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Faccia da Patrizia

Un racconto di Giuseppe Montiroli.

Francesco la guardava passare quasi ogni mattina, da circa vent’anni. Si salutavano come si salutano quelle persone che si sono conosciute per un breve periodo della loro vita ma che dopo anni le loro storie non si sono più incrociate. Francesco, sulla porta del suo negozio di ferramenta in pieno centro storico, le sorrideva facendole un cenno con la testa e rallegrandosi interiormente quando lei ricambiava quel saluto. Altre volte la scorgeva di straforo da dentro il negozio fra gli utensili esposti in vetrina rammaricandosi di non essere uscito due minuti prima a fumare una sigaretta. A volte lei passava con un ragazzino di circa dieci anni che aveva visto crescere e che da molto tempo aveva capito che era suo figlio. A volte invece passava da sola e camminando veloce si infilava nella galleria di un enorme agglomerato di uffici alto quattro piani che abbruttiva quello scorcio di città. Francesco non era mai riuscito a scoprire in quale di quei circa sessanta uffici lavorasse. Poi a volte la vedeva passare con quello che sicuramente era il marito, un bell’uomo visibilmente più anziano di lei e mentre camminavano sembravano quasi due sconosciuti che occasionalmente si ritrovano a fare la stessa strada fianco a fianco. E questa cosa a Francesco sembrava la sintesi del matrimonio. Un marito, un figlio e un lavoro d’ufficio. Solo questo sapeva di lei. Anzi no, sapeva anche il suo nome. Patrizia. Un nome quasi antico, di quelli che ormai non si usano più nei battesimi. Come Donatella o Loredana. Ci sono persone alle quali il nome calza a pennello e col tempo diventa un tutt’uno col volto e il nome Patrizia abbinato a lei era quanto di più azzeccato ci potesse essere. Ogni suo lineamento ed ogni suo gesto avevano un qualcosa di nobile che rimandava agli antichi patrizi romani. Patrizia era ancora molto bella, di quelle bellezze che non hanno bisogno di rossetto o fondotinta per essere riconosciute tali. Occhi verdi e bocca carnosa sopra due seni ancora prosperosi. I capelli erano sempre ben curati e di un elegante colore rosso. Inoltre il tempo le aveva risparmiato l’eccessiva rotondità dei fianchi e Francesco pensava che probabilmente si teneva in forma fra palestra e piscina. Non era mai riuscito a parlarle e d’altronde non sapeva neanche come cominciare eventualmente il discorso e se darle del tu o del lei. Perché Francesco si ricordava di Patrizia ma non era sicuro del contrario. Magari lei ricambiava semplicemente il saluto di un negoziante che lavora vicino al suo ufficio nel centro storico di una piccola città balneare di provincia. Magari se avesse avuto una boutique o un alimentari qualche volta se la sarebbe vista entrare per provare una gonna o per comprare del prosciutto e magari avrebbero parlato di quella volta. Ma con un negozio di ferramenta le speranze erano ben poche. Qualche volta l’aveva incontrata nel bar all’angolo ed ogni volta la sua timidezza gli aveva impedito di andare oltre il solito saluto fra negoziante e passante. E così si era rassegnato a fantasticare su come sarebbe stata diversa la sua vita se lei quella sera al Melaverde…

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Renato Fucini, Mie onoranze a Monterotondo Marittimo

SCRIVO una pagina per me delle più commoventi fra i miei ricordi.

L’anno 19… (chi se ne ricorda? Le date non sono fatte per me. Fra i miei fogliacci potrei ritrovare questa data, ma non ne ho la pazienza). Dunque, l’anno 19… mi pare d’agosto, mi giunse, da Monterotondo Marittimo in provincia di Grosseto dove sono nato, una lettera inviatami da un certo Emanuele Paganini, il quale, a nome di quella popolazione, che voleva conoscermi di persona e farmi un po’ di festa, mi invitava ad andare lassù.

Accettai l’invito e, nel giorno indicatemi, ci andai, partendo da Castiglioncello per la linea maremmana. Alla stazione di Massa Marittima trovai molte persone distinte di quella città ad attendermi per un saluto; e fra questi uno dei fratelli Ravenni di Monterotondo, il quale, per conto del Comune, mi portò in carrozza chiusa fino a quel montano e pittoresco paese. A un mezzo chilometro circa dalle mura, mi aspettava quasi tutta la popolazione del paese accompagnata dalla banda musicale, che, appena scorta la carrozza da lontano, incominciò a suonare. Ero già commosso e intenerito da questa accoglienza; ma ancora non eravamo a nulla. Scesi dalla carrozza e, fra i primi a salutarmi, incontrai il mio vecchio amico d’università, Ettore Socci deputato di quel collegio, invitato lassù per l’occasione. — Hai visto? — mi disse subito. — Da questi segni, lo giudicheresti d’essere nel fondo della Maremma, fra boschi a perdita d’occhio e in mezzo a monti deserti e lontani? Fra poco vedrai quanta gentilezza in queste anime! — Ci prendemmo a braccetto e, preceduti dalla banda e contornati da un folto gruppo di popolo plaudente, entrammo nel paese. Tutto era adornato di festoni verdi e di bandiere e di fiori. E in ogni festone v’era in mezzo, scritto a lettere cubitali, il titolo di qualche mio scritto o di qualche mio libro. Sulla porta d’ingresso al paese v’era scritto: Dolci ricordi.

Ettore Socci guardò me; io guardai lui, e i nostri occhi si incontrarono lustri di commozione. Inoltrandoci dentro il caseggiato s’era coperti da una pioggia di fiori e da un uragano d’applausi e di grida: — Viva Renato Fucini nostro compaesano! Viva Ettore Socci nostro deputato ! — E saluti affettuosi come fra vecchi amici e strette di mano e abbracci frenetici, e nel tempo stesso rispettosi. Emanuele Paganini, il modesto legnaiolo che mi aveva scritto la lettera d’invito, mi baciava con gli occhi e, con gli stessi occhi brillanti d’affetto e di soddisfazione, mi diceva grazie con un sorriso che gli veniva dal cuore.

Girammo tutto il paese sempre in mezzo a tanta festa; poi accennai alla mia stanchezza e, subito, come per incanto, si fece silenzio, e fui condotto in casa dei fratelli Ravenni, dove era tutto preparato per darmi ospitalità. Nessuna esagerazione di preparativi, nessuna esagerazione di accoglienza e di comuni e noiosi e opprimenti complimenti, in quella casa! Forse, capitando nei sobborghi di qualche grossa e civile città, non avrei trovato una accoglienza così onesta, e avrei certamente incontrato qualche cosa che mi avrebbe ricordato la mia gloriosa « Scampagnata ». Quanto sono riconoscente a queste buone e brave persone!

Non mi metto a raccontare cose minute perché sarebbe troppo lunga e difficile impresa : visita al paese, ai soffioni del borace e ai dintorni più pittoreschi. Festa da tutte le parti, e rinfreschi e allegria, e declamazioni nel teatrino e l’inevitabile banchetto, e discorsi, e inni, e apoteosi… Tre giorni di fatica e di stordimento, che mi ridussero a un tale stato di sfinimento fisico e morale che, quando, da ultimo, il sindaco Primo Fiaschi venne a prendermi per condurmi a Massa e mi fece trovare un altro banchetto bello e preparato nella sua città, non ebbi tanto fiato da dire a quei cortesi signori quanto fossi a loro grato e quanto volessi bene a quel paese, dove tanti anni prima ero nato e dove mio padre e mia madre avevano passato tanti giorni della loro giovinezza, contenti e felici.

Dopo tre giorni di Monterotondo e dopo due notti di insonnia assoluta, non ne potevo più.

La sera del primo giorno, appena calato il crepuscolo, tutto il paese fu illuminato e qualche fiammata si accese qua e là sui poggi. Fui condotto a girare per le vie illuminate, dove, con mia dolce sorpresa, vidi una povera casetta più delle altre adorna di bandiere, di fiori e di lumi. Era la casetta dove sessanta anni addietro io ero nato. Fui condotto dentro, su al primo piano, e mi fu mostrata, adorna più che mai, la camera dove mia madre m’aveva dato alla luce. Ero tanto commosso, che, nel guardare quelle travi, quei travicelli, quel letto, quella povera mobilia (che era sempre la stessa), e quel mare che luccicava lontano lontano sotto un raggio di luna, mi correvano per le gote, fitte fitte, le lacrime. Ah, cari amici, che sogni dolcissimi siete riusciti a suscitare in quei momenti solenni nel mio vecchio cuore!

La mattina di poi mi aspettava un’altra commovente sorpresa. Fui condotto a vedere la chiesa, dove il Proposto, in abito talare, mi venne incontro e mi condusse a vedere il fonte nel quale ero stato battezzato. Anche su quello era stata posta una festosa ghirlanda di fiori e d’alloro. Lì accanto era stato posto un leggìo sul quale stava aperto, mostrando la pagina che mi riguardava, il libro delle nascite.

Pochi anni dopo, in compagnia della mia Emma, che volli che anch’essa conoscesse quei luoghi, ci tornai. Avevo accettato l’invito pregando di lasciarmi quieto come se nessuno mi conoscesse. Fui puntualmente obbedito: molti saluti simpatici, molti sguardi sorridenti e punte parole. Bravo Paganini! Grazie.

Tornerò più a Monterotondo? Non credo. I settantratre anni sonati, che incominciano a pesarmi forte sulle spalle, forse non me lo permetteranno.

 

da:  Renato Fucini, Acqua passata: storielle e aneddoti della mia vita (1921)

 

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Vorrei rivederti ancora

Un racconto di: Antonella Marrocco.

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Il 31 marzo sei andata via.

Solo tornare col ricordo a quella mattina mi riempie gli occhi di lacrime.

Eravamo Tutti lì vicino a te, ormai non parlavi più, e il medico diceva che non sentivi più il dolore. Ma noi sapevamo che potevi ancora ascoltarci, che in qualche modo anche se non potevi parlare, riconoscevi le nostre voci e i nostri movimenti.

Sono certa che è stato difficile anche per te lasciarci. Ma non c’era più altra soluzione, e forse già lo sapevi anche tu. Sappiamo che ora stai bene lì dove sei, e anche se non è una consolazione, stiamo bene anche noi.

Ricordo il tuo volto con gli occhi sbarrati, il tuo respiro affannoso …. anche una lacrima rigò il tuo ormai esile viso prima di andare via.

Portavi con te poche cose, l’essenziale, avevi bisogno di poco.

“Spero che le scarpe che ti ho comprato per il viaggio siano comode! Sai che ho il pallino per le scarpe!”

Tua cognata ti ha portato la giacca nera, quella di lana, che aveva indossato tua madre. Lei dice che ti servirà per il freddo.

Ma quel nero sul volto ti intristiva ancora di più.

Tua figlia ha voluto metterti il foulard che portavi sempre al collo.

Forse ognuno di noi avrebbe voluto che portassi qualcosa con te per il viaggio, ma non avevi valigia, e forse non avresti saputo dove mettere tutte le nostre cose.

Sono certa che ci porti ogni istante nei tuoi pensieri, lì dove sei.

Sei tornata qualche istante per dirmi grazie. Ho sentito la tua voce, ho riconosciuto il tuo accento, ne sono certa eri tu!

I pensieri mi affollano la mente, le lacrime scendono da sole … non devo piangere, lei non vuole che io pianga.

Spero di rivederti ancora!

 

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10 ragazze per me… posson bastare

Un racconto di: KEKKO.

Sono un ragazzo di quattordici anni che frequenta la quarta ginnasio di un Liceo Classico.

Fino allo scorso anno ero abituato a stare in una classe formata da un numero uguale di maschi e femmine; quest’anno, e questo mi crea non pochi guai, mi sono ritrovato ad essere l’unico componente maschio della mia nuova classe.

All’inizio dell’anno scolastico pensavo di poter “sopravvivere” senza la minima difficoltà, ma ora mi accorgo che nella classe non ho un punto di riferimento, un migliore amico, un compagno con cui parlare di calcio, di moto o della scuola.

In classe, quando le ragazze parlano tra di loro,  sono costretto a stare in silenzio perché discutono solamente di ragazzi e di vestiti, ed io su questi due argomenti non saprei proprio cosa dire.

Quando i professori entrano in classe, la mattina, ci salutano con un:  “Buongiorno ragazze” e io mi chiedo se sono trasparente; la rara volta che un professore dice: “Buongiorno ragazzi” le mie compagne lo fulminano con uno sguardo assassino e io mi sento come un esile gnu tra tante leonesse feroci pronte a divorarselo.

Ma i disagi e le difficoltà arrivano soprattutto quando andiamo in palestra o in piscina.

In palestra per cambiarmi e indossare la tuta ci impiego cinque minuti, mentre loro si fanno attendere molto, neanche dovessero andare ad un matrimonio.

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Thomas Orrow

Un racconto di GM Willo.

Vincent Kalling gettò distrattamente l’occhio sul trafiletto di un quotidiano locale, lasciato sulla panca del tavolino che era intento a pulire. Vincent non leggeva i quotidiani e non gli interessava minimamente quello che potevano raccontare. Di sicuro non era ciò che succedeva là fuori. Al massimo poteva essere un concentrato di notizie appetibili per gli abitudinari dell’edicola, che nell’era di internet erano tutti over-cinquanta. No, Vincent aveva imparato a non fidarsi dei giornali il giorno in cui aveva lasciato il suo paese. Tuttavia qualcosa in quel trafiletto colse la sua attenzione, e non fu il titolo ma la foto che l’accompagnava. Mise da parte lo straccio e guardò in direzione del banco per assicurarsi che il suo capo non gli prestasse attenzione. Non gli dispiaceva lavorare come cameriere. Con un quoziente di intelligenza come il suo avrebbe potuto cercarsi qualsiasi lavoro, ma anche quella, come i giornali, era una trappola del primo mondo, e Vincent era diventato esperto ad evitare le insidie del sistema. Per dieci anni aveva viaggiato in lungo e in largo; Sud America, Europa, Africa, India, il più delle volte arrangiandosi, imparando dalla strada, respirando un concetto di libertà che né i film che aveva visto né i libri che aveva letto erano mai riusciti a mostrargli. Tre mesi prima era tornato a casa e l’aveva trovata esattamente come l’aveva lasciata. Non che si aspettasse qualcosa di diverso, però un po’ ci aveva sperato. Trentatré anni, una laurea in ingegneria e zero esperienza nel campo lavorativo, al di fuori ovviamente dei fast-food e dei caffè. Afferrò il giornale e guardò meglio quella foto per assicurarsi di non essersi sbagliato. Jordan Ross, era assolutamente lui. Eppure il trafiletto diceva che quell’uomo si chiamava Thomas Orrow. Strano, pensò, e si mise a leggere avidamente l’articolo, stando sempre attento a non farsi sorprendere dal capo.

Si parlava di un duplice omicidio, un uomo e una donna, e del fatto che il signor Orrow, il quale doveva essere un uomo di una certa importanza, era stato scagionato da tutte le accuse. La donna, a quanto sembrava, era stata la moglie di Orrow, mentre l’altra vittima, un certo Nicolas Levin, era stato l’amante di lei. Fin dall’inizio gli inquirenti avevano dato per scontato il movente passionale, ma Thomas Orrow aveva un alibi di ferro; entrambe le sere degli omicidi si trovava fuori città, e centinaia di testimoni erano pronti a confermarlo. Dopo aver seguito per oltre due mesi la pista del killer, con Orrow nel ruolo di mandante, le indagini si erano arenate e il principale indiziato per il duplice delitto era stato scagionato da tutte le accuse. L’articolo non diceva altro, ma Vincent moriva dalla curiosità di sapere come era andata per filo e per segno quella storia. C’era qualcosa di molto strano in tutto ciò. Prima di tutto il nome. Perché Jordan lo aveva cambiato? E com’è che era diventato così importante. In fondo aveva più o meno la sua età. Si era laureato lo stesso anno in cui lui era partito per il Brasile. Che cosa aveva fatto dopo?

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Il regalo più gradito

Un racconto di Donatella Quaranta.

“Che brutto tempo!” pensò Linda guardando fuori dalla finestra della sua stanza.

In quel pomeriggio di fine autunno il cielo plumbeo proiettava i suoi riflessi grigiastri sul giardino, rendendo uniforme e incolore il paesaggio. Il vento intenso agitava le fronde di un giovane arancio e, mutando continuamente direzione, strappava dal vecchio noce le ultime foglie avvizzite che, cadendo, senza toccare il suolo, sollevate dai refoli, formavano dei mulinelli qua e là.

Seduta allo scrittoio, Linda giocherellava distrattamente con la matita, immersa nei suoi pensieri.

Aveva aperto il quaderno per svolgere gli esercizi assegnati: due problemi di aritmetica da risolvere. Ma non aveva voglia di fare i compiti.

Da quando la sua mamma era volata in cielo, fare qualsiasi cosa era diventato mille volte più pesante. Senza il suo sorriso, o le sue parole dolci che le davano calore e sollievo, tutto le sembrava duro e faticoso. Anche i compiti scolastici.

Aveva otto anni, soltanto otto anni! Non riusciva a spiegarsi perché alla sua mamma era stato chiesto di andare in cielo e lasciare lei e la sorellina sulla terra, prive del suo affetto, nonostante fossero ancora così piccole! E poi… tra pochi giorni sarebbe stato Natale… il primo Natale senza l’adorata mammina…

Nell’atrio della scuola era stato collocato un abete alto alto. Era stato addobbato con un’ infinità di nastri argentati, con mille sfere colorate e tante lucette bianche intermittenti. Uno splendore.

Come ogni anno, ciascun bimbo, alunno della scuola, avrebbe dovuto scrivere una letterina a Babbo Natale. Le maestre avrebbero appeso ogni letterina all’albero, legandola con un nastrino rosso. L’albero si sarebbe arricchito dei desideri dei bambini, racchiusi in decine e decine di bigliettini.

Anche a Linda era stato chiesto di scrivere la letterina, ma da subito si era dimostrata restìa. Quest’ anno, a differenza degli anni precedenti, non aveva alcuna intenzione di avanzare richieste a Babbo Natale. Non era nella disposizione d’animo adatta.

“Non scriverò quella stupida letterina a Babbo Natale! Non mi va!” pensò, mentre due lacrimoni le rigavano le guance. “Tanto so già che Babbo Natale, quest’anno, non potrà esaudire il mio desiderio! Lui può solo portarmi i giocattoli in plastica, le bambole, i peluche, ma non una persona vera! Invece l’unica cosa che vorrei potergli chiedere è di riportarmi indietro la mia mamma! Ma so che è impossibile”.

Aprì il cassetto alla sua sinistra e tirò fuori un piccolo quadernetto con la copertina di tessuto beige con i fiorellini stampati. Era un diario segreto, con tanto di lucchetto e chiave.

“Serve per annotare i pensieri che attraversano la nostra testa e che non abbiamo voglia di rivelare agli altri” le aveva detto la zia quando glielo aveva regalato. “Il diario è un ottimo amico, potrai confidargli ciò che senti, le tue riflessioni, le tue idee e i tuoi desideri. Lui conserverà tutto ciò che scriverai e sarà muto come un pesce!”.

Linda aveva apprezzato il dono e, ultimamente, faceva ricorso spesso al suo piccolo amico.

Aprì il diario e rilesse ciò che aveva scritto il giorno prima: “Ho sentito in tv che tra pochi anni potrebbe esserci la fine del mondo. Se succedesse, sarei davvero contenta. Non perché io voglia morire, solo perché in questo modo potrei rivedere presto la mia mamma!”.

Linda non scrisse la letterina, non chiese nulla a Babbo Natale e la vigilia di Natale andò a letto, come tutte le altre sere, al solito orario.

All’improvviso una luce sfavillante riempì la sua cameretta come se fosse stata illuminata da migliaia e migliaia di candele. Tutto intorno a lei scintillava. Una sfera bianca luminosissima, della dimensione di una pallina da tennis, ricca di filamenti penduli che si flettevano oscillando, danzava per la stanza. La sfera si avvicinò lentamente a Linda, si posò sul guanciale e, repentinamente, assunse la forma di un bellissimo angelo. Era un angelo di luce bianca, abbagliante, con due ali bellissime e imponenti. Battendole lentamente e continuamente, l’angelo si avvicinò all’orecchio di Linda e le disse: “non essere triste piccola Linda, non sei sola. La tua mammina veglia sempre su di te, qualunque cosa tu faccia. Ti è sempre vicina e lo sarà in ogni momento in cui avrai bisogno di lei. Quando sei stanca, quando ti senti sola, rivolgi a lei il tuo pensiero e vedrai che tutto ti sembrerà più leggero e più semplice. Sorridi perché lei ti vuol bene e ti protegge”.

Linda sussultò e… si svegliò. Aveva sognato, ed era stato un bellissimo sogno. Una ventata d’aria fresca le colpì il viso, un soffio, un alito di vento, il battito d’ala di un angelo… Un largo sorriso si disegnò sulle sue labbra. Si raggomitolò tra le coltri e si riaddormentò.

La mattina di Natale le telefonò la zia, per dirle che, anche senza letterina, Babbo Natale aveva deciso comunque di lasciarle dei doni. Le cuginette l’avrebbero aspettata per aprire i regali.

Linda andò dalla zia, aprì il suo dono e ringraziò col sorriso sulle labbra.

Quel sorriso non fu solo un sorriso di cortesia ma, in cuor suo, un sorriso di felicità per un regalo più grande e importante che aveva già ricevuto: quello notturno, il regalo più gradito.

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(notte) padana minuscola

Un racconto di Davide Pignedoli (TuttiSogni)

La vista della nebbia è filtrata dal finestrino, la fronte è appoggiata sul finestrino: sensazione di freddo.

Alla guida, lui parla e batte con le mani sul volante, al ritmo della solita musica. Guarda nello specchietto retrovisore, parla di niente: sensazione di niente.

Mi soffoco l’insofferenza nella giacca di pelle, la voglia di fuggire mi si secca in bocca con un sapore di nicotina. Sensazione ingannevole di calore, nell’abitacolo della macchina. Mi proteggo con un silenzio ostinato che si finge stanco, e lancio sguardi distratti alle luci ovattate dei capannoni, dei lampioni.

La mia città è tutta qui: lui che parla di niente, queste luci che mi scorrono accanto, mischiate alla nebbia. La mia vita è tutta qui: distesa su questa strada. Il finestrino si appanna pian piano; l’alone umido del mio respiro mi sale dalla bocca e si spande sul vetro, si sovrappone alla nebbia. Non si vede quasi più nulla di fuori. Mi proteggo così.

Gesti automatici cambiano stazioni radio, schivano e schifano ritmi latinoamericani, mi tengono gli occhi fissi fuori dal finestrino. Non metto a fuoco: mi proteggo così. Nemmeno io sono a fuoco, qui. Nella tasca della giacca di pelle la mia mano fruga alla ricerca di una voce amica, estrae i Virginiana Miller trovati questo pomeriggio su internet.

La musica mi protegge dalla voce di lui, la pianura padana mi anestetizza con la sua nebbia.

Questa città mi ammazzerà con la sua noia. Io mi proteggo così, dimenticandomi di viverla.

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Il seme della vita

Un racconto di Luca Berlenghini

“E’ mai possibile – mio angelo custode – che un sentimento solido ed un approdo d’unione tanto sicuro, si dissolva solo a causa del condizionamento sociale, del peso del tempo e dell’avarizia del sentimento?”. Col tardivo senno di poi, io dico che succede ed anche piuttosto spesso. Ed è proprio quello che è capitato a me. L’assoluta illogicità della storia ed i particolari che l’hanno attraversata, rendono ancora più amaro, il ricordo dell’atmosfera incantata dei tempi del mio matrimonio. Assorbiti senza traumi, le scontate difficoltà della prima convivenza, affrontammo con esemplare determinazione la venuta dei due figli ed il conseguente accomodamento di vita e abitudini.

Più tardi, allettato dal successo professionale ma anche per combattere latitanti episodi depressivi, cominciai a destinare sempre più tempo ed energie al lavoro ed alle pubbliche relazioni, diradando la mia presenza in famiglia e trascurando la frequentazione di amici e parenti. Intaccati progressivamente l’afflato e la passionalità coniugali, lasciai sempre maggiori spazi alla passività dell’abbraccio ed alla ripetitività di gesti annoiati, ben lontani dall’appagante sintonia affettiva che ci aveva elargito magiche e travolgenti emozioni. Consentii, così, che nella nostra storia, si intrufolassero pagine non illustrate, segreti oscurati, sguardi non ricambiati. Cominciai a guardare con occhio lussurioso, le curve della bella segretaria, da anni a portata di mano, ma che non mi aveva mai destato voglie particolari, pur permettendosi un abbigliamento disinvolto e persino provocante. Mia moglie, avvertiti i cambiamenti di umore e abitudini, me ne parlò tempestivamente, senza assilli particolari. E fu proprio questa sua straordinaria prudenza a favorire nei primi tempi, dialoghi concilianti ed anche la ripresa di occasionali manifestazioni affettive, da me vissute con ipocrita strumentalizzazione.

Quella mattina, però, fu diverso. Rivolto il solito distaccato saluto “ciao, non mi aspettare, farò tardi”, mi soffermai a guardare mia moglie. L’espressiva fissità dei suoi occhi mi turbò. Un fremito di dolcezza, per un attimo, mi fece accarezzare l’idea di correre ad abbracciarla. Ne fui dissuaso dall’orgoglio e dal gelo indifferente che oramai accompagnava ogni mia azione. Non attesi nemmeno l’arrivo dell’ascensore e scesi di corsa le scale, guadagnando l’uscita. Manifestamente contrariato, mi rifugiai nell’ufficio fino alle ventuno quando mi presentai all’incontro del giovedì con la segretaria amante, serata preannunciata ricca di appetitose novità. Questa furente avventura, aveva contribuito a distrarmi dalle più elementari necessità collaborative che costituiscono il fondamento-salvezza d’ogni rapporto di coppia.

Il massimo dell’indifferenza, lo dimostrai in occasione della grave malattia del secondogenito, lasciando che il terribile fardello cadesse sulle spalle di mia moglie. A riprova della perdita di ogni pudore, mi ero defilato ulteriormente proprio nei momenti bui della sofferenza. Ma quella serata, pur risultando il tutto al di sopra di ogni aspettativa, la vissi senza la consueta partecipazione, annoiato e col desiderio che finisse al più presto. All’alba, rimessomi in macchina e sempre con l’immagine mattutina di mia moglie in mente, avvertii il forte bisogno di svegliarla al rientro e di dirle qualsiasi cosa somigliasse a dichiarazioni di scusa. Mi predisposi così con semplicità, a come mi sarei a lei rivolto. Le avrei solo detto: – “scusami e perdonami, se ancora puoi. M’hai dimostrato che l’amore può avere tanti nomi, ma c’è un solo modo per viverlo: prenderlo per mano, seguirlo con occhi sempre allerti, rianimarlo con l’energia di un sentimento rinnovato”.

Man mano che prendevano corpo questi rasserenanti segnali, mi scoprii gratificato di una carica emotiva che mi spingeva a bruciare gli ultimi chilometri. Contemporaneamente, la stanchezza accumulata in una giornata di lavoro defatigante e l’annebbiamento procurato dall’alcool e dal cibo ingurgitati mi inducevano a ridurre la velocità ed a raddoppiare le precauzioni. Abbordando correttamente l’ultima curva, pregustavo tanto l’imminente incontro con mia moglie che mi esplose dal cuore l’invocazione del suo nome, l’ultima parola da me proferita. Un tracotante fuoristrada lanciato a folle velocità, mi sradicò dalla corsia scagliandomi in alto, per poi infossarmi in un campo circostante.

Quando mi sono trovato tra questi trapassati, ho saputo che alla guida del fuoristrada omicida c’era uno sciagurato godereccio pari mio che aveva fatto della superficialità una virtù, dell’egoismo un titolo di merito, della trasgressione un mito. Appresa la notizia, mia moglie si chiuse ancor più in sé, senza riuscire a versare una sola lacrima, tanto si era consumata per la mia insipienza di uomo da niente. – “Ora và da lei, fedele messaggero, riporta quanto ti ho raccontato e dille che non ho diritto di chiederle niente, nemmeno di implorare il suo perdono. Che sappia almeno che sono morto con l’invocazione del suo nome e con un insanabile rimorso nel cuore”.

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Il portafortuna

Un racconto di Bruno Magnolfi

Non era affatto difficile addormentarsi su una corriera. Era sufficiente avere una giornata di duro lavoro alle spalle, sedersi là sopra e lasciarsi dondolare dagli scossoni che provocava la strada mentre la campagna scorreva, come in un film. Solo che io non avevo una giornata di lavoro alle spalle: ero salito sopra quel mezzo pubblico per andare a trovare un amico, ma senza neppure sapere se quell’amico abitasse ancora in quella casa di paese di cui lui mi aveva dato l’indirizzo quasi un anno prima, durante l’ultima volta che ci eravamo incontrati, e dove io non ero neanche mai stato. Non conoscevo neppure la sua situazione attuale quale fosse: cosa faceva, con chi abitava, perfino se avesse accettato di ricevermi, e soprattutto se fosse d’accordo ad ospitarmi per almeno una notte, ma se era possibile anche di più. Di fatto non sapevo davvero a quale altra porta bussare, e i miei ultimi soldi li avevo ormai spesi per acquistare il biglietto per quella corriera. Non so perché in quel periodo mi fossi ridotto così, con uno zainetto sopra le spalle che conteneva tutto ciò che mi era rimasto, però insieme a me avevo ancora speranza, ottimismo, voglia di pensare al futuro in modo positivo, nonostante qualsiasi batosta.

Mi ero addormentato mentre pensavo al mio amico, a cosa avrei trovato dietro alla sua espressione sorpresa, come mi avrebbe accolto. A volte a qualcuno gira male la vita, non c’era da farne alcuna meraviglia, e aiutarsi l’un l’altro poteva essere bello, forse per ognuno dei due. Accanto a me si era seduto qualcuno durante una fermata della corriera, ma aveva cercato di non disturbare ed io mentalmente mi ero sentito riconoscente verso quella persona. Pensavo ad occhi chiusi alla gente che se ne tornava in famiglia a quell’ora di sera, a parlare delle cose della giornata, a scambiarsi pareri, a confermare gli affetti che li tenevano assieme. Non provavo vergogna, ma io mi sentivo diverso, era proprio così. Chissà cosa mai potrebbe essere stato per me quel futuro di cui adesso discutevano a voce alta qualche sedile più avanti. Era importante avere coscienza della mia situazione difficile: ma d’ora in poi mi sarei rimboccato le maniche, avrei cercato di costruire qualcosa, con calma, certo, con infinita pazienza. Ma avevo bisogno di una spinta iniziale, di quel piccolo aiuto per poter ripartire.

Quando mi volsi verso quella ragazza lei mi sorrise: aveva appoggiato il suo piccolo bagaglio sopra le gambe, e stava lì, ad osservare distratta tutti e nessuno. “Mi scusi”, le dissi, riferito al fatto che avevo occupato ben più del mio spazio sopra al sedile. “Non si preoccupi…”, rispose; “In questa corriera è sempre così…”. Avrà avuto due, tre anni meno di me, ma pure sfiorandosi, pensavo che la distanza tra noi era enorme, incommensurabile. Guardai di nuovo fuori dal finestrino, “C’è ancora molto per arrivare al paese?…”, chiesi. “No”, mi rispose; “Solo dieci minuti”. La corriera andò avanti seguendo il suo percorso di strade, poi la ragazza mi sfiorò il braccio: “Devo scendere…”, disse; “Arrivederci…”. La guardai per un attimo, come si guarda una persona a cui ci sentiamo legati. “Può darmi un bacio, per favore…”, le chiesi; “Ne ho solo bisogno come di un portafortuna…”. Lei mi sorrise, lasciò trascorrere solo un momento trattenendo immutato quel suo sorriso, poi mi baciò, con tenerezza sincera, chiudendo gli occhi, in un gesto di generosità e di affetto che non dimenticai più, per tutta la vita.

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Flashback di Lucien e Lyvia

Un racconto di Giorgio Castellini

castello

Autunno. È una bella giornata, il cielo è limpido, siamo nel tardo pomeriggio. Soffia una leggera brezza, che però data l’ora vi fa rabbrividire. Per terra ci sono un sacco di foglie secche.

Lucien e Lyvia stanno giocando nel parco, all’ombra del grande acero, come sempre prima della cena. Con loro ci sono due dame di compagnia che li tengono d’occhio.

Un urlo di donna viene dall’interno della fortezza, un urlo disperato. Le dame si guardano l’un l’altra, e senza dire niente una delle due si allontana di corsa. L’altra vi rassicura, e vi dice che non è successo niente, non preoccupatevi. C’è un certo scompiglio, non capite bene di cosa si tratta.

Non avete più voglia di giocare, uno strano presentimento vi coglie. Volete tornare dentro, nella vostra stanza, passare un po’ di tempo con vostra madre che vi legge quelle fantastiche storie epiche ed eroiche.

Lyvia non ne è mai stata particolarmente appassionata, tutto quel parlare di eroi violenti e muscolosi che non riuscivano mai ad usare un briciolo di saggezza per uscire dalle brutte situazioni… ma in questo momento le andrebbe bene pure una di quelle storie.

Lucien invece le ha sempre adorate, per quanto non riuscisse a immaginarsi con una lunga spada tra le mani. “Mamma, ma perché non si sono nascosti per evitare quel gruppo di orchi?”, faceva sempre domande simili a questa.

La dama ha un’aria tesa, preoccupata, ma cerca di non darlo a vedere… ed ecco che torna l’altra, ed ha le lacrime agli occhi. Non è sola, è con vostra madre, Alyia. Che bella vostra madre, sempre così elegante, così leggera nei suoi movimenti.

Perché quelle lacrime, madre? Vi preoccupate; raramente l’avete vista piangere, di solito dopo una discussione con papà. È sempre stata una donna tenace, e vi diceva che si deve combattere per difendere le proprie idee e le proprie convinzioni. Chi sa cosa voleva dire.

Si china, e vi guarda con occhi tristi, cingendovi le spalle. Sembra che cerchi di parlare, ma non fa altro che deglutire. Vi abbraccia e vi stringe forte, e sussurra che andrà tutto bene.

La brezza fa sollevare le foglie intorno a voi, mentre le fronde degli alberi si agitano un po’, lasciando altre foglie nelle mani del vento. Anche le foglie si muovono leggere, come vostra madre.

Cos’è che andrà bene?

Passi affrettati, quasi di corsa. Lucien riconosce il fruscio delle vesti, ha sempre avuto un dono nell’identificare i suoni e le voci. Zio Julian è dietro vostra madre… crolla in ginocchio accanto a lei, il rosso del mantello si mescola con il castano chiaro delle foglie. “Alyia…” non dice altro, non potrebbe. La stringe in un abbraccio forte, rassicurante. Lei piange, più forte, come se non ce la facesse più a trattenersi.

Anche papà la abbracciava sempre, però mamma rideva in quei momenti. Aveva occhi così luminosi, quando lui tornava da qualche viaggio.

Julian alza lo sguardo verso di voi; si scosta i capelli castani dalla fronte, castani come la lunga barba. Proprio come papà. Allunga una mano verso Lucien, e gli arruffa i capelli, e lo guarda con dolcezza. Poi sposta lo sguardo su Lyvia, e non c’è traccia del sorriso giocoso che ha sempre avuto.

Perché è così triste, si chiede Lyvia?

Sono passati due giorni, e nel castello regna un’atmosfera stranissima. È come se nessuno avesse voglia di ridere o scherzare. Nessuno vi parla direttamente, ma sembra che ci sia stato un brutto incidente, ed ha qualcosa a che vedere con papà. Mamma dice che non lo vedremo per molto tempo, che sta compiendo un viaggio molto importante. Quello più importante di tutti, alla fine del quale potrà riposarsi per quanto tempo vorrà. Che bello, se papà non dovrà viaggiare più allora starete sempre insieme, a giocare, a ridere ed a raccontarvi storie. Si, dice mamma, sarà così, ma tra molto tempo. È un viaggio molto lungo. È il più importante.

Siamo fieri di lui, non tutti fanno viaggi importanti, alcuni vanno solo al mercato. Nostro padre è importante, lo conoscono tutti e tutti gli vogliono bene.

Oggi c’è stata una cerimonia strana nel parco del castello. C’è una collina, dove papà aveva portato mamma e le aveva chiesto di sposarlo. È in alto, e si vede tutto il parco, ed il castello è magnifico da quel punto.

Ci sono tante persone, molti amici, anche tanti dei bambini con cui giocate ogni tanto, figli di contadini della zona, le loro madri, e tante altre famiglie. Non li conoscete tutti, ma loro sembrano conoscervi. Vi salutano, vi fanno cenni del capo, alcuni vi dicono che ci vuole coraggio, altri invece evitano lo sguardo e si allontanano turbati.

Un sacerdote parla parole vaghe. Dice che papà è in un posto bellissimo, molto luminoso, ed un giorno ci andremo tutti. Peccato, pensa Lucien, a me piace il castello. Ci sono un sacco di posti dove nascondersi; con tutta quella luce invece Lyvia mi troverà subito… beh, di sicuro papà mi aiuterà a nascondermi o a distrarla.

Hanno costruito una cosa strana, tutta in marmo con una sagoma rettangolare.

Sopra c’è il nome di papà, e tutti vogliono toccare questa cosa di pietra. Cos’è una tomba, mamma? È un monumento in suo onore, vero? Lo dicevo io che tutti gli volevano bene a papà, dice Lyvia a Lucien.

E chi è quella dama, con il lungo vestito nero ed i bordi dorati? Vi sembra di averla già vista da qualche parte, ma non riuscite a ricordare dove. Si fa avanti in silenzio… poi guarda verso il basso, come se cercasse le parole. Tutti la guardano, come in attesa, pendendo dalle sue labbra.

E poi canta. Melodiosa, splendida e struggente… Tutta questa tristezza e non so neanche cosa stia dicendo, pensa Lyvia…

Mamma mette una rosa rossa sulla pietra; vi si appoggia per un attimo, e poi è come se non potesse stare in piedi. Una delle dame accorre e la sorregge, e la porta via singhiozzante verso zio Julian.

Rimarrà sempre con noi, dice lo zio.

Certo che rimarrà con noi, smetterà di viaggiare e si riposerà. Appena torna dal viaggio gli dirò che lo zio forse non ne era sicuro, pensa Lyvia.

Julian viene verso di voi. Assomiglia tanto a papà, sembra quasi che sia lui. Quanta tristezza nei suoi occhi. Forse anche a lui manca papà. Si china e prende Lyvia in braccio; la solleva lentamente, e poi la abbraccia, accarezzandole i capelli.

Poi la guarda in viso e le dice che il momento di crescere arriva per tutti, a volte arriva troppo presto. Ma non c’è niente di male, siete forti e ce la farete.

Certo che ce la faremo, ma a fare cosa? E poi siamo già grandi!

Tutto questo parlare per enigmi mi sta annoiando, pensa Lucien. E poi tutta questa tristezza… mi viene quasi da piangere, non so perché. Mamma mi accarezza la testa, e mi viene da abbracciarla e nascondere il viso nella sua veste, nascondere le mie lacrime al resto del mondo, nascondere la mia inspiegabile debolezza.

Ma quando torna papà?

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