Monsignor Rudolph bussò educatamente alla porta: due colpi secchi, come d’abitudine. Attese qualche secondo prima di girare la maniglia ed entrare nello studio; non doveva aspettare il “Transite!”, come da protocollo: il Santo Padre gli aveva accordato questo permesso speciale, era il suo segretario e il prelato più vicino al Pontefice godeva sempre di qualche piccolo privilegio.

Il Papa era seduto in poltrona e leggeva, come di solito a quell’ora. Una disciplina ferrea e le abitudini di tutta una vita regolavano ogni sua attività; il sant’uomo sollevò lo sguardo verso il segretario. “Siamo pronti, Santità” rispose il monsignore allo sguardo interrogativo; il Papa inserì un segnalibro nel volume che stava leggendo, ma non lo chiuse, si limitò a spostare il braccio girevole del leggio per potersi alzare dalla poltrona dove stava sprofondato da più di un’ora. Rileggersi Sant’Agostino era per lui un vero piacere e da pochi minuti aveva affrontato il breve scritto “De Divinatione daemonum”: tre o quattro paginette ma quanta densità in quello scritto!

Piegò gli occhiali da lettura e li ripose nella custodia damascata che infilò con cura nella tasca della pesante giacca da camera. Facendo forza sulle braccia, le gambe ormai non lo reggevano più, si alzò. Vide che monsignor Rudolph, preoccupato, si era mosso con l’intenzione di dargli una mano ma lo bloccò con un’occhiata. Doveva farcela da solo: cos’erano le sue misere sofferenze in confronto di quelle che nostro Signore aveva provato per noi?

Finalmente in piedi, scivolò stancamente le pantofole rosse sul grande tappeto dello studio, avviandosi verso la porta, seguito da vicino dal buon segretario che, ormai da mesi, accompagnava con lo sguardo titubante ogni passo che lui faceva, pronto a dargli una mano o a liberarlo di qualche inciampo, se ne fossero presentati.

La mano del Pontefice, ancora asciutta e ferma, chiuse la grande porta; ci fu un rimbombo per tutto il vasto corridoio che percorsero poi lentamente in tutta la sua lunghezza sino alla porta dell’ascensore; quando ne furono all’interno fu il segretario a premere il pulsante del piano.

“Non ha preso il bastone, Santo Padre” gli rimproverò, dolcemente, il fedele segretario “dobbiamo fare un lungo percorso a piedi…”

“Lo so figliolo ma da quello che mi dite non sarà questa la maggior fatica della giornata”. Il Vecchio affrontava la prova con un distacco e una serenità che stupivano il giovane prelato. “Che grand’uomo – pensò tra sé, con ammirazione – io in questa situazione, il Signore mi perdoni, avrei tanta paura, e non solo per me”. Continuarono lentamente a scendere: lo sguardo del Papa era fisso sulla pulsantiera, quello del segretario passava dal volto del Vecchio a un punto indefinito sopra le Sue spalle. “Sta pregando – pensò il Papa – e sicuramente sta pregando per me: è un buon figliolo.”

La porta dell’ascensore si aprì lentamente; uscirono e si misero a percorrere un altro corridoio, interminabile.

“Che pace, che silenzio qui dentro. E che agitazione, Signore, nel mio cuore! Non sono degno…”

Tutto aveva avuto inizio verso la metà del secolo precedente, quando un brivido percorse la schiena di milioni di uomini: i Sovietici avevano mandato in orbita un satellite artificiale attorno alla Terra; il Signore aveva creato la Luna ma quei Comunisti, quegli Atei maledetti, per sentirsi simili a Dio avevano realizzato, con le loro mani e la loro intelligenza invidiosa, un’altra luna artificiale per la Terra.

Quel giorno nelle stanze della Santa Sede mille voci: paura, catastrofiche previsioni per un futuro senza Dio, si rincorrevano pensieri più preoccupati. In tutte le diocesi del mondo furono organizzate veglie di preghiera per la salvezza dei Cristiani e dell’Umanità intera.

Passati i primi mesi di sgomento, un’idea, dapprima informe, si sviluppò nella mente di qualche scienziato; la Santa Sede ne percepì immediatamente la grandezza e il pericolo: se le sonde spaziali, se i voli dell’Uomo lontano dalla Terra avessero messo l’Umanità in contatto con esseri diversi, con Alieni, questo avrebbe potuto incrinare la Fede in un Dio, Uno e Indivisibile, Creatore e Signore dell’Universo? La domanda che ci si poneva era affatto nuova, teologi di grandissima fama furono chiamati a dibattere la questione, alla luce di quanto i più saggi, i Padri della Chiesa, avevano scritto e testimoniato nelle loro antiche speculazioni.

La Chiesa aveva superato, come barchetta in una procella, mille burrasche ed era lì, viva, a testimoniare la Fede in quel Dio che, due millenni prima, si era sacrificato per noi; questa era forse solo una nuova prova?

Il Papa di allora, prudentemente e con l’oculatezza e la preveggenza che si confacevano al suo ruolo, creò il Santo Ufficio della Fede Universale, una organizzazione transnazionale che, forte di un piccolo numero di fidati prelati con sperimentate competenze nelle scienze fisiche, avrebbero dovuto affiancare i Teologi nell’affrontare la questione che ogni mese si faceva più pressante.

Utilizzando numerose università, sparse nel mondo e alcuni famosi osservatori astronomici, primo fra tutti quello di Tucson, durante i decenni la Santa Sede si dotò di un’agguerrita squadra di ricercatori che, fidati e con una rete di contatti in tutto il mondo della Scienza, sviluppò il “Progetto Creazione” in grandissimo segreto.

Per molto tempo non fu certa la strada da seguire: si speculò, ci si riunì, si fecero piani che non raggiunsero mai un grado di concretezza sufficiente, poi, con l’evoluzione della tecnica e sotto gli auspici della Commissione Papale, si capì che la strada da seguire era quella che gli americani avevano intrapreso col Progetto Seti, la ricerca di intelligenze extraterrestri.

Gli scienziati vaticani, che avevano ed hanno riconosciuta fama mondiale, cominciarono ad affiancarsi al progetto, misero a disposizione i loro mainframe per l’analisi dei dati che venivano raccolti dalle antenne di Arecibo prima e poi dai vari VLA di radiotelescopi nel mondo. Ma i dati che analizzavano, e altri che gestivano direttamente, seguivano le direttive di un progetto ben diverso. Le ore di ‘osservazione’ che gli astrofisici e gli informatici vaticani sfruttavano, utilizzando la rete di radio telescopi mondiali e alcuni dei satelliti della NASA, al cui lancio e alla progettazione avevano contribuito coi loro studi e con un notevole finanziamento (a che serve una banca vaticana se non per dare a nostro Signore la maggior visibilità possibile, in un mondo di atei e peccatori?), quell’immane lavoro aveva uno scopo che era noto solo a loro e di cui non avrebbero fatto mai cenno a nessuno.

Si trattava dunque di ‘comunicare’ e di comunicare ‘lontano’, non solo di ascoltare, come facevano gli americani. Bisognava trovare il modo, sconosciuto alla fisica mondiale, di superare lo spazio e il tempo, di arrivare ad ‘ascoltare’ quello che era successo al momento della Creazione.

Nel segreto delle stanze vaticane e di alcuni centri di ricerca negli Stati Uniti e in Inghilterra, il progetto si sviluppava anno dopo anno; ogni decennio la tecnologia faceva progressi impensabili e qualcuno vedeva ormai dietro la porta, se non il successo, almeno il primo degli esperimenti positivi.

Con i grandi balzi in avanti che aveva fatto l’informatica, nei primi decenni del terzo millennio si comprese che il contatto era ormai vicino. Il Papa in carica era anziano già alla sua nomina, ma era uno studioso, sia pure di teologia, di fama mondiale. Uno dei primi impegni che scoprì di avere fu quello di imparare quanto necessario di informatica; fu un lavoro lungo, che richiese molte ore di esercitazioni e prove e che vide per la prima volta, sul comodino della camera di un Pontefice, accanto alla Bibbia, anche un tablet. Il Papa, messo a conoscenza del progetto segreto al momento della sua nomina, ne rimase affascinato e preoccupato. Sì, la sua fede era incrollabile, ma la Fede deve prevalere sulla Scienza (pensava) e ora si trovava a combattere in una situazione nuova: la Scienza poteva avere la prevalenza sulla Fede. Cosa sarebbe successo? E perché doveva capitare proprio a lui?

“Allontana da me l’amaro calice” pensò più volte il Papa, ossessivamente, muovendosi con lentezza vigliaccamente ancora maggiore, lungo il corridoio che lo portava allo Studio Informatico che da anni frequentava, prima per capire cosa fosse un computer e per averne i rudimenti d’uso, poi per impararne la filosofia e gli strumenti che tutto il mondo civilizzato usava. E infine, nell’ultimo anno, per imparare le regole e le procedure da usare, se ci fosse stata la possibilità di un ‘collegamento’.

Con un’equipe di americani collegati alla Santa Sede tramite una connessione ultraveloce e criptata, aveva più volte simulato quello che avrebbe dovuto fare in caso di un contatto. Gli Americani inviavano il segnale virtuale, i disturbi, le distorsioni, e alcuni loro colleghi, che lo affiancavano durante le prove nello Studio, gli insegnavano passo per passo cosa fare, quale funzione del programma che avevano creato andasse attivata o disattivata, quali opzioni scegliere tra le decine che erano state messe a disposizione di Sua Santità.

Una cosa era chiara a tutti, qualunque tipo di contatto fossero stati in grado di stabilire, doveva essere il Santo Padre in persona, e da solo, a riceverlo e a trarne le conseguenze. Il primo contatto dell’umanità con il momento della Creazione!

Le gambe gli si fecero ancora più molli ma riuscì ad afferrare in tempo lo schienale della sedia prima di fare una sciagurata caduta; si mise a sedere con il cuore in gola; per fortuna il pace-maker impediva a quel suo vecchio arnese di correre più di quanto avrebbe dovuto.

Gli scienziati che erano nella stanza accesero le apparecchiature, fecero gli ultimi controlli e aspettarono che il Papa, preso possesso della postazione, si sentisse confidente in quello che stava per fare.

Il Santo Padre sfilò di tasca la custodia degli occhiali, li prese e li inforcò, aggiustò mouse e tastiera, verificò di poter leggere chiaramente sullo schermo poi si voltò verso i presenti. “Ite, fratres”, li accomiatò, la destra benedicente su quel gruppetto di persone che si genufletterono e uscirono silenziosamente dalla stanza. Avrebbe voluto che qualcuno benedicesse lui, ne sentiva il bisogno: era una grande, immane fatica quella che stava per affrontare, lì, tutto solo, inchiodato su quella sua croce informatica.

Fuori dalla porta dello studio sedevano monsignor Rudolph, padre Giovanni, il responsabile della Biblioteca Vaticana e tre o quattro scienziati del piccolo gruppo che aveva lavorato al Progetto. Avvertito dell’esperimento da monsignor Rudolph, era sopraggiunto anche il medico personale del Papa.

Il silenzio era spesso: si sentiva respirare con affanno il medico, arrivato in gran fretta, preoccupato per il possibile contraccolpo alla salute, malferma, del Santo Padre.

Passò mezz’ora, passarono quaranta minuti. Gli uomini si guardavano e non azzardavano ipotesi. “Sta andando tutto bene, se avesse avuto qualche problema ci avrebbe chiamato” sbottò ad un certo punto il Capo del Progetto, che da quando era uscito dallo studio non si dava pace e camminava, a lunghi passi, avanti e indietro per il corridoio. Questa era invece l’eventualità che gli altri temevano: tutto andava bene e quindi era in corso una qualche comunicazione. Con chi? Cosa avrebbe saputo il Papa? L’angoscia era dipinta sui volti tesi e pallidi.

Il cicalino fuori della porta risuonò e monsignor Rudolph ebbe un sobbalzo: il Santo Padre aveva bisogno di lui. Si alzò, barcollò un attimo, guardò gli altri: il medico si era fatto vicino alla porta, per ogni eventualità.

Monsignor Rudolph entrò: il Papa era ancora seduto davanti allo schermo, ora completamente vuoto: aveva cancellato il contenuto visualizzato dal programma; fissava ancora lo sguardo sul monitor e, quando il segretario si avvicinò e si piegò verso di lui, bisbigliò a fatica “Mi aiuti ad alzarmi.”

Monsignor Rudolph temette che si fosse sentito male ma lo aiutò a tirarsi su dalla poltroncina; una volta in piedi, il Papa, col monsignore che lo sorreggeva per un braccio, si diresse verso la porta e uscì nel corridoio. “La chiuda e mi dia la chiave” ordinò al Segretario che non ebbe neppure la forza di girare lo sguardo su quanti si erano raggruppati per avere una qualche parola di chiarimento dal Santo Padre.

“Santità…” ebbe appena il coraggio di dire, finalmente, il medico.

“Sto bene, professore. Stia tranquillo” ebbe la forza di rispondere il Papa; solo allora sembrò essersi accorto di quanti lo circondavano. Riconobbe padre Giovanni.

“Padre Giovanni, può farmi avere, prima possibile, l’Opera Omnia di Sant’Agostino nel mio Studio?” Il padre, efficiente come sempre, rispose senza incertezze: “Subito, Santità” e si allontanò rapidamente verso l’ascensore.

Doveva essere accaduto qualcosa di importante, era chiaro a tutti, ma cosa? Nessuno aveva il coraggio di porre quella domanda e il fatto che il Santo Padre non li avesse messi a conoscenza di quanto accaduto durante quell’ora non poteva che preoccuparli terribilmente.

Il Capo del Progetto, un gesuita dai brillanti trascorsi di docente universitario, azzardò una domanda: “Tutto bene, tecnicamente?”; sperava che il Papa si lasciasse andare a qualche dettaglio. Sua Santità, sempre sorretto da monsignor Rudolph, si limitò invece a rispondere: “Tutto bene, tecnicamente, grazie.”, enfatizzando quel “tecnicamente” con la sua pronuncia dura e gutturale che fece rabbrividire i presenti.

Sotto braccio al segretario il Santo Padre rientrò nel suo studio e lentamente si fece aiutare a sedersi nella poltrona preferita.

Monsignor Rudolph chiamò subito il servizio di cucina per far portare a Sua Santità una tisana calda; il Papa non faceva motto, seduto nella sua poltrona a riflettere. Il maggiordomo, che entrò pochi minuti dopo, poggiando il vassoio con la bevanda fumante e se ne uscì in silenzio, comprese anche lui che stava succedendo qualcosa di molto importante.

Monsignor Rudolph servì il Santo Padre, che non se la sentì di alzarsi verso il tavolino di servizio che era nello studio.

Le vecchie mani, raggrinzite e bianche, si strinsero attorno alla tazza in cerca di calore. Monsignor Rudolph non toglieva lo sguardo da quel volto preoccupato ma non osava pronunciare neppure una parola.

Un altro bussare alla porta e il Segretario andò ad aprire a padre Giovanni che, con un carrellino, spinse verso la scrivania di sua Santità un mucchio di volumi rilegati in marocchino rosso; scambiò, muto, uno sguardo con monsignor Rudolph, che lo accompagnò all’uscita e serrò la porta dietro di lui.

“Dovrà aiutarmi, con quei libri” sussurrò il Santo Padre al segretario, porgendogli la tazza ormai vuota “sto cercando una risposta.”

“Ma … – si fece coraggio monsignor Rudolph – ma insomma, chi era?”

“Era lui… l’Oppositore” rispose il Papa e un brivido di freddo gli raggelò la schiena.

“L’oppositore? – chiese stupito monsignor Rudolph – “l’oppositore di chi?”

“Monsignor Rudolph!!! Giobbe, I, 6! – rispose il Santo Padre – Non mi faccia perdere tempo, tra due ore richiama!” e si mise a sfogliare febbrilmente i grossi volumi che il segretario gli aveva spostato sulla scrivania.

Monsignor Rudolph tirò fuori dalla tasca una piccola Bibbia in carta di riso, che da tempo non consultava; lesse poche righe e sbiancò.

 

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Dr J. Iccapot