Quinta e Ultima Parte

Qui la Quarta Parte

“Vede, dottor Silvestri – disse il commissario, tamburellando distrattamente sul piano della scrivania come se quell’interrogatorio fosse per lui solo una noiosa formalità – le bugie che ha raccontato al mio collega, il dottor Magliana qui presente, sono state non solo inutili ma controproducenti: abbiamo raccolto numerosi indizi che la collegano alla morte di Lina Belli, non ultime proprio le sue fandonie, e siamo arrivati alla conclusione che lei ha spinto la ragazza giù dalla finestra… forse perché era diventata un’amante scomoda oppure per gelosia, magari la vittima intendeva lasciarla… ma, se vuole, può tentare di convincerci del contrario.”

Il dottore rimase in silenzio. Aveva la fronte corrugata, un’espressione tesa e concentrata: sembrava intento a soppesare i pro e i contro di quello che stava per dire.

“E’ una follia! – esclamò all’improvviso – io amavo Lina, davvero, però ultimamente era diventata troppo esigente: pretendeva che divorziassi ma così avrei perso quasi tutto e poi, con mia moglie, voglio rimanere in buoni rapporti per via dei bambini… magari tra un po’, con i figli più grandi, l’avrei anche sposata, ma ora no, non ero disposto a rovinarmi per lei… quella notte ci siamo dati appuntamento nella stanza del secondo piano, mi disse che poteva assentarsi solo per un quarto d’ora, era stanca dei nostri incontri clandestini e non intendeva più trascurare il suo lavoro…abbiamo litigato…Lina mi ha mandato al diavolo e se n’è andata.”

“Certo, ma lei l’ha seguita – aggiunse Magliana – e, in un impeto d’ira, l’ha spinta giù dalla finestra! Magari senza rendersene conto: se collabora e confessa potrebbe cavarsela con un’accusa di omicidio preterintenzionale.”

“Io Lina non l’ho neppure sfiorata, lo giuro – esclamò Silvestri, quasi in lacrime – l’indomani intendevo troncare il rapporto, ero deciso a lasciarla libera: a ventiquattro anni doveva fare la sua vita… poi quel colpo terribile! mi sono affacciato a una finestra del corridoio per vedere cosa era successo… un degente di Psichiatria, tre anni fa, ha eluso la sorveglianza e si è buttato di sotto nello stesso punto: quando ho visto il corpo di Lina sul tetto del primo piano mi si è ghiacciato il sangue. Volevo scendere per soccorrerla, anche se chi cade da un’altezza del genere difficilmente sopravvive, però ho sentito qualcuno che correva per le scale, sopra e sotto: ho avuto paura e sono tornato nella mia stanza. Beh, tanto non sarebbe servito a nulla: l’autopsia ha stabilito che è morta subito.”

“Qualcuno correva sopra e sotto…in che senso?” chiese Sapìa.

“Ho sentito passi per le scale, qualcuno che saliva e qualcuno che scendeva i gradini di corsa. E questo è tutto quello che so – disse Silvestri; poi, rivolgendosi a Magliana, aggiunse – deve capire in che stato d’animo mi trovavo: non sono un mostro, volevo solo rimanere fuori dai guai… per il lavoro, per i miei figli.”

Sapìa proseguì l’interrogatorio per non dare al Silvestri l’impressione di aver mollato la presa ma, ormai, sentiva che quella pista non portava da nessuna parte: il dottore era un vigliacco, il genere d’uomo che teme il confronto e, per lasciare l’amante, usa il telefono o la posta elettronica. Figuriamoci se ha il fegato di ucciderla!

Dopo aver congedato il dottor Silvestri, il commissario estrasse da un cassetto i suoi post-it colorati, suddivisi in mazzetti tenuti insieme da un elastico, e li dispose sulla scrivania. Poi si soffermò a osservarli, girando nervosamente avanti e indietro i pollici delle mani incrociate, segno di grande insoddisfazione:

“Le informazioni raccolte non convergevano, caro collega – disse, dopo un lungo silenzio – la Belli aveva dato all’amante un ultimatum ma questo non significa che fosse intenzionata a ricattarlo minacciando di spifferare tutto alla moglie.”

“Concordo pienamente – disse Magliana – secondo i colleghi di lavoro e le amiche Lina aveva la testa sulle spalle, era bella e volitiva, tutt’altro che depressa: probabilmente non avrebbe perso altro tempo con un innamorato recalcitrante.”

“E, a maggior ragione, non si sarebbe ammazzata per una mezza calzetta come Silvestri – aggiunse Sapìa – quindi la delusione sentimentale è un movente debole per il suicidio, rimane in piedi l’ipotesi di un’aggressione casuale.”

“Un malato di mente, quel tale Sterzi…Strambi mi ha detto che è un vero esagitato” esclamò Magliana.

“Sì, certo… ricoverati fuori di testa da quelle parti abbondano ma non escludiamo altre ipotesi, ad esempio una rivale in amore: i dongiovanni sono sempre recidivi e non mi stupirei se il nostro dottore, in ospedale, avesse qualche altra tresca – disse Sapìa – proviamo a riorganizzare i post-it per piani: al quarto Stefano, Matteo, la collega di Lina in Ortopedia, un ipotetico paziente di Psichiatria, al secondo Silvestri e la porta secondaria di Gastroenterologia, forse l’amante fantasma del dottore veniva da lì… sulla collinetta all’esterno Pippo, sempre che non sia lui il colpevole. Se dobbiamo credere alla versione di Silvestri, la persona che saliva le scale doveva essere per forza lo Sterzi che tornava nel reparto, spaventato da quanto aveva visto. Ma chi stava scendendo? non i soccorritori, la collega della vittima si è messa in moto molto più tardi… probabilmente l’assassino. Dunque Pippo, percorrendo la scala, a un certo punto deve essersi trovato faccia a faccia con qualcuno.”

“E i post-it della Belli dove li mette? – chiese Magliana – in un quarto d’ora è scesa e risalita dal quarto piano al secondo.”

“Già, passando due volte dal terzo – aggiunse Sapìa, stupito di scoprire una falla nella sua struttura topografica – cosa c’è al terzo piano di quell’ala dell’ospedale?”

“Niente d’importante, magazzini, depositi di medicinali… doveva ospitare un reparto di chirurgia plastica ma poi non se n’è fatto di nulla” rispose Magliana.

“Organizzi un sopralluogo con l’Economo, faccia verificare tutti gli inventari: voglio sapere se manca qualcosa, qualcosa che valga un bel po’ di denaro: potrebbe essere una pista alternativa.”

 

L’indomani Sapìa decise di prendere un giorno di ferie. Era tornato da una settimana ma già si sentiva stanco e poi Magliana lo aveva avvisato che il riscontro di magazzino sarebbe andato per le lunghe.

Si alzò tardi e, ciondolando pigramente da una camera all’altra, attese il momento di mettersi a tavola per il pranzo.

Mentre meriggiava solitario sul divano del salotto sorseggiando l’imbevibile espresso che la moglie si ostinava a propinargli con la scusa che conteneva meno caffeina, sentì squillare il telefono.

“Morganti!” disse Fredo porgendo al padre il cordless del corridoio.

“Lo sa, vero, che sono in ferie? spero che si tratti di una faccenda seria, qualcosa che non si può assolutamente rimandare a domani.”

“Grave e urgente – disse l’ispettore – Pippo ha preso in ostaggio don Cesare e lo minaccia con un coltello. Passo a prenderla tra cinque minuti.”

Arrivarono al Rifugio del Figliol Prodigo in meno di un quarto d’ora, a sirene spiegate. Pippo era sul balcone dell’edificio e teneva un grosso coltello da cucina puntato alla gola del sacerdote. Sotto la piccola folla degli ospiti della casa rumoreggiava, chiaramente contrariata dalla sua iniziativa. Il sole che batteva a picco su tutte quelle teste già surriscaldate non prometteva nulla di buono.

“Ma cosa mi combini Pippo! – gridò dal basso Sapìa – don Cesare fa di tutto per aiutarti e tu lo ripaghi così?” Sapìa detestava fare conversazione con un insensato ma doveva prendere tempo per escogitare un piano.

“Non ci voglio tornare in reparto, se ci torno non esco vivo.”

“Sei un po’ nervoso, l’ospedale ti farà bene… non ci stavi tanto volentieri? Me l’hai detto tu che sono bravi in quel reparto.”

“I dottori sono bravi, non gli infermieri!” replicò Pippo.

“Qualcuno ti vuole male? Dillo a me, ci penso io a difenderti, sono più bravo del tenente Colombo.”

“Se parlo mi uccide… con la puntura d’aria e nessuno se ne accorgerà!”

“Chi vuole ucciderti? – esclamò spazientito Sapìa poi, raddolcendosi, aggiunse – ti garantisco che non sarai ricoverato, non in quell’ospedale, mai più: puoi scegliere tu dove andare, promesso. Ma, per aiutarti, devo sapere chi ti minaccia.”

Per tutta risposta Pippo gettò dal terrazzo una carta avvolta intorno a un sasso: la pietra sfiorò la testa di Sapìa. Morganti raccolse da terra il foglietto: conteneva solo un nome, scritto in stampatello: MATTEO.

Sapìa alzò la testa. Voleva ringraziare Pippo ma vide un improvviso bagliore metallico nell’azzurro del cielo: con un salto balzò indietro, schivando per un pelo il coltello che il sequestratore aveva lasciato cadere dal balcone. Di punta.

“Mi arrendo, devo alzare le mani?” chiese il protetto di don Puopoli, affacciato alla balaustra.

Sapìa sentiva di aver imboccato la pista giusta. Sorrideva all’idea di arrestare un assassino punendo, nel contempo, un mascalzone: quando il colpevole non possedeva ambedue le caratteristiche provava sempre un leggero dispiacere. Nel caso specifico, per l’appunto, non aveva dubbi: al rubacuori di corsia Matteo Fioroni, abituato a coltivare amorazzi clandestini alla faccia di poveri malati incapaci di provvedere a se stessi, un’accusa di omicidio calzava proprio a pennello.

Se vittima e assassino non erano estranei il movente, qualunque fosse, aveva un qualche rapporto con l’ambiente che entrambi frequentavano. Le indagini dovevano quindi ripartire dall’ospedale: per prima cosa occorreva identificare l’amichetta del Fioroni.

Gli uffici amministrativi, quel giorno, erano aperti anche nel pomeriggio e l’impiegato del Personale, incrociando le presenze dei dipendenti del Quarto Est, riuscì a identificare un’infermiera che, negli ultimi tre mesi, aveva fatto turni di notte quasi sovrapponibili a quelli del persecutore di Pippo. Una certa Battistina Geraldi di Gastroenterologia, secondo piano.

Intanto l’ispezione nei magazzini condotta da Magliana aveva prodotto i primi risultati: l’Economo, spulciando nei registri, si era accorto che, effettivamente, mancavano all’appello piccoli strumenti chirurgici, filo da sutura, bendaggi particolari, asciugamani, detersivi. Il danno sembrava modesto, ammontava a circa cinquemila euro, ma la verifica proseguiva.

“Adesso abbiamo anche il movente! – disse Sapìa, trionfante – finalmente i tasselli del puzzle vanno a posto: i due infermieri di certo usavano come alcova un locale del terzo piano e, a forza di amoreggiare tra siringhe, garze e medicinali, hanno pensato che guadagnare un extra a danno dell’Azienda Sanitaria non fosse una cattiva idea.”

“Insomma tra l’una e le tre, Giulietta e Romeo non solo se la spassavano ma mettevano via qualcosa per la vecchiaia” commentò Magliana.

“Vediamo se i loro spostamenti si sincronizzano – proseguì Sapìa – Lina ha lasciato il dottor Silvestri poco prima delle due e mezzo e, salendo le scale per tornare in Ortopedia, si è imbattuta per caso nella coppia clandestina.”

“A quell’ora due infermieri di reparti diversi, non potevano trovarsi nei depositi per motivi leciti” osservò Magliana.

“La Belli era reduce da una visita al suo amante, la scoperta di una semplice relazione sentimentale tra colleghi non l’avrebbe scandalizzata – obiettò Sapìa – probabilmente ha sorpreso i due mentre facevano qualcosa di più grave, ad esempio trasportare il frutto dei loro piccoli saccheggi dal magazzino al garage interno oppure armeggiare intorno alla serratura di una porta.”

“Qui scatta il movente! – esclamò Magliana – dovevano tapparle la bocca.”

“Proprio così! attraversando il terzo piano Lina si è ritrovata in una situazione molto pericolosa: doveva prudentemente fare finta di niente, ma era alterata per il litigio con il Silvestri e avrà detto cose grosse, offensive, magari minacciando di denunciare il furto alla Direzione…il Fioroni e la Geraldi si sono spaventati… perdere il lavoro, di questi tempi, non è uno scherzo e con un’accusa di furto sulle spalle si può dare l’addio all’impiego per sempre. Immagino che avranno tentato di rabbonirla, di convincerla a lasciar perdere, chi sa quali scuse si saranno inventati per giustificarsi: tutto inutile. Allora l’hanno seguita per le scale e, prima che entrasse nel reparto, l’hanno spinta nel bagno della sala d’aspetto… Lina però non voleva cambiare idea e allora, in un impeto di rabbia, l’hanno spinta giù dalla finestra che, ovviamente, era già spalancata per via del caldo. Omicidio volontario, forse preterintenzionale…la ragazza probabilmente non pensava di essere aggredita fisicamente da una collega e considerava il Fioroni un amico: l’hanno presa alla sprovvista e in modo fulmineo, per questo non si è difesa.”

“Insomma la vittima si trovava al momento sbagliato nel posto sbagliato” commentò Magliana.

“Direi che accade sempre così, quando si finisce all’obitorio per cause non naturali – disse Sapìa – comunque il testimone oculare Sterzi ha visto più di un’ombra nel vano della finestra e, mentre saliva le scale, si è imbattuto in Matteo. Pippo non è uno sciocco, probabilmente aveva scoperto da tempo i loschi traffici del Fioroni ma teneva la bocca chiusa; secondo me conosceva gli orari della coppia e sapeva come evitare brutti incontri… la drammatica scena alla finestra però lo ha terrorizzato: ha perso la testa e si è imprudentemente precipitato su per le scale.”

“Ma perché il Fioroni scendeva le scale? Non gli conveniva rifugiarsi nel suo reparto?” chiese Magliana.

“E lasciare sola la Geraldi? magari pensavano di far credere che il loro nido d’amore fosse altrove… e non escluderei che volessero soccorrere la povera Lina…un gesto istintivo in un momento di confusione mentale.”

“Comunque le dichiarazioni di un interdetto valgono ben poco” obiettò Magliana.

“In tribunale, ma per me hanno grande importanza – replicò il commissario – confermano la mia ricostruzione del delitto: le prove, quando si sa dove cercarle, alla fine saltano fuori, basta avere pazienza!”

“Vado prelevare il Fioroni e la Geraldi?” chiese Morganti.

“Ottima idea, l’aspetto in Ufficio: con un po’ di fortuna chiudiamo il caso prima di cena”  rispose Sapìa.

Dopo neppure un’ora qualcuno bussò alla porta dell’ufficio. Poi l’uscio si socchiuse e Morganti, sporgendo la testa tra l’anta e lo stipite, chiese: “Faccio entrare?”; con il pollice rovesciato accennava al Fioroni e alla Geraldi, seduti in corridoio alle sue spalle.

“Non risponde, dottor Magliana? – esclamò Sapìa, appoggiandosi allo schienale della sua poltroncina con aria compiaciuta – il caso Belli è suo!”

“Mandi pure, ma uno alla volta, cominciando dalla signora” rispose Magliana; dopo tutto la Sfinge aveva ragione: era lui titolare dell’indagine.

 

Fine.

 

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Rosanna Bogo