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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Archivio per la categoria I racconti dell’Avvento

Dialogo di Natale

“Guarda chi si rivede!”

“Ti avevamo dato per disperso… torni dalla tundra?”

“Però non te la sei passata male, sembri lo stesso di trent’anni fa!”

“Bello sforzo, con l’anima di ferro che si ritrova!”

“Beh, amici, vedo che non siete cambiati neanche voi… i soliti burloni… però qualcuno della vecchia compagnia manca, o mi sbaglio?”

“Hai ragione, purtroppo. Ma perché guastare questa bella occasione parlando di chi è finito nella spazzatura… tutto passa… neanche noi che non siamo vivi possiamo aspirare all’eternità.”

“Però passiamo di generazione in generazione, se ci trattano con un po’ di garbo.”

“L’Arrotino ha ragione – disse il Cammello – dipende da come veniamo conservati. Io lo posso ben dire perché sono il più anziano, ricordo ancora il Natale del 1946…”

“Risparmiaci la tua storia – lo interruppe il Puntale – la sappiamo tutti!”

“Magari l’Albero finto, dopo trent’anni, non la ricorda più – proseguì imperturbabile il Cammello – dunque, ero esposto nella vetrina di una cartoleria nel vicolo della Stufa e il bisnonno dei nostri ospiti entrò per comprare le statuine del presepe: voleva fare una sorpresa ai figli. Un bel regalo perché, nel dopoguerra, giravano pochi quattrini e quelli che c’erano servivano per mangiare e risuolare le scarpe. Il negoziante era un uomo generoso e mi diede in omaggio, con tre pecore. E sono ancora qui!”

“Sfido che ti tengono di conto! ormai sei un pezzo d’antiquariato: gesso dipinto a mano! – disse il Puntale – i miei predecessori di vetro erano altrettanto preziosi ma delicati e hanno avuto vita breve. Per fortuna io sono infrangibile!”

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Rosanna Bogo

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Mario e Luigi

«Mario!», disse una voce d’uomo nella strada affollata di persone a caccia degli ultimi regali di Natale.

Mario aveva sentito chiamare ma non pensava si rivolgessero a lui: aveva un nome comune e lì, in quella città, non conosceva nessuno.

«Mario!!» insisté la voce, un po’ più vicina; Mario dette una veloce occhiata in giro ma, a causa di una sua parziale sordità all’orecchio destro, non fu in grado di stabilire da dove provenisse il richiamo. E poi, chi mai poteva essere? Cercavano di certo qualcun altro.

«Mario, finalmente! Ma non mi hai sentito?» disse la voce accanto a lui, mentre una mano senza guanti gli batteva sulla spalla. Mario si dovette fermare per forza e si voltò per capire chi era che lo aveva riconosciuto. Ci mise qualche secondo: possibile, Luigi? «Luigi, quanto tempo, come stai?» e strinse la mano al sessantenne minuto, i capelli a spazzola ormai completamente bianchi, la faccia grinzosa con due occhi celesti ancora vivacissimi.

Luigi lo volle addirittura abbracciare, bloccando il passeggiare svelto di chi li circondava; per un po’ sembrarono entrambi emozionati. Mario si riprese; rimise velocemente le mani nelle tasche del giaccone «Devo aver lasciato i guanti in macchina» fece a Luigi «e stasera fa un bel freddo! Vieni, andiamo a scaldarci» ed entrò in uno dei bar più ‘in’ del corso. Luigi lo seguì ma, mentre Mario si dirigeva al bancone, Luigi prese posto ad un tavolo libero, un po’ in disparte.

Mario fece retromarcia. «Ecco, ora si siede anche al tavolo» pensò preoccupato. «Cosa prendi?» «Un cioccolato bollente con panna e biscotti: mi sembra l’ideale no? Così ci scaldiamo!» «Un cioccolato…» «..con panna!» « ..con panna e dei biscotti e un decaffeinato» ordinò svelto al cameriere che si era avvicinato, solerte.

«Un decaffeinato?» fece Luigi. «Eh sì, ormai… il cuore, sai… non va più tanto bene» rispose Mario.

«Ma insomma, dimmi di te, sono 5 o 6 anni che non ci vediamo più. Sei sempre a Firenze? Che ci fai qui, in provincia?» Mario aveva bevuto rapidamente il suo caffè, sperando che anche Luigi facesse in fretta. Luigi, invece, si era messo con calma a zuppare un biscotto nella cioccolata bollente, di cui aveva assaggiato golosamente un paio di cucchiaini, colmandoli di panna. Guardava il liquido scuro e viscoso e mordeva la parte terminale del biscotto con avidità, viziosamente, gustandone in bocca tutto il calore e la mollezza.

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Dr J. Iccapot

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Solo per amore

Il pastorello dalla giacca rossa si stiracchiò e si stropicciò gli occhi. Come dargli torto, dopo un anno intero di buio, rinchiuso con gli altri dentro una scatola? Dovete sapere che le statuine del presepe sono magiche. Vivono per circa tre settimane, poi dormono per un anno. E quando sono al loro posto, nel pavimento di muschio, se ne stanno immobili e silenziose tutto il giorno. Solo quando cala la notte e tutte le luci si spengono dentro le case, allora iniziano a muoversi e a chiacchierare. Le loro voci sono bisbigli che gli adulti non sentono e che solo i bambini speciali, certe volte, riescono ad udire nel nero della notte.

Il nostro pastorello, dunque, si guardò intorno con curiosità per vedere se qualche nuovo personaggio era venuto ad aggiungersi a quelli degli anni precedenti. Quell’anno la scena era più grande: c’era un ruscello di carta stagnola che attraversava il campo e dietro alla capanna era stata costruita una parete di roccia, con un sacco di lucine a far da cielo stellato. “Bel posto” pensò il pastorello. Dall’osteria, alle sue spalle, giungeva la voce dell’oste che serviva i soliti clienti. C’era il pastore più vecchio con l’inseparabile bastone, la lavandaia con la cesta dei panni da lavare al ruscello, il contadino con la sacca del grano, il giovinetto col cappello in mano.

Laggiù, oltre il fiume, una fanciulla nuova di zecca portava in equilibrio sulla testa una brocca con dell’acqua. “Ohi ohi” mormorava “povera me! Quanto pesa questa brocca! Come sono stata sfortunata!”

Il pastorello aveva un buon cuore e questa frase lo turbò. Si sporse per vedere meglio la fanciulla. Era bellissima, con un vestitino azzurro come gli occhi di un angelo e gli occhi verdi come la prateria.

“Ohi ohi” continuava a lamentarsi “ohi ohi la mia povera testa..”

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Beatrix

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Il regalo più gradito

Un racconto di Donatella Quaranta.

“Che brutto tempo!” pensò Linda guardando fuori dalla finestra della sua stanza.

In quel pomeriggio di fine autunno il cielo plumbeo proiettava i suoi riflessi grigiastri sul giardino, rendendo uniforme e incolore il paesaggio. Il vento intenso agitava le fronde di un giovane arancio e, mutando continuamente direzione, strappava dal vecchio noce le ultime foglie avvizzite che, cadendo, senza toccare il suolo, sollevate dai refoli, formavano dei mulinelli qua e là.

Seduta allo scrittoio, Linda giocherellava distrattamente con la matita, immersa nei suoi pensieri.

Aveva aperto il quaderno per svolgere gli esercizi assegnati: due problemi di aritmetica da risolvere. Ma non aveva voglia di fare i compiti.

Da quando la sua mamma era volata in cielo, fare qualsiasi cosa era diventato mille volte più pesante. Senza il suo sorriso, o le sue parole dolci che le davano calore e sollievo, tutto le sembrava duro e faticoso. Anche i compiti scolastici.

Aveva otto anni, soltanto otto anni! Non riusciva a spiegarsi perché alla sua mamma era stato chiesto di andare in cielo e lasciare lei e la sorellina sulla terra, prive del suo affetto, nonostante fossero ancora così piccole! E poi… tra pochi giorni sarebbe stato Natale… il primo Natale senza l’adorata mammina…

Nell’atrio della scuola era stato collocato un abete alto alto. Era stato addobbato con un’ infinità di nastri argentati, con mille sfere colorate e tante lucette bianche intermittenti. Uno splendore.

Come ogni anno, ciascun bimbo, alunno della scuola, avrebbe dovuto scrivere una letterina a Babbo Natale. Le maestre avrebbero appeso ogni letterina all’albero, legandola con un nastrino rosso. L’albero si sarebbe arricchito dei desideri dei bambini, racchiusi in decine e decine di bigliettini.

Anche a Linda era stato chiesto di scrivere la letterina, ma da subito si era dimostrata restìa. Quest’ anno, a differenza degli anni precedenti, non aveva alcuna intenzione di avanzare richieste a Babbo Natale. Non era nella disposizione d’animo adatta.

“Non scriverò quella stupida letterina a Babbo Natale! Non mi va!” pensò, mentre due lacrimoni le rigavano le guance. “Tanto so già che Babbo Natale, quest’anno, non potrà esaudire il mio desiderio! Lui può solo portarmi i giocattoli in plastica, le bambole, i peluche, ma non una persona vera! Invece l’unica cosa che vorrei potergli chiedere è di riportarmi indietro la mia mamma! Ma so che è impossibile”.

Aprì il cassetto alla sua sinistra e tirò fuori un piccolo quadernetto con la copertina di tessuto beige con i fiorellini stampati. Era un diario segreto, con tanto di lucchetto e chiave.

“Serve per annotare i pensieri che attraversano la nostra testa e che non abbiamo voglia di rivelare agli altri” le aveva detto la zia quando glielo aveva regalato. “Il diario è un ottimo amico, potrai confidargli ciò che senti, le tue riflessioni, le tue idee e i tuoi desideri. Lui conserverà tutto ciò che scriverai e sarà muto come un pesce!”.

Linda aveva apprezzato il dono e, ultimamente, faceva ricorso spesso al suo piccolo amico.

Aprì il diario e rilesse ciò che aveva scritto il giorno prima: “Ho sentito in tv che tra pochi anni potrebbe esserci la fine del mondo. Se succedesse, sarei davvero contenta. Non perché io voglia morire, solo perché in questo modo potrei rivedere presto la mia mamma!”.

Linda non scrisse la letterina, non chiese nulla a Babbo Natale e la vigilia di Natale andò a letto, come tutte le altre sere, al solito orario.

All’improvviso una luce sfavillante riempì la sua cameretta come se fosse stata illuminata da migliaia e migliaia di candele. Tutto intorno a lei scintillava. Una sfera bianca luminosissima, della dimensione di una pallina da tennis, ricca di filamenti penduli che si flettevano oscillando, danzava per la stanza. La sfera si avvicinò lentamente a Linda, si posò sul guanciale e, repentinamente, assunse la forma di un bellissimo angelo. Era un angelo di luce bianca, abbagliante, con due ali bellissime e imponenti. Battendole lentamente e continuamente, l’angelo si avvicinò all’orecchio di Linda e le disse: “non essere triste piccola Linda, non sei sola. La tua mammina veglia sempre su di te, qualunque cosa tu faccia. Ti è sempre vicina e lo sarà in ogni momento in cui avrai bisogno di lei. Quando sei stanca, quando ti senti sola, rivolgi a lei il tuo pensiero e vedrai che tutto ti sembrerà più leggero e più semplice. Sorridi perché lei ti vuol bene e ti protegge”.

Linda sussultò e… si svegliò. Aveva sognato, ed era stato un bellissimo sogno. Una ventata d’aria fresca le colpì il viso, un soffio, un alito di vento, il battito d’ala di un angelo… Un largo sorriso si disegnò sulle sue labbra. Si raggomitolò tra le coltri e si riaddormentò.

La mattina di Natale le telefonò la zia, per dirle che, anche senza letterina, Babbo Natale aveva deciso comunque di lasciarle dei doni. Le cuginette l’avrebbero aspettata per aprire i regali.

Linda andò dalla zia, aprì il suo dono e ringraziò col sorriso sulle labbra.

Quel sorriso non fu solo un sorriso di cortesia ma, in cuor suo, un sorriso di felicità per un regalo più grande e importante che aveva già ricevuto: quello notturno, il regalo più gradito.

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L’apocrifo dell’oste

La cometa di Halley nel 1910

L’oste irruppe nella cucina, satura di odori, vapore e fuliggine, come una folata di vento.

“Tre zuppe di farro, un piccione ben cotto e due frittate. Di corsa! Ah, sì, anche una scodella di lenticchie calde.”

“E come si chiama il tuo cliente, padrone, Esaù?” disse Shimon per far ridere le sguattere.

“No, micragna. Non può permettersi di aggiungere al contorno neanche un uovo. E il pane e l’olio li ha portati da casa – ribatté l’oste, sempre pronto allo scherzo – ma invece di fare tanto lo spiritoso, fannullone, passami lo schidione con gli uccelletti…la zuppa di certo non toglierà la fame a quei tre giovanotti che vengono dalla Galilea. Hanno l’aria di non mangiare da giorni.”

“Ma avranno denaro per pagare?” chiese la moglie dell’oste. Negli ultimi tempi, con tutti gli stranieri che giravano in paese, capitava spesso che qualcuno approfittasse della confusione per svignarsela senza regolare il conto.”

“Per chi mi hai preso, donna! Mi sono fatto mostrare il loro tesoretto, basta per la cena e l’alloggio. Passeranno la notte sui pagliericci che stanno nel corridoio grande.”

“Sistemazione regale!” commentò Shimon.

“Lo puoi ben dire, sciocco! Anche se girassero tutte le locande del circondario stanotte non troverebbero un buco per dormire, al massimo potrebbero chiedere ospitalità ai pastori che bivaccano all’aperto.”

“Davvero non c’è più posto?” chiese Deborah, la figlia dell’oste, entrando in cucina. Era uscita per andare a prendere da un vicino una forma di cacio.

“Niente di niente: ho dato via anche la stanza delle serve: si arrangeranno qui in cucina” sentendo la notizia le sguattere protestarono, ma a bassa voce.

“Non fate tante storie, galline spennate, si tratta di una situazione d’emergenza! e tu Deborah, aiutami a portare di là le scodelle.”

Appena i clienti gli concessero un attimo di tregua, l’oste chiamò la figlia.

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Rosanna Bogo

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Un Natale esotico

23 dicembre

Carlo entrò nella stanza senza fretta, posò delicatamente la valigia sul letto e l’aprì: la prima cosa da fare, si disse, era rendere ‘natalizia’ quell’anonima camera d’albergo.

Dal suo piccolo trolley a prova di bagagliaio d’aereo estrasse lentamente un oggetto, avvolto alla meno peggio nella carta velina.

“I doganieri si sono comportati proprio male – pensò, guardando con aria preoccupata l’informe pacchetto – hanno strappato la confezione senza alcun riguardo… forse è anche colpa mia, dovevo mettere l’avviso ‘handle with care’, per sicurezza”.

Poi, maneggiando con attenzione l’involucro, cominciò a togliere i fogli di protezione, uno ad uno, finché da quell’ammasso di carta non saltò fuori un alberino di Natale ripiegato ad ombrello.

Non un moderno gadget di plastica ‘made in China’, ma un’accurata imitazione della natura, un abete mignon con appesi innumerevoli vetri di Murano colorati raffiguranti animali, fiori, sfere e stelle.

Carlo possedeva quell’insolito oggetto fin dall’infanzia: era un regalo che i nonni, stanchi di sentirlo chiedere ogni Natale un albero come quello degli altri bambini, gli avevano portato da Venezia.

All’epoca la nordica moda di Santa Claus e dell’abete decorato aveva già attecchito in tutto il Paese ma in casa di Carlo, per principio, si continuava a fare solo il presepe.

Non però un presepe qualsiasi: ai primi di dicembre tutti i membri della famiglia, escluso Carlo, iniziavano a montare in salotto un enorme plastico che, di anno in anno, conquistava spazio arricchendosi di nuovi personaggi e scenari.

I genitori, i nonni ed il fratello, con la scusa di rappresentare la nascita di Gesù nella Palestina occupata dai Romani, per quindici giorni davano libero sfogo alle loro fantasie, ricreando un minuscolo universo fuori dal tempo e dalla storia. La Sacra Famiglia, di solito, finiva relegata in un angolo e, in quel coacervo di case, taverne, soldati, acquaiole, pecore, pastori, cammelli e artigiani intenti alle più varie attività nel pieno della Notte Santa, la grotta della Natività si riconosceva solo per la Cometa che sovrastava l’ingresso del misero ricovero di Giuseppe e Maria.

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Rosanna Bogo

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Natale 2010

“Vieni a vedere, Zark, credo di avere trovato qualcosa di interessante.”

“Davvero? Io sono incollato qui da tre ore e non ho ancora visto nulla degno di essere guardato.”

“E’ davvero un record particolare. L’ho ripulito e ora mi sembra presentabile.”

“Darò solo un’occhiata, Idik, ho ancora un po’ di lavoro arretrato da smaltire.”

Zark si alzò malvolentieri dalla sua postazione operativa: Idik era imbattibile quando si trattava di trovare immagini bizzarre e, di certo, anche questa volta aveva scovato un’inedita curiosità.

Non provava nei suoi confronti sentimenti di invidia o gelosia professionale però, ogni volta che Idik gli annunciava una scoperta divertente, non poteva fare a meno di irritarsi. E a nulla serviva pensare che i successi del collega erano dovuti solo al caso o ripetersi che quel frivolo genere di indagini non aveva alcun rapporto con le loro mansioni ordinarie.

A parte questo piccolo punto di attrito, i rapporti tra Idik e Zark si potevano definire amichevoli.

Da anni lavoravano fianco a fianco nel Centro di Implementazione, scandagliando lo sterminato archivio dell’istituto a caccia di dati scientifici rilevanti. Ogni giorno dovevano valutare lotti standard di record, estrarre e classificare i contenuti giudicati interessanti, eliminare le informazioni inutili: un’attività decisamente noiosa, di routine, perché quasi tutto il materiale esaminato apparteneva alla categoria “spazzatura”.

Gli analisti del Centro, navigando in un oceano di dati, spesso si imbattevano in notizie prive di importanza ma insolite e così, per vincere il tedio, avevano inventato il concorso dell’acchiappasciocchezze.

I partecipanti, alla fine dell’anno, depositavano nella cartella delle “sciocchezze” una copia dell’unità archivistica scartata che ritenevano più curiosa e una giuria di dieci membri, esaminati i record in gara, eleggeva il vincitore. I giudici, scelti dal computer tra i dipendenti amministrativi, in caso di parità procedevano al sorteggio.

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Rosanna Bogo

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La farina del diavolo

Fin dal primo mattino la giornata si annunciava fredda e umida. Non pioveva ma, lungo il viale alberato, grosse gocce d’acqua sospese alla punta delle ultime foglie ingiallite, scosse dal vento, cadevano sui passanti: anche se il cielo era azzurro cristallino qualcuno apriva l’ombrello, incurante di apparire ridicolo, ma i più sopportavano stoicamente il fastidioso stillicidio. Quasi tutti facevano una breve sosta al piccolo chiosco che si trovava a metà del viale: era l’unica rivendita di giornali nei paraggi e la più vicina al capolinea dei tram urbani.

Ugo, l’edicolante, già alle cinque e mezzo alzava il bandone. A quell’ora non si vedevano finestre illuminate, le macchine attendevano immobili nei parcheggi, le strade apparivano vuote e silenziose: la città dormiva ma l’invisibile popolo dei mattinieri era già in marcia ed i clienti non mancavano. Padroni di cani, pendolari a lungo raggio, infermiere, guardie notturne, operai turnisti, qualche anziano sveglio dalle quattro…ormai Ugo li conosceva uno per uno e sapeva in anticipo il giornale che avrebbero chiesto, così allungava subito il quotidiano, risparmiando agli involontari insonni il disturbo di aprire bocca. Non sembravano davvero in vena di conversare.

Appena il viale si svuotava Ugo scaricava il suo camioncino, portava all’aperto gli espositori e metteva in ordine il banco. Poi si sedeva, pronto a fronteggiare l’ondata dei lavoratori dipendenti: insegnanti, impiegati di uffici pubblici e privati, commessi dei negozi del centro.

Non erano clienti facili: sempre preoccupati di non arrivare in tempo alla fermata del tram, si spazientivano quando indugiava un attimo prima di dare il resto e rumoreggiavano se qualcuno si metteva a scegliere una rivista.

In certi momenti davanti al chiosco si ammassava una piccola folla e i più disinvolti, approfittando della confusione, non aspettavano il proprio turno per farsi servire: gli scavalcati a volte reagivano al sopruso e così scoppiavano improvvisi diverbi che però cessavano quasi subito: i litiganti dovevano correre a prendere l’autobus.

Ugo non capiva per quale motivo i clienti delle sette e trenta fossero ogni giorno in lotta con l’orologio. Non potevano uscire dal letto dieci minuti prima e raggiungere tranquillamente la fermata dell’autobus, dedicando all’acquisto del giornale il tempo necessario?

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Rosanna Bogo

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Natalino

La Villa degli Allori, in apparenza, non era molto diversa dalle altre case del quartiere “liberty”, un’enclave borghese nata agli inizi del ‘900 in un’amena località fuori porta e divenuta, con il passare del tempo, una piccola oasi di verde in un deserto di anonimi condomini di periferia.

Osservata da vicino la Villa rivelava però un carattere del tutto particolare: lo stile floreale non si manifestava solo negli elementi decorativi, nelle porte, nei lampioni, nelle vetrate: tutto l’edificio era un omaggio alla linea curva, un bizzarro connubio tra raffinatezza “Art Nouveau” e neoprimitivismo alla Gaudì. Il grande cancello in ferro battuto sembrava un intreccio inestricabile di rami, la scalinata sinuosa che conduceva all’ingresso aveva l’aspetto di una misteriosa stalagmite e, al di sopra della fitta siepe d’alloro che delimitava il giardino, si intravedeva la cupola orientaleggiante di un gazebo in ghisa.

Lino non viveva da quelle parti ma, per andare al lavoro, doveva raggiungere la fermata del 17 che si trovava proprio di fronte alla Villa. Quasi sempre l’autobus  si faceva attendere e così, per vincere la noia, aveva preso l’abitudine di guardare lo strano edificio: ogni giorno gli sembrava di scoprire un nuovo particolare e si chiedeva se anche l’interno fosse altrettanto fantasioso. Il fogliame metallico del cancello, le finestre simili a surreali vegetali, le grondaie decorate con animali fantastici, i mosaici fioriti del marcapiano lo affascinavano. La Villa pareva disabitata, ma spesso le serrande erano alzate e, ogni mattina, una donna dall’aria dimessa, di certo una domestica, entrava da una porticina laterale del giardino.

Lino a volte fantasticava di essere il padrone di quella casa, immaginava di camminare attraverso le sue innumerevoli stanze, di prendere il caffè nel gazebo, di affacciarsi al balcone con la ringhiera a forma di labirinto: nel suo sogno ad occhi aperti indossava un impeccabile completo bianco con un elegante panama e, mordicchiando un avana, guardava con commiserazione i poveri mortali, sul marciapiede di fronte, in attesa di un omnibus perennemente in ritardo.

Nella vita reale Lino abitava con i genitori in un modesto edificio ex INA-Casa. L’appartamento era decoroso, ma arredato in modo dozzinale. La madre amava i centrini fatti a macchina, i fiori di plastica, i soprammobili di finta porcellana, il padre sosteneva che il vecchio mobilio era ancora buono e si rifiutava di sprecare quattrini per inutili “bellurie”.

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Rosanna Bogo

La fiaba del Bosco degli Abeti

Il bosco degli abeti era delimitato a nord da un piccolo corso d’acqua, ad ovest dalla strada principale che portava al villaggio, a sud e a est da un fitto bosco di lecci. Il villaggio vicino era piccolo ma grazioso, fatto di case dai tetti spioventi per sopportare meglio le fitte nevicate invernali. Ogni casa aveva il suo giardino, e ogni anno, a Natale, ogni famiglia vi esponeva, orgogliosa, il proprio albero addobbato in vario modo. Era una sorta di competizione: tutti cercavano di fare l’albero più bello, e il risultato era che a Natale il villaggio era un vero splendore. Venivano a vederli anche dai paesi vicini, perché in nessun altro luogo se ne potevano ammirare di così belli. Non era solo per via delle decorazioni, erano proprio gli alberi ad avere forme particolarmente belle, le più belle che si fossero mai viste tra gli abeti natalizi. A questo punto avrete già capito che gli splendidi alberi provenivano dal bosco degli abeti, che aveva la particolarità di dare vita a piante dalle forme più strane: ce n’erano a forma di goccia, a spirale, a vite, a cilindro, a cono, a stella. Insomma, per tutti i gusti. E quindi ogni anno gli abitanti del villaggio si recavano nel bosco degli abeti, guardavano, sceglievano i più belli, li tagliavano e li portavano via. Agli inizi di dicembre tra le piante iniziava a diffondersi il panico, perché tutte ormai sapevano che sarebbe avvenuta la consueta mattanza. Gli abeti piccoli piangevano, qualcuno si contorceva cercando di fuggire, ma così facendo prendevano forme sempre più strane e, agli occhi degli uomini, ancora più interessanti.

Ma quell’anno lo Spirito del Bosco decise che era ora di farla finita. Non poteva più sopportare i lamenti degli alberi terrorizzati. Il Consiglio degli Abeti Anziani si riunì e concordò con lo Spirito: era ora di fare qualcosa. Ma cosa? “Ci vorrebbe una magia”- pensò lo Spirito del Bosco. E così decise di recarsi dallo Spirito del Natale, per sentire anche il suo parere. Viaggiò per giorni e giorni, poiché il suo amico viveva all’altro capo del mondo. Poi, finalmente, arrivò. Quando espose il problema allo Spirito del Natale, questi si meravigliò, perché non aveva mai sentito di alberi che si lamentavano perché destinati ad essere addobbati ed ammirati da tutti; anzi, a suo parere avrebbero dovuto fare a gara per essere scelti!!! Lo Spirito del Bosco allora si mise a spiegargli che il suo era un bosco un po’ particolare, fatto di piante particolarmente sensibili e vive, che provavano dolore al momento del taglio e sapevano che essere scelte significava morire. Lo Spirito del Natale rimase dubbioso, ma decise ugualmente di aiutare l’amico; chiamò l’angioletto delle decorazioni natalizie e gli disse di recarsi al bosco degli abeti a risolvere in qualche modo questo problema.

Quando lo Spirito del Bosco tornò dagli abeti preannunciando la venuta dell’angioletto delle decorazioni, gli alberi si sentirono sollevati. Qualche uomo era già stato a perlustrare e diverse piante si erano impressionate. L’angioletto arrivò dopo qualche giorno, tutto trafelato per il lungo viaggio. Si guardò intorno e pensò: “Che bel bosco! Che piante eccezionali! Devo trovare il modo di salvarle”. Si mise subito all’opera. Sorvolò il villaggio diverse volte, lentamente, poi tornò dagli abeti e disse loro: “Ora, qualsiasi cosa succeda, non spaventatevi”. Nei giorni successivi gli abeti iniziarono a deperire: un rametto ingiallito, una punta cadente, le chiome ciondoloni. “Che succede?” si chiesero gli abeti. Ma l’angioletto sembrava scomparso, e nessuno dette loro risposta. Nel giro di una settimana gli alberi erano irriconoscibili, sembravano tutti secchi e vizzi. In realtà, e loro stessi ne erano sorpresi, si sentivano bene. Si guardavano l’uno con l’altro, si prendevano in giro, ridevano di questa strana novità. Era ormai chiaro che c’era lo zampino dell’angelo, e questo li faceva ben sperare.

Quando gli uomini si recarono al bosco per prelevare gli esemplari migliori, si trovarono di fronte ad uno spettacolo tristissimo. Il bosco degli abeti stava morendo. Al villaggio ci fu un gran subbuglio, gli abitanti erano sgomenti. Dove avrebbero trovato alberi di pari bellezza? Fecero venire un dottore forestale, che diagnosticò la presenza di vari parassiti infestanti e dichiarò la situazione senza speranza. Che cosa potevano fare, a questo punto, gli abitanti del villaggio? Pensa e ripensa, alla fine decisero di acquistare per ogni giardino un grosso albero artificiale, di quelli che da tempo si trovavano in vendita nei supermercati. Quindi, armati di forbici, cercarono di farli assomigliare il più possibile agli alberi del bosco. Alla fine del lavoro, i giardini erano, come al solito, bellissimi.

E venne la sera di Natale. Nel villaggio era tutto un luccicare di luci e nastri colorati, e i visitatori di ogni anno ammiravano, come sempre, i bellissimi alberi, con decorazioni elaborate. Allo scoccare della mezzanotte un bagliore illuminò il cielo e una stella cometa dalla lunga coda sembrò cadere nel bosco degli abeti. Tutti si precipitarono per vedere dove fosse finita la stella, ma quando arrivarono rimasero senza fiato: gli abeti erano lì, belli come erano sempre stati, ed erano tutti decorati di luci e palline colorate. Il bosco si era trasformato in un bosco di alberi di Natale. Gli abeti erano felicissimi: si sentivano belli e si vantavano del loro aspetto, felici di essere ammirati dagli uomini. Gli abitanti del villaggio pensarono che fosse un miracolo e alzarono gli occhi al cielo, giusto in tempo per vedere un angioletto dorato volare via tra le nuvole. Da quell’anno in poi i giardini del villaggio non ospitarono più alberi di Natale veri, ma continuarono ad essere ornati con alberi artificiali variamente modificati. Ed ogni anno, da allora, chi passa vicino al villaggio può ammirare uno splendido bosco di abeti dalle forme più strane, che, come per magia, a dicembre diventano alberi di Natale.

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Beatrix

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: [download id=”52″]

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Dr J. Iccapot