqua a tracolla e piluccavano di nascosto chicchi d’uva, rischiando la frusta.</p>
<p>“Sì, per raddrizzarvi ci vorrebbe la frusta &#8211; borbottava fra sé il Fattore guardando di sottecchi tra i filari, mai contento di come procedeva il lavoro. Sorvegliava la vigna con la ferocia di un cane alla catena; al primo stormire di foglie ringhiava sbavando e, come un botolo davanti al suo pagliaio, abbaiava contro gli operai con l’aria di volerli sbranare.</p>
<p>Di fatto però si limitava a fare la voce grossa e tuttavia, nella vigna, nessuno osava mancargli di rispetto. Era temuto ma, a sua volta, temeva il Padrone e teneva corto il guinzaglio agli operai per non subire i suoi rimproveri.</p>
<p>La vendemmia volgeva al termine, l’annata era buona, il tempo caldo e asciutto. Gli operai lavoravano fianco a fianco in silenzio: con quel bollore non conveniva seccarsi la gola cantando o chiacchierando.</p>
<p><span id="more-1264"></span></p>
<p>All’improvviso un brusio invase la vigna. Una voce rimbalzava rapida tra i filari come d’estate un rigagnolo d’acqua corre sul terreno argilloso “al cancello, guardate al cancello…” e gli operai, sentendola, giravano la testa verso l’ingresso della vigna. Nell’ampio piazzale sterrato fuori del cancello il Fattore parlottava con un manipolo di facce sconosciute, gente di città modestamente abbigliata, mai vista da quelle parti. Evidentemente il Padrone, desideroso di concludere in anticipo la vendemmia, aveva ordinato di assumere altri braccianti.</p>
<p>Il piccolo drappello entrò quindi nella vigna, ma rimase in disparte. I nuovi arrivati, intimoriti, si sentivano stranieri e gli operai li scrutavano con diffidenza: loro si conoscevano tutti, abitavano in villaggi vicini, erano parenti e da sempre lavoravano insieme in quelle contrade che, per miglia e miglia, aveva un solo proprietario.</p>
<p>Il Fattore, tornando verso il fico, si accorse che ormai l’ombra ai suoi piedi era quasi scomparsa e gridò “Basta lavorare, si mangia!”. Era quasi allegro perché considerava quello il momento migliore della giornata: finalmente poteva per un po’ dimenticarsi della vigna e di quei fannulloni.</p>
<p>Ora che il sole era al suo culmine agli operai era concesso riposare. Di solito si abbandonavano ad una tranquilla inerzia: sdraiati all’ombra masticavano un povero pasto e, non più costretti a stringere i denti con le braccia alzate,  parlavano tra loro dei fatti quotidiani, le malattie, le nascite, le morti. Chi sceglieva di sedersi sotto il fico immaginava la dolcezza di gustare i frutti maturi appesi tra le foglie, destinati alla mensa del Padrone. Qualcuno si limitava a bere ma, dopo tante ore, l’acqua era calda e, nonostante l’aceto, non dissetava; qualcuno dormiva.</p>
<p>Il Fattore non trascorreva con gli operai il tempo della pausa, si rintanava in un angolo nascosto della vigna ed allestiva per sé e qualche caporale un piccolo banchetto: dentro il profondo pozzo teneva in fresco una brocca colma di vino.</p>
<p>Quel giorno però, a causa dei nuovi venuti, il cicalio degli operai non era come sempre tranquillo: le voci di tanto in tanto si alzavano, quasi altercando, ed i vignaioli, raccolti in un unico crocchio, come pecore sotto il sole d’agosto, sembravano agitati.</p>
<p>“Ma allora è vero, hanno fatto venire gente nuova per la vendemmia” disse Efrem.</p>
<p>“Che c’è di male?” chiese un ragazzino dall’aria sprovveduta</p>
<p>“C’è molto di male, &#8211; replicò Ruben &#8211; prima al Padrone bastavamo noi per mandare avanti la vigna e quando il mosto era nel tino ci chiamava a zappare per preparare i campi alla semina poi, ai primi freddi, raccoglievamo le olive: lavorando tutto l’anno, con  la paga e la nostra parte d’olio e di vino si campava alla meglio”</p>
<p>“A patto di non mettere troppe bocche in tavola” obiettò un uomo che aveva una prole numerosa.</p>
<p>“Ora però dovremo dividere i guadagni con altri” aggiunse Ruben.</p>
<p>“Anche loro vorranno la loro cucchiaiata di zuppa di lenticchie” esclamò sconsolato Efrem.</p>
<p>“Sì, e più siamo più piccolo è il boccone che ci tocca!” aggiunse un ragazzo dall’aria affamata.</p>
<p>“Ma non è tutto &#8211; disse, abbassando la voce Gad “Faccia di topo”, un giovanotto smilzo con un muso da sorcio scodato &#8211; senza farmi vedere mi sono avvicinato al cancello, mentre parlavano, ed ho sentito il Fattore promettere agli stranieri la nostra stessa paga!”</p>
<p>La piccola folla, udendo l’incredibile notizia, iniziò a rumoreggiare.</p>
<p>“Di certo hai frainteso &#8211; esclamò un uomo rimasto fino ad allora silenzioso e in disparte &#8211; come possono questi operai, assunti a mezza giornata, ricevere l’intera paga?</p>
<p>“Davvero si stenta a crederlo, &#8211; disse l’uomo con la famiglia numerosa &#8211; noi siamo qui dall’alba a romperci la schiena per un denaro e questi sfaccendati, dopo aver dormito saporitamente tutta la mattina, si presentano al cancello belli freschi giusto all’ora di pranzo e concordano con il Fattore il nostro stesso compenso?!”</p>
<p>“Dobbiamo fare qualcosa” esclamò Ruben.</p>
<p>“Tu sei giovane, Ruben, e prendi facilmente fuoco &#8211; disse Eleazar, il più anziano degli operai &#8211; credi che il Padrone sia uno sciocco? Io lo conosco fin da quando era un bambino e accompagnava nella vigna il padre, non getterebbe mai al vento i suoi quattrini e poi, perché mai dovrebbe comportarsi così ingiustamente nei nostri confronti? Forse il Fattore, quando stasera ci pagherà la giornata, terrà in conto il nostro sudore: darà un denaro ai nuovi arrivati e due a noi che lavoriamo da prima che il gallo canti.”</p>
<p>“Io non ci scommetterei la paga &#8211; disse Gad, atteggiando il suo musetto da roditore in un’espressione beffarda.</p>
<p>“Ha ragione “Faccia di topo&#8221; &#8211; disse il giovanotto dall’aria affamata &#8211; i padroni sono teste balzane, fanno quello che vogliono ed a volte, per simpatia, regalano fortune, specie alle femmine, figuriamoci un solo misero denaro.”</p>
<p>Il Fattore intento a sonnecchiare dopo il suo lauto pasto, si avvide in ritardo del montante scontento: piombò sul branco in subbuglio come un’aquila sui nati del gregge, ma era già troppo tardi.</p>
<p>“Cos’è questa congiura! Bricconi! Se avete la forza di blaterare di cose che non vi riguardano potete anche tornare al lavoro.”</p>
<p>“Parlavamo della nostra paga, ti pare che non sia un affare che ci riguarda? “ rispose, senza farsi intimorire, Ruben.</p>
<p>“Qualcuno ha paura di non ricevere la paga pattuita? E’ mai capitato che io non vi pagassi quanto dovuto o per caso il Padrone è vostro debitore?”. La voce del Fattore, una volta tanto, non era arrabbiata ma quasi ironica.</p>
<p>“Non è questo il problema. In giro si dice che ai nuovi arrivati il Padrone darà doppia paga” replicò Ruben, divenuto portavoce degli intimoriti contestatori. Gli operai avevano tutti paura del Fattore, anche se non potevano dire che avesse mai fatto davvero del male a qualcuno di loro.</p>
<p>“Pensate ai fatti vostri e non al Padrone. E’ un uomo ricco e potente, fa quello che vuole”</p>
<p>“Ma quando una cosa non è giusta non è giusta &#8211; obiettò il padre di famiglia  - anche a noi piacerebbe guadagnare di più e lavorare di meno”</p>
<p>“Allora domani non venire alla vigna, vai a passeggio in città e forse il Padrone ti ingaggerà al doppio della paga. Oppure rimarrai a spasso e la tua legione di figli se ne starà a bocca asciutta” rispose secco il Fattore “e gli altri che non vogliono più lavorare per il misero denaro pattuito possono seguire il tuo esempio. Chi siete voi per decidere come il Padrone deve spendere i suoi quattrini? Volete strappare le vesti alle sue concubine, rovesciare le ricche pietanze del suo desco, gli impedirete di cavalcare i suoi destrieri di lusso?</p>
<p>“Noi non giudichiamo il tuo Signore, solo non comprendiamo questo diverso trattamento &#8211; rispose con fermezza Ruben &#8211; Siamo povera gente, le braccia sono la nostra sola ricchezza, e non sappiamo nulla di concubine e destrieri: però lavoriamo ogni giorno, fianco a fianco, e tutti pensiamo di meritare la stessa mercede. Il Padrone può premiare i suoi beniamini con doni e favori, ma a noi operai deve dare quanto ci spetta, se vuole che la pace regni nella sua vigna.”</p>
<p>“I vostri discorsi non mi piacciono. Da quando in qua chi vende le sue braccia ha diritto di fissare prezzo e condizioni? &#8211; disse il Fattore, intenzionato a chiudere al più presto la contesa &#8211; pensate bene a quello che fate. Il Padrone, se vuole, può mandare in rovina la vigna e lasciarvi senza lavoro: si leverebbe un capriccio e tanto rimarrebbe ricco, perché possiede tutto quello che si vede, qui intorno, per miglia. Credetemi, chi sta in alto si diverte con la povera gente come il gatto col topo.”</p>
<p>“In verità io credo sia un signore giusto e buono &#8211; obiettò il vecchio Eleazar &#8211; non il tiranno di cui parli.”</p>
<p>“Ma stai zitto, che può sapere di queste cose un villano! &#8211; disse il Fattore con voce quasi accorata; anche lui, in gioventù, era stato bracciante ed aveva un padre con i capelli bianchi.</p>
<p>“Via, via, è ora di andare a lavorare, fannulloni – gridò, di nuovo burbero &#8211; e non infastidite i nuovi arrivati: il Padrone che li ha fatti venire e li proteggerà dalle vostre prepotenze. E fate silenzio o, quanto è vero Dio, vi prendo a nerbate come gli asini che siete!”</p>
<p>Gli operai, con la testa curva e l’aria rassegnata, si dispersero nuovamente tra i filari, ma il mormorio non cessò.</p>
<p>Gad cercò subito di attaccare discorso con i lavoratori venuti dalla città: era testardo e astuto, anche a caccia di rado la preda gli sfuggiva.</p>
<p>“Davvero conosci il Padrone della vigna?” chiese al suo vicino di filare, un giovanotto dall’aria distinta. La recluta non rispose; sembrava non avesse voglia  di parlare, ma più per imbarazzo che per timore.</p>
<p>Gad tuttavia non si arrendeva facilmente “A dire il vero &#8211; aggiunse &#8211; non mi sembri neppure un vignaiolo, cogli i grappoli con la lentezza di mia nonna. Sei di certo un novellino!”</p>
<p>Il giovanotto, punto nel vivo, replicò con stizza “Proprio così, questa mattina passeggiavo in città senza far nulla quando il signore di queste terre mi ha invitato a venire nella sua vigna. ‘Ti darò il giusto’, mi ha detto, ed io ho accettato perché la mia eredità sta nelle tasche dei tavernieri e non so più come pagare i debiti.”</p>
<p>“Promettere quel che è giusto non significa stabilire un prezzo preciso”, osservò Gad, interessato più alla questione del compenso che alle disavventure economiche del suo nuovo amico.</p>
<p>“Il Fattore mi ha offerto un denaro a giornata!” precisò il giovane.</p>
<p>“Non sono bravo a fare i conti, ma direi che sono due denari a giornata &#8211; replicò “Faccia di topo” &#8211; perché hai iniziato a lavorare dopo la mezza. A noi daranno solo un denaro e siamo qui dall’alba. E questo, capirai, non ci sta bene.”</p>
<p>“In effetti sarebbe come se, in tribunale, l’omicida e il ladro ricevessero la stessa pena” osservò il giovane che, prima di ereditare, era studente e conosceva la Legge “oppure, &#8211; aggiunse Gad in tono scherzoso – alla taverna tu mangiassi  due pernici, io un uovo in camicia e l’oste ci presentasse lo stesso conto”.</p>
<p>“Però, devi ammettere, non è colpa nostra, &#8211; replicò il giovane di città, reso più socievole dalla consapevolezza di non essere inviso al compagno &#8211; e so per certo che altri, dopo di noi, sono stati invitati  a venire e lavoreranno, al massimo, due ore”</p>
<p>Gad, scivolando tra i filari, corse a riferire la notizia a Ruben.</p>
<p>“Dobbiamo proprio fare qualcosa &#8211; disse Ruben a Efrem &#8211; ma la soluzione non è lottare tra di noi vignaioli come gladiatori del circo.”</p>
<p>“Saprei io contro chi battermi nell’arena &#8211; replicò Efrem, sempre pronto a menar le mani quando si trattava di resistere ai soprusi.</p>
<p>Con un rapido passa-parola si decise di agire la sera, al momento di mettersi in fila per ricevere la mercede.</p>
<p>La giornata sembrava non avere mai fine.</p>
<p>Gli operai alla vigna dall’alba erano esausti, ma anche gli sfaccendati giunti a mezzogiorno si sentivano a pezzi e maledivano con tutto il cuore il momento in cui avevano accettato l’offerta del Padrone. Persino gli ultimi arrivati che avevano sudato a stento per un’ora erano stanchi e desideravano solo tornare a casa.</p>
<p>“Quando, passando per queste contrade, vedevo i contadini all’opera non pensavo faticassero tanto” disse il giovane di città a Gad.</p>
<p>“La terra è bassa, fratello” rispose “Faccia di topo”, atteggiandosi ad uomo vissuto.</p>
<p>Poi giunsero le prime ombre della notte ed il Fattore suonò il piccolo corno che annunciava la fine del lavoro. Gli operai si raccolsero vicino al cancello ma, invece di mettersi in fila davanti al tavolino su cui il Fattore, come ogni sera, avrebbe lasciato cadere con studiata lentezza, moneta per moneta, la loro paga, rimasero in gruppo.</p>
<p>“Non dobbiamo lottare tra di noi, &#8211; disse Ruben rivolto ai nuovi compagni &#8211; tutti abbiamo diritto di lavorare, ma a giuste condizioni. E, per farci valere, occorre essere uniti e concordi.”</p>
<p>I novellini, distrutti dalla fatica, annuirono quasi con entusiasmo.</p>
<p>Il Fattore comprese al volo la situazione. Era già accaduto che braccianti arrabbiati  assalissero il padrone o i suoi servitori, distruggendo il raccolto. Una zuffa non lo spaventava ma, in qualche caso, pensò tra sé, c’era scappato il morto e la violenza si sa come comincia ma non dove finisce. Decise quindi di avvertire il Signore della vigna perché venisse a soccorrerlo: nel frattempo doveva solo attendere, e cercare di evitare lo scontro.</p>
<p>Si accomodò al suo banchetto di pagatore e mise in bella vista le monete, pensando che, alla peggio, i rivoltosi sarebbero scappati con la cassa; ma sotto il mantello teneva nascosta una daga, per ogni evenienza. E’ brava gente, si disse, ma quando il sangue va alla testa anche gli agnelli mordono.</p>
<p>“Allora, si comincia?- esclamò quasi gioviale &#8211; mettetevi in fila, si fanno i conti!” Gli operai però non sembravano intenzionati ad ubbidire, rimanevano immobili come statue di marmo, impietriti dall’audacia del loro gesto.</p>
<p>Dopo qualche secondo Ruben si fece coraggio e, rivolto al Fattore, disse con voce decisa ma tranquilla “Prima di pagarci la giornata, chiama il Padrone della vigna perché vogliamo parlare con lui”.</p>
<p>“Ecco che viene &#8211; esclamò sollevato il Fattore, scorgendo in lontananza una nube di polvere &#8211; direte a lui le vostre ragioni.”</p>
<p>Il Signore della vigna e di tutte le terre circostanti, accompagnato dai suoi servitori in armi, sopraggiunse al galoppo. Scese da cavallo e, scuro in volto, si pose a fianco del Fattore. Alcuni operai non avevano mai visto la sua faccia: colui che possedeva le vigne, gli orti, i campi, i pascoli, i boschi, gli oliveti e tutto quanto si vedeva intorno a perdita d’occhio quasi mai si abbassava a calpestare la sua terra.</p>
<p>“Paga la mercede iniziando dagli ultimi arrivati” ordinò seccamente al Fattore.</p>
<p>Gli operai si misero in fila, non osavano contraddire l’irato Padrone.</p>
<p>A tutti fu contato un denaro. Un cupo mormorio agitava la piccola folla, nessuno però voleva parlare.</p>
<p>“Cos’è che non va? &#8211; chiese il Padrone al Fattore &#8211; perché mugugnano, non hanno forse avuto quanto pattuito?”</p>
<p>“Certo Signore, come tu hai comandato” disse umile il Fattore.</p>
<p>Ruben comprese che quello era il momento di parlare. O mai più.</p>
<p>“Signore, &#8211; disse avanzando verso il banchetto &#8211; tra noi alcuni hanno passato tutta la giornata lavorando, altri si sono affaticati solo poche ore e tutti abbiamo ricevuto un denaro”</p>
<p>“Hai avuto il tuo?  Piglialo e vattene!” replicò freddamente il Padrone.</p>
<p>“Noi non pensiamo sia giusto &#8211; proseguì Ruben, fingendo di non aver udito l’ordine perentorio del Padrone &#8211; e siamo tutti d’accordo, perché anche chi oggi è stato favorito, domani potrebbe ricevere un compenso iniquo.”</p>
<p>“Il giusto e l’ingiusto nella vigna e nelle terre da qui all’orizzonte è ciò che io voglio o non voglio &#8211; disse il Padrone &#8211; Chi siete voi per decidere cosa devo fare del mio? Io sono molto potente, non mi sfidate! Chi ha osato in precedenza lottare con me, è stato spazzato via dalla mia ira. Domani verranno altri chiamati che io compenserò a mio piacere e vi sostituiranno nella vigna: per la vostra insolenza patirete la fame e sarete costretti a mendicare il lavoro lontano da casa.”</p>
<p>“Signore, noi vogliamo solo una giusta mercede &#8211; replicò Ruben &#8211; se tu ci cacci e fai venire altri braccianti noi rimarremo davanti al cancello tutta la notte e tutto il giorno. Nessuno potrà entrare nella vigna. Solo noi. Ma la vendemmia si farà quando tu pagherai a tutti lo stesso compenso.”</p>
<p>“Stupidi vermi presuntuosi! &#8211; disse il Padrone con voce tagliente più del vetro &#8211; Chiamate ingiustizia la mia bontà e pretendete d’impormi il vostro volere ma, quanto è vero che sono il Signore di queste terre, vi soffierò via come festuche, ridurrò le vostre ossa in poltiglia, sterminerò le vostre famiglie, distruggerò le vostre case fino alle fondamenta e nessuno, mai, potrà chiedere conto delle mie azioni.”</p>
<p>Gli operai, sentendo minacciati i loro figli ed i loro beni, presero all’improvviso coraggio. Il Fattore tra sé pensò “Ora arriva il bello” e posò la mano sull’elsa della daga.</p>
<p>Il mormorio in breve divenne un grido fatto di tante voci “Tu non puoi ucciderci e rimanere impunito” urlavano infuriati i vignaioli “anche noi siamo uomini”, “Non ci spaventi con le tue minacce”, “Troveremo un tribunale che ci dia ragione”. Qualcuno gridava “Ci faremo giustizia da noi” e Ruben, a voce più alta di tutti, disse “Noi lotteremo insieme sino alla fine”.</p>
<p>Nel gran clamore all’improvviso emerse la voce stridula del ragazzo dall’aria sprovveduta: “Noi siamo vermi ma tu, tu non sei nessuno, nessuno” strillava isterico “ma chi sarai mai, ma che vuoi, ma chi credi di essere?!”</p>
<p>“Io? &#8211; rispose il Signore guardando imperturbabile la folla in tumulto &#8211; Io sono chi sono”.</p>
<p><em>Matteo</em>, 20, 1-16</p>
<p><em>Esodo</em>, 3, 13-14</p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
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		<title>La buca</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Feb 2010 07:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Selva Sacra]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Dughet]]></category>
		<category><![CDATA[S. Agostino]]></category>
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<p><strong>Personaggi:</strong></p>
<p>Primo giovane</p>
<p>Secondo giovane</p>
<p>Un bambino</p>
<p>Una matrona</p>
<p>Un ecclesiastico</p>
<p>Un pittore</p>
<p>La scena si svolge sulla spiaggia di una località dell’Africa settentrionale, nei primi secoli dell’Era Cristiana.</p>
<p><strong>Primo giovane</strong>: Questo mi sembra il posto giusto. Su, mettiamoci al lavoro (afferra a due mani la vanga che ha in spalla)</p>
<p><strong>Secondo giovane</strong>: Per me siamo troppo vicini a quelle case di pescatori, potremmo dare nell’occhio.</p>
<p><strong>Primo giovane</strong>: Senti, prima o poi ci dobbiamo procurare il bambino, quindi tanto vale restare in prossimità dell’abitato. Io scavo e tu porti la rena oltre quella duna.</p>
<p><strong>Secondo giovane</strong>: Mi sembra una fatica inutile, potremmo semplicemente raccogliere la sabbia a lato della buca.</p>
<p><strong>Primo giovane</strong>: Sei sempre il solito scansafatiche! Eppure lo dovresti sapere, con me le cose si fanno bene o non si fanno. La tua montagnola di sabbia farebbe subito capire che qui c’è una buca.</p>
<p><strong>Secondo giovane</strong>: Dicevo così, per dire, il capo sei tu.</p>
<p><strong>Primo giovane</strong>: La buca non si deve vedere da lontano, altrimenti manca l’effetto sorpresa e magari “lui” si insospettisce e passa da un’altra parte.</p>
<p><strong>Secondo giovane</strong>: Non potrebbe comunque evitarla, la spiaggia in questo punto è stretta e costeggia la pineta.</p>
<p><strong>Primo giovane</strong>: Giusto, e “lui” deve per forza passeggiare sulla spiaggia.</p>
<p><span id="more-1175"></span></p>
<p><strong>Secondo giovane</strong>: Forse dovremmo tenerci più lontani dalla battigia, la marea potrebbe ingoiarsi il nostro lavoro. E se si alza il vento? I cavalloni ci metterebbero un attimo a far sparire buca e bambino!</p>
<p><strong>Primo giovane</strong>: E magari l’intero paese potrebbe sprofondare come Atlantide. Se hai finito con il catalogo delle disgrazie di Nettuno mettiti a lavorare!</p>
<p><strong>Secondo giovane</strong>: Credimi, quando siamo in questo Mondo la prudenza non è mai troppa. A proposito, la conchiglia l’hai portata?</p>
<p><strong>Primo giovane</strong>: Siamo al mare, vuoi che non trovi da qualche parte una conchiglia!</p>
<p><strong>Secondo giovane</strong>: In giro io vedo solo gusci di telline del tutto inadatti allo scopo.</p>
<p><strong>Primo giovane</strong>: E cosa vorresti, un nautilo? Comunque se non trovo una conchiglia come si deve vado alla bancarella di <em>souvenirs</em> che sta vicino alle terme…</p>
<p><strong>Secondo giovane</strong>: No, le teme no! Lo sai che non possiamo avvicinarci a quel genere di locali.</p>
<p><strong>Primo giovane</strong>: Porta via la sabbia e non farmi la predica. Ho certi nervi!</p>
<p><strong>Secondo giovane</strong>: Ti capisco, organizzare un evento del genere non è semplice, ci sono troppe variabili. La madre, ad esempio, è un tipo petulante: metti che a tavola gli fa una ramanzina, lo mette di malumore e “Lui” rinuncia alla solita passeggiata postprandiale&#8230;</p>
<p><strong>Primo giovane</strong>: E così, mentre noi lo aspettiamo tutto il pomeriggio, “lui” se sta chiuso nel suo studio e così abbiamo faticato tanto per nulla.</p>
<p><strong>Secondo giovane:</strong> Anche il tempo peggiora, il cielo si sta rannuvolando…Forse potrebbe addirittura piovere. E “lui” non è certo il tipo che passeggia sotto un acquazzone.</p>
<p><strong>Primo giovane</strong>: Guarda, laggiù ci sono dei bambini che giocano intorno ad una barca in secca, vai a prenderne uno.</p>
<p><strong>Secondo giovane</strong>: E perché io? Magari nei dintorni c’è qualche parente che mi scambia per un maniaco greco e mi riempie di botte.</p>
<p><strong>Primo giovane</strong>: Senti, non posso fare tutto da solo! Io penso alla conchiglia e tu al bambino. E mi raccomando, che sia ben preparato (si allontana).</p>
<p><strong>Secondo giovane</strong>: Bambino, ehi, bambino.</p>
<p><strong>Bambino</strong>: Chiama me, signore?</p>
<p><strong>Secondo giovane</strong>: Sì, vieni qui: vorrei che tu mi aiutassi a fare uno scherzo ad un amico, un tipo che si dà arie da filosofo, dovresti… (bisbiglia lungamente all’orecchio del bambino).</p>
<p>Nel frattempo sopraggiunge una matrona di mezza età. Si ferma e guarda con disapprovazione la buca.</p>
<p><strong>Matrona</strong>: Che tempi! Non si può più passeggiare tranquillamente neppure sulla spiaggia! Se si cade in una buca del genere si rischia l’osso del collo. Vorrei proprio sapere chi sono i teppisti che si divertono a trasformare la battigia in una gruviera: eccone uno!  Bambino, richiudi subito quel trabocchetto micidiale o mi rivolgerò ai tuoi genitori, e poi vedi che busse!</p>
<p><strong>Bambino</strong> (piangendo): Non sono stato io! Io non c’entro. E’ lui che ha scavato la buca (indica il Secondo giovane).</p>
<p><strong>Matrona</strong>: Ah sì! Lei mi sembra un po’ cresciuto per fare certe marachelle, non è certo di buon esempio al suo bambino. Magari avete pure una palla nascosta da qualche parte. Per caso vi divertite a mettere in difficoltà le anziane matrone?</p>
<p><strong>Secondo giovane</strong>: Le assicuro che non ho l’abitudine di giocare a pallone sulla spiaggia e la buca non è una trappola per bagnanti: è stata realizzata con un fine del tutto diverso, edificante. E poi questo bambino non è mio figlio.</p>
<p><strong>Matrona</strong>: Davvero? Allora perché gli sussurrava qualcosa all’orecchio con tanta confidenza. Non sarà per caso un greco? Guardi che certe porcherie oggigiorno non si tollerano più neanche a Sparta ed Atene, figuriamoci da queste parti!</p>
<p><strong>Secondo giovane</strong>: Ma no, lei ha frainteso: non facevo nulla di male, insegnavo al bambino una piccola parte che deve recitare in una burla. Una cosa innocente, tanto per ridere tra amici.</p>
<p><strong>Matrona</strong>: Sarà, ma non ci vedo chiaro.</p>
<p><strong>Primo giovane</strong> (si presenta con la conchiglia che ha appena acquistato): Tre sesterzi per una conchiglia, che ladri!</p>
<p><strong>Secondo giovane</strong>: Forse era meglio accontentarsi di un secchiello o un cucchiaio.</p>
<p><strong>Primo giovane</strong>: Presto, mettiamoci in posizione! “Lui” si sta avvicinando. Bambino, ecco, prendi la conchiglia e datti da fare.</p>
<p>Il bambino, utilizzando la conchiglia, inizia a versare nella buca acqua prelevata dal mare. Il suo via vai è frenetico.</p>
<p><strong>Matrona</strong>: Ma che gioco sarebbe? Non capisco!</p>
<p>Un Ecclesiastico in veste nera, intento a leggere un libro, si avvicina camminando lentamente. Nel frattempo i due giovani spariscono.</p>
<p><strong>Matrona</strong>: Finalmente una persona dotata di buon senso. Padre reverendissimo mi dica lei se è normale vedere due adulti che si comportano come ragazzini, scavano buche nella sabbia per fare scherzi ai bagnanti e coinvolgono nei loro giochi di dubbio gusto anche una povera creatura innocente.</p>
<p><strong>Ecclesiastico</strong> (sollevando lo sguardo dal libro): Cara signora, non mi sembra che nei dintorni si trovino individui siffatti, io vedo solo questo dolce bambino che gioca con la sua conchiglia. Ma cosa stai facendo esattamente piccolino?</p>
<p><strong>Bambino</strong>: Verso tutta l’acqua del mare nella buca.</p>
<p><strong>Ecclesiastico</strong>: Sciocchino, come può quella piccola buca contenere l’immenso mare?</p>
<p><strong>Matrona</strong>: Beh, si sa che i bambini a quell’età sono pieni di fantasia, io ho tre nipotini… non si può certo pretendere che ragionino con l testa di un adulto!</p>
<p><strong>Bambino</strong>: Sarò anche un bambino, però se la mia buca non può contenere il mare neanche la tua limitata mente umana può contenere l’infinita grandezza di Dio.</p>
<p><strong>Ecclesiastico</strong> (volgendosi al cielo nel gesto dell’orante): Signore, io ho preteso di comprendere il mistero della divina Trinità e Tu, per mezzo di questo innocente, hai giustamente umiliato la mia superbia intellettuale.</p>
<p><strong>Matrona</strong>: Piccolo impertinente, chiedi subito scusa al Reverendo. E’ questo che ti hanno suggerito di dire quei due birbanti sconsacrati! (dà uno schiaffo al bambino che si mette a piangere) Prendersi gioco di un ecclesiastico! Vergogna! (rivolta all’ecclesiastico) Davvero, mi creda reverendo, sono costernata. Simili ribalderie non si erano ancora mai viste a Ippona!</p>
<p><strong>Ecclesiastico</strong>: Signora, penso proprio che lei non abbia afferrato il senso recondito delle parole di questo piccolo angelo. (accarezza la testa del bambino)</p>
<p><strong>Bambino</strong>: (piangendo) Non è colpa mia, io non ho fatto niente</p>
<p>Appaiono nuovamente i due giovani, questa volta in veste d’angeli alati.</p>
<p><strong>Secondo angelo</strong>: Altro che senso recondito, la vecchia impicciona ha rovinato tutto.</p>
<p><strong>Primo angelo</strong>: La sua presenza non era prevista. Sulla spiaggia Sant’Agostino doveva incontrare solo il bambino.</p>
<p><strong>Ecclesiastico (Sant’Agostino)</strong>: Su via, messaggeri celesti, non ve la prendete con questa povera donna, non aveva cattive intenzioni. Ho compreso ugualmente la lezione, però c’è una cosa che vorrei dirvi… la storia della buca e del bambino, devo riconoscere, è molto bella e piena di profondi significati, ma non ho intenzione di inserirla nelle mie opere, anche se non sfigurerebbe in un capitolo delle “Confessioni”. I lettori potrebbero pensare che i quindici libri del “De Trinitate” siano frutto delle meditazioni di un presuntuoso sprovveduto e poi… a nessuno piace fare la figura dello stupido.</p>
<p><strong>Secondo angelo</strong>: Stai a vedere che facciamo finta che non sia successo nulla, con tutta la fatica che c’è costato preparare l’incontro! E già, i pezzi grossi come lei, Dottore, non si preoccupano del sudore dei poveri diavoli che si rompono la schiena per mandare avanti la baracca e farla durare nei secoli! Ci tengono al loro prestigio, a quello che pensa di loro la gente.</p>
<p><strong>Ecclesiatico (Sant’Agostino)</strong>: Ma no, che dici! E poi sono sicuro che l’episodio rimarrà nella tradizione, ci sono tutti gli elementi che piacciono al pubblico, l’ambientazione in una località di mare, un bambino, la <em>suspence</em> e il colpo di scena finale: è il tipico aneddoto che i fedeli memorizzano facilmente ed i pittori amano rappresentare.</p>
<p>Entra il pittore Gaspard Dughet con un carrellino pieno di colori, pennelli e tele bianche.</p>
<p><strong>Pittore (Dughet)</strong>: Qualcuno ha bisogno di un pittore? Ma bene, visto che siamo tutti qui e</p>
<p>la luce è giusta, si potrebbe fare una bella posa! (prende una tela e la sistema su un cavalletto)</p>
<p><strong>Matrona</strong>: Può aspettare un attimo, ho i capelli in disordine.</p>
<p><strong>Pittore (Dughet)</strong>: Guardi signora che lei non fa parte del gruppo; anche gli angeli si possono allontanare. In primo piano voglio solo Sant’Agostino con il ragazzo, ma in mano deve tenere un secchiello, è più realistico di quella conchiglia tropicale, roba da turisti.  Sullo sfondo il mare (inizia a dipingere) ed a lato un carrettino che passa… un tocco di pittoresco non guasta mai.  Ecco, fermi così…</p>
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