Seconda Parte

Qui la Prima Parte

Sapìa salì le scale della Questura in compagnia del commissario Strambi mentre il campanile della vicina chiesa batteva le sette.

“Dormito bene?” chiese al timido Oscar, tanto per attaccare discorso

“Un inferno, dottore – rispose Strambi, un po’ stupito dalla cortese domanda – mi sono assopito alle tre e alle cinque ero già sveglio.”

“Anch’io alle cinque ero in piedi…ma almeno potremo tornarcene a casa prima, con questo caldo non è una cattiva idea.”

“Io veramente sto meglio in ufficio…almeno ho l’aria condizionata – disse Strambi – la mia stanza è a tetto…fredda d’inverno, calda d’estate.”

“Ma perché non si trova un appartamentino più comodo?” chiese Sapìa, aprendo bruscamente la porta del suo ufficio.

“Non potrei mai lasciare la povera signora Iole, la mia padrona di casa…ha quasi novant’anni!” rispose Oscar, entrando nel suo sgabuzzino.

Sapìa scosse la testa: l’inerzia masochista del giovane collega era invincibile.

Seduto alla scrivania passò un’ora a sistemare i foglietti con gli appunti del suo ultimo caso: un giovane benzinaio marocchino ucciso giovedì notte. Tre colpi al torace, uno alla testa, un po’ troppo per una rapina finita male. Non si potevano escludere altri moventi: traffico di droga, regolamento di conti tra bande… il morto era pregiudicato.

“Se fossimo in Sicilia negli anni Sessanta – borbottò Sapìa – potrei seguire la pista passionale e risolvere il caso in quattro e quattr’otto… le corna sono la miglior risorsa dell’investigatore accidioso: scava scava, si trovano sempre.”

Lui però non si considerava pigro, agiva con lentezza ma solo perché non voleva prendere abbagli che, per gli interessati, potevano trasformarsi in immeritati soggiorni al fresco.

“Diceva bene lo zio Carlo: uno schiaffo, quando l’hai preso, non te lo toglie neppure il Papa” mormorò Sapìa guardando il ‘pizzino’ della moglie del morto: giovane, piacente, vestita all’occidentale, il tipo di donna che non passa inosservata e può dare fastidio tanto ai bacchettoni quanto alle altre femmine.

Stava ancora valutando l’opportunità di indagare sul comportamento della vedova magrebina quando la porta dell’ufficio all’improvviso si spalancò, come per una folata di vento. Il commissario quasi si sdraiò sulla scrivania per impedire ai suoi foglietti di volare via o confondersi tra loro.

“Cosa fa, Magliana, si esercita per le irruzioni?!” esclamò rabbioso.

“Mi scusi, dottore, sono entrato di corsa – disse tutto d’un fiato il commissario Magliana – che nottata! un vecchio matto si è asserragliato in casa sparando fucilate.”

“Dove?”

“A Montecchio, via Pertini11.”

“Ma è in campagna, roba per i men in black!” replicò Sapìa.

“Purtroppo la Benemerita locale è occupata: un brutto incidente stradale, tre ragazzi che andavano in discoteca…una strage…la provinciale è chiusa dalle due di stanotte.”

“Vada pure a dormire, me no occupo io, con Strambi” disse Sapìa sospirando. Al diavolo il vecchio pazzo: pensava ai genitori di quei poveri ragazzi… ricordava il dolore della zia quando Franceschino era morto. Per fortuna Annalisa e Fredo erano in vacanza con la nonna, al mare.

Il fuciliere di Montecchio era un arzillo ottantacinquenne che non aveva mai dato grattacapi alle autorità ma, da qualche tempo, soffriva d’improvvisi scatti d’ira. Durante la notte aveva discusso con la moglie cacciandola di casa in malo modo, poi si era barricato nell’appartamento e minacciava di sparare a chi si fosse avvicinato…non sembrava intenzionato ad arrendersi.

“Vado a parlargli io – si offrì generosamente Strambi – con gli anziani ho un certo feeling.”

“Immagino, ma è troppo rischioso…ci vorrebbe uno psichiatra, comunque, per cominciare, basta il medico di famiglia. Lo trovi e lo porti qui.” Strambi corse via come una lepre.

“Mi dia il megafono, Morganti – disse Sapìa, rivolgendosi all’ispettore che gli stava a fianco – facciamo questa pulcinellata…come si chiama il nostro cecchino?”

“Amilcare Dettori.”

“Signor Dettori, sono il commissario Sapìa, mi sente?” gridò Sapìa.

“Può parlare con tono normale – suggerì Morganti tappandosi le orecchie – è amplificato.”

“Sono qui per aiutarla…nessuno si è fatto male – proseguì Sapìa senza abbassare la voce – le garantisco che sua moglie non tornerà a casa, esca fuori a mani alzate e non ci saranno conseguenze…cosa vuole che sia qualche fucilata… sparava ai gatti in amore…però se lei ci fa perdere la mattinata allora la questione diventa seria e dobbiamo chiamare il magistrato… non vuole finire in tribunale, vero? lei è una brava persona, si è un po’ innervosito…le donne farebbero perdere la pazienza ai santi!”

Amilcare Dettori intanto taceva, appostato dietro una finestra: s’intravedeva solo la punta della sua doppietta. All’improvviso, con mossa fulminea, si affacciò sparando un colpo all’indirizzo del commissario che però si era prudentemente fermato oltre la strada, a distanza di sicurezza. I pallini caddero sull’asfalto.

“Vi ammazzo tutti, porci tedeschi nazisti, io non mi faccio prendere vivo! – urlò il Dettori – viva l’Italia”

“Ex partigiano, un osso duro – commentò Magliana – esperto cacciatore con regolare porto d’armi, tre fucili…e un numero imprecisato di cartucce. Sarebbe meglio temporeggiare, senza provocarlo.”

“Sarà anche un osso duro – replicò Sapìa – ma non possiamo perdere altro tempo, magari ha un attimo di lucidità e si spara… proviamo ad aggirarlo dal retro.”

Una vicina indicò la strada migliore per prendere alle spalle l’assediato: dal garage della casa si poteva salire al piano superiore attraverso una scaletta di servizio.

Per arrivare alla porta della rimessa occorreva attraversare uno spazio aperto di almeno trenta metri. Una distesa di erbacce: qua e là spuntavano vecchie canne da pomodori, alberi da frutto rinsecchiti, un piccolo pollaio vuoto coperto da lamiere rugginose. Era un grande orto abbandonato.

“Avanziamo dalla parte di quel baracchino – disse Sapìa rivolgendosi a Morganti e ai due agenti che lo accompagnavano; parlava a voce bassa, quasi temesse di essere sentito dal nemico – così, se mangia la foglia e ci scopre, possiamo metterci al riparo.”

“Andiamo noi dottore, lei non ha il giubbotto” mormorò Morganti con tono preoccupato. Sapìa non corrispondeva certo al suo standard di poliziotto d’azione: in una situazione del genere sarebbe stato solo un peso, però non voleva sembrare offensivo.

“Se non le dispiace, prima di andare in pensione, vorrei provare anch’io l’emozione di partecipare a un blitz delle forze dell’ordine – replicò ironico il commissario, inoltrandosi nell’incolto – e poi, rispetto al nostro uomo, sono un ragazzo!”

“Vecchi sbirri per vecchi pistoleri!” commentò a bassa voce uno dei due agenti.

Sapìa si pentì subito di aver intrapreso l’avventurosa traversata di quella minigiungla piena d’erbacce pungenti, rovi spinosi, canne marce, tubi arrugginiti e spezzati. Rischiava di rovinare il vestito di lino color panna che tanto amava e poi certi fruscii nascosti nel verde più folto non promettevano nulla di buono.

“Lucertole!” pensò, per scacciare dalla sua mente l’immagine inquietante di frustoni lunghi come boa costrictor in agguato e dentute vipere pronte a ghermirlo. Camminava piegato, con lo sguardo fisso alle finestre sopra il garage, pronto a buttarsi a terra.

Aveva da poco superato il pollaio quando sentì un colpo secco, forte: stupito si voltò verso Morganti, l’ispettore aveva un’espressione strana, lo sentì gridare “Attento, Commissario!”

Sapìa si svegliò bruscamente e subito si accorse che qualcosa non andava: il cervello era lucido, pronto, ma il resto del corpo continuava a dormire o, quantomeno, si rifiutava di rispondere agli ordini che gli impartiva. Le palpebre non volevano sollevarsi, la bocca non si apriva, braccia e gambe erano immobili.

“Non sono nel mio letto, è troppo duro” si disse, tanto per fare il punto della situazione – e poi Edda non mi ha ancora chiesto se sono vivo.”

L’osservazione ironica non lo divertì: la superficie su cui era sdraiato sembrava davvero rigida…quasi come un tavolo…tavolo operatorio non era perché tutto taceva intorno a lui.

“Non sarò mica morto?!” pensò incredulo – dicono che il cervello continua a vivere per un po’, anche a cuore fermo…magari quel vecchio matto mi ha fatto secco coi pallettoni da cinghiale! Lo sapevo che l’apnea notturna non mi avrebbe ammazzato! caduto nell’adempimento del mio dovere, per causa di servizio: non è un brutto finale di partita, chi se lo sarebbe mai immaginato!”

La situazione certo era tragica ma non poteva farci nulla: doveva solo aspettare che nel suo cervello si spengesse l’ultimo barlume di energia elettrica, poi sarebbe entrato nel buio eterno. Non aveva paura del nulla, temeva solo la morte apparente, l’orribile condizione del sepolto vivo; non era claustrofobia ma legittimo terrore. Si consolò pensando alle ventiquattrore di osservazione obbligatorie e alla puntura nel cuore. Si era fatto solennemente promettere dalla figlia, studentessa di medicina, che gli avrebbe praticato quell’ultima operazione, per sicurezza, prima di chiudere il coperchio della cassa.

“Come mai non vi fate vedere – pensò, rivolgendosi ai suoi cari defunti – stanotte siete venuti a portare la buona novella e ora mi piantate in asso sul più bello! Ma, insomma, dove siete, parlate!”

Qualcuno rispose davvero alla sua preghiera: dal buio eterno una voce lo chiamò per nome. Si sentì subito rincuorato. “Tutti dobbiamo affrontare l’esame finale della vita – pensò, comprendendo all’improvviso il senso del suo sogno premonitore – non importa se il compito è andato male… verrà la morte… e nulla avrà più importanza!”

“Italo, Italo mi senti? – esclamò la voce ultraterrena – sono io, non ti agitare, per carità.”

“Buon segno, signora – disse una voce maschile – sta riprendendo conoscenza.”

Sapìa spalancò gli occhi: vide il grande neon acceso sul soffitto, le pareti bianche, sentì un’inconfondibile puzza d’ospedale: dunque era su una barella…lo avevano riportato in vita.

“Stoppato quando eri pronto a fare il doppio salto mortale – pensò rammaricandosi – che scalogna, povero Italo!”.

Girò con fatica la testa: la donna in piedi accanto a lui era ovviamente sua moglie, l’uomo in camice un medico sconosciuto che sorrideva come se avesse appena fatto nascere un pargolo. Si sentiva ancora intontito ma cercò di parlare.

“Dove mi hanno beccato?” chiese con un filo di fiato, “Attinto – echeggiò nella sua testa la voce di Torrisi – si dice attinto!”

“Da nessuna parte – rispose, sempre sorridendo, il dottore – ha una commozione cerebrale, insomma ha battuto la testa, per il resto solo qualche contusione.”

“Lo vede, dottore, non ricorda l’incidente!” esclamò Edda con tono angosciato e nello stesso tempo trionfante.

“Capita spesso, in questi casi, ma poi la memoria torna, stia tranquilla signora – rispose il dottore – gli domandi chi è lei…provi, non abbia paura.”

La possibilità di non essere più riconosciuta dal marito colpì come una mazzata la signora Edda. Diventare all’improvviso un’estranea agli occhi dell’uomo con cui aveva diviso gioie e dolori per venticinque anni, il padre dei suoi figli, le sembrava un’idea troppo atroce per essere pensata. Si afflosciò svenuta tra le braccia del dottore. Prontamente rianimata, fu condotta in carrozzina nella sala d’attesa e affidata alle cure di una solerte poliziotta in servizio al Pronto Soccorso.

Sapìa, nel frattempo, si era già riaffezionato alla vita: per qualche secondo aveva accarezzato l’idea di fingersi temporaneamente smemorato ma la defaillance della moglie aveva mandato all’aria il piano. Quella donna non perdeva occasione per buttare tutto in tragedia.

“Si chiama Edda – disse Sapìa rivolgendosi al dottore, intento a misurargli la pressione – mia moglie si chiama Edda e il mio codice fiscale è…” recitare a memoria quell’astrusa stringa alfanumerica gli parve, in quel momento, il modo più semplice per dimostrare di essere del tutto lucido. Negli occhi del medico colse la pietosa approvazione di chi asseconda un demente per tranquillizzarlo.

“Ma cosa mi è successo?” chiese, stupendosi di non sapere nulla dell’incidente. L’ultima cosa che ricordava era la fucilata a vuoto del contadino di Montecchio.

“Un suo collega, l’ispettore che è venuto con lei in ospedale, ha detto che è caduto in un pozzo – rispose il dottore – l’apertura era coperta da tavole fradice che hanno ceduto… per fortuna sul fondo c’era molto fango e poca acqua.”

“Ora ricordo: camminavo nell’orto di quel vecchio matto – pensò Sapìa – il rumore secco che ho sentito era il legno che si rompeva di schianto…non un colpo di fucile.”

In un certo senso era davvero caduto in servizio.

D’estate molti reparti dell’Ospedale chiudevano per ferie e i letti scarseggiavano più del consueto, il dottore però non se la sentiva di dimettere il paziente Sapìa Italo a cuor leggero: i colpi in testa sono traditori e poi si trattava pur sempre di un incidente sul lavoro con le relative rogne burocratiche. Così aveva spremuto ben bene tutto l’Ospedale e, alla fine, un posto libero era saltato fuori.

“Per stanotte la trattengo – disse il dottore – non vorrei brutte sorprese e poi sua moglie ha bisogno di riposo, è una donna molto ansiosa. Non le dispiace, vero?”

“Certo che no! – lo rassicurò Sapìa – anch’io dormirò meglio se resto in ospedale.”

“C’è solo un piccolo problema – aggiunse il dottore – in Ortopedia e Neurologia non hanno posto, le ho trovato una sistemazione provvisoria, magari non le piacerà molto…”

“Cos’è, un tavolo dell’obitorio?” chiese Sapìa.

“La nostra sanità va male, ma non fino a quel punto! – rispose il dottore ridendo – la farò breve: stanotte l’unico letto libero è nel reparto di Psichiatria.”

“E sia, aggiudicato! mi mandi pure al manicomio!” esclamò Sapìa, stanco di parlare.

Continua …

 

 

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Rosanna Bogo