<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Scrivolo &#187; I racconti dell&#8217;Avvento</title>
	<atom:link href="http://www.scrivolo.it/category/avvento/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.scrivolo.it</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Thu, 09 Feb 2012 06:30:48 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator>
	<atom:link rel='hub' href='http://www.scrivolo.it/?pushpress=hub'/>
		<item>
		<title>Dialogo di Natale</title>
		<link>http://www.scrivolo.it/2011/12/dialogo-di-natale/</link>
		<comments>http://www.scrivolo.it/2011/12/dialogo-di-natale/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 06:50:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[I racconti dell'Avvento]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Albero di Natale]]></category>
		<category><![CDATA[natale]]></category>
		<category><![CDATA[presepe]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.scrivolo.it/?p=3095</guid>
		<description><![CDATA[“Guarda chi si rivede!” “Ti avevamo dato per disperso… torni dalla tundra?” “Però non te la sei passata [<a href="http://www.scrivolo.it/2011/12/dialogo-di-natale/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton3095" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FRsE7r&amp;via=scrivolo&amp;text=Dialogo%20di%20Natale&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2011%2F12%2Fdialogo-di-natale%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2011/12/Addobbi-Natale.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3096" title="Addobbi Natale" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2011/12/Addobbi-Natale.jpg" alt="" width="500" height="375" /></a></p>
<p>“Guarda chi si rivede!”</p>
<p>“Ti avevamo dato per disperso… torni dalla tundra?”</p>
<p>“Però non te la sei passata male, sembri lo stesso di trent’anni fa!”</p>
<p>“Bello sforzo, con l’anima di ferro che si ritrova!”</p>
<p>“Beh, amici, vedo che non siete cambiati neanche voi… i soliti burloni… però qualcuno della vecchia compagnia manca, o mi sbaglio?”</p>
<p>“Hai ragione, purtroppo. Ma perché guastare questa bella occasione parlando di chi è finito nella spazzatura… tutto passa… neanche noi che non siamo vivi possiamo aspirare all’eternità.”</p>
<p>“Però passiamo di generazione in generazione, se ci trattano con un po’ di garbo.”</p>
<p>“L’Arrotino ha ragione &#8211; disse il Cammello &#8211; dipende da come veniamo conservati. Io lo posso ben dire perché sono il più anziano, ricordo ancora il Natale del 1946…”</p>
<p>“Risparmiaci la tua storia &#8211; lo interruppe il Puntale &#8211; la sappiamo tutti!”</p>
<p>“Magari l’Albero finto, dopo trent’anni, non la ricorda più &#8211; proseguì imperturbabile il Cammello – dunque, ero esposto nella vetrina di una cartoleria nel vicolo della Stufa e il bisnonno dei nostri ospiti entrò per comprare le statuine del presepe: voleva fare una sorpresa ai figli. Un bel regalo perché, nel dopoguerra, giravano pochi quattrini e quelli che c’erano servivano per mangiare e risuolare le scarpe. Il negoziante era un uomo generoso e mi diede in omaggio, con tre pecore. E sono ancora qui!”</p>
<p>“Sfido che ti tengono di conto! ormai sei un pezzo d’antiquariato: gesso dipinto a mano! &#8211; disse il Puntale &#8211; i miei predecessori di vetro erano altrettanto preziosi ma delicati e hanno avuto vita breve. Per fortuna io sono infrangibile!”</p>
<p><span id="more-3095"></span></p>
<p>“Però anche le palle di plastica campano poco &#8211; disse la Pigna di vetro, polemizzando con il Puntale &#8211; dopo un po’ diventano opache, ammaccate, stinte e vengono gettate via mentre noi decori di vetro, se riusciamo a invecchiare, sembriamo sempre più belli.”</p>
<p>“Già, però i superstiti della vostra razza si contano sulle dita di una mano” canticchiò la Sfera carillon con la neve, accennando qualche nota del motivetto “Jingle Bells”. Era di vetro e di plastica, poteva permettersi di criticare chi voleva.</p>
<p>“Anch’io sono sintetico e destinato a durare &#8211; disse l’Albero finto &#8211; ma per trent’anni mi hanno lasciato in cantina, a prendere la polvere… com’è che sono tornato di moda?”</p>
<p>“Davvero non lo sai? &#8211; chiese stupito il Puntale &#8211; per tutto questo tempo i nostri ospiti hanno festeggiato Natale come sempre però, al tuo posto, mettevano alberi veri.”</p>
<p>“Ginepri?”</p>
<p>“Ma che ginepri! Abeti, abeti grandi e piccoli” rispose la Pigna di vetro.</p>
<p>“Vivi?” domandò incredulo l’Albero finto.</p>
<p>“Vivi e vegeti, persino con le radici… dentro un vaso. Però campavano poco anche loro: il sette gennaio finivano fuori, sul terrazzo, a crepare sotto la canicola o direttamente nella spazzatura.”</p>
<p>“Che spreco!” commentò l’Albero finto, dispiaciuto per il triste destino dei suoi fratelli nobili.</p>
<p>“Quanto allo spreco &#8211; disse San Giuseppe &#8211; ne abbiamo viste di tutti i colori, in questi tre decenni: spese da nababbi per gli adulti e giocattoli che costano un occhio della testa per i bambini.”</p>
<p>“Ai miei tempi non accadeva &#8211; osservò l’Angioletto di gesso che annunciavala Buona Novellaai pastori &#8211; io sono più giovane del Cammello ma mi ricordo ancora quando si ruppe l’ultimo dei re Magi del 1946, Melchiorre…”</p>
<p>“Baldassarre &#8211; precisò il Cammello &#8211; poverino… andò in mille pezzi nel Natale del1963.”</p>
<p>“Erano gli anni del Boom &#8211; mormorò con un filo di voce una libellula fatta di perline di vetro infilate su uno scheletro di metallo &#8211; ci sentivamo ricchi anche senza spendere e spandere: mi ricordo che la famiglia avevano appena comprato la macchina, una Seicento, e la signora Armandaregalò al marito guanti di pelle per guidare: fece scalpore tra i parenti perché era una cosa assolutamente superflua.”</p>
<p>“Una vera chicca! &#8211; osservò ironico l’Angioletto &#8211; in linea con il nuovo spirito del Natale.”</p>
<p>“Hai qualcosa da ridire? &#8211; chiese il Puntale &#8211; per caso sei contrario al consumismo natalizio? Sarebbe come sputare nel piatto dove si mangia.”</p>
<p>“Noi della capanna ci saremmo lo stesso! &#8211; obiettò San Giuseppe &#8211; mai sentito parlare di Greccio e San Francesco?”</p>
<p>“Via, non litigate per queste sciocchezze! Non stavamo festeggiando il ritorno dell’Albero finto?” esclamò il Bue. La sua voce, cavernosa ma bonaria, sovrastò tutte le altre.</p>
<p>“Un urrah! per l’albero finto” ragliò l’Asinello, sempre pronto a spalleggiare il suo compagno di stalla.</p>
<p>Tutti gridarono Urrah! e chi aveva mani applaudì calorosamente.</p>
<p>“Comunque non si possono mettere sullo stesso piano il presepe e l’albero &#8211; incalzò l’Angioletto, abituato a sostenere le proprie idee a oltranza &#8211; l’abete è un simbolo pagano mentre noi rappresentiamo la nascita del Bambinello, senza contare che io sto appeso a questa palma per annunciare la venuta del Redentore <em>in primis</em> ai poveri pastori.”</p>
<p>“Ora ci mettiamo pure a parlare di politica &#8211; esclamò la Pigna di vetro &#8211; possiamo fare conversazione tra noi solo la notte di Natale e perdiamo tempo a discutere di giustizia sociale e automobili!”</p>
<p>“Ma insomma &#8211; chiese innervosito l’Albero finto &#8211; qualcuno vuole spiegarmi perché trent’anni fa mi hanno buttato fuori e ora sono di nuovo qui?”</p>
<p>“Non hai ancora capito! Ho sentito dire che gli alberi non sono tanto svegli ma tu riesci a stupirmi… &#8211; rispose il Cammello &#8211; l’abete vivo profuma di ragia, è naturale, fa atmosfera, tu invece sei kitsch!”</p>
<p>“Cosa sono?”</p>
<p>“Kitsch! Pacchiano, cafone, micragnoso” strillò il Puntale che, a forza di stare in alto, si sentiva superiore agli altri.</p>
<p>“E’ uno sprovveduto, bisogna illuminarlo &#8211; commentò ironica la Pigna &#8211; lasciamo che l’Angioletto lo indottrini!”</p>
<p>“Basta!” gridò una voce che sembrava uscire da un altoparlante.</p>
<p>Tutti si zittirono: il Bambinello parlava di rado ma, quando interveniva nelle conversazioni, si faceva rispettare e nessuno osava contraddirlo.</p>
<p>“Non vi vergognate di ciarlare così? &#8211; proseguì il Bambinello, rompendo il silenzio &#8211; sono un neonato addormentato in una mangiatoia però ci sento benissimo. Il povero Albero finto è all’oscuro di quello che è successo negli ultimi trenta natali e voi, invece di aiutarlo, vi beccate come galline!”</p>
<p>“Quante storie, anche tu sei una statuina di questo teatro” disse il Centurione che faceva la sentinella alla porta di Betlemme.</p>
<p>“Stai zitto, idolatra &#8211; lo rimbeccò l’Angioletto &#8211; ricordati che il mio Galileo, alla fine, ha sconfitto il tuo imperatore!”</p>
<p>“Lascia perdere, il Centurione è un romano &#8211; rombò il Bambinello &#8211; ha diritto di pensare quello che vuole. Io posso sembrare una statuetta come le altre, anzi sono la più piccola di tutte, però qui si rappresenta la mia nascita: chi crede, guardando il presepe, è felice. Anche gli altri, comunque, hanno diritto di festeggiare il 25 dicembre accendendo le lucine colorate dell’abete… ci mancherebbe altro! per i pagani era il giorno della rinascita del sole e, quanto all’albero addobbato, gli abitanti del Nord onoravano così gli spiriti della foresta.”</p>
<p>“Giusto &#8211; brontolò il bue &#8211; non si poteva dire meglio!”</p>
<p>“Anch’io conosco la storia del Natale &#8211; disse l’Albero &#8211; il presepe è sempre esistito mentre noi alberi veniamo dall’estero e siamo arrivati negli anni cinquanta. Le signore ci amavano perché eravamo allegri, moderni e non sporcavamo come il muschio. Anch’io piacevo alla signora Armanda, mi puliva con l’aspirapolvere, prima di ripormi nella scatola… il 7 gennaio. Poi, a quanto dite, sono venuti di moda gli abeti vivi e, fin qui, tutto è chiaro, solo non capisco perché quest’anno hanno messo a soqquadro la cantina per trovarmi e rimettermi al posto d’onore in salotto.”</p>
<p>“Povera signora Armanda &#8211; sospirò l’Angioletto &#8211; è morta vent’anni fa. Ora qui abitano il nipote Stefano con la moglie e due bambini.”</p>
<p>“Mi dispiace &#8211; mormorò l’Albero finto &#8211; ma la notizia non mi stupisce: era già anziana quando mi comprò, il mio predecessore era davvero malconcio e fu messo a decorare il terrazzo, coperto di fili d’oro per nascondere i rametti scheletriti.”</p>
<p>“Una donna all’antica che non amava sprecare” commendò l’Angioletto.</p>
<p>“Dici bene &#8211; aggiunse la Pigna -la signora Armanda incartava le palle di vetro con i fogli di giornale, una per una, così non rischiavamo di romperci. La nuora invece buttava tutto alla rinfusa nella scatola degli addobbi… oltre a me, sono rimasti interi solo la Libellula e il Funghetto. L’Uccellino con la molla e la coda di piume è vivo ma malconcio.”</p>
<p>“Non ho più la coda però canto come prima” gorgheggiò il variopinto volatile.</p>
<p>“La nuora della signora Armanda rompeva apposta il vecchio per comprare il nuovo &#8211; disse il Puntale &#8211; decorazioni bizzarre tutte blu, tutte rosse oppure tutte argentate.”</p>
<p>“La moglie del nipote non si comporta diversamente” rincarò la Pigna.</p>
<p>“E i bambini! Quelli di oggi sono Unni!” aggiunse il Cammello.</p>
<p>“Insomma, volete dirmi perché quest’anno al mio posto non c’è un abete vivo?” chiese spazientito l’Albero finto.</p>
<p>Pastori e addobbi si chiusero in un silenzio imbarazzato. La Sfera con la neve suonava qualche nota del suo motivetto, l’Angioletto canticchiava “Adeste fideles” mentre l’Asino e il Bue improvvisamente avevano un gran bisogno di leccarsi in ogni angolo.</p>
<p>“Dopo la morte della signora Armanda in questa casa la vita è cambiata &#8211; disse San Giuseppe: parlava con una certa reticenza, come se il senso del dovere lo costringesse a rispondere &#8211; il figlio e la nuora guadagnavano bene e poteva levarsi molti sfizi: riempivano il loro Stefano di regali.”</p>
<p>“Stefanino, che birba: &#8211; lo interruppe l’Albero finto &#8211; al tempo del mio ultimo servizio di Natale aveva quattro o cinque anni e l’argento vivo addosso… ricordo che i genitori gli regalarono una pista di macchinine e una bicicletta con le rotelle.La signora Armandainvece aveva comprato per il nipotino un cappotto ma la nuora non gradì il dono: ai bambino, secondo lei, non si dovevano regalare cose utili. I vestiti li compravano i genitori… non era una pezzente, anche se viveva in casa della suocera!”</p>
<p>“Da allora a Stefanino i regali inutili non sono mai mancati e neanche ai suoi figli” commentò l’Angioletto.</p>
<p>“Fu la nuora della signora Armanda a relegarmi in cantina?”chiese l’Albero.</p>
<p>“Già, proprio lei &#8211; rispose l’Asinello &#8211; e la nuora della nuora è persino peggiore: ha tenuto anche noi nella scatola, per tre anni.” Un coro di disapprovazione sanzionò il comportamento della moglie di Stefano.</p>
<p>“Dovevi vedere cosa mettevano sotto quei poveri abeti mezzi morti &#8211; disse il Puntale &#8211; gioielli, orologi, televisori, telefonini, computer, cose che neanche si sa cosa sono.”</p>
<p>“E allora? non ne posso più delle vostre divagazioni!” esclamò l’Albero finto.</p>
<p>“Per farla corta, Stefanino è cresciuto, ha preso moglie e in casa sono entrati due nuovi bambini &#8211; disse la Sfera con la neve &#8211; la famiglia ha sempre fatto l’albero di Natale…”</p>
<p>“A parte quando sono andati in vacanza ai Tropici” aggiunse l’Angioletto.</p>
<p>“Tranne quella volta… però quest’anno è successo qualcosa: ai bambini piace rovesciarmi per sentire la musica e così mi lasciano in giro per la casa… anche nella camera dei genitori… quindici giorni fa ero proprio lì e ho sentito la moglie di Stefanino che si lamentava con il marito… diceva di non voler spendere un soldo per l’abete, che non avrebbe fatto regali di Natale perché non c’era nulla da festeggiare.”</p>
<p>“E Stefanino cosa ha risposto?” chiese l’Albero.</p>
<p>“Niente, non ha aperto bocca, però è sceso in cantina a cercarti”</p>
<p>“E poi?”</p>
<p>“Ti ha montato in salotto, con l’aiuto dei bambini. Terminato quel lavoro, si è messo d’impegno a fare il presepe, come quando era ragazzino.”</p>
<p>“Tutto qui?” chiese l’Albero finto.</p>
<p>“Ti sembra poco? Una mamma che non vuole festeggiare il Natale dei suoi due bambini! &#8211; esclamò scandalizzato il Cammello &#8211; ma che razza di albero sei? hai il cuore di un cactus!”</p>
<p>“Non ti scaldare, alla fine tutto è andato a posto, no?! &#8211; si difese l’Albero finto &#8211; i piccoli hanno avuto i loro decori natalizi e anche i regali, qui sotto vedo dei pacchi infiocchettati.”</p>
<p>“Si, quattro regali avvolti nella carta colorata alla meno peggio, non vengono certo da un negozio” osservò fiocamente la Libellula.</p>
<p>“Zitti, sento dei rumori &#8211; disse il Puntale &#8211; è quasi mezzanotte, stanno venendo… tutti ai posti di combattimento!”</p>
<p>Qualcuno entrò nella stanza e accesela luce. L’Albero riconobbe subito l’intruso: era Stefanino ma quanto diverso dal bimbetto che ricordava in collo alla nonna Armanda.</p>
<p>Stefano posò a terra tre pacchetti, poi accese le luci intermittenti e il lumino dietrola capanna. Fermasulla soglia, una giovane donna in vestaglia lo osservava. Di sicuro la moglie.</p>
<p>“Non ti rassegni, vero?” disse la donna.</p>
<p>“Chiara e Armando devono avere il loro Natale, tutta la famiglia deve averlo” rispose il marito seccamente.</p>
<p>“Avevamo deciso di regalare solo le due macchinine telecomandate &#8211; replicò con tono di disapprovazione la moglie &#8211; ma, al solito, hai fatto di testa tua. Si vede che avevi soldi da buttare.”</p>
<p>“Sbagli a rimproverarmi, Carla &#8211; esclamò Stefano &#8211; non ho speso nulla… sono regali dello zio Francesco che non mi piacevano&#8230; li avevo messi in cantina vent’anni fa, senza neanche aprirli, e sono saltati fuori per caso, cercando l’albero finto della nonna Armanda. Nuovi di trinca!”</p>
<p>“Zitto.. si sono svegliati… &#8211; mormorò Carla &#8211; presto, apri la finestra, io spengo la luce.”</p>
<p>Dopo qualche secondo due bambini in pigiama irruppero nel salotto gridando “Babbo Natale, Babbo Natale!”</p>
<p>“Troppo tardi! &#8211; disse il padre &#8211; è già scappato via, dalla finestra: fuori lo aspettavano le renne.”</p>
<p>“Non ha potuto vuotare tutta la gerla &#8211; aggiunse la mamma &#8211; perché andava di fretta, doveva raggiungere l’Africa.”</p>
<p>I bambini si precipitarono sotto l’albero facendo tremare le decorazioni: la Pigna si afferrò con tutte le forze al rametto di ferro e plastica, la Libellula svolazzò per tenersi in equilibrio mentre il Puntale, ondeggiando, emise strani rumori, come se fosse sul punto di dare di stomaco.</p>
<p>I piccoli strapparono la carta dei loro pacchetti, curiosi di vedere il contenuto: due macchinine, una rossa e una nera, una scatola di Monopoli, un puzzle raffigurante il castello da favola del re Ludwig e una raccolta di giochi da tavolo… dama, scacchi, giro dell’oca, tombola.</p>
<p>Poi corsero nel corridoio per provare le automobiline e sfidarsi in una gara di velocità.</p>
<p>Anche i genitori aprirono i loro regali: una pashmina con berretto per lei, guanti e sciarpa di lana per lui.</p>
<p>“Almeno staremo al caldo” commentò Carla.</p>
<p>“Che ne dici, facciamo una tombolata per l’ultimo dell’anno, tutti insieme?” propose Stefano, inginocchiandosi di fronte all’albero.</p>
<p>“Chiamalo Bingo, sembra più moderno” suggerì Carla.</p>
<p>Stefano aprì la scatola con l’immagine del castello e, con la mano, frugò tra le tessere.</p>
<p>“E’ strano &#8211; mormorò sovrappensiero &#8211; da ragazzo detestavo i puzzle, perdere tempo per mettere insieme cinquemila pezzi mi sembrava una follia, e ora ho voglia di farne uno, per occupare la giornata!”</p>
<p>“Non ti scoraggiare &#8211; disse la moglie, posando affettuosamente una mano sulla spalla del marito &#8211; presto troverai un altro lavoro e tutto tornerà come prima.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><map name='google_ad_map_3095_9192ed4453978b71'>
<area shape='rect' href='http://imageads.googleadservices.com/pagead/imgclick/3095?pos=0' coords='1,2,367,28' />
<area shape='rect' href='http://services.google.com/feedback/abg' coords='384,10,453,23'/></map>
<img usemap='#google_ad_map_3095_9192ed4453978b71' border='0' src='http://imageads.googleadservices.com/pagead/ads?format=468x30_aff_img&amp;client=&amp;channel=&amp;output=png&amp;cuid=3095&amp;url= http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2011%2F12%2Fdialogo-di-natale%2F' /></p>
                            <div id="aspdf" style="float: right;">
                                <a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/as-pdf/generate.php?post=3095">
                                    <span>scarica in pdf</span>
                                </a>
                            </div> 
<span class = "" style = "height: 40px;  "><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.scrivolo.it/2011/12/dialogo-di-natale/&layout=standard&send=false&show_faces=false&width=&action=like&colorscheme=light&locale=it_IT&font=verdana" scrolling="no" frameborder="0" allowTransparency="true" style="border:none; overflow:hidden; width:px; height:40px"></iframe></span>
	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.scrivolo.it/2011/12/dialogo-di-natale/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Mario e Luigi</title>
		<link>http://www.scrivolo.it/2010/12/mario-e-luigi/</link>
		<comments>http://www.scrivolo.it/2010/12/mario-e-luigi/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 24 Dec 2010 13:59:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr J. Iccapot</dc:creator>
				<category><![CDATA[I racconti dell'Avvento]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[avvento]]></category>
		<category><![CDATA[Informatica]]></category>
		<category><![CDATA[natale]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.scrivolo.it/?p=2277</guid>
		<description><![CDATA[«Mario!», disse una voce d&#8217;uomo nella strada affollata di persone a caccia degli ultimi regali di Natale. Mario [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/12/mario-e-luigi/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton2277" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2Fv26jQ&amp;via=scrivolo&amp;text=Mario%20e%20Luigi&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F12%2Fmario-e-luigi%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/12/duomo.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2278" title="duomo" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/12/duomo.jpg" alt="" width="640" height="470" /></a></p>
<p>«Mario!», disse una voce d&#8217;uomo nella strada affollata di persone a caccia degli ultimi regali di Natale.</p>
<p>Mario aveva sentito chiamare ma non pensava si rivolgessero a lui: aveva un nome comune e lì, in quella città, non conosceva nessuno.</p>
<p>«Mario!!» insisté la voce, un po&#8217; più vicina; Mario dette una veloce occhiata in giro ma, a causa di una sua parziale sordità all&#8217;orecchio destro, non fu in grado di stabilire da dove provenisse il richiamo. E poi, chi mai poteva essere? Cercavano di certo qualcun altro.</p>
<p>«Mario, finalmente! Ma non mi hai sentito?» disse la voce accanto a lui, mentre una mano senza guanti gli batteva sulla spalla. Mario si dovette fermare per forza e si voltò per capire chi era che lo aveva riconosciuto. Ci mise qualche secondo: possibile, Luigi? «Luigi, quanto tempo, come stai?» e strinse la mano al sessantenne minuto, i capelli a spazzola ormai completamente bianchi, la faccia grinzosa con due occhi celesti ancora vivacissimi.</p>
<p>Luigi lo volle addirittura abbracciare, bloccando il passeggiare svelto di chi li circondava; per un po&#8217; sembrarono entrambi emozionati. Mario si riprese; rimise velocemente le mani nelle tasche del giaccone «Devo aver lasciato i guanti in macchina» fece a Luigi «e stasera fa un bel freddo! Vieni, andiamo a scaldarci» ed entrò in uno dei bar più &#8216;in&#8217; del corso. Luigi lo seguì ma, mentre Mario si dirigeva al bancone, Luigi prese posto ad un tavolo libero, un po&#8217; in disparte.</p>
<p>Mario fece retromarcia. «Ecco, ora si siede anche al tavolo» pensò preoccupato. «Cosa prendi?» «Un cioccolato bollente con panna e biscotti: mi sembra l&#8217;ideale no? Così ci scaldiamo!» «Un cioccolato&#8230;» «..con panna!» « ..con panna e dei biscotti e un decaffeinato» ordinò svelto al cameriere che si era avvicinato, solerte.</p>
<p>«Un decaffeinato?» fece Luigi. «Eh sì, ormai&#8230; il cuore, sai&#8230; non va più tanto bene» rispose Mario.</p>
<p>«Ma insomma, dimmi di te, sono 5 o 6 anni che non ci vediamo più. Sei sempre a Firenze? Che ci fai qui, in provincia?» Mario aveva bevuto rapidamente il suo caffè, sperando che anche Luigi facesse in fretta. Luigi, invece, si era messo con calma a zuppare un biscotto nella cioccolata bollente, di cui aveva assaggiato golosamente un paio di cucchiaini, colmandoli di panna. Guardava il liquido scuro e viscoso e mordeva la parte terminale del biscotto con avidità, viziosamente, gustandone in bocca tutto il calore e la mollezza.</p>
<p><span id="more-2277"></span></p>
<p>«Se continua così &#8211; pensò Mario, spazientito &#8211; ci sta tutta la sera!»</p>
<p>«No, non siamo più a Firenze, ora abbiamo trasferito la sede della società in campagna» si riscosse Luigi, mentre con gli occhi cercava di decidere quale sarebbe stata la sua prossima &#8216;vittima&#8217;, facendo scorrere lo sguardo indeciso sul vassoietto dei biscotti. Alzò gli occhi verso Mario. «Stiamo sviluppando software di Business Intelligence, oggi sono qui perché avevo un appuntamento con la Banca. Stiamo trattando&#8230;» Decise di provare con un wafer quadrato alla crema, ma indugiò un po’ troppo nella sua zuppetta e, quando fece per portarlo alla bocca, parte del biscotto, fradicio di cioccolata, cadde rovinosamente sulla tovaglia e sui pantaloni. «Accidenti!» disse appena Luigi, ma recuperò con le dita i frammenti di biscotto mettendoseli golosamente in bocca.</p>
<p>«E tu, invece come mai sei qui? Come va?»</p>
<p>«Io ho accompagnato mia moglie da un&#8217;amica e le ho lasciate poi a fare un po&#8217; di shopping. Domani pomeriggio partiamo, coi ragazzi, per l&#8217;Egitto.»</p>
<p>«Ah, l&#8217;Egitto, il caldo&#8230; &#8211; Luigi era alle prese col terzo biscotto, una lingua di gatto, adesso &#8211; &#8230; beato te» e assaporò la squisitezza che gli si sciolse in bocca. «E il lavoro?»</p>
<p>«Il lavoro, sai, in questa congiuntura; però non mi posso lamentare, dai. Networking e Business Continuity sono imprescindibili in qualsiasi realtà aziendale e con gli esperti che abbiamo noi&#8230; Te li ricordi, no? E ci ho aggiunto anche qualche pezzo nuovo, ragazzi giovani, in gamba. Con fatica, ma tutto gira. Il tuo, no sono due, vero, i tuoi ragazzi, se posso chiederti&#8230;» Mario si ricordava dei rapporti molto tesi che Luigi aveva con sua moglie: le ultime volte che si erano incontrati aveva saputo di una imminente separazione, non proprio consensuale.</p>
<p>«Siamo di nuovo una famiglia, ora» rispose Luigi, comprendendo al volo l&#8217;accenno di Mario «abbiamo deciso di rimettere assieme i cocci, in campagna&#8230;»</p>
<p>«Tuo padre ha una tenuta da queste parti, mi sbaglio?» «Sì, è meglio dire che l&#8217;aveva, lui non c&#8217;è più&#8230;; adesso è di mio fratello &#8211; teneva ancora gli occhi fissi sui biscotti &#8211; e anche mia, certo &#8211; guardò di sfuggita Mario in faccia &#8211; almeno la dependance.»</p>
<p>«Mi ha fatto piacere rivederti, ma ora devo proprio scappare, ho appuntamento con mia moglie e sarà piena di pacchi: se non arrivo in tempo al soccorso poi dovrò sopportare la predica per tutto il viaggio di ritorno!»</p>
<p>Un&#8217;ombra passò negli occhi di Luigi, che per un attimo si fecero scuri; Mario gli riconobbe nel tic sotto lo zigomo un&#8217;antica manifestazione di disappunto e di disagio. Luigi non gli era mai rimasto particolarmente simpatico; si erano trovati varie volte alleati in affari, comportandosi con reciproca correttezza, però Mario aveva sempre pensato che in Luigi ci fosse qualcosa di strano, di non chiaro, di non detto.</p>
<p>«Il mio bigliettino» Mario ne tirò fuori uno, un po’ sgualcito, dalla tasca interna della giacca.</p>
<p>«I miei sono in ristampa, sai, con il cambiamento di sede&#8230; scriviti il cellulare» e dettò a Mario un numero di cui il collega prese nota su un tovagliolino che poi si mise nella tasca dei pantaloni.</p>
<p>«Bene, passo alla cassa, tu prendi altro?» Al cenno di diniego di Luigi, che aveva la bocca piena, gli strinse la mano con calore. «Auguri, vecchio mio, sentiamoci subito dopo le feste!»</p>
<p>«Senz&#8217;altro, tanti auguri anche a te e ai tuoi e goditi il caldo dell&#8217;Egitto!»</p>
<p>Mario si avvicinò alla cassa per saldare, affondò la mano nella tasca del giaccone e ne tirò fuori un biglietto da venti euro. Gli fecero lo scontrino e gli resero pochi spiccioli.</p>
<p>—-</p>
<p>«Accidenti a Luigi, mi sono bruciato venti euro, erano gli ultimi&#8230;» pensò, mentre rientrava nel freddo, ancor più pungente, della strada sempre molto animata.</p>
<p>Si mise a camminare seguendo il flusso delle persone, buttando occhiate disattente alle vetrine luccicanti, seguendo con interesse ormai distaccato i tanti corpi femminili che immaginava caldi e accoglienti, sotto quei cappotti di gran sartoria e sotto le pellicce.</p>
<p>«Meno male che mi sono inventato la storia della moglie &#8211; pensò &#8211; e forse ora lei è davvero al caldo in Egitto con qualcuno, maledetta Gloria. Però, se non gli avessi detto niente mi avrebbe sicuramente invitato a cena! Sono stato uno stupido. O potevo dirgli che anche io mi trovavo qui per affari, magari mi invitava a passare la notte a casa sua, alla Fattoria. Beato lui: ha rimesso su la famiglia, lavora con la Banca&#8230;»</p>
<p>Un&#8217;altra luce aveva attirato l&#8217;attenzione di Mario; qualche anno prima non ci avrebbe neppure fatto caso o piuttosto si sarebbe inventato una battuta irriverente. In fondo alla via, quando le luminarie dei mercanti si facevano più rade e la strada si apriva in una piazza, quattro o cinque gradini invitano a salire ed entrare in una chiesa, illuminata fiocamente. «Già, se non fosse per loro, oggi&#8230; &#8211; pensò confusamente Mario &#8211; tanto io non ci credo né ci crederò mai, ma se non ci fossero loro&#8230;»</p>
<p>Mario era entrato nella chiesa la sera prima: il freddo era pungente e lì, su una panca, si sarebbe potuto riposare un po&#8217; al caldo; quella era stata la scusa ma in realtà aveva seguito una nonna che saliva piano piano le scale, tirandosi dietro un nipotino un po&#8217; recalcitante. La vecchia, ad ogni passo, diceva al nipotino &#8220;Su, non ti far tirare.&#8221; &#8220;Andiamo, si va a vedere il Presepe.&#8221; oppure &#8220;Dai, su, è bello il Presepe, vieni!&#8221;. Mario era rimasto colpito dal cantilenare della vecchia e si era ricordato una scena simile, al paese, quando sua nonna lo portava con sé nella grande chiesa scura a vedere i soldati romani, i pastori con le pecore, le osterie piene di avventori, la grotta pronta ad accogliere il Bambino.</p>
<p>Aveva seguito i due e anche lui si era messo a guardare quel grande Presepe, pieno pieno di casette, ponti, pozzi, vecchie statuine di pastori, di osti, di soldati. Seduto all&#8217;ingresso di una osteria c&#8217;era anche un mendicante con un cappello messo per terra a raccogliere le offerte, notò.</p>
<p>Quella sera invece passò lentamente davanti al portone, gettando uno sguardo dentro, poi si attardò, lento, sui vialetti ghiaiosi della grande piazza, maltenuta e male illuminata; doveva far passare ancora un po&#8217; di tempo e preferiva allungare la strada percorrendo quella zona di periferia; i pensieri erano neri e il futuro un baratro dove, ne era sicuro, stava per cadere. Per fortuna quel giaccone che gli avevano dato teneva davvero caldo e anche le scarpe, un po&#8217; sformate, erano di ottima fattura. In quel periodo dell&#8217;anno la gente si sentiva un po&#8217; più generosa ed era più facile vestirsi bene.</p>
<p>«Ci sarà fila quando arrivo &#8211; pensò Mario intravidendo, da lontano, il campanile del duomo &#8211; ma tanto, che devo fare? Prima o poi la mia dose di freddo la devo sopportare. Almeno qui la notte poi posso dormire in un letto. Sai che figura se avessi raccontato queste cose a Luigi. Ci siamo fatte certe cene di pesce, a Lazise, durante la Fiera&#8230; me ne ero dimenticato.»</p>
<p>Era arrivato alla mensa della Caritas, la fila era lunga, gran parte all&#8217;esterno, e costituita di &#8216;varia umanità&#8217;, come la definiva tra sé Mario. Qualcuno, molto male in arnese, lo guardava crucciato: che ci faceva uno come lui, ben vestito, sbarbato, senza quell&#8217;aria da sconfitto che hanno quasi tutti  e poi abbastanza giovane, tra loro poveracci? «Già, senza casa, senza famiglia, con in tasca solo il resto del bar.» Pensò a come avrebbe fatto l&#8217;indomani. «Andrà a finire che dovrò mettermi in un angolo a chiedere l&#8217;elemosina.» Il freddo gli ghiacciò due lacrime che non ce la fecero a scender giù sino in fondo alle guance. «Dai che stasera si  mangia bene &#8211; gli fece di sotto in su un vecchino basso basso, completamente sdentato, che era proprio davanti a lui nella fila &#8211; non te la prendere, senti che profumino!» Aveva un corpo così magro, un volto così emaciato e un mento così a punta che Mario pensò avrebbe potuto benissimo fare da controfigura a quel San Bernardino di cui aveva visto   un quadro nella chiesa, la sera prima.</p>
<p>—-</p>
<p>Finalmente riuscì ad entrare all&#8217;interno della mensa; varcata la porta a vetri opaca di condensa, fu abbracciato dal calore umido e dagli odori del cibo; alla sua destra, proprio dietro il battente, ebbe appena il tempo di intravedere un piccolo presepe solitario, ignorato da tutti; si sentiva meglio adesso, c&#8217;era caldo e c&#8217;erano il rumore dei piatti e il chiacchierare, in tante lingue diverse, degli ospiti; si riempì il vassoio: penne al pomodoro fumanti, petto di pollo, spinaci, due fette di pane, una bottiglietta di acqua gassata, una mela e un dolcetto chiuso in una bustina trasparente. Niente alcolici, era la regola; un po&#8217; il vino gli mancava, ma ci avrebbe fatto l&#8217;abitudine, pensò.</p>
<p>Forse per il freddo, forse per la tensione dell&#8217;incontro improvviso di poche ore prime, Mario aveva una gran fame e cercò subito un tavolo dove sedersi ma la scelta del tavolo non era una cosa semplice: doveva evitare i musulmani, i &#8216;non caucasici&#8217;, i tavoli dove sedeva qualche matto che immancabilmente avrebbe fatto, prima o poi, qualche scenata e i tavoli con le donne; non si va ad un tavolo con donne a meno di essere invitato; lo aveva imparato presto.</p>
<p>«Cristo santo!», si lasciò sfuggire all&#8217;improvviso ad alta voce: dietro a una colonna, in un angolo lontano, aveva intravisto il giaccone verde e i capelli a spazzola bianchi di Luigi, seduto tutto solo. «Ma come.. anche lui qui?» Il primo istinto fu quello di lasciare il vassoio in un angolo e di scappare via di corsa, ma aveva imparato ormai che al primo istinto si dà retta quando si è uomini liberi. «Bene, ora devo scendere ancora un gradino. Non si finisce mai.»</p>
<p>Si diresse allora rapido verso il tavolo di Luigi, era inutile nascondersi. Posò il vassoio, tolse il giaccone e lo mise a cavallo dello schienale della sedia, poi si mise a sedere. Luigi, lo sguardo imbambolato dietro a chissà quali pensieri, guardava fisso nel suo piatto da cui mangiava avidamente.</p>
<p>«Buon appetito, Luigi» fece Mario, prima di mettere in bocca la prima forchettata di penne.</p>
<p>Luigi rientrò in sé, alzò lo sguardo e riconobbe chi lo aveva salutato. «Mario&#8230; tu qui?» balbettò, poi un pensiero improvviso gli si accese nella testa «Mi hai seguito?» la voce gli si era fatta cattiva e aveva avuto ancora quel tic sotto lo zigomo.</p>
<p>«No, non ti fare strane idee. Questo è anche il &#8216;mio&#8217; ristorante preferito&#8230;» scosse la testa e si mise a guardare fisso il suo piatto.</p>
<p>«Ah. Allora mangia la pasta prima che si freddi. Stasera è proprio buona.»</p>
<p>—-</p>
<p>Per un po&#8217; mangiarono in silenzio, le teste basse, vergognandosi di questo secondo incontro. Poi Luigi, spostato in un angolo del vassoio il suo piatto della pasta, che aveva completamente svuotato, e mettendo al suo posto il piatto del secondo, una bistecchina di maiale con patate arrosto, rivolse di nuovo la parola a Mario. &#8220;Quando ti ho visto per strada, stasera, ho pensato che era una fortuna averti incontrato, forse avresti potuto darmi una mano. Poi ti ho sentito impegnatissimo, la moglie, i pacchi, l&#8217;Egitto; mi sono detto: lo chiamo dopo le feste, qualcosa forse mi farà fare&#8230;&#8221;</p>
<p>&#8220;Già, e io, quando ho visto te, ho pensato che forse mi avresti invitato nella tua tenuta per il Natale!&#8221; Bevve un sorso di acqua gassata. &#8220;No, non avrei avuto il coraggio di chiederti niente, ci ho pensato solo dopo&#8230;&#8221; &#8220;E mi sei costato i miei ultimo venti euro!&#8221; aggiunse, con un mezzo sorriso.</p>
<p>Luigi ci rimase male; cominciò a cercare nelle tasche dei pantaloni, poi in quelle del giaccone che, nonostante il caldo dell&#8217;ambiente, non si era tolto. &#8220;Ecco, tieni&#8221; allungò a Mario cinque euro, stropicciati. &#8220;E&#8217; tutto quello che ho.&#8221;</p>
<p>Mario fece l&#8217;offeso: &#8220;Scherzavo, dai! Fra &#8216;manager&#8217; non si fanno queste cose, ci mancherebbe altro&#8230;&#8221;</p>
<p>&#8220;I signori sono manager?&#8221; una voce di basso si fece sentire alle spalle di Mario. Don Omero girellava come tutte le sere fra i tavoli per vedere se tutto andava bene, per scambiare quattro chiacchiere con i frequentatori abituali e per cercare di confortare chi vedeva in particolare difficoltà; quei due seduti insieme non li aveva mai visti e si era avvicinato per fare la loro conoscenza.</p>
<p>Mario non aveva ancora perso il suo spirito: &#8220;Manager, e dei migliori, vero Luigi?&#8221;. Luigi assentì, anche se con poca convinzione.</p>
<p>&#8220;Posso sedermi con voi?&#8221; chiese don Omero.</p>
<p>&#8220;Certo Padre&#8221; gli rispose Mario mettendosi in bocca un bel pezzo di petto di pollo. &#8220;E&#8217; a casa sua&#8221; gli fece eco Luigi.</p>
<p>&#8220;No, non sono a casa mia, figlioli &#8211; ribatté don Omero, avvicinando una sedia e sedendosi tra i due &#8211; siamo tutti a casa Sua&#8221; e indicò verso l&#8217;alto.</p>
<p>&#8220;Beh, come preferisce, padre &#8211; gli rispose pronto Mario, dopo essersi nettato la bocca con un tovagliolino per portar via i resti di spinaci che certamente gli erano rimasti tra i peli della barba &#8211; Allora Gli faccia sapere che in casa Sua ha dei bravi cuochi.&#8221;</p>
<p>&#8220;Glielo farò sapere di sicuro e gli farà piacere&#8221; ribatté don Omero, stando al gioco.</p>
<p>&#8220;Stavate parlando di &#8216;manager&#8217; quando vi ho interrotto &#8211; riprese don Omero &#8211; mi dite qualcosa di più?&#8221;</p>
<p>&#8220;Abbiamo gestito due aziende di informatica, negli anni passati. Io avevo una dozzina di dipendenti e anche tu Luigi, più o meno&#8230;.&#8221; &#8220;Sì, siamo lì&#8221; confermò Luigi. &#8220;Servizi alle aziende, messa in rete di società, gestione delle problematiche di continuità dei servizi e di salvaguardia dei dati&#8221; elencò, professionale, Mario.</p>
<p>Luigi, da parte sua, completò il quadro &#8220;Noi sviluppavamo software, verticalizzazioni anche molto spinte, applicazioni web&#8230;&#8221;</p>
<p>&#8220;Tutta roba difficile da spiegare, Padre &#8211; continuò Mario, convinto che il prete li ascoltasse per pura cortesia, senza comprendere gran che di quello che dicevano &#8211; bisogna esserci dentro per capire bene il nostro linguaggio e il nostro lavoro. Per i più, dire informatica vuol dire Internet e Facebook e poco altro&#8230;&#8221;</p>
<p>Don Omero invece era straordinariamente attento e li interrogò sui clienti che avevano avuto, sui maggiori progetti che avevano realizzato, sui tempi delle realizzazioni.</p>
<p>&#8220;Ma ci sta facendo un colloquio di lavoro, Padre?&#8221; chiese a un certo punto Mario.</p>
<p>&#8220;Beh, figlioli, in un certo senso, sì. &#8211; rispose don Omero &#8211; Il vescovo, da un po&#8217; di tempo, mi ha dato l&#8217;incarico per una serie di progetti che prevedono, anche nella nostra diocesi di provincia, l&#8217;uso dell&#8217;informatica. Sia per la rete interna dell&#8217;Arcivescovado, sia per una serie di progetti che il vescovo ha in mente, dai collegamenti on line di tutte le parrocchie, a centri di ascolto con gruppi mirati di Facebook, sino a corsi di alfabetizzazione per tutti quelli che dovrebbero far funzionare questa nuova macchina, e poi corsi per estracomunitari, per anziani&#8230; Insomma, c&#8217;è una rivoluzione informatica in corso e la Chiesa non può certamente resistergli.&#8221;</p>
<p>Don Omero aveva ottenuto l&#8217;attenzione dei due; continuò: &#8220;Io non sono un tecnico, abbiamo alcune persone al nostro interno che un po&#8217; di informatica se ne intendono, ma c&#8217;è bisogno di chi faccia dei progetti sensati, definisca le risorse che servono, segua i lavori fissando dead-line precise, coordini le risorse, ne recuperi di nuove, stabilisca la struttura hardware necessaria, definisca i software da installare, sviluppi applicazioni ad hoc&#8230;&#8221;</p>
<p>&#8220;Insomma, l&#8217;Arcivescovado come una azienda da informatizzare praticamente da zero!&#8221; fece Luigi. &#8220;Sì -rispose don Omero &#8211; e con possibilità interessanti, sempre in accordo con Sua Eminenza e sotto la sua supervisione.&#8221;</p>
<p>&#8220;Sapete bene che persone di questo tipo hanno un costo molto alto, specie per la nostra &#8216;azienda&#8217;; aggiungete che c&#8217;è da definire anche tutta l&#8217;infrastruttura hardware. E se ci affidiamo ad aziende commerciali del nostro territorio, mi sono già informato, i costi diventano insostenibili. Se invece riuscissimo ad avere la collaborazione di qualche &#8216;volontario&#8217;, pagato, s&#8217;intende, per quello che possiamo, non dubito che avremmo la possibilità di creare un progetto che avrebbe anche l&#8217;attenzione del Santo Padre.&#8221;</p>
<p>&#8220;Che ne dite? Ci volete pensare? Ne parlate tra di voi? Io sono don Omero, se non mi trovate qui, cercatemi in Curia, all&#8217;Arcivescovado, quel palazzone accanto al duomo, sapete.&#8221; Il prete si alzò, augurando la buona notte a entrambi, lasciando Luigi e Mario a fissarsi interrogativi.</p>
<p>&#8220;Che ne pensi, Mario?&#8221;. &#8220;Luigi, hai forse altri impegni?&#8221; &#8220;No, ma&#8230; non lo so, lavorare per la curia&#8230;&#8221; &#8220;Se ci sono stati i banchieri di Dio ci possono benissimo essere i Manager informatici del Vescovo, no?&#8221;</p>
<p>&#8220;In fondo non abbiamo niente da perdere e mi sembra una bella sfida.&#8221;</p>
<p>&#8220;Sì, un bel progetto, complesso e articolato.&#8221;</p>
<p>&#8220;Potremmo anche ricontattare qualcuno dei nostri &#8216;ragazzi&#8217;, no? Forse pagheranno poco, ma il lavoro sarà lungo e complesso.&#8221;</p>
<p>&#8220;Allora che ne dici, Luigi, si può fare?&#8221;</p>
<p>&#8220;Certo che si può fare!&#8221;</p>
<p>&#8220;Ottimo! E&#8217; il miglior regalo di Natale che abbia mai scartato&#8221; fece Mario, e non si riferiva al dolcetto che, ormai a fine cena, aveva aperto dalla sua confezione di plastica addentandolo con decisione, assaporandolo come fosse il più delizioso che avesse mangiato in vita sua.</p>
<p><map name='google_ad_map_2277_9192ed4453978b71'>
<area shape='rect' href='http://imageads.googleadservices.com/pagead/imgclick/2277?pos=0' coords='1,2,367,28' />
<area shape='rect' href='http://services.google.com/feedback/abg' coords='384,10,453,23'/></map>
<img usemap='#google_ad_map_2277_9192ed4453978b71' border='0' src='http://imageads.googleadservices.com/pagead/ads?format=468x30_aff_img&amp;client=&amp;channel=&amp;output=png&amp;cuid=2277&amp;url= http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F12%2Fmario-e-luigi%2F' /></p>
                            <div id="aspdf" style="float: right;">
                                <a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/as-pdf/generate.php?post=2277">
                                    <span>scarica in pdf</span>
                                </a>
                            </div> 
<span class = "" style = "height: 40px;  "><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.scrivolo.it/2010/12/mario-e-luigi/&layout=standard&send=false&show_faces=false&width=&action=like&colorscheme=light&locale=it_IT&font=verdana" scrolling="no" frameborder="0" allowTransparency="true" style="border:none; overflow:hidden; width:px; height:40px"></iframe></span>
	<p class="firma-autore">Dr J. Iccapot</p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.scrivolo.it/2010/12/mario-e-luigi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Solo per amore</title>
		<link>http://www.scrivolo.it/2010/12/solo-per-amore/</link>
		<comments>http://www.scrivolo.it/2010/12/solo-per-amore/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 24 Dec 2010 13:24:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Beatrix</dc:creator>
				<category><![CDATA[D'amore]]></category>
		<category><![CDATA[I racconti dell'Avvento]]></category>
		<category><![CDATA[pastorello]]></category>
		<category><![CDATA[presepe]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.scrivolo.it/?p=2272</guid>
		<description><![CDATA[Il pastorello dalla giacca rossa si stiracchiò e si stropicciò gli occhi. Come dargli torto, dopo un anno [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/12/solo-per-amore/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton2272" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FpQ6KQ&amp;via=scrivolo&amp;text=Solo%20per%20amore&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F12%2Fsolo-per-amore%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p>Il pastorello dalla giacca rossa si stiracchiò e si stropicciò gli occhi. Come dargli torto, dopo un anno intero di buio, rinchiuso con gli altri dentro una scatola? Dovete sapere che le statuine del presepe sono magiche. Vivono per circa tre settimane, poi dormono per un anno. E quando sono al loro posto, nel pavimento di muschio, se ne stanno immobili e silenziose tutto il giorno. Solo quando cala la notte e tutte le luci si spengono dentro le case, allora iniziano a muoversi e a chiacchierare. Le loro voci sono bisbigli che gli adulti non sentono e che solo i bambini speciali, certe volte, riescono ad udire nel nero della notte.</p>
<p>Il nostro pastorello, dunque, si guardò intorno con curiosità per vedere se qualche nuovo personaggio era venuto ad aggiungersi a quelli degli anni precedenti. Quell’anno la scena era più grande: c’era un ruscello di carta stagnola che attraversava il campo e dietro alla capanna era stata costruita una parete di roccia, con un sacco di lucine a far da cielo stellato. “Bel posto” pensò il pastorello. Dall’osteria, alle sue spalle, giungeva la voce dell’oste che serviva i soliti clienti. C’era il pastore più vecchio con l’inseparabile bastone, la lavandaia con la cesta dei panni da lavare al ruscello, il contadino con la sacca del grano, il giovinetto col cappello in mano. </p>
<p>Laggiù, oltre il fiume, una fanciulla nuova di zecca portava in equilibrio sulla testa una brocca con dell’acqua. “Ohi ohi” mormorava “povera me! Quanto pesa questa brocca! Come sono stata sfortunata!”</p>
<p>Il pastorello aveva un buon cuore e questa frase lo turbò. Si sporse per vedere meglio la fanciulla. Era bellissima, con un vestitino azzurro come gli occhi di un angelo e gli occhi verdi come la prateria.</p>
<p>“Ohi ohi” continuava a lamentarsi “ohi ohi la mia povera testa..”</p>
<p><span id="more-2272"></span></p>
<p>Il problema del nostro pastorello era quello di tutte le altre statuine: possono muovere le braccia ed il busto, nel buio, ma i piedi, per contratto divino, devono rimanere incollati esattamente dove gli umani li collocano. Se così non fosse tutti si renderebbero conto della loro natura magica e le cose celesti ne sarebbero turbate. Insomma, il pastorello, sebbene fremesse dalla voglia di andare in soccorso della bella fanciulla, non poteva muoversi dal suo posto.</p>
<p>Ogni notte i lamenti lo tormentavano. “Ohi ohi che male! Che mal di testa!”.</p>
<p>Il povero ragazzo soffriva terribilmente per il dolore della sua amata. Tentava da spostare i piedi, ma niente. Durante il giorno i suoi pensieri erano tutti per quegli occhi. Pensava e ripensava, tentava di muoversi di soppiatto, anche nelle ore di luce, ma i suoi piedi parevano un tutt’uno con il muschio del Presepe. Se qualcuno, alla vigilia di Natale, avesse prelevato la statuina per ammirarne le fattezze, avrebbe visto un pastorello pallido ed emaciato, con lo sguardo triste di chi soffre per amore. Invece gli abitanti della casa erano distratti da mille impegni e nessuno notò niente.</p>
<p>A Mezzanotte una manina cicciotella depose il bambino nella mangiatoia della capanna: il bue e l’asinello iniziarono a scaldarlo e tutto il presepe ebbe nuovo splendore. La fanciulla ogni tanto mormorava: “Ahiahiahiai…” e il pastorello, ormai rassegnato, cercava di non ascoltare. </p>
<p>Nella notte una vocina lo chiamò: “Pastore! Ehi, tu, pastore giovane! Ehi, ragazzo!” Possibile che qualcuno si rivolgesse a lui? E poi quella voce sembrava…no, non era possibile.</p>
<p>Aveva ragione: non aveva mai sentito parlare il bambino prima. La voce proveniva dalla mangiatoia. “Pastore, preparati!” Il pastorello non capì subito che cosa stava per accadere. Si accorse solo che i suoi piedi si erano liberati dal muschio e che – miracolo – poteva camminare. Rimase un po’ fermo, titubante. “Ohi, ohi!”, udì. Allora non ci pensò due volte, mosse i piedi e a piccoli passi malfermi si incamminò. Passò il ruscello e giunse dalla fanciulla che, bellissima, gli sorrise piena di speranza. Il pastorello prese la brocca e la ragazza sembrò subito sollevata. “Grazie mille, non ne potevo più!” “Non è solo merito mio se i miei piedi si sono mossi” rispose lui. “E’ vero. Grazie, Gesù.” Il pastorello era rapito dalla sua amata: gli pareva un angelo. Era emozionato, continuava a guardarla per catturarne l’immagine con la memoria e poterla ricordare nella sua mente più tardi, quando sarebbe tornato al suo posto. Le prese la mano e la fissò per un&#8217;ultima volta negli occhi. Proprio in quell’attimo i suoi piedi si fecero sasso ed il pastore fu legato di nuovo al terreno. Anche la fanciulla si rese conto di quello che stava accadendo: “Credo che rimarrai qui con me” mormorò dolcemente, sorridendo. “Ma…com’è possibile?” Il pastorello era assai stupito. La voce del bambino gli sussurrò: “Per amore, è possibile solo per amore”.</p>
<p>La mano cicciotella del piccolo umano che abitava nella casa si fermò sulla statuina e la sollevò: non si ricordava di averne mai avuta una fatta in quel modo. Raffigurava un pastorello e una fanciulla che si tenevano per mano; il pastore sorreggeva, con la mano destra, una brocca piena d’acqua. Di solito i pastori brandiscono dei bastoni ed hanno con sé qualche pecorella…invece questo aveva una brocca. Forse non era un pastore. Forse questa bella statuina l’aveva comprata la mamma per fargli una sorpresa. La ricollocò vicino al fiume – per via della brocca – e se ne andò a finire di scartare i regali. </p>
<p>Il pastorello e la fanciulla rimasero così, uniti per sempre da un amore che aveva saputo cambiare il loro piccolo mondo.<br />
E quest’anno, alle loro spalle, c’è addirittura una cascata di acqua vera. Buon Natale, ragazzi!</p>
<p><map name='google_ad_map_2272_9192ed4453978b71'>
<area shape='rect' href='http://imageads.googleadservices.com/pagead/imgclick/2272?pos=0' coords='1,2,367,28' />
<area shape='rect' href='http://services.google.com/feedback/abg' coords='384,10,453,23'/></map>
<img usemap='#google_ad_map_2272_9192ed4453978b71' border='0' src='http://imageads.googleadservices.com/pagead/ads?format=468x30_aff_img&amp;client=&amp;channel=&amp;output=png&amp;cuid=2272&amp;url= http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F12%2Fsolo-per-amore%2F' /></p>
                            <div id="aspdf" style="float: right;">
                                <a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/as-pdf/generate.php?post=2272">
                                    <span>scarica in pdf</span>
                                </a>
                            </div> 
<span class = "" style = "height: 40px;  "><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.scrivolo.it/2010/12/solo-per-amore/&layout=standard&send=false&show_faces=false&width=&action=like&colorscheme=light&locale=it_IT&font=verdana" scrolling="no" frameborder="0" allowTransparency="true" style="border:none; overflow:hidden; width:px; height:40px"></iframe></span>
	<p class="firma-autore">Beatrix</p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.scrivolo.it/2010/12/solo-per-amore/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il regalo più gradito</title>
		<link>http://www.scrivolo.it/2010/12/il-regalo-piu-gradito/</link>
		<comments>http://www.scrivolo.it/2010/12/il-regalo-piu-gradito/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 23 Dec 2010 06:53:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>contributi</dc:creator>
				<category><![CDATA[GioVediamoci]]></category>
		<category><![CDATA[I Corti]]></category>
		<category><![CDATA[I racconti dell'Avvento]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[natale]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.scrivolo.it/?p=2256</guid>
		<description><![CDATA[Un racconto di Donatella Quaranta. “Che brutto tempo!” pensò Linda guardando fuori dalla finestra della sua stanza. In [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/12/il-regalo-piu-gradito/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton2256" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FUJlkJ&amp;via=scrivolo&amp;text=Il%20regalo%20pi%C3%B9%20gradito&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F12%2Fil-regalo-piu-gradito%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/12/ala-angelo.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2257" title="ala angelo" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/12/ala-angelo.jpg" alt="" width="600" height="336" /></a></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Un racconto di <a href="http://www.scrivolo.it/gli-ospiti/donatella-quaranta/">Donatella Quaranta</a>.</span></p>
<p>“Che brutto tempo!” pensò Linda guardando fuori dalla finestra della sua stanza.</p>
<p>In quel pomeriggio di fine autunno il cielo plumbeo proiettava i suoi riflessi grigiastri sul giardino, rendendo uniforme e incolore il paesaggio. Il vento intenso agitava le fronde di un giovane arancio e, mutando continuamente direzione, strappava dal vecchio noce le ultime foglie avvizzite che, cadendo, senza toccare il suolo, sollevate dai refoli, formavano dei mulinelli qua e là.</p>
<p>Seduta allo scrittoio, Linda giocherellava distrattamente con la matita, immersa nei suoi pensieri.</p>
<p>Aveva aperto il quaderno per svolgere gli esercizi assegnati: due problemi di aritmetica da risolvere. Ma non aveva voglia di fare i compiti.</p>
<p>Da quando la sua mamma era volata in cielo, fare qualsiasi cosa era diventato mille volte più pesante. Senza il suo sorriso, o le sue parole dolci che le davano calore e sollievo, tutto le sembrava duro e faticoso. Anche i compiti scolastici.</p>
<p>Aveva otto anni, soltanto otto anni! Non riusciva a spiegarsi perché alla sua mamma era stato chiesto di andare in cielo e lasciare lei e la sorellina sulla terra, prive del suo affetto, nonostante fossero ancora così piccole! E poi… tra pochi giorni sarebbe stato Natale… il primo Natale senza l’adorata mammina…</p>
<p>Nell’atrio della scuola era stato collocato un abete alto alto. Era stato addobbato con un’ infinità di nastri argentati, con mille sfere colorate e tante lucette bianche intermittenti. Uno splendore.</p>
<p>Come ogni anno, ciascun bimbo, alunno della scuola, avrebbe dovuto scrivere una letterina a Babbo Natale. Le maestre avrebbero appeso ogni letterina all’albero, legandola con un nastrino rosso. L’albero si sarebbe arricchito dei desideri dei bambini, racchiusi in decine e decine di bigliettini.</p>
<p>Anche a Linda era stato chiesto di scrivere la letterina, ma da subito si era dimostrata restìa. Quest’ anno, a differenza degli anni precedenti, non aveva alcuna intenzione di avanzare richieste a Babbo Natale. Non era nella disposizione d’animo adatta.</p>
<p>“Non scriverò quella stupida letterina a Babbo Natale! Non mi va!” pensò, mentre due lacrimoni le rigavano le guance. “Tanto so già che Babbo Natale, quest’anno, non potrà esaudire il mio desiderio! Lui può solo portarmi i giocattoli in plastica, le bambole, i peluche, ma non una persona vera! Invece l’unica cosa che vorrei potergli chiedere è di riportarmi indietro la mia mamma! Ma so che è impossibile”.</p>
<p>Aprì il cassetto alla sua sinistra e tirò fuori un piccolo quadernetto con la copertina di tessuto beige con i fiorellini stampati. Era un diario segreto, con tanto di lucchetto e chiave.</p>
<p>“Serve per annotare i pensieri che attraversano la nostra testa e che non abbiamo voglia di rivelare agli altri” le aveva detto la zia quando glielo aveva regalato. “Il diario è un ottimo amico, potrai confidargli ciò che senti, le tue riflessioni, le tue idee e i tuoi desideri. Lui conserverà tutto ciò che scriverai e sarà muto come un pesce!”.</p>
<p>Linda aveva apprezzato il dono e, ultimamente, faceva ricorso spesso al suo piccolo amico.</p>
<p>Aprì il diario e rilesse ciò che aveva scritto il giorno prima: “Ho sentito in tv che tra pochi anni potrebbe esserci la fine del mondo. Se succedesse, sarei davvero contenta. Non perché io voglia morire, solo perché in questo modo potrei rivedere presto la mia mamma!”.</p>
<p>Linda non scrisse la letterina, non chiese nulla a Babbo Natale e la vigilia di Natale andò a letto, come tutte le altre sere, al solito orario.</p>
<p>All’improvviso una luce sfavillante riempì la sua cameretta come se fosse stata illuminata da migliaia e migliaia di candele. Tutto intorno a lei scintillava. Una sfera bianca luminosissima, della dimensione di una pallina da tennis, ricca di filamenti penduli che si flettevano oscillando, danzava per la stanza. La sfera si avvicinò lentamente a Linda, si posò sul guanciale e, repentinamente, assunse la forma di un bellissimo angelo. Era un angelo di luce bianca, abbagliante, con due ali bellissime e imponenti. Battendole lentamente e continuamente, l’angelo si avvicinò all’orecchio di Linda e le disse: “non essere triste piccola Linda, non sei sola. La tua mammina veglia sempre su di te, qualunque cosa tu faccia. Ti è sempre vicina e lo sarà in ogni momento in cui avrai bisogno di lei. Quando sei stanca, quando ti senti sola, rivolgi a lei il tuo pensiero e vedrai che tutto ti sembrerà più leggero e più semplice. Sorridi perché lei ti vuol bene e ti protegge”.</p>
<p>Linda sussultò e… si svegliò. Aveva sognato, ed era stato un bellissimo sogno. Una ventata d’aria fresca le colpì il viso, un soffio, un alito di vento, il battito d’ala di un angelo… Un largo sorriso si disegnò sulle sue labbra. Si raggomitolò tra le coltri e si riaddormentò.</p>
<p>La mattina di Natale le telefonò la zia, per dirle che, anche senza letterina, Babbo Natale aveva deciso comunque di lasciarle dei doni. Le cuginette l’avrebbero aspettata per aprire i regali.</p>
<p>Linda andò dalla zia, aprì il suo dono e ringraziò col sorriso sulle labbra.</p>
<p>Quel sorriso non fu solo un sorriso di cortesia ma, in cuor suo, un sorriso di felicità per un regalo più grande e importante che aveva già ricevuto: quello notturno, il regalo più gradito.</p>
<p><map name='google_ad_map_2256_9192ed4453978b71'>
<area shape='rect' href='http://imageads.googleadservices.com/pagead/imgclick/2256?pos=0' coords='1,2,367,28' />
<area shape='rect' href='http://services.google.com/feedback/abg' coords='384,10,453,23'/></map>
<img usemap='#google_ad_map_2256_9192ed4453978b71' border='0' src='http://imageads.googleadservices.com/pagead/ads?format=468x30_aff_img&amp;client=&amp;channel=&amp;output=png&amp;cuid=2256&amp;url= http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F12%2Fil-regalo-piu-gradito%2F' /></p>
                            <div id="aspdf" style="float: right;">
                                <a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/as-pdf/generate.php?post=2256">
                                    <span>scarica in pdf</span>
                                </a>
                            </div> 
<span class = "" style = "height: 40px;  "><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.scrivolo.it/2010/12/il-regalo-piu-gradito/&layout=standard&send=false&show_faces=false&width=&action=like&colorscheme=light&locale=it_IT&font=verdana" scrolling="no" frameborder="0" allowTransparency="true" style="border:none; overflow:hidden; width:px; height:40px"></iframe></span>
	<p class="firma-autore">contributi</p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.scrivolo.it/2010/12/il-regalo-piu-gradito/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>L&#8217;apocrifo dell&#8217;oste</title>
		<link>http://www.scrivolo.it/2010/12/lapocrifo-delloste/</link>
		<comments>http://www.scrivolo.it/2010/12/lapocrifo-delloste/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 22 Dec 2010 17:42:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[I racconti dell'Avvento]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Apocrifo]]></category>
		<category><![CDATA[avvento]]></category>
		<category><![CDATA[natale]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.scrivolo.it/?p=2248</guid>
		<description><![CDATA[L’oste irruppe nella cucina, satura di odori, vapore e fuliggine, come una folata di vento. “Tre zuppe di [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/12/lapocrifo-delloste/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton2248" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FlTivA&amp;via=scrivolo&amp;text=L%26%238217%3Bapocrifo%20dell%26%238217%3Boste&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F12%2Flapocrifo-delloste%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><div id="attachment_2249" class="wp-caption aligncenter" style="width: 610px"><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/12/Cometa-Halley-1910.jpg"><img class="size-full wp-image-2249" title="Cometa Halley 1910" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/12/Cometa-Halley-1910.jpg" alt="" width="600" height="473" /></a><p class="wp-caption-text">La cometa di Halley nel 1910</p></div>
<p>L’oste irruppe nella cucina, satura di odori, vapore e fuliggine, come una folata di vento.</p>
<p>“Tre zuppe di farro, un piccione ben cotto e due frittate. Di corsa! Ah, sì, anche una scodella di lenticchie calde.”</p>
<p>“E come si chiama il tuo cliente, padrone, Esaù?” disse Shimon per far ridere le sguattere.</p>
<p>“No, micragna. Non può permettersi di aggiungere al contorno neanche un uovo. E il pane e l’olio li ha portati da casa – ribatté l’oste, sempre pronto allo scherzo – ma invece di fare tanto lo spiritoso, fannullone, passami lo schidione con gli uccelletti…la zuppa di certo non toglierà la fame a quei tre giovanotti che vengono dalla Galilea. Hanno l’aria di non mangiare da giorni.”</p>
<p>“Ma avranno denaro per pagare?” chiese la moglie dell’oste. Negli ultimi tempi, con tutti gli stranieri che giravano in paese, capitava spesso che qualcuno approfittasse della confusione per svignarsela senza regolare il conto.”</p>
<p>“Per chi mi hai preso, donna! Mi sono fatto mostrare il loro tesoretto, basta per la cena e l’alloggio. Passeranno la notte sui pagliericci che stanno nel corridoio grande.”</p>
<p>“Sistemazione regale!” commentò Shimon.</p>
<p>“Lo puoi ben dire, sciocco! Anche se girassero tutte le locande del circondario stanotte non troverebbero un buco per dormire, al massimo potrebbero chiedere ospitalità ai pastori che bivaccano all’aperto.”</p>
<p>“Davvero non c’è più posto?” chiese Deborah, la figlia dell’oste, entrando in cucina. Era uscita per andare a prendere da un vicino una forma di cacio.</p>
<p>“Niente di niente: ho dato via anche la stanza delle serve: si arrangeranno qui in cucina” sentendo la notizia le sguattere protestarono, ma a bassa voce.</p>
<p>“Non fate tante storie, galline spennate, si tratta di una situazione d’emergenza! e tu Deborah, aiutami a portare di là le scodelle.”</p>
<p>Appena i clienti gli concessero un attimo di tregua, l’oste chiamò la figlia.</p>
<p><span id="more-2248"></span></p>
<p>“Perché mi hai chiesto se c’era ancora posto? Non sarà che al solito hai qualche mendicante da alloggiare a scrocco? L’ amore per prossimo è una bella cosa, ma noi siamo locandieri, non benefattori!”</p>
<p>“Non sono poveracci, potrebbero pagare! lui è anziano e la moglie è incinta…fuori fa tanto freddo, padre.”</p>
<p>“Anche se venisse Erode in persona non avrei dove sistemarlo. Ci vorrebbe un mago per far saltare fuori una stanza libera, lo sai bene che persino noi di famiglia dormiamo ammassati come bestiame.”</p>
<p>“Mandali via tu, per favore, io avevo promesso di aiutarli” rispose la ragazza abbassando la testa.</p>
<p>“Deborah, figlia mia, non fare così, lo sai quanto mi spiace deluderti! &#8211; disse l’oste &#8211; beh… vedrò cosa posso fare, ma non garantisco nulla. Una cosa però è certa: il tuo buon cuore sarà la mia rovina!”</p>
<p>Uscì all’aperto per cercare la coppia di stranieri.</p>
<p>“Che zizzola &#8211; mormorò tra sé, guardando il cielo è stellato &#8211; scommetto che stanotte verrà una bella gelata.”</p>
<p>I protetti di Deborah stavano rincantucciati ai piedi di un muretto, stanchi e infreddoliti.</p>
<p>“Buona gente &#8211; disse l’oste &#8211; nella locanda davvero non ho più posto, mi dispiace.”</p>
<p>“Ma noi possiamo pagare, e bene! &#8211; disse il vecchio mostrando alcune monete.</p>
<p>“Non è questo il problema, anche la cucina e la taverna sono occupate. E in cantina dormono il cuoco, lo sguattero e i miei vecchi genitori. Sono sicuro che Deborah vi cederebbe il suo letto, se ne avesse uno, ma divide un pagliericcio con il fratellino…il mio Beniamino è malato e deve stare comodo, almeno lui.”</p>
<p>“Ho tanto freddo” bisbigliò la giovane donna al marito.</p>
<p>“Abbiamo chiesto in tutte le locande del paese. Nessuno può ospitarci e mia moglie…insomma lo vedi anche tu, ha bisogno di sdraiarsi in un posto caldo.”</p>
<p>“So che mia figlia mi guarderebbe con aria di rimprovero per settimane se non trovassi il modo per aiutarvi. Beh, una soluzione ci sarebbe, ma non la proporrei mai a persone da bene come voi. A volte passano di qui dei mendicanti… io faccio il locandiere per campare e non possono permettermi di ospitarli per carità, ma li lascio entrare nella stalla. Almeno stanno al coperto e il calore degli animali è quasi meglio di un fuoco acceso.”</p>
<p>“Se non puoi offrirci di meglio va bene anche la stalla, vero?” disse il vecchio rivolto alla moglie. Lei fece cenno di sì con la testa.</p>
<p>“Intanto vi lascio il lume e vado a prendere la chiave, ma torno in un attimo.”</p>
<p>L’oste entrò nella locanda quasi di corsa, prese un paio di tovaglie e tolse dal suo letto una coperta, il pelliccione da solo bastava per lui e la moglie. Tornando sui suoi passi notò un cliente ubriaco che russava accanto al braciere, si avvicinò e con delicatezza gli prese la coperta: con il vino che si era scolato quello poteva dormire anche nella neve!</p>
<p>Indossò il mantello e uscì di nuovo. Fu subito investito da un mulinello di vento e nevischio che lo fece rabbrividire.</p>
<p>“Tempo da lupi &#8211; mormorò &#8211; disgraziato chi non ha un tetto stanotte!”</p>
<p>I due stranieri lo aspettava accanto alla porta della stalla. Girò la chiave ed entrarono.</p>
<p>L’odore non era buono ma, superata la zona dove alloggiavano i cavalli, il profumo del fieno ammassato per l’inverno prevaleva sulla puzza.</p>
<p>“Potreste sdraiarvi qui, accanto al fienile, ma per stare davvero al caldo io vi consiglio lo stabbiolo là in fondo: ci sono il bue e l’asino che mio padre usa per arare il suo campicello, sono bestie tranquille e, a dire il vero, anche vecchiotte, ma lui non le vuole macellare, sostiene che sono migliori di tante persone di sua conoscenza. Le tiene strigliate e ben nutrite come fossero figli. E cambia la lettiera ogni sera!”</p>
<p>“Sì, là staremo meglio, il calore degli animali ci scalderà.”</p>
<p>“E non abbiate timore, sono bestie buone come il pane” ribadì l’oste.</p>
<p>Nel loro alloggio il bue e l’asino dormicchiavano, ma si svegliarono subito sentendo l’insolito tramestio. Stupiti da quella visita notturna, salutarono con muggiti e ragli il padrone.</p>
<p>“Fate silenzio, chiacchieroni, svegliate tutta la locanda!”</p>
<p>L’asino e il bue ammutolirono e si accostarono al muro, quasi volessero far posto agli ospiti.</p>
<p>“Davvero sembra che abbiano compreso le tue parole” disse il vecchio stupito.</p>
<p>“Certo che hanno capito sono animali, non idioti!” replicò l’oste quasi offeso. Come il padre provava per quelle carcasse ambulanti un insolito affetto, soprattutto per il ciuchino che era stato il paziente compagno di giochi della sua infanzia.</p>
<p>“Vi lascio queste coperte e il lume. Le tovaglie invece le metto sulla staccionata, così i padroni dei cavalli o i loro servi, se scendono a dare un’occhiata, non vi vedranno. E il caldo non se ne scapperà fuori.”</p>
<p>L’oste si guardò intorno: tutto era a posto, a parte la finestrina in alto.</p>
<p>“Da lì entra vento &#8211; disse al vecchio indicando l’apertura &#8211; ma per tappare l’apertura basta un po’ di fieno.”</p>
<p>“No, per favore, non chiuderla &#8211; mormorò la donna &#8211; si vede il cielo e quella stella così luminosa che è apparsa la notte passata.”</p>
<p>L’oste aveva già dato un’occhiata alla volta celeste quella notte, ma non aveva notato l’astro che ora brillava nel riquadro della finestra. In effetti era certo che non ci fosse. Non era una stella qualunque, aveva una strana aureola.</p>
<p>“Speriamo non sia una cometa!” disse pensoso.</p>
<p>“Perché, non è un buon segno?” chiese la donna.</p>
<p>“Per carità! Porta cattivi raccolti, incendi, guerre, pestilenze. Significa che il Signore è adirato… speriamo che questa volta ce l’abbia con i Romani e non con noi!” rispose l’oste.</p>
<p>“Eppure è così bella” proseguì la donna, affascinata dalla luce emanata dalla stella.</p>
<p>“Potrebbe anche essere un effetto prodotto dalle nuvole, come fa l’acqua con gli oggetti. Magari è una stella qualunque” aggiunse l’oste.</p>
<p>“Speriamo sia così &#8211; disse il vecchio &#8211; se davvero le comete annunciano qualcosa di terribile” disse il vecchio.</p>
<p>“A volte una cosa terribile può essere anche meravigliosa” mormorò la moglie.</p>
<p>Questa donna, pensò l’oste, è troppo saggia per essere una femmina e, per giunta, bella e giovane. Chi sa perché avrà sposato il vecchio, non certo per i soldi, ha l’aria di essere un artigiano…magari accordi tra famiglie per faccende di eredità.</p>
<p>Lui non approvava quel genere di unioni e di certo non avrebbe mai dato la sua Deborah a un uomo di quell’età, per nulla al mondo.</p>
<p>La finestrina rimase aperta e l’oste se ne andò, salutando la coppia.</p>
<p>“Aspetta, non mi hai detto quanto vuoi per questo alloggio!” esclamò l’uomo</p>
<p>“Niente, non mi devi niente. Io sono un locandiere, affitto camere e questa non mi pare sia una stanza.”</p>
<p>“Allora ti ringrazio di cuore per la tua gentilezza e pregherò il Signore perché benedica la tua casa.”</p>
<p>L’oste uscì senza rispondere. Salì le scale con un groppo alla gola:</p>
<p>“Altro che benedizione! &#8211; pensò addolorato &#8211; il Signore mi ha caricato di mali come Giobbe! Un figlio malato senza speranza di guarigione, una moglie sempre di malumore, una figlia che rifiuta tutti i pretendenti e gli affari&#8230;ora vanno bene, per via del Censimento, ma dopo?”</p>
<p>Entrò nella taverna e si mise a sedere vicino al fuoco. Non aveva voglia di dormire, la cometa lo aveva spaventato e nella testa gli frullavano cento pensieri.</p>
<p>“Meno male che l’imperatore dei Romani si è messo in testa questa bizzarria di contare le persone come fossero pecore!” borbottò muovendo i ciocchi del braciere</p>
<p>Tutti dovevano farsi registrare nel villaggio d’origine e così le strade si erano riempite di viaggiatori: chi andava a nord, chi a sud, chi a ovest, insomma, un gran movimento che portava denaro a palate nelle borse dei tavernieri.</p>
<p>“Gli innalzerei un altarino, a quell’Augusto, se non fosse vietato dalla Legge &#8211; pensò l’oste &#8211; so bene che è un nemico del popolo eletto, ma merita la mia riconoscenza perché la taverna non è stata mai così piena&#8230;il vecchio, se volevo, mi avrebbe pagato persino per dormire in un angolo della stalla!”</p>
<p>L’Imperatore però non doveva starci tanto con la testa perché, a parte la storia di far spostare la gente di qua e di là, del tutto insensata, ultimamente pretendeva di essere una divinità.</p>
<p>Gli dei Greci e dei Romani erano spiriti maligni dotati di poteri sovrannaturali che raggiravano popoli sciocchi, disprezzati dal Signore, con qualche giochetto di magia, ma come si faceva a credere che un uomo vivo non fosse un uomo: forse che Augusto volava, lanciava fulmini o sanava i malati come Esculapio? Già, Esculapio…una volta aveva fatto visitare Beniamino da un medico greco che viveva a corte. Era costata il Tesoro del Tempio quella visita…ma neanche i falsi dei dell’Olimpo avevano guarito il suo bambino.</p>
<p>Per fortuna il Rabbino era all’oscuro della faccenda: già lo guardava storto perché riteneva tutti i locandieri ladri e compari di prostitute, figuriamoci se avesse saputo che un pagano aveva invocato gli spiriti maligni nella sua casa.</p>
<p>Mentre rimuginava sull’ingiusto giudizio del Rabbino, l’oste vide passare un’ombra diretta alla porta.</p>
<p>“Siamo alle solite: Deborah va a controllare come stanno i suoi ospiti &#8211; pensò l’oste &#8211; strano che non l’abbia fatto prima. Fingerò di dormire, tanto non potrei fermarla. Però è triste vedere una bella ragazza che invecchia in casa… potrebbe essere una malia. Si sa che al Nemico piace tormentare i buoni e lei ha un cuore grande come le porte di Gerusalemme.”</p>
<p>Dopo qualche minuto Deborah tornò nella taverna e si avvicinò al padre, in apparenza addormentato, scuotendolo per un braccio.</p>
<p>“Oh, guarda che sono sveglio &#8211; disse l’oste &#8211; non occorre che mi sloghi una spalla!”</p>
<p>“Presto, padre, alzati, bisogna fare qualcosa per quella poveretta…il bambino sta per nascere” bisbigliò la ragazza.</p>
<p>“Io non sento grida…sei certa che sia arrivato il momento? comunque sono cose da donne, vai a chiamare tua madre!”</p>
<p>“Ma lei mi tratterà male, dirà che porto sempre impicci nella sua casa…vieni tu!”</p>
<p>“Vai a chiamare tua madre. Sembra sempre arrabbiata ma non ha il cuore di pietra! Vedrai che ti aiuterà senza rimproverarti.”</p>
<p>Deborah ubbidì. Dopo poco la moglie dell’oste uscì dalla stanza con lenzuoli e stracci. Si avvicinò al marito e disse:</p>
<p>“Vai a chiamare le comari, io da sola non posso fare tutto!”</p>
<p>“Che il Signore te ne renda merito, Rebecca” disse il marito, consapevole di quanto le costasse quel gesto di bontà.</p>
<p>“Lascia stare il Signore, si è già occupato di me” replicò seccamente la donna.</p>
<p>L’oste svegliò con grandi colpi alla porta le due donne: in una notte come quella non avevano davvero voglia di uscire, tuttavia lo seguirono fino alla stalla. Lui non entrò.</p>
<p>Si mise nuovamente seduto accanto al braciere: da lì poteva seguire l’andamento del parto interrogando le donne che facevano la spola tra la stalla e la cucina con acqua calda e stracci. Finalmente, al decimo giro, la moglie gli annunciò che era nato un bambino, un bel maschietto sano e vivace, ed anche la madre stava bene.</p>
<p>L’oste si sentiva soddisfatto come fosse un parente:</p>
<p>“Un maschio, meno male! &#8211; disse tra sé &#8211; Il padre avrà un sostegno e la madre una protezione. Ci vuole qualcuno che difenda la soglia di casa quando i nemici bussano alla porta!…la femmine sono carine ma danno troppi pensieri: bisogna sorvegliarle e trovare un buon marito che non le picchi. E se non hanno figli ti tornano indietro e tutti le evitano come appestate. Speriamo che a Deborah non tocchi questa brutta sorte!”</p>
<p>La mattina seguente il tempo sembrava migliorato. Non nevicava più e l’oste era certo che almeno uno dei suoi clienti, un ricco mercante, si sarebbe messo in viaggio per tornare a casa: aveva preso moglie da poco e non voleva lasciare la sposina troppo a lungo sola. Uomo saggio e prudente! Insomma, una stanza si sarebbe presto liberata.</p>
<p>Il mercante in effetti aveva deciso di partire e l’oste lo accompagnò nella stalla. Doveva prendere il suo cavallo.</p>
<p>“Ma che succede quaggiù” chiese stupito l’uomo vedendo quel via vai di donne che bisbigliavano e ridevano mettendosi la mano sulla bocca.</p>
<p>“Niente di male, anzi! Stanotte è nato un bambino…”</p>
<p>“In una stalla?” domandò stupito il mercante.</p>
<p>“Non c’era posto da nessuna parte, però la madre è stata ben assistita dalle mie donne e da due comari.”</p>
<p>In quel momento il vecchio sollevò una delle tovaglie che nascondevano lo stabbiolo ed uscì.</p>
<p>“Ecco il fortunato padre! Il primo figlio e subito un maschio!” esclamò l’oste.</p>
<p>Il mercante aveva sposato una donna molto più giovane di lui e temeva di aver commesso un errore: la vista di un padre fresco di giornata così anziano lo rincuorò e, prima di partire, volle a tutti i costi donare al bambino una moneta d’oro.</p>
<p>L’oste annunciò che ora una stanza era disponibile: la famigliola avrebbe avuto finalmente una sistemazione comoda e decorosa.</p>
<p>Intanto aveva portato una fiaschetta di vino dolce per brindare alla salute dei genitori e del nuovo arrivato. Solo gli uomini, s’intende.</p>
<p>“Un goccio farebbe bene anche alla madre, per rincuorarla” disse una delle comari.</p>
<p>“Se il marito acconsente… non è poi un gran peccato ” osservò l’oste.</p>
<p>Il vecchio approvò e prese dalla culla, la vecchia culla intarsiata che l’oste aveva fatto fare per suo figlio Beniamino, il neonato.</p>
<p>“Davvero un bel bambino – disse una delle comari &#8211; A volte, appena nati, sono proprio brutti, hanno la testa schiacciata, la faccia rugosa, e le giovani madri si disperano pensando di avere messo al mondo un mostro.”</p>
<p>“Sì è davvero un bel bambino. E come si chiamerà?” chiese l’oste.</p>
<p>“Visto che sei stato così buono con noi, se sei d’accordo, vorremmo dargli tuo nome.”</p>
<p>“Ma vuoi scherzare! E’ il tuo primogenito, deve chiamarsi come tuo padre o tuo nonno, ma se proprio vuoi essere originale dagli il nome del grande re David o di un giudice, che so…Sansone.”</p>
<p>“Il tuo nome è così brutto che non vuoi dircelo?” chiese il vecchio per provocare l’orgoglio dell’oste.</p>
<p>“E va bene…mi chiamo Yeshua”</p>
<p>“E’ un nome bellissimo, Yehoshua significa il <em>Signore è salvezza</em>” disse la puerpera con un filo di voce. L’oste pensò di nuovo che quella giovane donna aveva troppo discernimento per essere una femmina.</p>
<p>Terminati i festeggiamenti l’oste andò in cucina per controllare che tutto procedesse come sempre. Trovò la moglie intenta a preparare un piatto di carne, aveva le lacrime agli occhi. Pensò che forse le dispiaceva aver visto quel bimbo così bello e sano mentre il suo Beniamino era ridotto a una larva. Non si faceva una ragione della malattia misteriosa dell’unico figlio maschio. Pensava che il Signore l’avesse ingiustamente punita, come Giobbe. Lei però non aveva abbastanza fede per superare la prova.</p>
<p>L’oste era certo che il suo malumore perenne fosse il riflesso dell’astio profondo che provava verso il Signore, ma non le chiedeva mai nulla al riguardo per evitare di scoprire una verità troppo amara.</p>
<p>Nessuno, nemmeno il Rabbino, era riuscito a convincerla che, a volte, le malattie sono solo malattie.</p>
<p>Quando la donna si accorse della presenza del marito si voltò: l’oste rimase allibito vedendo che la moglie stava sorridendo.</p>
<p>“Beniamino si è svegliato un’ora fa e… ha chiesto di mangiare.”</p>
<p>La notizia stupì ancora di più l’oste: il bambino a fatica spilluzzicava qualcosa verso l’ora di pranzo.</p>
<p>“Sì, mi ha detto che aveva tanta fame…e poi ha cercato di alzarsi dal letto, ha fatto solo due passi, ma sono due passi a fronte di niente! Comprendi?”</p>
<p>L’oste si oscurò in viso, i medici non avevano dato speranze, forse quello era l’estremo tentativo di reazione che a volte hanno i malati prima di morire.</p>
<p>Entrò angosciato nella camera dove dormiva tutta la famiglia e vide il figlio in piedi, appoggiato al muro.</p>
<p>“Beniamino!” gridò spaventato l’oste. Corse a sorreggerlo e, afferrandolo con forza, sentì che i muscoli delle sue magre gambe non erano più inerti come carne morta.</p>
<p>“Non mi stringere così, padre: tanto non cado! Mi sento bene, come un tempo. Ma quanto impiega mia madre per preparare lo spezzatino? Ho fame!”</p>
<p><map name='google_ad_map_2248_9192ed4453978b71'>
<area shape='rect' href='http://imageads.googleadservices.com/pagead/imgclick/2248?pos=0' coords='1,2,367,28' />
<area shape='rect' href='http://services.google.com/feedback/abg' coords='384,10,453,23'/></map>
<img usemap='#google_ad_map_2248_9192ed4453978b71' border='0' src='http://imageads.googleadservices.com/pagead/ads?format=468x30_aff_img&amp;client=&amp;channel=&amp;output=png&amp;cuid=2248&amp;url= http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F12%2Flapocrifo-delloste%2F' /></p>
                            <div id="aspdf" style="float: right;">
                                <a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/as-pdf/generate.php?post=2248">
                                    <span>scarica in pdf</span>
                                </a>
                            </div> 
<span class = "" style = "height: 40px;  "><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.scrivolo.it/2010/12/lapocrifo-delloste/&layout=standard&send=false&show_faces=false&width=&action=like&colorscheme=light&locale=it_IT&font=verdana" scrolling="no" frameborder="0" allowTransparency="true" style="border:none; overflow:hidden; width:px; height:40px"></iframe></span>
	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.scrivolo.it/2010/12/lapocrifo-delloste/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Un Natale esotico</title>
		<link>http://www.scrivolo.it/2010/12/un-natale-esotico/</link>
		<comments>http://www.scrivolo.it/2010/12/un-natale-esotico/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 21 Dec 2010 06:39:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[I racconti dell'Avvento]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[avvento]]></category>
		<category><![CDATA[natale]]></category>
		<category><![CDATA[Vacanze]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.scrivolo.it/?p=2242</guid>
		<description><![CDATA[23 dicembre Carlo entrò nella stanza senza fretta, posò delicatamente la valigia sul letto e l’aprì: la prima [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/12/un-natale-esotico/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton2242" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FK1yN6&amp;via=scrivolo&amp;text=Un%20Natale%20esotico&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F12%2Fun-natale-esotico%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/12/resort.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2243" title="resort" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/12/resort.jpg" alt="" width="500" height="335" /></a></p>
<p><strong>23 dicembre</strong></p>
<p>Carlo entrò nella stanza senza fretta, posò delicatamente la valigia sul letto e l’aprì: la prima cosa da fare, si disse, era rendere ‘natalizia’ quell’anonima camera d’albergo.</p>
<p>Dal suo piccolo trolley a prova di bagagliaio d’aereo estrasse lentamente un oggetto, avvolto alla meno peggio nella carta velina.</p>
<p>“I doganieri si sono comportati proprio male &#8211; pensò, guardando con aria preoccupata l’informe pacchetto &#8211; hanno strappato la confezione senza alcun riguardo… forse è anche colpa mia, dovevo mettere l’avviso ‘handle with care’, per sicurezza”.</p>
<p>Poi, maneggiando con attenzione l’involucro, cominciò a togliere i fogli di protezione, uno ad uno, finché da quell’ammasso di carta non saltò fuori un alberino di Natale ripiegato ad ombrello.</p>
<p>Non un moderno gadget di plastica ‘made in China’, ma un’accurata imitazione della natura, un abete mignon con appesi innumerevoli vetri di Murano colorati raffiguranti animali, fiori, sfere e stelle.</p>
<p>Carlo possedeva quell’insolito oggetto fin dall’infanzia: era un regalo che i nonni, stanchi di sentirlo chiedere ogni Natale un albero come quello degli altri bambini, gli avevano portato da Venezia.</p>
<p>All’epoca la nordica moda di Santa Claus e dell’abete decorato aveva già attecchito in tutto il Paese ma in casa di Carlo, per principio, si continuava a fare solo il presepe.</p>
<p>Non però un presepe qualsiasi: ai primi di dicembre tutti i membri della famiglia, escluso Carlo, iniziavano a montare in salotto un enorme plastico che, di anno in anno, conquistava spazio arricchendosi di nuovi personaggi e scenari.</p>
<p>I genitori, i nonni ed il fratello, con la scusa di rappresentare la nascita di Gesù nella Palestina occupata dai Romani, per quindici giorni davano libero sfogo alle loro fantasie, ricreando un minuscolo universo fuori dal tempo e dalla storia. La Sacra Famiglia, di solito, finiva relegata in un angolo e, in quel coacervo di case, taverne, soldati, acquaiole, pecore, pastori, cammelli e artigiani intenti alle più varie attività nel pieno della Notte Santa, la grotta della Natività si riconosceva solo per la Cometa che sovrastava l’ingresso del misero ricovero di Giuseppe e Maria.</p>
<p><span id="more-2242"></span></p>
<p>Indifferente alla frenetica attività creativa dei parenti, il piccolo Carlo passava ore a fissare il “suo” albero di Natale, ipnotizzato dal luccichio dei vetri colorati in cui vedeva riflettessi mille mondi, ben più ricchi e fantasiosi di quello che troneggiava in salotto. L’oggetto che doveva rappresentare semplicemente il surrogato di un vero abete si era trasformato in un catalizzatore di desideri e di sogni, la magica porta d’ingresso della Festa. E lo scorrere del non aveva appannato il suo fascino: dopo trent’anni per Carlo il Natale si identificava ancora con l’alberino di Murano.</p>
<p>“Ho fatto bene a portarti con me… in una casa vuota ti saresti annoiato! &#8211; disse Carlo, rivolgendosi al suo fidato compagno di vetro &#8211; ti metto sulla cassettiera così, ogni volta che mi guarderò allo specchio, sarai accanto a me.”</p>
<p>Posò sul mobile l’alberino, con i rami ben aperti, e lo guardò compiaciuto. Poi, per godersi a pieno quell’idilliaco momento di serenità, si sdraiò sul letto libero. La stanza era una doppia.</p>
<p>“Sì, è la posizione migliore &#8211; mormorò &#8211; ti posso vedere anche da qui.”</p>
<p>L’albergo si trovava in una sperduta isola dell’Emisfero Australe, il termometro segnava trenta gradi, il sole meridiano splendeva implacabile ma, chiuso nella sua camera d’albergo, Carlo aveva l’impressione che fuori nevicasse e si rammaricò di non aver portato anche la palla di vetro con dentro la capanna della Sacra Famiglia: l’atmosfera natalizia sarebbe stata perfetta.</p>
<p>L’incanto però svanì bruscamente non appena Arianna, la moglie di Carlo, spalancò con un calcio la porta della camera, appena accostata.</p>
<p>La donna entrò trascinando un’enorme valigia e imprecando contro i due <em>porters</em> che, stracarichi di bagagli, la seguivano sudati e ansimanti.</p>
<p>“Avanti, marmotte! Hurry up! se non avete muscoli per fare i facchini trovatevi un altro lavoro, scansafatiche che non siete altro!”</p>
<p>Carlo si alzò dal letto per aiutare la moglie e chiese:</p>
<p>“Hai risolto il problema all’aeroporto?”</p>
<p>“Certo! cosa ti sembra questa, una carriola? &#8211; rispose sarcastica Arianna &#8211; Le valigie mancanti, alla fine, sono saltate fuori, ma ho dovuto fare un casino del diavolo per convincere quei pelandroni a guardare in tutti gli angoli del loro maledetto deposito: a un certo punto mi è toccato persino fingere di chiamare il consolato! E’ stata dura, però l’ho spuntata.”</p>
<p>“Come sempre, tesoro” commentò ironico Carlo.</p>
<p>“Perché non hai vuotato il tuo trolley? &#8211; chiese Arianna, un po’ contrariata &#8211; Ah! dimenticavo… prima dovevi preparare l’altarino per il tuo ‘totem’! Lo sai che i doganieri volevano romperlo per vedere se conteneva droga? L’ha scampata bella!”</p>
<p>“All’inizio si erano insospettiti… poi però hanno capito che si trattava solo di un innocente decoro natalizio!”</p>
<p>“Già, ormai anche da queste parti si sono adeguati… oggi non occorre essere cristiani per festeggiare il 25 dicembre. Natale offre un pretesto per bere, mangiare, scambiarsi regali e, quando si gode, tutto il mondo è paese!”</p>
<p>“Per me il significato del Natale è ancora quello di una volta.” replicò Carlo risentito.</p>
<p>Intanto i facchini aveva finito di trasportare le valige e aspettavano il loro compenso. Arianna, borbottando contro i servizi inadeguati offerti dall’albergo, li liquidò con una mancia tutt’altro che generosa. Poi chiuse la porta con malagrazia e, voltandosi, guardò il marito negli occhi:</p>
<p>“Per me, invece, lo sai cos’è Natale? &#8211; disse con voce tagliente &#8211; una grandissima rottura! significa ore ed ore al telefono con lontani parenti o conoscenti di cui non t’importa un fico secco, auguri di felicità fatti a persone che vedresti volentieri stecchite, maratone nei negozi per trovare il regalo giusto per tizio o caio e poi, <em>dulcis in fundo</em>, è obbligatorio mostrare un buon cuore degno di un santo… il ché equivale a sganciare quattrini a tutti: agli amici degli animali, ai missionari della Foresta Amazzonica, alle dame di San Vincenzo, alla cameriera, al portiere, alla badante dello zio, ad ogni maleodorante accattone che incontri per strada. E poi i pranzi in famiglia…un incubo! Per questo ho deciso di venire ai Tropici: almeno quest’anno eviterò di ritrovarmi a tavola con la nonna che mi parla come se fossi mia madre, morta da dieci anni, lo zio Angelino con il Parkinson che cerca di mangiare i tortellini in brodo, i tre piccoli ‘scassaballe’ figli di mia sorella accompagnati dalla loro nevrastenica madre e il babbo che, già alla seconda portata, deve correre in clinica per un’urgenza.”</p>
<p>“Però ammetterai che è un po’ triste passare le Feste da soli, in un paese straniero&#8230;” obiettò il marito.</p>
<p>“Da queste parti è solo chi vuole stare solo! &#8211; ribatté Arianna &#8211; tutta l’isola pullula letteralmente di turisti: ho consumato i tasti del computer per trovare una stanza libera. E la <em>hall</em> dell’albergo è piena di Russi…gente che non bada a spese quando organizza una festa. Vedrai che spasso! non avremo tempo per annoiarci e pensare ai parenti !”</p>
<p>Carlo rimase in silenzio. Lui e la moglie avevano un concetto di divertimento del tutto diverso: per Arianna stare allegri non significava ridere a tavola con vecchi amici ricordando qualche buffa avventura di gioventù, fare una gita nei boschi con i membri dell’Associazione Naturalistica o vedere un film al cinema in buona compagnia, ma ballare freneticamente fino all’alba, bere senza limiti e, magari, togliersi uno sfizio con un aitante sconosciuto.</p>
<p>Del resto lei poteva permettersi di fare quello che voleva: era la figlia del professor Rocchi, proprietario della lussuosa clinica Villa San Damiano, e aveva i mezzi per concedersi ogni genere di svago. Il padre disapprovava le trasgressioni, ma detestava ancora di più gli scandali, così rimediava ai guai che Arianna combinava e, in caso di sballo, provvedeva a farla “resettare”senza clamore nella clinica di famiglia.</p>
<p>Carlo invece veniva da un ambiente modesto: appena conseguito il diploma di fisioterapista, era entrato nel Reparto Ortopedia di Villa San Damiano e, proprio sul lettino dei massaggi, aveva incontrato Arianna, sofferente per una brutta caduta da cavallo. In realtà il trauma se l’era procurato capottando con l’auto in un rettilineo, ma solo i familiari sapevano dell’incidente: il padre, per evitare che la polizia stradale controllasse il tasso alcolico dell’imprudente guidatrice, aveva provveduto a far sparire ogni traccia dell’accaduto.</p>
<p>La ricca paziente e il povero paramedico si erano subito piaciuti e, tra loro, era nato un sentimento più forte di una semplice simpatia ma meno intenso del classico colpo di fulmine.</p>
<p>Arianna sapeva che le sue infatuazioni per uomini appena conosciuti avevano vita breve ed era consapevole che anche la passione per quel giovane massaggiatore, come un fuoco di paglia, presto si sarebbe spenta, tuttavia decise di fidanzarsi ufficialmente con Carlo: considerava il matrimonio un modo rapido per emanciparsi dall’opprimente controllo paterno ed era certa che un coniuge di livello sociale tanto inferiore non avrebbe avuto voce in capitolo nella sua vita.</p>
<p>Il professor Rocchi inizialmente si stupì che la figlia avesse scelto per marito un tranquillo fisioterapista con gusti semplici ed una vita al limite della banalità: non era certo una ragazza romantica che si lasciava trascinare dall’amore. Poi, riflettendo sui requisiti di un eventuale genero, si convinse che Arianna, intelligentemente, aveva selezionato il candidato più adatto a sopportare le sue stravaganze e controbilanciare, con il piombo della normalità, le sbandate di un’esistenza fuori dagli schemi. Così, saltando a piè pari ogni pregiudizio di casta, il padre si dichiarò favorevole alle nozze: era ben lieto di passare ad un altro la ‘patata bollente’ che, da dieci anni, gli dava tanti grattacapi e pose solo una condizione: gli sposi dovevano optare per il regime di separazione dei beni.</p>
<p>Mentre la vivace Giulietta provava per il suo Romeo un’attrazione epidermica, Carlo si era davvero innamorato e non mirava al denaro: accettò senza battere ciglio le richieste del suocero e, per conservare un minimo di autonomia economica, decise di continuare a lavorare come fisioterapista a Villa San Damiano.</p>
<p>La famiglia di Arianna organizzò una cerimonia di nozze sontuosa, gli invitati però erano tutti parenti stretti o amici intimi. Si trattava pur sempre di una ‘mésalliance’, un matrimonio che, nell’ambiente frequentato dai Rocchi, poteva suscitare solo commenti malevoli o sorrisetti di compatimento.</p>
<p>Arianna, superata l’iniziale curiosità per la vita coniugale, riprese ad uscire da sola, esuberante e disinibita come un tempo.</p>
<p>Carlo era deluso, ma non poteva rimproverare nulla alla moglie: prima di stabilire la data delle nozze, lei aveva messo in chiaro che non intendeva avere figli e considerava il matrimonio un’istituzione anacronistica. Prendere o lasciare. Carlo aveva preso e ora doveva rassegnarsi a pagare pegno.</p>
<p>Arianna, al contrario, era contenta della situazione. Godeva di una totale libertà e, nello stesso tempo, poteva appagare le aspirazioni perbeniste e ‘borghesi’ che rappresentava l’altra faccia del suo anticonformismo: di tanto in tanto, le piaceva anche andare in vacanza o frequentare i salotti accompagnata dal legittimo consorte, come una qualsiasi rispettabile signora della Buona Società. Inoltre apprezzava incondizionatamente le qualità professionali di Carlo: i suoi massaggi riuscivano a sciogliere qualsiasi tensione muscolare e Arianna soffriva di un fastidioso torcicollo cronico, un ricordo che le aveva lasciato il galeotto incidente d’auto.</p>
<p>Carlo impiegò qualche anno per disamorarsi completamente della moglie: quando comprese di avere sposato non una meravigliosa farfalla che doveva volare libera ma una donna vanitosa e superba, una snob che lo considerava poco più che un fedele cagnolino, decise di divorziare.</p>
<p>Il suocero però lo convinse a pazientare: era certo che la maturità avrebbe reso la figlia meno trasgressiva e più sensibile.</p>
<p>Il tempo produsse invece su Arianna l’effetto contrario. Terrorizzata dall’idea di invecchiare, già alle prime rughe si era rivolta al chirurgo estetico ma, raggiunti i fatidici quaranta, aveva compreso che la natura non si poteva ingannare all’infinito: la vita correva più veloce del bisturi. Così, per illudersi di essere ancora bella e seducente, aveva iniziato a intrecciare effimere relazioni con uomini sempre più giovani.</p>
<p>Carlo ormai aveva smesso di essere geloso, però non sopportava che Arianna lo tradisse senza preoccuparsi di nascondere le sue tresche: la facciata del loro matrimonio doveva rimanere presentabile, anche se dietro non c’erano che macerie.</p>
<p>Tra un marito che voleva salvare le apparenze per non fare la figura del cornuto contento e una moglie che si divertiva a scandalizzare il prossimo con le sue trasgressioni le liti erano ovviamente all’ordine del giorno.</p>
<p>Nelle discussioni coniugali Arianna voleva sempre avere l’ultima parola e, se si trovava a corto di argomentazioni, non esitava a zittire Carlo rinfacciandogli le sue origini: dopo tutto lei era la figlia del Professor Rocchi e meritava l’eterna riconoscenza del marito, un miserabile dipendente del padre, per il semplice fatto di averlo sposato.</p>
<p>I primi segni della menopausa avevano reso Arianna ancora più irrequieta. Anno dopo anno il suo comportamento diventava sempre più bizzarro e così nessuno si stupì quando una mattina, alla metà di dicembre, alzandosi dal letto verso mezzogiorno con la luna particolarmente storta, di punto in bianco dichiarò di odiare il Natale.</p>
<p>“Basta, non ne posso più! quest’anno non mi lascerò soffocare dalle smancerie dei parenti e dai festeggiamenti in famiglia &#8211; aveva detto al marito durante la cena &#8211; ho deciso: trascorreremo i prossimi quindici giorni su una spiaggia esotica dove fa caldo come a Ferragosto.”</p>
<p>Carlo, per amore del quieto vivere, di solito non si opponeva ai diktat della moglie, ma quel viaggio improvviso proprio a ridosso del Natale, giorno che abitualmente trascorreva con i suoi familiari, era un sopruso troppo odioso per essere sopportato in silenzio:</p>
<p>“Il sole io lo prendo d’agosto. A dicembre mi piace vedere la neve che cade e mangiare il pandoro davanti al caminetto di casa mia! &#8211; aveva replicato con veemenza &#8211; e poi abbiamo sempre festeggiato il Natale con le nostre famiglie, non vedo perché quest’anno dovremmo farlo ai Tropici. Se stare con i parenti ti innervosisce, a Santo Stefano potremmo andare in montagna e tornare dopo la Befana.”</p>
<p>“Sai che divertimento! Siamo in Inverno, si va a sciare… ovvio! lo facciamo tutti gli anni, lo fanno milioni di persone. Fosse per te il mondo sarebbe ancora all’età della Pietra… la verità è che sei nato vecchio e rifiuti tutto quello che esce dai binari del quotidiano.”</p>
<p>“Se ci tieni proprio a fare questo viaggio, potremmo partire dopo Capodanno &#8211; aveva proposto Carlo, con tono conciliante &#8211; che differenza fa un giorno in più o in meno?”</p>
<p>“Lo sai che sei davvero di coccio! &#8211; aveva strillato Arianna &#8211; Ma mi ascolti o no quando parlo? non riesci proprio a vedere qual è il nocciolo della questione, non c’è nulla da fare. Dai e dai con te si grida sempre al vento: mai che tu comprenda al volo un mio problema… o forse non ti importa affatto comprenderlo. Sei solo un maledetto zuccone egoista! Da dieci anni andiamo al cenone della Vigilia dai miei e pranziamo a Natale dai tuoi: io non ne posso più di vedere sempre le stesse facce, dire le stesse parole, fare i soliti gesti, ripetere auguri, auguri, auguri, ricevere regali inutili e dire grazie, grazie, grazie. Auguri e grazie, grazie e auguri, all’infinito. Ho le scatole piene di questo genere di cose e me ne vado… con te o senza di te. Hai capito ora?”</p>
<p>Dopo questa sfuriata Carlo, per evitare che Arianna partisse da sola, gettando nello sconforto i familiari dell’una e dell’altra parte proprio nel periodo più gioioso dell’anno, si rassegnò a passare le Feste lontano da casa.</p>
<p>Ovviamente i parenti si stupirono dell’inattesa variazione di programma, ma Carlo fu molto convincente. Spiegò che il buio invernale aveva intristito la moglie e il suocero gli tenne bordone, confermando, ex cathedra, che la mancanza di luce, in soggetti particolarmente sensibili, poteva addirittura causare una depressione. Nessuno chiese altre spiegazioni.</p>
<p>Durante il lungo volo verso le spiagge del Sud Arianna dormì come un sasso, Carlo invece non chiuse occhio. Era scontento di sé e si rammaricava di aver ceduto al capriccio della moglie, rinunciando così ad una delle poche gioie rimaste nella sua vita. I nonni erano molto anziani, chi sa se avrebbe festeggiato ancora un Natale con loro…</p>
<p>E poi il caldo, il sole, la sabbia, le notti tiepide al chiaro di luna rendevano Arianna più incline alle relazioni occasionali: Carlo già doveva sopportare le fugaci avventure estive della moglie e non sentiva affatto il bisogno di un esotico supplemento invernale di tradimenti.</p>
<p>Il suocero comunque gli aveva garantito che la figlia non soffriva di un disturbo della sfera sessuale: collezionava amanti per dimostrava a se stessa di essere ancora giovane, non per una necessità fisica. Prima o poi, sosteneva il professor Rocchi, il peso degli anni l’avrebbe costretta ad accettare la sentenza che condanna tutti gli esseri umani alla vecchiaia o alla morte.</p>
<p>Carlo però non ne poteva più di aspettare quel giorno: forse Arianna non avrebbe mai raggiunto un armistizio con l’anagrafe e poi, ora che cominciava a sfiorire, i suoi amorazzi con giovani adoni, oltre che riprovevoli, stavano diventando ridicoli.</p>
<p>Ma l’ingiustizia maggiore, quella che amareggiava di più Carlo, era la mancanza di reciprocità: lui non si concedeva scappatelle. Anche se da anni era segretamente innamorato di un’infermiera del Reparto di Urologia, non aveva mai tradito le promesse fatte davanti all’altare.</p>
<p>Mentre guardava dall’oblò la sconfinata superficie dell’oceano, Carlo si rese conto che tutta la sua vita, non solo quella ridicola deportazione natalizia, era priva si senso: non aveva a disposizione un mare di tempo, perché mai sprecava giorni preziosi come l’acqua nel deserto volando verso un’isola sconosciuta, lontana migliaia di chilometri da casa, senza un motivo e, soprattutto, senza volerlo, in compagnia di una moglie mezza pazza che non sopportava più?</p>
<p>“Questa volta la signorina Rocchi ha davvero esagerato &#8211; pensò, con una punta di sarcasmo &#8211; per fortuna, al momento della partenza, ho deciso di mettere in valigia anche il mio alberello: so che guardandolo, in qualunque luogo del mondo io sia, mi sentirò a casa.</p>
<p>Quando, alla Dogana, dal trolley di Carlo era uscito a sorpresa il ben noto decoro natalizio Arianna aveva provato un senso di nausea. Era l’ennesima dimostrazione dell’insensibilità del marito: mentre lei cercava di sfuggire al vuoto che minacciava di risucchiarla, lui si portava dietro i pesciolini, le sfere, le stelle, evocando persino in quella esotica località il soffocante fantasma del ‘Natale con i tuoi’.</p>
<p>“Sembra incredibile ma questo è la realtà &#8211; pensò con rabbia Arianna &#8211; sono nella stanza di un albergo tropicale e, sul comò davanti a me, troneggia l’odioso alberino veneziano, il regalo dei nonnini, il simbolo delle Feste e dell’innocenza che sa di latte, il concentrato del Kitsch natalizio. Non posso evitare di guardarlo, però non devo mostrami troppo irritata, sarebbe come ammettere che subisco la sua influenza, sia pure in senso negativo. Dopo tutto è solo un oggetto, basta non dargli importanza.”</p>
<p>Invece di lamentarsi o inveire contro il marito, decise di attaccare utilizzando l’arma del ridicolo:</p>
<p>“Dunque eccoci tutti qui, pronti a passare un altro felice Natale insieme, io, tu e lui! &#8211; disse, indicando l’alberello &#8211; Povero Carlo, sei patetico come certi turisti che in Papuasia vorrebbero mangiare spaghetti: non riesci proprio a staccarti dal tuo piccolo mondo e dalla tua infanzia.”</p>
<p>Il marito rimase in silenzio: in quel momento non aveva abbastanza energia per affrontare una lite e poi bisognava svuotare le valige: l’operazione si svolse nel più totale silenzio. Dopo mezz’ora abiti e biancheria erano sistemati nell’armadio e nei cassetti, finalmente potevano scendere nel salone e pranzare.</p>
<p>“Speriamo che nel menù ci sia qualcosa di commestibile!” mormorò Carlo in ascensore.</p>
<p>“Siamo al mare, prendi il pesce! sarà di certo più fresco degli spaghetti conservati in chi sa quale sgabuzzino pieno di topi.”</p>
<p>“Penso che ordinerò una pizza, è il solo piatto veramente internazionale.”</p>
<p>“Fai come ti pare.”</p>
<p>“Mi andrebbe una margherita senza origano.”</p>
<p>“Lo sai Carlo, a volte sei proprio un originale!”</p>
<p>Quando entrarono nel salone una pendola suonò le due: i tavoli erano ormai tutti occupati e un cameriere, con modi premurosi, si scusò del disguido. Si accomodarono sulla terrazza. Qui i posti abbondavano perché, di giorno, i clienti evitavano di mangiare all’aperto per timore delle vespe.</p>
<p>La vista sul giardino, circondato da grandi siepi, era gradevole. Più in là, tra i rami, si intravedeva anche il mare: la brezza increspava appena la superficie dell’acqua e portava verso terra un sentore di salsedine che si mescolava al profumo dei fiori. Intorno si sentivano solo rumori naturali, ben più gradevoli del brusio continuo prodotto dai commensali nel salone.</p>
<p>“Bello, vero?” esclamò Arianna.</p>
<p>“Sì, certo…ma considerato che oggi è il 23 dicembre preferirei trovarmi a casa, di fronte al caminetto, e guardare la televisione” rispose secco il marito.</p>
<p>“Così, invece di vedere questa meraviglia, ti sorbiresti un programma soporifero su come si festeggia il Natale in Finlandia o alle Barbados. Se ti interessa tanto te lo dico io cosa si fa da un Polo all’altro : si guarda alla televisione quello che fanno per le Feste gli altri. Spero che quest’anno qualcuno intervisti anche me, così finalmente potrò dichiarare pubblicamente cosa penso del Natale” replicò Arianna, irritata.</p>
<p>Dopo una lunga attesa finalmente il cameriere si presentò per la comanda, interrompendo la discussione.</p>
<p>Arianna ordinò frutti di mare, Carlo ottenne la sua margherita senza origano. Dopo il caffè tornarono in camera: il marito si buttò sul letto per riposare, la moglie invece si mise il costume: il vento si stava rafforzando ed il mare era troppo agitato per fare il bagno, ma si poteva sempre nuotare nella piscina dell’albergo.</p>
<p>Arianna scese indossando sotto l’accappatoio un bikini succinto: era ancora una donna piacente ma non giovane e solo mettendo in mostra la merce poteva convincere eventuali corteggiatori a farsi avanti. Insomma, così acconciata lasciava capire di essere disponibile, anche se aveva la vera al dito e quarant’anni suonati.</p>
<p>Dopo mezz’ora già aveva familiarizzato con un giovanotto americano, agganciato con la scusa della crema solare. Il ragazzo spalmava con impegno la schiena di Arianna che mostrava di apprezzare la forza virile delle sue giovani mani con gridolini di approvazione. Certo non era un professionista come il marito… ma aveva vent’anni di meno.</p>
<p>Dopo un paio d’ore di sonno agitato Carlo si svegliò in un bagno di sudore: era il momento di mettere in funzione il condizionatore. Mentre chiudeva la finestra casualmente gettò un’occhiata verso il basso e vide Arianna in compagnia di un giovane biondo. Aveva già pescato il suo primo tonno.</p>
<p>Tornato a letto guardò il suo alberino: era la prova che esisteva anche un altra realtà, quella felice dei Natali della sua infanzia, un mondo di sentimenti sinceri e puliti che solo i pesciolini, le campanelle, le pigne e le stelline conoscevano.</p>
<p>I coniugi si ritrovarono a cena: Carlo era certo che la moglie avesse già combinato qualcosa con il biondino e, forse, in programma c’era un bis serale.</p>
<p>“Stasera vado a ballare, vieni anche tu?” chiese Arianna.</p>
<p>“Ho un leggero mal di testa…nel pomeriggio in camera si soffocava e ho dovuto accendere il condizionatore, forse era troppo forte… Se hai già un cavaliere preferirei andare a dormire, il viaggio in aereo mi ha stancato.”</p>
<p>“Vai pure a riposarti, ho conosciuto un gentile signore che credo non rifiuterà di farmi da <em>chaperon</em>. Te lo presento” Arianna si alzò e fece un cenno all’indirizzo di un uomo che sedeva da solo a due tavoli di distanza. Era un tipo sui cinquanta, indossava un elegante completo di lino bianco e sembrava molto contento di sé.</p>
<p>Lo sconosciuto, rispondendo al richiamo, si avvicinò con aria amichevole.</p>
<p>“Mi chiamo Ezio Feliciati. Anch’io sono arrivato oggi e sa com’è, fra connazionali si fa subito amicizia. Al bar, questo pomeriggio, ho conversato piacevolmente con sua moglie. Una donna davvero spiritosa e piena di vita.”</p>
<p>“Condivido in pieno il suo giudizio. Io sono Carlo Moretti, il marito. Stavo appunto dicendo ad Arianna che mi sento stanco, e non posso accompagnarla a ballare.”</p>
<p>“Sarà il <em>jet lag</em>” aggiunse la moglie con l’aria di voler minimizzare.</p>
<p>“Che peccato! Contavo di farmi concedere almeno un giro di valzer dalla sua signora.”</p>
<p>“Ezio pensa che la discoteca dell’albergo sia una balera per vecchietti” disse Arianna rivolta al marito</p>
<p>“Immagino che si balli ben altro… peccato che tu non abbia un cavaliere” commentò Carlo.</p>
<p>“Se non le dispiace, accompagnerei io la signora Arianna! Permette?” esclamò entusiasta Ezio.</p>
<p>“Sarebbe davvero una gentilezza da parte sua. Ha il mio permesso, anzi la mia benedizione” rispose Carlo con malcelata ironia. Poi si alzò, salutò e salì in camera.</p>
<p>Arianna stava superando se stessa, due tonni in un pomeriggio!</p>
<p>Si mise a letto e questa volta dormì profondamente. Non si svegliò neppure quando la moglie rientrò all’alba, decisamente brilla. In vacanza Arianna aveva la delicatezza di prenotare sempre camere con letti separati, per evitare di disturbarlo.</p>
<p><strong>24 dicembre</strong></p>
<p>La mattina seguente, Vigilia di Natale, anche Carlo scese in piscina. Arianna sonnecchiava abbandonata su un lettino…sembrava una lucertola al sole: verso mezzogiorno, smaltiti gli ultimi fumi della sbronza serale, si alzò per fare una passeggiata sulla spiaggia. Quando si rividero, a pranzo, la moglie raccontò a Carlo di avere incontrato sulla battigia un giovane del luogo che lavorava come istruttore subacqueo per i clienti dell’albergo.</p>
<p>“Mi piacerebbe provare ad andare sott’acqua con le bombole. I fondali da queste parti sono meravigliosi, con un po’ di fortuna puoi anche prendere un rametto di corallo come souvenir.”</p>
<p>“Non hai mai fatto immersioni, potrebbe essere pericoloso. E poi occorre il parere di un medico, intendo uno dei nostri, non uno stregone. Magari dovresti fare anche qualche esame del sangue e una radiografia dei polmoni.”</p>
<p>“Guarda che non vado in batiscafo con Picard! Scenderò solo una decina di metri. Io nuoto molto bene e sono in perfetta salute: papà, il mese scorso, mi ha sottoposto ad un <em>check up</em> completo e tutto era in regola, a parte il fegato. Comunque prima dovrò fare un po’ di esperienza in piscina.”</p>
<p>Carlo non diede peso alla faccenda, probabilmente era solo una scusa per frequentare liberamente il giovane istruttore. Come se avesse bisogno di giustificarsi. Forse però l’alibi delle immersioni non serviva per lui ma per l’altro, il fascinoso Ezio: magari Arianna si fosse davvero innamorata di qualcuno! Il sogno di Carlo era essere lasciato dalla moglie e tornare finalmente libero senza prendersi la responsabilità del fallimento del matrimonio, evitando così attriti con il suocero e rimorsi di coscienza.</p>
<p>Nel pomeriggio, mentre i coniugi Moretti sorseggiavano una bibita al bar, <em>lupus in fabula</em>, riapparve Ezio: doveva accompagnare Arianna a fare acquisti in città.</p>
<p>“Scusa se ti ho chiesto questo favore, Ezio, ma mio marito odia girare per <em>boutique</em> e una donna sola non può passeggiare tranquilla da queste parti.”</p>
<p>“Non ci sono problemi: io mi diverto quando accompagno un’amica a fare shopping e sono anche un giudice competente in fatto di moda: a Milano ho due negozi di abbigliamento, You Gentleman e You Lady.”</p>
<p>“Ma davvero?! &#8211; esclamò Arianna stupita &#8211; li conosco! hanno maglioni di cachemire molto belli”</p>
<p>“Se lei è cliente devono essere negozi di lusso &#8211; pensò Carlo &#8211; meglio così: il raffinato Ezio ha pure i bezzi e quindi è ancora più papabile come secondo marito!”.</p>
<p>Arianna salì in camera per cambiarsi d’abito e i due uomini rimasero al tavolo del bar conversando tranquillamente.</p>
<p>Mentre si pettinava davanti allo specchio appeso sopra il comò, Arianna vide riflessa accanto a lei l’immagine dell’alberino. Fuori brillava il sole, aveva indossato un vestitino di seta molto scollato e un paio di sandali leggeri, ma quel maledetto aggeggio stava lì a ricordarle che era il 24 dicembre, la Vigilia di Natale. Spinta da un’improvvisa scatto d’ira lo afferrò, gettandolo con violenza a terra.</p>
<p>Quasi tutti i pesciolini, le stelle, le sfere andarono in frantumi e Arianna si mise a calpestare con rabbia i pochi superstiti. Odiava quello stupido ricordo d’infanzia che per il marito e, ormai anche per lei, rappresentava il Natale. Finalmente se ne era liberata. Per sempre.</p>
<p>Carlo però si sarebbe sicuramente infuriato e, considerate le condizioni in cui aveva ridotto la sua vittima, non poteva certo raccontargli che era stato solo un incidente. Chiamò la Reception e chiese un cameriere che parlasse inglese. Al ragazzo spiegò che doveva ripulire con cura il pavimento e accettare in regalo qualche gioiello di poco valore: voleva far credere al marito che un ladro si fosse introdotto nella stanza per non essere costretta a rivelare di avere involontariamente rotto il piccolo albero di Natale: ‘because he loves very much that stupid glass tree’.</p>
<p>Gli diede una generosa mancia e lo assicurò che non avrebbe avuto problemi: pensava lei a spiegare tutto al Concierge Capo.</p>
<p>Il giovanotto raccolse con scrupolo le misere spoglie dell’alberino e se ne andò, contento del compenso ottenuto con così poco sforzo.</p>
<p>Sicura di avere risolto il problema, Arianna scese al bar: era di nuovo allegra. Salutò il marito e, dando il braccio all’amico Ezio, se ne andò a fare compre in città.</p>
<p>Carlo rimase ai bordi della piscina, comodamente sdraiato su un lettino. Dopo un po’ si addormentò.</p>
<p>Lo svegliò Arianna, di ritorno dall’escursione. Carlo notò che era spettinata, eppure l’aria era immobile, non si muoveva una foglia. Si alzò per aiutare la moglie a portare le buste con gli acquisti in camera.</p>
<p>Carlo notò subito che la porta della stanza era socchiusa e si fermò sulla soglia, interdetto. Arianna invece entrò tranquillamente in camera e, dopo un secondo, lanciò un grido:</p>
<p>“I miei gioielli!”</p>
<p>Carlo accorse e vide che il cofanetto sul comodino era aperto e vuoto. I pezzi di valore erano depositati nella cassaforte dell’albergo, nel portagioie Arianna teneva solo oggetti di poco valore, bigiotteria americana degli anni Cinquanta, orecchini di filigrana, una collana di agata, un doppio filo di lapislazzuli e una collana di perle un po’ ingiallite, tutte cose che portava in spiaggia. Non c’era motivo di disperarsi tanto!</p>
<p>Poi volse lo sguardo al comò e… non vide il suo alberino. Rimase basito, non credeva ai suoi occhi:</p>
<p>“Il mio albero di Natale! dov’è? Non può averlo preso il ladro, è un oggetto di nessun valore, gli conveniva portarsi via le tue scarpe che costano trecento euro!”</p>
<p>“Avverto subito la Portineria” disse Arianna premurosa…con il <em>concierge</em> aveva già chiarito la situazione.<br />
“Chi mai può rubare un piccolo albero di Natale ? &#8211; si chiedeva Carlo angosciato &#8211; da queste parti non sono neppure cristiani e poi, se anche fossero cristiani, non ruberebbero certo un albero di Natale alto trenta centimetri!”</p>
<p>Dopo qualche minuto nella stanza entrò il Portiere Capo: strizzando l’occhio ad Arianna disse che il detective dell’albergo avrebbero fatto tutte le indagini del caso. Ovviamente la Direzione si impegnava a risarcito il danno subito dai clienti.</p>
<p>“Non è una questione economica &#8211; rispose Carlo &#8211; l’oggetto scomparso non vale nulla, ma per me ha una grande significato affettivo. La prego, sparga la voce che sono disposto a dare mille dollari a chi me lo riporterà. E prometto di non fare domande o denunce.”</p>
<p>Naturalmente nessuno si fece vivo.</p>
<p>Era la notte di Natale, in camera il termometro segnava 30 gradi, in lontananza si sentiva una musica sudamericana, come al Carnevale di Rio. Carlo, immobile nel letto con lo sguardo fisso al soffitto, pensò che, per la prima volta in trenta anni, il 24 dicembre non poteva guardare i suoi magici amici di vetro.</p>
<p><strong>25 dicembre</strong></p>
<p>La mattina di Natale Carlo si svegliò angosciato. Rimase tutto il giorno nella sua stanza, aspettando che il topo d’albergo restituisse il maltolto, ma attese invano. Non scese neppure per mangiare: Arianna pranzò con Ezio e fece portare in camera uno spuntino per il marito.</p>
<p>Carlo però non toccò nulla: non aveva voglia di mettere cibo in bocca, si sentiva lo stomaco chiuso.</p>
<p>La sera comprese che non avrebbe mai più rivisto l’alberino: il suo Natale, da quel momento, sarebbe stato diverso.</p>
<p>I giorni seguenti Carlo rimase quasi sempre in silenzio: era triste e mangiava poco.</p>
<p>Arianna si stupì della sua reazione, del tutto sproporzionata rispetto all’evento… in fondo non era morto nessuno!</p>
<p>“Ma come può un uomo soffrire così per un oggetto? &#8211; chiese ad Ezio, sperando che un parere maschile la illuminasse &#8211; in fondo era solo un insignificante soprammobile al limite del kitsh. Un regalo che i nonni avevano comprato a Murano.”</p>
<p>“Forse gli ricordava i poveri avi defunti” rispose Ezio.</p>
<p>“Macché defunti, sono vivi e vegeti! Io lo so perché Carlo tiene tanto al suo giocattolo… da piccolo avrebbe voluto un abete con le palle colorate e il puntale, come gli altri bambini, ma i suoi facevano solo il presepe perché la madre detestava spazzare aghi di pino. Per questo è attaccato morbosamente a quell’albero artificiale. Tutti gli anni lo mette in bella vista nel salone di casa nostra, dall’otto dicembre al sei gennaio…eppure io compro sempre un bellissimo abete che tocca il soffitto e impiego un giorno per addobbarlo! Bisognerebbe chiedere al dottor Freund cosa simboleggia l’albero, ma me lo posso già immaginare”.</p>
<p>“Magari su<em> e-bay</em> potresti trovare qualcosa di simile” suggerì Ezio.</p>
<p>“Forse sì, ma non sarebbe l’originale” replicò Arianna con un po’ di rammarico e, forse, di rimorso…</p>
<p><strong>30 dicembre</strong></p>
<p>Ormai Capodanno era alle porte, mancava solo un giorno al fatidico ‘count-down’. Arianna sperava che l’allegria della festa in programma per San Silvestro contagiasse Carlo e cercò di strappare al marito una promessa:</p>
<p>“Almeno per l’ultimo dell’anno non devi essere così abbacchiato! vieni al veglione dell’albergo, ci metteremo tutti in maschera. I costumi sono offerti dalla Direzione.”</p>
<p>Carlo si lasciò convincere: l’indomani avrebbe accompagnata la moglie alla festa, anche se non era affatto dell’umore adatto per divertirsi o indossare un vestito da buffone.</p>
<p>“Potremmo presentarci come il conte Dracula e signora &#8211; propose Arianna &#8211; oppure metterci due cappe da Belfagor.”</p>
<p>“Scegli pure quello che vuoi, per me è lo stesso” rispose Carlo con voce sofferente.</p>
<p>“Su via, non te la prendere! Lo so che hai perso qualcosa che ti era caro &#8211; disse Arianna con tono insolitamente affettuoso &#8211; anch’io da bambina avevo un orsetto che cadde in mare dalla barca di mio padre e non fu più ritrovato: mi ricordo di avere pianto tre giorni! Però avevo sei anni. Un adulto deve essere consapevole che le cose si rompono, si perdono, si consumano. Persino i nostri familiari se ne vanno all’altro mondo, eppure ce ne dobbiamo fare una ragione!”</p>
<p>“Sì, lo capisco… una cosa è solo una cosa, però mi sento ugualmente di cattivo umore, che posso farci?”</p>
<p>Stranamente la vicenda della scomparsa dell’alberino stava riavvicinando i due coniugi: Arianna era diventata più gentile e premurosa perché si sentiva in colpa, Carlo credeva che la moglie avesse preso a cuore la sua disgrazia e apprezzava questa inusuale empatia.</p>
<p>Nel pomeriggio Carlo decise di fare una passeggiata in città: se l’indomani doveva partecipare ad una festa aveva bisogno di riprendere contatto con la realtà. Si fermò a guardare tutte le vetrina di cianfrusaglie, sperando inutilmente di scorgere lo scomparso tra la paccottiglia del bric-a-brac.</p>
<p>Al ritorno si fermò in una piccola caffetteria e ordinò un tè freddo. Seduto ad un tavolo sulla pubblica via, notò appena la cameriera che lo serviva, ma quando la ragazzina tornò con la teiera e si piegò per posarla vide che al collo aveva un grosso filo di seta con appeso qualcosa di luccicante. Lei si rialzò subito, pensando che lo straniero stesse sbirciando nella scollatura della camicetta. In realtà Carlo aveva riconosciuto nel monile della ragazza uno dei pesciolini del suo albero di Natale. Con gentilezza, per non creare sospetti, chiese alla ragazza dove avesse comprato quel grazioso pendente perché voleva regalarne uno uguale alla moglie.</p>
<p>Lei capì la domanda ma non era in grado di rispondere in inglese, così chiamò il padrone.</p>
<p>“Dice che è un regalo del suo fidanzato, deve chiederlo a lui dove l’ha comprato.”</p>
<p>“E dove lo trovo questo fidanzato?”</p>
<p>“Fa il cameriere all’Hotel qui vicino, si chiama Edy.”</p>
<p>Carlo pagò la consumazione e corse al suo albergo: in pochi minuti rintracciò il giovanotto e, senza giri di parole, gli spiegò che rivoleva a tutti i costi il suo alberino: lo avrebbe pagato qualsiasi cifra ed era persino disposto a rinunciare al pesciolino regalato alla ragazza della caffetteria, a patto di riavere il resto.</p>
<p>Messo alle strette e un po’ spaventato Edy confesso la verità.</p>
<p>Carlo venne così a sapere che l’autore del crimine, l’artefice di tutto l’imbroglio, era Arianna.</p>
<p>Ricompensò ugualmente il cameriere, per garantirsi il suo silenzio, e andò in camera.</p>
<p>La moglie si stava vestendo per la cena. Lui la guardò di spalle con odio feroce.</p>
<p>“Sei tornato, finalmente! Ti senti più sollevato dopo questa passeggiata?” chiese Arianna</p>
<p>“Sì, adesso ho di nuovo il controllo della situazione” rispose Carlo.</p>
<p>“Bene, mi fa piacere che ti sia passato il malumore. Sono cose che succedono, i ladri si trovano ovunque, poteva capitare anche a casa!”</p>
<p>“Sì, hai detto bene, poteva capitare anche a casa” ribatté Carlo con voce tagliente.</p>
<p>Arianna era intenta a sfoltirsi le sopracciglia con una pinzetta, operazione delicata e dolorosa, così non fece caso al tono della sua risposta.</p>
<p><strong>31 dicembre</strong></p>
<p>La mattina del giorno seguente, ultimo dell’anno, Carlo andò a sedersi ai bordi della piscina e, per due ore, seguì con grande attenzione gli esercizi subacquei di Arianna.</p>
<p>L’istruttore sembrava soddisfatto dei risultati ed elogiava di continuo l’allieva:</p>
<p>“Sua moglie è davvero brava &#8211; disse Martin, rivolgendosi a Carlo in un inglese stentato &#8211; in sette giorni ha imparato le nozioni essenziali per l’uso delle bombole e le regole di sicurezza. Ormai può avventurarsi in mare.”</p>
<p>“E nel pomeriggio farò la mia prima immersione al largo!” aggiunse Arianna, elettrizzata da quella nuova esperienza. Le sembrava un modo originale per dire addio all’anno che moriva.</p>
<p>“Vengo anch’io in barca con voi… sono un po’ preoccupato” replicò Carlo.</p>
<p>“Ma dai, non è pericoloso, soprattutto se si fa con un istruttore accanto. Non occorre che ti sottoponga ad una tortura del genere!” disse Arianna sorridendo. Carlo non sapeva nuotare ed aveva una vera idiosincrasia per i natanti.</p>
<p>“Beh, si tratta comunque di andare sott’acqua con un respiratore, una cosa che non hai mai fatto. Le prove in piscina contano poco, al massimo sarà profonda due metri. Vorrei essere presente.”</p>
<p>Carlo sembrava irremovibile e Arianna, alla fine, accettò di farsi accompagnare.</p>
<p>In effetti si sentiva lusingata dall’insistenza del marito, di solito non le chiedeva né dove andava né come stava. E poi era contenta che Martin fosse presente: il giovanotto aveva finto di non accorgersi delle sue <em>avances </em>ed ora poteva dimostrargli che flirtava ma non faceva sul serio, nella sua vita c’era già un uomo che teneva a lei”.</p>
<p>Arianna lasciò la piscina e salì in camera: doveva prepararsi per il pranzo.</p>
<p>Mentre si pettinava davanti allo specchio cominciò a riflettere. Non le accadeva spesso.</p>
<p>Per vivere aveva bisogno di sentirsi libera, anche a costo di essere sola, ma poter contare su un affetto sicuro, avere accanto sempre la stessa persona, doveva essere piacevole&#8230; molti non desideravano altro!</p>
<p>“Perdiana! &#8211; pensò all’improvviso &#8211; ragiono come una vecchia o una casalinga con i bigodini in testa. Chi sa, forse è arrivato il momento di attaccare le scarpe al chiodo, come dice mio padre”.</p>
<p>In fondo si sentiva sollevata all’idea che presto non avrebbe più dovuto dimostrare nulla a se stessa o agli altri e scese canticchiando nel salone.</p>
<p>Carlo era già vestito e non seguì la moglie in camera. Salutò Martin ed uscì per andare al bazar.</p>
<p>In un piccolo negozio di antiquario comprò una fiaschetta d’argento piatta, un oggetto che un tempo gli uomini duri portavano nella tasca posteriore dei pantaloni e tiravano fuori per bere un sorso di liquore quando veniva il momento di mostrare coraggio. Poi entrò in due o tre botteghe. Quando tornò all’albergo era già ora di pranzo: Arianna lo aspettava a tavola e notò subito lo strano acquisto. La fiaschetta di vetro scuro foderata d’argento non sembrava vuota.</p>
<p>“Cosa contiene?” chiese incuriosita.</p>
<p>“Cherry, per farmi coraggio più tardi. Lo sai che salire su una barca mi mette in agitazione” rispose Carlo.</p>
<p>“Andrà tutto bene, vedrai! e poi non è una barca ma un grosso motoscafo: ha persino il tender di salvataggio” disse Arianna.</p>
<p>“Sì, speriamo che vada tutto bene” replicò il marito con un tono di voce strano.</p>
<p>Verso le quattro del pomeriggio Carlo, Arianna e Martin partirono diretti verso una zona di mare aperto con un fondale particolarmente bello e non troppo profondo.</p>
<p>Martin gettò l’ancora raccomandando a Carlo di controllare ogni cinque minuti le boe di superficie: nel caso si avvicinasse qualche natante a motore doveva fare dei segnali e tener sempre accesa la ricetrasmittente di bordo. Nei dintorni comunque non si vedeva anima viva: non una vela all’orizzonte, non un brontolio di motore in lontananza.</p>
<p>Allieva ed istruttore, indossate mute e bombole, sparirono sottacqua: sarebbero riemersi entro mezz’ora.</p>
<p>Carlo pensò che aveva poco tempo: doveva fare presto. Prese la fiaschetta dalla tasca, l’aprì e versò il contenuto in mare. L’acqua divenne rossa, poi rosa e infine tornò azzurro trasparente</p>
<p>Da qualche parte aveva letto che gli squali sentono l’odore di una goccia di sangue anche se sono molto lontani.</p>
<p>“Individuano un animale ferito addirittura a chilometri di distanza &#8211; mormorò tra sé Carlo &#8211; e di certo non si chiedono se è un uomo o un agnello: per loro la carne è carne”.</p>
<p>Dopo qualche minuto notò in lontananza le prime pinne…</p>
<p><map name='google_ad_map_2242_9192ed4453978b71'>
<area shape='rect' href='http://imageads.googleadservices.com/pagead/imgclick/2242?pos=0' coords='1,2,367,28' />
<area shape='rect' href='http://services.google.com/feedback/abg' coords='384,10,453,23'/></map>
<img usemap='#google_ad_map_2242_9192ed4453978b71' border='0' src='http://imageads.googleadservices.com/pagead/ads?format=468x30_aff_img&amp;client=&amp;channel=&amp;output=png&amp;cuid=2242&amp;url= http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F12%2Fun-natale-esotico%2F' /></p>
                            <div id="aspdf" style="float: right;">
                                <a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/as-pdf/generate.php?post=2242">
                                    <span>scarica in pdf</span>
                                </a>
                            </div> 
<span class = "" style = "height: 40px;  "><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.scrivolo.it/2010/12/un-natale-esotico/&layout=standard&send=false&show_faces=false&width=&action=like&colorscheme=light&locale=it_IT&font=verdana" scrolling="no" frameborder="0" allowTransparency="true" style="border:none; overflow:hidden; width:px; height:40px"></iframe></span>
	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.scrivolo.it/2010/12/un-natale-esotico/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Natale 2010</title>
		<link>http://www.scrivolo.it/2010/12/natale-2010/</link>
		<comments>http://www.scrivolo.it/2010/12/natale-2010/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 14 Dec 2010 12:34:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantascienza]]></category>
		<category><![CDATA[I racconti dell'Avvento]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[avvento]]></category>
		<category><![CDATA[natale]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.scrivolo.it/?p=2236</guid>
		<description><![CDATA[“Vieni a vedere, Zark, credo di avere trovato qualcosa di interessante.” “Davvero? Io sono incollato qui da tre [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/12/natale-2010/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton2236" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FvBSQo&amp;via=scrivolo&amp;text=Natale%202010&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F12%2Fnatale-2010%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/12/Natale-a-casa.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2237" title="Natale a casa" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/12/Natale-a-casa.jpg" alt="" width="500" height="301" /></a></p>
<p>“Vieni a vedere, Zark, credo di avere trovato qualcosa di interessante.”</p>
<p>“Davvero? Io sono incollato qui da tre ore e non ho ancora visto nulla degno di essere guardato.”</p>
<p>“E’ davvero un record particolare. L’ho ripulito e ora mi sembra presentabile.”</p>
<p>“Darò solo un’occhiata, Idik, ho ancora un po’ di lavoro arretrato da smaltire.”</p>
<p>Zark si alzò malvolentieri dalla sua postazione operativa: Idik era imbattibile quando si trattava di trovare immagini bizzarre e, di certo, anche questa volta aveva scovato un’inedita curiosità.</p>
<p>Non provava nei suoi confronti sentimenti di invidia o gelosia professionale però, ogni volta che Idik gli annunciava una scoperta divertente, non poteva fare a meno di irritarsi. E a nulla serviva pensare che i successi del collega erano dovuti solo al caso o ripetersi che quel frivolo genere di indagini non aveva alcun rapporto con le loro mansioni ordinarie.</p>
<p>A parte questo piccolo punto di attrito, i rapporti tra Idik e Zark si potevano definire amichevoli.</p>
<p>Da anni lavoravano fianco a fianco nel Centro di Implementazione, scandagliando lo sterminato archivio dell’istituto a caccia di dati scientifici rilevanti. Ogni giorno dovevano valutare lotti standard di record, estrarre e classificare i contenuti giudicati interessanti, eliminare le informazioni inutili: un’attività decisamente noiosa, di routine, perché quasi tutto il materiale esaminato apparteneva alla categoria “spazzatura”.</p>
<p>Gli analisti del Centro, navigando in un oceano di dati, spesso si imbattevano in notizie prive di importanza ma insolite e così, per vincere il tedio, avevano inventato il concorso dell’acchiappasciocchezze.</p>
<p>I partecipanti, alla fine dell’anno, depositavano nella cartella delle “sciocchezze” una copia dell’unità archivistica scartata che ritenevano più curiosa e una giuria di dieci membri, esaminati i record in gara, eleggeva il vincitore. I giudici, scelti dal computer tra i dipendenti amministrativi, in caso di parità procedevano al sorteggio.</p>
<p><span id="more-2236"></span></p>
<p>Il premio, un buono alimentare di modesto valore, era più che altro simbolico, ma il titolo di “acchiappasciocchezze” dell’anno faceva gola a molti.</p>
<p>I responsabili del Centro tolleravano benevolmente l’iniziativa, anche se a volte distraeva i dipendenti dal loro lavoro. Avevano notato che i partecipanti più ambiziosi si comportavano come giocatori incalliti: consideravano ogni unità esaminata una <em>chance</em> di vittoria, di conseguenza cercavano di visionare il maggior numero di record possibile, nella speranza di trovare, prima o poi, la bizzarria imbattibile, e così, senza volerlo, incrementavano notevolmente la loro produttività.</p>
<p>Per i dirigenti contavano solo i fatti e, numeri alla mano, il “concorso” aveva effetti collaterali positivi che compensavano largamente l’eventuale danno.</p>
<p>Nell’ultima edizione del concorso Zark aveva perso per un voto, Idik invece si era portato a casa già tre buoni, la prima volta addirittura per estrazione.</p>
<p>“E’ solo maledettamente fortunato” pensò tra sé Zark sedendosi a fianco del collega. La postazione poteva comodamente ospitare due persone perché gli analisti avevano bisogno di spazio per sgranchirsi le ossa e lavorare a proprio agio: c’era chi assumeva posizioni yoga, chi abbassava lo schienale, rischiando di cadere addormentato, chi si sdraiava su un fianco e chi, per distrarsi, metteva la testa in basso e le gambe sullo schienale. I comandi erano vocali e il video, spostandosi in modo autonomo, rimaneva comunque allineato con l’asse oculare dell’operatore. Zark si sedeva sempre normalmente.</p>
<p>“Ti faccio vedere un paio di filmati, roba dell’altro mondo!” disse Idik.</p>
<p>“Ma se non sono nemmeno immagini tridimensionali! &#8211; osservò con una punta di malanimo Zark &#8211; i giudici non hanno mai premiato un record tecnologicamente così arretrato, la vista si affatica solo a guardarlo…non potresti almeno virare un po’ il colore? quei tipi così slavati mi fanno ribrezzo.”</p>
<p>“Il record è danneggiato. E poi il pallore non guasta, è strano!” replicò Idik.</p>
<p>“Quanto credi sia vecchio il tuo filmato?” chiese Zark incuriosito.</p>
<p>“ L’originale avrà più o meno diecimila anni” rispose con apparente noncuranza Idik.</p>
<p>Zark strinse le labbra reprimendo un moto interiore di ribellione: questo era veramente troppo! prima di diventare analista del Centro lui aveva studiato Storia Tecnologica e non trovava giusto che un documento così interessante fosse capitato proprio nelle mani di Idik, un ingegnere che non era in grado di apprezzarlo se non come divertente curiosità. Per ritorsione decise di fare sfoggio delle sue conoscenze.</p>
<p>“In effetti, osservando con più attenzione l’aspetto fisico dei soggetti ripresi nel filmato, mi sono ricordato di avere visto, anni fa, tutti i record attribuiti a questa popolazione prototecnologica. Era gente abbastanza progredita ma anche bellicosa, non mi stupisce che la loro cultura sia fiorita e scomparsa nel giro di pochi secoli.”</p>
<p>“Però il mio filmato è inedito, fino a qualche giorno fa si nascondeva nelle profondità dell’archivio del Centro! E sono sicuro che non conosci questa strana cerimonia religiosa: è la festa degli adoratori di una divinità che…beh, ti fa ridere solo a guardarla. Non la vedi? è lì, accanto all’albero!” disse Idik indicando un punto nel video.</p>
<p>“Quel vecchio grasso vestito di rosso?” domandò Zark.</p>
<p>“Sì, proprio lui. L’albero è una specie di totem che i fedeli decorano con sfere colorate per festeggiare il suo arrivo.”</p>
<p>“Anche lui sembra una grossa sfera vestita di rosso &#8211; mormorò Zark e intanto pensava &#8211; ma perché questa unità archivistica non è capitato nel mio lotto, l’avrei sicuramente notata! Sono proprio scalognato.”</p>
<p>“Tra poco vedrai una scena davvero comica: fanatici vestiti come il vecchio pallone invadono le strade delle città &#8211; disse Idik sorridendo &#8211; di sicuro sono sacerdoti che annunciano la sua venuta”.</p>
<p>“Ma non c’è l’audio?” chiese Zark</p>
<p>“L’ho tolto…era solo stereo e gracchiava in modo insopportabile… Comunque, tra un disturbo e l’altro, si sentono melensi canti rituali e frasi che il Traduttore non riesce a interpretare. Però non mi posso lamentare, considerato che il record è stato rimemorizzato un’infinità di volte.”</p>
<p>“Riattiva l’audio: anche se le parole sono incomprensibili voglio sentire la musica” disse un po’ bruscamente Zark.</p>
<p>“Agli ordini comandante &#8211; replicò Idik ironico &#8211; se proprio ci tieni avrai la tua colonna sonora.”</p>
<p>“I motivi sono armoniosi, forse un po’ sdolcinati &#8211; osservò Zark, dopo aver ascoltato qualche minuto di trasmissione &#8211; però tutte quelle vocine infantili in coro sono davvero glucosio puro…concordo con te. A proposito, hai notato che il vecchio è sempre circondato da bambini?”</p>
<p>“Di sicuro non ha cattivi propositi. Se guardi con attenzione vedrai che consegna regali ai piccoli devoti. Non mi intendo molto di antiche religioni però mi pare un comportamento anomalo: per quanto ne so, spettava ai fedeli fare offerte.”</p>
<p>“Sì, hai ragione. A quei tempi i popoli avevano in testa strane credenze e pensavano di ingraziarsi le divinità bruciando sostanze profumate o uccidendo animali. Qualche volta sacrificavano anche bambini o individui adulti, per lo più prigionieri di guerra” disse Zark.</p>
<p>“I miei visi pallidi non sembrano così cattivi…” osservò Idik, un po’ risentito.</p>
<p>“Forse appartengono ad una tribù di originali, perché ti garantisco che la gente era veramente crudele, dieci o dodicimila anni fa. Cartaginesi, Aztechi e anche Greci… li avrai sentiti nominare, no?”</p>
<p>“Ma dai! Si tratta solo di fantasie. Gli Aztechi non sono mai esistiti, lo sanno tutti! Quanto ai Greci, hai mai visto un loro filmato? Sono un mito inventato dal popolo che adorava quella buffa divinità vestito di rosso” obiettò Idik.</p>
<p>“Ho visto vecchie riprese di edifici, ora scomparsi, che erano stati costruiti dai Greci. Pensi che i personaggi delle favole costruiscano templi e palazzi?”.<br />
“E i Greci compaiono in quelle riprese? No! si vede solo gente vestita come nel mio record che parla di loro fingendo che siano esistiti! io non mi fiderei troppo di chi adora un buffo individuo che agita freneticamente una campanella”.</p>
<p>“I miei insegnanti affermavano che i Greci erano davvero esistiti” disse con tono convinto Zark.</p>
<p>“Ognuno può pensare quello che vuole su faccende così lontane nel tempo. Per me sono solo fanfaluche di cervelli primitivi. Scommetto che credi pure agli Egiziani!”</p>
<p>“Certo e, se permetti, anch’io ho diritto di tenermi le mie opinioni” replicò un po’ offeso Zark: Idik era un semplice ingegnere, a che titolo osava mettere in dubbio la competenza di illustri docenti di Storia Tecnologica?.</p>
<p>“Allora dammi un parere da esperto: il tizio vestito di rosso potrebbe essere una divinità egiziana o atzeca?” chiese con aria provocatoria Idik.</p>
<p>“No, non somiglia affatto agli dei venerati dagli antenati di questa gente. L’abbigliamento pesante indica che il tuo grassone viene da un luogo molto freddo, forse l’estremo Nord, e francamente mi sorprende che i devoti lo accolgano senza mostrare alcun timore reverenziale. Prendono i doni come se fosse roba loro, non si inchinano, non pregano, non praticano sacrifici di esseri viventi… e poi non adorano una statua o un simulacro: il grassone si muove, e questo è davvero fuori dall’usuale.”</p>
<p>“Più che muoversi direi che imperversa come un tornado: è iperattivo, onnipresente, instancabile! guarda la prossima scena: eccolo che vola nella notte a bordo di una slitta piena di doni trascinata da strani quadrupedi senza ali. Poi atterra dolcemente su un prato innevato ed i devoti accorrono per salutarlo. Subito dopo viene inquadrato l’interno di un grande edificio pieno di oggetti stravaganti, una specie di spaccio informatico dove le cose in vendita sono reali, non ologrammi che puoi comodamente esaminare nel soggiorno di casa tua: lui è lì, seduto davanti ad una piccola folla. I bambini presenti si mettono in fila e, uno alla volta, si avvicinano all’uomo in rosso per sussurrare qualcosa al suo orecchio, forse un desiderio che vorrebbero venisse esaudito dalla divinità. Almeno questo è un rito che ha un senso…però, a guardarlo bene, non sembra affatto lo stesso tipo sceso dalla slitta: è più giovane e magro…in altre situazioni più basso o più alto… probabilmente i sacerdoti interpretano a turno la sua parte nel giorno della grande festa e lui si diverte a confondersi con i comuni mortali ”.</p>
<p>“I Saturnali! &#8211; esclamò Zark &#8211; Ecco cosa mi girava per la testa. Ho letto che i Romani, in occasione della festa del dio Saturno, si scambiavano doni, però non adoravano quell’omone ridicolo e non decoravano gli alberi. Anche i loro dei viaggiavano su carri volanti ma non per portare regali ai bambini.”<br />
“I Romani per me sono reali quanto i Greci” replicò Idik perentorio.</p>
<p>Zark rimase per un po’ in silenzio. Rifletteva sui possibili legami tra la supposta divinità di Idik e gli antichi culti a lui noti: ricordava solo vagamente la cronologia del periodo, non era certo che i Romani fossero vissuti prima dei Greci e degli Aztechi, ma di sicuro appartenevano tutti all’era pretecnologica perché non avevano lasciato documenti memorizzati. Il filmato invece risaliva ad una fase iniziale dell’epoca prototecnologica, si capiva dagli oggetti che uscivano dai pacchi colorati: strumenti in grado di comunicare a distanza e registrare dati binari decisamente primitivi. Anche i vestiti potevano offrire qualche indicazione. I Greci e i Romani si riconoscevano perché, diversamente dai loro discendenti, non portavano i pantaloni, gli Aztechi invece andavano in giro quasi nudi, era difficile identificarli a colpo d’occhio.</p>
<p>“Non ti distrarre, Zark! Adesso viene il bello! la situazione cambia del tutto &#8211; disse Idik eccitato &#8211; ci troviamo all’interno di una casa e la qualità delle immagini è notevolmente peggiorata rispetto alla parte iniziale del filmato. L’albero decorato mostra che siamo sempre nel periodo della festa della divinità vestita di rosso…però che idea ridicola mettersi un albero in casa. Il grassone scampanellante non viene mai inquadrato, direi che non c’è proprio, tuttavia alcuni dei presenti indossano un berretto rosso simile al suo&#8230;”</p>
<p>“La ripresa in effetti è meno curata, ma gli atteggiamenti sembrano più spontanei &#8211; notò Zark &#8211; metti in funzione il Traduttore, sono curioso di sapere cosa dicono.”</p>
<p>“E’ già attivato ma non riesce a filtrare frasi dotate di senso.”</p>
<p>“Ingrandisci il particolare del plastico accanto all’albero…cos’è?”</p>
<p>“Me lo sono chiesto anch’io. Non lo so. Sei tu lo studioso di Storia” disse Idik mettendo il “fermo immagine”. Era proprio curioso di sentire cosa l’amico gli avrebbe raccontato.</p>
<p>“Sembrano piccolissime statue collocate in modo da rappresentano una scena &#8211; disse Zark, lieto di poter esibire le sue conoscenze in un materia del tutto ignota ad Idik &#8211; secondo me tutto ruota intorno all’edificio sotto la stella: all’interno si vedono due figure, un uomo e una donna. Gli strani animali bianchi si chiamano pecore, li ho già visti in altri file dell’Istituto di Storia Tecnologica. Credo sia impossibile dire con certezza cosa significhi: purtroppo solo una minima parte dei dati memorizzati da queste popolazioni è giunta fino a noi e i record superstiti conservano in gran parte informazioni di scarso valore. Alcuni filmati mostrano attività banali: gruppi di persone che corrono spingendo una palla, un gioco inventato dagli Aztechi, folle che urlano ascoltando i discorsi di uno strampalato comico che si agita sul palco e urla più di loro, giovani che cercano di assalire indifesi suonatori di strumenti, forse per far cessare una musica fastidiosa. Più interessanti sono i rari spezzoni di argomento bellico: si vedono in azione potenti armi distruttive che rivelano un notevole ingegno, sia pure mal impiegato, e la dicono lunga sull’aggressività dei nostri predecessori.</p>
<p>Comunque, per una beffa del destino, la maggior parte dei file conservati contiene testi che non possiamo comprendere perché la loro scrittura non è stata ancora decriptata o notizie riferite agli usi e costumi di culture pretecnologiche. Ecco spiegato come mai sappiamo più cose sui Greci che sui discendenti dei Greci. E forse è giusto che sia così, in fondo si tratta di popolazioni che non hanno quasi lasciato traccia del loro passaggio: non meritano di essere studiate.</p>
<p>Anche riguardo alle credenze religiose stiamo a zero: non conosciamo neppure il nome degli dei che veneravano, eppure siamo in grado di comprendere la lingua parlata e, diecimila anni fa, l’argomento non era certo escluso dalla comunicazione interpersonale come accade oggi. Però mi pare improbabile che il tuo bonario grassone sia la divinità di gente tanto violenta: tra il carattere dei popoli e i loro dei esiste sempre una corrispondenza, è una delle prime cose che si impara al corso di Religioni comparate.”</p>
<p>Idik non ne poteva più di quella dotta lezione di Storia e, soprattutto, non voleva che Zark esaminasse a fondo la sua teoria sul grassone…appena l’amico si fermò per prendeva fiato, fece prontamente ripartire il record.</p>
<p>“Guarda quella specie di cavallo con le gobbe, è davvero buffo” esclamò, indicando uno dei cammelli del corteo dei Re Magi, ancora ai margini del Presepe… fortunatamente il Traduttore lo aiutò a cambiare discorso.</p>
<p>“Ascolta…Zark, adesso si comincia a sentire qualcosa”.</p>
<p>In effetti si udivano solo frasi spezzate, frammenti di una conversazione il cui senso complessivo rimaneva oscuro:</p>
<p>“Buone Feste e salutami lo zio …mamma è arrivata la nonna… dammi il cappotto… hai visto che bel regalo ti ha portato il Bambinello?&#8230;l’abete quest’anno l’ho pagato otto euro…è proprio un film divertente… non abbiamo telefonato ai cugini!…prendi un’altra fetta di panettone…mamma fuori nevica…adesso smettila di giocare… vieni a tavola con noi…”</p>
<p>Intanto sul video scorrevano immagini di persone allegre sedute a tavola, con le guance piene di cibo o in atto di sollevare il bicchiere, un gesto di giubilo di cui si conservava memoria nella desueta espressione “alziamo i calici”: a volte l’invito benaugurante veniva ancora pronunciata durante un pranzo importante, ma pochi sapevano l’esatto significato della parola calice.</p>
<p>“Un inizio davvero promettente… non si capisce quasi nulla! &#8211; disse Zark con tono ironico &#8211; comunque sono sicuro che non stanno parlando del tuo vecchio vestito di rosso, non è lui la divinità titolare della festa”.</p>
<p>Anche Idik, aveva notato la mancanza di riferimenti al grassone, ma era rimasto in silenzio. L’idea di dover rinunciare alla sua iniziale interpretazione del filmato lo contrariava.</p>
<p>“Beh…potrebbe anche essere un mitico genio protettore che porta abbondanza e gioia in una stagione climaticamente sfavorevole &#8211; ammise a malincuore &#8211; di certo la festa cade in un periodo di grande freddo perché gli abitanti della casa, per scaldarsi, bruciano pezzi di albero, non quello che hanno decorato con palle colorate, ovviamente. Che ne dici della statuetta di dimensioni non proporzionate che il ragazzino ha collocato accanto alle due figurine sotto la cometa? rappresenta un neonato di qualche mese… vorrei proprio sapere cosa significa.”</p>
<p>“Chi sa perché sono così felici” mormorò Zark pensoso.</p>
<p>“Quando si vive nell’ignoranza è facile trovare un motivo per essere allegri &#8211; disse Idik con l’aria di chi la sa lunga. &#8211; Esamina senza pregiudizi il filmato: cosa vedi? una calda tana affollata da un piccolo branco di animali pallidi uniti da legami di sangue&#8230; consumano insieme grandi quantità di cibo, probabilmente per noi disgustoso, si scambiano oggetti che ci fanno sorridere per la loro semplicità e manifestano una grande contentezza. Qual sia la ragione della loro gioia non si capisce. Riguardo al tipo vestito di rosso riconosco che, come divinità, è troppo ridicolo anche per un popolo prototecnologico: probabilmente si tratta di una maschera, un personaggio favoloso inventato per divertire i bambini. Sul plastico con le statuine non mi pronuncio.”</p>
<p>“Pensi che se potessimo condurre una vita altrettanto primitiva e provare ancora sentimenti istintivi anche noi saremmo così contenti?” chiese Zark, sorpreso dalle riflessioni dell’amico, di solito incline ad affrontare la vita con superficialità.</p>
<p>“Illusione ed evoluzione sono incompatibili: abbiamo da millenni superato lo stadio in cui ai legami familiari, agli oggetti, al cibo, alle credenze religiose si attribuiva una qualche importanza.</p>
<p>Ridiamo e scherziamo volentieri, ma siamo troppo intelligenti per essere felici. E di sicuro il mio filmato, traboccante di un’illogica gioia, ci sembrerebbe strano anche senza il grassone: vedrai, quest’anno supererò al primo scrutinio tutti gli altri concorrenti.”</p>
<p>Mentre Idik filosofeggiava sul destino degli esseri ragionevoli e sull’imminente conquista del titolo di “acchiappasciocchezze” il video all’improvviso si oscurò e, subito dopo, apparve in versione tridimensionale la faccia larga ed inespressiva del supervisore Kap.</p>
<p>“Il titolare della postazione operativa ricevente deve subito recarsi a rapporto dal direttore” disse seccamente e, un attimo dopo, era già sparito.</p>
<p>“Davvero sintetico il nostro Kap, non spreca tempo! &#8211; esclamò Idik sarcastico &#8211; Non ho avuto neanche la possibilità di aprire bocca: scommetto che questa volta mi daranno una bella spazzolata contropelo. Ma era prevedibile… ultimamente ho trascurato il lavoro per dedicarmi al miglioramento della qualità del mio record. E sul registro risulta eliminato già da tre giorni. Non dovevo esagerare.”</p>
<p>“Vedrai che si limiteranno ad un buffetto, a loro non conviene ostacolare la nostra gara” replicò Zark, fingendo di non comprendere la gravità della situazione. Intanto stava elaborando le informazioni che il collega gli aveva inavvertitamente trasmesso.</p>
<p>“Migliorare un record significa modificare immagini e suoni, magari aggiungere un commento spiritoso fuoricampo… così anche un documento mediocre può diventare brillante…però è un’operazione che richiede molto tempo e il materiale dell’archivio non può essere portato all’esterno. D’altra parte nessun dipendente del Centro oserebbe mai interrompere la propria attività per tre ore, figuriamoci per tre giorni! Ora mi spiego il segreto del successo di Idik &#8211; pensò Zark con una certa soddisfazione &#8211; è un incosciente che non teme di perdere il posto!”.</p>
<p>Decise di non comunicare agli altri concorrenti la sua scoperta per evitare di mettere in cattiva luce l’amico. Si accontentava di sapere che, da quel momento, i trionfi di Idik lo avrebbero lasciato del tutto indifferente.</p>
<p>Nel frattempo era rimasto solo nella postazione, in stand-by ma ancora attiva. Approfittò della situazione per leggere il titolo del record. Era stato archiviato utilizzando l’indicazione di un anno ed un nome che non aveva mai sentito prima: “Natale 2010”.</p>
<p>Ecco perché quell’ignorante di Idik l’aveva datato con tanta sicurezza! Considerate alcune discontinuità cronologiche, secolo più secolo meno, erano trascorsi effettivamente diecimila anni.</p>
<p>In quell’arco di tempo infinitamente lungo le mutazioni genetiche di innumerevoli generazioni, frutto del caso o di incontrollabili fattori esterni, avevano trasformato il corpo e la mente degli uomini, ma Zark sentiva che qualcosa nel suo cervello, un tempo si sarebbe detto nel suo cuore o nella sua anima, aveva sussultato guardando il filmato di Idik.</p>
<p>“Sono stupido come un primate &#8211; pensò con una punta di autocommiserazione &#8211; un analista del Centro di Implementazione non può scivolare nel sentimentalismo. Forse le funzioni mentali atrofizzate, in individui predisposti, possono temporaneamente riattivarsi… allora è meglio evitare di stimolare certe aree dell’encefalo. Ovvio…devo resistere.”</p>
<p>La lotta interiore durò pochi secondi.</p>
<p>Poi Zark riavviò la lettura del record e, saltando la prima parte, passò direttamente alla festa in famiglia immortalata da un improvvisato cameraman.</p>
<p>Il Traduttore ad ogni riproduzione migliorava la sua performance e così Zark ora poteva sentire la precedente conversazione in versione integrale:</p>
<p>“Il telefono sta suonando, rispondo io, mamma: è la zia. Sì, stiamo tutti bene. La nonna viene a pranzo da noi, certo, non ti preoccupare. Il campanello della porta… è lei. Ti passo la nonna…Auguri di Buone Feste e salutami lo zio. Mamma, è arrivata la nonna! Ah, finalmente almeno qualcuno mi darà una mano in cucina. Così impari a regalare al marito una videocamera. E tu piantala di riprendermi mentre sono in grembiule e ciabatte, mi vuoi far passare per una sciattona di fronte a parenti che nemmeno conosco? dammi il cappotto nonna, la mamma ha bisogno di te. Arrivo subito, però prima voglio mostrare al mio nipotino una cosa che il Bambin Gesù ha lasciato per lui a casa mia. Hai visto che bel regalo ti ha portato? E stato Babbo Natale, nonna! No, è stato il Bambinello! Ma Babbo Natale è più vecchio e ha la slitta, lui invece è povero e così piccolo! Il Bambin Gesù ha cent’anni più di Babbo Natale! facciamo anche duemila, mamma. Si, hai ragione, sono duemila: stanotte l’hai messo nella stalla ma a Pasqua diventerà più grande e più importante di tutti. Ecco cosa ci siamo dimenticati di fare a mezzanotte! Corri a prender la statuina e mettila nel Presepe! Che tempi, addobbiamo gli alberi come i Celti mentre il Bambin Gesù non riesce neanche a nascere al momento giusto! E rischia di essere sfrattato dal <em>Testimonial</em> della Coca Cola&#8230; però avete fatto davvero un bell’albero di Natale! sono contenta che ti piaccia, pensa che l’abete quest’anno l’ho pagato otto euro, una sciocchezza! Nel pomeriggio vai con i ragazzi al cinema, così noi due vecchie signore mettiamo a posto la cucina e facciamo quattro chiacchiere in santa pace, una volta tanto. Ho visto il cartellone venendo qui, è proprio un film divertente. Ma il resto della compagnia è stato avvertito? non abbiamo telefonato ai cugini! lo faccio io, mamma, ci diamo appuntamento davanti alla biglietteria. Ora però spengi quel coso e mettiti a tavola, Fellini! Il tempo di mangiare e di nuovo vai in giro con la videocamera… ma prendi un’altra fetta di panettone! Tanto l’Oscar non te lo danno! mamma fuori nevica, posso uscire a fare un pupazzo. Si, ma solo in giardino e tu smettila di giocare con quell&#8217;aggeggio e vieni a tavola con noi. Ci facciamo una bella partita a scala quaranta e chiudiamo in bellezza la nostra festa di Natale.”</p>
<p>Zark ascoltava e guardava incantato: risate e abbracci, inquadrature storte e zoom ravvicinati sulla capanna con la cometa, sul puntale dell’albero, sul cappellino rosso della ragazza, sul paraorecchi del bambino, sul grembiule macchiato della mamma, sul cappellino della nonna. Quelle persone gli sembravano dita di una stessa mano, un organismo vivente fatto di tante parti diverse tenute insieme da una forza misteriosa. Un campo magnetico di sentimenti.</p>
<p>Ignorava il significato dei termini che il Traduttore aveva interpretato come nomi propri, però finalmente sapeva come si chiamava quella strana festa: Natale.</p>
<p>Non si spiegava per quale bizzarro gioco del caso un documento così antico fosse finito nell’archivio del Centro e perché i due filmati, differenti per qualità e contenuto, si trovassero nello stesso record. Probabilmente chi l’aveva memorizzato la prima volta, forse proprio l’invisibile autore del secondo filmato, aveva assemblato intenzionalmente le due parti per affermare che esistevano modi diversi di celebrare la festa: da una parte le slitte volanti, l’invasione dei cloni vestiti di rosso, l’alluvione dei regali, dall’altra un frammento di vita reale, la sua famiglia.</p>
<p>“Dalle profondità del tempo quello sconosciuto trasmette ancora il suo messaggio ed io lo posso comprendere &#8211; pensò Zark fissando intensamente le ultime immagini del filmato &#8211; io so qual è il vero Natale.”</p>
<p>Poi allungò timidamente la sua mano verdastra fino a toccare la superficie liquida del video e con la punta delle lunghe dita affusolate accarezzò le figure che si muovevano davanti a lui, con delicatezza, quasi temesse di fare male a chi, da un’eternità, non esisteva più.</p>
<p><map name='google_ad_map_2236_9192ed4453978b71'>
<area shape='rect' href='http://imageads.googleadservices.com/pagead/imgclick/2236?pos=0' coords='1,2,367,28' />
<area shape='rect' href='http://services.google.com/feedback/abg' coords='384,10,453,23'/></map>
<img usemap='#google_ad_map_2236_9192ed4453978b71' border='0' src='http://imageads.googleadservices.com/pagead/ads?format=468x30_aff_img&amp;client=&amp;channel=&amp;output=png&amp;cuid=2236&amp;url= http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F12%2Fnatale-2010%2F' /></p>
                            <div id="aspdf" style="float: right;">
                                <a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/as-pdf/generate.php?post=2236">
                                    <span>scarica in pdf</span>
                                </a>
                            </div> 
<span class = "" style = "height: 40px;  "><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.scrivolo.it/2010/12/natale-2010/&layout=standard&send=false&show_faces=false&width=&action=like&colorscheme=light&locale=it_IT&font=verdana" scrolling="no" frameborder="0" allowTransparency="true" style="border:none; overflow:hidden; width:px; height:40px"></iframe></span>
	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.scrivolo.it/2010/12/natale-2010/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La farina del diavolo</title>
		<link>http://www.scrivolo.it/2010/12/la-farina-del-diavolo/</link>
		<comments>http://www.scrivolo.it/2010/12/la-farina-del-diavolo/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 06 Dec 2010 07:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[I racconti dell'Avvento]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[avvento]]></category>
		<category><![CDATA[natale]]></category>
		<category><![CDATA[Rapina]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.scrivolo.it/?p=2228</guid>
		<description><![CDATA[Fin dal primo mattino la giornata si annunciava fredda e umida. Non pioveva ma, lungo il viale alberato, [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/12/la-farina-del-diavolo/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton2228" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FC2Qkv&amp;via=scrivolo&amp;text=La%20farina%20del%20diavolo&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F12%2Fla-farina-del-diavolo%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/12/Palazzo-Natale.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2229" title="Palazzo Natale" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/12/Palazzo-Natale.jpg" alt="" width="552" height="367" /></a></p>
<p>Fin dal primo mattino la giornata si annunciava fredda e umida. Non pioveva ma, lungo il viale alberato, grosse gocce d’acqua sospese alla punta delle ultime foglie ingiallite, scosse dal vento, cadevano sui passanti: anche se il cielo era azzurro cristallino qualcuno apriva l’ombrello, incurante di apparire ridicolo, ma i più sopportavano stoicamente il fastidioso stillicidio. Quasi tutti facevano una breve sosta al piccolo chiosco che si trovava a metà del viale: era l’unica rivendita di giornali nei paraggi e la più vicina al capolinea dei tram urbani.</p>
<p>Ugo, l’edicolante, già alle cinque e mezzo alzava il bandone. A quell’ora non si vedevano finestre illuminate, le macchine attendevano immobili nei parcheggi, le strade apparivano vuote e silenziose: la città dormiva ma l’invisibile popolo dei mattinieri era già in marcia ed i clienti non mancavano. Padroni di cani, pendolari a lungo raggio, infermiere, guardie notturne, operai turnisti, qualche anziano sveglio dalle quattro…ormai Ugo li conosceva uno per uno e sapeva in anticipo il giornale che avrebbero chiesto, così allungava subito il quotidiano, risparmiando agli involontari insonni il disturbo di aprire bocca. Non sembravano davvero in vena di conversare.</p>
<p>Appena il viale si svuotava Ugo scaricava il suo camioncino, portava all’aperto gli espositori e metteva in ordine il banco. Poi si sedeva, pronto a fronteggiare l’ondata dei lavoratori dipendenti: insegnanti, impiegati di uffici pubblici e privati, commessi dei negozi del centro.</p>
<p>Non erano clienti facili: sempre preoccupati di non arrivare in tempo alla fermata del tram, si spazientivano quando indugiava un attimo prima di dare il resto e rumoreggiavano se qualcuno si metteva a scegliere una rivista.</p>
<p>In certi momenti davanti al chiosco si ammassava una piccola folla e i più disinvolti, approfittando della confusione, non aspettavano il proprio turno per farsi servire: gli scavalcati a volte reagivano al sopruso e così scoppiavano improvvisi diverbi che però cessavano quasi subito: i litiganti dovevano correre a prendere l’autobus.</p>
<p>Ugo non capiva per quale motivo i clienti delle sette e trenta fossero ogni giorno in lotta con l’orologio. Non potevano uscire dal letto dieci minuti prima e raggiungere tranquillamente la fermata dell’autobus, dedicando all’acquisto del giornale il tempo necessario?</p>
<p><span id="more-2228"></span></p>
<p>Anche quella mattina l’edicola aveva subito l’assalto dei ritardatari, ma ormai il peggio era passato e nel viale si vedevano solo pensionati a passeggio e casalinghe dirette al mercato rionale.</p>
<p>Ugo di solito approfittava della momentanea tregua per fare la sua seconda colazione: stava appunto tirando fuori da una busta il termos del caffè quando notò che i lembi dei teli di plastica messi a protezione degli espositori svolazzavano qua e là come bandiere. La calca di poco prima evidentemente aveva fatto cadere le mollette che tenevano ferma la copertura.</p>
<p>Era un sistema per evitare che la guazza e la pioggia bagnassero le riviste molto economico ed anche funzionale, perché la plastica trasparente permetteva ai clienti di vedere le copertine, tuttavia aveva un difetto: si danneggiava facilmente.</p>
<p>“Le mollette moderne non reggono come quelle di una volta” pensò Ugo rimettendo a posto i teli. Senza volerlo gettò un’occhiata all’espositore.</p>
<p>Le riviste esibivano l’usuale veste natalizia e dai titoli si capiva che anche i contenuti erano quelli di sempre: consigli su cosa cucinare, regalare, o indossare in occasione delle Feste e l’immancabile oroscopo che prevedeva, segno per segno, l’andamento della salute, degli affari e dell’amore dal primo di gennaio in poi.</p>
<p>“Ci risiamo con la solita solfa! basterebbe cambiare le date e potrebbero rifilarci le riviste del passato Natale…forse lo fanno già, magari vanno indietro nel tempo, per non farsi scoprire &#8211; pensò Ugo… e lo pensava tutti gli anni &#8211; però questa minestra riscaldata piace, con due euro si può comprare l’illusione che il nostro piccolo mondo, così com’è, non cambierà mai, mentre in realtà sta andando di corsa non si sa dove. Sono letture rassicuranti, ecco spiegato perché ogni dicembre gli incassi dell’edicola aumentano.”</p>
<p>Ormai aveva fatto il più, doveva solo applicare i ‘meccanismi di assemblaggio’, come scherzosamente chiamava le sue mollette.</p>
<p>“Potrebbero anche evitare di appoggiarsi agli espositori &#8211; mormorò Ugo, cercando tra le foglie secche le mollette cadute a terra &#8211; ma ormai l’educazione è andata a farsi friggere.”</p>
<p>“Che fa signor Ugo, cerca le lumache?” disse una voce alle sue spalle.</p>
<p>Ugo si voltò. Aveva riconosciuto l’accento inconfondibile di un suo assiduo cliente, il signor Sanna, un tipo tranquillo, ex carabiniere, che lavorava come sorvegliante alle dipendenze della Grassi Costruzioni S.p.A.</p>
<p>Faceva sempre il turno pomeridiano e tutti i giorni, tranne il lunedì, poco dopo la mezza si fermava al chiosco: scambiava due parole, guardava le riviste di bricolage, ma poi comprava solo il quotidiano, qualche volta un settimanale di enigmistica e, il mercoledì, il periodico preferito dalla moglie.</p>
<p>Questa però era una visita insolita, fuori orario: non era mai passato nel viale tanto presto.</p>
<p>“Beato lei che ha ancora voglia di scherzare, signor Sanna &#8211; disse Ugo soffiandosi sulle mani &#8211; Ma come mai è in giro così di buon’ora con questo ghiado?”</p>
<p>“Vado in centro a comprare i regali per i miei bambini &#8211; rispose Graziano &#8211; oggi lavoro fino a tardi e non posso prendere un permesso.”</p>
<p>“Si è ridotto proprio all’ultimo momento, eh! Pensi che il trenta per cento dei nostri connazionali ha acquistato i doni di Natale a novembre. L’ho sentito ieri al telegiornale.”</p>
<p>“Fosse per me lo farei anch’io…ma ho avuto la tredicesima solo ieri! &#8211; disse Graziano continuando a sfogliare un articolo che spiegava come costruire un falso caminetto in salotto, nel caso se ne sentisse il bisogno &#8211; Il mio principale possiede un’impresa che costruisce strade persino all’estero, ma paga i dipendenti sempre in ritardo. Questa volta però ha davvero esagerato, non le pare?”</p>
<p>“Più sono ricchi e più sono egoisti! &#8211; commentò Ugo &#8211; quando sento certe cose sono contento di lavorare in proprio, anche se devo alzarmi all’alba e passo tutto il giorno all’aperto, estate e inverno. Io non avrei la forza di sopportare le prepotenze di un padrone del genere. Meglio il gelo!”</p>
<p>“Il freddo non è problema, basta coprirsi nel modo giusto e si può vivere al Polo, come fanno gli Eskimesi. &#8211; disse Graziano sorridendo &#8211; da noi, quand’ero bambino, il gelo non faceva paura. D’inverno mi svegliavo alle quattro e aiutavo mio padre nella stalla, poi camminavo per tre chilometri nella neve o sotto la pioggia fino alla scuola del paese: e non c’era riscaldamento, né in casa né in classe, al massimo un braciere o una stufa a legna che si accendeva la sera. Eppure si tirava avanti… e quand’ero nell’Arma dovevo alzarmi anch’io all’alba. Ma con il tempo si fa il callo a tutto.”</p>
<p>“Io invece a questo genere di vita non mi sono mai abituato: in certi giorni ci vorrebbe proprio la tromba della caserma per farmi aprire gli occhi. E un paranco per buttarmi fuori dal letto…del resto ormai ho una certa età, soffro di bronchite cronica e così non posso più andare avanti: le confesso che mi piacerebbe cedere l’attività e mettermi in pensione.”</p>
<p>“Magari potessi comprare io il suo chiosco! &#8211; disse Graziano sospirando &#8211; se vinco il Jackpot al Superenalotto lo faccio di sicuro!”</p>
<p>“Beh…basterebbe molto meno… magari una piccola eredità o un prestito. Non pensi che pretenda chi sa quale cifra, in fondo è solo un baracchino sul viale, però ha una bella clientela. Questo è una quartiere piena di uffici e non mancano i condomini di lusso. Qui di fronte abita persino un senatore: lo so perché tutti i giorni manda la cameriera a comprare un fascio di quotidiani!”</p>
<p>Graziano non aveva studiato ma era curioso e provava un po’ d’invidia per il Ugo che se ne stava tutto il giorno immerso in un mare di carta stampata pieno di notizie interessanti. Doveva essere piacevole avere a disposizione decine di riviste senza spendere un centesimo!</p>
<p>Ugo sosteneva che maneggiare giornali per mestiere toglieva la voglia di guardarli per diletto e, in effetti, leggeva solo ‘La Gazzetta dello Sport’. Graziano replicava che lui, al contrario, non si sarebbe mai stancato di possedere un simile tesoro.</p>
<p>Sia pure a malincuore, Graziano lasciò cadere la conversazione: era un uomo con i piedi per terra e si rendeva conto che l’edicola rappresentava per lui solo un bel sogno.</p>
<p>Pagò quanto doveva per il giornale, salutò Ugo e si diresse alla fermata dell’autobus con passo veloce. Aveva fretta, doveva sbrigare molte commissioni in poco tempo.</p>
<p>Dato che era per carattere previdente, aveva già preparato una lista di regali compatibile con il suo modesto ‘budget’ ma, per essere certo di acquistare al prezzo più conveniente, doveva visitare almeno tre grandi magazzini.</p>
<p>Tornò a casa verso mezzogiorno, carico di pacchi e buste. La moglie, avvisata telefonicamente, aveva già messo gli spaghetti in tavola: Graziano trangugiò il pranzo e uscì di corsa. In quattro anni non era mai arrivato tardi al lavoro, ci mancava solo che accadesse la Vigilia di Natale!</p>
<p>All’una in punto, indossando un cappello con la scritta “portiere”, era già seduto nella sua postazione di lavoro, un cubo trasparente, non più grande dell’edicola di Ugo, collocato nell’androne di un antico palazzo nobiliare.</p>
<p>I padroni di casa non avevano una goccia di sangue blu ma erano ricchi e potevano permettersi di abitare in una dimora che aveva ospitato principi e cardinali.</p>
<p>Graziano a volte pensava che la scatola di vetro e alluminio in cui trascorreva gran parte del tempo non era molto diversa dalle garitte militari della sua gioventù, a parte il radiatore elettrico che rendeva meno gelido l’ambiente: quando era carabiniere i superiori lo mettevano spesso di guardia perché sapevano che non dormiva in servizio. “Sanna è affidabile” ripeteva di continuo il maresciallo ed anche il colonnello Andronico, comandante della Caserma, lo aveva preso a benvolere: se doveva fare un lungo viaggio lo sceglieva sempre come autista perché, diceva, “Sanna non chiacchiera a vanvera, non beve e non guida come un cornuto.”</p>
<p>Quando aveva deciso di sposarsi, per evitare alla futura moglie il disagio di vagare da una caserma all’altra, Graziano si era congedato.</p>
<p>Aveva subito trovato lavoro come camionista in una ditta di traslochi: guadagnava bene, ma la sua schiena mal sopportava i lunghi viaggi e i mobili pesanti. E poi si sentiva a disagio quando il padrone gli imponeva di violare le norme sul riposo o i limiti di velocità per arrivare in orario dai clienti. Era un uomo che aveva il rispetto della legge nel DNA.</p>
<p>Così, dopo un po’, era passato ad un’attività più sedentaria: portiere in un condominio. Non era una cattiva sistemazione: riceveva uno stipendio modesto, ma aveva a disposizione un alloggio gratuito. Il lavoro consisteva nell’essere sempre a disposizione degli abitanti del palazzo per piccole riparazioni, commissioni, custodia di animali o piante. Naturalmente doveva anche controllare chi entrava, pulire le parti comuni e tenere in ordine il giardino.</p>
<p>Un brutto giorno però, dopo dieci anni di impeccabile servizio, aveva ricevuto una telefonata dall’amministratore: il ragioniere lo informava che i condomini, per risparmiare, avevano deciso di sostituirlo con un videocitofono e quindi, a fine mese, sarebbe stato licenziato.</p>
<p>Con il piccolo fondo messo da parte ‘per le emergenze’ e la liquidazione Graziano affittò un appartamento, versando sei mensilità anticipate.</p>
<p>Qualcosa era avanzato, ma i risparmi si consumavano rapidamente e il poco che la moglie racimolava lavorando a ore non bastava certo per tirare avanti una famiglia di quattro persone: le bollette, la mensa scolastica dei figli, le rate della macchina andavano comunque pagate e poi occorreva mangiare, vestirsi, comprare penne e quaderni.</p>
<p>Graziano aveva assolutamente bisogno di un nuovo impiego e pensò di rivolgersi al suo vecchio colonnello.</p>
<p>L’alto ufficiale, divenuto nel frattempo generale, non aveva dimenticato l’appuntato Sanna e lo raccomandò a una nipote che stava appunto cercando un portiere per il suo palazzo, un edificio storico tra i più belli in città.</p>
<p>Claudia Andronico, moglie dell’ingegner Grassi, conduceva un’intensa vita mondana: spesso invitava a cene gli amici e il giovedì apriva le porte del suo salotto ad intellettuali, artisti, attori, politici e imprenditori. Aveva quindi bisogno di un portiere sveglio e fidato, in grado di gestire l’afflusso pomeridiano e serale degli ospiti. La mattina il portone rimaneva chiuso: donna Claudia si alzava tardi e sempre con il mal di testa.</p>
<p>Il lavoro non richiedeva particolari competenze ma andava svolto con scrupolo ‘carabinieresco”: si doveva verificare l’identità di tutte le persone che entravano nell’edificio, bloccare gli individui molesti e gli sconosciuti, accogliere con cortesia gli invitati e, ovviamente, non abbandonare mai il posto di guardia. Graziano, diffidente e riservato per natura, ex militare abituato a rispettare regole e gerarchie, nonché ‘protetto’ dello zio generale, parve subito alla signora Grassi il candidato ideale e venne assunto seduta stante.</p>
<p>Certo non erano tutte rose e fiori. I padroni, temendo di essere rapiti, avevano imposto a Graziano di portare la pistola, come un sorvegliante, e l’orario di uscita non era mai certo perché poteva lasciare la portineria solo dopo che l’ultimo ospite se n’era andato. Ogni settimana era costretto a fare una decina di ore di straordinario, sopratutto il giovedì, ma non era colpa di donna Claudia se la vita di società si svolgeva prevalentemente di notte. E poi così guadagnava qualcosa in più e poteva versare tutti i mesi una piccola cifra sul conto postale, per il futuro.</p>
<p>Anche quel giorno, Vigilia di Natale, il servizio si sarebbe protratto fino a notte tarda: nel pomeriggio Graziano era impegnato ad aprire il portoncino a fiorai, camerieri avventizi, estetiste e parrucchieri poi, verso venti, doveva spalancare tutto il portone per far entrare il furgoncino del catering, infine, dopo le nove, era la volta delle signore impellicciate e degli uomini in cappotto blu e sciarpa bianca: gli ospiti del Cenone natalizio di donna Claudia.</p>
<p>Per fortuna la mattina seguente i signori Grassi mettevano in libertà il Personale e si trasferivano nel loro appartamento di Montecarlo. Tornavano in città dopo la  Befana.</p>
<p>In quella speciale serata anche l’ingresso del Palazzo doveva avere un aspetto natalizio e Graziano stava appunto appendendo le ultime decorazioni alla sua guardiola quando donna Claudia varcò la soglia del palazzo. Tornava da un tour di shopping ‘last minute’ e approfittò dell’occasione per controllare il lavoro effettuato dalla ditta incaricata di pulire le scale e rinfrescare la memoria del portiere: la sera del Cenone tutto doveva filare liscio come l’olio.</p>
<p>“Caro Graziello…”</p>
<p>“Graziano” mormorò a mezza voce Graziano.</p>
<p>“Ah già, Graziella è mia cognata…dunque caro Sanna, ha ricevuto l’elenco degli ospiti con le fotografie?”</p>
<p>“Sì, certo. Eccolo, lo tengo in tasca, nel caso avessi qualche dubbio. Ho visto che ci sono due facce nuove.” rispose Graziano indicando i nomi nell’elenco.</p>
<p>“Facce nuove? Che strana espressione! Lei è davvero spiritoso, caro Sanna, questi sono politici che stanno tutti i giorni in televisione e, caso mai, si dovrebbe dire che hanno una faccia…di bronzo, in senso buono, s’intende! Ah…dimenticavo una cosa importante: mi raccomando, il furgoncino del catering deve sostare nell’ingresso solo il tempo indispensabile per la consegna. Fa tanto ‘parvenu’! non vorrei che qualche ospite lo vedesse e pensasse che sono una padrona di casa superficiale!”</p>
<p>“Sì signora. Lo allontanerò subito.”</p>
<p>“E aiuti mia suocera a salire le scale: in questi giorni traballa più del solito…se cade ci rovina la festa! Maledetta Soprintendenza, perche non mi fa mettere l’ascensore? Lo dicevo proprio giovedì al dottor Derio del Ministero dei Beni Culturali: con tutti gli scempi che si vedono in giro non mi pare che un piccolo<em> lift</em> interno causerebbe un gran danno al patrimonio artistico nazionale. Disastroso sarebbe, caso mai, accompagnare mia suocera all’ospedale lasciando venti ospiti a tavola! E poi parlano di abbattere le barriere architettoniche!” Donna Claudia si allontanò borbottando altri e ben più pesanti improperi all’indirizzo delle autorità preposte alla tutela dei monumenti.</p>
<p>Verso le otto, come previsto, arrivò il furgone del catering e Graziano corse ad aprire il portone: lo spazio dell’entrata era ridotto e il camioncino, per avvicinarsi allo scalone, doveva fare manovra a marcia indietro. L’autista e due addetti, usciti dal portellone posteriore, trasportarono al piano superiore numerosi contenitori.</p>
<p>“Fate presto &#8211; disse Graziano &#8211; la Signora non vuole che gli ospiti vedano il vostro furgone.”</p>
<p>“Allora dovrebbe assumere un bravo cuoco” replicò ironico l’autista.</p>
<p>Graziano era della stessa opinione ma rimase in silenzio. Non era corretto criticare i padroni di fronte ad estranei.</p>
<p>Prima di risalire sul camioncino, l’autista si avvicinò a Graziano per avvertirlo che forse sarebbero tornati per un secondo giro, dopo le dieci:</p>
<p>“Una bella scocciatura, ci toccherà fare lo straordinario anche la notte di Natale! &#8211; disse l’uomo del catering &#8211; Ma sono sicuro che i dessert non basteranno… e il dessert non può mancare a fine cena.”</p>
<p>Graziano annuì. Aveva un interesse personale al riguardo perché, finito il ricevimento, donna Claudia regalava i dolci avanzati al Personale.</p>
<p>Poco dopo la partenza del furgone cominciarono ad arrivare i primi ospiti.</p>
<p>Graziano teneva sotto controllo lo schermo della video-sorveglianza e, appena vedeva una coppia nota che scendeva da un taxi o da un’auto con chauffeur, correva ad aprire il portoncino senza aspettare il din-don del campanello. Di tanto in tanto dava un’occhiata all’elenco e spuntava i nominativi.</p>
<p>Gli ospiti abituali, a Natale e Pasqua, di solito gli auguravano Buone Feste allungando un biglietto da venti o da cinquanta. Le prime volte Graziano aveva rifiutato la banconota, dopo tutto prendeva già uno stipendio e non faceva nulla di speciale per quelle persone, se non aprire una porta, ma poi la signora Claudia, un po’ infastidita da quell’eccesso di orgoglio, gli aveva ordinato con garbo di prendere il denaro senza fare tante storie:</p>
<p>“Lei forse ha frainteso il senso del gesto: nel nostro ambiente è normale dare un ‘tip’ al personale delle case che si frequentano come compenso del lavoro in più che arrechiamo, rifiutarlo sarebbe scortese. E lei, caro Graz… Sanna, non vuole offendere i miei amici, vero?”</p>
<p>Così Graziano, a Natale e Pasqua, si ritrovava in tasca un bel gruzzolo extra con la benedizione dei padroni: personalmente lo considerava un risarcimento dell’umiliazione che provava quando doveva allungare la mano come un mendicante per prendere la mancia.</p>
<p>Quella sera tutti gli ospiti della lista erano arrivati prima delle dieci. Dopo una mezz’ora di tranquillità, guardando nel monitor, Graziano vide il camioncino del catering che si avvicinava e corse ad aprire il portone. L’autista questa volta si fermò nell’androne a fare due chiacchiere:</p>
<p>“Visto! l’avevo detto che i dolci non bastavano!”</p>
<p>“Non va ad aiutare i suoi colleghi? Dovete fare alla svelta!” disse Graziano un po’ preoccupato.</p>
<p>“Ce la fanno benissimo da soli &#8211; rispose l’autista &#8211; in fondo devono portare solo due contenitori. Di solito i nostri carichi sono ben più pesanti… mi creda, non è un lavoro leggero il nostro! Lei invece si è trovato proprio un bel posticino: apre la porta a tutti i pezzi grossi della città. Chi sa quanta gente famosa ha incontrato facendo il custode in questo palazzo!”</p>
<p>“I miei padroni ricevono molte persone, ma per me sono solo nomi e fotografie da controllare.”</p>
<p>“Già, lei deve essere discreto… questi ricconi ci tengono alla loro Privacy.”</p>
<p>“E chi non ci tiene?”</p>
<p>“Chi non ha nulla…né quattrini né segreti. Com’è che si dice? ‘male non fare paura non avere’: se amano tanto nascondersi avranno i loro motivi.”</p>
<p>“E’anche una questione di sicurezza” osservò Graziano.</p>
<p>“Poveri ricchi! sono sempre in pericolo &#8211; replicò l’autista con tono beffardo &#8211; per fortuna a noi proletari non vengono le paranoie dei capitalisti, non abbiamo un valore sul mercato! Però a mia cugina hanno rapito il cane ai giardinetti e, per riaverlo, ha dovuto sborsare duecento euro a una banda di ragazzini: una bella somma, considerato che è un bastardino.”</p>
<p>“Invece di pagare il riscatto doveva rivolgersi alle forze dell’ordine” disse Graziano con voce inespressiva. In effetti non pensava più al cane rapito: i termini ‘sovversivi’ utilizzati dall’autista avevano messo in allarme il suo sesto senso di carabiniere, sia pure in congedo. Cercava di capire la reale pericolosità della persona che aveva di fronte: era un anarchico, un ‘no global’, magari un ex brigatista, pronto a fare qualche azione violenta o solo un burlone impertinente che usava termini ormai fuori moda?</p>
<p>L’autista si accorse del cambiamento di umore del portiere e fece una sonora risata.</p>
<p>“Si è spaventato? Scherzavo! io adoro i ricchi, senza di loro a chi consegnerei il caviale e le tartine londinesi, ai senzatetto? è il mio lavoro e ci tengo!. Però, al giorno d’oggi, con la violenza che c’è in giro, non può davvero credere che poliziotti e carabinieri perderebbero tempo a dare la caccia a quattro teppisti per recuperare un cagnolino. Certo se fido appartenesse al Presidente della Repubblica &#8211; aggiunse con il solito tono tra il serio e il faceto &#8211; allora ammetto che avrebbe qualche speranza di essere liberato da un blitz dei Nocs.”</p>
<p>La fiducia di Graziano nella Legge era incrollabile e trovava irritante quel genere di battute. Però sapeva che, nella sostanza, l’autista aveva ragione.</p>
<p>“Ovviamente le forze dell’ordine non possono occuparsi di tutto &#8211; replicò ormai convinto di avere a che fare con un innocuo esponente dell’estrema sinistra &#8211; e devono dare la precedenza ai casi più gravi, come si fa al Pronto Soccorso, di conseguenza i “reati minori” rimangono spesso impuniti, anche se per la povera gente uno scippo, un furto in casa, un’auto o un motorino incendiati non sono affatto danni minori. E tantomeno il rapimento di un bastardino a cui si vuole bene.”</p>
<p>“Purtroppo viviamo in un mondo ingiusto” aggiunse l’autista.</p>
<p>“Sono i mezzi che mancano: la Giustizia punirebbe anche ladruncoli che rubano negli appartamenti o i rapitori di cani se solo avesse più uomini al suo servizio” disse con convinzione Graziano.</p>
<p>“Ma per il momento bisogna avere pazienza, vero? &#8211; replicò l’uomo del catering – lei che vede passare tanti arricchiti che hanno fatto i quattrini sfruttando il prossimo e ingannando la legge, lo sa meglio di me. Le persone oneste che faticano ad arrivare a fine mese devono avere la pazienza di Giobbe per sopportare l’ingiustizia sociale che c’è nel nostro paese.”</p>
<p>“Io mi accontento di avere un lavoro che mi permette di mantenere la famiglia, non invidio i miei padroni o i loro ospiti, e neppure li giudico. Le condanne si emettono nei tribunali. Anzi, devo essere grato ai signori Grassi perché mi hanno assunto: sono stato disoccupato tre mesi e alla mia età non è facile trovare qualcuno disposto a darti uno stipendio.”</p>
<p>Il ‘rivoluzionario’ stava per ribattere al fervorino di Graziano con una delle sue freddure quando i due addetti del catering ricomparvero, scendendo rapidamente le scale. Finalmente il loro lavoro era terminato.</p>
<p>L’autista li raggiunse sul retro del camioncino per aiutarli a caricare i contenitori e chiudere lo sportello. Graziano invece andò ad aprire il portone.</p>
<p>Prima di salire sul furgoncino l’uomo del catering si avvicinò nuovamente a Graziano:</p>
<p>“Beh, forse ho scherzato un po’ troppo &#8211; disse con voce gentile &#8211; mi deve scusare, ma ho il vizio di dire battute su tutto. Però lei è proprio una brava persona e le auguro di cuore Buon Natale.”</p>
<p>Mentre pronunciava le ultime parole l’autista abbracciò calorosamente il portiere. Graziano non amava quelle smancerie, soprattutto tra uomini, e tentò inutilmente di evitare il contatto.</p>
<p>“Bastava una stretta di mano &#8211; pensò un po’ infastidito &#8211; però mi fa piacere che al giovanotto sia rimasto ancora un po’ di sentimento, con tutto il fiele che ha in corpo!”.</p>
<p>“Buon Natale anche a lei &#8211; rispose Graziano, sciogliendosi da quella morsa affettuosa &#8211; e le auguro di imparare a vivere la sua vita invece di perdere tempo a pensare a quella degli altri. Questo è il solo modo per campare serenamente, perché ci sarà sempre qualcuno che è più ricco, più bravo, più bello o più fortunato di noi.”</p>
<p>“Mi ricorderò delle sue parole, promesso! Ma anche lei non mi dimentichi!” rispose l’autista mettendo in moto il camioncino. Partì a razzo, Graziano però non ci fece caso: la signora Claudia aveva ordinato che il catering sparisse il prima possibile dall’ingresso. Chiuse con calma il portone e rientrò nel suo cubicolo.</p>
<p>Mise al massimo il radiatore e si rilassò, ovviamente senza chiudere gli occhi. Un po’ guardava il monitor, un po’ leggeva il quotidiano che aveva comprato all’edicola di Ugo, un po’ faceva le parole crociate. Di solito lasciava i rebus e gli indovinelli per ultimi, quando non aveva più caselle da riempire, perché i giochi di parole e i doppi sensi non erano il suo forte: a volte impiegava settimane per completare un numero del suo giornale enigmistico preferito. Mentre si domandava quale fosse il nome della capitale del Lussemburgo, dieci caselle 9 verticale, sentì un rumore provenire dal pianerottolo. Uscì di corsa per vedere cosa stesse accadendo e, a metà della prima rampa, trovò a terra il padrone di casa: aveva l’abito in disordine, la camicia strappata al colletto e un grosso pezzo di nastro da pacchi pendeva al lato della sua bocca. Sembrava acciaccato, ma non a causa del ruzzolone per le scale.</p>
<p>“Lei…lei pezzo di deficiente! &#8211; urlò l’ingegner Grassi cercando di rimettersi in piedi &#8211; Dov’era quando ci hanno rapinato! Mi hanno puntato il mitra alla testa! capisce? il mitra! Ma per cosa la paghiamo, porcaccia miseria, per dormire? E la pistola, perché non ha usato la pistola per fermare quei banditi?”</p>
<p>Graziano non rispose, scansò l’ingegnere e corse nel salone, vide che alcuni degli invitati erano ancora legati e si diede da fare per liberarli. Poi chiamò il 112 e anche il 118, perché gli ospiti erano tutti sotto shock e donna Claudia, semisvenuta su un sofà, sembrava più morta che viva. Quando vide il portiere la signora Grassi riacquistò improvvisamente le forze:</p>
<p>“Razza d’imbecille, è così che sorveglia il Palazzo? &#8211; strillò quasi isterica all’indirizzo di Graziano &#8211; ma bravo! si è fatto passare sotto il naso una banda di criminali come un allocco, è incredibile! Ma forse… magari è addirittura un loro complice. Augusto &#8211; disse rivolta al marito, appena rientrato nel salone &#8211; sono sicura che quest’uomo è il palo dei rapinatori.”</p>
<p>Augusto non sembrò sentire le parole della moglie, in quel momento stava pensando a ben altro. Si mise seduto a tavola: aveva la faccia bianca come la tovaglia ed a fatica trangugiò un po’ d’acqua. Poi mise una pasticca sotto la lingua, premendosi le mani sul petto.</p>
<p>“Un attacco di angina &#8211; pensò Graziano &#8211; fortuna che l’ambulanza sta per arrivare”</p>
<p>L’ingegner Grassi era davvero messo male, ma ugualmente trovò la forza per pronunciare ad alta voce quattro parole:</p>
<p>“Sanna, lei è licenziato!”</p>
<p>“In tronco!” aggiunse donna Claudia.</p>
<p>I carabinieri portarono Graziano in Caserma.</p>
<p>Doveva essere sentito come testimone, ma aveva l’impressione che le assurde accuse della signora Grassi non fossero del tutto cadute nel vuoto.</p>
<p>“Signor Maresciallo &#8211; disse Graziano con un filo di voce &#8211; mi deve credere, non avevo motivo di sospettare nulla: l’autista del camioncino era già venuto verso le venti e non è strano che il catering faccia due viaggi in una serata. Perché mai dovevo allarmarmi? Se ne sono andati tranquilli come sono venuti, sembravano proprio normali dipendenti della ditta. L’autista si è persino fermato a scambiare quattro chiacchiere con me.”</p>
<p>“In realtà, Sanna, ti stava tenendo sotto controllo perché sapeva che eri armato. La banda aveva sicuramente un basista nella casa, ma non sei certo tu! Il generale Andronico, lo zio della signora Grassi, ha telefonato per sapere cos’era accaduto a casa della nipote. E ha chiesto anche di te… secondo lui sei al di sopra di ogni sospetto. Anch’io la penso così, quindi puoi rilassarti, questo non è un interrogatorio. Sei qui perché mi interessa sapere se hai notato qualcosa che possa servire per le indagini, cinque anni nell’Arma insegnano a guardare i particolari!”</p>
<p>“Ah, il Generale è proprio una brava persona. Era il mio comandante, vent’anni fa. Meno male che qualcuno ancora mi crede!”</p>
<p>“Guarda che anch’io ti credo, le accuse della tua padrona sono solo uno sfogo, però ammetterai che in questa occasione non hai fatto una bella figura! ti trovavi a pochi metri di distanza dal luogo dove due delinquenti tenevano in ostaggio venti persone e non ti sei accorto di nulla…e poi i rapinatori ti sono passati sotto il naso con il bottino come niente fosse. E che bottino! &#8211; disse il Maresciallo, prendendo in mano un foglio scritto fittamente &#8211; senti che roba: spilla Deco con zaffiri e brillanti, bracciale in platino con pavè di brillanti vecchio taglio, orologio Cartier e spilla a forma di tigre, tiara con brillanti, anello con diamante…fancy e brillanti, antico diadema con perle e brillanti…e così via…ci sono persino delle borse da sera fatte d’oro. Io, tra parentesi, nemmeno capisco il significano di certe parole e credevo che diamante e brillante fossero la stessa cosa. Deco immagino sia un gioielliere, come Cartier e Bulgari ma ‘fancy’ che diavolo vorrà dire? Comunque sono tutti gioielli che costano dai diecimila in su e alcuni valgono più di settantamila euro. Capisco che i proprietari siano arrabbiati …però, detto tra noi, ti è andata bene! se tiravi fuori la pistola per fare l’eroe non arrivavi a mangiare il panettone. Quella è gente decisa e organizzata, usa armi da guerra. Insomma si tratta di criminali professionisti e infatti nessuno si veramente fatto male. Sono gli incapaci e i principianti che perdono la testa e ammazzano la gente per rubare cento euro.”</p>
<p>“Guarderei volentieri le foto segnaletiche…per aiutare le indagini” disse Graziano sempre più mogio e umiliato dal velato rimprovero del Maresciallo. Sapeva interpretare il senso di quelle parole, in apparenza bonarie: se il portiere gabbato da una banda di rapinatori era un carabiniere in congedo il fatto gettava discredito sull’Arma. Era innocente ma aveva fatto la figura dello sciocco, come nelle barzellette.</p>
<p>“Non occorre &#8211; rispose il Maresciallo &#8211; le vittime hanno già identificato i rapinatori e sappiamo anche il nome dell’autista. Si è fatto assumere due mesi fa dalla ditta di catering con una falsa identità, ma è un pregiudicato con una fedina lunga come un papiro. E’ lui il capo della banda. Con un pretesto, ha preso il posto del collega di turno per le consegne a Palazzo Grassi Al primo giro i camerieri erano veri, poi i due complici li hanno legati, imbavagliati e chiusi in un camper, prendendo i loro vestiti. Le armi stavano nei contenitori del cibo e anche il bottino è uscito così dal portone.”</p>
<p>“Le giuro Maresciallo che l’autista sembrava una persona normale e anche lei ha detto che un po’ me ne intendo di delinquenti! Però ce l’aveva a morte con i ricchi e usava termini che ho sentito nei processi ai brigatisti, quando facevo la scorta a un magistrato: mi sono insospettito, temevo fosse un terrorista, ma poi si è messo a scherzare sulle sue affermazioni, dicendo che mi aveva preso in giro. Mi sembrava sincero e comunque avere idee di sinistra non è mica un reato!”</p>
<p>“Non te la prendere, il tuo amico autista ci sa fare con le parole ed è un attore consumato: lo chiamano il Professorino perché sembra un giovanotto a modo, ma si è già beccato cinque anni… indubbiamente ha fascino e piace alle donne… sono convinto che il basista sia una femmina, magari una delle cameriere, innamorata del Professorino. Quanto alle idee politiche… sai cosa si diceva una volta: “non tutti i comunisti sono delinquenti ma tutti i delinquenti sono comunisti”. Probabilmente è davvero un rivoluzionario, ma fa la lotta di classe rapinando la gente armato di mitra”.</p>
<p>“Beh, allora…se non vi servo più e non mi accusate di nulla, posso andare a casa?”</p>
<p>“Ma certo, vai pure, domani però torna per firmare il verbale.”</p>
<p>“Non c’è problema, Maresciallo, tanto d’ora in poi avrò tempo libero da vendere.”</p>
<p>“Licenziato?”</p>
<p>“Sissignore.”<br />
“Mi pare eccessivo…però è vero che sono volati via quasi due milioni in gioielli”</p>
<p>“Già, dovevo stare più attento. Buona notte…e Buon Natale, Maresciallo.”</p>
<p>Graziano prese dall’attaccapanni il suo giaccone comprato ai Grandi Magazzini del Risparmio, lo indossò lentamente, mise i guanti e, con passo strascicato, uscì dalla Caserma.</p>
<p>Doveva andare a casa: lo stavano aspettando ed era già in ritardo. Telefonò alla moglie per rassicurarla, sforzandosi di avere una voce naturale. Riguardo all’accaduto non intendeva dire nulla, almeno per il momento. Voleva che i suoi cari avessero il loro Natale, sereno e pieno di regali, come sempre. E forse i giornali e la televisione non avrebbero parlato della rapina in casa Grassi: a Natale si mostrano solo cose belle e i ricchi, quando vogliono, sanno come evitare la bagarre.</p>
<p>Dato che la moglie lo credeva in ferie fino alla Befana, aveva quindici giorni per giustificare il suo licenziamento con una scusa plausibile, magari nel frattempo poteva anche trovare un nuovo lavoro…Prima o poi, però, la verità sarebbe venuta fuori. Succede sempre.</p>
<p>Mentre passava sul ponte per raggiungere la fermata della circolare notturna pensò per un attimo che, buttandosi nell’acqua scura e vorticosa del fiume, non avrebbe dovuto spiegare nulla a nessuno e neppure tentare di trovare un altro impiego. Il mondo era ingiusto, aveva ragione il capo dei rapinatori.</p>
<p>Tutte quelle persone piene di quattrini e di gioielli, le vittime, di certo avrebbero ricevuto dalle loro assicurazioni un congruo risarcimento e, per riprendersi dallo spavento, sarebbero andate in vacanza alle Maldive o in Kenya; lui invece aveva perso il posto e, senza lavoro, era un uomo finito, rovinato.</p>
<p>Entrò in casa con la morte nel cuore e il volto sorridente, si mise a tavola e mangiò svogliatamente una fetta di panettone. Poi brindò con la moglie. C’era una gran confusione, i bambini avevano preteso di aprire subito i pacchetti lasciati da Babbo Natale sotto l’albero e ora correvano su e giù per il salotto con i loro nuovi giocattoli. Chi sa se il prossimo anno avrebbe potuto regalare ancora qualcosa ai suoi figli.</p>
<p>La moglie si accorse del suo malumore:</p>
<p>“Cos’hai Graziano, non stai bene?”</p>
<p>“No, sono solo un po’ stanco. Sai, vedere di continuo politici corrotti, industriali che evadono le tasse, artisti di mezza tacca e faccendieri che se la spassano è deprimente …ti fanno sentire un fallito, una nullità. Ricordi cosa mi diceva tuo padre? ‘Fatti furbo, Grazià fatti furbo!’. Dovevo dargli retta!”</p>
<p>“Non ti sei mai curato di queste cose &#8211; osservò la moglie preoccupata &#8211; perché ora ti danno tanto fastidio? E lascia perdere mio padre! era solo un vecchio contadino che a fatica sapeva fare la sua firma.”</p>
<p>“Ci sono anche ignoranti furbi che si sono arricchiti. Negli affari, come nella vita, è l’onestà che ti frega” replicò amareggiato Graziano.</p>
<p>Poi, per non insospettire la moglie, cambiò discorso:</p>
<p>“Non ti dispiace, vero, se fumo una sigaretta? sono un po’ nervoso… vado fuori sul balcone e prometto di non buttare la cenere in giro.”</p>
<p>“Ma si, avvelenati pure! &#8211; rispose ironica la moglie &#8211; Però metti il giaccone, altrimenti muori di polmonite prima che ti venga il cancro.”</p>
<p>Graziano rispose alla battuta accennando un sorriso, poi uscì sul terrazzo. Con la mano tremante si accese una sigaretta, durante il giorno non ne fumava mai più di cinque e lasciava il pacchetto a casa.</p>
<p>Anche un volo dal terzo piano poteva essere una soluzione, pensò sconsolato.</p>
<p>“E se poi sopravvivo? con la fortuna che mi ritrovo magari finisco in carrozzina o in coma all’ospedale…. comunque solo una gran carogna abbandonerebbe due orfani in balia di questo mondo schifoso. E io non sono un vigliacco.”</p>
<p>Distratto dai suoi lugubri pensieri, Graziano non si era neppure accorto del freddo pungente, ma un brivido violento lo riportò alla realtà: spense la sigaretta, consumata solo a metà, e infilò le mani gelate nelle tasche del giaccone.</p>
<p>Subito sentì che a sinistra c’era qualcosa…qualcosa di strano che estrasse con timore. Riconobbe la collana di Cartier che donna Claudia indossava nelle occasioni speciali, una lunga catenella d’oro in cui erano incastonati oltre cento piccoli brillanti.</p>
<p>Evidentemente il rapinatore, mentre lo abbracciava, aveva fatto scivolare quel ‘dono’ nella sua tasca.</p>
<p>Il gioiello valeva di certo una fortuna, la cameriera della padrona gli aveva detto che era un pezzo unico di Tiffany assicurato per centomila euro, però smerciando le pietre una per una si poteva evitare di destare sospetti… subito si stupì di avere avuto un pensiero del genere. Ovviamente il maltolto doveva tornare al proprietario…già, la collana andava restituito a donna Claudia…una persona onesta non aveva alternativa e lui si era sempre comportato in modo irreprensibile.</p>
<p>Ma cosa aveva ricevuto in cambio dalla vita? solo calci nel fondoschiena e umiliazioni: cacciato dal condominio dopo dieci anni di servizio, licenziato senza colpa la  Notte di Natale…e tante altre ingiustizie subite chinando la testa! Se si guardava intorno vedeva ovunque imbroglioni, ladri e approfittatori che non solo rimanevano impuniti, ma se la spassavano e facevano carriera, mentre i poveracci come lui dovevano strisciare per terra.</p>
<p>“La nostra Società è proprio marcia &#8211; pensò Graziano &#8211; se rifiuti una mancia o una mazzetta, passi per idiota, se rubi e corrompi ti considerano un abile uomo d’affari …e le persone perbene rischiano di finire sotto i ponti o al cimitero.”</p>
<p>All’improvviso capì che non avrebbe mai restituito la collana: era stufo marcio di rigare diritto, di fare la parte del povero onesto. Una coscienza pulita ormai valeva meno di nulla.</p>
<p>“Il male in sella e il bene sempre a terra” diceva suo padre per spiegare in due parole come girava il mondo: ebbene, lui non intendeva più andare a piedi.</p>
<p>Non pretendeva certo di cambiare modo di pensare ma, una volta tanto, voleva comportarsi da furbo, mandare al diavolo gli scrupoli morali e cogliere al volo un’occasione che mai si sarebbe ripresentata nella sua vita.</p>
<p>Dopo tutto si trattava di uno strappo alle regole motivato dal bisogno: in un’altra situazione non avrebbe esitato un attimo a rendere al proprietario una busta con centomila euro trovata per strada; ora però era a un passo dall’abisso e solo aggrappandosi alla collana poteva evitare di precipitare.</p>
<p>Ricordava vagamente che un articolo del Codice Penale dichiarava non punibile chi commetteva un reato in stato di necessità. Dunque non si condanna un uomo che trasgredisce la legge per difendere la vita propria o di altri e lui, quella notte, aveva pensato già due volte di togliersi di mezzo!</p>
<p>In fondo si trattava di accettare il regalo di un ‘ospite’ molto particolare che voleva sdebitarsi per il disturbo arrecato… proprio donna Paola gli aveva spiegato che non si doveva mai rifiutare quel genere di doni e perdere il posto non era davvero un fastidio da poco. Decise di mettere in pratica la lezione di Bon Ton ricevuta dalla sua ex padrona e, con un gesto repentino, infilò di nuovo in tasca la collana. Ora era sua.</p>
<p>Improvvisamente gli venne in mente il chiosco dei giornali e ripensò alla conversazione con Ugo …sì, quella era la soluzione giusta! Con il denaro ricavato dalla vendita dei diamanti avrebbe realizzare il suo sogno! Magari, per non dare nell’occhio e imparare il mestiere, all’inizio si sarebbe proposto come socio e aiutante. Con il tempo, dimenticata la faccenda della rapina, avrebbe comprato l’edicola.</p>
<p>Decise di comunicare le sue intenzioni alla moglie durante il pranzo di Natale, come fosse una bella notizia tenuta in serbo per la festa. Lasciava il lavoro di portiere per iniziare una nuova attività, collaboratore di Ugo, l’edicolante, ma si proponeva di comprare, un po’ alla volta, il chiosco…quanto al denaro necessario per avviare il progetto poteva raccontare che era il frutto di una vincita al lotto oppure un mutuo che la banca gli aveva concesso in base a qualche nuova legge: fortunatamente aveva sposato una donna semplice, non avrebbe fatto tante domande.</p>
<p>Si accorse con stupore che il nodo alla gola e il macigno sul petto che avvertiva da quando aveva lasciato la caserma erano d’un tratto svaniti.</p>
<p>Ora si sentiva bene, addirittura felice: aveva di nuovo un futuro.</p>
<p>Guardò le luci colorate dell’albero nel salotto di casa, poi il chiarore delle luminarie cittadine, infine il cielo stellato che brillava sopra la sua testa e tutto gli parve meravigliosamente bello. Adesso era Natale anche per lui.</p>
<p>Aveva sperimentato la più nera disperazione e ora provava la gioia di chi finalmente ottiene un bene a lungo desiderato, e tutto per opera di un pericoloso delinquente che, dopo aver derubato e malmenato una ventina di persone, si era preoccupato della sorte di uno sconosciuto portiere.</p>
<p>Graziano non riusciva a capire il perché di un gesto tanto bizzarro: forse il rapinatore si era impietosito e, per un attimo, aveva riconosciuto in lui il prossimo suo e se stesso, forse, più banalmente, non voleva rovinare con le sue malefatte la vita di un innocente ‘proletario’. Magari provava un’istintiva simpatia nei suoi confronti, in fondo si somigliavano: erano due reietti aggrappati alle estremità opposte dell’altalena, i furbi ovviamente stavano in equilibrio nel mezzo, sulla linea di confine tra bene e male.</p>
<p>“La vita è davvero complicata &#8211; pensò Graziano &#8211; nella stessa serata un rapinatore, invece di spararmi alla testa, mi regala il pezzo più prezioso del suo bottino, mentre due persone perbene mi mettono alla porta come un cane e tentano di mandarmi in galera.</p>
<p>La morale della storia però è semplice: dentro di noi, in proporzioni diverse, ci sono tanti frammenti di bene e di male. La vita non fa altro che rimescolare il pentolone, portando a galla ora la malvagità, ora la pietà e l’amore.</p>
<p>Il male rimane male, questo è fuori discussione, ma qualche briciola di bontà può affiorare anche nei peggiori individui. E agli onesti più inflessibili capita a volte di deviare dalla retta via. Siamo tutti esseri umani!”</p>
<p>Graziano guardò verso la finestra della camera da letto e si accorse che una debole luce filtrava dalla serranda: l’abat-jour sul comodino della moglie era ancora accesa, lei lo aspettava sveglia e, di certo, stava in pensiero. Era tempo di rientrare.</p>
<p>“L’animo umano è un mistero &#8211; pensò Graziano chiudendo la portafinestra con delicatezza, per non svegliare i figli &#8211; ieri mi consideravo l’onestà in persona, oggi sono un ricettatore. Eppure non mi sento diverso, non provo rimorso, non mi vergogno. Ora so che la farina del Diavolo non va sempre in crusca! Non tutta. E a volte salva una vita”.</p>
<p><map name='google_ad_map_2228_9192ed4453978b71'>
<area shape='rect' href='http://imageads.googleadservices.com/pagead/imgclick/2228?pos=0' coords='1,2,367,28' />
<area shape='rect' href='http://services.google.com/feedback/abg' coords='384,10,453,23'/></map>
<img usemap='#google_ad_map_2228_9192ed4453978b71' border='0' src='http://imageads.googleadservices.com/pagead/ads?format=468x30_aff_img&amp;client=&amp;channel=&amp;output=png&amp;cuid=2228&amp;url= http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F12%2Fla-farina-del-diavolo%2F' /></p>
                            <div id="aspdf" style="float: right;">
                                <a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/as-pdf/generate.php?post=2228">
                                    <span>scarica in pdf</span>
                                </a>
                            </div> 
<span class = "" style = "height: 40px;  "><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.scrivolo.it/2010/12/la-farina-del-diavolo/&layout=standard&send=false&show_faces=false&width=&action=like&colorscheme=light&locale=it_IT&font=verdana" scrolling="no" frameborder="0" allowTransparency="true" style="border:none; overflow:hidden; width:px; height:40px"></iframe></span>
	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.scrivolo.it/2010/12/la-farina-del-diavolo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Natalino</title>
		<link>http://www.scrivolo.it/2010/12/natalino/</link>
		<comments>http://www.scrivolo.it/2010/12/natalino/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 03 Dec 2010 14:10:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[I racconti dell'Avvento]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.scrivolo.it/?p=2217</guid>
		<description><![CDATA[La Villa degli Allori, in apparenza, non era molto diversa dalle altre case del quartiere “liberty”, un’enclave borghese [<a href="http://www.scrivolo.it/2010/12/natalino/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton2217" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FZLrOo&amp;via=scrivolo&amp;text=Natalino&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F12%2Fnatalino%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/12/villacoppede.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2218" title="villacoppede" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2010/12/villacoppede.jpg" alt="" width="300" height="400" /></a></p>
<p>La Villa degli Allori, in apparenza, non era molto diversa dalle altre case del quartiere “liberty”, un’<em>enclave</em> borghese nata agli inizi del ‘900 in un’amena località fuori porta e divenuta, con il passare del tempo, una piccola oasi di verde in un deserto di anonimi condomini di periferia.</p>
<p>Osservata da vicino la Villa rivelava però un carattere del tutto particolare: lo stile floreale non si manifestava solo negli elementi decorativi, nelle porte, nei lampioni, nelle vetrate: tutto l’edificio era un omaggio alla linea curva, un bizzarro connubio tra raffinatezza “Art Nouveau” e neoprimitivismo alla Gaudì. Il grande cancello in ferro battuto sembrava un intreccio inestricabile di rami, la scalinata sinuosa che conduceva all’ingresso aveva l’aspetto di una misteriosa stalagmite e, al di sopra della fitta siepe d’alloro che delimitava il giardino, si intravedeva la cupola orientaleggiante di un gazebo in ghisa.</p>
<p>Lino non viveva da quelle parti ma, per andare al lavoro, doveva raggiungere la fermata del 17 che si trovava proprio di fronte alla Villa. Quasi sempre l’autobus  si faceva attendere e così, per vincere la noia, aveva preso l’abitudine di guardare lo strano edificio: ogni giorno gli sembrava di scoprire un nuovo particolare e si chiedeva se anche l’interno fosse altrettanto fantasioso. Il fogliame metallico del cancello, le finestre simili a surreali vegetali, le grondaie decorate con animali fantastici, i mosaici fioriti del marcapiano lo affascinavano. La Villa pareva disabitata, ma spesso le serrande erano alzate e, ogni mattina, una donna dall’aria dimessa, di certo una domestica, entrava da una porticina laterale del giardino.</p>
<p>Lino a volte fantasticava di essere il padrone di quella casa, immaginava di camminare attraverso le sue innumerevoli stanze, di prendere il caffè nel gazebo, di affacciarsi al balcone con la ringhiera a forma di labirinto: nel suo sogno ad occhi aperti indossava un impeccabile completo bianco con un elegante panama e, mordicchiando un avana, guardava con commiserazione i poveri mortali, sul marciapiede di fronte, in attesa di un omnibus perennemente in ritardo.</p>
<p>Nella vita reale Lino abitava con i genitori in un modesto edificio ex INA-Casa. L’appartamento era decoroso, ma arredato in modo dozzinale. La madre amava i centrini fatti a macchina, i fiori di plastica, i soprammobili di finta porcellana, il padre sosteneva che il vecchio mobilio era ancora buono e si rifiutava di sprecare quattrini per inutili “bellurie”.</p>
<p><span id="more-2217"></span></p>
<p>In effetti, tra la pensione dei genitori e lo stipendio di Lino, commesso in un grande negozio di giocattoli, il denaro in casa non mancava, ma l’idea del bello non faceva parte del patrimonio genetico familiare: quello che non si spendeva per l’indispensabile si risparmiava per i tempi difficili.</p>
<p>Nel periodo delle Feste Lino trascorreva quasi l’intera giornata al lavoro: quando il negozio era aperto si occupava del reparto “giochi elettronici”, nella pausa pomeridiana, dopo aver ingoiato in fretta un tramezzino, aiutava Franco, l’autista della ditta, ad effettuare le consegne a domicilio.</p>
<p>Il negozio, per battere la concorrenza, offriva anche un servizio speciale: il 24 dicembre, dalle nove e mezzanotte, l’autista, vestito da Babbo Natale e con la gerla in spalla, portava i regali direttamente a casa dei piccoli clienti a bordo di un vecchio camioncino dipinto di verde e rosso, con una specie di pecora con le corna disegnata sul fianco.</p>
<p>Era la mattina della Vigilia e, come tutti i giorni lavorativi, Lino varcò la soglia del negozio alle otto in punto. Si sentiva di buonumore: quando le scuole rimanevano chiuse gli autobus viaggiavano in perfetto orario e, una volta tanto, non doveva scapicollarsi per arrivare in tempo, il cielo appena velato non minacciava neve e, davanti alle vetrine, già sostava qualche cliente in attesa.</p>
<p>“La giornata promette bene” pensò aprendo l’armadietto dello spogliatoio per riporre il giaccone e sostituire gli stivaletti alla moda con un paio di scarpe comode. Quando si piegò per allacciare le stringhe vide a terra una carta stradale. Era la mappa del <em>tour</em> notturno di Babbo Natale, probabilmente scivolata fuori da una tasca del vecchio spolverino che Franco indossava al lavoro. Incuriosito, Lino diede un’occhiata al percorso: un tratto di pennarello rosso collegava le tappe del viaggio, contrassegnate da un cerchietto con all’interno il numero civico. L’ultima fermata prevista, Via Foscolo 27, lo fece sobbalzare: era l’indirizzo della Villa degli Allori. Non poteva perdere un’occasione simile! Si fece coraggio e andò dal Direttore del negozio per chiedere di sostituire l’autista nel giro di consegne notturno.</p>
<p>Il Direttore apprezzava i dipendenti dotati di spirito d’iniziativa e fu lieto di assecondare l’improvvisa ambizione di quel giovane commesso, di solito fin troppo tranquillo e timido.</p>
<p>“A dire il vero non sarebbe una cattiva idea avere un nuovo Babbo Natale &#8211; rispose &#8211; l’autista ti accompagnerà per spiegarti il lavoro e, se superi la prova, il prossimo anno potremmo fare doppie consegne. E poi Franco, per riscaldarsi, esagera un po’ con i grappini. In passato qualche cliente si è già lamentato. Però ti manca quello che si dice il ‘physique du rôle’, insomma…sei troppo magro…”</p>
<p>“Mi imbottirò con dei cuscini, vedrà, sembrerò un vero grassone. Mi creda, sono davvero la persona più adatta per quel ruolo: tutti mi chiamano Lino, ma il mio nome è Natale .”</p>
<p>“Ma sì, Natalino, &#8211; disse ridendo il Direttore &#8211; proviamo! mi piacciono i giovani intraprendenti.”</p>
<p>A Lino naturalmente non interessava affatto la carriera di Babbo Natale: aveva organizzato il piccolo colpo di stato solo per poter entrare nella misteriosa Villa: moriva dalla curiosità di vedere com’erano i saloni, le scale, i quadri, i mobili della casa dei suoi sogni.</p>
<p>L’autista non intendeva cedere l’incarico, ma il Direttore fu irremovibile.</p>
<p>Così, all’ora di chiusura, Lino cominciò a prepararsi: si legò con lo spago due cuscini intorno alla vita, indossò il vestito rosso, mise la barba, la parrucca e il cappello, infine si incollò qualche batuffolo di cotone bianco sulle sopracciglia.</p>
<p>“Non credevo che tu fossi il genere di collega carogna che si fa strada a gomitate!” disse l’autista, decisamente arrabbiato.</p>
<p>“Non te la prendere Franco &#8211; rispose conciliante Lino &#8211; è solo per questa volta. E poi ti lamenti sempre del peso della gerla e del freddo che ti tocca patire dentro e fuori dal camioncino.”</p>
<p>“Ma sì, quest’anno vacci tu a divertire quei piccoli rompiscatole.”</p>
<p>“Però ho bisogno del tuo aiuto &#8211; disse Lino &#8211; Non sono mai stato un Babbo Natale…insomma, cosa dovrei fare?”</p>
<p>“Nulla di speciale: suoni il campanello e, con voce profonda, ti annunci: “Sono Babbo Natale”. Poi entri ed i piccoli ti circondano urlando e saltando, tu tiri fuori i pacchetti, leggi il nome sul biglietto, e consegni i doni. Fai qualche domanda al bimbetto di turno, chiedi se è stato buono, se il regalo è bello e ai più agitati dai pezzetti di carbone dolce. Devi metterne una bella scorta in tasca. Da ultimo fai una gran risata, Babbo Natale è sempre allegro, saluti augurando ai presenti buone Feste e te ne vai. Tutto qui.”</p>
<p>Con il costume d’ordinanza e istruito a dovere, Lino salì sul camioncino guidato da Franco, pronto a svolgere la sua missione natalizia.</p>
<p>Di fronte alla prima porta fu preso dal panico. Franco, affacciato al finestrino, lo incitava a gesti. Suonò il campanello con il cuore in gola.</p>
<p>“Chi è” chiese un coro di bambini.</p>
<p>“Sono Babbo Natale” rispose Lino con una voce più cavernosa che profonda.</p>
<p>I piccoli erano un po’ spaventati, ma la vista della gerla dei regali li rincuorò e cominciarono a tempestare Lino di domande: volevano sapere dov’era la slitta con le renne, come faceva ad andare da tutti i bambini del Mondo in così poco tempo, quanti nani lavoravano nella sua fabbrica di giocattoli, se aveva moglie e figli.</p>
<p>Lino parlava a ruota libera e notò che i bambini preferivano risposte fantasiose ad una  spiegazione logica. A loro volta i piccoli curiosi, interrogati sul comportamento più o meno lodevole che avevano tenuto durante l’anno, inventavano spudorate bugie. La buffa conversazione ovviamente divertiva gli adulti.</p>
<p>Le visite successive furono per Lino molto più facili. Ormai era entrato nella parte ed i genitori, soddisfatti del servizio, al momento del commiato gli allungavano generose mance. Ecco spiegato, si disse il neo Babbo Natale, perché Franco non voleva mollare il suo vestito rosso!</p>
<p>Verso mezzanotte il camioncino arrivò all’ultimo indirizzo della lista: la Villa degli Allori.</p>
<p>Lino suonò il campanello ed un meccanismo sferragliante aprì un’anta del grande cancello. In alto, sulla soglia del portone, l’attendeva una donna anziana. Salì lentamente la scalinata, ornata da statue di satiri e ninfe danzanti, ed entrò nella casa, chiedendo educatamente permesso. La vecchia, vestita come una domestica d’altri tempi, lo prese per un braccio e gli bisbigliò all’orecchio:</p>
<p>“Lei non è il solito Babbo Natale, vero? Mi raccomando, faccia quello che la mia signora le ordina e non chieda perché”</p>
<p>“Sì, certo, il cliente ha sempre ragione” rispose distrattamente Lino, intento ad osservare ogni particolare della casa.</p>
<p>L’ingresso era una grande stanza circolare illuminata a giorno da piantane di ghisa a forma di fiore. Le pareti erano coperte di mosaici che raffiguravano assolati campi fioriti e la scala che portava al piano superiore poggiava su pilastri a forma di spiga di grano. Il pavimento era di un bianco accecante.</p>
<p>Seguì la cameriera nel salone attiguo, un ambiente molto vasto immerso nella penombra. Un’intera parete era nascosta da pesanti tendaggi con disegni orientali, dietro di certo si trovava un’ampia vetrata. Qua e là erano appesi grandi quadri: rappresentavano paesaggi tropicali popolati da strani animali, evanescenti figure femminili seminude, bambini intenti a giocare tra i fiori, un gruppo di famiglia in abiti primo Novecento. Lino fu colpito soprattutto dal caminetto: aveva la forma di una testa di leone con le fauci spalancate. Il tavolino da fumo, però, era altrettanto inquietante: una lastra di porfido rotonda sostenuta da un groviglio di serpenti di bronzo.</p>
<p>La vecchia domestica lo richiamò seccamente all’ordine:</p>
<p>“Non si distragga, giovanotto, vada vicino all’albero di Natale”</p>
<p>L’abete era in un angolo della stanza, riccamente decorato ma privo di lumini. Dai rami pendevano palle di vetro bellissime, Lino non ne aveva mai viste di simili.</p>
<p>“Chi è lei” sussurrò all’improvviso una voce femminile alle sue spalle.</p>
<p>“Sono Babbo Natale” rispose Lino voltandosi di scatto. Si stupì di vedere solo una donna molto anziana, alta e pallida, avvolta in un’elegante vestaglia di velluto blu.</p>
<p>“Ha portato i regali?”</p>
<p>“Certo, sono nella gerla &#8211; rispose Lino posando la cesta a terra. Estrasse quindi due pacchetti a caso e lesse i nomi dei destinatari &#8211; Per Teresa e per Paolo.”</p>
<p>“Sì,  li metta tutti ai piedi dell’albero, dopo i bambini verranno a prenderli.”</p>
<p>Lino pensava di dover aspettare i nipotini della vecchia signora per interpretare la sua piccola recita, ma la cameriera gli fece cenno di andarsene. Prese la gerla vuota e salutò:</p>
<p>“Buon Natale” disse rivolto alla signora. La donna, immobile davanti al caminetto spento, non rispose. Lui uscì seguendo la domestica.</p>
<p>Quando furono nell’ingresso Lino non riuscì a trattenersi e chiese alla sua accompagnatrice “Ma i bambini dove sono?”</p>
<p>“Quali bambini? disse la donna a bassa voce.</p>
<p>“Teresa e Paolo.”</p>
<p>“Altro che bambini! Se fossero vivi avrebbero quasi settanta anni, ma non ci sono più da tanto tempo. Dopo farò sparire i pacchetti che ha messo sotto l’albero, così la signora potrà illudersi che i suoi figli siano venuti dall’oltretomba a prendere i loro regali.”</p>
<p>“E’ stato un incidente?”</p>
<p>“Magari, poveri piccoli. Lei è giovane e di certo non ha mai sentito parlare del marito della signora. Era un architetto celebre ai suoi tempi, è lui che ha progettato la villa.”</p>
<p>“In effetti è molto bella.”</p>
<p>“Già, il padrone era un artista, un mezzo genio, ma troppo ingegno a volte fa danno &#8211; aggiunse la vecchia domestica con un filo di voce &#8211; Sono passati tanti anni, una vita intera, ma per me è come fosse accaduto ieri&#8230; una sera d’estate l’architetto era in giardino con i bambini, Teresa aveva cinque anni, Paolo solo tre. Correvano, gridavano e ridevano, poi all’improvviso più nulla. Io stavo in cucina con mia madre a sbucciare patate e quel silenzio mi sembrò strano. La signora leggeva una rivista nella bow-window, dall’altra parte della casa. Alle undici uscì per chiamare i figli, era ora di andare a dormire, e li vide… galleggiavano a faccia in giù nella vasca del giardino. Il marito, in piedi lì accanto, disse solo “E’ stato il Fauno che versa l’acqua nella fontana” e da quel momento rimase muto, fino alla morte. Capisce, il Fauno…una statua della vasca!”</p>
<p>“E’ una storia terribile” mormorò Lino, sinceramente colpito dal tragico racconto.</p>
<p>“La signora voleva abbattere la villa ed andarsene, ma le Belle Arti si opposero alla demolizione.”</p>
<p>“In effetti sarebbe stato un peccato distruggere un edificio così originale.”</p>
<p>“Originale? &#8211; sussurrò l’anziana cameriera aprendo il portone &#8211; altro che originale, questa casa fa impazzire chi ci abita. Mi dia retta, il prossimo Natale non torni!”</p>
<p>“Però lei, scusi, mi sembra normale” replicò Lino uscendo.</p>
<p>“Ma come, giovanotto, non si è accorto che sono cieca? Io non vedo le statue, i mobili, le decorazioni della Villa da più di sessanta anni: per me sono solo ombre confuse. Degenerazione progressiva della cornea, questa fu la diagnosi che mi fecero a quindici anni. Comunque, per muovermi tra queste mura, non ho bisogno di occhi e la mattina una domestica viene ad aiutarmi, per le pulizie e la spesa.”</p>
<p>“Beh, allora buona notte e buon Natale” tagliò corto Lino, scendendo in fretta le scale. Ad un certo punto ebbe l’impressione che una delle ninfe danzanti tentasse di allungare una gamba per farlo rotolare giù dai gradini. Arrivato al cancello notò che i sostegni delle pesanti ante di ferro battuto erano statue, invisibili all’esterno: due orsi con la bocca aperta e le zampe minacciosamente sollevate.</p>
<p>Lino, spaventato, cercò subito la serratura: anche quel meccanismo aveva la forma di una zampa di belva: per aprire lo scatto occorreva tirare l’artiglio centrale.</p>
<p>Riuscì a raggiungere la strada, ma si sentiva sul punto di svenire. Si appoggiò qualche secondo ad un lampione, il cuore gli batteva in petto come un tam tam: pensò alle ore trascorse guardando la Villa in attesa dell’autobus, all’attrazione morbosa che provava per quella casa, al terribile segreto che si nascondeva sotto una parvenza di borghese serenità.  Montò sul camioncino tremando.</p>
<p>Franco, per ingannare l’attesa, aveva bevuto qualche sorsata di grappa e si sentiva pieno di spirito.</p>
<p>“Che ha detto la vecchia pazza questa volta? E come stanno Paolo e Teresa? &#8211; chiese ridendo  &#8211; Non ti ho avvertito per non rovinarti la sorpresa.” Sghignazzava malignamente: quella era la sua vendetta per le mance che il pivello gli aveva soffiato.</p>
<p>Lino lo guardò con odio. Provava un’ira incontenibile. Come poteva divertirsi così di fronte al dolore di una madre, alla morte di due innocenti! Franco era davvero spregevole. E quelle risate sguaiate, quel verso quasi da gallina strozzata… erano insopportabili: per farlo tacere Lino gli mise le mani alla gola e strinse forte. In quel momento ebbe l’impressione di avere braccia pelose e lunghe unghie. Solo quando il poveretto si afflosciò senza vita lasciò la presa.</p>
<p>Rimase immobile sul sedile del passeggero forse due o tre ore. Intanto i genitori di Lino ed il proprietario del negozio, preoccupati per il ritardo, si erano rivolti alla polizia, pensando ad un incidente. Con l’elenco delle consegne la pattuglia non faticò a trovare il camioncino verde e rosso. L’ambulanza arrivò quasi subito, ma Franco ormai era morto da tempo e per rimuovere il corpo occorreva un magistrato.</p>
<p>“Che diavolo è successo?” chiese il poliziotto a Lino, sdraiato nell’ambulanza. Indossava ancora il suo costume rosso, ma senza barba e parrucca.</p>
<p>“E’ stato l’orso, l’orso del cancello” rispose Lino con voce atona. I suoi occhi guardavano nel vuoto.</p>
<p>“Lo lasci perdere &#8211; disse l’infermiere &#8211; non vede che è sotto shock!”</p>
<p>“L’orso, l’orso” si mise improvvisamente a gridare Lino, cercando di scendere dalla barella.</p>
<p>“Sì certo, il colpevole è l’orso cattivo e tu sei Babbo Natale &#8211; borbottò l’infermiere stringendo le cinghie che legavano le braccia del paziente &#8211; però stai calmo! Ora ti portiamo all’ospedale con la slitta tirata dalle renne e tutto andrà a posto.”</p>
<p>Nonostante la sirena dell’ambulanza, il lampeggiare della macchina della polizia ed il vocio della piccola folla di curiosi usciti dalle case vicine, nessuna luce si accese nella Villa degli Allori.</p>
<p><map name='google_ad_map_2217_9192ed4453978b71'>
<area shape='rect' href='http://imageads.googleadservices.com/pagead/imgclick/2217?pos=0' coords='1,2,367,28' />
<area shape='rect' href='http://services.google.com/feedback/abg' coords='384,10,453,23'/></map>
<img usemap='#google_ad_map_2217_9192ed4453978b71' border='0' src='http://imageads.googleadservices.com/pagead/ads?format=468x30_aff_img&amp;client=&amp;channel=&amp;output=png&amp;cuid=2217&amp;url= http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2010%2F12%2Fnatalino%2F' /></p>
                            <div id="aspdf" style="float: right;">
                                <a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/as-pdf/generate.php?post=2217">
                                    <span>scarica in pdf</span>
                                </a>
                            </div> 
<span class = "" style = "height: 40px;  "><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.scrivolo.it/2010/12/natalino/&layout=standard&send=false&show_faces=false&width=&action=like&colorscheme=light&locale=it_IT&font=verdana" scrolling="no" frameborder="0" allowTransparency="true" style="border:none; overflow:hidden; width:px; height:40px"></iframe></span>
	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.scrivolo.it/2010/12/natalino/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La fiaba del Bosco degli Abeti</title>
		<link>http://www.scrivolo.it/2009/12/la-fiaba-del-bosco-degli-abeti/</link>
		<comments>http://www.scrivolo.it/2009/12/la-fiaba-del-bosco-degli-abeti/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 22:11:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Beatrix</dc:creator>
				<category><![CDATA[I racconti dell'Avvento]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[abeti]]></category>
		<category><![CDATA[fiaba]]></category>
		<category><![CDATA[natale]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.scrivolo.it/?p=1047</guid>
		<description><![CDATA[Il bosco degli abeti era delimitato a nord da un piccolo corso d’acqua, ad ovest dalla strada principale [<a href="http://www.scrivolo.it/2009/12/la-fiaba-del-bosco-degli-abeti/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton1047" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FGFx1S&amp;via=scrivolo&amp;text=La%20fiaba%20del%20Bosco%20degli%20Abeti&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2009%2F12%2Fla-fiaba-del-bosco-degli-abeti%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2009/12/boscoabeti.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1046" title="boscoabeti" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2009/12/boscoabeti.jpg" alt="" width="512" height="384" /></a></p>
<p>Il bosco degli abeti era delimitato a nord da un piccolo corso d’acqua, ad ovest dalla strada principale che portava al villaggio, a sud e a est da un fitto bosco di lecci. Il villaggio vicino era piccolo ma grazioso, fatto di case dai tetti spioventi per sopportare meglio le fitte nevicate invernali. Ogni casa aveva il suo giardino, e ogni anno, a Natale, ogni famiglia vi esponeva, orgogliosa, il proprio albero addobbato in vario modo. Era una sorta di competizione: tutti cercavano di fare l’albero più bello, e il risultato era che a Natale il villaggio era un vero splendore. Venivano a vederli anche dai paesi vicini, perché in nessun altro luogo se ne potevano ammirare di così belli. Non era solo per via delle decorazioni, erano proprio gli alberi ad avere forme particolarmente belle, le più belle che si fossero mai viste tra gli abeti natalizi. A questo punto avrete già capito che gli splendidi alberi provenivano dal bosco degli abeti, che aveva la particolarità di dare vita a piante dalle forme più strane: ce n’erano a forma di goccia, a spirale, a vite, a cilindro, a cono, a stella. Insomma, per tutti i gusti. E quindi ogni anno gli abitanti del villaggio si recavano nel bosco degli abeti, guardavano, sceglievano i più belli, li tagliavano e li portavano via. Agli inizi di dicembre tra le piante iniziava a diffondersi il panico, perché tutte ormai sapevano che sarebbe avvenuta la consueta mattanza. Gli abeti piccoli piangevano, qualcuno si contorceva cercando di fuggire, ma così facendo prendevano forme sempre più strane e, agli occhi degli uomini, ancora più interessanti.</p>
<p>Ma quell’anno lo Spirito del Bosco decise che era ora di farla finita. Non poteva più sopportare i lamenti degli alberi terrorizzati. Il Consiglio degli Abeti Anziani si riunì e concordò con lo Spirito: era ora di fare qualcosa. Ma cosa? “Ci vorrebbe una magia”- pensò lo Spirito del Bosco. E così decise di recarsi dallo Spirito del Natale, per sentire anche il suo parere. Viaggiò per giorni e giorni, poiché il suo amico viveva all’altro capo del mondo. Poi, finalmente, arrivò. Quando espose il problema allo Spirito del Natale, questi si meravigliò, perché non aveva mai sentito di alberi che si lamentavano perché destinati ad essere addobbati ed ammirati da tutti; anzi, a suo parere avrebbero dovuto fare a gara per essere scelti!!! Lo Spirito del Bosco allora si mise a spiegargli che il suo era un bosco un po’ particolare, fatto di piante particolarmente sensibili e vive, che provavano dolore al momento del taglio e sapevano che essere scelte significava morire. Lo Spirito del Natale rimase dubbioso, ma decise ugualmente di aiutare l’amico; chiamò l’angioletto delle decorazioni natalizie e gli disse di recarsi al bosco degli abeti a risolvere in qualche modo questo problema.</p>
<p>Quando lo Spirito del Bosco tornò dagli abeti preannunciando la venuta dell’angioletto delle decorazioni, gli alberi si sentirono sollevati. Qualche uomo era già stato a perlustrare e diverse piante si erano impressionate. L’angioletto arrivò dopo qualche giorno, tutto trafelato per il lungo viaggio. Si guardò intorno e pensò: “Che bel bosco! Che piante eccezionali! Devo trovare il modo di salvarle”. Si mise subito all’opera. Sorvolò il villaggio diverse volte, lentamente, poi tornò dagli abeti e disse loro: “Ora, qualsiasi cosa succeda, non spaventatevi”. Nei giorni successivi gli abeti iniziarono a deperire: un rametto ingiallito, una punta cadente, le chiome ciondoloni. “Che succede?” si chiesero gli abeti. Ma l’angioletto sembrava scomparso, e nessuno dette loro risposta. Nel giro di una settimana gli alberi erano irriconoscibili, sembravano tutti secchi e vizzi. In realtà, e loro stessi ne erano sorpresi, si sentivano bene. Si guardavano l’uno con l’altro, si prendevano in giro, ridevano di questa strana novità. Era ormai chiaro che c’era lo zampino dell’angelo, e questo li faceva ben sperare.</p>
<p>Quando gli uomini si recarono al bosco per prelevare gli esemplari migliori, si trovarono di fronte ad uno spettacolo tristissimo. Il bosco degli abeti stava morendo. Al villaggio ci fu un gran subbuglio, gli abitanti erano sgomenti. Dove avrebbero trovato alberi di pari bellezza? Fecero venire un dottore forestale, che diagnosticò la presenza di vari parassiti infestanti e dichiarò la situazione senza speranza. Che cosa potevano fare, a questo punto, gli abitanti del villaggio? Pensa e ripensa, alla fine decisero di acquistare per ogni giardino un grosso albero artificiale, di quelli che da tempo si trovavano in vendita nei supermercati. Quindi, armati di forbici, cercarono di farli assomigliare il più possibile agli alberi del bosco. Alla fine del lavoro, i giardini erano, come al solito, bellissimi.</p>
<p>E venne la sera di Natale. Nel villaggio era tutto un luccicare di luci e nastri colorati, e i visitatori di ogni anno ammiravano, come sempre, i bellissimi alberi, con decorazioni elaborate. Allo scoccare della mezzanotte un bagliore illuminò il cielo e una stella cometa dalla lunga coda sembrò cadere nel bosco degli abeti. Tutti si precipitarono per vedere dove fosse finita la stella, ma quando arrivarono rimasero senza fiato: gli abeti erano lì, belli come erano sempre stati, ed erano tutti decorati di luci e palline colorate. Il bosco si era trasformato in un bosco di alberi di Natale. Gli abeti erano felicissimi: si sentivano belli e si vantavano del loro aspetto, felici di essere ammirati dagli uomini. Gli abitanti del villaggio pensarono che fosse un miracolo e alzarono gli occhi al cielo, giusto in tempo per vedere un angioletto dorato volare via tra le nuvole. Da quell’anno in poi i giardini del villaggio non ospitarono più alberi di Natale veri, ma continuarono ad essere ornati con alberi artificiali variamente modificati. Ed ogni anno, da allora, chi passa vicino al villaggio può ammirare uno splendido bosco di abeti dalle forme più strane, che, come per magia, a dicembre diventano alberi di Natale.</p>
<p><map name='google_ad_map_1047_9192ed4453978b71'>
<area shape='rect' href='http://imageads.googleadservices.com/pagead/imgclick/1047?pos=0' coords='1,2,367,28' />
<area shape='rect' href='http://services.google.com/feedback/abg' coords='384,10,453,23'/></map>
<img usemap='#google_ad_map_1047_9192ed4453978b71' border='0' src='http://imageads.googleadservices.com/pagead/ads?format=468x30_aff_img&amp;client=&amp;channel=&amp;output=png&amp;cuid=1047&amp;url= http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2009%2F12%2Fla-fiaba-del-bosco-degli-abeti%2F' /></p>
                            <div id="aspdf" style="float: right;">
                                <a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/as-pdf/generate.php?post=1047">
                                    <span>scarica in pdf</span>
                                </a>
                            </div> 
<span class = "" style = "height: 40px;  "><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.scrivolo.it/2009/12/la-fiaba-del-bosco-degli-abeti/&layout=standard&send=false&show_faces=false&width=&action=like&colorscheme=light&locale=it_IT&font=verdana" scrolling="no" frameborder="0" allowTransparency="true" style="border:none; overflow:hidden; width:px; height:40px"></iframe></span>
	<p class="firma-autore">Beatrix</p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.scrivolo.it/2009/12/la-fiaba-del-bosco-degli-abeti/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

