Quando penso alla mia infanzia, a quelle briciole di ricordi che iniziano coi primi anni di vita e finiscono con l’ingresso alle scuole medie, vedo un’indistinta luce calda e dorata e sento di aver vissuto un periodo di calma e di pace, senza dolori, senza affanni: il più bello della vita. Ho la vaga percezione di quel benessere, di quell’aura speciale che mi avvolgeva e mi proteggeva dal mondo e dai pericoli, dal dispiacere e dal male.

Intravedo quegli anni come in una immagine sfocata, ne rammento pochi episodi ma ho la sensazione piacevole di un periodo unico, magico, luminoso, proprio come una giornata di sole alla fine di maggio.

C’è una luce calda che entra nella stanza e la illumina, è la luce del sole del primo pomeriggio. I raggi non entrano direttamente a ferire la stanza, le persiane devono essere leggermente accostate ma di fronte non ci sono palazzi che bloccano la vista e se mi mettessi in piedi su una sedia, proprio di fronte alla finestra, per quanto piccino sono sicuro che vedrei la pineta e il mare.

Il sole entra nella stanza e io sono attratto dalla sua luce, guardo verso la finestra; c’è anche una tenda chiusa che fa da schermo ma con poca convinzione. E’ una bella tenda, ha il colore della paglia, una trama larga che fa passare quasi tutta la luce e la indora ancora di più.

Mi piace quella tenda, che la mamma ama tanto, perché ha un cordone che termina in una buffa nappa e io ho imparato da poco a usarlo: tirando il filo da una parte la tenda si divide piano piano a metà, il tessuto traforato si fa più serrato, le plissettature si avvicinano, nella stanza entra un po’ più luce. Se tiro dall’altra parte la tenda si riunisce, come se due dei miei soldatini si mettessero, braccia e spalle larghe, a guardia della finestra per impedire a chiunque di entrare e di uscire.

Rido, quando faccio questo gioco che ho appena scoperto, e anche la mamma ride e allora io rido ancora di più.

Guardo la finestra: entra la luce, vorrei andare verso quella luce, sono agitato.

Mi piace stare nella camera dei miei genitori: ci sono tante cose strane, lì dentro. C’è un armadio grandissimo che nasconde e fa ricomparire i vestiti, un settimino più alto di me con dei cassetti dai quali la mamma tira fuori le mie magliette, i pantaloncini, i calzini. Sono mobili strani, bombati, curvilinei, di un legno di castagno scuro, quasi nero; mi fanno un po’ paura ma per fortuna le pareti sono bianche e riflettono la luce che entra dalla grande finestra. E poi sul settimino ci sono cose buffe. Ce n’è una con una curiosa nappa, quasi come quella del cordone delle tende ma fatta a palloncino. La mamma me l’ha fatta usare: lei teneva in mano una specie di bottiglietta tutta vestita come fosse un bambino piccolissimo e io ho potuto stringere quella nappa che era morbida morbida e ogni volta che la stringevo c’erano tante goccioline profumate che uscivano dalla bottiglietta e sparivano magicamente nel vestito della mamma.

Sono in piedi sul lettone dei miei genitori e se guardo dalla parte opposta alla finestra vedo bene il piano dove sono allineate la bottiglietta, la foto di un bambino con la mano in quella del suo babbo e una scatola di legno a mezzaluna che fa tic tac; dietro c’è uno specchio che riflette la mia testa, bionda bionda, e la mia faccia imbronciata; preferisco però guardare dove c’è la finestra, dove c’è il sole.

Saltello sul lettone dei miei genitori; ero dentro il letto ma ne sono uscito all’improvviso e ora saltello, saltello sul materasso. Nella stanza non sono solo, non ci sarei mai potuto entrare, c’è sicuramente un adulto con me.

Salto sul letto ma non sono tranquillo, ho paura e guardo verso la luce. Oltre la tenda, oltre i vetri della finestra, al di là delle persiane un po’ accostate c’è il cielo, c’è l’aria, l’aria fresca dove ho visto volare le rondini; chissà come stanno bene le rondini nel cielo, in tutto quel mare d’aria, come respirano felici!

Io non sto bene, invece; non so cosa mi succede, salto disperatamente sul letto; c’è il babbo con me, ora lo so. Dovrei essere tranquillo invece sono terrorizzato; salto sul letto, verso il bordo, verso la finestra; ho caldo, tanto caldo, devo essere paonazzo.

Una mano mi afferra, un braccio forte mi impedisce di andare avanti; non saltello più, non ne avrei neppure la forza.

Un’altra mano mi prende per la gola, mi stringe, non capisco cosa succede; è il babbo, mi ha fatto voltare verso di sé,  non vedo più la finestra, sono spossato e riesco appena a stare in piedi, intorno a me si sta facendo buio.

La mano stringe il mio collo e, all’improvviso, la caramella che mi ostruiva la gola schizza fuori dalla bocca, cade sulla coperta, rotola coprendosi di peletti e atterra silenziosa sul tappeto di lana che è ai piedi del letto. Riprendo a respirare.

Stavo soffocando, me lo ricordo bene anche se avevo poco più di tre anni, e sarei morto se non fosse stato per la mano del babbo venuto a darmi di nuovo la vita.

 

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Dr J. Iccapot