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	<title>Scrivolo &#187; GioVediamoci</title>
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		<title>Il venditore di collanine &#8211; 1</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 06:30:48 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[GioVediamoci]]></category>
		<category><![CDATA[amicizia]]></category>
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		<description><![CDATA[Un racconto in due puntate di Giuseppe Montiroli. Prima Parte. Mario era in vacanza in Versilia. Viareggio era [<a href="http://www.scrivolo.it/2012/02/il-venditore-di-collanine-1/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton3227" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2F45i3f&amp;via=scrivolo&amp;text=Il%20venditore%20di%20collanine%20%26%238211%3B%201&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2012%2F02%2Fil-venditore-di-collanine-1%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2012/02/CalcioSpiaggia.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3228" title="Calcio sulla spiaggia" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2012/02/CalcioSpiaggia.jpg" alt="" width="580" height="383" /></a><br />
<span style="color: #0000ff;">Un racconto in due puntate di <a href="http://www.scrivolo.it/gli-ospiti/giuseppe-montiroli/">Giuseppe Montiroli</a>.</span></p>
<h3>Prima Parte.</h3>
<div>
<p>Mario era in vacanza in Versilia. Viareggio era un punto d&#8217;arrivo e fare due settimane al mare lì significava che nella vita, in qualche modo, avevi svoltato. Specialmente se alloggiavi in un hotel a molte stelle. E poi potevi incontrare anche qualche calciatore che ti poteva interessare. Perché Mario Astolfi era un direttore sportivo. Era stato un buon giocatore. Giovanili di alto livello e quindici anni di carriera spesi fra serie A e serie B. Era stato fortunato ed aveva partecipato, appena ventenne, ai Giochi del Mediterraneo e quella maglia azzurra sembrava il viatico per una brillante carriera. In seguito aveva vinto uno scudetto anche se non da protagonista, aveva giocato in Coppa dei Campioni e in Coppa UEFA. Poi era iniziato un lento peregrinare in squadre che lottavano per non retrocedere in B ed altre che lottavano per essere promosse in A. Poi dieci anni prima da addetto all&#8217;arbitro poi dirigente accompagnatore ed ora una brillante carriera da direttore sportivo. Il tutto a Bologna, l&#8217;ultima squadra in cui aveva giocato e la dimensione provinciale gli permetteva di lavorare con tranquillità. Poteva lanciare un paio di giovani all&#8217;anno. Anzi, doveva. Aveva quarantacinque anni ma ne dimostrava dieci di meno. Correva tutte le mattine, anche sotto la pioggia, anche in vacanza, anche per far passare due linee di febbre. Era divorziato e senza figli. L&#8217;unico vizio che si concedeva erano quattro o cinque sigarette al giorno e mai prima di pranzo. Aveva sempre corso in campo. Era un mediano, di quelli che rubavano i palloni a centrocampo e li portavano direttamente ai piedi del regista. Non era mai stato il capitano perché girava molte squadre ma un idolo dei tifosi quello sì, ovunque andava.</p>
</div>
<p style="text-align: center;">_</p>
<p>“Buongiorno signor Astolfi, resti in linea le passo il presidente” la voce era di Antonella, la segretaria storica del club.</p>
<p>Seguirono quindici secondi di attesa poi</p>
<p>“Buongiorno Mario come va?”</p>
<p>“Bene presidente, quando ci si riposa va sempre bene”</p>
<p>“Ha sentito De Carli?”</p>
<p>“Sì, e stasera a cena vedrò il suo procuratore. Penso che alla fine si farà, ha l&#8217;età giusta per fare il salto in seria A”</p>
<p>“Bene, allora ci sentiamo domani”</p>
<p>“Certo, la chiamo io in sede”</p>
<p>La squadra aveva bisogno solo di qualche ritocco. Era una società che ogni anno doveva lottare fino alla fine per non retrocedere ma ce la faceva comunque. E lui era un mago nello scoprire giovani promesse e nel rilanciare qualcuno dal dimenticatoio.</p>
<p><span id="more-3227"></span></p>
<p>Erano le sei di pomeriggio, l&#8217;ora migliore per godersi la spiaggia. Lentamente la gente andava via e i ragazzini si impadronivano del bagnasciuga per dare quattro calci ad un pallone. Li guardava con occhio clinico, non poteva farne a meno. Dopo due tocchi capiva chi prendeva a calci il pallone e chi invece ci sapeva fare. Quando doveva scegliere un giocatore si preoccupava sempre che avesse una buona tecnica di base. Anche se era un terzino o uno stopper. Li chiamava ancora così e gli faceva ridere come li chiamavano adesso. Laterale difensivo, difensore centrale. E lui adesso sarebbe un quarto basso nel centrocampo a rombo. Invece era stato solo un “semplice” mediano. Come se adesso si volesse dare nobiltà a dei ruoli già nobili di loro. Una volta quando gli chiedevano in che ruolo giocava rispondeva “quattro” e tutti capivano subito il ruolo e la posizione in campo. Bah!</p>
<p>Gli sarebbe piaciuto aggregarsi ma si sarebbe sentito ridicolo.</p>
<div>
<p>Mentre li guardava palleggiare fra loro sentì una voce vicina, troppo vicina per i suoi gusti. Era un marocchino, di quelli che in spiaggia vendono di tutto. O almeno pensava fosse marocchino, basta che uno venda qualcosa in spiaggia ed è un marocchino anche se è senegalese o cingalese. Aveva più o meno la sua età, e questo un po&#8217; lo mise a disagio. Vestiva un paio di pantaloni leggeri color nocciola, una maglietta grigia e indossava un paio di sandali. Era magro, anzi asciutto. Stava trattando la vendita di una collanina di basso pregio [ad] con una ragazza due file prima della sua. Mario raccolse velocemente le sue cose e si incamminò verso l&#8217;hotel.</p>
<p style="text-align: center;">-</p>
</div>
<p>Il giorno dopo telefonò di prima mattina in sede per confermare l&#8217;interesse del procuratore riguardo al trasferimento di De Carli. Si trattava di un&#8217;ala vecchio stampo, di quelli che ce ne sono sempre di meno tutto corsa, dribbling secchi e cross tagliati. Segnava anche qualche gol ed avrebbe fatto comodo per il prossimo anno. Era contento, Mario. Telefonini ed internet agevolavano il suo lavoro e lo rendevano possibile anche standosene sdraiati su un lettino in spiaggia. Anche alle sei di pomeriggio.</p>
<p>Questa volta non lo sentì arrivare e se lo ritrovò di fianco.</p>
<p>“Ciao, vuoi comprare qualcosa?”</p>
<p>Il sorriso del marocchino lo colpì per la bianchezza dei denti che facevano contrasto con la pelle leggermente scura. Guardò distrattamente la mercanzia che si portava appresso. Collane, finti Rolex, accendini e cd masterizzati.</p>
<p>“No grazie, non mi serve niente”</p>
<p>Avrebbe voluto essere più duro nella voce ma l&#8217;età insolitamente avanzata dell&#8217;uomo per quel lavoro lo frenò.</p>
<p>“Allora ciao amico” disse il marocchino allontanandosi senza insistere. Appena passò vicino al solito gruppetto di ragazzi lo vide appoggiare sulla sabbia la mercanzia.</p>
<div>
<p>“Mansour! Fai due tiri, dài” disse uno di quelli bravi (ormai li riconosceva). E così dicendo gli tirò il pallone. Mansour  non se lo fece ripetere e stoppò la palla con maestria. Fece una decina di palleggi e ripassò la palla a quello più vicino. Quando gli ritornò la fermò al volo sul collo del piede, poi con naturalezza la trasferì sulla fronte e la fece scivolare dietro la testa fermandola sulla nuca. Continuarono così per dieci minuti durante i quali Mario capì che fra il marocchino e i ragazzi c&#8217;era un rapporto datato. Lui li chiamava per nome o per soprannome e si divertiva come un matto. Sdraiato sul suo lettino provò una sorta di invidia verso quel coetaneo che giocava a pallone con ragazzini che potevano essere suoi figli. Poi ad un certo punto Mansour salutò il gruppo dando il cinque a tutti, raccolse la mercanzia e se ne andò.</p>
<p style="text-align: center;">-</p>
</div>
<p>Non sapeva il perché ma aspettava le sei del pomeriggio. Anzi, lo sapeva ma non voleva ammetterlo neanche nel pensiero. Quell&#8217;uomo, sì insomma quel marocchino venditore di collanine lo aveva incuriosito. Talmente tanto che quando arrivò gli comprò due cd masterizzati. Due compilation anni &#8217;80. Una perché c&#8217;era Brian Ferry e una perché c&#8217;erano i Tears For Fear e i Talk Talk. E tutte e due perché doveva essere duro andare su e giù per la spiaggia per ore e ore con un borsone a tracolla. Mansour gli sorrise, lo ringraziò e si avvicinò al solito gruppetto di ragazzini che nel frattempo l&#8217;avevano già chiamato un paio di volte. Appoggiò il borsone sulla sabbia, si sfilò i sandali e si unì al gruppo. Dopo qualche virtuosismo uno di loro entrò in acqua fino alle ginocchia e gli altri dalla riva lo bombardarono di tiri. Finché uno disse</p>
<p>“Mansour, le punizioni”</p>
<p>Allora Mansour prese il pallone e lo sistemò con cura mentre i ragazzini improvvisarono una barriera dando le spalle al mare. Mansour fece partire il pallone. Lo colpì con l&#8217;interno del piede e dopo aver disegnato un arco sorvolando la barriera improvvisata finì dritto dritto nelle mani del ragazzino in acqua. Solo in quel momento Mario capì perché il ragazzino era rimasto fermo con le mani in alto.</p>
<p>“Questo è culo” pensò Mario.</p>
<p>Mansour riprese il pallone e ripeté lo stesso tiro ma da un&#8217;angolazione diversa. Anche stavolta il ragazzino in acqua non dovette far altro che stringere le mani attorno al pallone, senza spostarsi da dove era.</p>
<p>“Questo no”  stavolta a Mario la frase gli uscì sibilando a mezza voce fra i denti stretti.</p>
<div>
<p>Infine prese il pallone e si ritrasse di qualche metro. Prese una breve rincorsa partendo dalla parte opposta alle precedenti, come se questa volta avesse voluto calciare di sinistro. Il tiro partì invece di esterno destro, compì una parabola arcuata e finì ancora fra le mani del portiere in acqua.</p>
</div>
<p style="text-align: center;">-</p>
<p>Mario aveva studiato un piano. Se voleva giocare con loro doveva essere furbo. Verso le cinque e tre quarti si alzò dal lettino e si avvicinò al bagnasciuga fingendo di osservare un punto lontano. C&#8217;era anche una nave al largo, meglio. Ebbe cura di fermarsi cinque o sei metri più in là dei ragazzini, in un punto dove aveva visto che ogni tanto finiva il pallone e qualcuno di loro doveva fare una corsetta per riprenderlo. La palla bianca non tardò ad arrivargli a tiro. Fingendo di accorgersi solo in quel momento che qualcuno vicino a lui giocava a pallone la fermò mettendoci il piede sopra sorridendo ai ragazzi.  Poi la alzò e fece qualche palleggio prima di passarla a quello più vicino a lui. Ai ragazzini piace giocare a calcio con i grandi, era lo stesso anche per lui da piccolo. E&#8217; come un modo per essere sdoganati e la presenza di un adulto fra loro in spiaggia era un ombrello contro gli immancabili reclami dei bagnanti. Così fu naturale per loro rilanciargli il pallone. Mario mise in mostra il suo bagaglio tecnico. Era stato un mediano, è vero, ma non uno di quelli scarsi. Tecnicamente avrebbe potuto fare anche la mezzala, anzi l&#8217;aveva fatta in qualche partita. E in quei casi aveva messo la maglia con il numero otto. Mario si era messo in modo che potesse vedere quando arrivava il venditore di collanine e quando lo scorse fra gli ombrelloni fu contento. Anzi, fu proprio lui a tirargli la palla per primo. Mario guardava giocare Mansour ed era evidente che con un pallone fra i piedi era il più felice di tutti, oltre che il più bravo. Anche Mario era bravo e Mansour se ne accorse subito. Fra i due adulti si stabilì una complicità fatta di sorrisi e di complimenti. Fecero anche una minipartita. Loro due contro tutti nata così, per caso, perché si passavano la palla fingendo scherzosamente di ignorare la presenza dei ragazzini. Finché Mansour si fermò e si sedette più in là, vicino al suo borsone e ai suoi sandali. Mario lo raggiunse e, un po&#8217; ansimante, abbassò il corpo in avanti appoggiando le mani sulle ginocchia.</p>
<p>“Stanco, eh?” gli chiese come per cercare conforto al suo fiato momentaneamente corto.</p>
<p>“No, è il ginocchio. Quando lo sforzo mi fa sempre così. Posso camminare ore ed ore ma correre&#8230;”</p>
<p>Mario si accorse solo allora del curioso accento toscano di Mansour. E&#8217; quell&#8217;accento che prendono gli stranieri che imparano l&#8217;italiano da zero risiedendo tanti anni in un unico posto. E così capitava di sentire albanesi con inflessione pugliese e rumeni con cadenza veneta. Mansour parlava comunque un ottimo italiano.</p>
<p>“Sigaretta?” chiese prendendo un pacchetto di Pall Mall da una tasca del borsone.</p>
<p>“Sì grazie” rispose Mario più che altro preoccupato di far vedere che il fiato ce l&#8217;aveva ancora</p>
<p>Prese la sigaretta offertagli, la accese e tirò una lunga boccata.</p>
<p>“Certo che ci sai fare col pallone. Ieri ti guardavo dal lettino”</p>
<p>“Se non era per questo ginocchio&#8230;”</p>
<p>”Se non era per quel ginocchio?” la domanda conteneva una vena di sarcasmo che Mansour comunque non colse.</p>
<p>“Da giovane ero una promessa. In Marocco ero famoso e tutti dicevano che avrei fatto carriera. Poi mi sono rotto il ginocchio e addio sogni di gloria”</p>
<p>“Sì, dicono tutti così&#8230;” Questa volta Mansour colse il sarcasmo di Mario ma non mostrò fastidio.</p>
<p>“Libero di non crederci. Io e mio fratello Abdallah eravamo bravi, molto bravi. I fratelli Beazziz”</p>
<p>“Bea&#8230;?”</p>
<p>“Beazziz. E&#8217; il mio cognome. Comunque fra me e Abdallah quello bravo ero io. Lui era un buon difensore. Io invece ero un regista, giocavo col dieci. Sognavo l&#8217;Europa. L&#8217;Italia o la Spagna e so che qualche squadra famosa mi seguiva”</p>
<p>“Quali squadre?” Mario non credeva ad una sola parola di Mansour ma non voleva farglielo vedere, era una persona piacevole da ascoltare</p>
<p>“In Spagna il Siviglia e l&#8217;Atletico. Ma dall&#8217;Italia mi seguiva la Juventus. Credo anche il Bologna, ma non ne sono sicuro”</p>
<p>- Boom! &#8211; Pensò Mario sforzandosi di non ridere</p>
<p>“Poi ho partecipato ai Giochi del Mediterraneo, era l&#8217;83 e li giocavamo in casa. Mi sembrava un sogno, tutti in Marocco parlavano di me. Ci avevano messo nello stesso girone dove c&#8217;erano anche la Spagna e l&#8217;Italia, pensa il destino. Proprio i Paesi delle squadre che mi seguivano, una bella vetrina, no?”</p>
<p>Così dicendo si girò verso Mario e non si accorse che l&#8217;uomo seduto al suo fianco si era cristallizzato da alcuni secondi. Mansour non attese l&#8217;ovvia risposta e continuò:</p>
<p>“Ho giocato le prime due partite segnando tre gol e sapevo che erano venuti anche dall&#8217;Italia per vedermi giocare. Poi alla terza partita mi ruppi il ginocchio. Fine delle trasmissioni. E tu? Giocavi?” chiese a Mario come per far capire che voleva chiudere quel discorso.</p>
<p>Mario si sentiva come se qualcuno gli avesse infilato degli spilloni ardenti nel cervello. Cercò di non farlo notare e rispose cercando di mostrarsi il più normale possibile.</p>
<p>“Sì, ho giocato anche in serie A” ma quella frase che doveva essere rivestita d&#8217;orgoglio in realtà gli uscì quasi strozzata. Diede la colpa alla sigaretta e gettò il mozzicone ormai arrivato al filtro.</p>
<p>“Sì, dicono tutti così&#8230;” disse Mansour sorridendo e rifacendogli scherzosamente il verso.</p>
<p>“Sì ma poco, giusto un anno con poche partite. Poi tanta serie B e mi è anche andata bene” mentì Mario.</p>
<p>“Beh, tu almeno sei stato fortunato”</p>
<p>“Già&#8230;”</p>
<p>Mario salutò Mansour e si avviò verso l&#8217;hotel.</p>
<p>-</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><em><span style="text-decoration: underline;">Continua&#8230;</span></em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Faccia da Patrizia</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 06:05:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>contributi</dc:creator>
				<category><![CDATA[GioVediamoci]]></category>

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		<description><![CDATA[Un racconto di Giuseppe Montiroli. Francesco la guardava passare quasi ogni mattina, da circa vent&#8217;anni. Si salutavano come [<a href="http://www.scrivolo.it/2012/01/faccia-da-patrizia/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton3157" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FTzqMh&amp;via=scrivolo&amp;text=Faccia%20da%20Patrizia&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2012%2F01%2Ffaccia-da-patrizia%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><span style="color: #0000ff;">Un racconto di <a href="http://www.scrivolo.it/gli-ospiti/giuseppe-montiroli/">Giuseppe Montiroli</a>.</span></p>
<p>Francesco la guardava passare quasi ogni mattina, da circa vent&#8217;anni. Si salutavano come si salutano quelle persone che si sono conosciute per un breve periodo della loro vita ma che dopo anni le loro storie non si sono più incrociate. Francesco, sulla porta del suo negozio di ferramenta in pieno centro storico, le sorrideva facendole un cenno con la testa e rallegrandosi interiormente quando lei ricambiava quel saluto. Altre volte la scorgeva di straforo da dentro il negozio fra gli utensili esposti in vetrina rammaricandosi di non essere uscito due minuti prima a fumare una sigaretta. A volte lei passava con un ragazzino di circa dieci anni che aveva visto crescere e che da molto tempo aveva capito che era suo figlio. A volte invece passava da sola e camminando veloce si infilava nella galleria di un enorme agglomerato di uffici alto quattro piani che abbruttiva quello scorcio di città. Francesco non era mai riuscito a scoprire in quale di quei circa sessanta uffici lavorasse. Poi a volte la vedeva passare con quello che sicuramente era il marito, un bell&#8217;uomo visibilmente più anziano di lei e mentre camminavano sembravano quasi due sconosciuti che occasionalmente si ritrovano a fare la stessa strada fianco a fianco. E questa cosa a Francesco sembrava la sintesi del matrimonio. Un marito, un figlio e un lavoro d&#8217;ufficio. Solo questo sapeva di lei. Anzi no, sapeva anche il suo nome. Patrizia. Un nome quasi antico, di quelli che ormai non si usano più nei battesimi. Come Donatella o Loredana. Ci sono persone alle quali il nome calza a pennello e col tempo diventa un tutt&#8217;uno col volto e il nome Patrizia abbinato a lei era quanto di più azzeccato ci potesse essere. Ogni suo lineamento ed ogni suo gesto avevano un qualcosa di nobile che rimandava agli antichi patrizi romani. Patrizia era ancora molto bella, di quelle bellezze che non hanno bisogno di rossetto o fondotinta per essere riconosciute tali. Occhi verdi e bocca carnosa sopra due seni ancora prosperosi. I capelli erano sempre ben curati e di un elegante colore rosso. Inoltre il tempo le aveva risparmiato l&#8217;eccessiva rotondità dei fianchi e Francesco pensava che probabilmente si teneva in forma fra palestra e piscina. Non era mai riuscito a parlarle e d&#8217;altronde non sapeva neanche come cominciare eventualmente il discorso e se darle del tu o del lei. Perché Francesco si ricordava di Patrizia ma non era sicuro del contrario. Magari lei ricambiava semplicemente il saluto di un negoziante che lavora vicino al suo ufficio nel centro storico di una piccola città balneare di provincia. Magari se avesse avuto una boutique o un alimentari qualche volta se la sarebbe vista entrare per provare una gonna o per comprare del prosciutto e magari avrebbero parlato di quella volta. Ma con un negozio di ferramenta le speranze erano ben poche. Qualche volta l&#8217;aveva incontrata nel bar all&#8217;angolo ed ogni volta la sua timidezza gli aveva impedito di andare oltre il solito saluto fra negoziante e passante. E così si era rassegnato a fantasticare su come sarebbe stata diversa la sua vita se lei quella sera al Melaverde&#8230;</p>
<p><span id="more-3157"></span></p>
<p>Era stato un bacio lungo e appassionato. La festa in spiaggia era capitata a fagiolo in quella calda e noiosa serata ferragostana. Le luci e la musica di Bob Marley avevano attratto Francesco e i suoi amici tutti appena ventenni e un attimo dopo erano al bar a districarsi fra birre, gin-lemon e salatini. L&#8217;aveva notata subito quella ragazza simpatica, con quel sorriso candido e l&#8217;aria di chi sta bene dappertutto. Per tutta la serata fece in modo che lei lo notasse mentre ballava e rideva e salutava tutti. Poi alle due di notte e al quinto whisky e coca le si avvicinò.<br />
“Ciao”<br />
“Ciao” rispose lei.<br />
Ecco, questo è quanto ricordava del loro colloquio che però a detta dei suoi amici andò avanti per un&#8217;oretta abbondante. Oddio, più che un colloquio fu un monologo, lei parlava e lui annuiva. Poi dalla panca del bar si trasferirono su un lettino in spiaggia seduti uno di fianco all&#8217;altro ma sempre con lei che parlava e lui che annuiva. Poi, prima che l&#8217;effetto dell&#8217;alcol gli facesse chiudere gli occhi, si decise e la baciò. Così, semplicemente. Senza parole, senza domande, senza incertezze. Le appoggiò delicatamente la mano sulla nuca e avvicinò la bocca alla sua augurandosi che lei non svenisse per l&#8217;odore di alcol che emanava il suo alito. Ma lei non svenne, anzi. E fu un bacio lungo e appassionato.<br />
Poi all&#8217;alba i suoi amici lo svegliarono e Francesco si chiese come era stato possibile addormentarsi di fianco ad una simile bellezza. Tornarono a casa caracollando e raccontandosi a vicenda ciò che avevano combinato in quella bella e inattesa festa in spiaggia in una calda e noiosa serata ferragostana.<br />
Quando riuscì a mettersi a letto, dal turbinio dei ricordi annebbiati cercò utili elementi per poterla rivedere e piano piano affiorarono faticosamente tre nomi. Patrizia, che era il suo. Perla, che era quello della sua cagnolina. E Melaverde, che era il nome della discoteca all&#8217;aperto che lei frequentava d&#8217;estate. Un buon inizio.</p>
<p>Ogni volta che passava davanti al suo negozio di ferramenta si chiedeva se lui si ricordasse. Se si ricordasse di lei e di quella serata in quel bar sulla spiaggia. Lui si chiamava Francesco, se lo ricordava bene. Chissà perché quando gli passava davanti non diceva mai “Ciao Francesco!” ma si limitava ad un contenuto cenno del capo e magari un sorriso ogni tanto. Forse perché avrebbe poi dovuto spiegare a quel bell&#8217;uomo il perché lei sapesse il suo nome e quindi poi lui avrebbe avuto due reazioni. Si sarebbe ricordato di lei e l&#8217;imbarazzo le si sarebbe manifestato sulle gote. Oppure non si sarebbe ricordato di lei, e questo forse sarebbe stato peggio. Di lui ora sapeva solo che aveva quel negozio vicino al suo ufficio e che per una forma di cortesia “commerciale” salutava tutte le persone che vedeva passare davanti alla sua attività. Niente altro. Una volta era stata tentata di entrare per comprare un paio di quei forbicioni da cucina che servono per tagliare di tutto ma poi aveva rinunciato. Perché? Perché la gente ha spesso quella strana paura ad affrontare il passato? Certo, ora lei era sposata e aveva uno splendido figlio. Ma due parole con Francesco la avrebbero aiutata a far sembrare meno dura la sua vita che ormai era diventata una routine. Casa, ufficio, casa, spesa, casa, letto. Ma era chiaro che se lui non l&#8217;aveva più cercata quella volta era perché non gli interessava. Lei gli aveva detto dove poteva trovarla ma lui non si era fatto mai vedere al Melaverde, almeno finché rimase aperto. Certo, adesso con i telefonini e internet è più facile ma quella volta bisognava andare a memoria o con i bigliettini. Avrebbe potuto scrivergli il numero di telefono di casa ma era troppo sicura che lui l&#8217;avrebbe comunque cercata in quella discoteca. E chissà come sarebbe cambiata la sua vita se Francesco l&#8217;avesse fatto, magari adesso sarebbe con lui e avrebbe avuto dei figli con lui e la sua vita sarebbe stata diversa. E invece no. D&#8217;altronde uno come lui di ragazze come lei ne avrà avute a bizzeffe. Peccato, perché quella sera si era illusa di aver trovato il vero grande amore. Ma forse era solo perché aveva vent&#8217;anni.</p>
<p>Il Melaverde era un discoteca che apriva a giugno e chiudeva a settembre. Potevi andarci a ballare tutte le sere tranne il lunedì e il martedì ma a luglio ed agosto era sempre aperta. La classica discoteca estiva, insomma. Era situata in una traversa del lungomare e vi si accedeva tramite una piccola scalinata che scendeva di qualche metro sotto il livello del mare. Le luci stroboscopiche si infrangevano su un enorme palla girevole appesa al soffitto ricoperta di decine di specchietti che rimandavano i fasci luminosi in ogni angolo del locale. In uno di questi angoli c&#8217;era un biliardo col panno consumato e due videogame, un Packman e l&#8217;ultima versione di Space Invaders. Vicino partiva il bancone del bar con gli sgabelli perennemente occupati. Dall&#8217;altra parte del locale c&#8217;era la cabina del deejay al quale potevi anche richiedere la canzone che ti piaceva. Poi c&#8217;era una porta aperta da dove si accedeva ad un giardino poco illuminato pieno di tavolini, panche e un paio di dondoli. Un piccolo gazebo vuoto stava ad indicare una certa attività di musica dal vivo.<br />
Francesco l&#8217;avrebbe portata lì, in quel bel giardino all&#8217;aperto. Era arrivato alle nove e mezza ed il locale era già abbastanza pieno fra militari in libera uscita, qualche turista e numerosi esponenti della locale fauna maschile. Donne poche, per il momento. Per fare pace con l&#8217;alcol della sera prima Francesco si era concesso un gin-tonic che aveva sorseggiato in compagnia di un amico delle medie incontrato vicino al biliardo. Si era piazzato lì perché da quella postazione poteva vedere se Patrizia arrivava. E verso le dieci la vide entrare con due sue amiche. Era bellissima nel suo vestitino nero e Francesco non poteva staccarle gli occhi di dosso. La seguì con lo sguardo avendo cura di tenersi in penombra mentre le note di “Enola Gay” trascinavano Patrizia e le sue amiche nella piccola pista circolare. Aveva notato che ogni tanto lei si guardava intorno e il pensiero che stesse cercando lui lo spinse a fare il passo. Si avvicinò alla postazione del deejay e gli disse direttamente nell&#8217;orecchio libero dalle cuffie<br />
“Mi chiami una ragazza che si chiama Patrizia?”<br />
Il ragazzo gli fece un cenno di intesa e si annotò il nome, poi roteando il polso e l&#8217;indice gli fece capire che l&#8217;avrebbe fatto di lì poco. Francesco si allontanò di un paio di metri avendo cura di rimanere nella zona d&#8217;ombra. Voleva farle una sorpresa. Dopo due minuti sentì partire dalle casse la fatidica frase.<br />
“PATRIZIA ALLA CABINA DEEJAY!”<br />
In quel momento Francesco ebbe la netta sensazione di aver raggiunto un punto di “non ritorno” e che quella sera se la sarebbe ricordata per un bel pezzo o magari per tutta la vita, chissà. Cercò Patrizia con lo sguardo ma non la vide più in pista. Si chiese perché ci metteva tutto quel tempo per sapere chi la stava cercando quando all&#8217;improvviso capì. La vide uscire dai bagni in compagnia di una delle sue amiche, evidentemente non aveva sentito. Subito si riavvicinò al deejay e gli chiese<br />
“Quella ragazza&#8230;Patrizia&#8230;l&#8217;ho vista uscire dal bagno, magari non ha sentito&#8230;puoi richiamarla per favore?”<br />
“Ok, la richiamo subito. PATRIZIA ALLA CABINA DEEJAY!”<br />
Francesco arretrò cercando il buio angolo amico dal quale vide che Patrizia era tornata a ballare e non faceva cenno di schiodarsi dalla pista saltellando allegramente sulle note di “Video killed the radio stars”. Francesco non riusciva a capire il perché del suo comportamento e trovò buffo che lei fosse anche l&#8217;unica Patrizia lì dentro visto che nessun&#8217;altra ragazza si era presentata per sapere chi la stesse cercando. Guardò con aria supplichevole il deejay il quale alzando le spalle, allargando le braccia e stringendo le labbra gli fece capire che lui aveva fatto tutto il possibile e difficilmente l&#8217;avrebbe richiamata. Si chiese ancora il perché del suo comportamento e pensò che l&#8217;essersi addormentato la sera prima mentre era con lei gli aveva azzerato ogni futura chance. Poi magari lei lo aveva visto mentre parlava col deejay e sentendosi chiamare aveva capito chi era che la cercava e non si era presentata volutamente. Ma Francesco aveva ancora una carta da giocare. Poteva sempre incontrarla “per caso” mentre girava per il locale e fingendosi sorpreso le avrebbe offerto da bere, la avrebbe invitata nel giardino, si sarebbero seduti su una di quelle panchine al buio e lì l&#8217;avrebbe baciata per la seconda volta in due sere. Mentre immaginava tutto questo cominciò ad aggirarsi per il locale ma non la vide più. La cercò nella piccola pista, al bar, nel giardino, buttò un paio di volte un occhio dentro i bagni delle donne approfittando della porta aperta mentre qualcuno entrava o usciva. Si affacciò un attimo sul piazzale esterno, rientrò e ricominciò il giro di ricerche. Niente, niente, niente. Sparita, volatilizzata, dissolta, evaporata. Doveva proprio averle fatto schifo, la sera prima.<br />
“Pazienza, me ne farò una ragione” pensò mentendo a se stesso mentre usciva da quel locale non sapendo che quella sarebbe stata l&#8217;ultima volta che ci aveva messo piede. La settimana seguente un corto circuito danneggiò seriamente il Melaverde e l&#8217;anno dopo al suo posto aprì un ristorante cinese. L&#8217;unico collegamento che aveva con Patrizia fu sostituito da due involtini primavera e un pollo alle mandorle.</p>
<p>E&#8217; arrivato il giorno, Francesco si è deciso. Oggi fermerà Patrizia e le parlerà. Niente di particolare, non vuole dare l&#8217;impressione di quello che ci prova con tutte quelle che passano davanti al suo negozio. Vuole solo fare due chiacchiere con lei e magari un giorno se si riparleranno di nuovo tirerà fuori con delicatezza la storia di quelle due strane serate. Le dirà che al Melaverde lui quella sera c&#8217;era andato e che l&#8217;aveva fatta chiamare ben due volte dal deejay ma lei era troppo indaffarata a ballare e così&#8230; Poi forse si faranno due risate, forse un giorno prenderanno un caffè insieme al bar all&#8217;angolo, forse una sera si vedranno, forse&#8230; Eccola laggiù, Patrizia sta arrivando. L&#8217;osserva mentre cammina veloce con un&#8217;andatura sensuale. Vabbé, ormai era arrivato al punto che le piaceva qualunque cosa lei facesse. Si era già preparato il discorso e se lo ripassava mentalmente dalla mattina con le varie domande e risposte ed era più o meno questo – Ciao Patrizia! Come dici? Come so il tuo nome? Beh, tu non ti ricordi sicuramente ma una ventina di anni fa ci siamo conosciuti ad una festa in spiaggia e poi tu mi hai dato l&#8217;appuntamento per la sera dopo e poi io ti ho fatta chiamare dal deejay e poi tu eri lì che ballavi ma non sei venuta e poi&#8230;- ECCOLA! Era arrivata a meno di dieci metri e Francesco calcolò il momento esatto in cui fingere di andare da qualche parte per arrivarle vicino e fermarla. Stava per farlo quando all&#8217;improvviso una donna raggiunse Patrizia affrettando il passo e chiamandola da dietro “Stefania!” lei si voltò e le rispose “Ciao! Vieni in ufficio?” “Sì” e proseguirono insieme verso il loro lavoro. Francesco le guardò entrare nella galleria dell&#8217;enorme palazzo e improvvisamente capì. Si chiamava Stefania e non Patrizia, ecco perché.<br />
Maledetto alcol.</p>
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		<title>Renato Fucini, Mie onoranze a Monterotondo Marittimo</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Sep 2011 05:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>contributi</dc:creator>
				<category><![CDATA[GioVediamoci]]></category>

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		<description><![CDATA[SCRIVO una pagina per me delle più commoventi fra i miei ricordi. L&#8217;anno 19&#8230; (chi se ne ricorda? [<a href="http://www.scrivolo.it/2011/09/renato-fucini-mie-onoranze-a-monterotondo-marittimo/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton2807" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FGdgX1&amp;via=scrivolo&amp;text=Renato%20Fucini%2C%20Mie%20onoranze%20a%20Monterotondo%20Marittimo&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2011%2F09%2Frenato-fucini-mie-onoranze-a-monterotondo-marittimo%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p>SCRIVO una pagina per me delle più commoventi fra i miei ricordi.</p>
<p>L&#8217;anno 19&#8230; (chi se ne ricorda? Le date non sono fatte per me. Fra i miei fogliacci potrei ritrovare questa data, ma non ne ho la pazienza). Dunque, l&#8217;anno 19&#8230; mi pare d&#8217;agosto, mi giunse, da Monterotondo Marittimo in provincia di Grosseto dove sono nato, una lettera inviatami da un certo Emanuele Paganini, il quale, a nome di quella popolazione, che voleva conoscermi di persona e farmi un po&#8217; di festa, mi invitava ad andare lassù.</p>
<p>Accettai l&#8217;invito e, nel giorno indicatemi, ci andai, partendo da Castiglioncello per la linea maremmana. Alla stazione di Massa Marittima trovai molte persone distinte di quella città ad attendermi per un saluto; e fra questi uno dei fratelli Ravenni di Monterotondo, il quale, per conto del Comune, mi portò in carrozza chiusa fino a quel montano e pittoresco paese. A un mezzo chilometro circa dalle mura, mi aspettava quasi tutta la popolazione del paese accompagnata dalla banda musicale, che, appena scorta la carrozza da lontano, incominciò a suonare. Ero già commosso e intenerito da questa accoglienza; ma ancora non eravamo a nulla. Scesi dalla carrozza e, fra i primi a salutarmi, incontrai il mio vecchio amico d&#8217;università, Ettore Socci deputato di quel collegio, invitato lassù per l&#8217;occasione. — Hai visto? — mi disse subito. — Da questi segni, lo giudicheresti d&#8217;essere nel fondo della Maremma, fra boschi a perdita d&#8217;occhio e in mezzo a monti deserti e lontani? Fra poco vedrai quanta gentilezza in queste anime! — Ci prendemmo a braccetto e, preceduti dalla banda e contornati da un folto gruppo di popolo plaudente, entrammo nel paese. Tutto era adornato di festoni verdi e di bandiere e di fiori. E in ogni festone v&#8217;era in mezzo, scritto a lettere cubitali, il titolo di qualche mio scritto o di qualche mio libro. Sulla porta d&#8217;ingresso al paese v&#8217;era scritto: <em>Dolci ricordi</em>.</p>
<p>Ettore Socci guardò me; io guardai lui, e i nostri occhi si incontrarono lustri di commozione. Inoltrandoci dentro il caseggiato s&#8217;era coperti da una pioggia di fiori e da un uragano d&#8217;applausi e di grida: — Viva Renato Fucini nostro compaesano! Viva Ettore Socci nostro deputato ! — E saluti affettuosi come fra vecchi amici e strette di mano e abbracci frenetici, e nel tempo stesso rispettosi. Emanuele Paganini, il modesto legnaiolo che mi aveva scritto la lettera d&#8217;invito, mi baciava con gli occhi e, con gli stessi occhi brillanti d&#8217;affetto e di soddisfazione, mi diceva grazie con un sorriso che gli veniva dal cuore.</p>
<p>Girammo tutto il paese sempre in mezzo a tanta festa; poi accennai alla mia stanchezza e, subito, come per incanto, si fece silenzio, e fui condotto in casa dei fratelli Ravenni, dove era tutto preparato per darmi ospitalità. Nessuna esagerazione di preparativi, nessuna esagerazione di accoglienza e di comuni e noiosi e opprimenti complimenti, in quella casa! Forse, capitando nei sobborghi di qualche grossa e civile città, non avrei trovato una accoglienza così onesta, e avrei certamente incontrato qualche cosa che mi avrebbe ricordato la mia gloriosa « Scampagnata ». Quanto sono riconoscente a queste buone e brave persone!</p>
<p>Non mi metto a raccontare cose minute perché sarebbe troppo lunga e difficile impresa : visita al paese, ai soffioni del borace e ai dintorni più pittoreschi. Festa da tutte le parti, e rinfreschi e allegria, e declamazioni nel teatrino e l&#8217;inevitabile banchetto, e discorsi, e inni, e apoteosi&#8230; Tre giorni di fatica e di stordimento, che mi ridussero a un tale stato di sfinimento fisico e morale che, quando, da ultimo, il sindaco Primo Fiaschi venne a prendermi per condurmi a Massa e mi fece trovare un altro banchetto bello e preparato nella sua città, non ebbi tanto fiato da dire a quei cortesi signori quanto fossi a loro grato e quanto volessi bene a quel paese, dove tanti anni prima ero nato e dove mio padre e mia madre avevano passato tanti giorni della loro giovinezza, contenti e felici.</p>
<p>Dopo tre giorni di Monterotondo e dopo due notti di insonnia assoluta, non ne potevo più.</p>
<p>La sera del primo giorno, appena calato il crepuscolo, tutto il paese fu illuminato e qualche fiammata si accese qua e là sui poggi. Fui condotto a girare per le vie illuminate, dove, con mia dolce sorpresa, vidi una povera casetta più delle altre adorna di bandiere, di fiori e di lumi. Era la casetta dove sessanta anni addietro io ero nato. Fui condotto dentro, su al primo piano, e mi fu mostrata, adorna più che mai, la camera dove mia madre m&#8217;aveva dato alla luce. Ero tanto commosso, che, nel guardare quelle travi, quei travicelli, quel letto, quella povera mobilia (che era sempre la stessa), e quel mare che luccicava lontano lontano sotto un raggio di luna, mi correvano per le gote, fitte fitte, le lacrime. Ah, cari amici, che sogni dolcissimi siete riusciti a suscitare in quei momenti solenni nel mio vecchio cuore!</p>
<p>La mattina di poi mi aspettava un&#8217;altra commovente sorpresa. Fui condotto a vedere la chiesa, dove il Proposto, in abito talare, mi venne incontro e mi condusse a vedere il fonte nel quale ero stato battezzato. Anche su quello era stata posta una festosa ghirlanda di fiori e d&#8217;alloro. Lì accanto era stato posto un leggìo sul quale stava aperto, mostrando la pagina che mi riguardava, il libro delle nascite.</p>
<p>Pochi anni dopo, in compagnia della mia Emma, che volli che anch&#8217;essa conoscesse quei luoghi, ci tornai. Avevo accettato l&#8217;invito pregando di lasciarmi quieto come se nessuno mi conoscesse. Fui puntualmente obbedito: molti saluti simpatici, molti sguardi sorridenti e punte parole. Bravo Paganini! Grazie.</p>
<p>Tornerò più a Monterotondo? Non credo. I settantratre anni sonati, che incominciano a pesarmi forte sulle spalle, forse non me lo permetteranno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>da:  <strong>Renato Fucini</strong>, <em>Acqua passata: storielle e aneddoti della mia vita</em> (1921)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Vorrei rivederti ancora</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Mar 2011 05:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>contributi</dc:creator>
				<category><![CDATA[GioVediamoci]]></category>
		<category><![CDATA[I Corti]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Un racconto di: Antonella Marrocco. - Il 31 marzo sei andata via. Solo tornare col ricordo a quella [<a href="http://www.scrivolo.it/2011/03/vorrei-rivederti-ancora/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton2548" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FKdDbh&amp;via=scrivolo&amp;text=Vorrei%20rivederti%20ancora&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2011%2F03%2Fvorrei-rivederti-ancora%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p>Un racconto di: <a title="Antonella Marrocco" href="http://www.scrivolo.it/gli-ospiti/antonella-marrocco/">Antonella Marrocco</a>.</p>
<p>-</p>
<p>Il 31 marzo sei andata via.</p>
<p>Solo tornare col ricordo a quella mattina mi riempie gli occhi di lacrime.</p>
<p>Eravamo Tutti lì vicino a te, ormai non parlavi più, e il medico diceva che non sentivi più il dolore. Ma noi sapevamo che potevi ancora ascoltarci, che in qualche modo anche se non potevi parlare, riconoscevi le nostre voci e i nostri movimenti.</p>
<p>Sono certa che è stato difficile anche per te lasciarci. Ma non c’era più altra soluzione, e forse già lo sapevi anche tu. Sappiamo che ora stai bene lì dove sei, e anche se non è una consolazione, stiamo bene anche noi.</p>
<p>Ricordo il tuo volto con gli occhi sbarrati, il tuo respiro affannoso …. anche una lacrima rigò il tuo ormai esile viso prima di andare via.</p>
<p>Portavi con te poche cose, l’essenziale, avevi bisogno di poco.</p>
<p>“Spero che le scarpe che ti ho comprato per il viaggio siano comode! Sai che ho il pallino per le scarpe!”</p>
<p>Tua cognata ti ha portato la giacca nera, quella di lana, che aveva indossato tua madre. Lei dice che ti servirà per il freddo.</p>
<p>Ma quel nero sul volto ti intristiva ancora di più.</p>
<p>Tua figlia ha voluto metterti il foulard che portavi sempre al collo.</p>
<p>Forse ognuno di noi avrebbe voluto che portassi qualcosa con te per il viaggio, ma non avevi valigia, e forse non avresti saputo dove mettere tutte le nostre cose.</p>
<p>Sono certa che ci porti ogni istante nei tuoi pensieri, lì dove sei.</p>
<p>Sei tornata qualche istante per dirmi grazie. Ho sentito la tua voce, ho riconosciuto il tuo accento, ne sono certa eri tu!</p>
<p>I pensieri mi affollano la mente, le lacrime scendono da sole … non devo piangere, lei non vuole che io pianga.</p>
<p>Spero di rivederti ancora!</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>10 ragazze per me&#8230; posson bastare</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Mar 2011 06:30:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>contributi</dc:creator>
				<category><![CDATA[GioVediamoci]]></category>
		<category><![CDATA[I Corti]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Un racconto di: KEKKO. Sono un ragazzo di quattordici anni che frequenta la quarta ginnasio di un Liceo [<a href="http://www.scrivolo.it/2011/03/10-ragazze-per-me-posson-bastare/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton2505" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FHLce8&amp;via=scrivolo&amp;text=10%20ragazze%20per%20me%26%238230%3B%20posson%20bastare&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2011%2F03%2F10-ragazze-per-me-posson-bastare%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2011/03/ragazzo.gif"><img class="aligncenter size-full wp-image-2506" title="ragazzo" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2011/03/ragazzo.gif" alt="" width="400" height="400" /></a></p>
<p>Un racconto di: <a title="Kekko" href="http://www.scrivolo.it/gli-ospiti/kekko/">KEKKO</a>.</p>
<p>Sono un ragazzo di quattordici anni che frequenta la quarta ginnasio di un Liceo Classico.</p>
<p>Fino allo scorso anno ero abituato a stare in una classe formata da un numero uguale di maschi e femmine; quest’anno, e questo mi crea non pochi guai, mi sono ritrovato ad essere l’unico componente maschio della mia nuova classe.</p>
<p>All’inizio dell’anno scolastico pensavo di poter “sopravvivere” senza la minima difficoltà, ma ora mi accorgo che nella classe non ho un punto di riferimento, un migliore amico, un compagno con cui parlare di calcio, di moto o della scuola.</p>
<p>In classe, quando le ragazze parlano tra di loro,  sono costretto a stare in silenzio perché discutono solamente di ragazzi e di vestiti, ed io su questi due argomenti non saprei proprio cosa dire.</p>
<p>Quando i professori entrano in classe, la mattina, ci salutano con un:  “Buongiorno ragazze” e io mi chiedo se sono trasparente; la rara volta che un professore dice: “Buongiorno ragazzi” le mie compagne lo fulminano con uno sguardo assassino e io mi sento come un esile gnu tra tante leonesse feroci pronte a divorarselo.</p>
<p>Ma i disagi e le difficoltà arrivano soprattutto quando andiamo in palestra o in piscina.</p>
<p>In palestra per cambiarmi e indossare la tuta ci impiego cinque minuti, mentre loro si fanno attendere molto, neanche dovessero andare ad un matrimonio.</p>
<p><span id="more-2505"></span></p>
<p>Peggio ancora quando giochiamo a pallavolo a basket o corriamo.</p>
<p>A me piace ogni genere di sport, da quelli più estremi a quelli più tranquilli; da quando avevo sei anni gioco a calcio e a tennis e adoro fare educazione fisica, che oltretutto è l’unica materia dove prendo voti eccellenti e sono sempre preparato anche se non studio.</p>
<p>Loro, invece, la trasformano in un incubo: quando andiamo in palestra camminano con il passo di una formica per arrivare il più tardi possibile, impiegano oltre quindici minuti per cambiarsi, odiano correre perché sudano o perché è troppo faticoso, a pallavolo e a basket non si applicano,  sono svogliate e si mettono a ridere per ogni singola cosa.</p>
<p>A me verrebbe da piangere a causa dei loro innumerevoli errori che rallentano il nostro gioco.</p>
<p>Se mi arrabbio, mi dicono con tono sarcastico di stare calmo, ma io come faccio a stare calmo se queste dieci arpie riescono a rovinare le uniche due ore di divertimento che la scuola ci concede in una settimana?</p>
<p>Non ce la faccio più; siccome sono più veloce degli altri a cambiarmi vado subito in classe, mi rilasso stendendomi sopra a un banco e mi dico:</p>
<p>“Stai tranquillo Francesco, ti rimangono soltanto altri quattro anni in questa orribile situazione e poi sarai libero!”</p>
<p>Quando andiamo in piscina, cioè ogni due settimane, la situazione diventa insostenibile: le dieci ragazze si lamentano continuamente perché hanno lo spogliatoio troppo piccolo, perché non c’è l’acqua calda per tutte, perché non c’è tempo per lavarsi.</p>
<p>Io non ho tutti questi problemi, nel mio spogliatoio sono da solo… e mi ci sento, solo!</p>
<p>Allora ho proposto al professore di far venire qualche ragazza nel mio spogliatoio. Che strano, ho ricevuto un no secco! Eppure questa soluzione poteva risolvere tutte le loro lamentele…</p>
<p>La situazione non migliora dopo che mi sono cambiato, visto che io ci metto pochi minuti ed entro subito in acqua; loro arrivano dopo venti minuti e io ormai sono già diventato un anfibio.</p>
<p>Nell’ora seguente facciamo le nostre quaranta vasche che in realtà sono solo venti perché diciamo al professore che le abbiamo fatte tutte e lui fa finta di crederci. Così arriva il momento della doccia.</p>
<p>Io me la prendo sempre comoda perché mi piace stare sotto l’acqua calda, ma anche perché so bene che, ovviamente, sarò il primo ad uscire dallo spogliatoio. Mi metto sulla panchina ad ascoltare la musica con il cellulare, pronto ad affrontare la lunga attesa delle mie dieci donne.</p>
<p>La prima ragazza esce dopo una decina di minuti e mi dice che le altre si devono ancora asciugare i capelli; è così che svaniscono definitivamente nel nulla tutte le mie speranze di fare colazione.</p>
<p>Le mie donne sono così veloci che, infatti, rientriamo in classe anche dopo la fine della ricreazione ed io rimango regolarmente a stomaco vuoto.</p>
<p>Sembra proprio che il digiuno forzato sia tra le “amarezze della vita” che un quattordicenne deve subire.</p>
<p>In compenso, al nostro ritorno, le ragazze sono più belle che mai: si sono truccate gli occhi, le labbra sono piene di brillantini, i capelli sono piastrati e pettinati e  le unghie sono smaltate.</p>
<p>Sembra che siano state in una beauty farm oppure alle terme a fare trattamenti estetici.</p>
<p>E non tralasciate il fatto che io devo stare sempre attento quando siamo in classe: tutti sanno che i maschi sono meno studiosi, più disattenti e più confusionari delle femmine. Le mie ragazze sembrano quasi tutte dei robot, studiosissime e perfette in ogni materia.  Tocca a me far correre il cervello per tenere il loro passo!</p>
<p>Alle versioni di latino e greco prendono tutte voti eccellenti e alle interrogazioni sono quasi sempre preparate.</p>
<p>Ed io mi domando:  “Riuscirò a sopportarle fino alla fine?”</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Thomas Orrow</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Dec 2010 07:10:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>contributi</dc:creator>
				<category><![CDATA[GioVediamoci]]></category>

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		<description><![CDATA[Un racconto di GM Willo. Vincent Kalling gettò distrattamente l’occhio sul trafiletto di un quotidiano locale, lasciato sulla [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/12/thomas-orrow/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton2291" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2F5Ok1n&amp;via=scrivolo&amp;text=Thomas%20Orrow&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F12%2Fthomas-orrow%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/12/Thomas-Orrow.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2292" title="Thomas Orrow" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/12/Thomas-Orrow.jpg" alt="" width="400" height="362" /></a></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Un racconto di <a href="http://www.scrivolo.it/gli-ospiti/gm-willo/">GM Willo</a>.</span></p>
<p>Vincent Kalling gettò distrattamente l’occhio sul trafiletto di un quotidiano locale, lasciato sulla panca del tavolino che era intento a pulire. Vincent non leggeva i quotidiani e non gli interessava minimamente quello che potevano raccontare. Di sicuro non era ciò che succedeva là fuori. Al massimo poteva essere un concentrato di notizie appetibili per gli abitudinari dell’edicola, che nell’era di internet erano tutti over-cinquanta. No, Vincent aveva imparato a non fidarsi dei giornali il giorno in cui aveva lasciato il suo paese. Tuttavia qualcosa in quel trafiletto colse la sua attenzione, e non fu il titolo ma la foto che l’accompagnava. Mise da parte lo straccio e guardò in direzione del banco per assicurarsi che il suo capo non gli prestasse attenzione. Non gli dispiaceva lavorare come cameriere. Con un quoziente di intelligenza come il suo avrebbe potuto cercarsi qualsiasi lavoro, ma anche quella, come i giornali, era una trappola del primo mondo, e Vincent era diventato esperto ad evitare le insidie del sistema. Per dieci anni aveva viaggiato in lungo e in largo; Sud America, Europa, Africa, India, il più delle volte arrangiandosi, imparando dalla strada, respirando un concetto di libertà che né i film che aveva visto né i libri che aveva letto erano mai riusciti a mostrargli. Tre mesi prima era tornato a casa e l’aveva trovata esattamente come l’aveva lasciata. Non che si aspettasse qualcosa di diverso, però un po’ ci aveva sperato. Trentatré anni, una laurea in ingegneria e zero esperienza nel campo lavorativo, al di fuori ovviamente dei fast-food e dei caffè. Afferrò il giornale e guardò meglio quella foto per assicurarsi di non essersi sbagliato. Jordan Ross, era assolutamente lui. Eppure il trafiletto diceva che quell’uomo si chiamava Thomas Orrow. Strano, pensò, e si mise a leggere avidamente l’articolo, stando sempre attento a non farsi sorprendere dal capo.</p>
<p>Si parlava di un duplice omicidio, un uomo e una donna, e del fatto che il signor Orrow, il quale doveva essere un uomo di una certa importanza, era stato scagionato da tutte le accuse. La donna, a quanto sembrava, era stata la moglie di Orrow, mentre l’altra vittima, un certo Nicolas Levin, era stato l’amante di lei. Fin dall’inizio gli inquirenti avevano dato per scontato il movente passionale, ma Thomas Orrow aveva un alibi di ferro; entrambe le sere degli omicidi si trovava fuori città, e centinaia di testimoni erano pronti a confermarlo. Dopo aver seguito per oltre due mesi la pista del killer, con Orrow nel ruolo di mandante, le indagini si erano arenate e il principale indiziato per il duplice delitto era stato scagionato da tutte le accuse. L’articolo non diceva altro, ma Vincent moriva dalla curiosità di sapere come era andata per filo e per segno quella storia. C’era qualcosa di molto strano in tutto ciò. Prima di tutto il nome. Perché Jordan lo aveva cambiato? E com’è che era diventato così importante. In fondo aveva più o meno la sua età. Si era laureato lo stesso anno in cui lui era partito per il Brasile. Che cosa aveva fatto dopo?</p>
<p><span id="more-2291"></span></p>
<p>S’infilò il giornale sotto il grembiule e lo nascose nel suo armadietto, dopo di che riprese a lavorare cercando di non pensarci più. Quando terminò il turno, Vincent corse al Caffè Internet più vicino e incominciò ad indagare più a fondo sulla faccenda. Per prima cosa scoprì che Orrow era forse la persona più ricca della città. Il suo successo in qualità di broker non aveva precedenti. In meno di due anni di attività, un ragazzo appena uscito dall’università era diventato miliardario. Poi aveva fondato la sua agenzia e collezionato un successo dopo l’altro. A poco più di trent’anni, Thomas Orrow era diventato uno degli uomini più ricchi del paese. Vincent stentava a crederci. Lo ricordava come un ragazzo relativamente normale, intelligente ed ambizioso, come lo erano la maggior parte degli studenti della sua classe. Sicuramente aveva un certo spirito creativo. Se ne veniva sempre fuori con un’idea bizzarra. Una volta lo aveva convinto a partecipare ad un esperimento che aveva a che fare con la fisica quantistica e i viaggi nel tempo. Jordan era convinto che si potesse lavorare sulla “dimensione-tempo” solo se la si trattava non come un qualcosa di lineare, ma come una serie infinita di scatole, rappresentanti infinite sequenze di eventi, parentesi, giorni, secoli o ere geologiche. Fantasticava di un dispositivo, una sorta di porta, per viaggiare dall’oggi al domani. Attingendo liberamente alle teorie quantistiche, Jordan pensava che vivessimo l’oggi in una determinata scatola, e che questa fosse legata ad un numero infinito di scatole di possibili domani. Dalla maggior parte di queste non ci si poteva aspettare delle sorprese. In fondo il domani di ogni persona, anche se non è prevedibile al cento per cento, lo è almeno in buona parte. Ma, secondo la teoria di Jordan, se qualcuno avesse alterato anche una sola scatola di questi “probabili domani”, sarebbe riuscito a stravolgere l’intera previsione. Vincent ricordava di averlo aiutato a formulare alcune equazioni, più per sfida personale che per reale interessamento al progetto. Lo aveva frequentato per un paio di mesi, ed era anche stato nel garage dei suoi genitori, adibito per metà a laboratorio. Poi, dopo la laurea, se ne era andato e non ci aveva più pensato.</p>
<p>Dopo aver letto un paio di articoli sulla vita ed il successo di Thomas Orrow, Vincent cercò gli eventi più recenti della sua storia; il duplice omicidio della moglie Linda e del suo amante. Entrambi erano stati uccisi con la medesima arma da fuoco, un’arma di piccolo calibro, con proiettili sparati da una distanza ravvicinata. Nicolas Levin, impiegato dell’azienda di Orrow, aveva iniziato una relazione con la moglie del suo capo circa un mese prima della sua scomparsa. Probabilmente era stato freddato nel soggiorno del suo appartamento da qualcuno di sua conoscenza, dato che la porta non aveva subito alcuno scasso. Stessa sorte era toccata a Linda un paio di giorni dopo. Anche in questo caso la porta non era stata forzata. Il corpo era stato trovato riverso sul sofà dell’appartamento dei coniugi Orrow, in uno dei più moderni e lussuosi grattacieli della città. Ovviamente tutti gli indizi puntavano al delitto passionale, ma la sera del primo omicidio, Thomas si trovava dall’altra parte del paese per una conferenza, mentre la notte in cui la moglie fu uccisa, era impegnato in un altro viaggio d’affari. Mentre leggeva e rileggeva quegli articoli di cronaca nera, Vincent non poté fare a meno di pensare a una teoria tutta sua, anche se del tutto campata in aria. Uscì dal caffè e camminò su e giù per il marciapiede, mentre le luci della città incominciavano ad accendersi. Una parte di sé voleva disfarsi di quella storia. Che cosa c’entrava lui con Orrow, dopotutto. Erano passati così tanti anni che di sicuro non si sarebbe neanche ricordato di lui. Tuttavia qualcosa si era insinuato nella mente di Vincent, un piccolo tarlo che rosicchiava silenzioso, il seme di un mistero troppo affascinante per potersene disfare senza almeno aver tentato qualcosa.</p>
<p>Ci dormì sopra ma non riuscì veramente a dormire. Il giorno dopo si recò presso gli uffici dell’azienda di Orrow e chiese di farsi ricevere. Rimase impressionato dall’eleganza ed il prestigio dell’edificio. Disse di essere un vecchio compagno di scuola del proprietario e di essere in cerca di lavoro. Non si aspettava che le porte gli si sarebbero spalancate, e rimase sorpreso quando la segretaria gli disse sorridendo che il signor Orrow lo avrebbe ricevuto nel suo ufficio il giorno dopo.</p>
<p>Vincent si recò a lavoro e passò la giornata a rimuginare sulle cose che aveva letto sul conto dell’uomo più ricco della città, e a quello che riusciva a ricordare del giovane Jordan Ross. Pensò a cosa gli avrebbe detto, a come avrebbe girato intorno all’argomento per cercare negli occhi del vecchio compagno di scuola una risposta alle sue più indicibili domande. Forse era tutto tempo sprecato, ma che importanza poteva avere. Al limite ci guadagnava una piacevole chiacchierata insieme ad un amico che non vedeva da tempo.</p>
<p>Il giorno dell’appuntamento si alzò presto e se la prese comoda. Vincent viveva in un monolocale nella città vecchia, piccolo ma pulito. S’infilò in bagno e ringraziò mentalmente l’inventore della doccia. Amava farsi scivolare addosso quella sensazione di calore liquido. Si rasò completamente una barbetta incolta che teneva ormai da diversi anni, pensando di acquistare così un po’ più di autorevolezza. Si guardò allo specchio, fece qualche boccaccia, ripassò velocemente le frasi che si era preparato e infine uscì dal bagno. Thomas Orrow era davanti a lui.</p>
<p>- Ciao Vincent. Quanto tempo…</p>
<p>- Come sei entrato? – chiese stupito il ragazzo, fermandosi l’asciugamano bianco alla vita. Thomas si trovava in piedi accanto al letto, in completo blu scuro, con una vistosa cravatta scarlatta. Con movimenti lenti e precisi si portava alla bocca una sigaretta, tenendo l’altra mano infilata nella tasca della giacca. Aveva i capelli lunghi e tirati all’indietro col gel. Aspirò avidamente dal filtro della sigaretta con le sue labbra carnose, lo sguardo perso oltre la finestra sulla strada più sotto.</p>
<p>- Ti dispiace su fumo? – non era una vera e propria domanda. Vincent ebbe una strana sensazione di disagio.</p>
<p>- Cosa ci fai qui?</p>
<p>- Beh, avevamo un appuntamento, no?</p>
<p>- Si, tra due ore circa, nel tuo ufficio… – puntualizzò Vincent, avvertendo un lieve brivido, forse causato dal freddo della stanza sulla sua pelle bagnata.</p>
<p>- Ho dovuto ripianificare i miei impegni, e la mia segretaria non ha fatto in tempo ad avvertirti. Mi dispiace. – Ma nella sua voce non traspariva alcun rammarico.</p>
<p>- Capisco… Non mi aspettavo però che ci tenessi così tanto a vedermi…</p>
<p>- Oh, invece ci tengo molto. Quanto tempo è passato? Dieci anni? Undici? Un’eternità…</p>
<p>- Beh, sì… E vedo che di strada ne hai fatta…</p>
<p>- Già… Proprio così. – Nel parlare, Thomas continuava a fissare la strada. La luce che proveniva dalla finestra gli illuminava in pieno il volto. Quando terminò la sigaretta finalmente guardò negli occhi il suo interlocutore.</p>
<p>- Stai cercando lavoro?</p>
<p>- Beh, sì, anche se la finanza non è proprio il mio campo…</p>
<p>- Non lo era neanche il mio, per questo… – precisò sorridendo Orrow, e di quel sorriso Vincent avrebbe fatto volentieri a meno.</p>
<p>- Già, ricordo che avevi altri interessi…</p>
<p>- È vero…</p>
<p>Ogni frase, ogni parola, ogni sillaba di quel dialogo nascondeva mille significati. Vincent non aveva più freddo. Un paio di gocce gli scivolarono da un lato del volto, e non a causa dei capelli bagnati. Stava sudando.</p>
<p>- Tu sai perché volevo vederti, vero?</p>
<p>Thomas Orrow ritirò la mano dalla tasca ed estrasse una pistola di piccolo calibro, metallica e lucente. L’arma sembrava scomparire nella sua mano tanto era minuta, ma il foro d’uscita in fondo alla piccola canna era largo e profondo, come un occhio sulle tenebre più buie. Vincent guardò dentro quel foro e si sentì mancare il fiato.</p>
<p>- Li hai uccisi tu, non è vero?</p>
<p>- E come avrei potuto? Ero dall’altra parte del paese…</p>
<p>- La porta… La porta che stavi progettando dieci anni fa. Ce l’hai fatta…</p>
<p>- La porta sul domani… – Thomas Orrow pronunciò quelle parole con arrogante soddisfazione.</p>
<p>- È così che hai potuto prevedere gli andamenti finanziari e diventare miliardario in meno di due anni, vero? Ti è bastato dare una sbirciatina ai giornali del giorno dopo e puntare sul sicuro…</p>
<p>- La più grande invenzione di tutti i tempi… – Orrow sembrava non ascoltare, perso in un delirio di auto glorificazione. Era tornato a guardare fuori dalla finestra, la pistola sempre puntata sull’uomo che gli stava davanti.</p>
<p>- E poi gli omicidi… Sei andato da loro e li hai fatti fuori, mentre l’altro “te” era a centinaia di chilometri di distanza. L’alibi perfetto… – Vincent parlava veloce e non riusciva a staccare lo sguardo dal foro della pistola. – E poi c’è il nome, Thomas Orrow. Lo hai cambiato dopo il tuo primo viaggio nel domani, non è vero?</p>
<p>Orrow annuì impercettibilmente. – Tutto giusto, caro Vincent. Il problema sarà provarlo, non credi? Almeno che tu non voglia rischiare di finire in una casa di cura…</p>
<p>- Esattamente. Per questo motivo non riesco a capire perché sei venuto.</p>
<p>- Beh, forse non potrai provare nulla, ma il fatto che tu conosca la verità mi dà più di una ragione per non dormire tranquillo la notte. Ed io, mio caro Vincent, adoro dormire tranquillo…</p>
<p>Gli occhi di Orrow tornarono a guardare davanti. Il dito sul grilletto incominciò a tendersi.</p>
<p>- Aspetta. Te la sei cavata in due occasioni, ma questa volta è diverso. Non hai alcun alibi al quale aggrapparti. Ti scopriranno… – Vincent sentiva il cuore rimbombargli nelle tempie. Orrow inclinò la testa e sorrise.</p>
<p>- Vedi, c’è una cosa che non sai…</p>
<p>Vincent strinse gli occhi e fece un passo indietro, mentre il cuore pareva sul punto di balzargli fuori dal petto – Cosa? – chiese tremando.</p>
<p>Thomas Orrow, allungò il braccio e gli puntò la pistola in faccia. – Oggi, per te, è già domani.</p>
<p><em> </em></p>
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		<title>Il regalo più gradito</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Dec 2010 06:53:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>contributi</dc:creator>
				<category><![CDATA[GioVediamoci]]></category>
		<category><![CDATA[I Corti]]></category>
		<category><![CDATA[I racconti dell'Avvento]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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		<description><![CDATA[Un racconto di Donatella Quaranta. “Che brutto tempo!” pensò Linda guardando fuori dalla finestra della sua stanza. In [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/12/il-regalo-piu-gradito/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton2256" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FUJlkJ&amp;via=scrivolo&amp;text=Il%20regalo%20pi%C3%B9%20gradito&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F12%2Fil-regalo-piu-gradito%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/12/ala-angelo.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2257" title="ala angelo" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/12/ala-angelo.jpg" alt="" width="600" height="336" /></a></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Un racconto di <a href="http://www.scrivolo.it/gli-ospiti/donatella-quaranta/">Donatella Quaranta</a>.</span></p>
<p>“Che brutto tempo!” pensò Linda guardando fuori dalla finestra della sua stanza.</p>
<p>In quel pomeriggio di fine autunno il cielo plumbeo proiettava i suoi riflessi grigiastri sul giardino, rendendo uniforme e incolore il paesaggio. Il vento intenso agitava le fronde di un giovane arancio e, mutando continuamente direzione, strappava dal vecchio noce le ultime foglie avvizzite che, cadendo, senza toccare il suolo, sollevate dai refoli, formavano dei mulinelli qua e là.</p>
<p>Seduta allo scrittoio, Linda giocherellava distrattamente con la matita, immersa nei suoi pensieri.</p>
<p>Aveva aperto il quaderno per svolgere gli esercizi assegnati: due problemi di aritmetica da risolvere. Ma non aveva voglia di fare i compiti.</p>
<p>Da quando la sua mamma era volata in cielo, fare qualsiasi cosa era diventato mille volte più pesante. Senza il suo sorriso, o le sue parole dolci che le davano calore e sollievo, tutto le sembrava duro e faticoso. Anche i compiti scolastici.</p>
<p>Aveva otto anni, soltanto otto anni! Non riusciva a spiegarsi perché alla sua mamma era stato chiesto di andare in cielo e lasciare lei e la sorellina sulla terra, prive del suo affetto, nonostante fossero ancora così piccole! E poi… tra pochi giorni sarebbe stato Natale… il primo Natale senza l’adorata mammina…</p>
<p>Nell’atrio della scuola era stato collocato un abete alto alto. Era stato addobbato con un’ infinità di nastri argentati, con mille sfere colorate e tante lucette bianche intermittenti. Uno splendore.</p>
<p>Come ogni anno, ciascun bimbo, alunno della scuola, avrebbe dovuto scrivere una letterina a Babbo Natale. Le maestre avrebbero appeso ogni letterina all’albero, legandola con un nastrino rosso. L’albero si sarebbe arricchito dei desideri dei bambini, racchiusi in decine e decine di bigliettini.</p>
<p>Anche a Linda era stato chiesto di scrivere la letterina, ma da subito si era dimostrata restìa. Quest’ anno, a differenza degli anni precedenti, non aveva alcuna intenzione di avanzare richieste a Babbo Natale. Non era nella disposizione d’animo adatta.</p>
<p>“Non scriverò quella stupida letterina a Babbo Natale! Non mi va!” pensò, mentre due lacrimoni le rigavano le guance. “Tanto so già che Babbo Natale, quest’anno, non potrà esaudire il mio desiderio! Lui può solo portarmi i giocattoli in plastica, le bambole, i peluche, ma non una persona vera! Invece l’unica cosa che vorrei potergli chiedere è di riportarmi indietro la mia mamma! Ma so che è impossibile”.</p>
<p>Aprì il cassetto alla sua sinistra e tirò fuori un piccolo quadernetto con la copertina di tessuto beige con i fiorellini stampati. Era un diario segreto, con tanto di lucchetto e chiave.</p>
<p>“Serve per annotare i pensieri che attraversano la nostra testa e che non abbiamo voglia di rivelare agli altri” le aveva detto la zia quando glielo aveva regalato. “Il diario è un ottimo amico, potrai confidargli ciò che senti, le tue riflessioni, le tue idee e i tuoi desideri. Lui conserverà tutto ciò che scriverai e sarà muto come un pesce!”.</p>
<p>Linda aveva apprezzato il dono e, ultimamente, faceva ricorso spesso al suo piccolo amico.</p>
<p>Aprì il diario e rilesse ciò che aveva scritto il giorno prima: “Ho sentito in tv che tra pochi anni potrebbe esserci la fine del mondo. Se succedesse, sarei davvero contenta. Non perché io voglia morire, solo perché in questo modo potrei rivedere presto la mia mamma!”.</p>
<p>Linda non scrisse la letterina, non chiese nulla a Babbo Natale e la vigilia di Natale andò a letto, come tutte le altre sere, al solito orario.</p>
<p>All’improvviso una luce sfavillante riempì la sua cameretta come se fosse stata illuminata da migliaia e migliaia di candele. Tutto intorno a lei scintillava. Una sfera bianca luminosissima, della dimensione di una pallina da tennis, ricca di filamenti penduli che si flettevano oscillando, danzava per la stanza. La sfera si avvicinò lentamente a Linda, si posò sul guanciale e, repentinamente, assunse la forma di un bellissimo angelo. Era un angelo di luce bianca, abbagliante, con due ali bellissime e imponenti. Battendole lentamente e continuamente, l’angelo si avvicinò all’orecchio di Linda e le disse: “non essere triste piccola Linda, non sei sola. La tua mammina veglia sempre su di te, qualunque cosa tu faccia. Ti è sempre vicina e lo sarà in ogni momento in cui avrai bisogno di lei. Quando sei stanca, quando ti senti sola, rivolgi a lei il tuo pensiero e vedrai che tutto ti sembrerà più leggero e più semplice. Sorridi perché lei ti vuol bene e ti protegge”.</p>
<p>Linda sussultò e… si svegliò. Aveva sognato, ed era stato un bellissimo sogno. Una ventata d’aria fresca le colpì il viso, un soffio, un alito di vento, il battito d’ala di un angelo… Un largo sorriso si disegnò sulle sue labbra. Si raggomitolò tra le coltri e si riaddormentò.</p>
<p>La mattina di Natale le telefonò la zia, per dirle che, anche senza letterina, Babbo Natale aveva deciso comunque di lasciarle dei doni. Le cuginette l’avrebbero aspettata per aprire i regali.</p>
<p>Linda andò dalla zia, aprì il suo dono e ringraziò col sorriso sulle labbra.</p>
<p>Quel sorriso non fu solo un sorriso di cortesia ma, in cuor suo, un sorriso di felicità per un regalo più grande e importante che aveva già ricevuto: quello notturno, il regalo più gradito.</p>
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		<title>(notte) padana minuscola</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Dec 2010 06:49:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>contributi</dc:creator>
				<category><![CDATA[GioVediamoci]]></category>
		<category><![CDATA[ospiti]]></category>
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		<description><![CDATA[Un racconto di Davide Pignedoli (TuttiSogni) La vista della nebbia è filtrata dal finestrino, la fronte è appoggiata [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/12/notte-padana-minuscola/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton2204" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FfyPD5&amp;via=scrivolo&amp;text=%28notte%29%20padana%20minuscola&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F12%2Fnotte-padana-minuscola%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/12/NottePadana.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2205" title="NottePadana" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/12/NottePadana.jpg" alt="" width="300" height="309" /></a> Un racconto di <a href="http://www.scrivolo.it/gli-ospiti/davide-pignedoli/"><em>Davide Pignedoli</em></a> (<a href="http://tuttiisogni.blogspot.com">TuttiSogni</a>)</p>
<p>La vista della nebbia è filtrata dal finestrino, la fronte è appoggiata sul finestrino: sensazione di freddo.</p>
<p>Alla guida, lui parla e batte con le mani sul volante, al ritmo della solita musica. Guarda nello specchietto retrovisore, parla di niente: sensazione di niente.</p>
<p>Mi soffoco l’insofferenza nella giacca di pelle, la voglia di fuggire mi si secca in bocca con un sapore di nicotina. Sensazione ingannevole di calore, nell’abitacolo della macchina. Mi proteggo con un silenzio ostinato che si finge stanco, e lancio sguardi distratti alle luci ovattate dei capannoni, dei lampioni.</p>
<p>La mia città è tutta qui: lui che parla di niente, queste luci che mi scorrono accanto, mischiate alla nebbia. La mia vita è tutta qui: distesa su questa strada. Il finestrino si appanna pian piano; l’alone umido del mio respiro mi sale dalla bocca e si spande sul vetro, si sovrappone alla nebbia. Non si vede quasi più nulla di fuori. Mi proteggo così.</p>
<p>Gesti automatici cambiano stazioni radio, schivano e schifano ritmi latinoamericani, mi tengono gli occhi fissi fuori dal finestrino. Non metto a fuoco: mi proteggo così. Nemmeno io sono a fuoco, qui. Nella tasca della giacca di pelle la mia mano fruga alla ricerca di una voce amica, estrae i Virginiana Miller trovati questo pomeriggio su internet.</p>
<p>La musica mi protegge dalla voce di lui, la pianura padana mi anestetizza con la sua nebbia.</p>
<p>Questa città mi ammazzerà con la sua noia. Io mi proteggo così, dimenticandomi di viverla.</p>
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		<title>Il seme della vita</title>
		<link>http://www.scrivolo.it/2010/08/il-seme-della-vita/</link>
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		<pubDate>Fri, 06 Aug 2010 07:40:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>contributi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Berlenghini]]></category>
		<category><![CDATA[seme]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>

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		<description><![CDATA[Un racconto di Luca Berlenghini &#8220;E&#8217; mai possibile &#8211; mio angelo custode &#8211; che un sentimento solido ed [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/08/il-seme-della-vita/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton1847" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FRrki2&amp;via=scrivolo&amp;text=Il%20seme%20della%20vita&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F08%2Fil-seme-della-vita%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p style="text-align: right; font-style: italic;">Un racconto di <a href="http://www.scrivolo.it/gli-ospiti/luca-berlenghini/"><em>Luca Berlenghini</em></a></p>
<p>&#8220;E&#8217; mai possibile &#8211; mio angelo custode &#8211; che un sentimento solido ed un approdo d&#8217;unione tanto sicuro, si dissolva solo a causa del condizionamento sociale, del peso del tempo e dell&#8217;avarizia del sentimento?&#8221;. Col tardivo senno di poi, io dico che succede ed anche piuttosto spesso. Ed è proprio quello che è capitato a me. L&#8217;assoluta illogicità della storia ed i particolari che l&#8217;hanno attraversata, rendono ancora più amaro, il ricordo dell&#8217;atmosfera incantata dei tempi del mio matrimonio. Assorbiti senza traumi, le scontate difficoltà della prima convivenza, affrontammo con esemplare determinazione la venuta dei due figli ed il conseguente accomodamento di vita e abitudini.</p>
<p>Più tardi, allettato dal successo professionale ma anche per combattere latitanti episodi depressivi, cominciai a destinare sempre più tempo ed energie al lavoro ed alle pubbliche relazioni, diradando la mia presenza in famiglia e trascurando la frequentazione di amici e parenti. Intaccati progressivamente l&#8217;afflato e la passionalità coniugali, lasciai sempre maggiori spazi alla passività dell&#8217;abbraccio ed alla ripetitività di gesti annoiati, ben lontani dall&#8217;appagante sintonia affettiva che ci aveva elargito magiche e travolgenti emozioni. Consentii, così, che nella nostra storia, si intrufolassero pagine non illustrate, segreti oscurati, sguardi non ricambiati. Cominciai a guardare con occhio lussurioso, le curve della bella segretaria, da anni a portata di mano, ma che non mi aveva mai destato voglie particolari, pur permettendosi un abbigliamento disinvolto e persino provocante. Mia moglie, avvertiti i cambiamenti di umore e abitudini, me ne parlò tempestivamente, senza assilli particolari. E fu proprio questa sua straordinaria prudenza a favorire nei primi tempi, dialoghi concilianti ed anche la ripresa di occasionali manifestazioni affettive, da me vissute con ipocrita strumentalizzazione.</p>
<p>Quella mattina, però, fu diverso. Rivolto il solito distaccato saluto &#8220;ciao, non mi aspettare, farò tardi&#8221;, mi soffermai a guardare mia moglie. L&#8217;espressiva fissità dei suoi occhi mi turbò. Un fremito di dolcezza, per un attimo, mi fece accarezzare l&#8217;idea di correre ad abbracciarla. Ne fui dissuaso dall&#8217;orgoglio e dal gelo indifferente che oramai accompagnava ogni mia azione. Non attesi nemmeno l&#8217;arrivo dell&#8217;ascensore e scesi di corsa le scale, guadagnando l&#8217;uscita. Manifestamente contrariato, mi rifugiai nell&#8217;ufficio fino alle ventuno quando mi presentai all&#8217;incontro del giovedì con la segretaria amante, serata preannunciata ricca di appetitose novità. Questa furente avventura, aveva contribuito a distrarmi dalle più elementari necessità collaborative che costituiscono il fondamento-salvezza d&#8217;ogni rapporto di coppia.</p>
<p>Il massimo dell&#8217;indifferenza, lo dimostrai in occasione della grave malattia del secondogenito, lasciando che il terribile fardello cadesse sulle spalle di mia moglie. A riprova della perdita di ogni pudore, mi ero defilato ulteriormente proprio nei momenti bui della sofferenza. Ma quella serata, pur risultando il tutto al di sopra di ogni aspettativa, la vissi senza la consueta partecipazione, annoiato e col desiderio che finisse al più presto. All&#8217;alba, rimessomi in macchina e sempre con l&#8217;immagine mattutina di mia moglie in mente, avvertii il forte bisogno di svegliarla al rientro e di dirle qualsiasi cosa somigliasse a dichiarazioni di scusa. Mi predisposi così con semplicità, a come mi sarei a lei rivolto. Le avrei solo detto: &#8211; &#8220;scusami e perdonami, se ancora puoi. M&#8217;hai dimostrato che l&#8217;amore può avere tanti nomi, ma c&#8217;è un solo modo per viverlo: prenderlo per mano, seguirlo con occhi sempre allerti, rianimarlo con l&#8217;energia di un sentimento rinnovato&#8221;.</p>
<p>Man mano che prendevano corpo questi rasserenanti segnali, mi scoprii gratificato di una carica emotiva che mi spingeva a bruciare gli ultimi chilometri. Contemporaneamente, la stanchezza accumulata in una giornata di lavoro defatigante e l&#8217;annebbiamento procurato dall&#8217;alcool e dal cibo ingurgitati mi inducevano a ridurre la velocità ed a raddoppiare le precauzioni. Abbordando correttamente l&#8217;ultima curva, pregustavo tanto l&#8217;imminente incontro con mia moglie che mi esplose dal cuore l&#8217;invocazione del suo nome, l&#8217;ultima parola da me proferita. Un tracotante fuoristrada lanciato a folle velocità, mi sradicò dalla corsia scagliandomi in alto, per poi infossarmi in un campo circostante.</p>
<p>Quando mi sono trovato tra questi trapassati, ho saputo che alla guida del fuoristrada omicida c&#8217;era uno sciagurato godereccio pari mio che aveva fatto della superficialità una virtù, dell&#8217;egoismo un titolo di merito, della trasgressione un mito. Appresa la notizia, mia moglie si chiuse ancor più in sé, senza riuscire a versare una sola lacrima, tanto si era consumata per la mia insipienza di uomo da niente. &#8211; &#8220;Ora và da lei, fedele messaggero, riporta quanto ti ho raccontato e dille che non ho diritto di chiederle niente, nemmeno di implorare il suo perdono. Che sappia almeno che sono morto con l&#8217;invocazione del suo nome e con un insanabile rimorso nel cuore&#8221;.</p>
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		<title>Il portafortuna</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Apr 2010 06:03:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Un racconto di Bruno Magnolfi Non era affatto difficile addormentarsi su una corriera. Era sufficiente avere una giornata [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/04/il-portafortuna/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton1478" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2Fp2hbs&amp;via=scrivolo&amp;text=Il%20portafortuna&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F04%2Fil-portafortuna%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/04/corriera.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1479" title="corriera" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/04/corriera-300x185.jpg" alt="" width="300" height="185" /></a></p>
<p style="text-align: right; font-style: italic;">Un racconto di <span style="color: #3366ff;"><em><a href="http://www.scrivolo.it/gli-ospiti/bruno-magnolfi">Bruno Magnolfi</a></em></span></p>
<p>Non era affatto difficile addormentarsi su una corriera. Era sufficiente avere una giornata di duro lavoro alle spalle, sedersi là sopra e lasciarsi dondolare dagli scossoni che provocava la strada mentre la campagna scorreva, come in un film. Solo che io non avevo una giornata di lavoro alle spalle: ero salito sopra quel mezzo pubblico per andare a trovare un amico, ma senza neppure sapere se quell’amico abitasse ancora in quella casa di paese di cui lui mi aveva dato l’indirizzo quasi un anno prima, durante l’ultima volta che ci eravamo incontrati, e dove io non ero neanche mai stato. Non conoscevo neppure la sua situazione attuale quale fosse: cosa faceva, con chi abitava, perfino se avesse accettato di ricevermi, e soprattutto se fosse d’accordo ad ospitarmi per almeno una notte, ma se era possibile anche di più. Di fatto non sapevo davvero a quale altra porta bussare, e i miei ultimi soldi li avevo ormai spesi per acquistare il biglietto per quella corriera. Non so perché in quel periodo mi fossi ridotto così, con uno zainetto sopra le spalle che conteneva tutto ciò che mi era rimasto, però insieme a me avevo ancora speranza, ottimismo, voglia di pensare al futuro in modo positivo, nonostante qualsiasi batosta.</p>
<p>Mi ero addormentato mentre pensavo al mio amico, a cosa avrei trovato dietro alla sua espressione sorpresa, come mi avrebbe accolto. A volte a qualcuno gira male la vita, non c’era da farne alcuna meraviglia, e aiutarsi l’un l’altro poteva essere bello, forse per ognuno dei due. Accanto a me si era seduto qualcuno durante una fermata della corriera, ma aveva cercato di non disturbare ed io mentalmente mi ero sentito riconoscente verso quella persona. Pensavo ad occhi chiusi alla gente che se ne tornava in famiglia a quell’ora di sera, a parlare delle cose della giornata, a scambiarsi pareri, a confermare gli affetti che li tenevano assieme. Non provavo vergogna, ma io mi sentivo diverso, era proprio così. Chissà cosa mai potrebbe essere stato per me quel futuro di cui adesso discutevano a voce alta qualche sedile più avanti. Era importante avere coscienza della mia situazione difficile: ma d’ora in poi mi sarei rimboccato le maniche, avrei cercato di costruire qualcosa, con calma, certo, con infinita pazienza. Ma avevo bisogno di una spinta iniziale, di quel piccolo aiuto per poter ripartire.</p>
<p>Quando mi volsi verso quella ragazza lei mi sorrise: aveva appoggiato il suo piccolo bagaglio sopra le gambe, e stava lì, ad osservare distratta tutti e nessuno. “Mi scusi”, le dissi, riferito al fatto che avevo occupato ben più del mio spazio sopra al sedile. “Non si preoccupi…”, rispose; “In questa corriera è sempre così…”. Avrà avuto due, tre anni meno di me, ma pure sfiorandosi, pensavo che la distanza tra noi era enorme, incommensurabile. Guardai di nuovo fuori dal finestrino, “C’è ancora molto per arrivare al paese?…”, chiesi. “No”, mi rispose; “Solo dieci minuti”. La corriera andò avanti seguendo il suo percorso di strade, poi la ragazza mi sfiorò il braccio: “Devo scendere…”, disse; “Arrivederci…”. La guardai per un attimo, come si guarda una persona a cui ci sentiamo legati. “Può darmi un bacio, per favore…”, le chiesi; “Ne ho solo bisogno come di un portafortuna…”. Lei mi sorrise, lasciò trascorrere solo un momento trattenendo immutato quel suo sorriso, poi mi baciò, con tenerezza sincera, chiudendo gli occhi, in un gesto di generosità e di affetto che non dimenticai più, per tutta la vita.</p>
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