Terza Parte

Qui la seconda Parte

“Siamo arrivati! Questa è Psichiatria – disse l’infermiere, aprendo con la chiave che teneva appesa al collo una grande porta a vetri – serata tranquilla, commissario, non deve preoccuparsi!”.

Allungato sulla barella Sapìa commentò la confortante notizia con un secco “ah!”: non si sentiva più tanto propenso ad accettare quell’insolita sistemazione notturna.

“Dovevo chiedere di rimanere al Pronto Soccorso – pensò, rammaricandosi di essere sempre troppo accondiscendente con il prossimo – oppure fare una chiassata e pretendere un letto come si deve.”

I neon del corridoio erano abbaglianti, nelle camere invece nessuna luce, solo l’ultimo chiarore del tramonto che baluginava stancamente tra le stecche delle serrande socchiuse e una pallida lampada di sicurezza; sdraiate nei letti s’intravedevano siluette immobili, pazienti con gli occhi fissi al soffitto oppure immersi in un rassicurante sonno di sasso.

“Fuori è ancora giorno, saranno al massimo le nove e un quarto – pensò Sapìa, sbirciando nelle stanze – qui si va a letto con le galline…o forse non ci si sveglia neppure!”

Alcuni ricoverati, probabilmente i meno gravi, guardavano la televisione in una saletta; un uomo grosso e cupo, a piedi scalzi, percorreva il corridoio da capo a fondo strisciando lungo le pareti.

“Sindrome del criceto sulla ruota” pensò Sapìa, sforzandosi di vedere quella piccola ‘fossa dei serpenti’ in una luce meno inquietante.

“Non deve alzarsi, commissario – disse l’infermiere, aiutando il suo paziente a spostarsi dalla barella al letto – cerchi di riposare e, per qualsiasi cosa, chiami il personale di turno: questo è il pulsante.”

Rimasto solo Sapìa si guardò intorno: quando entrava in un luogo sconosciuto aveva l’abitudine di “fare il punto’ e, in quel momento, un check in gli parve quanto mai opportuno. L’oscurità, nel frattempo, era diventata penombra.

Ricapitolò mentalmente i dati essenziali della situazione: indossava il pigiama comprato dalla moglie al bazar dell’Ospedale, con relative ciabattine, quindi poteva muoversi senza imbarazzo, aveva a portata di mano il pulsante per le emergenze, la porta della stanza era aperta e il bagno si trovava nell’ingresso, subito fuori a destra. La camera conteneva quattro letti: due ospiti dormivano alla grossa, il terzo posto era vuoto ma le lenzuola sfatte lasciavano capire che qualcuno lo occupava, probabilmente un patito della televisione che sarebbe rientrato più tardi. Appeso al soffitto  ronzava un ventilatore.

“Tutto sommato posso strare tranquillo” pensò Sapìa, con un sospiro di sollievo.

Si assopì quasi subito e sognò di precipitare nel pozzo. Non riusciva ad appigliarsi alle pareti viscide di quell’imbuto senza fondo: cadeva e cadeva a testa in giù nel buio, all’infinito.

Una voce sconosciuta s’insinuò nell’incubo: voce maschile, di certo non era Edda che tentava di rianimarlo.

“Dettori Amilcare di Montecchio.”

Sapià si chiese dove aveva già sentito quel nome… ma sì! era il fuciliere della cascina di via Pertini! l’incubo dunque continuava.

“Dettori, Dettori di Montecchio.”

Sapìa decise che si sarebbe svegliato da solo e, con grande sforzo, riuscì ad aprire gli occhi.

“Dettori Amilcare – ripetè un’ombra accanto al suo letto – quello di stamani.”

“Non distinguo più la realtà dal sogno – pensò Sapìa freddamente – magari si tratta solo di un problema transitorio, tra un attimo tornerò in me.” L’allucinazione però non svaniva, anzi insisteva con la sua litania.

“Sono Dettori, commissario, Dettori di via Pertini… è caduto nel mio pozzo, non ricorda? lo sapevo che l’orto non era sicuro e avevo messo un cartello per avvisare del pericolo, Vietato entrare, scritto bello grande: non l’ha visto? – aggiunse l’ombra – ma, grazie a Dio, non si è fatto quasi niente.”

“E lei chi è?” chiese Sapìa, più incredulo che spaventato. Non riusciva a trovare il pulsante dell’allarme.

“Dettori Amilcare, signor commissario – rispose l’ombra, senza spazientirsi – sono ricoverato nella stanza accanto, il giovane che occupa il letto davanti al suo mi ha avvertito che l’avrebbero portata qui… sono venuto per scusarmi e vedere come sta.”

“Ma in che mani siamo! – pensò Sapìa – lasciano che un pazzo pericoloso si aggiri a piede libero per le corsie dell’ospedale…e me lo mettono pure accanto!”

“Volevo dirle che ogni tanto mi succede di perdere il controllo, però mai come stanotte, mai – proseguì il Dettori, con un tono di voce afflitto – ma ora la lascio riposare, vedo che non si sente bene… non può immaginare quanto sono dispiaciuto per il suo incidente.”

Il vecchio si allontanò, scomparendo nella luce del corridoio, un po’ curvo ma dignitoso.

Sapìa notò che nel frattempo un’altra ombra si era accostata al suo letto: si muoveva a scatti, tremava e in un’afosa notte di luglio non potevano certo essere brividi di freddo.

“Sei contento, sei contento che ti ho portato Amilcare? – sussurrò all’orecchio di Sapìa il nuovo arrivato – io sono Pippo, Pippopippopippooo!”

“Ho capito, sei Pippo” disse il commissario per farlo smettere.

“Gli infermieri hanno detto che sei un agente…un agente segreto o un agente come Colombo, Colombocolombocolombooo?” chiese l’ombra frenetica, saltellando in punta di piedi.

“Sono come Colombo, anzi sono il tenente Colombo in persona” rispose esasperato Sapìa. Non si decideva a gridare per chiedere aiuto: un rappresentante dell’ordine spaventato da un povero demente… era indecoroso. Probabilmente si trattava di un individuo innocuo, ma non tanto se si trovava in un reparto con le porte chiuse a chiave.

“Credi sia scemo? Colombo è un film, tu sei un agente vero, me l’ha detto il mio amico Amilcare.”

“Ah, è tuo amico…e vi conoscete da molto, insomma vi trovate spesso qui, a villeggiare in questo albergo?”

“Ma allora hai davvero battuto la testa! – disse con un risolino nervoso Pippo – questo è un ospedale non lo sai? Amilcare è mio amico da…da undici ore e mi ha detto tutto, tutto tuttoooo di quando faceva il partigiano, della moglie e del guaio che ha combinato stamani.”

“Allora vi siete incontrati verso le undici… e come stava Amilcare, era agitato?”

“Ti sembro il tipo che fa comunella con un matto?” chiese, un po’ offeso, Pippo. “Domanda retorica” pensò Sapìa.

“Quando è arrivato piangeva…poi i dottori si sono consultati e hanno deciso che Amilcare stava bene.”

“E chi sarebbero i geni della psichiatria che hanno fatto questa bella diagnosi!” sbottò indignato Sapìa; poi, a voce più bassa per non svegliare i vicini addormentati, aggiunse – il tuo Amilcare è così sano di mente che mi ha preso a fucilate e con pallini veri, mica quelli del tenente Colombo!”

“Il prof. Lorenzotti, il dottor Delbanco, la dottoressa Arditi, il dottor Guarienti di Radiologia, la dottoressa Camicioni di Neurologia, il dottor…” Pippo elencava i nomi contando sulla punta delle dita.

“Basta, ho capito, un consulto di tutto l’ospedale” lo interruppe Sapìa.

“Sono bravi, sai? Questo è il miglior reparto che ci sia.”

“Se lo dici tu…” replicò il commissario.

“Guarienti ha detto che nella testa di Amilcare c’è una cosa… una cosa che preme proprio qui dentro – aggiunse Pippo, tirandosi con forza due pugni in fronte – per questo lo tengono in osservazione.”

“Un cancro al cervello… – pensò Sapìa – questo spiega l’improvvisa aggressività, il delirio, l’allucinazione dei nazisti: la malattia fa rivivere a quel poveretto gli incubi peggiori del suo passato.” Si pentì di essere stato così duro con il vecchio partigiano.

All’improvviso nella lama di luce della porta comparve una sagoma scura. Pippo con un salto attraversò la stanza, ficcandosi a letto, con il lenzuolo tirato sulla testa.

L’infermiere entrò puntando a terra una piccola torcia accesa e si fermò ai piedi di Sapìa Era appena entrato in servizio, non sapeva chi fosse il nuovo ricoverato e, a quell’ora, non aveva neppure desiderio di scoprirlo: niente cibo, nessuna terapia da somministrare, neppure un sonnifero, solo blandi antidolorifici se richiesti dal paziente. Controllo ogni due ore.

“Pippo le dà noia?” chiese a bassa voce.

“No, non ho sonno e mi fa compagnia” rispose il commissario.

L’infermiere si accostò al letto degli altri pazienti, poi uscì dalla stanza.

Dopo un attimo Pippo era di nuovo al capezzale di Sapìa, attaccato al suo cuscino come lo Spirito del Male alle spalle di Margherita

“Si chiama Stefano, ti piace Stefanostefanooo? – gli sussurrò in un orecchio – a me tanto perché fa due lavori e non dorme mai, maimaimaiii…quando è di notte mette la testa sul tavolo e russa.”

“Però c’è un altro infermiere di turno, non è vero?” chiese Sapìa, un po’ preoccupato per la carenza di sorveglianza.

“Matteo…Matteo, si chiama Matteoooo e all’una va a trovare la sua innamorata – rispose Pippo con il solito tono esagitato – così io posso girare, dentro e fuori.”

“Dentro il reparto” obiettò Sapìa.

“Dentro e fuori, dentro e fuori, dentro e fuoriiiii” ribadì Pippo.

“Vorrei proprio sapere come fai a uscire – disse Sapìa – la porta d’ingresso è chiusa a chiave.”

“Ora devo dormire tre ore, altrimenti divento nervoso – dichiarò perentorio Pippo – poi ti faccio vedere”. Si ficcò a letto e, dopo un minuto, già russava rumorosamente.

Sapìa, cullato da quel ritmico grugnito, lasciò che la memoria corresse a briglia sciolta; sperava di recuperare qualche ricordo della mattinata ma alla sua mente si presentavano solo immagini più recenti: il Pronto Soccorso, Edda svenuta, la porta del reparto chiusa a chiave, la luce accecante dei neon, l’uomo criceto, Amilcare. Quando, intorno all’una, un infermiere sconosciuto armato di torcia passò per un rapido controllo, chiuse gli occhi e finse di dormire.

Alle due in punto Pippo si alzò di scatto e uscì. Dopo un minuto ricomparve sulla soglia della camera e, muovendo eloquentemente l’indice, chiamò il commissario; stringeva in mano una chiave munita di cartellino. Sapìa, senza farsi notare, sbirciò la scritta: “riserva della porta principale Psichiatria”.

“Nella stanza degli infermieri, nascosta dietro il calendario – sussurrò Pippo, a mo’ di spiegazione – dormono tutti, anche Stefano.”

“E il suo collega Matteo ha preso il volo” aggiunse il commissario.

“Lo sai anche tu?” si stupì Pippo.

Sapìa era curioso di scoprire cosa combinava quel folletto saltellante quando, di notte, evadeva dal reparto, così decise di accompagnarlo. La sua bizzarra guida s’incamminò lungo interminabili corridoi vuoti, scese quattro rampe di scale, attraversò porte che si aprivano su ambienti tutti uguali, come in un labirinto, infine entrò in un bagno del piano terreno. Da qui, scavalcando una finestrella, uscirono all’aperto.

Sapìa respirò a pieni polmoni. Si sentiva libero come mai in vita sua, eppure non era certo fuggito da una prigione: si trovava in quel luogo volontariamente, per ragioni di salute… aveva una commozione cerebrale e non doveva alzarsi dal letto, invece eccolo lì, contagiato dalla follia!

Raggiunsero una vicina collinetta brulla.

Il cielo tempestato di stelle, il venticello fresco tra le fronde, l’abbaiare lontano dei cani, il grattare ossessivo dei grilli, trasmettevano una misteriosa sensazione di pace. Anche Pippo sembrava rasserenato: saltellava qua e là ma con leggerezza, quasi danzasse.

“Vieni spesso in questo posto?” chiese Sapìa, sedendosi sull’erba.

“Quando capita, non sto mica di casa all’ospedale!” rispose Pippo infastidito.

“Già – pensò Sapìa – ho fatto una domanda stupida: un ricovero può durare al massimo quindici giorni.”

Pippo intanto si era sdraiato supino: guardava la volta celeste, rapito dallo spettacolo della Via Lattea. L’ospedale si trovava in una zona isolata e, da quel lato, proprio accanto all’obitorio, l’edificio era poco illuminato.

Sapìa non amava le tenebre e raramente usciva per svago dopo il tramonto. Da bambino invece, quando la famiglia andava in vacanza al mare, ogni notte trascorreva almeno un’ora alla finestra: scrutava la volta celeste sperando che una stellina morente esaudisse i suoi desideri ma le uniche luci insolite, lassù, erano quelle degli aerei di linea, altissimi e silenziosi.

“Guarda, guarda lì!” esclamò Pippo, dopo un lungo silenzio. Puntava il dito in alto. Due stelle cadenti, una dopo l’altra, si erano accese nel nero vellutato.

“Sono solo piccoli sassi che entrano nell’atmosfera e s’infiammano” disse Sapìa, pensando alle deludenti serate estive della sua infanzia. Adesso non aveva più segrete aspirazioni da realizzare, guardare il cielo era inutile.

“Quanto sono lontani da noi i sassolini?” chiese Pippo.

“Trenta, quaranta chilometri, anche più.”

“E secondo te, se faccio un focherello qui, quelli che abitano a cinquanta chilometri lo vedono?”

“Non credo – ammise  Sapìa – ma questo mi hanno insegnato a scuola.”

“Guarda laggiù: quello è il treno che va a Roma – esclamò Pippo – ora dobbiamo rientrare.”

Lontano, in mezzo alla campagna, correvano i vagoni illuminati di un ‘freccia rossa’.

Tornarono inosservati nel reparto e Pippo appese di nuovo la chiave al chiodo del calendario senza turbare il sonno di Stefano.

Nel dormiveglia Sapìa sentì un rumore di passi in corridoio.

“Matteo che torna” disse Pippo a bassa voce.

L’indomani, dopo una TAC di controllo, il commissario venne dimesso. Decise di non segnalare le carenze del reparto: avrebbe turbato la felicità di Pippo e poi preferiva non parlare della sua piccola spedizione notturna.

 

Continua…

 

 

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Rosanna Bogo