Quarta Parte

Qui la Terza Parte

Alla metà d’agosto Sapìa tornò in servizio. L’incidente del pozzo era ormai archiviato, si sentiva di nuovo bene, addirittura meglio di prima, più riposato e sereno.

La mattina della dimissione, per evitare inutili sforzi, aveva lasciato il reparto su una sedia a rotelle spinta con insolita energia dalla moglie. Edda sembrava impaziente di riportarlo a casa e ben presto Sapìa comprese perché: accanto all’ascensore, con un gran mazzo di fiori in mano, lo attendeva Orlando, il suo poco amato fratello. Una ‘sorpresa’ organizzata dalla moglie!

“Guarda che cammino ancora e posso darti un cazzotto in testa quando voglio – esclamò Sapìa, notando il sorrisetto ironico di Orlando – e i fiori li puoi portare sulla mia tomba, se riesci a seppellirmi! ”

“Certo, certo, farò come vuoi tu! figurati se mi metto a discutere con uno che è appena uscito dal reparto di Psichiatria” rispose ridendo il fratello.

Informato della disgrazia, Orlando si era precipitato in città, proponendo alla cognata di ospitare ‘l’invalido’ nella dimora dell’amico Luigino Bertoni per tutta la durata della convalescenza. Edda aveva immediatamente accettato: da tempo sognava di vedere la lussuosa villa a picco sul mare che il marito le aveva descritto con tanta dovizia di particolari. Nessuno si preoccupò di ottenere il consenso dell’interessato.

Sapìa, in un altro momento, si sarebbe battuto con le unghie e coi denti per mandare all’aria il progetto ma era un po’ confuso e, stranamente, trovava Orlando meno insopportabile del solito.

La convalescenza al mare, accettata per debolezza, si rivelò una piacevole vacanza: Luigino, il padrone di casa, era un giovanotto simpatico e Orlando ormai si comportava come un tranquillo signore di mezza età; quanto alla moglie sembrava addirittura ringiovanita.

Così, contrariamente al solito, Sapìa tornò in ufficio di malavoglia.

Lavoro arretrato non ne trovò. Magliana mandava avanti il caso del benzinaio magrebino con metodica lentezza ma aveva scoperto una nuova pista: la vittima frequentava una ragazza tunisina e la moglie tradita, spalleggiata dai familiari, aveva “proferito ripetute minacce di morte all’indirizzo del coniuge di fronte a testimoni.”

“Insomma potrebbe essere un delitto d’onore: movente classico… c’è altro?” chiese Sapìa.

“I signori Belli…vorrebbero parlare con lei – rispose Magliana – la loro figlia è morta: suicidio, ma i genitori non si rassegnano.”

“Quando è successo?”

“Sono passate più o meno tre settimane, lei si trovava in convalescenza al mare – rispose Magliana – un caso semplice: la signorina Belli era un’infermiera diplomata, di ventiquattro anni. Non ho trovato nessun indizio che suggerisse una diversa spiegazione del decesso. Ma se vuole occuparsi del caso, io non mi offendo: quattro occhi vedono meglio di due.”

“Anche i genitori hanno occhi e magari sanno qualcosa che li induce a escludere una morte volontaria – replicò Sapìa – la ragazza era depressa, incinta, drogata, disoccupata? si sa di qualche precedente tentativo di togliersi la vita, ha lasciato una lettera d’addio?”

“No, niente del genere: un gesto imprevedibile e inspiegabile, ma chi può dire cosa ci sia davvero nella testa dei giovani.”

“Dica pure nella testa di tutti, caro Magliana, neonati e centenari compresi: pensi al nonnino di Montecchio! – obiettò Sapìa – Ha il numero dei signori Belli?”

Il commissario Sapìa si recò di persona a casa dei Belli. Non voleva imporre a quei poveri genitori un’ennesima gita in questura: nel loro salotto, se non altro, si sarebbero sentiti al sicuro.

“Mi chiedo perché avete deciso di parlare proprio con me – disse Sapìa, sorseggiando il caffè della signora Belli – il caso è stato seguito dal dottor Magliana, un funzionario di prim’ordine.”

“Sì, bravo e gentile, però non ha famiglia, lei invece è padre, vero?”

“Si, una ragazza di vent’anni e due maschi più giovani.”

“Allora può capirci” rispose il signor Belli.

“Ho letto il fascicolo: sembra tutto chiaro, Lina è caduta da una finestra dell’ospedale… era sola, nessun segno evidente di violenza, insomma non si tratta di un delitto – disse il commissario – potrebbe essere un incidente… lavorava in Ortopedia, vero? a che piano si trova?”

“Al quarto piano” disse la madre.

“Come Psichiatria – osservò tra sé il commissario poi, ad alta voce, aggiunse – il fatto è accaduto alle due e trenta di mattina, un dottore che riposava due piani sotto ha dichiarato di aver sentito un colpo ma credeva di sognare e non si è alzato… nessun altro testimone.”

“La nostra Lina non ha mai detto di voler morire: aveva prenotato una settimana last minute in Marocco – esclamò il padre – le sembra logico? cosa può esserle successo di tanto brutto in due giorni? non aveva un fidanzato, non aveva vizi, pensava solo al lavoro.”

“Per il momento il caso rimane chiuso – disse Sapìa congedandosi – ma vi prometto che condurrò una piccola indagine supplementare… non posso garantire nulla, si vedrà.”

Il commissario si recò all’ospedale per un rapido sopralluogo. Si affacciò alla finestra della disgrazia e, guardando in basso, osservò il punto d’impatto. La ragazza era atterrata su un tettuccio incatramato, un volo di almeno nove metri.

Poi allargò lo sguardo alla campagna circostante: in lontananza vide brillare i binari della ferrovia. Chiuse un fazzoletto tra i vetri e scese al piano terra, girò intorno all’immenso edificio e si fermò sotto la finestra segnalata dalla piccola bandiera. Era sul lato dell’obitorio. Sapìa riconobbe la collinetta di Pippo: lì aveva guardato il cielo stellato in compagnia del suo bizzarro compagno di stanza neanche una settimana prima della disgrazia. Raggiunse il vertice del prato, la visuale della finestra era perfetta.

Tornò in ufficio rimuginando sulle ragioni che potevano spingere al suicidio una ragazza sana e apparentemente senza problemi. In pochi minuti riempì di appunti e dati una ventina di post-it.

Morganti, di ritorno da Psichiatria, riferì che il paziente noto come Pippo si chiamava in realtà Giuseppe Sterzi ed era uscito dal reparto due giorni dopo la morte della Belli.

“Si è informato sugli infermieri di turno la notte della disgrazia?” domandò Sapìa.

“Ho preso nota – disse Morganti, sfogliando la sua agendina – Matteo Fioroni e Stefano Baldi.”

“Questo Giuseppe Sterzi è un sospetto?” chiese Magliana, incuriosito.

“No, direi proprio di no – rispose Sapìa, scuotendo la testa – ma forse ha visto qualcosa… Pippo è un tipo sveglio.”

“Pippo?” mormorò stupito Magliana.

“Giuseppe detto Pippo…l’ho conosciuto all’ospedale, dopo l’incidente: un amante delle passeggiate notturne… peccato che sia andato.”

“… morto?” domandò Magliana, costernato.

“Macché morto! andato di testa – replicò Sapìa – matto come un cavallo!”

Pippo, dimesso dall’ospedale, era tornato nella ‘casa famiglia’ di don Cesare Puopoli, un sant’uomo che si prendeva cura di lui da molti anni.

L’indomani Sapìa si presentò, senza preavviso, al Rifugio del Figliol Prodigo. Voleva parlare con Pippo evitando il rischio che qualcuno lo imbeccasse.

Il giovane Oscar si era unito di prepotenza alla spedizione: doveva svolgere una piccola inchiesta personale per conto della signora Iole, la sua padrona di casa. L’arzilla vecchina progettava da tempo di legare alla pia istituzione di don Puopoli due appartamenti ma, prima di rivolgersi a un notaio, voleva assicurarsi che la meritoria iniziativa benefica fosse davvero tale.

Pippo corse incontro al commissario nel vialetto d’accesso al Rifugio: sembrava felice di rivederlo. Era cordiale, tranquillo, non saltellava e la bizzarra forma di ecolalia che lo tormentava in ospedale pareva scomparsa. Presentò orgogliosamente ‘il suo amico commissario’ a don Puopoli, spiegando con dovizia di particolari dove e come si erano conosciuti.

I protetti di don Cesare appartenevano in uguale percentuale a due categorie di persone: adulti con deficit o disturbi mentali ed ex carcerati. Sapìa riconobbe tra gli ospiti della casa-famiglia il rapinatore Bechi Mario detto Sussurro, già informatore della polizia, e il ladro d’appartamenti Baldacceschi Gino  detto Venerdì per il suo carattere poco brillante o forse perché sempre molto abbronzato. Scontavano in quel luogo un periodo di arresti domiciliari.

“Non credo che la signora Iole sarà contenta di sapere che qui si offre vitto e alloggio a pericolosi delinquenti” osservò Strambi a mezza voce.

“Prima di tutto Bechi e Baldacceschi sono delinquenti ma non pericolosi – replicò Sapìa – e poi, secondo la signora Iole, chi dovrebbe alloggiare in un ricovero che si chiama Rifugio del Figliol Prodigo? Biancaneve?”

“Beh…io pensavo di trovare ragazze traviate, persone in difficoltà, al massimo qualche drogato…dopo tutto il figliol prodigo è un’allegoria dell’uomo peccatore che si riavvicina a Dio, non del criminale che si fa mantenere dai cittadini di buon cuore.”

“Davvero? – disse Sapìa, mostrandosi sorpreso – sono certo che Morganti la pensa diversamente.”

Don Cesare condusse i suoi due ospiti in giro per la struttura, un bel casale ristrutturato a pochi chilometri dalla città. Terminato il tour, Sapìa prese Pippo per un braccio e lo trascinò in giardino. Dopo tutto non si trovava lì per fare opera di carità.

“Ti ricordi cosa facevi la notte, quando erano di turno Stefano e Matteo?” chiese con tono autoritario.

“Sì, certo” rispose Pippo, sulle difensive.

“A me interessa sapere se sei andato sulla collina anche la notte della disgrazia, quando è morta quella ragazza, l’infermiera… ricordi l’incidente?”

Pippo storse la bocca.

“Allora!” esclamò Sapìa, scuotendo il braccio del suo interlocutore.

“Certo che lo ricordo…non ho mica preso una botta in testa, io!” rispose risentito Pippo.

“Quella notte il cielo era sereno, faceva caldo, Stefano dormiva, Matteo era fuori, il treno aveva cinque minuti di ritardo, in orario passa alle due e quaranta…insomma tra le due e un quarto e le due e quarantacinque sono certo che eri lì fuori, sotto la finestra, e qualcosa hai visto, lo so.”

”Non la conoscevo, non era un’infermiera delle nostre, lavorava a Ortopedia”

“Chi te l’ha detto?”

“Anche Matteo lavorava a Ortopedia, prima di venire nel nostro reparto” aggiunse Pippo.

“Era lei l’innamorata di Matteo?”

“Ma che! Una ragazza così bella neanche lo vede uno come Matteo…punta i dottori”

“E tu come fai a saperlo? te l’ha detto Matteo, vero?”

Pippo assentì senza aprire bocca.

“Però non mi hai ancora raccontato cosa è successo alla ragazza…ha aperto la finestra e si è buttata giù…da sola?”

“Quando fa caldo le finestre del bagno sono sempre aperte” osservò Pippo.

“Era sola?”

“Con la luna piena la luce non serve.”

“Ha urlato, magari un grido soffocato?”

“Forse sì”

“Ma alla finestra era sola?”

“Forse no.”

“Hai visto un uomo o una donna… indossava il camice, era un malato?”

Pippo cominciò a tremare: era diventato improvvisamente pallido.

“Non posso vederlo, non posso, non possoooo” gridò, fuggendo verso la campagna, inseguito da don Cesare.

“Che sprint, il reverendo! – commentò Strambi, avvicinandosi a Sapìa – ma il suo amico matto è una scheggia da Olimpiadi.”

Sapìa non rispose, rifletteva sulle ultime parole di Pippo: di certo chi commette un delitto non si può vedere.

Dopo una mezz’ora Don Puopoli, tutto sudato, tornò trascinando Pippo per la maglietta. Affidò il fuggitivo a una suora e, con modi bruschi, prese sotto braccio il commissario. Non aveva un’aria amichevole.

“Non doveva farlo agitare, commissario! – esordì con irruenza don Cesare – Pippo è malato! ora dovrà aumentare di nuovo la dose dei farmaci e lui non sopporta gli effetti collaterali: lo guardi, è uno straccio! sembra che abbia visto un fantasma.”

“Magari l’ha visto davvero ed era il fantasma di una ragazza assassinata – replicò Sapìa – lei sa se Pippo ha qualche precedente, intendo dire per fatti gravi, reati contro la persona?”

“E’ del tutto incapace d’intendere e di volere… una brutta meningite all’età di dieci anni, che disgrazia per la famiglia! brava gente, molto devota – rispose titubante il sacerdote – quindi non ha mai subito una condanna…è un ragazzo fondamentalmente buono, del tutto innocuo, ma non sempre accetta la terapia e allora può commettere anche quelli che lei chiama reati contro la persona…alla metà di luglio ha aggredito una suora del Rifugio, prognosi inferiore ai quaranta giorni, fortunatamente: per questo si trovava in ospedale!”

Sapìa inspirò profondamente: Pippo era dunque un soggetto pericoloso; forse si era imbattuto nell’infermiera Belli durante una delle sue passeggiate notturne e, temendo che la ragazza lo denunciasse, aveva reagito in modo violento. Dato che si trattava di un individuo non compus sui la sproporzione tra movente e crimine non era rilevante.

Sapìa però non riusciva a immaginare il saltellante amico delle stelle nelle vesti di assassino. E poi non era stupido, sapeva rendersi invisibile negli oscuri corridoi dell’ospedale, non si sarebbe lasciato prendere in castagna facilmente.

Così, prima di mettere sotto torchio Pippo, Sapìa decise di togliersi un dubbio: con l’aiuto di Strambi e Morganti, organizzò un piccolo esperimento notturno.

Strambi, seduto al buio sulla collinetta davanti all’Obitorio, alle due e trenta in punto lanciò con la torcia il segnale convenuto a Morganti che, affacciato alla finestra dell’incidente, teneva in equilibrio sul davanzale un sacco di sabbia di circa cinquanta chili, tanto pesava la Belli. Vedendo il lampo nell’oscurità, l’ispettore mollò la presa e Sapìa, sdraiato su una brandina nella stanza dei dottori al secondo piano, sobbalzò sentendo il sordo tonfo del sacco che atterrava sul tettino:

“Impossibile non svegliarsi con un botto del genere – pensò – il muro ha tremato.”

Strambi confermò che dalla collina si potevano osservare i movimenti davanti alla finestra anche con la luce dell’antibagno spenta. Pippo doveva aver visto quello che accadeva al quarto piano poco prima della caduta, a meno che non fosse lui stesso l’assassino.

“Comunque qualcosa ho scoperto – si disse Sapìa – il medico che sosteneva di non essersi svegliato è un bugiardo ma non ha motivo di mentire, almeno in apparenza.”

Una sommaria verifica delle telefonate effettuate dalla vittima negli ultimi giorni di vita chiarì l’arcano: Lina aveva chiamato spesso il cellulare del dottor Silvestri, almeno tre volte al giorno, troppe per una semplice amicizia. Del resto il medico, quarantenne coniugato con prole, non era certo il tipo di corteggiatore che si presenta ai genitori, ovvio che il padre e la madre non sapessero nulla della relazione adulterina.

 

Continua…

 

 

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Rosanna Bogo